Fabrizio Dall’Aglio, Poesie da Le allegre carte, Valigie rosse, 2018, pp. 76 € 12, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

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la pornofanciulla demente
di nome Dorina,
Angelo, spalmato di brillantina,
che gioca a palla nel viottolo

Fabrizio Dall’Aglio è nato nel 1955 a Reggio Emilia. Vive tra Reggio Emilia e Firenze, impegnato in attività di carattere editoriale e librario. Ha pubblicato: Quaderno per Caterina. Poesie e brevi prose 1975-1980 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1984); Versi del fronte immaginario1982-1983 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1987); Hic et nuncPoesie 1985-1998 (Firenze, Passigli, 1999); La strage e altre poesie. Resti di cronaca, 1975-1982 (Valverde, Il Girasole, 2004); L’altra luna. Poesie 2000-2006 (Firenze, Passigli, 2006); Colori e altri colori (Passigli, 2015); Le allegre carte (Valigie rosse, 2017).

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Al poeta di oggi resta lo stile, nient’altro che lo stile

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Al poeta di oggi resta lo stile, nient’altro che lo stile, una struttura che risuona ancora di lontanissime vestigia. È la scoperta del paradiso perduto quella di Fabrizio Dall’Aglio, la scoperta del peccato originale commesso dalla poesia, la constatazione che la poesia non è più recuperabile, che non è più possibile l’hölderliniano «abitare poeticamente il mondo», essendo quest’ultimo non più abitabile.

Come ogni poesia di civiltà letteraria post-crepuscolare, in questi versi si annida il crepuscolo e la melancolia del tramonto. La poesia di Dall’Aglio scaturisce appunto da questa dolorosa presa d’atto, dalla dolorosa consapevolezza che soltanto un poeta che provenga da Marte, come lo pseudonimo di Isidoro Cordeviola, può ancora scrivere poesia nell’epoca della dimenticanza dell’essere, laddove anche il  dolore è stato dimenticato ed è rimasto soltanto lo stile come un guscio di noce vuoto sul nostro scrittoio. Resta al poeta la consapevolezza che anche il dolore è un guscio vuoto, che anche la memoria ha abbandonato gli umani, ed è il vuoto che nuota nel guscio.

Le composizioni del libro hanno un andamento prosastico e colloquiale, con le rime affioranti come naufraghi in un mare oleoso e calmo, con versi brevi come breve è il fiato rimasto nell’oboe sommerso della voce narrante. La materia della scrittura, se così possiamo dire, è il prodotto di un allontanamento che deriva dallo statuto di segregazione dell’io di Isidoro Cordeviola il quale duetta con l’altro pseudonimo dell’autore, il poeta Isidoro di Siviglia che «dedicò vent’anni della sua vita cercando di ordinare la realtà attraverso l’origine delle parole; e fu senza dubbio, in questo, un fondamentale antesignano dell’umanesimo, ma fu anche, pur involontariamente, un grande falsificatore di etimologie».1

Poesie scritte con il lapis. «Tutti i testi che compongono questo libro sono stati scritti negli anni 1984-1995», precisa Dall’Aglio nella nota al volume, e si comprende il perché da quella patina di polvere del tempo che si solleva dalle parole consunte dall’epoca in cui  le poesie sono state scritte ad oggi che le leggiamo.

L’andamento prosastico e strofico garantisce una motilità e una variabilità di alternanze di tipo modernistico al metro modellato sul calco dell’endecasillabo, con elasticità, dal settenario all’endecasillabo ipermetro; ne deriva un impulso ritmico rallentato e ovattato con una dislocazione degli ictus e delle pause severamente intervallate e come controllate e sorvegliate, dove l’impiego sapiente di vocaboli transeunti e nobili si inseriscono nel solco lessicale di stampo modernistico alzandone la struttura semantica complessiva.

Alcuni incipit e gli esodi sono sempre di eccellente fattura stilistica; convincente e pertinente è anche la scelta lessicale, metaforica e metonimica, dove anche la metafora, alquanto rara e di tipo “debole” e “povera”, è l’elemento stilistico che tende a confliggere con l’impiego recondito e severo del tessuto lessicale di squisita fattura letteraria. La diffusione della atmosfera elegiaca costituisce il perimetro a mio avviso riuscito di questa operazione (che oserei definire pre-nuova ontologia estetica) che conferma un autore sicuramente in possesso del registro elegiaco e di un raffinato dettato poetico, con un lessico che volge in diminuendo per raffreddare gli ardori retorici sempre in agguato e volverlo in episteme aperta.

1] dalla nota dell’autore in calce al volume

Poesie di Fabrizio Dall’Aglio da Le allegre carte

Il mio incubo
ha radici profonde.
Nuotavo fra le onde del mare
con mio fratello
e mio padre.
L’acqua mi sommerse,
e le forze
scomparse
ridevano di inedia.
La mano
che mi afferrò i capelli
mi legò
con un cappio
alla vita.
persi l’eternità
ma vinsi
– truccando –
la partita.

*

Ho prodotto un sogno
come una camera vuota.
Io, l’idiota,
chi l’ha mai visto in azione?
Puntava a settentrione
con l’inguine sguainato,
la sua missione:
convertire gli infedeli
a colpi di scroto.
Passa, passa, passato.
Ritraggo fra i cimeli
una notte non passata al Danieli,
agli Schiavoni:
ebbene, mi sarebbe piaciuto.
Io, che con i pantaloni
corti, già sublimavo
i morti. Che fiuto.
Svegliarsi
non è poi un problema.
Basta cambiare l’abito,
mutare – di poco – la scena.

*

a Daniele

Forse mi ricucirò
un giorno
a questo corpo senza ricami
senza legami
saldamente impugnato.
ricorderò
un breve soggiorno
pieno di gente,
la pornofanciulla demente
di nome Dorina,
Angelo, spalmato di brillantina,
che gioca a palla nel viottolo.
ricorderò lo strascico
della voce di mio nonno,
e il sonno negli occhi di mio padre,
mia madre maestra,
la benda di Fiorella a moscacieca,
il cesto
della merenda di Margherita
calato dalla finestra
e le mie dita allungate
a recuperarlo.
ricucirò
le ore contate
come in un notiziario.

*

Così sognano i fachiri
appoggiati sui chiodi
gli amori acerbi
nuovi
di donne e cavalieri
nei letti verdi,
colombe e sparvieri
nei chiodi delle carni
allacciati,

Così sognano i fachiri
coricati sui chiodi
gli amori imberbi
e i modi
in lotte di guerrieri
dai petti saldi,
madonne e scudieri
con unghie come rovi
lacerati,

così sognano i fachiri
conficcati nei chiodi
i loro sogni
eterni.

*

da Rime di Isidoro Cordeviola

IV

Intatto, amico mio, non c’è che dire,
Son così intatto che mi tocco poco,
Intatto al punto che potrei sparire
Da un giorno all’altro, senza fare vuoto.
Organizzato dentro il mio congegno,
Respiro per oliare l’ingranaggio:
Ora non leggo, ora tengo il segno
Acchiappo le parole e faccio il saggio.
A te, non so se capita lo stesso,
Se siamo ancora nella stessa era,
Caduti al mondo dallo stesso tetto
A toglierci le pulci e fare sera.
Nozze coi fichi secchi, amico caro,
Indegna prolusione al nostro sonno,
Ossa per lesso e brodo amaro. Mondo.

V

In rotta con la vita, prode Bino
Se dirsi vita può questo pianoro
In cui la notte è serva del mattino,
Docile preda dei suoi denti d’oro.
Odor di anni. Il mio talento vive
Rincantucciato in sala d’aspetto
Ostacolo alla penna che mi scrive
A memoria, oramai, solo in falsetto.
Altri tempi volevan la trincea.
Sul fronte dei miei anni allampanato
Chiedo la venia di una sola idea
Anche distratta, anche senza fiato.
Ne scorgo le sembianze e mi accartoccio
In un modesto affondo della lama.
Ormai sta al tempo sciogliere la trama.

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3 commenti

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3 risposte a “Fabrizio Dall’Aglio, Poesie da Le allegre carte, Valigie rosse, 2018, pp. 76 € 12, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/05/fabrizio-dallaglio-poesie-da-le-allegre-carte-valigie-rosse-2018-pp-76-e-12-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-53426
    posto qui una poesia di Antonietta Fragnito, che ha espresso il desiderio di pubblicare una sua poesia su queste colonne…

    *

    Quell’altra me scende gli scalini
    Mi telefona cose
    Un cronista mi conduce
    fino al letamaio
    dove uomini volgarmente eleganti
    tacciono di bambini
    resi visibili dal vestitino rosso
    Un disperato traluce dolcezza
    appena appena
    dalla sbavatura della bocca
    Fa il prelievo della disperazione
    Sanguina l’infermiera
    e gli canta una canzone
    E’ grassa
    Non è grave non ricordare il nome della donna
    da cronaca rosa
    Un vecchio già alla nascita
    chiede l’ eutanasia
    Domani sta dall’ortopedico
    a rotta di collo.

  2. Non c’è dubbio che guardando e ascoltando queste canzoni del grande Fred Buscaglione possiamo toccare con mano la nostra abissale diversità da quell’epoca… sono uscito mezz’ora fa da casa ed ho visto su una bancarella uno degli ultimi numeri di Nuovi Argomenti dedicato alla poesia di Sandro Penna con le traduzioni di alcune sue poesie in inglese. L’ho sfogliato svagato e distratto ed ho richiuso subito il libro. Bene, il film di Buscaglione è del 1959 e il tardo Penna risale a quella data. Non ho potuto non pensare che Buscaglione e Penna non avevano nulla in comune, sembrano venuti da due pianeti diversi… e però più passa il tempo più apprezzo le canzonette di Buscaglione mentre le poesie di Penna mi sembrano sempre più puerili e di scuola. È un mio errore di prospettiva? Non so, non saprei, forse è colpa della nuova ontologia estetica, o forse la nuova guerra fredda che si profila all’orizzonte con l’equilibrio del terrore tra la Russia e gli Stati Uniti e qui da noi il provincialismo imbattibile dei 5Stelle e dei sovranismi d’accatto al governo del nostro paese… forse il mondo è cambiato di sana pianta che non possiamo più restare prigionieri della nostalgia, non c’è nulla che valga la pena (e il prezzo) della nostra nostalgia… Non so, sarei curioso di conoscere il parere di Mario Gabriele in proposito…

    • Il valore di un testo poetico non sta tanto nella lunghezza o brevità del verso, quanto nella capacità di trasmettere il senso di una immagine, di un evento e di un trauma, consegnando ogni interpretazione al lettore. La scrittura poetica è riflessione su passato e presente in un mondo in continua trasformazione. La società commerciale è valutata nel suo sfruttamento economico finita l’era marxiana.
      Queste condizioni agiscono sia in senso positivo che negativo. In più il Tempo annienta l’esistenza riducendola a perenne Vuoto.
      Il Bello o il Brutto in poesia, ossia ciò che riteniamo da salvare o buttare nei cassonetti, fa parte della nostra maturazione culturale, che non deve mai essere un modo semplicistico di selezionare, dimenticando che i testi formalizzati e sottoposti a lettura, rispecchiano il riflesso di un Tempo psichico e di una Realtà a cui non eravamo abituati, ma che tuttavia era parte integrante dell’humus interno di questi poeti.
      La stessa cosa può capitare a noi della Nuova Ontologia Estetica, oggi propositori di un cammino poetico che rispecchia un modus vivendi e una presenza disgiuntivi rispetto al passato. Che poi lo stile e i contenuti di allora vengano decriptati con tutti gli aggettivi negativi, ciò riguarda un altro settore, quello più specifico della Critica. Tutto questo non può annullare lo Spirito del proprio Tempo.
      La poesia non si è mai estraniata dai fatti del Mondo, lo dimostra la sua presenza di fronte all’Olocausto nei giorni della Memoria. Lo stile di un’epoca riflette la capacità di riprodurre le icone di un tempo, le lotte sociali, i contrasti tra il Bene e il Male. Ha scritto Mario Sansone in un Convegno Internazionale sulle letterature regionali:”Ho visto quanto la cultura meridionale sia assolutamente autonoma e diversa dalla cultura lombarda, romana classicistica- tenacemente classicistica- (quella di cui uscì Leopardi) dalla cultura veneta che ebbe un suo carattere particolare. Ora è possibile fare una storia letteraria solamente in funzione di un tipo e modello linguistico e del divenire del modello linguistico?). A tutto ciò credo sia pertinente riportare il pensiero di Freud sulla poesia.
      Fin dal saggio Il poeta e la fantasia (1909), Freud ha caratterizzato l’arte come un fenomeno di compensazione del desiderio, collocandola in una posizione intermedia tra la realtà frustrante e la fantasia appagatrice.
      Le argomentazioni di fondo sono l’attività dell’inconscio, la psicologia dell’appagamento del desiderio e il protrarsi dell’infanzia nella vita adulta. All’inizio, senza malizia e con garbo, Freud si pone una domanda che verosimilmente interessa tutti i profani: da quali fonti gli scrittori attingono il loro materiale? Nessuna risposta appare del tutto soddisfacente, osserva Freud e, fatto ancora più misterioso, se anche lo fosse, una tale conoscenza non farebbe di un individuo un poeta o un drammaturgo. Poi, in tono più dimesso, aggiunge che si potrebbe sperare di farsi una prima idea dell’attività del Dichter (N.B.: il termine tedesco Dichter indica sia il romanziere, sia il drammaturgo sia il poeta) se si riuscisse a scoprire un’attività analoga comune a tutti gli esseri umani.
      Dopo aver prudenzialmente elencato gli aspetti negativi, Freud esprime la speranza che il suo approccio possa “rivelarsi non del tutto infruttuoso”.
      Un altro dato da considerare è ciò che scrive Freud a proposito della poesia.
      Heidegger in Essere e Tempo cristallizza la nostra fine senza alcun approdo salvifico.Il concetto di Essere determina la nascita di un chiuso perimetro all’interno del quale domina una ontologia depressiva.
      Derrida ha provato a fronteggiare la caducità del nostro essere con l’approdo alla sopravvivenza attraverso la traccia della scrittura, soffermandosi, come scrive Maurizio Ferraris, sulla distinzione hegeliana fra due tipi di immaginazione: da una parte l’immaginazione riproduttiva, che è la facoltà di riprodurre rappresentazioni, cioè intuizioni sensibili interiorizzate nel ricordo, dall’altra l’immaginazione produttiva, che è invece la facoltà di produrre segni, cioè entità esteriori che veicolano un contenuto interiore (da: Derrida e la decostruzione, di Maurizio Ferraris pag.61). E’, in altre parole, il tessuto organico che ogni poeta ha con sé, veicolandolo nei versi e nelle metafore. Chi non ci riesce gioca su altri fronti e fattori, non impegnativi e di semplice scrittura creativa.

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