Laura Canciani, Poesie da Lo strumento ignaro, Passigli Editore, Firenze, 2018 con una Nota di lettura di Letizia Leone e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Foto divano albero vaso cinese

È l’occhio innevato della tigre

Nota di lettura di Letizia Leone

Laura Canciani è nata a Cermes (Bolzano) nel 1934. Le sue radici profonde sono friulane. Vive a Roma. Ha pubblicato in poesia: L’aquila svolata (Forum, finalista al Premio Viareggio 1983), Da questi occhi (Il Ventaglio, Premio Donna Città di Roma, 1986), Il dono e la meraviglia (Amadeus, 1989), Un bouquet d’ombre (Biblioteca cominiana, 1994), Aperta all’infinito (Biblioteca cominiana, 1998), Lo stesso angelo (Fermenti, 1998), Reato di parola (Manni, 2004), Il contagio dell’acqua (Passigli, 2010). Ha vinto il Premio di Poesia Profezia, Cisternino 1998 e il Premio Renato Serra, Santa Severa 1991. Sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie, tra cui «Storia dell’arte italiana in poesia», Sansoni, 1990; l’Altro (Centro Internazionale Alberto Moravia, 1995); Melodie della terra a cura di Plinio Perilli (Milano, Crocetti, 1997); La donna, gli amori a cura di Gabriella Sobrino e Antonietta Garzia, (Loggia de’ Lanzi 2001); Poesia degli Anni Novanta (Roma, Scettro del Re, 2000) a cura di Giorgio Linguaglossa, e riviste letterarie tra cui «Hortus», «L’Ozio», «Versicolori», «Pagine», «Poiesis», «Arsenale», «Poesia». Hanno scritto della sua poesia, tra gli altri, Eraldo Affinati, Amedeo Anelli, Maria Pia Argentieri, Domenico Alvino, Attilio Bertolucci, Maria Clelia Cardona, Pietro Cimatti, Carla De Bellis, Erri De Luca, Massimo Giannotta, Paolo Lagazzi, Gianfranco Lauretano, Maria Grazia Lenisa, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffìa, Giuliano Manacorda, Mario Lunetta, Cesare Milanese, Renato Minore, Carlo Molari, Francesco Muzzioli, Noemi Paolini Giachery, Elio Pecora, Plinio Perilli, Ugo Reale, Francesco Rivera, Merys Rizzo, Aldo Rosselli, Vittorio Sermonti, Giovanna Sicari, Isabella Vincentini. Ha collaborato con la rivista «Poiesis» con testi critici sulla poesia contemporanea. Una trattazione estensiva della sua poesia è presente in Appunti Critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Scettro del Re, 2002), in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) del 2011 e in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2013), sempre a cura di Giorgio Linguaglossa.

laura canciani 2

Laura Canciani

Esce per i tipi della Passigli questa nuova raccolta della poetessa friulana dopo i libri più recenti, Il contagio dell’acqua (2009) ed Essere nella parola (2014), editi sempre nella stessa collana. Ben individua il prefatore Marcello Carlino, i parametri della precarietà e dell’indigenza entro i quali è orientata la parola poetica della Canciani, in una età come la nostra coniata come post-metafisica. Il questo caso la poetessa opera una “inversione di respiro” con lo strumento ignaro della poesia, cercando di oltrepassare la barriera del disincanto contemporaneo.
Il titolo è incisivo. La parola poetica diventa lo strumento essenziale ed irrinunciabile del rapporto tra coscienza e trascendenza (o infinito presente ed eterno, che dir si voglia). Poesia è intuizione o rivelazione di una lingua sacra dove le cose comunicano la loro essenza, là dove il significato non esaurisce una parola ma ne accenna il lato in ombra, e la apre alle possibilità di una manifestazione…

nella mia Cermes odorosa di mele gialle / serbo tre ricordi come segnali messaggeri.

L’implicito e il non-detto sono costitutivi di una poesia metafisica. Così i dati fattuali di ancoraggio al mondo lievitano in segnali ad alta concentrazione semantica ed energetica, punti di lievitazione, ponti spirituali. La parola, questo «ponte misterioso tra mondo e soggetto» è un lampo per il teologo Pavel Florenskij, una entità anfibia, termine intermedio tra mondo esterno ed interno, in noi e fuori di noi. Dati biografici, interiori e frammenti dell’infanzia articolano, allora, la narrazione di una ricerca, a volte affannosa, di chi vuole ribaltare la posizione atea della modernità, quella fine delle illusioni, quell’intreccio di nulla e nichilismo dell’era del capitalismo globalizzato.
La salvezza viene cercata nella parola, nel verbo divino, nel logos vivo di una poesia creaturale che apre alla sacralizzazione di tutto il creato. Parola come luogo del sacro. Un cammino inevitabile, e direi facile per chi è armato della forza della fede. Questa ricerca necessita inoltre di una potente immaginazione visiva là dove l’acqua, la neve, i paesaggi o gli elementi della natura fanno emergere alla percezione i segni ermetici di una rivelazione in una sorta di trasfigurazione biblica. Scrive Marcello Carlino: «Perciò i frammenti che tornano all’infanzia e ritrovano paesaggi incantati e stupori fiabeschi in un clima di famiglia che fa nido, e rito comunitario, e tiene caldi i cuori, mentre fuori la storia infuria e si satura di soprusi e di orrori…sono riportati più vicini nel tempo, così che si intrecciano con esperienze di vita e di dolore e di inadeguatezze, di incontro col mistero e col sovrannaturale…».
La successione lineare del tempo della contingenza, l’orologio dei giorni, viene abbandonato nel lento trapasso della visione. Può essere la caduta abbondante e libera della neve ad esempio. E la visione è la porta che schiude l’Evento. Evento della Grazia o della Rivelazione.
La successione viene tramutata nella simultaneità in un eterno presente. In questo libro di laura Canciani sono molti i momenti densi e pregnanti nei quali la poetessa riesce a tenere aperto il tempo. Tempo aperto della Grazia e della Rivelazione. Per accenni, naturalmente:

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante
e libera.
la neve si appropria del dorso del gregge metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido
Candido il canto della donna si è chiuso.
Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di fanciulla
sapere toccare il punto d’Omega.

(Letizia Leone)

laura canciani_2

laura canciani

Poesie di Laura Canciani, da Lo strumento ignaro (2018)

Disperatamente mi sono aggrappata
alla nave che sta per salpare:
ho perduto l’ultima nave
per avere la coscienza separata
da tutte le altre creature oppure
ho conosciuto soltanto parte della realtà?
o conosciamo soltanto la diversità
delle percezioni?

Il dolore è una sensazione, ad esempio.

*

Alzare il tiro

È l’occhio innevato della tigre
la traccia che tende
All’inafferrabile compimento.
Lievi ombre ti prendono
Tumultuosamente
un segno dopo l’altro –
Finché il chiarore respira.
Alzare il tiro.
Il sogno ricorre in te,
è il ritmare
del tuo sangue.

*

Penso sempre alla morte.
Al dedalo di fuoco fumo e cenere
Che inzuppa la nostra inobbedienza.
Le tendine della stanza sterilizzata
sono quiete, ma oltre, con precisione,
quell’albero parla e testimonia.
Il legno è misterioso
e il silenzio della gente ancora buona
preoccupa.

*

Ho male alla gola
perché mi afferrano alla gola.
Servono occhi da ogni lato
per scansare, in ruota
ingombrante insuperabile,
la discesa fatta soltanto
di cespitosi scivoli,
dei cicli di gramigna, deformanti.

Dio invece (mi) chiede barricata indipendenza
da ogni creatura, libertà tutta
dall’altre cose che portiamo in volto
in mano.

*

L’acqua è venata di rosa.
È chiamata Fontanarosa per il ferro puro,
quasi un pensiero puro
al centro di un piccolo campo
c’è un ippocampo –
Quali occhi quali parole sontuose ametista
o abbracci tesi spalancati sull’abisso del non so niente?

Per automatismo interiore diranno che questo
Amore
è di tutti
che è goccia e goccia convergente
che è tempo conico,

dalla fontana psichica
il vertice sfocia in tenaglie ferree

*

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante
e libera.
La neve si appropria del dorso del gregge metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido

Candido il canto della donna si è chiuso.

Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di fanciulla

Sapere toccare il punto d’Omega.

*

Milioni di storni sopra la testa
una luna sottile sottile
la densità del silenzio delle nuvole.
Nel vicolo antico di via Baccina si muove
una carrozzina con una testa bionda.

I lampioni sono caldi, rassicuranti.

Abbiamo perduto il senso delle tenebre.

*

Dei miei due o tre anni di età vissuti
nella mia Cermes odorosa di mele gialle
serbo tre ricordi come segnali messaggeri
mentre si rincorrono i tempi e la luna fedele
vola oltre il sacro creato astrale.

La mano calda di mio nonno
tra le spighe fitte fitte di frumento
e avena e il coraggio dei maggiolini
a penzoloni sugli steli altisonanti
piegati per il peso.

La buccia raccolta da mia madre
seduta sul masso di un torrente
delle pere gialle mature, i suoi capelli
neri e casti mossi dal vento di torrente.

Io non so

Io non so parlare non so scrivere,
la prima impressione è quasi sempre
quella falsa.

Sto cercando il mio nome
sto cercando la Verità
i miei piedi gravidi.
Ho sete e fame di alberi

Ho sete e fame di alberi di fiori.
Fiore e frutto di melangolo sbucato
tra selci sedati
come una libertà compiuta.

Respiro col tutto, respiro
con la migliore coscienza possibile.

In esistenza. In annuncio.

Ho cambiato l’occhio

Ho cambiato l’occhio.
Ora d’un tratto
vedo

che conduce a mascherarmi tutta
l’infermità in disordine. Instancabile

attrattiva proiettandomi
attraverso il cielo, il santo
conoscenza che rimane occulta.

Impara la libertà
dalla gratitudine
più che dalla Storia.

Ho il deserto dentro

Ho il deserto dentro.
Nel deserto c’è tutto.
In un giorno c’è tutto.

Com’è bella la rosa che getto.

La terra assorbe l’acqua lentamente.

Anche adesso piove: la pioggia
ha un suono profetico.
Noi parliamo per non udire la Parola.

Vola alto uno stormo.
Il tuo volto cerco.
Il tuo volto cercano
coloro che non lo sanno.

*

Nell’occhio all’improvviso una catena di diamanti
cancella, fatidica, quanto sto leggendo
di brutale orizzontale

prive di infinito le opere sno rovesciate,
un accadimento di putredine,
vano grido di pietre cuore spente

trascurando il sale, i sensibilissimi
fiori sfioriti
cosa stiamo perdendo
cosa stiamo perdendo
della parola che continua a bussare?

Equinozio

Ora aprile ha queste foglie roventi,
riverberazioni istoriate di stragi
e le persiane chiuse dell’anima
neutrale.
un ispessirsi di strepiti
stravolge la linea interminabile
– linea in Dio –
la precipita
e montagne e locuste fuoriescono,
gli occhi ammiccanti i corpi sedotti.
Ebbre sequenze di provette invetriate
Lo spalancato getto di arsura
succhia il mistico sale.

Appunto di Giorgio Linguaglossa

«La poesia di Laura Canciani è nitida come il suo profilo, bellissimo, algido come quello della Achmatova, pura come l’«ippocampo» che appare all’improvviso in una sua poesia. Poesia fitta di scalfitture, di scarti, di deviazioni, di immagini, di retromarce verso un dove che si rivela essere un altrove, e di senso interrotto. Poesia di interrogazioni caute, incaute, pensierose, insidiose, che non conducono in alcun luogo prefabbricato, ordinato, telefonato. C’è come un’insidia che sovrasta e minaccia il quadretto lacustre dei suoi «paesaggi interiori», con quella «fontana psichica» che fa convergere la poesia verso un punto che non è un punto ma una dimensione… di purezza, che si apre, e si chiude. C’è il senso della macchia che sovrasta, c’è la paura del peccato che inquina, c’è la delicatezza, la gentilezza di uno sguardo e la crudeltà di un gesto: «Com’è bella la rosa che getto». Una poesia fitta di psichismi (la «fontana psichica»), di sensazioni e di immagini che si collegano alle sensazioni. Quanto di più difficile a farsi. Dove il non-detto collima con il detto rendendo l’espressione poetica, ad un tempo, antica e moderna, interiore e impermeabile, elusiva e esclusiva. Poesia olistica e solitaria dove possono vivere soltanto cose umili, semplici e insolite, che si difende dall’Estraneo con tutte le proprie povere forze… che tenta di ostruire il passaggio all’Estraneo. Poesia di forze orizzontali che collidono con le forze verticali, fitta di verticalità come un duomo gotico con i suoi pinnacoli algenti.
Una volta ho scritto che la lingua di Laura Canciani anela a ricongiungersi con la «parola» degli angeli; in un certo senso, è il suo modo di far «quadrare» la terra con il cielo, i mortali con i divini, di compiere il Geviert e di poter così tornare ad abitare la terra finalmente resa monda dal peccato e dalla Storia».

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11 commenti

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11 risposte a “Laura Canciani, Poesie da Lo strumento ignaro, Passigli Editore, Firenze, 2018 con una Nota di lettura di Letizia Leone e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

  1. Un abbraccio Giorgio, buongiorno.
    (E a voi tutti.)

    penso che è indispensabile come stai facendo in questi ultimi post spostare lo sguardo su tutta la poesia del panorama italiano. Gli autori tutti.

    Penso, è un pensiero che mi balena da un po’, che bisogna allungare lo sguardo altrove per impedirti, impedirci, di isolarsi. Ricordo il post su Tiziano Scarpa. Bello, di intensa polemica con recupero finale.

    Quello che voglio dire è che il metodo della ricerca deve abbracciare l’idea del convoilgimento. Con tutti. A volte penso che questo sia un tuo pensiero recondito che sull’Ombra venga travisato per pensiero intransigente.Unico.Ahinoi!

    Le regole vanno sempre e comunque contraddette. Una lezione da Voi mutuata.

    Perché non chiedere ad ogni ospite dell’Ombra i propri riferimenti e loro letture poetiche contemporanee?

    Introduci un ospite! Fanne un OMBRA.

    Immagino un OMBRA più inclusiva non esclusiva.

    Ma forse come al solito vado oltre e parlo per inesperienza. A volte sono un inguaribile lapalissiano.

    Per solidarietà al lavoro che fai, che fate.

    Con stima, abbraccio tutti
    Mauro Pierno

  2. Come tutti i mistici, cara Laura, hai abbandonato ogni fede, intesa come dogma e norma epistemica, sai che solo rispettando la trascendenza e il mistero dell’essere possiamo sperare di far parte, ma non di possedere, la verità. Sai che nella dimensione metafisica solo il senso dell’esilio e della nostalgia può orientarci, che ogni desiderio di comprensione è “volontà di potenza”, violenza e distruzione, mortificante sortilegio per varcare il confine dell’ignoto. “Gli dei non muoiono che dello stare in mezzo a noi” (René Char), cioè rinchiusi nel pensiero-linguaggio convenzionale, solo la lingua poetica, come tu dimostri, consente di “seguire le tracce degli dei fuggiti” (Holderlin).
    Consentimi di dedicarti un testo, in cui lo stesso senso di esilio metafisico, da te espresso con meravigliosa spontaneità, si tinge di sogno e visione.

    SPECCHI A PERDIFIATO

    Il tumulto della notte inchiodata ad un addio invisibile

    ha in grembo quella testa enorme gonfia di sogni
    la dondola sospirando fiori

    il Segreto allunga i suoi tentacoli
    ci sfiora ma non ci vuole

    l’ultima santa avanza nelle stanze del desiderio
    pallida d’elevazione

    il Grande Assente ubriaco torna nel quadro
    (guardate come mi assomiglia – grida la serpe uscita dal peyote)

    rubo l’arpista nuda sull’altare intermedio
    (e la nascondo nel sottoscala del Nirvana)

    la ferita sfolgorante trapassa nel salone degli specchi
    (la moltitudine dei risorti sull’imbarcadero
    la invoca ma non sa come amarla)

  3. Marina Petrillo

    All’ombra di un filo d’erba sei cresciuta.
    Come fiocco di neve caduto.
    Il cuore è il tuo cielo e nel sempre ad esso ritorni.

    Hai trascorso in parole il Tempo
    ed ora, umile, ad esso rivolgi il canto.
    Non parli che di Lui.
    Signore nell’aurora.

    Vivi nell’attesa del Verbo
    su te calato a sciame di stelle.

    Nel Giardino dell’Eden non regnava solo il silenzio.
    Nulla accadeva all’ignaro Spirito dell’uomo
    se, come creatura, muoveva il passo.
    Un giaciglio lo accoglieva in grembo di madre.

    La compassione nutre l’essenza di ogni cosa.
    Un piccolo bruco muove i suoi passi.
    Una tenera chiocciola in umida scia si allontana.

    Dell’eterno giuoco complici
    con l’esistere nasciamo a conoscenza divina.
    Ma in questo istante
    non siamo che una striatura velata di amore
    persa tra nubi rosee,
    preludio al cielo della sera.

    All’incanto generato dalla levità della poesia di Laura Canciani, puro soffio incarnato in Verbo. Marina P

  4. Giuseppe Talia

    Fino ad ora io ho sposato la causa NOE e fino ad ora ho capito cosa non è NOE. Mi aspetto di capire cosa è NOE.

    Le poesia di Laura Canciani sono tutte arrovellate sull’Io:

    Disperatamente mi sono aggrappata;
    Penso sempre alla morte;
    Ho male alla gola;
    Dio invece (mi) chiede barricata indipendenza;
    sono più contenta
    di un canto di fanciulla.

  5. Giorgio Linguaglossa

    caro Giuseppe Talia,

    ti rispondo. Hai ragione, la poesia di Laura Canciani è ancora tutta immersa e dipendente dalla ontologia estetica del tardo novecento, non è capace di uscirne e nemmeno si immagina di doverne uscire, l’io è il centro del suo universo, del suo sistema solare, perché l’io è quel pianeta che riceve la luce dal divino, dal sole del divino. Questa è la premessa e la presupposizione della sua metafisica, che poi è la medesima presupposizione della poesia di altri validi poeti cristiani come Paolo Valesio di cui ci siamo occupati in queste colonne. Essi non possono (e neanche si sognano di) mettere in dubbio la centralità (se non la solidità) dell’io senza che tutto l’edificio costruito su di esso non crolli di schianto. La nuova ontologia estetica parte dall’assunto opposto: della assoluta secondarietà del concetto di io. La novità è radicale e, se assunta, comporta tutti i corollari che ne conseguono verso lo sviluppo di una diversa ontologia estetica.

    Mauro Pierno ci ha spronati ad occuparci di «tutti» i libri di poesia che escono per non apparire «chiusi» nel nostro isolamento… ma è quello che stiamo facendo e che abbiamo sempre fatto mettendo sotto la lente di ingrandimento gli aspetti negativi delle concezioni tolemaiche degli autori che assumono il paradigma della centralità dell’io, del metro, del verso libero, del tempo lineare del verso etc. e via cantando…

    • Claudio Borghi

      Il problema non è la centralità o marginalità dell’io. L’io e una realtà, come è una realtà il corpo individuale, come sono una realtà la terra, il sole, e l’impossibilità di autosussistenza di ogni sistema aperto, quali sono l’io, il corpo, la terra, il sole. Proclamando ingenua e obsoleta la poesia centrata sull’io e più avanti quella che concepisce il superamento dell’io in quanto inessenziale, come si trattasse di un progresso, non si riconosce un fatto fondamentale: che ciascun io esiste in una rete di relazioni. Il nichilismo consapevole su cui si fonda la NOE non è un passo avanti rispetto al presunto centralismo dell’io della cosiddetta vecchia ontologia, ma una chiusura nella convinzione di poter giudicare dall’alto la debolezza di chi, dite, all’io ancora crede. La chiave non è l’io, in effetti, ma la relazione necessaria tra i diversi io, la corrente di umanità che circola sempre meno, il senso di meraviglia verso la natura, che rimane comunque oggetto di emozionata contemplazione a dispetto della tecnologia che vorrebbe ingabbiarla e umiliarla, dimenticando che l’uomo, creatura tra le altre, ne fa parte.

      • Giorgio Linguaglossa

        caro Claudio,

        innanzitutto ti dò il bentornato su queste colonne. Qui nessuno ritiene di possedere il Verbo, solo stiamo esplorando una nuova sensibilità poetica. Sono d’accordo con te quando scrivi che «L’io e una realtà, come è una realtà il corpo individuale, come sono una realtà la terra, il sole, e l’impossibilità di auto sussistenza di ogni sistema aperto, quali sono l’io, il corpo, la terra, il sole.»

        Figurati, certo che l’io è una realtà come ci sono miliardi di altre realtà, quello che la vecchia ontologia non riesce a comprendere è che l’io non è più il luogo del cosmo privilegiato dal quale produrre quelle proposizioni linguistiche che definiamo poesia; l’hai detto bene tu, l’io è «una realtà» tra le tante, non più il «luogo» privilegiato più privilegiato dell’inconscio che ci abita o della lingua che noi abitiamo… lo schema logico: soggetto + predicato + complemento che sorregge le lingua moderne non è una struttura universale, tanto è vero che ci sono delle lingue che non adottano questa struttura; una struttura può essere cambiata, possiamo esprimerci altrettanto bene omettendo il soggetto declinato alla prima persona singolare del tempo presente passato e futuro, perché si tratta di una semplice convenzione linguistica costruita per rendere migliore la comunicazione tra gli uomini, ma non è detto che noi dobbiamo adottare in poesia questa struttura di sana pianta, non è un dogma, possiamo impiegare questa struttura in nuove modalità, come del resto già la lingua consente, adottando cioè la struttura nominale del discorso… saltando cioè il predicato, o il soggetto…

        Inoltre, la nostra piattaforma non è una «chiusura» rispetto alle ontologie estetiche del novecento, ma una apertura a nuove formulazioni della ontologia estetica del novecento.

        Mi scrive la poetessa Marina Petrillo:

        «…Soavi le poesie del poeta Laura Canciani….NOE. Nuova ontologia estetica, taluni vogliono creare una gabbia convincente… Come se la Poesia potesse asservirsi ed entrare in uno spazio. È infinita, come scorgere i confini… Un nuovo modo di intenderla è quasi marginale rispetto alla sua sacra natura. La si può accompagnare nella forma, diversa nelle epoche ma, se ci si astiene dal perdurare della Forma, torna l’interrogativo. Cosa sia la Poesia in assenza di Tempo. Continuo la meditazione su tale concetto aiutata da una influenza che “ancor non mi abbandona”.»

  6. Giorgio Linguaglossa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/19/laura-canciani-poesie-da-lo-strumento-ignaro-passigli-editore-firenze-2018-con-una-nota-di-lettura-di-letizia-leone-e-un-appunto-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-53146
    Adorno e Horkheimer hanno scritto questa frase in Dialettica dell’Illuminismo (1947):

    La valanga di informazioni minute e di divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce nello stesso tempo”. Leggendo queste parole mi viene fatto di pensare agli artisti agli scrittori e ai poeti di oggi, che sono ad un tempo «scaltri» e «stupidi»…

    È Odisseo colui che usa il linguaggio a fini propri,
    che impiega il linguaggio secondo una «nuova ontologia pratica», e una «nuova ontologia estetica», chiama se stesso «Udeis» che in greco antico significa «Nessuno». Impiega il linguaggio nel senso che lo «piega» ai propri fini, a proprio vantaggio. Affermando di chiamarsi «Nessuno», Odisseo non fa altro che utilizzare le risorse che già il linguaggio ha in sé, ovvero quello di introdurre uno «iato», una divaricazione tra il «nome» e la «cosa», una ambiguità; Odisseo impiega una «metafora», cioè porta il nome fuori della cosa per designare un’altra cosa. I Ciclopi i quali sono vicini alla natura, non sanno nulla di queste possibilità che il linguaggio cela in sé, non sanno che si può, tramite il «nome», spostare (non la cosa) il significato di una «cosa», e quindi anche la «cosa».

    La poesia di Omero altro non è che l’impiego della téchne sul linguaggio per estrarne le possibilità «interne» per introdurre degli «iati» tra i nomi e le cose, e il mezzo principale con cui si può fare questo è la metafora, cioè il portar fuori una cosa da un’altra mediante lo spostamento di un nome da una cosa ad un’altra. È da qui che nasce il racconto omerico, l’epos e la poesia, dalla capacità che il linguaggio ha di dire delle menzogne.

    • “È da qui che nasce il racconto omerico, l’epos e la poesia, dalla capacità che il linguaggio ha di dire delle menzogne.”

      Nel ventricolo del cielo la striatura del tempo
      percorre col gettito di una stampante il cielo

      ……………i………………g………………….t……………………………………………………..f…………….u……………mmm……….

      GRAZIE, OMBRA

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