Lodovica San Guedoro, Le memorie di una gatta – romanzo Felix Krull Editore, (2018)  pp. 288  € 17.56 con una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

 

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romanzo che utilizza l’artificio retorico del mondo alla rovescia

Attraverso l’artificio retorico del mondo alla rovescia che richiede la complicità disimpegnata del lettore, Lodovica San Guedoro rivela in questo romanzo la sua capacità di scrittura che mette a fuoco le intenzioni umoristiche e l’innocua vanagloriosa caricatura delle pose e delle manie degli umani, la loro logica illogica e irrazionale. Leggiamo un incipit:

«Domani è oggi. E siccome, a differenza dell’altra notte, questa ho dormito saporitamente, non vedo ostacolo a mettermi all’opera. Il titolo poi è deciso, niente più ripensamenti, sarà appunto:  Le memorie di una gatta.

«Ho deciso anche che queste memorie le scriverò come se le raccontassi davvero a un amico, standomene magari raggomitolata di fronte a lui su una panca, all’ombra di un pergolato di vite, in un lungo pomeriggio d’estate, o accanto al fuoco del camino, nel corso di numerose veglie invernali.

Non ricordo quasi niente della mia primissima infanzia e i pochi ricordi che ho sono avvolti in una nebbia fitta e tremula, dalla quale emergono un attimo per riaffondare, poi, lasciandomi interdetta: sono ricordi o sono immagini suggerite dai racconti della mia padroncina? Questo non lo capirò mai.

Comunque, lei ha accennato più di una volta alle mie nobili origini. Sono nata a Firenze, nella casa di una nobildonna, in un palazzo dai muri possenti come quelli di un castello, e il pomeriggio che i padroncini mi vennero a prendere, la stanza, sul cui pavimento di pietra giacevo insieme ai miei fratelli, era tenuta in penombra.

La mia madre carnale era un’imponente persiana dal pelo rosso ruggine, che, mentre i miei padroncini confabulavano sulla scelta da fare, e anche quando il padroncino, mettendomi una mano sotto la pancia, mi sollevò da terra per non ridepormi più, non mostrò mai il suo viso. Se ne stette di spalle, immobile come un idolo, la nuca potente e fiera molto simile alla mia, dice la padroncina con un sorriso significativo.
[…]
Di mio padre non so altro che doveva essere un gatto comune, probabilmente nero, perché io sono venuta fuori nera. Si sa come vanno queste cose: la castellana sarà stata attratta dal fascino popolaresco, dai modi un po’ rustichelli, ma freschi e vivaci… ».

Non è possibile immaginare un incipit più screanzato e disincantato. È un racconto pirotecnico che mi ricorda uno straordinario racconto di Daniil Charms, Diario di un cane, degli anni Dieci, ancora mai pubblicato in Italia, dove è un cane che osserva e descrive le azioni degli adulti russi tentando di darne una spiegazione, ovviamente, canina. Un altro famoso precedente di questo genere letterario è senz’altro Cuore di cane di Michail Bulgakov, scritto nel 1925 e pubblicato, per via della censura, nel 1967. Il racconto tratta delle vicende bizzarre che capitano al cane randagio Pallino, il quale salvato dalla strada e curato dall’eccentrico e rispettabilissimo dottor Filip Filippovic, ci mostra dapprima Mosca e le sue strade, poi la casa e lo studio del Luminare, dalla bassa e olfattiva condizione di cane. Non appena adattato alla nuova condizione di animale domestico, arricchito perfino di collare di famiglia, il povero Pallino scopre che la causa della benevolenza nei suoi confronti non era motivata dalla ricerca di un animale domestico, ma invece, dall’esigenza di una cavia per un insensato e originale esperimento: trapiantare nel corpo di un animale l’ipofisi e le ghiandole seminali di un essere umano morto.

Qui invece il personaggio è una gatta, le sue memorie sono le sue idiosincrasie che ci offrono il panorama repertorio del mondo degli uomini di oggi, il mondo del capitalismo urbano dell’Occidente visto con gli occhi di un animale domestico che ben conosce i difetti e le poche virtù degli umani. Quello che ne esce è un racconto frivolo e leggero, disincantato, della leggerezza dell’essere del mondo umano; gli esseri umani sono visti come coloro che passano il tempo a menar il can per l’aia, cioè a non concludere nulla di importante, che si occupano di questioni quisquilie, di questioni del tutto secondarie; il racconto procede con gli incontri con «il gatto rosso» e un «ombrello nero», con i gatti randagi, con un combattimento con la lucertola, e poi di una infinità di altri eventi come l’incontro con un adulto che ha un macchinone, il Signor Olibòni che ha una macchina grande «con due mandibole di ferro» che fa un chiasso del diavolo. Leggiamo un brano:

«Dopo Olibòni, apparve un ragazzotto basso e rotondo come una botticella, con i capelli neri come verniciati sulla testa e i pomelli rossi ben risaltanti, quando rideva.

Questo era più simpatico degli altri due e non era vestito di sacchi.

Veniva con un’automobile che si trascinava dietro come il recinto di un orticello, dentro il quale notai che poteva esserci di tutto: potevano esserci sacchi di carta gonfi di chissà che, bastoni simili alle zappe, ma con la parte di ferro larga, ferri chilometrici, tubi più grossi di quello usato dai padroncini per innaffiare le piante, una specie di pentolone, una volta c’era pure, tutto incrostato di terra e senza coperchio, con un tubicino nero sottile molto lungo che gli usciva da dietro…

Un giorno, insieme a lui, spuntò un altro giovanotto.

questo era biondo e alto, ma con una faccia insipida e presuntuosa.

Che voleva? Boh!, non saprei proprio.

A mezzogiorno, lo trovai seduto a tavola insieme a Pirisinu (così si chiamava il primo) e ai padroncini, che anche loro non sembravano entusiasti di lui…».

[…]

«Mentre succedevano tutte queste cose umane e disumane, mentre tutti parlavano e nessuno creava, mentre nel mondo, in definitiva, non succedeva un bel niente, perché in verità, sotto le spoglie di un gran daffare, regnava solo Madama La Morte, la Natura meravigliosa si era rinnovata e cresceva.

Cresceva e cresceva in modo stupefacente, senza chiedere permesso a nessuno, senza sprecare parole, nei prati e nei boschi; e anche negli orti, con poco aiuto e vitalità smisurata, costruiva prodigiose architetture di foglie, che con gagliarda fantasiosità davano l’assalto al cielo, mostrando agli uomini che, se avessero voluto, avrebbero potuto fare altrettanto: creare, cioè, e non distruggere e oziare.

Questo glielo avrebbero potuto far capire anche le sinfonie di Beethoven e i concerti di Mozart, che come foglie di una foresta sublime crescevano anch’essi potenti e leggiadri, scherzosi e ridenti, verso il cielo, il cielo, che non a caso è infinito, il sogno, il sorriso, la poesia, la libertà…

Ma che capivano gli uomini? Un bel nulla! Avevano smarrito il comprendonio, e facevano come se non lo avessero mai avuto, come se prima di loro tutti fossero stati altrettanto stupidi e grigi.

e dimenticavano le parrucche e le calze bianche e gli scarpini, i nei finti e i merletti, gli spadini e le labbra colorate di rosso, dimenticavano quanto fossero liberi e briosi, già nel vestire, i loro antenati.

Ve lo figurate, voi, oggi, un uomo con gli orecchini e il rossetto? Farebbe solo scandalo.

Tutto questo l’ho detto per dirlo… È come se non fosse stato detto.»

 *

Il romanzo di Lodovica San Guedoro ha dunque per protagonista una gatta, i suoi pensieri, le sue elucubrazioni, le sue reazioni di fronte alle azioni inspiegabili degli umani. La scrittura valorizza le atmosfere fitte di dettagli, usa una lente che ingrandisce i luoghi dove sono costipati quegli oggetti misteriosi che sono gli esseri umani, i loro discorsi e i loro progetti che la protagonista recepisce per ciò che può capire una gatta, secondo una psicologia gattesca; gli accadimenti sono vissuti come un accatastarsi di eventi inspiegabili, collegati paratatticamente ma scollegati logicamente, ne deriva un mondo privo di metafisica, privo di sfondo e di fondo, un mondo senza profondità dove, sembra assurdo, la vera profondità è data dal racconto della gatta, dai suoi sgnaulìi, dai suoi pensieri sgrammaticati che bene illustrano, per contrasto, la goffaggine di quell’inspiegabile mondo degli umani. La gatta va felice e fiera del proprio ozio, gaia di aver compreso il segreto per compiacere gli umani, le piccole truffe, i piccoli espedienti che però le consentono una vita migliore: come accaparrarsi la fiducia e la benevolenza degli umani.

Il romanzo si rivela davvero interessante e leggibile per via della fugace solennità della scrittura, che sfocia agevolmente nell’iperbole e nelle situazioni catacretiche e nella leggerezza dei capitoli brevi e rapidi. È un mondo visto à rebours, come da un cannocchiale rovesciato attraverso il racconto pur sempre efficace ed effimero di una gatta svagata, distratta, ragionevole pur nella irragione del mondo di oggi.

(Giorgio Linguaglossa)

lodovica-san-guedoroda una intervista di Lodovica San Guedoro

Lodovica San Guedoro, scrittrice di origini siciliane, per affermarsi ha dovuto espatriare, culturalmente, in Germania, dove gli editori l’hanno subito corteggiata mentre in Italia non era mai stata tenuta in considerazione. Ci ha raccontato questo e altro nella intervista che pubblichiamo, compresa l’esperienza, negativa, con “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”, al Premio Strega, per il quale era stata candidata da Dacia Maraini e Maria Rosa Cutrufelli.

Ci parli un po’ di lei…

Sono nata a Napoli da genitori siciliani. A Napoli frequentai la Teresa Ravaschieri, l’Istituto Francese e la Fiorelli. A Roma, il Liceo Classico Manara, partecipando come simpatizzante dell’estrema sinistra ai moti studenteschi. Femminista della prima ora, feci parte del collettivo ultra di via Pompeo Magno. I miei studi di Filosofia alla Sapienza furono troncati dall’emergere di una forte vocazione letteraria. A meno di vent’anni volai a Parigi, dopo aver fatto il necessario gruzzolo al Liceo Linguistico di via Boncompagni con delle supplenze in Filosofia e Inglese. Poi sorse l’amore per la Letteratura tedesca… e ci fu l’incontro con Lerchenwald. Giovanissimi, lasciando tutti stupiti e interdetti, ci sposammo. Ben presto abbandonammo Roma e ci trasferimmo in campagna, tra Siena e Firenze. Sette anni bucolici, sette anni di creazione e di artigianati vari, tra cui l’apicoltura, di veglie con i vecchi, di giochi coi bimbi dei contadini… e di inutili tentativi con le case editrici. Dopo aver infine pubblicato in proprio un giallo letterario dal titolo “Incitazione a delinquere”, la lentezza con cui gocciolavano le recensioni mi esasperò al punto da spingermi all’esilio. Appena toccato il suolo tedesco, tre case editrici (tedesche naturalmente) chiesero l’opzione per il sunnominato romanzo. Mi decisi per la più prestigiosa, la Luchterhand, che era fornita di un netto profilo letterario. Ma, a traduzione fatta, questa fu improvvisamente venduta, e dovetti correre ai ripari offrendo il libro alla Nymphenburger, di taglio più commerciale. All’edizione hard cover seguì la pubblicazione a puntate sulla Westfaelische Rundschau e l’edizione tascabile nella Ullstein. Seguì, sempre nella Nymphenburger, una raccolta di racconti, l’edizione tascabile degli stessi, e seguitò il silenzio delle case editrici italiane…

La congiuntura mondiale era già allora fortemente antiletteraria, ma la mia vena creativa era troppo grande. Scrissi un dramma radiofonico, replicato più volte dalla Wdr di Colonia. A quarantott’anni tentai di mutare pelle e, trapiantatami a Vienna, mi diedi al teatro: commedie, un dramma fantasmagorico dedicato al Burgtheater, collaborazioni con riviste italiane, discese ricorrenti in Italia: ma l’unico risultato tangibile delle mie fatiche rimane una splendida lettura scenica de “La vita è un sogno” al Teatro Argot di Roma.

Ristabilitami, dopo tre anni di Vienna, a Monaco, pensando seriamente alla posterità, la prima cosa che feci fu di mettere al sicuro le mie opere, edite e no, nella Sezione  Manoscritti e Rari della BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): i tempi erano davvero bui e magari un incendio avrebbe potuto annientare tutto.

Poi un bel giorno incontrai un garbato e colto signore tedesco che mi confidò di avere da tempo giocato col pensiero di fondare una piccola casa editrice controcorrente: nacque così  Felix Krull Editore, presso il quale sono apparsi via via tutti i miei successivi libri e anche alcuni del tempo anteriore.

2 commenti

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2 risposte a “Lodovica San Guedoro, Le memorie di una gatta – romanzo Felix Krull Editore, (2018)  pp. 288  € 17.56 con una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    L’idea di “mondo” che da Lodovica San Guedoro a me giunge,anche attraverso le riflessioni che Giorgio Linguaglossa fa su Le memorie di una gatta, la percepisco non distante da quella di ‘ Il mondo ‘ di Ewa Lipska,
    che qui di seguito propongo (chiedo conforto su questa mia tesi allo stesso Linguaglossa e se possibile alla stessa Lodovica San Guedoro):

    Ewa Lipska
    Il mondo

    «A volte sei bello. Un vestito cosmico.
    Un guardaroba celestiale di paesaggi.
    Del tuo corpo si occupano gli eruditi.
    Gli studiosi di elementi.

    Qualcuno prevede sempre la tua fine.
    Non hai parenti stretti. A chi
    lascerai tutto questo? Pianeti ficcanaso
    forse ne avrebbero voglia.

    Sei eterno? L’odore
    della stagione morta lo nega.
    La menzogna a volte ha ragione.
    Ce la farò senza di te.
    In fondo non mi hai promesso nulla.
    Non so nemmeno
    se è la storia che ha creato noi
    o se noi abbiamo creato la storia.

    Se siamo solo l’eco
    di un cuore altrui»
    gr

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/10/lodovica-san-guedoro-le-memorie-di-una-gatta-romanzo-felix-krull-editore-2018-pp-288-e-17-56-con-una-nota-di-lettura-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-52476
    dedicata a Lodovica San Guedoro.

    Una mia poesia in forma di evento.
    Una mia poesia in forma di allegoria scritta molti anni fa che ho ripreso e riscritta in distici.
    La forma allegorica richiede una tematica di tipo mitico, deve narrare un evento assoluto, il racconto di una esperienza assolutamente singolare che può essere fatta solo in sogno o in un’altra esistenza.
    La forma allegorica tratta una singolarità, di un personaggio che tenta l’assoluto, lo sfondamento dell’orizzonte degli eventi, di andare al di là delle Colonne d’Ercole degli eventi umani. Ciò che Ibn Sahid esperisce è una esperienza dotata di singolarità che può essere fatta soltanto in una dimensione estrema, ai limiti della sopportazione umana: nel circolo polare artico. Per raggiungere questa esperienza estrema abbandona la dimensione degli uomini e si avventura verso l’ignoto…

    Ibn Sahid, cacciatore di centauri

    nelle regioni del Polo Artico abitano i centauri;
    ircocervi dalla testa umana che si nutrono di pesci,

    nuotano sotto il ghiaccio del mare
    e dimorano in ampie schiere, liberi di essere felici.

    Fu così che Ibn Sahid, commerciante di pelli
    e viaggiatore instancabile, arruolò mercenari,

    affittò i bianchi cani dell’artico, silenziosi e fedeli,
    slitte veloci e si pose alla ricerca di quegli esseri mitici

    di cui le fonti narrano, per accenni e allusioni,
    della loro misteriosa felicità.

    Sui monti innevati Sahid scorse migliaia di orme ad uncino,
    probabilmente, le impronte di centauri al galoppo,

    ininterrotti sentieri di tracce che la neve assottiglia.
    Ibn Sahid, cacciatore di mostri, dall’alto dei monti

    osserva le tracce dei centauri
    che la tormenta ricopre con un lenzuolo di neve.

    Quando scema la tormenta, tutto scompare.
    resta il sogno…

    nel terreno le tracce dei cacciatori di frodo
    che scalano, all’incontrario, i pendii dei monti innevati

    Come id quod cuique èvenit, l’evento è sempre hic et nunc. Un fulmine ha colpito un albero nella notte, io lo vedo al mattino: il fatto, ove sia per me un evento, non lo è se non in quanto l’evènit si fa attuale in un èvenit e l’albero non è uno dei tanti punti dello spazio ma il mio hic. (…) è chiaro che non sono l’ hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che localizza l’hic e temporalizza il nunc. (…) Nella mentalità primitiva… spazio e tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario. Il mito ha sempre forma storica, ed è nei tempi in cui l’evènit del mito si rifà èvenit nel rito, che i luoghi e gli oggetti sacri sono sentiti per eccellenza augusti. Lo stesso vale per noi: nella nostra vita i luoghi hanno tutti una data, e sono reali solo in quanto e nelle dimensioni in cui quella data è attuale e presente come evento. Solo per questo «le cose» possono essere sentite come eventi e i nomi confondersi con i verbi. Ma sul piano obbiettivo della coscienza il rapporto si rovescia, perché lo spazio è rappresentabile.

    Sulla chiusura della Forma

    La reazione dell’uomo a questo emergere del tempo ed aprirsi dello spazio creatigli dentro e d’intorno dall’evento, è di dare ad essi una struttura e chiudendoli dare norma all’evento.
    Forma è ciò che i greci da Omero a Plotino chiamarono eidos, ed eidos è la «cosa veduta», e assolutamente veduta. Ciò che la caratterizza è l’essere «per sé». Solo essa è per sé, e quello che è lo è in se stessa e per se stessa, ed esclude la relazione. Come tale esaurisce la sua essenza nella sua contemplabilità: tutto quello che essa è, è contemplabile, e ciò che in essa non è contemplabile, non è.

    Ma la contemplabilità non esaurisce la loro essenza, è solo un mezzo per attingere ciò che in esse non appare, e che per sua natura esclude ogni contemplabilità e può essere solo vissuto: sono symbola e non eide, forme eventiche e non le «forme».
    «Simbolo» (da symballein, «mettere insieme») è in origine la tessera ospitale, di cui ciascuno dei due ospiti conserva una parte. Separate, le due parti non significano nulla, il loro significato non l’acquistano se non nell’atto in cui vengono «messe insieme». Lo stesso vale per il mito e di tutte le forme date all’evento. Ciascuna di esse, resa separatamente, è una figura, ma il suo significato non è in quella figura, cì nell’unione con l’«altro» che la giustifica e che essa ha la funzione di rifare presente. Se questo «altro» fosse rappresentabile, avremmo l’unione di due figure, e quindi l’allegoria. Ma il mito non è allegoria.
    «L’altro» è l’evento, e cioè un èvenit, che è sempre hic et nunc e sempre è centro di un periechon infinito, e che pertanto non può essere che vissuto. (..) l’hic nasce dal nunc.

    dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte Neri Pozza, 1968

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