Il ‘giornalaio’ della critica di Sabino Caronia con una poesia inedita di Anna Ventura e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Foto by Richard Vergez

Il giornalaio della poesia

Si potrebbe auspicare per il critico d’oggi quanto Pier Paolo Pasolini scriveva nella sua introduzione al volume di Giacomo Debenedetti Poesia del Novecento, che cioè il critico “si fa complice degli autori che legge e commenta. Insieme scoprono il mondo. E per accedere alla scoperta utilizza tutti gli strumenti possibili senza privilegiarne alcuno” così che “non esita ad affiancare all’indagine testuale quella psicanalitica, linguistica o filosofica, ed ha il metodo di non avere metodo”.

C’è una linea Giacomo Debenedetti-Alfonso Berardinelli.

Parlando della poesia di Saba, “il meno innovatore” tra i poeti del Novecento, Berardinelli osserva: “Quando si afferma o si insinua che gli ermetici avevano, modernamente estremizzati, i difetti che Francesco De Sanctis a metà dell’Ottocento trovava in Petrarca, ecco che Saba, nel dispiegamento dei suoi mezzi comunicativi, nella pienezza realistica del suo autobiografismo, fa pensare piuttosto a Dante. Non è un caso se il maggiore, più fedele e autorevole commentatore e analista di Saba è Giacomo Debenedetti, il critico che come bussola per orientarsi nella modernità ha scelto piuttosto il romanzo che la poesia” e, dopo aver ricordato che “Giacomo Debenedetti ha avuto come problema autobiografico di critico la ricerca, l’identificazione del personaggio-uomo nel romanzo del Novecento”, conclude: “Per capire Saba si devono evitare gli ‘ismi’, le correnti, le scuole, i codici speciali e le mode. Il più scandaloso dei suoi incipit è quello di una poesia scritta prima del 1910: ‘Ho parlato a una capra./ Era sola sul prato, era legata./ Sazia d’erba, bagnata/ dalla pioggia, belava’. Si tratta di una provocazione la cui forza non va sottovalutata. Adoperando con disinvoltura i più ovvi artifici della convenzione poetica, in realtà Saba viola i silenzi e le reticenze del linguaggio poetico facendo irrompere in esso realtà escluse”.
Ed è forse un caso se, in ossequio a questa istintiva vocazione di Saba a mettere “la vita in versi”, Fabrizio De Andrè ha musicato Città vecchia ?
La critica militante, o estetica, e la critica accademica o storica, la celebre distinzione, fatta a suo tempo da Renato Serra, tra critici “giornalisti” e critici “professori”.

Ha scritto Franco Fortini in Verifica dei poteri: «Il critico allora è esattamente il diverso dallo specialista, dal filologo, dallo studioso di scienza della letteratura; è la voce del senso comune, un lettore qualsiasi che si pone come mediatore non già fra le opere e il pubblico di lettori ma fra le specializzazioni e le attività particolari, le scienze particolari, da un lato, e l’autore e il suo pubblico dall’altro». (p. 50)
Come noto, Gianfranco Contini ha raccolto in Una lunga fedeltà (Einaudi 1974) i suoi mirabili scritti su Eugenio Montale.
Lo stesso Contini tuttavia ha scritto anche delle mediocri poesie, recentemente raccolte e pubblicate da Aragno (2010) a proposito delle quali, nel 1989, a Ludovica Ripa di Meana ha dichiarato: «Posso assicurarle che mi ritengo non-poeta all’anagrafe, soltanto per pigrizia. Io non mi sono mai applicato a scrivere poesie per esercizio, se no in fondo potevo essere uno come tanti altri; non il migliore del tempo ma non dei peggiori».

La poesia come “secondo dono”.
La poesia come discorso poetico, messa in opera dell’assenza.
La poesia nell’età della non-poesia.

Si può affermare che la poesia, la moderna poesia lirica, è un “diario di assenze”?. E mi chiedo: è ancora possibile parlare della poesia di oggi in termini di «poesia lirica» nell’epoca della post-poesia?

Mario Luzi in “Bimbo, parco, gridi”, un componimento raccolto in un itinerario antologico a cura di Valerio Nardoni intitolato La ferita nell’essere, può ben dire: «Come accade che al tuo impaziente invito / la ferita nell’essere, richiusa / da lagrime e da lagrime, dal duro / diniego sempre aperto all’avventura / risanguini, sia ancora il mio destino?».
A proposito di questa “ferita nell’essere” mi vien fatto di richiamare, in conclusione, il Sergio Corazzini di Desolazione del povero poeta sentimentale: «Perché tu mi dici poeta? Io non sono un poeta / […] Io so che per essere detto poeta conviene / vivere ben altra vita! / io non so, Dio mio, che morire. / Amen».

Ecco una poesia inedita di Anna Ventura, una poetessa che ha pubblicato il primo libro nel 1978, che proviene dal lontano novecento, Brillanti di bottiglia, che mi sembra una splendida metafora della situazione della poesia nel post-moderno. Come appare evidente, si tratta di una poesia post-lirica, il lessico, il tono, la metrica sono quelle del linguaggio narrative ma compresso e criptato entro una metricità novecentesca.

Volendo farsi “complice” degli autori che si legge e si commenta, pongo un interrogativo, lo pongo a me stesso e ai lettori: in quale direzione deve avviarsi la poesia contemporanea? C’è una direzione di ricerca privilegiata? Come quella della nuova ontologia estetica? Oppure, tutte le ricerche sono, a parità di diritto, ammissibili ed equipollenti?

Una poesia di Anna Ventura

Sherazade

Ogni sera,
al calar delle tenebre,
un valletto portava al Sultano
l’album fotografico delle belle.
Il Sultano ne aveva abbastanza
di questo rito banale:
“Scegli tu”, disse al valletto.” Io
ne ho piene le tasche.”
Il valletto, maligno per natura,
scelse la più brutta, che, tuttavia,
aveva piedi piccolissimi e capelli fluenti.
Il Sultano non la guardò nemmeno,
ma, per gentilezza, le disse:” Raccontami una storia,
così mi addormento prima”. La prescelta
incominciò a narrare, e il sultano
cadde in un sonno dolcissimo,da cui
si svegliò quando il sole già era alto,
e i suoi impegni di sultano
erano già tutti schierati come un esercito
che reclamava il suo capo.
“Scendi tutte le tende”, ordinò il Sultano al valletto;
“io voglio sentire altre storie.”
Sherazade capì
che la sua libertà era finita,
e che, ormai, sia lei che il sultano
erano prigionieri di quelle storie.
Ma non le dispiacque.
Col tempo, tra lei e il Sultano nacque un’amicizia,
che qualunque altra donna
avrebbe tentato di trasformare in amore.
Ma Sherazade era troppo furba
per commettere un tale errore.
Continuò a narrare,
e quando sia lei che il Sultano
divennero vecchi
– lei afona,
lui sordo –
impararono a prendersi per mano,
mentre le storie si raccontavano da sole.

(Inedito)

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 Il «passaggio», per Heidegger, è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti, di buche, un cunicolo sotterraneo che non si vede ma che c’è, nascosto dal folto della vegetazione delle merci linguistiche. Nella situazione storica  della poesia italiana dagli anni settanta ad oggi è avvenuto questo: che un poeta della generazione venuta dopo quella di Pasolini (nato nel 1922) come Anna Ventura (nata nel 1936), nel breve arco di anni che separa la morte di Pasolini nel 1975 dall’esordio poetico della Ventura nel 1978, si è compiuto in Italia un vero e proprio genocidio della poesia, ma non perché i poeti siano morti ammazzati quanto perché i poeti sono stati costretti a sopravvivere in una sorta di stato sonnambolico o catatonico di morte apparente e di vita apparente.  Nella situazione degli anni settanta-ottanta ad un poeta che vivesse in periferia e che non fosse allineato con gli slogan delle parole d’ordine di allora di Roma e di Milano non era concesso udienza o attenzione. Questo va detto per spiegare il fatto di come la poesia della Ventura non  sia stata recepita e, tranne alcune eccezioni di riguardo, resterà inesplorata. Ecco la ragione che ha costretto la Ventura ad imboccare una via laterale, un Umweg, ed a percorrere un lungo tragitto esperienziale e stilistico per giungere fino a noi con il suo «nuovo» vestito degli ultimi due decenni.

Tuttavia, percorrere un Umweg per raggiungere un luogo non significa girarvi attorno invano, allungare il percorso – l’Umweg non è un Irrweg (falsa strada) e nemmeno un Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco), un sentiero interrotto – è una strada che comprende in sé una innumerevole quantità di altre strade diverse. È questo, penso, l’accezione che vorrei dare a queste poesie inedite di Anna Ventura. La poetessa abruzzese ha dovuto percorrere, fin da Brillanti di bottiglia, l’opera d’esordio del 1978, una gran quantità di strade comunali e di stradine laterali prima di immettersi nel grande alveo della poesia europea. Il lunghissimo tragitto non è accaduto per caso, è stato necessitato dalla oggettiva situazione di inflazione linguistica di poliscritture che si è verificata in Italia a partire dagli anni settanta fino ai giorni nostri ma non soltanto perché la «dritta via» era smarrita, oscura e impenetrabile, quanto perché nel mondo mediatico di oggi quella «via», come scriveva Wittgenstein, è una via «permanentemente chiusa». Non v’è alcuna strada, maestosa e tranquilla, come nell’epos omerico e ancora in Hölderlin e Leopardi, che sin da subito mostri la «casa», il luogo dal quale direttamente partire per ritrovare la patria da dove gli dèi sono fuggiti per sempre. Gli dèi sono stati dimenticati, e anche di «dio» se ne sono perse le tracce, non se ne sa più niente, ed oggi è una questione che interessa gli speleologi e gli archeologi. Oggi non c’è più una «siepe» che delimita lo sguardo, non c’è più qualcosa di solido che ostruisce l’ingresso e il viaggio, tutte le vie sono possibili e compossibili, statisticamente tutte le vie sono interscambiabili perché tutte condurranno, alla fine dei tempi, a Roma, alla mancanza di un fondamento stabile. C’è questa chiaroveggenza nella poesia di Anna Ventura che con il passare degli anni e dei decenni diventa sempre più consapevole. La tradizione nelle nuove condizioni della società mediatica, si allontana sempre più velocemente. Ed ecco che in queste poesie inedite che presentiamo, la poetessa può affermare con candore e semplicità «Siete qui, maestri/ Ascoltati ieri… Finalmente so… La barbarie che è fuori la porta/ Non mi fa più paura./ Attraverso un tempo lunghissimo,/ oltre lo spazio stretto del reale,/ oggi siete chiarissimi/ concreti».

Nel «nuovo» mondo di oggi «i maestri» sono scomparsi irrimediabilmente e la poesia è diventata una questione «privata», una questione privatistica da regolare con il codice civile e da perorare con un linguaggio polifrastico, un linguaggio «interno» che ammicca ad un «metalinguaggio» o «superlingua» qual è diventata la poesia che va di moda oggi. La questione «tradizione» oggi non fa più questione. I linguaggi poetici sono metalinguaggi  prodotto di proliferazione di altri linguaggi polifrastici. Oggi un critico di qualche serietà non avrebbe nulla da dire di questi linguaggi polifrastici o polinomici. Rispetto a tali linguaggi la poesia della Ventura spicca per la sua «nudità», è un linguaggio «nudo» in quanto indifeso, non è un metalinguaggio è un linguaggio.

In un suo saggio su Pasolini, la Ventura ricorda il parere di Moravia:

«Le idee di Pasolini sull’imborghesimento universale e sulla svolta antropologica del consumismo non derivavano da un’osservazione oggettiva della realtà sociale; ma erano l’espressione di un mito con il quale lui con gli anni aveva finito per identificarsi: il mito della età dell’oro della cultura contadina.

…Era inutile che io, per esempio, gli dicessi che i mali di Italia venivano non già dall’industrializzazione e dal consumismo… che, insomma, l’Italia lungi dall’essere distrutta dall’industria non era abbastanza industrializzata e lungi dall’essere troppo consumista, non consumava abbastanza; era inutile, cioè mettergli sotto gli occhi il Paese reale: lui vi sovrapponeva subito il suo mito e facilmente mi dimostrava che la mia diagnosi andava capovolta e che tutto il male dell’Italia veniva dal suo, ahimé, così effimero e ristretto benessere. Adesso mi si chiederà come mai questa razionalizzazione sia pure geniale di un mito letterario e poetico abbia incontrato tanto favore.

Penso che il successo della presa di posizione di Pasolini sia dovuto al momento storico in cui si è fatto avanti come polemista.

Egli ha interpretato la nostalgia di tanti italiani per una età dell’oro situata in un passato imprecisabile ma sicuramente agrario, nostalgia peraltro fatta soprattutto di sgomento di fronte al colossale fallimento storico di questo Paese come Paese moderno».1

È emblematica questa attenzione della Ventura per un poeta da lei tanto dissimile. Solo quattordici anni separano le date di nascita di Pasolini da quella della Ventura, ed è in questi anni che si consuma il divario tra la vecchia Italia contadina e la nuova che sta vivendo la sua industrializzazione a tappe forzate.

In un certo senso è qui il segreto della cifra stilistica della poesia venturiana: la poetessa abruzzese ha vissuto nella nuova Italia della industrializzazione compiuta e del post-sperimentalismo, nel momento in cui il post-moderno era già in via di esaurimento e stava venendo alla luce una società che voleva a tutti i costi chiudere la parentesi della modernizzazione accelerata. Il suo stile segna una sorta di ritorno alla semplicità del pensiero poetante dopo la ubriacatura del post-sperimentalismo e le vezzosità della poesia agrituristica e delle adiacenze dell’io che prenderà piede in Italia già durante gli anni ottanta e che continua fino ad oggi.

1] A. Ventura La multiforme unità di Pasolini, Quaderni di Rivista Abbruzzese, 8, Lanciano, 1977, p. 15

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), le raccolte poetiche Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e La ferita del possibile (Rubbettino, 2016).

28 commenti

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28 risposte a “Il ‘giornalaio’ della critica di Sabino Caronia con una poesia inedita di Anna Ventura e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Quanta saggezza nella poesia di Anna Ventura. E quanto si avrebbe bisogno di questa dote, indispensabile ai folli! Non perché si voglia mettere ordine, inventare nuove regole di giusto e sbagliato, o di bene e male, ma perché a mio avviso solo i folli possono diventare saggi; loro sanno cosa significa essere esclusi e considerati diversi, non gestibili perché imprudenti nel dire la verità. Creano sconcerto, in poche mosse possono mandare in fumo un progetto vantaggioso, cambiare le regole, distruggere certe buone reputazioni… Difficilmente i saggi potranno fare carriera, perché sono folli. I loro insegnamenti non sono sempre graditi alle persone stupide ma furbe, come anche a chi vive troppo di emozione.
    Anna Ventura possiede questa dote rara. La sua poesia mi è indispensabile.

  2. Faccio seguito all’invito di Linguaglossa sul problema della poesia, che è sempre un fatto personale e privato nei confronti di una società in crisi economica e culturale.
    Oggi siamo di fronte ad una manovalanza estetica che immette nel mercato una poesia mercificata come pannolini da China Town. Ognuno può scrivere ciò che vuole, pensare come crede, narcotizzarsi ad ogni occasione, tentare perfino di scrivere poesie come favolette per i bambini iperpiretici per farli addormentare. Non c’è più un luogo sociale, esistenziale, storico, pluriculturale dove connettersi.
    Continuare col Novecentismo linguistico è operazione di enorme spreco, che non ha mai cessato di esistere. Oggi ci troviamo di fronte ad un concerto demagogico e populistico della poesia; come fenomeno sempre più diffuso anche nelle diverse categorie generazionali.
    E’ evidente che tutto questo non può che decretare la morte della poesia, incapace di albeggiare altrove. Si rischia di rimanere nella stagnazione scivolando nella sciatteria, dimenticando la progettualità considerata eversiva, proprio perché ritenuta un attacco all’establishement linguistico dimenticando che ci vuole tanto di senso autocritico del proprio lavoro.
    E’ chiaro che in questi termini la critica ufficiale non può che assentarsi, uniformandosi al culto del replay. Scrive Mario Lunetta in Poesia italiana oggi, Paperbacks poeti- New Compton Editori- 1981, pag. 17 della Introduzione: che ”Bisogna operare per la professionalità che non è puro e semplice professionismo, realizzando nel massimo dell’arbitrio il massimo del rigore, operando insomma per e con una letteratura di poesia che contenga sempre al suo interno polisenso la consapevole teoria critica del proprio prodursi”.
    Quali siano i frutti di un rinnovamento linguistico non si sa. Ma intanto è lecito proporli salvaguardando le aspettative di un popolo in attesa di un nuovo panorama storico e linguistico. Il lettore silenzioso, che non esprime giudizi, è un critico che si autoesclude da una dialettica oziosa e ostativa, in attesa di documenti e tempi migliori. Il Novecento ha indubbiamente il suo peso maggiore senza escludere chi si attiva con le alternanze linguistiche.
    C’è una idea che ci accomuna con la nuova ontologia. Ma anche questa va proposta nei limiti della persuasione estetica, badando ad armonizzare il tutto con un impianto pluricostruttivo attraverso i sistemi collaborativi e interdisciplinari.

  3. Rossana Levati

    Costituisce sempre un dono gradito la lettura delle poesie di Anna Ventura, perciò anche l’inedito di oggi è per me fonte di stupore e ammirazione.
    Il fascino di questa poesia sta forse nel fatto che non è un luogo reale, ossia la tenda del sultano, quello in cui avviene il miracoloso accordo tra i due personaggi, ma un luogo diverso, il regno del sogno e della parola, punto di contatto tra i due personaggi che possono così iniziare un racconto che prosegue anche da solo.
    Anche questa Sherazade sembra condividere qualcosa degli altri personaggi femminili di Anna Ventura, la loro capacità di produrre miracoli, in un certo senso replicando quella capacità di “trasformare” il mondo creando un incontro perfetto tra storia e parola, ed anche tra maschile e femminile, che già abbiamo trovato nelle sue “Streghe”, con cui Sherazade condivide in parte la natura: forse anche Sharazade sarebbe ben accetta in quel paese dove “le mucche fano il latte buono”.

    Non solo lo scenario esotico mi ha fatto pensare alle “Metafore delle Mille e una notte” di Borges (che cito dalla traduzione di Domenico Porzio nell’edizione de “I Meridiani” Mondadori del 1986), ma altri tratti particolari della poesia della Ventura. Dice Borges infatti: “La terza metafora reca un sogno./Agareni e persiani lo sognarono / Nei portoni del velato Oriente / O in verzieri che ora sono polvere / E seguiteranno a sognarlo gli uomini / Sino all’ultimo giorno della vita (…)/ Senza immaginarlo/ La regina narra al re la già obliata /Storia di loro stessi. Affascinati / Dal tumulto di precedenti magie, /Non sanno chi sono. Sognano ancora”.

    Proprio questo territorio del sogno diventa il luogo, per Anna Ventura, dove realmente si incontrano Sherazade e il Sultano, “prigionieri di quelle storie” che se da un lato limitano la libertà di Sherazade (come stupirsene infatti, visto che alle donne spetta sempre, secondo la Ventura, una pozione piccina di libertà, “il minimo per respirare”?) dall’altro le garantiscono l’accesso ad un mondo, come direbbe Borges, in cui sognare è solo un altro modo di accedere alla verità del vivere.
    Ancora Borges: “La quarta è metafora di una mappa/ Di quella zona indefinita, Il Tempo,/ Di ciò che segna la graduale ombra / Ed il perpetuo logorìo dei marmi/ Ed i passi delle generazioni”.
    E’ proprio al Tempo (“le Notti sono il Tempo che non dorme”) che deliziosamente, e con la leggerezza che le è consueta, allude Anna Ventura nel finale: il suo trascorrere silenzioso non ha più neppure bisogno di voci umane e di commenti, è un tempo che ha avvicinato all’ombra e alla polvere i due personaggi , come i borgesiani “passi delle generazioni”, ma il racconto di Sharazade continua, senza bisogno di parole: se i due personaggi hanno imparato a tenersi per mano è certamente ancora Sharazade a saper guidare il Sultano, unica custode dell’ordine segreto che governa il mondo, nell’estremo Labirinto del vivere.

  4. letizia leone

    Le domande che suggellano l’articolo di Sabino Caronia sono domande epocali che ampliano la riflessione su ambiti quali l’autenticità, la verità della parola poetica, l’urgenza di una ricerca sulla lingua, sulla questione linguistica…, sulla coscienza storica, sul margine di azione rimasto alla letteratura e alla poesia di ricerca oggi. E ancora quali e quante le possibilità di sfondamento del muro/mare editoriale e mediatico dei generi standardizzati…e poi quale critica? Il filologo, lo storico della letteratura, il critico a metà tra queste figure più l’analista del contemporaneo, il recensore, il giornalista culturale, il semiologo o il tuttologo che usa tutti gli strumenti dalla stilistica all’antropologia, dalla simbologia alla mitografia, all’estetica, alla filosofia…? Insomma oggi forse si rischia il collasso dei discorsi e delle sovrastrutture…meglio aprire un’edicola e fare il giornalaio della critica, come riporta ironicamente il titolo dell’articolo.
    Ma un punto fermo mi pare emerga dall’analisi di Mario Gabriele: per un poeta è il “senso autocritico del proprio lavoro”, o come afferma Lunetta una “poesia che contenga sempre al suo interno polisenso la consapevole teoria critica del proprio prodursi”.
    Sicuramente una poesia come quella di Anna Ventura ci riconcilia con la lettura e l’interpretazione, è meta-poesia, un pensare poeticamente la parola, la poesia, la letteratura stessa. Un esempio felice della natura speculativa del linguaggio poetico (come benissimo ha esemplificato Rossana Levati) dove l’intenzione emotivo/sentimentale resta sottotraccia e non compromette la consapevolezza gnoseologica del testo, la sua forza comunicativa e conoscitiva.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/03/il-giornalaio-della-critica-di-sabino-caronia-con-una-poesia-inedita-di-anna-ventura-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-53414
    Domanda e Risposta su: Che cosa identifica una poesia da una non-poesia?

    In una recentissima intervista di Mariella Bettarini rivolta ad alcuni autori di poesia contemporanei le cui risposte sono state pubblicate sui n. 106-107 “L’area di Broca”, alla domanda “Come si identifica oggi il linguaggio della poesia?”, rispondevo:

    «Non c’è nessun criterio per identificare il linguaggio della poesia. Ma c’è un concetto. La poesia è una idea che inerisce ad un concetto. Ma, in assenza di un supporto critico credibile e attendibile, chi o che cosa – mi chiedo – riscatterà la «poesia» da questa condizione?».

    Alla successiva domanda della Bettarini:

    Oralità, scrittura, virtualità: come interagiscono i differenti canali nella realizzazione del testo poetico?

    rispondevo così:

    «”Oralità, scrittura, virtualità” non hanno alcuna interazione con la poesia. La poesia di una comunità di parlanti interagisce con la lingua della comunità nel suo complesso e con le condizioni storiche e sociali di quella comunità linguistica».

    La mia convinzione è che rispondere come ha risposto Maurizio Cucchi sia fuorviante ed errato: «Ogni forma o aspetto del reale può diventare materia di poesia», equivale a dire che è inutile munirsi di un filtro, cioè di una poetica in quanto tutto può entrare nella forma-poesia.

    Rilevo come questa posizione panlogistica tipicamente tardo novecentesca aumenti la confusione invece di ridurla, non si sa più che cosa distingua la forma-poesia da una forma giornalistico-mediatica, non tiene conto del fatto che anche la forma giornalistico-mediatica non può contenere tutto di tutto, nel senso che anche la scrittura giornalistca o informativa deve operare una selezione di argomenti e di esposizione, si deve attenere a rigorosi principi guida e a rigorosi limiti tematici ed ermeneutici. Il che mi sembra inequivocabile.

    La mia impressione è che si opera in mezzo ad una confusione concettuale che rende ancora più confuso il criterio per mezzo del quale possiamo individuare la forma-poesia e distinguerla dalla non poesia. In tal senso ci viene in soccorso la domanda chiarificatrice formulata dal «giornalaio della critica», Sabino Caronia:

    «pongo un interrogativo, lo pongo a me stesso e ai lettori: in quale direzione deve avviarsi la poesia contemporanea? C’è una direzione di ricerca privilegiata? Come quella della nuova ontologia estetica? Oppure, tutte le ricerche sono, a parità di diritto, ammissibili ed equipollenti?».

    A mio avviso il nodo di Gordio della problematica è questo: sono tutte le direzioni di ricerca equipollenti?
    A questo punto, la risposta non potrà essere ambigua o salomonica, o ipocrita e generalista, bisognerà rispondere a questa domanda con un «sì, sì», o con un «no, no».

  6. Sento vicino il momento in cui porteremo le poesie di Nuova ontologia estetica verso una ulteriore evoluzione. Perfezionando i punti di contatto della comunicazione daremo all’architettura dei componimenti il senso perlomeno di una migliore stabilità. Anche se, certo, continueremo a a scrivere poesie telescopiche e macchine del tempo – antigravitazionali, magnetiche, traspiranti e cinematografiche…

    A critica militante e critica accademica, vorrei contrapporre l’idea di una critica diciamo così, «evolutiva». La differenza tra moderno ed evolutivo è facilmente comprensibile, ma intanto diciamo questo: che il moderno è dipeso da ideologia consumistica. Riconoscibile dagli “ismi” (tendenze), il Moderno porta a rapido esaurimento le scorte intellettive, i contenuti e le modalità espressive, di determinati periodi culturali e sociali. Di fatto, è idealismo che cannibalizza altri idealismi. Pari a merce di consumo. Aggiungo che anche il post-moderno è in qualche modo un’idea “moderna” – a chi può venire in mente la definizione “post-moderno” se non a un moderno?

    La critica evolutiva, per come la vedo io, prende le distanze dal consumismo e agisce, non per sottrazione ma per sommatoria. Come in buona sostanza è avvenuto nel contesto delle poetiche post-moderne, l’evoluzionismo non nega il passato ma se ne serve in quanto dato-acquisito. Ma, a differenza del post-moderno, l’evolutivo non è citazionista, né tenta principalmente opera imitative o di rifacimento.

    In questo momento, i poeti in vita sono l’ultimo prodotto (dovrebbe essere quindi il migliore) di un antichissimo percorso culturale e sociale. E’ normale che si scriva utilizzando scampoli di classicismo, di romanticismo, di ermetismo, di surrealismo, ecc. Ma la prima cosa da fare sta proprio nel venir via dagli “ismi” del moderno e di quelli passati. Abolirli e servirsene come semplici aggettivi, utili al discorso.

    Grazie alla Nuova ontologia estetica, tutte le strade sono aperte. Finalmente.

  7. Ringrazio tutti gli amici che hanno dato attenzione alla mia poesia “Sherazade”, fornendomi chiavi interpretative che nemmeno io avrei saputo suggerire. Ciò mi riconferma una mia vecchia convinzione; se si pubblica un testo, quello poi camminerà per conto suo, sfocerà nel mare come un delta. Caro Lucio, non mi dire che la mia poesia ti è “indispensabile”, o finirò col fare la ruota come il pavone. So quanto serie siano le tue parole. Grazie sempre a Giorgio, che ci offre uno spazio leggero come una nuvola, trasparente come l’acqua che scorre, necessario per la nostra sopravvivenza.

  8. caro Lucio,
    Gli oggetti sono in sé una produzione di significati.
    Penso che la poesia del prossimo sviluppo della nuova ontologia estetica dovrà ritornare alla memoria degli oggetti, alla capacità che gli oggetti materiali hanno per noi di fissare i significati nel tempo, di restituirli al tempo in quanto tempo condensato e solidificato, con una sorta di risarcimento postumo: restituirci il loro significato intimo di cui non ci eravamo accorti. Che però è stato anche il nostro, a nostra insaputa, nolenti e noenti, durante la nostra assenza, dove non eravamo, dove eravamo. Un individuo e un gruppo riescono a fissare il senso della loro esistenza grazie a una costellazione di oggetti che in qualche modo li hanno caratterizzati in un dato tempo. Per il tramite degli oggetti nel frattempo diventati cose noi possiamo comprendere ciò che li rendeva specifici, individuali, nostri, quando noi non eravamo; e così comprendere ciò che eravamo, e ciò che siamo diventati. Sono la spada e lo scudo di Achille che ce lo hanno consegnato nel nome del mito, gli oggetti parlano sempre nel nome e per conto di un altro, di quell’altro che eravamo senza saperlo, senza volerlo. Per questo penso che la poesia debba fondare una oggettoalgia.
    Possiamo vedere realmente gli oggetti soltanto là dove non ci siamo più. Noi vediamo realmente gli oggetti solo rivedendoli. Rivedere è già capire.

    • I miei sono sproloqui da inguaribile autodidatta. Se non mi aggrappassi alle “cose”, dove i pensieri vanno a depositarsi, mi sentirei perduto. E’ certo però che abbiamo tra le mani molti contenitori da tempo vuoti di significato. Frasi che non dicono più niente. Nomi che non rimandano a oggetti, significati senza storia concreta. Svuotati, rinsecchiti. Eppure basterebbe dire, ad esempio, che l’ermet-ismo (ungarettiano) è tentare l’indicibile. Non si tratta di una cosa superata, è stata e resta una ricchezza. Avrebbe vita. Invece, per molti anni vi è stata una bagarre contro, per venirne fuori. Ma questi erano problemi di ordine politico. La necessità poetica avrebbe consentito maggiore apertura, esperimenti come quelli di De Palchi avrebbero dovuto essere nella norma.

  9. donatellacostantina

    Un commento a modo mio, tra poesia e musica…

    “Sherazade”, nella tradizione letteraria, è una fiaba incantevole e incantata; è una metafora semplice e dunque altissima (se è vero che nella semplicità abita il sublime); una metafora di quel valore supremo che l’immaginazione possiede a difesa della Vita, della sua autenticità, della sua continuità, contro ogni più atroce barbarie. Puntando sulla forza della parola quale strumento immaginifico, ossia su ciò che noi definiamo “creatività”, la coraggiosa Sherazade pone fine all’orrenda vendetta del sultano femminicida. Il suo potrebbe sembrarci un agevole stratagemma, per quanto sofisticato, un elaborato espediente suggerito dall’astuzia; in realtà, esso si configura quale atto altamente creativo, dettato, non solo dalla più viva intelligenza, ma da valori profondi e da una piena consapevolezza della realtà, soggettiva e oggettiva, che si genera da e genera a sua volta, essa stessa, quella fonte di conoscenza, alimentata dalla ragione e dall’esperienza, che noi chiamiamo “saggezza”.
    Nell’atto creativo è il nostro destino: questo ci dice Sherazade. E lei lo compie “miracolosamente”, nell’uno attuando l’altro.
    La poesia di Anna Ventura coglie in pieno la metafora di Sherazade, anzi, vi aggiunge ulteriori significati e valori. La sua Sherazade è donna dotata di risorse e pregi passati inosservati, ma che si rivelano inaspettatamente e decidono il destino di tutti. La Sherazade di Anna Ventura dimostra che la creatività è capace di trasformare in libertà assoluta ciò che si rivela come arida prigionia. Questa donna, la sua donna, ha una valenza catartica e vuol essere di esempio per tutte le donne, affinché salvino se stesse e, con se stesse, gli altri, imparando a “prendersi per mano”. Perciò, la poesia della Ventura è affermazione di Vita, della sua continuità, fino in fondo, con coraggio, a dispetto dell’insidia dell’errore, a dispetto delle trappole disseminate dalla cattiveria, dalla stortura di questo mondo, un mondo, che, come il valletto del Sultano, è “maligno per natura”.

    La fiaba di “Sherazade e le Mille e una notte” fu di ispirazione per Nicolaj A. Rimskij-Korsakov (1844 – 1908), che, nel 1888, compose la celeberrima suite sinfonica op. 35, conosciuta appunto come Schéhérazade. La suite è formata da quattro brani:

    I. Il mare e la nave di Sinbad

    II. Il racconto del principe Kalandar

    III. Il giovane principe e la giovane principessa

    IV. Festa a Bagdad – Il mare – Naufragio della nave sulle rocce sormontate da un guerriero di bronzo

    Le parti sono unite tra loro da un violino solista. A questo proposito, scrive Rimskij-Korsakov:

    «Il programma che mi ha guidato nella composizione di Shéhérazade consiste in episodi separati tra loro: il mare e il vascello di Sinbad, il racconto fantastico del principe Kalender, il figlio e la figlia del re, la festa di Bagdad e i vascelli che s’infrangono su una roccia. Il legame è costituito da brevi introduzioni alla prima, alla seconda e alla quarta parte, e da un intermezzo nella terza scritti per violino solo, che rappresentano Schéhérazade mentre narra al terribile sultano i suoi racconti meravigliosi».

    Bisogna precisare, comunque, che la suite non ha un vero e proprio intento illustrativo, ma si ispira semplicemente alle fiabe narrate per creare dei quadri musicali coerenti in assoluta autonomia espressiva.
    L’orchestrazione è assai complessa, strutturata, innovativa per l’epoca, ricca di colori, poiché il proposito del compositore era quello di distinguersi dalla densità dell’orchestra wagneriana caratterizzata da un cromatismo quasi esasperato, alla ricerca, invece, di una sonorità timbrica personalissima, netta, chiara, con accenti di brillantezza.
    La Suite fu eseguita per la prima volta al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo il 28 ottobre 1988 e diretta dallo stesso autore.
    Nel 1910, Michel Fokine realtzzò su questa musica il balletto, altrettanto famoso, per i Balletti russi.
    Molto altro ancora si potrebbe dire su questa splendida Schéhérazade op. 35…

    Sperando di farvi cosa gradita, cari amici de L’Ombra, vi propongo il
    Primo Movimento, Il mare e la nave di Sinbad (Largo e maestoso. Lento. Allegro non troppo)
    Orchestra Gewandhaus di Lipsia diretta da Kurt Masur.

    Buon ascolto!

    • Sto ancora a sognare….

      Donatella Costantina
      Giancaspero, GRAZIE.

      • donatellacostantina

        Grazie a te, Mauro Pierno!
        Ogni volta che se ne presenterà l’occasione, non mancherò di cercare e di proporre altri nessi, altre utili, anche curiose, corrispondenze tra poesia e musica, in quella formula che ho creato per caso, “Commenti a modo mio, tra poesia e musica”; in pratica, una nota a latere, o meglio, a piè di pagina della Rivista; una chiosa… un germoglio all’ombra dell’Ombra delle parole…

    • Paolo Carnevali

      Un interessante numero quello della rivista “L’Area di Broca” , molte riflessioni si aprono leggendo gli interventi e le risposte di Giorgio Linguaglossa sono un’esempio….
      Molto poetica e sublime “La fiaba di Sherazade e le Mille e una notte”suite op. 35 di Nicolaj Rimskij-Korsakov. Una delle composizioni sinfoniche più amate al mondo, Sherazade è una scintillante evocazione e trattazione musicale della leggenda della moglie del sultano che ha evitato la morte intrattenendo il marito con storie affascinanti. Pieno di atmosfere neo-orientali esotiche e il sapore sottile della musica popolare russa, questo capolavoro lirico rappresenta un punto fermo. Rimskij-Korsakov plasma la musica in un viaggio fantastico: l’immaginazione che contamina la coscienza e ci invita a concentrare l’attenzione sull’esperienza sensoriale delle armonie. La suite orchestrale inizia con la presentazione dei due temi principali, quello del sultano Sahariar, largo e maestoso con strumenti gravi dell’orchestra, preceduto da alcuni accordi lievi di flauti, oboi e clarinetti. Il tema di Sherazade lento è invece sinuoso e sensuale. Ci accompagna nella magia della fiaba. Esprime la sensazione esatta del racconto orientale. Ringrazio per questo tuo richiamo all’ascolto, è vera “poesia”.

      • donatellacostantina

        Caro Paolo,

        sono contenta che tu abbia apprezzato la Suite op.35 di Rimskij-Korsakov. E mi fa piacere che l’hai ascoltata con attenzione, cogliendone i due temi principali (con le varie particolarità di andamento e di strumentazione), che, in sostanza, costituiscono i leitmotiv rispettivamente del Sultano Sahariar e di Schéhérazade.
        Soprattutto sono contenta per te, perché, come io dico sempre: “chi ha orecchio per la musica ha un orecchio in più per la poesia”.
        Ciao… arrivederci al prossimo ascolto!!!

  10. Bisogna avere il coraggio di raccontare nuovamente favole. La favola della poesia, scarabocchiando parole. Ecco, Sherazade è uno scarabocchio. Onomatopeica. Un aborto di poesia. Infondo la nascita del “lei afona e lui sordo” non è altro che la tesi esposta da Mario Gabriele: oggi ci troviamo di fronte ad un concerto demagogico e populistico della poesia; come fenomeno sempre più diffuso anche nelle diverse categorie generazionali.

    • …la saggezza sta negli anni inascoltati.
      Il vuoto della sterilità si è fatta forma.

      Si esibisce a forza un potere del passato che sopravvive negli sparuti e divertiti valletti.
      “Perciò, la poesia della Ventura è affermazione di Vita, della sua continuità, fino in fondo, con coraggio, a dispetto dell’insidia dell’errore, a dispetto delle trappole disseminate dalla cattiveria, dalla stortura di questo mondo, un mondo, che, come il valletto del Sultano, è “maligno per natura”.”

      Un vuoto con sembianze di pieno.

      …e allora sciogliamoli questi vati…

      “Sento vicino il momento in cui porteremo le poesie di Nuova ontologia estetica verso una ulteriore evoluzione.”

      Un grande abbraccio alla Ventura.GRAZIE.

      Aspetto ancora che si realizzi un grande girotondo. Spostiamoci è festeggiamoci.

      VOGLIO UNA GRANDE FESTA NOE!
      (Un nostro solo girotondo)

      GRAZIE OMBRA.

  11. Per il girotondo. Per Anna Ventura che sa scrivere storie incredibili. Per “l’Ombra”…

    -la cancellata chiude alle 18,30-

    alle cinque una panchina. Tre cucchiaiate di gente per i viottoli scoscesi. Posso sedermi? Un ‘ombra qualsiasi. Il giardino è di tutti_rispondo-.

    Non ci sono più le stagioni di una volta-lui continua a dire-. Oggi la pioggia.In un momento gli uragani africani. Suoni superflui all’orologio.

    Sono le cinque e dieci. Il mio corpo non chiede nè cerca la presa dall’intreccio dei rami cadenti . Il volto racconta di vecchi compagni .

    Di brande coperte dalla polvere tedesca. Dico: che palle queste storie inverosimili.Volo su una bicicletta senza ruote. A piedi scalzi.

    Nei cespugli fermi e appuntiti . “La Boheme mon amie ”.L’uomo si alza il bavero fino all’apertura della bocca . Con il pelo strong dell’umido.

    La cancellata chiude alle 18,30. Neanche un saluto. Nulla.

  12. Giuseppe Talia

    Di Anna Ventura apprezzo il dono, che ella possiede, di ribaltare il senso costruito del mondo come lo conosciamo con un nuovo mondo.
    Se il mondo come lo conosciamo, creato, è l’atto con cui Dio ha dato e dà origine a qualcosa distinta da sé, Anna Ventura, invece, rovescia l’immagine costituita, dispettosamente e con perfidia, ne altera il senso, sostituisce i personaggi, i codici etici, i luoghi, i valori e le consuetudini, scaglia la sua “Anastrofe”, sfida il creato, lo annichilisce.

    Come non provare un grande rispetto?

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/03/il-giornalaio-della-critica-di-sabino-caronia-con-una-poesia-inedita-di-anna-ventura-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-53431
    Il secchio dell’immondizia è la mia poetica
    (Giorgio Linguaglossa)

    caro Sabino Caronia,

    se è vero che «il secchio dell’immondizia è la mia poetica», ne consegue che anche il compito del critico sia rovistare in quel medesimo secchio dell’immondizia; in tal senso, tu anche non saresti tanto un «giornalaio della critica» quanto un nautico della pattumiera.

  14. caro Tallia,
    ho ricevuto or ora la cartella esattoriale circa la tassa sull’invisibile che Cesare ha emanato, quel bastardo intende la Kora, lo spazio inoccupato che un corpo può occupare alla stregua delle res e quindi parte integrante del demanio.

    Afferma il mistagogo che anche i poiétes, i quali si occupano dell’incorporeo, debbano contribuire alle folli spese dello Stato romano. Per contro, gli stoici ribattono che l’indicibile non può essere soggetto a tassazione in quanto esso farebbe parte del Lekton, ovvero, l’indicibile, in quanto il dicibile non è né nella mente né nelle cose sensibili, né nel pensiero né nell’oggetto, ma fra di essi.

    Ha ribattuto quel bastardo di De Sideribus che anche l’indicibile, in quanto non ancora detto, rientra a pieno titolo nel dicibile, e che di conseguenza anch’esso debba essere tassato.

    Tutto ciò è sordido, caro amico, il profilo giuridico è ambiguo perché questi mistagoghi mistificano l’ontologia e la logica, e così il tutto è confuso e sibillino come l’acqua che, se ci metti il latte di mandorla diventa giallo, se ci versi la calendula diventa verde, e così via…

  15. Nunzia Binetti

    Certamente come dice, Giorgio, la situazione attuale della poesia è statica , caratterizzata dall’immobilismo della forma-poesia, ma mi risulta difficile non attribuire la responsabilità di tutto questo al fenomeno della globalizzazione, perché è essa, oggi , a catalizzare fortemente ogni campo, paralizzandolo. Non sottovaluterei inoltre un altro fattore – concausa dell’ assenza di una nuova ontologia estetica nella poesia : la lotta ”politica” per l‘egemonia del dominio culturale, presente anche in ambito editoriale, dal momento che l’editoria, come il capitale, svolge ormai una missione culturale soggettiva e, purtroppo, esageratamente arbitraria . Intendo dire che è andata ormai persa ogni possibilità di rappresentare testi autonomi e di conseguenza diffondere una poesia, che non sia un replay ( per citare Lunetta) o incentrata su una progettualità nuova ed eversiva (come anche ben dice Mario M. Gabriele).

    In realtà siamo immersi in un clima di apertura democratica solo apparente, perché ricca di contraddizioni e tensioni messe, d’altra parte, in luce dai sostenitori dei Cultural Studies. Nei fatti, il post-modernismo dello scorso secolo ha determinato il declassamento della cultura e, nello specifico, dell’arte, mortificando la qualità del prodotto autoriale e legittimando, a discapito del primo, ogni ibridazione e ogni pluralità transitoria, finanche in poesia. I lineamenti anti- disciplina, assunti dai post-modernisti, potrebbero anche avere un valore positivo ma solo se non attribuissero un significato politico ad ogni fenomeno di natura culturale, con la ripresa di forme estetiche del passato in ambito creativo e stravolgendo il valore assoluto del senso estetico, cosa che ritengo improduttiva . La poesia va scritta dai poeti, ma chi è poeta se non colui che, già in possesso di una preparazione tecnica di base ( conoscenza della lingua e della sua storia evolutiva nel tempo), dà vita al suo testo, in modo autonomo, lasciando che la parola trascenda ogni consapevolezza e risponda solo alle strutture stabili dell’ inconscio più profondo ? La poesia non è, e non può essere, un prodotto artificiale, copiato di un copiato di cose già conosciute e lette, né costruita a tavolino, ma è esattamente il contrario: un atto, per me, “sciamanico”, portato psichico, libero dal logos razionale, utile( quest’ultimo) solo all’annullamento delle risorse creative proprie dello spirito. Il compito del lettore, e ancor più del critico, sarà poi : cogliere il senso totale del testo , attraverso le sue singole parti , che possono apparentemente sembrare decontestualizzate, e che tuttavia hanno determinato la totalità del testo stesso, finalmente ” altrimenti” scritto ed esteticamente nuovo o irripetibile.

    L’interazione del critico con il testo poetico dovrebbe, inoltre, avvalersi di una capacità ermeneutica (come dice Pasolini), che potrà dirsi autorevole e scientifica, ma solo se avrà compiuto uno sforzo di interpretazione d’ ordine psicanalitico, linguistico o filosofico… e come metodo ,piuttosto che” non metodo”. Non credo opportune, oltretutto, afferenze di complicità nel processo analitico, potendo esse inficiarne la purezza, svuotandolo di senso. Essendomi dilungata molto sulla questione della ricerca di una nuova estetica in poesia e sulla sua problematicità, dirò poco circa il testo di Anna Ventura , che ho avuto modo di conoscere sull’Ombra delle Parole, Giorgio. Il testo magnifica la ” parola”, la rende salvifica. L’autrice, donna, forse non a caso, ha scelto un’altra donna, portatrice del verbo che dona salvezza, vita e piacere, Sharazade. Trovo importante tutto questo. Anna Ventura, poeta, adusa alla parola, si è forse riflessa in Sherazade, protagonista in una antica fiaba d’oriente. Quale modo migliore avrebbe potuto trovare la Ventura per celebrare il suo genere di appartenenza e poi, simbolicamente, la poesia a livello universale ? Un saluto.

  16. Senza nulla a pretendere
    nitriscono in treno le porte,
    i sedili e le voci. Cose appropriate. Tutti che parlano. Fa un rumore fantastico il loop senza ascolto. Questa gabbia ha una scimmia felice.
    E stride.

    GRAZIE OMBRA.

    • Uno show quotidiano
      i guschi di arachidi che il tempo regala.
      La messa è tornata ha un livido viola.
      Ma dove scrivi?
      Sei sicuro che sia un corpo felice? Un palombaro in fine immersione
      scrive lettere enormi
      di onde sonore.
      Sopravvive una sponda, un diapason tiene.

      GRAZIE OMBRA

      (Che poi dite che sono tirato!)

  17. Complimenti, Mauro. Anche per quelle righe lunghe… non te le rubo perché nell’impaginare sono un po’ tedesco, ma mi piacciono. Pochi giorni fa scrivevo dei “rumori acquatici” ma questi tuoi sono più precisi.

  18. Nunzia Binetti

    Mi complimento molto. E’ il genere di scrittura poetica che prediligo…serrata e arcana.

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