Poesie di Lidia Popa, Marina Petrillo, Valerio Magrelli, Alfonso Cataldi, Edith Dzieduszycka – La struttura del distico, Il distico tra Logos e Phoné, il Quadridimensionalismo, il Kitsch, con il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

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La struttura del distico è la più elementare struttura relazionale

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La struttura del distico

La struttura del distico è la più elementare struttura relazionale, è la base di tutte le altre strutture, è anzi la superstruttura che tutto struttura. All’interno delle due linee, c’è il vuoto, quel vuoto che «sostiene» le linee delle parole. Voglio dire che può scrivere in distici soltanto chi percepisce nitidamente la presenza del vuoto tra le due linee. Soltanto un poeta della nuova ontologia estetica può avere quella sensibilità che gli permette di scrivere in distici, perché lui sa per istinto, percepisce per istinto la presenza del vuoto.

Così ho scoperto che moltissime tra le mie poesie riuscivano molto meglio se le suddividevo in distici perché con quella struttura il testo acquistava maggiore leggibilità e forza polisemantica, e mi erano più chiare anche le zeppe o le parole di troppo che avevo messo in precedenza; in sostanza, la struttura mi forniva la guida per la iscrizione delle parole, una guida molto più funzionale di altre strutture che invece mi complicavano la scrittura e non mi permettevano di distinguere là dove avevo detto troppo o troppo poco. E così ho scoperto che il distico mi forniva un regolo formidabile.

L’effetto di straniamento è l’esercizio spirituale del poeta della nuova ontologia estetica, accondiscendere attivamente alla pratica dell’effetto di straniamento sancisce la ingovernabilità dello stato di estraniamento permanente, un vero e proprio abito di vita, una pratica ascetica di vita.

Il distico tra Logos e Phoné

In sostanza, a mio avviso, chi adotta il distico (Mario Gabriele mi corregga se vado fuori binario), lo fa nella piena consapevolezza di impiegare una forza impositiva, astringente, costrittiva che esercita pressione sulla libertà e la sregolatezza della «voce», la quale invece è una forza dirompente, esplosiva, che tende a rompere, spezzare la pressione che il distico esercita con il semplice fatto della presenza della «gabbia».

Scrivere in distici implica la coscienza di mettere in competizione due forze contraddittorie e divergenti, implica la scommessa che le forze in competizione trovino un punto di equilibrio, sempre mutevole e sempre temporaneo, punto di equilibrio quindi fragile, precario. Sono quindi portato a pensare che una tale struttura sia particolarmente adatta a filtrare i contenuti stilistici (gli spezzoni stilistici) del post-post-moderno (non saprei come chiamarlo in altro modo), spezzare l’andamento elegiaco di cui purtroppo è zeppa la poesia italiana di questi ultimi decenni.

Gli elegiaci e i neo-veristi nostrani invece non hanno alcuna consapevolezza del problema costituito dal plesso storico delle forze stilistiche in competizione; letteralmente: non vedono il problema, e quindi procedono dritti verso l’elegia e verso la poesia direzionata dall’io con una sensibilità monocorde e acritica.

Non dico che la struttura in distici sia l’unica struttura a nostra disposizione, dico solo che è una struttura «regolativa», «normativa», «pattizia» che, per esistere, ha bisogno della forza contraria costituita dalla «voce» (la phoné). Il Logos per esistere ha bisogno della phoné, ma è vero anche il contrario. Il poeta dotato di senso critico e di senso storico non può sottrarsi alla sfida della complessità che le due forze in competizione gli offrono. La nuova ontologia estetica non fa altro che sondare le possibilità espressive che si dischiudono con questo modo di intendere la struttura regolativa del distico.

Il factum loquendi, il mero fatto che qualcuno parli in una lingua o in un’altra, è un fatto misterioso, che non può essere spiegato ma deve essere dato per presupposto. Se si dà il factum loquendi ciò implica che vi sia un soggetto parlante, solo la voce, la phoné può dar luogo al factum loquendi, la phoné significante, non il puro suono, il suono animale, il quale non significa nel senso del linguaggio umano.
Il factum loquendi che avviene in poesia comporta il fatto che qualcuno parli e che parlando un linguaggio esso non significa propriamente quella cosa che indica perché il linguaggio poetico mostra ma mai indica, come avviene invece per il linguaggio referenziale. Il linguaggio poetico mostra il factum loquendi di un mondo che si apre alla comprensione.

Riprendo la poesia di Valerio Magrelli (da Sangue amaro, 2017) postata sopra da Gino Rago quale esempio di Kitsch:

“La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione

di un astro irresistibile, centro di gravita
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,

irreale invenzione di chirurgia, ideale
sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.”

È chiaro che qui l’autore si ferma al «dicibile», tutto ciò che il componimento dice, lo dice subito e lo capiamo subito. Tutto è stato «detto», non è rimasto nulla al di fuori del «detto». A fine lettura abbiamo la sensazione di aver compreso tutto e che nulla sia rimasto inespresso, come accade per un articolo di giornale che, una volta letto, possiamo tranquillamente voltare pagina. Il componimento di Magrelli è Kitsch in questo senso, non va e non pensa neanche di andare oltre il «dicibile» perché non sospetta che vi sia un altro «dicibile» che non è ancora stato «detto».

…però, nel concetto di lékton degli stoici, del «dicibile», vi è compreso anche l’«indicibile», perché altrimenti, se tutto ciò che è «dicibile» equivalesse al «detto», non ci sarebbe più bisogno della lingua, essendo tutte le cose già dette confluite nel detto e, quindi, nel dicibile. Ma siccome non tutto il «dicibile» è composto dal «dicibile» ma comprende anche un quid di «indicibile», ecco che appare chiarissimo questo nostro concetto di «dicibile» che comprende anche una quota di «indicibile», altrimenti la lingua, anzi, il linguaggio, cesserebbe semplicemente di esistere. La voce, la phoné, può aver luogo soltanto dal togliersi del linguaggio. Il sorgere della voce è il togliersi del linguaggio. «Noi parliamo sempre all’interno del linguaggio e parlando di questo o di quell’argomento, predicando qualcosa di qualcosa, dimentichiamo ogni volta il semplice fatto che ne stiamo parlando. Nell’istante dell’enunciazione, tuttavia, il linguaggio non si riferisce a nessuna realtà lessicale né al testo dell’enunciato, ma unicamente al proprio aver luogo. Esso fa riferimento soltanto al suo aver luogo nel togliersi della voce, si tiene in relazione negativa con la voce che, secondo il mito, sparendo, gli dà luogo. […] Dove voce e linguaggio sono a contatto senza alcuna articolazione, là avviene un soggetto, che testimonia di questo contatto. Il pensiero che si rischia in questa esperienza deve accettare di trovarsi ogni volta senza lingua di fronte alla voce e senza voce di fronte alla lingua».1]

La poesia, l’arte, si occupano in primissimo luogo di percepire e dire, per il tramite della voce, nel «dicibile» quella quota di «indicibile» che è già nel linguaggio. È ovvio che la finalità della «nuova poesia» sia quel «dicibile» che comprende in sé una maggiore quota di «indicibile», dare voce a quell’«indicibile» che appartiene al «dicibile». La poesia deve arrischiarsi di giungere in quel punto dove la voce viene meno, soltanto allora potrà trovare la sua lingua, soltanto in quel togliersi della voce la poesia potrà trovare la sua lingua.

1] G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata, 2016 p. 45

Ecco una poesia di Marina Petrillo che si inoltra nei segreti della nuova ontologia estetica, che pur resta fedele ad una tradizione poetica novecentesca di alta ascendenza, che pur tenta di dare voce a qualcosa che sembra essere al di là della voce, al di là del dicibile.

Marina Petrillo

Come fosse digiuno della mente
il perseverante fluire in divina forma
scissura dello Spirito
colto in metafisica roccia.

Non teme alcuno sforzo
il pallido pensiero
se vigile trasecola in alto spazio
sino a giungere al limite sognante.

Io diffuso ad Uno.

Lì giunge il morituro Ego
ad irrorare l’esteso campo delle Anime Uniche
piccole erbe vegetate in temporali estivi
brevi singulti adiacenti
il vuoto transito ad altra sponda.

Partenogenesi in siderea notte
delle cui stelle in vacuo solco
non permane chiarore.

Riprendo la poesia di Alfonso Cataldi postata sopra, con una chiarissima impronta NOE e in distici:

Alfonso Cataldi

«Con monete sonanti… » suggerisce SwiftKey
ma non prosegue – consapevolmente –

Nel cuore della nascente incisione si festeggia l’originalità.
Lontano dalle mura è giusto che si paghi?

La comunità ha l’imbarazzo della scelta
«Chi di però perisce, di però ferisce.»

Ruth è schiacciata dai pensieri laterali
dà il suo primo bacio al ghetto, a un giovane radical chic.

In un caffè di Sderot Rothschild
Rosanna si mette le mani nei capelli

ha tagliato la frangia e se ne compiace
spiega a un militare già vestito per il fronte

la startup che misura la caducità di Amos Oz
e l’arte necessaria alla ricerca dei finanziamenti.

«Quick, get up, Open The Post
and find the last self-evidence.»

Anche in questa poesia di Lidia Popa è avvertibile il tentativo di andare oltre il «dicibile», riuscendoci in notevole misura!

Lidia Popa

Dall’oblio, una colpa o forse una maledizione

Se ti manca un punto o una virgola
per favore, scrivi con la mente quando mi leggerai.

Non farmi colpa per gli occhiali
quelli che ho dimenticato sul tavolino sotto il portico.

Hanno lasciato che gli occhi si contrattassero con le ombre
ritoccando le pareti in cerca di una rima.

Si ritroveranno in un verso bianco
al braccetto con la luce delle iridi

Non si vogliono in attesa.
Un unicorno mostra la via.

La poesia non ha il corpo di fata,
accelera come una nebbia attraverso i secoli.

Fa una reverenza al giorno come una croce di legno
galleggiando sull’acqua, si consuma, diventa una riva.

Dalla costa crescono radici e rami,
sui rami una maledizione di testi.

Per sapere chi eri. Per sapere chi sei.
Quando l’eternità ti chiederà di scioglierti insieme a lei.

Edith Dzieduszycka

La statua

Una statua un’alta statua
scagliata
di pietra sgretolata fu scoperta
eretta sulla punta del molo nell’alba d’un mattino

Arrivata in segreto senza destar sospetto
Come? Perché?

Una statua sporca una statua livida

Non guardava il mare
ma nemmeno avanti verso le case
mute sulla soglia del borgo

Graffiata e sbrecciata faceva quasi pena
un uccello posato chi sa se cieco

Dentro il suo petto
nessuna luce a tramutarla in faro

Forse verrà coperta con un mantello nero

Arrivò tante gente a strisciarle intorno
ad accarezzarla
perfino a baciarla

Non era la Madonna
non piangeva nemmeno
il volto a malapena senza corona

Disse qualcuno
“Proviamo a girarla così che veda il mare”

Si misero in undici una squadra di calcio
da quanto era pesante

Ma durante la notte
come se niente fosse
si era rivoltata

Per non vedere il mare
sporco più di lei.

*

Riprendo qui di seguito il pensiero sconcertato di Salvatore Martino. Ed io comprendo benissimo il suo stupore, ormai la distanza tra la poesia della nuova ontologia estetica e quella di derivazione novecentesca è diventata abissale:

Evidentemente io sono sceso nel rimbambimento della tarda età se non riesco ad avvicinarmi a questi versi, mi appaiono come statements, asserzioni in una stesura sintattica di assoluta monotonia. La meraviglia è nel leggere l’entusiastico commento di Linguaglossa, che mi lascia perplesso. Ma probabilmente è colpa della mia completa inettitudine a comprendere questo straordinario nuovo linguaggio. Finora mi sembrano parole prive di qualsiasi fascino, non dico emozionale, ma nemmeno tali da commuovere un procedimento di intelligenza positivo, un barlume di trasmissione di pensiero per il povero lettore non aduso alle alchimie della nuova estetica. Non credo che Eliot e tantomeno Ezra Pound sarebbero colpiti da codesti versi..

(S. Martino)

quadridimensionalismo
da https://analiticimpertinenti.wordpress.com/2015/02/23/il-paradosso-del-divenire/

«Che tipo di mondo abbiamo davanti ora? Un mondo strano: il pc che avete davanti adesso, per esempio, non è tutto il vostro pc, ma solo una parte: la parte di pc che c’è in questo momento. Il vostro pc è un oggetto esteso nel tempo così come è esteso nello spazio: non attraversa “tutto intero” il tempo, ma è letteralmente “disteso” nella dimensione temporale. Quella che vedete adesso è solo una sua “sezione temporale”. Di fatto, dato che non riuscite ad avere una visione “prospettica” della dimensione temporale, così come ce l’ avete di quelle spaziali, voi non riuscirete mai a vedere il vostro pc tutto intero.
Se lo vedeste “tutto intero”, esso sarebbe una sorta di “verme” quadridimensionale, fatto dalla somma delle sue sezioni a 4D, corrispondenti a quelle che vedete ad ogni istante
Non possiamo vedere gli oggetti in 4d, però possiamo averne un’immagine in 3d: immaginate di fare una fotografia a lunga esposizione di voi stessi che passeggiate per la stanza. Alla fine verrà fuori un’immagine di un lungo “verme” che si intreccia e si avvinghia: quella è l’immagine 3d di ciò che siete veramente, cioè esseri quadridimensionali.

Spero che non ve la prendiate se vi do dei “vermi quadridimensionali”. Per i filosofi quadridimensionalisti, tutti gli oggetti sono così: riescono a “durare” nel tempo perché si estendono nel tempo, così come riescono a “durare” nello spazio perché vi si estendono. È un’idea affascinante: secondo questa teoria tutti gli oggetti sono degli eventi, come le “partite di calcio” o le “elezioni del presidente”. Così come non c’è differenza tra ciò che accade nella partita e la partita, così non c’è differenza tra il ruotare di una sfera e la sfera che ruota.

Addio divenire

Ma il divenire, secondo questa prospettiva, è reale? No. È una illusione. Il tempo non scorre di più di quanto non lo faccia lo spazio. Voi non siete, secondo il quadridimensionalista, un punto che scorre su una linea del tempo: voi siete un segmento della linea. Se in qualche modo fossimo capaci di “uscire” dalle quattro dimensioni e osservare l’universo dall’alto, vedrete un universo immobile, congelato. Tutto ciò che accaduto, accade e accadrà è “già lì”, disteso nella dimensione temporale. Presente, passato e futuro non sono delle cose “reali”, ma sono solo espressioni indicali, come dire “qui” o “vicino”. Ci sono infiniti presenti, passati e futuri, tanti quanti sono le mie parti temporali. Capite bene che se non esiste veramente passato, presente e futuro, non ha nessun senso dire che il tempo scorre. Dove scorrerebbe?»

Conclusione di Giorgio Linguaglossa

…se dico che la poesia di Gino Rago, come quella della nuova ontologia estetica in generale, pesca nel concetto di costruzione quadridimensionale, non penso di dire una sciocchezza. La differenza tra una poesia di scuola tardo novecentesca italiana e, in genere, occidentale e quella della nuova ontologia estetica sta tutta qui: che la NOE costruisce con un concetto quadridimensionale dell’essere.

Cogliere d’un colpo d’occhio: il passato, il presente e l’avvenire, non solo, ma anche il mio, il tuo, il nostro, il vostro «reale» in un unico flusso. Per riuscire in questo obiettivo occorre modificare non solo la semantica, ma forzare la sintassi, agire in profondità sulla modellizzazione secondaria del verso, ridimensionare fino ad annullare il ruolo dell’«io», quell’Ego puntiforme di stampo cartesiano che oggi è soltanto un antico ricordo; significa abolire il tempo lineare e aggiungerne altri, moltiplicare i tempi e gli spazi, moltiplicare le prospettive e i punti di vista.

Scrivere una poesia secondo i principi della nuova ontologia estetica è infinitamente più difficile che scriverla secondo le categorie della ontologia unidirezionale della poesia italiana del secondo novecento

50 commenti

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  1. A me, “La statua” di Edith Dzieduskycska piace moltissimo:è una favola e, come tutte le favole, ha del vero e del falso,del concreto e dell’allusivo,Forse dovremmo tornare veramente alla favola.al mistero insito nelle cose,ai messaggi che vengono dall’oltre, e che sta a noi saper decifrare.Come le foglie della Sibilla;come certi linguaggi che ancora non sappiamo tradurre;come certi moti dell’animo ai quali non diamo troppa importanza; e che invece esistono,ci ci condizionano e aspettano una risposta.

  2. Ecco i due miei precedenti frammenti riuniti in una sola poesia con l’aggiunta di un altro personaggio, il Signor K. che parla.

    62 compresse di lipofil

    … il sombrero verde brillante con nastri blu
    qualcuno lo aveva mandato via posta

    alla sorella Tatiana in un pacco decorato
    con foglie di acanto ed iris…

    lo vidi poi sui capelli di Madame Hanska
    mentre suonava il pianoforte nel boudoir, intorno le case

    bruciavano tra i lampi… «Sua Altezza può provarlo»,
    disse il maggiordomo, lo ripetè in tedesco

    «Durchlaucht können anprobieren!»…
    l’ampia vetrata ricamata dava sul giardino in fiamme.

    «Fumo soltanto le Astor con filtro», replicò il tenente
    mentre piegava il biglietto tra le dita,

    «tutto è perduto, tranne l’onore,
    o forse anche quello…»; «non so, non saprei,

    chiudi la porta, chiudi sempre la porta alle spalle,
    c’è sempre una porta, da qualche parte…».

    «Un tempo si cadeva verticalmente,
    adesso invece si cade da tutte le parti, con predilezione

    per la parte orizzontale, egregio Herr Cogito,
    il secchio dell’immondizia è la mia poetica»: detto ciò

    il Signor K., come era venuto, sparì dietro lo stipite
    della porta in una nuvola di coriandoli.

    … l’ultima volta che lo vidi fu a Marsiglia,
    all’hotel “Bella vista” in compagnia di H.; mi domandò:

    «se tutto va storto, hai qualcosa da perdere?».
    In quei giorni noi tutti avevamo qualcosa da prendere…

    gli mostrai le tasche: «sì, ho 62 compresse di lipofil,
    possono bastare?»;

    il giorno prima della mia partenza, lo salutai alla stazione
    «non dimenticare di prenderle»,

    gli sussurrai all’orecchio…

  3. Salvatore Martino

    Carissimo Giorgio il mio commento da te citato si riferiva soltanto ad un testo di Giuseppe Gallo, da te particolarmente osannato. Di queste poesie qui inserite ritengo che il testo di Edith sia davvero molto notevole, intrigante. Questo giocare su un tempo spazio così ambiguo, con una atmosfera di sfacelo, di decadenza…la statua che non ha luce e non può essere un faro, senza lacrime e non può essere una Madonna, e si gira da sola verso un mare altrettanto funesto, in un dettato a cadenze musicali, con immagini folgoranti, con quell’uccello quasi cieco che fa compagnia alla statua nel suo delirante sfacelo…certo una favola come dice la Ventura, ma come spesso accade una favola che nasconde avventure e atteggiamenti, che scavano nel profondo, e rimandano a conclusioni molteplici e tragiche talvolta. Davvero un bell’esempio poetico cara Edith…brava. Gli altri testi non mi hanno particolarmente colpito, mi appaiono successioni slegate di parole quasi in libertà, che non arrivano a scalfire la mia sensibilità di lettore.Versi che si succedono in una assoluta aridità intellettualistica. Siamo lontani, una mia doxa per carità, dalla poesia come desidero conoscerla. Quando essa appare prescinde da qualsiasi stilema, se c’è la si riconosce immediatamente, che sia NOE o tardo novecento.

  4. Salvatore Martino

    Suggerirei al Cataldi di smettere nell’imitare i versi di Gabriele, di ben altro spessore culturale…si cerchi una sua strada, interrogandosi ossessivamente al profondo…ma un po’ di sangue mai, un briciolo di anima. di esperienze, di visioni del mondo, di rapporti con l’Altro, con le persone?

  5. Astor-izzato quintetto – bandoneòn con applausi-energia
    fermi sulla soglia duecentesca : cattedrale end Co!;

    un’essenza medioevale ,
    nell’assunto concertistico-mecenaristico:

    visione & grandezza dell’avvinghiata sociale:
    L’INTERO RICAVATO SARA’ DEVOLUTO ALL’U N I C E F!

    P.S.: il musicista-fabbro tenderà ancora l’anima bandoneon
    per un tango finito : apertura max. cm. 178!

  6. Marina Petrillo sembra avere il frammento nel sangue, come anche la percezione del vuoto. Il distico non guasterebbe nulla, anzi, ma forse non ne sente la necessità perché le basta andare a capo.
    Nella poesia di Alfonso Cataldi si rispecchiano molte parole appartenenti al linguaggio mediatico. Penso che faccia bene a fare riferimento a Mario Gabriele, è una buona scuola, ma nelle poesie di Gabriele c’è sempre un ritorno a sé, intimo, anche se mai dichiarato…
    Nella poesia di Lidia Popa sembra conti molto l’aspetto comunicativo. Nel fare questo a me sembra molto brava, e onesta.
    Edith Dzieduszycka si muove libera, a suo agio nel misterioso inconscio, personale e collettivo. Per questa ragione, per l’atmosfera onirica, anche se per strade sue personalissime non sento distante la sua poesia da quella di Giorgio Linguaglossa.

    • Alfonso Cataldi

      Dici bene, Caro Lucio, che pesco nel linguaggio mediatico. Il lavoro che faccio, la vita privata, me lo hanno attaccato addosso. per la mia sensibilità, è davvero faticoso rinunciare a una parola come “startup” nel 2019, in una poesia contemporanea. Ma allo stesso tempo nomino Ruth, addirittura personaggio biblico, perché la mia testa adesso funziona così, salta, va avanti e indietro, sfuma eventi, ma in questo turbinio, ad avere voglia di trovarlo, un filo conduttore c’è, ed è anzi “self-evidence”.

      • Per rispondere a tono, il mio voleva essere soltanto un feedback non certo una critica (che non saprei fare) alla tua poesia. La scelta lessicale denota il rapporto di distanza o vicinanza con l’oggetto in questione. Sono dell’idea, certo discutibile, che la poesia soffra un po’ la vicinanza. Del resto mi sembra proprio sia questo il tema del tuo componimento.

  7. Grazie, Anna e Salvatore, mi sono tanto più cari i vostri apprezzamenti in quanto conosco il vostro valore e piace anche a me la vostra poesia. Che non sarà targata NOE, un po’ forse quella di Anna, “assolutamente no” per Salvatore, che anzi ripudia l’idea!
    Per me non saprei. So invece che stare grazie a Giorgio in contatto con L’Ombra e con tutte le persone che ho potuto così conoscere (tra cui metto con rimpianto Mariella Colonna), mi ha fatto crescere, mi ha aiutata a confrontarmi, ad avvicinarmi o ritirarmi, ad assecondare o no, a cercare la mia “voix et voie” senza la solitudine che mi circondava prima, anche se i miei debutti francesi hanno più di mezzo-secolo e i loro esiti stanno rinascendo ora soltanto in Italia (Poesie del tempo che fu).
    Secondo me una poesia vera dovrebbe possedere un filo conduttore, anche impercettibile, una traccia sinuosa, un’onda che lecca la sabbia, scompare, poi ritorna, un qualcosa di istintivo, ossessivo ed insieme evanescente, che faccia sì che finita la lettura la si ricordi, rimanga nella mente, nelle budella, a volte perfino nel cuore, questo povero organo sottoposto a peripezie di ogni genere, e non si sparpagli in briciole che spariscono nel vento.
    Credo che ognuno di noi possiede la sua chiave. Una chiave magica però, capace di aprire un sacco di porte, di farci penetrare in stanze sconosciute, confortevoli, perfino ostili, visitarle, trovarcisi bene o venirne respinti. Ma con quella stessa chiave deve poi scoprire la stanza propria, che sarà magari piena di cianfrusaglie dalle quali pescare materiale eterogeneo, ma senza lasciarsi condizionare.

    • Salvatore Martino

      Carissima Edith condivido in toto la tua precisazione su quanto dovrebbe possedere una poesia vera, in caso contrario sono vuoti esercizi linguistici, giochi di parole che non rimangono mai nella memoria.

  8. Aggiungo per Salvatore che La statua è stata girata verso il mare, ma si è poi “rivoltata” (in ogni senso) appunto per non vederlo.

  9. caro Salvatore Martino,

    ciascun poeta ha una propria sensibilità, quasi un istinto che gli dice se un certo modo di concepire la «inoperosità» di un modo di fare poesia, sia ancora valida e attuale o se non lo è più, che gli dice se quel modo di operare la inoperosità si è inselvatichito ed esaurito ed è diventato maniera, scuola. E allora ciascuno, prima o poi, sente il bisogno di cercare, di tentare nuove strade che gli facciano avvertire di nuovo la inoperosità e la inattualità della poesia. Dapprima, questo nuovo modo di sentire, di avvertire, di esprimersi potrà apparire ostico, scabro, sciatto… ma il tempo lavora sempre per la nuova sensibilità, per il nuovo modo di sentire… le cose nuove prima o poi trovano dei cunicoli sotterranei per comunicare con il futuro…

    Scrive Giorgio Agamben:

    Contemplazione e inoperosità sono gli operatori metafisici dell’antropogenesi, che, liberando il vivente uomo da ogni destino biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponibile per quella particolare assenza di opera che siamo abituati a chiamare “politica” e “arte”. Politica e arte non sono compiti né semplicemente “opere”: esse nominano, piuttosto, la dimensione in cui le operazioni linguistiche e corporee, materiali e immateriali, biologiche e sociali vengono disattivate e contemplate come tali.

    Spero che a questo punto ciò che intendevo parlando di una “poetica dell’inoperosità” sia in qualche modo più chiaro. E, forse, il modello per eccellenza di questa operazione che consiste nel rendere inoperose tutte le opere umane è la stessa poesia. Che cos’è, infatti, la poesia, se non un’operazione nel linguaggio, che ne disattiva e rende inoperose le funzioni comunicative e informative, per aprirle a un nuovo, possibile uso? O, nei termini di Spinoza, il punto in cui la lingua, che ha disattivato le sue funzioni utilitarie, riposa in se stessa, contempla la sua potenza di dire. In questo senso, la Commedia o i Canti o Il seme del piangere sono la contemplazione della lingua italiana, la sestina di Arnaut Daniel la contemplazione della lingua provenzale, Trilce e i poemi postumi di Vallejo la contemplazione della lingua spagnola, le Illuminazioni di Rimbaud la contemplazione della lingua francese, gli Inni di Hölderlin e le poesie di Trakl la contemplazione della lingua tedesca.

    E ciò che la poesia compie per la potenza di dire, la politica e la filosofia devono compiere per la potenza di agire. Rendendo inoperose le operazioni economiche e sociali, esse mostrano che cosa può il corpo umano, lo aprono a un nuovo possibile uso.1

    1 G. Agamben, Creazione e anarchia, Neri Pozza, 2017 pp. 50, 51

  10. Questa è una pagina veramente esemplare, che include in modo analitico ed associativo, poesia e Spazio-Tempo, amalgamati secondo una spettrografia collocata su diversi piani ontologici e dalle funzioni interattive. In altre parole è un’analisi periscopica, nel senso che supera qualsiasi simmetria poetica ed estetica, così come la conosciamo oggi, in sostituzione della quale c’è il distico, concepito secondo la verificazione non arbitraria, ma largamente condivisibile. Forse non siamo entrati in un nuovo paradigma, ma gli esempi riportati e ben riusciti, costituiscono la base creativa per consolidare una forma che ha delle eccellenze qualitative, fino a quando non subentri una eventuale falsificabilità da rimettere tutto in discussione.

  11. Marina Petrillo

    Una riflessione ulteriore sul Tempo, in dettato poetico, complementare allo scritto inviato giorni fa a Giorgio che amerei condividere con voi poeti e lettori dell’Ombra. Grazie per lo spazio che la rivista offre e per l’attenzione che è pur sempre forma di amore.

    In simbiosi di luce delinea il suo tratto, il Tempo. Spoglio di ogni linearità, abita i fotoni di infinite galassie. Procede in progressioni matematiche di cui l’umana mente ancora non conosce il significato profondo. Alterna il suo essere nel vettore della velocità e silenzia la modalità di immissione attraverso una formula non suscettibile, allo stato attuale, di esaustiva dimostrazione. Il sistema solare propaga il proprio suono indelebile nel Cosmo ed ogni pianeta di ogni galassia, rispetta il suo tempo…noi umani soggiaciamo alla legge di gravità, così il nostro metro di scansione spazio-temporale. Ogni respiro entro la Terra determina un avvicendarsi di avvenimenti che rispettano un ritmo unico. Come un cuore che batte in risonanza e trasferisce i suoi dati all’Intelligenza Assoluta che abita l’Universo. Di secondo in secondo procede un meccanismo avvitante, DNA del pensiero lucido in progressione, in calcolo infinitesimale.
    Il nobile afflato poetico può indurre a riflessioni adatte a ciò che preme al cuore sapere. All’animo. Il Tempo non può sganciarsi dalla sua natura misteriosa che nell’Eterno genera piccolo soffio. Alimenta un sistema di ingegneria divina imperscrutabile. Adagia il suo tocco tra ingranaggi di rara perfezione come fosse canto indirizzato al Creatore. Sintonia di raggi fotonici, pulviscolo stellare, stelle nascenti, vibrati indescrivibili, in un solo arcano, meraviglioso suono inudibile. Dal silenzio, il ritmo dell’Immenso, Assoluto Esistere che, immaginare nella sua linearità umana, è riduttivo. Eppure in noi, avvertiamo un pulsare che richiama nelle cellule il suono, la scansione, il passaggio da uno stato al successivo. Il richiamo intelligente verso il centro delle cose e il loro doppio, in un susseguirsi di esperienze tali, da definire l’esistenza. E’ questo il nostro Tempo, descritto o taciuto, azzardato, creato. Non esistente in assoluto, ma gestazionale rispetto alla vita che ci è stata donata. Interferire in quella linea di evidente passaggio che definiamo età, non è possibile, anche se a tratti, per alcuni di noi, è data la possibilità di abitare altri mondi. Non ovunque esiste lo stesso parametro né può essere esteso ad ogni livello di multidimensionalità. Solo a tratti la percezione si fa più sensibile e, tutto scorre o più lentamente o più velocemente. Percezione data dal sentire. Da accadimenti che portano l’essere ad esperire su questo piano attraverso età, dall’infanzia alla senescenza, quando possibile. Nel nostro microcosmo avvengono passaggi ardimentosi simili a quelli del cosmo. Non sempre fragili appariamo ma regnanti dell’interiore mondo ove ogni cosa avviene in ritmo costante: così il sonno, la veglia, il movimento, la stasi. Ogni gesto risuona in armonia universale e nel grande affresco dell’Uno, determina legami, relazioni con il Tutto.
    Così il Tempo diviene quel Tutto. Uno spazio di eterno, una delicata ma implacabile scissura nell’Eterno. E l’Eterno E’, per sua stessa estensione. Presenza di cui non è dato sapere se non nella mente del Creatore. Colui che E’, Vive.

    Marina P

  12. Marina Petrillo, seguace di Mallarmé e adepta prediletta di Mnemosyne, considera la sua pratica poetica al pari di una liturgia nel senso letterale del termine che comprende una dimensione soteriologica, in cui è in argomento la salvezza spirituale del poeta, e una dimensione performativa, in cui l’attività creativa assume la veste di un vero e proprio rituale svincolato da ogni significato sociale o religioso, che trova la propria significazione nel mero atto della celebrazione. La poesia si dà come celebrazione di un significato che sta al di là dei significati intramondani, di un significato trascendibile e trascendente. Detto questo, si capisce la predilezione della Petrillo per la catacresi e l’ellisse, che sono gli strumenti retorici che tendono a spostare il linguaggio verso la soglia dell’indicibile.

  13. Alfonso Cataldi

    il 28 o 29 settembre 2018 (non ricordo con precisione) M. Gabriele scriveva:

    “Oggi è sabato e molti lettori forse non sono presenti perché già in vacanza.Non se ne può fare una colpa. Leggo questo testo innervato di schizzi cellulari e frammentati, dove anche il plurilinguismo coabita molto bene con la lingua italiana, ritenendo che per giungere a questi risultati, Alfonso Cataldi abbia metabolizzato ciò che da tempo gli autori della NOE stanno elaborando, come proposta disgiunta da ogni forma estetica tradizionale. Qui non esiste più il genere lirico, in quanto sono assenti le emozioni, sostituite da un saltellamento di fatti ed eventi come prodotti maggioritari.”

    A questo processo ha contribuito SwiftKey; è diabolico, ma va allenato, messo sotto stress, e lui alla fine ti ricambia, ti pone interrogativi, ti cambia letteralmente le parole che hai in testa, poi si ferma, e tu resti a metà del guado, lo implori, ma niente, comincia a tirare fuori solo cose sconclusionate. sei tentato di buttare tutto, prendere carta e penna, e ricominciare da capo, ma come si può rinunciare a qualcosa che è venuto fuori dai big data, in definitiva da una coscienza globale?

  14. Scrive Marina Petrillo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/05/poesie-di-lidia-popa-marina-petrillo-valerio-magrelli-alfonso-cataldi-la-struttura-del-distico-il-distico-tra-logos-e-phone-il-quadridimensionalismo-il-kitsch-con-il-punto-di-vista-di-giorgio/comment-page-1/#comment-51075
    «il Tempo. Spoglio di ogni linearità, abita i fotoni di infinite galassie».

    quando lei ha messo su carta questo pensiero non aveva ancora incontrato la poesia della nuova ontologia estetica; però questo pensiero l’aveva messa sulla strada giusta: che il Tempo non ha alcuna linearità, e che trasporlo nella linearità sintattica e semantica del discorso unidirezionale che procede dal soggetto e passa attraverso il predicato per giungere al complemento oggetto, è un atto di traduzione che falsa sia la realtà delle cose che si presentano nel Tempo sia il racconto che noi diamo alle nostre percezioni e sensazioni. Si tratta di un atto di falsificazione.

    Questo è l’assunto base da cui prende le mosse la poesia modernista europea che ha avuto inizio nel 1954, anno di pubblicazione di 17 poesie di Tranströmer. Chi non ha metabolizzato questo fatto, continua e continuerà a fare poesia tolemaica fondata sul presupposto della linearità semantica del Tempo. Il concetto, credo, è molto semplice. È questo il pilastro fondamentale della NOE. Poi su tutto il resto possiamo anche non essere d’accordo con nulla, ma su questo punto tutte le persone di buon senso non possono non convenire su questo punto.

    Marina Petrillo stava andando per la sua strada già da molti anni, ancora prima che nascesse la NOE, e così anche Gino Rago il quale tentava di uscire con tutte le sue forze dalla gabbia dei precetti della poesia di scuola che si legge in Italia da alcuni decenni e che rischia di assuefare i pochi lettori ad una poesia che è rimasta tolemaica.

    Per fare poesia nuova, o almeno, diversa, bisogna avere la forza di mettere in discussione quei precetti su cui si fonda il convincimento che confezionare una poesia significa confezionare un discorso che preveda un concetto unilineare del Tempo e dello Spazio. E bene ha fatto Alfonso Cataldi a mettere in discussione e abbandonare tutti i precetti normativi della poesia che si scrive in Italia da alcuni decenni in qua, quella non è poesia, è poesia telefonata, con tanto di «io» che dirige l’orchestra degli strumenti a fiato che danno luogo alle parole, una concezione tolemaica del fare poesia…

  15. Il cambio di paradigma tocca il discorso poetico alla radice. Tuttavia, leggendo una qualsiasi poesia di Tomas Tranströmer, anche a poeti ancora affrancati alla tradizione novecentesca, come ad esempio l’amico Salvatore Martino, la qualità poetica dei suoi versi appare subito evidente e indiscutibile; come anche in Alfredo De Palchi, quel suo afferrare il verso con parole decisive… Ai poeti tutti tocca di misurarsi con l’imponderabile di un verso luminoso, se così di può dire; se non di eterna poesia, almeno le quattro parole donate che sigillano… Il problema è dato dal fatto che nella poesia tradizionale, tanto spesso le parole “magiche” si erano codificate, e avevano quindi perso qualcosa, se non tutto, del loro potere – oggi si potrebbe dire “dell’efficacia”. Questa componente, penso non solo per me fondamentale, è presente nei poeti NOE, come testimoniato dagli “strilli” che l’Ombra sta pubblicando da un paio d’anni a questa parte. Parole scarti, rimanenze del vecchio secolo e del linguaggio corrente, riprendono vita… quindi tempo, accadimento, in dimensione nuova. O multi dimensionale.

  16. Gilles Deleuze tenne a Parigi una conferenza nel marzo del 1987 nella quale esponeva questo concetto:

    che la musica di Bach è un atto di resistenza contro la separazione del sacro e del profano.

    Mi è venuto in mente che anche il dipinto di Tiziano datato 1515 Amor sacro e Amor profano sia un atto di protesta dell’arte contro la separazione del sacro dal profano.

    nell’ultima sala della Galleria Borghese si può vedere l’opera di Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia, 1576) nota come Amor sacro e Amor profano. Una grande tela, larga quasi tre metri e alta poco più di uno, le cui protagoniste sono due floride giovani che si dispongono ai lati d’una vasca in marmo bianco, ornata d’un fregio classico e situata al centro esatto della scena. Da una canna posta sopra la lastra centrale sgorga dell’acqua, mentre sul bordo sono poggiati due recipienti: un bacile in argento, e un vaso che la donna a sinistra sfiora con la mano. La giovane è riccamente abbigliata con una meravigliosa tunica bianca, di raso, che copre una veste rossa (ne spunta una manica) e che è fermata all’altezza del seno da una cintura con fibbia d’oro. Guarda verso di noi, ma senza incontrare direttamente il nostro sguardo: par quasi più intenta a tenere a sé il vaso e il mazzolino di rose che, con la mano destra, coperta d’un guanto esattamente come la sinistra, tiene poggiato sul ginocchio. È pettinata come la sua controparte: una giovane completamente nuda, dai tratti somatici identici, tanto da indurci a pensare che le due donne siano in realtà la stessa persona

    Pensavo che anche la poesia della nuova ontologia estetica abbia in sé il contrassegno, lo stigma di questa protesta per quella antichissima secessione che sta nel cuore stesso, all’origine del processo di civilizzazione e secolarizzazione dell’Occidente: la divisione tra il sacro e il profano.

    • Salvatore Martino

      Che strano!!! La grandezza, o meglio il genio di Tiziano e di Bach ci illumina da secoli. Ma via voliamo un po’ più in basso con la NOE. Salvatore Martino

  17. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/05/poesie-di-lidia-popa-marina-petrillo-valerio-magrelli-alfonso-cataldi-la-struttura-del-distico-il-distico-tra-logos-e-phone-il-quadridimensionalismo-il-kitsch-con-il-punto-di-vista-di-giorgio/comment-page-1/#comment-51148
    “Distici volgari” di Davide Morelli

    Introduzione:

    Non saprò mai perché ho incontrato
    tutta la gente che ho incontrato.
    Non saprò mai perché ho vissuto
    tutto ciò che ho vissuto.
    Non saprò mai perché ho pensato
    tutto ciò che ho pensato.
    Non saprò mai perché ho voluto
    ciò che ho voluto.
    Non saprò mai perché ho amato e odiato
    tutto ciò che ho amato e odiato.
    Sono passati giorni, mesi, anni.
    Noi li abbiamo fatti passare e scivolare
    su di noi come se niente fosse.
    Ora è inutile fare bilanci esistenziali,
    mettersi a calcolare istanti e circostanze.
    Dicono che ognuno sia una storia a sé,
    eppure siamo tutti collegati
    in un modo inesplicabile.
    Ogni vita ed anche ogni morte
    sono grandi misteri.
    Ma è sempre meglio
    non essere mai troppo seri.

    *

    L’essere non è più apodittico
    se lo scenario si fa asfittico.

    Echi di passi e ombre furtive
    fanno nascere paure retrive.

    Chi trova e non cerca, vanifica
    e mortifica l’altrui fatica.

    Incise nella mente le parole
    che vennero fugate da quel sole.

    L’idea fissa è come uno spasmo
    che non culmina mai in un orgasmo.

    Stare ad osservare il firmamento
    crea gioia e anche smarrimento.

    Molti i giorni che si somigliano
    e gradualmente si assottigliano.

    Alcune cose sono inalterate.
    Molte voci si sono avvicendate.

    Campi saturi di vento e di sole.
    Illusione di fare ciò che si vuole.

    Fluire di immagini circuite
    dal silenzio e da questo acuite.

    Non deve entrare il sole nella stanza.
    Qui vince la noia e la tristezza danza.

    C’è stato dato di sapere poco
    e l’ignoranza alimenta il fuoco.

    Il mare è fatto di gocce e di onde.
    È duale come la luce d’altronde.

    Della natura non scorgo l’armonia,
    ma soltanto l’assurda entropia.

    La vita quando dà, quando toglie.
    Il sesso è solo un millefoglie.

    C’è prima l’esistenza dell’essenza.
    Senza di essa è pura insussistenza.

    Abbiamo smarrito la nostra rotta.
    Qualcuno gode. C’è chi ci rimbrotta.

    Qualche pensiero viene esternato.
    Non ogni sguardo viene riguardato.

    Esplorano lo spazio nuove sonde.
    Sul fiume invece si pensa alle sponde.

    Si alternano musica e silenzio
    e poi qualche pensiero depotenzio.

    Scende la sera. Sale la tristezza
    a cui tu non sei più stata avvezza.

    Limitarsi a ciò che si può dire
    e non a ciò che si vorrebbe dire…

    Collezionavi foto e amori.
    La vita aveva mille colori.

    Questa luna ha belle damigelle.
    Non ha però mai sorelle gemelle.

    Custodisco pensieri sul selciato.
    Mi rammarico per quel che è stato.

    Per Gesù siamo tutti da amare.
    Ma vince chi ci vuole rottamare.

    Luci lontane che volete dirmi?
    Di altre vite volete riferirmi?

    C’è chi vuole elevarsi verso Dio;
    chi andare più in basso del deprecato io.

    Nessuna via di fuga. Nessuno scampo.
    Dammi almeno un bacio a stampo.

    Fontane e campane sono una farsa.
    Ogni parola data è scomparsa.

    Niente colpi di coda o imprevisti.
    Piuttosto dimostrarsi equilibristi.

    I petali del fiore e lo stelo
    vengono annichiliti dal cielo.

    Tutto intriso d’alba e di vento
    solfeggio stelle spente a rilento.

    Evoco il cielo e il sole
    fino a quando non me ne duole.

    La primavera è questo scibile.
    L’estate è il tuo futuribile.

    Per amare ed essere amati
    si deve anche essere miracolati.

    Da tutte le crune il tempo passa.
    L’uomo invece non scioglie la matassa.

    Pensare e ascoltare se stessi…
    ma non si coglie mai tutti i nessi.

    Inutile che mi dici e ridici
    degli sciagurati amori infelici.

    Tutti vivono un microcosmo abbruttito.
    Non c’è un ordine prestabilito.

    L’Altro, l’oltre, l’altrove sono mete
    imprendibili per la nostra rete.

    Il dolore ha infinite soglie.
    Neanche c’è vita senza doglie.

    Ogni destino è sempre aperto
    come fiori che vivono nel deserto.

    Oltre il ponte c’è la vera vita:
    la tensione è sempre garantita.

    Per il bosco di Toiano si aggira.
    Ancora invoca giustizia l’Elvira.

    Re del mondo siete re del niente.
    Penoso chi vi adula impotente.

    Non si può nascondersi dalla vita mai.
    Un giorno vale l’altro se non lo sai.

    Il cielo corteggia questa luna.
    Abbatterò le stelle ad una ad una.

    Tutti gli anni insieme fanno una vita.
    Non vivere come se fosse una gita.

    Io non so la mia ragion d’essere.
    Ho sempre la fine da tessere.

    Sono acque reflue questi pensieri.
    Resto prigioniero del mio ieri.

    Tutti presi a rimandare la fine.
    Con la sorte cercano la combine.

    Che bella sera e che chiaro di luna!
    Sorreggerò le stelle ad una ad una.

    Si vive e poi si muore in molti modi,
    ma nessuno sbroglia tutti i nodi.

    Non basta mai avere buone carte.
    Bisogna saper bluffare con arte.

    Il mondo è questo qui: immagini, dati,
    slogan politici reiterati.

    Se tutto questo mondo è paese
    perché ci sono guerre e contese?

    Dare il meglio non basta mai.
    Vogliono tutto e non fermarti mai.

    Quando mi volgo e quando mi proietto.
    Vivo poco il presente. Lo ammetto.

    Scegliere movimento oppure stasi?
    Della luna amo tutte le fasi.

    Ogni prato è una cattedrale di erba.
    Al sole si stende una ragazza acerba.

    Dietro ogni azione o reazione
    non è detto che esista una coazione.

    Non l’inconscio ma l’incoscienza
    mi fanno proferire ogni sentenza.

    Il tramonto si adagia sulla collina.
    Il sole è un’immensa fucina.

    Pensa pure alla foglia cadente
    ma anche a colui che è nascente.

    Ci sono molte più sfumature in noi
    di tutti i cieli estivi che vuoi!

    La notte qui è sempre icastica.
    L’alba rappresenta la rinascita.

    Ciò che si distrugge poi si ricrea.
    Non avere paura dell’alta marea.

    Non tutto può avere un senso.
    Nonostante ciò ci penso e ripenso.

    Le nuvole sono cose andate,
    vissute, sofferte, dimenticate.

    Non pensare alla vanità del tutto.
    Il mondo non si veste mai a lutto.

    Cercava sempre uno straniamento
    per trovare il rispecchiamento.

    Un tempo qui il gracidio delle rane.
    Era il tempo delle promesse vane.

    Ti aspetterò sempre in fondo alla via.
    Ogni ramo spoglio è una bugia.

    Tutto fiorisce. Tutto si rinnova
    per perdurare. Tutto si ritrova.

    • Salvatore Martino

      Che strano!!! La grandezza, o meglio il genio di Tiziano e di Bach ci illumina da secoli. Ma via voliamo un po’ più in basso con la NOE. Salvatore Martino

  18. Salvatore Martino

    Qua e là qualche verso accettabile ma quante lungaggini, quante banalità nei versi di Morelli. La lunghezza poi di queste filastrocche in distici assolutamente insopportabile.

  19. …la prima poesia di Davide Morelli la trovo riuscita, i distici che seguono invece li trovo eccessivamente didascalici, tal che ne viene dimidiata la imprevedibilità. Il distico va bene ma a patto che non deve essere telefonato, che non sia preventivabile dal lettore.
    Cmq, va dato atto a Morelli che qui siamo nei commenti ed è lecito inserire nei commenti anche poesie non finite o esperimenti proprio per valutare la rispondenza dei testi al gusto dei lettori. Quindi ritengo pertinente l’osservazione di Salvatore Martino. Dico però che Morelli sta sulla buona strada, ha compreso molto bene l’importanza del distico e le possibilità espressive che esso consente.

  20. Il progetto NOE è molto ambizioso. Porta alla vertigine mentale, se rapportato alla realtà quotidiana della scrittura poetica, fatta di ricerca, di tentativi e di risultati spesso discutibili. Ma gli obiettivi elevati sono degni dell’amore portato e soprattutto dell’oggetto in questione. Mi sembra di capire che non ci siano punti di arrivo, traguardi prefissati. Credo anch’io che un testo poetico, pur nel frammento e nella discontinuità, debba essere percorso da un filo, rintracciabile in qualche modo da chi legge. Chiamerei questo filo, continuità che attraversa la discontinuità in continua reciproca interazione e che con mano tesa si protende a “catturare” l’attenzione, a suscitare una risposta nel lettore-destinatario, che può apprezzare o meno, ma che chi scrive un testo, quasi sempre presuppone e desidera. L’io che non si apre all’altro, si rivela spesso una prigione che limita l’espressione e la veicola in forme troppo prevedibili, quando non addirittura banali, o nel muro dell’incomprensione. Anche l’eccessivo indulgere all’emotività mutevole, al sentire superificiale dei sensi, può limitare la portata dell’immaginazione creativa e farla rimanere al piano terra della visione immediata, ma non per questo le emozioni e i sentimenti che fanno parte di noi e ci costituiscono in parte, devono essere marginalizzati o estromessi dal processo creativo. Queste sono solo alcune riflessioni anche ispirate dall’Ombra. Ho particolarmente apprezzato le poesie di Edith, di Lidia e gli interessanti interventi.

    • Salvatore Martino

      “L’io che non si apre all’altro, si rivela spesso una prigione che limita l’espressione e la veicola in forme troppo prevedibili, quando non addirittura banali, o nel muro dell’incomprensione” condivido in toto questa ed altre affermazioni di Paola Renzetti. Ci sono molte trappole disseminate lungo il percorso che attraversano i cosiddetti poeti della NOE. Il ripudio quasi maniacale dell’io, e dell’emotività potrebbe condurli ad una afasica aridità e incomunicabilità. Attenzione quindi, come asserisce la Renzetti nella sua bella nota, a marginalizzare o estromettere addirittura le emozioni e i sentimenti dal processo creativo. Per concludere raramente avverto sintonia tra me e i testi proposti da questi poeti innovativi, una sorta di mancanza assoluta di quel “filo rintracciabile in qualche modo da chi legge”, non mi permette di avvicinarmi a quanto viene proposto…va bene il frammento ma poi qualcosa alla fine deve pur cogliere e stringere in un significato, che in qualche modo faccia comprendere al lettore un brandello almeno di chi ha vergato quei versi.Per quanto riguarda il distico mi appare una costrizione, una forzatura, una prigione, un canone prefissato dal quale è molto complicato svolgere un sentiero di libertà. E lo dice uno che ha molta dimestichezza con le strutture chiuse, avendo scritto in misura estremamente notevole sonetti. La libertà in una forma chiusa è una grande conquista che presuppone anni e anni di studio e di applicazione.Obbedire ad un ordine prefissato intellettualmente senza questo annoso approfondimento, ma solo quasi per moda, può risultare alla fine estremamente pericoloso, e verso una deriva di nebulosa aridità.

  21. Salve, Il distico del NOE non fa da se’ una poesia ma appiattisce concettualmente lo statuto fantasmatico novecentesco (il talento linguistico, l’orecchio metrico, l’affabulazione colta) e riporta ad una forma chiusa livellando il campo, ridando ai molti l’opportunita’ di ricominciare a fare parola prima che linguaggio, come fosse un solfeggio. Buon 2019.

  22. Pingback: Da Poesie di Lidia Popa, Marina Petrillo, Valerio Magrelli, Alfonso Cataldi, Edith Dzieduszycka – La struttura del distico, Il distico tra Logos e Phoné, il Quadridimensionalismo, il Kitsch, con il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa – LIDO DE

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/05/poesie-di-lidia-popa-marina-petrillo-valerio-magrelli-alfonso-cataldi-la-struttura-del-distico-il-distico-tra-logos-e-phone-il-quadridimensionalismo-il-kitsch-con-il-punto-di-vista-di-giorgio/comment-page-1/#comment-51391
    Scrive Giorgio Agamben:

    Legein, «dire», significa in greco «raccogliere e articolare gli enti attraverso le parole»: ontologia. Ma, in questo modo, la distinzione tra dire e essere resta ininterrogata ed è questa opacità della loro relazione che sarà trasmessa da Aristotele alla filosofia occidentale, che l’accoglierà senza beneficio di inventario.1

    Questo passo di Agamben rivela in modo chiaro che i veri problemi del «dire» sono problemi ontologici, anche il problema dello stile è un problema, al fondo, ontologico, non è una questione letteraria o privata, il «soggetto» non è una questione privata o di «stile», come lo intendono i poeti inconsapevoli e ingenui; la questione del «soggetto» è, in ultima analisi, una questione ontologica, quando usiamo le parole dobbiamo essere consapevoli di questo dato di fatto, di questo plesso problematico. Certo, per chi pensa con la propria testa non è difficile capire che pensare in modo ontologico il «soggetto» implica un diverso orizzonte di pensiero e di ricerca.
    All’amico Salvatore Martino che ci invita «a volare più basso», non posso che rispondere che a noi interessa volare più in alto.

    Come scrive Lucio Mayoor Tosi:
    «Il cambio di paradigma tocca il discorso poetico alla radice».

    1 G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2014, p. 158

    • Salvatore Martino

      Caro Giorgio il volare più in basso si riferiva al fatto di aver scomodato il genio di Bach e di Tiziano, al cui confronto ovviamente tutti voliamo più in basso.

  24. gino rago

    In onore di questa Pagina de L’Ombra delle Parole, ricca di versi, di meditazioni, di note critiche importanti,
    un ricordo, improvvisato, di un grande narratore,
    a ottanta anni dalla sua morte (1939)

    «Conceda Dio a tutti voi, a voi santi bevitori bevitori,
    una morte lieve».

    La mattina del 23 del mese di…
    dell’anno 1939 cadde a terra di schianto come Andreas
    della leggenda del santo bevitore.
    Era nel caffè Tournon,
    dove aveva scritto e bevuto calvados per anni
    fino a perdere il senno.
    Non fu portato nella sagrestia della chiesa di Santa Teresa
    ma all’ ospedale Necker.
    Lo legarono con cinghie al letto
    come l’ ultimo dei mendicanti.
    e non ricevette nessuna cura.
    Il 27 dello stesso mese morì.
    Il giorno 30 avvenne il funerale al cimitero Thiais,
    nei sobborghi di Parigi.
    Un messo di Otto d’ Asburgo pretendente al trono austriaco
    elogiò in lui
    «Il- fedele- combattente- della-Imperial-Regia- Monarchia».
    Un comunista gli rispose con rabbia
    che il morto era stato «Joseph il rosso».
    Un sacerdote cattolico benedisse la salma.
    Tutti gli ebrei presenti furono offesi
    dal fatto che un ebreo come lui
    che discendeva da generazioni di devoti ebrei
    fosse costretto in una religione non sua.

    Forse il morto fu contento dello schiamazzo
    sulla sua tomba di periferia.
    Era stato monarchico e rivoluzionario, ebreo e cattolico,
    pagano e musulmano.
    E bevitore (sebbene non santo);
    Abitò da solo l’ aereo regno- di- non-dove
    chiuso nella stanza del Bioscopio universale.

    Un cavallo lipizzano alzò per un istante
    la zampa destra in segno di commiato,
    il lampadario cadde sui legni della sala del valzer,
    Sharazade pianse.
    La contessa W. della milleduesima notte
    sgranò gli occhi dai riflessi di violette e miosotide.
    E tutti i presenti se ne innamorarono.

    Joseph Roth da allora è di tutti.

    gr

  25. Carlo Livia

    VISIONE N 7

    La ragazza seminuda conta le stelle che entrano dal sogno spalancato.
    Scompare e riappare nel violino vacillante.

    Voce fuori campo (molto scura):
    “Questa è la terra dell’ombra, il rovescio dell’essere, da qui non potrete mai fuggire.
    Tutti gli eterni sono proibiti, ma voi ubbidite, per sempre!”

    Il terrore spezza il tempo in due: da una parte desideri capovolti e culle di cenere, dall’altra un precipizio di profumi rosa.
    Non ci sono anime.

    Sguardo di bambina (azzurro e oro):
    Svanire e ricordare, senza inizio né fine, nel cerchio che si stringe. Il sogno che mi attraversa, senza conoscermi, è un destino di pietra, cinto di vento e lacrime.

    La ragazza attraversa l’immensa sala, nel bianco purissimo degli angeli scomparsi.
    Il principe e il cavallo, al centro.
    Lui s’inchina al suo passaggio e, senza guardarla, grida: mai più!

    La ragazza apre l’ultima porta, l’universo si piega sulle ginocchia.

    Senza amore, senza amore!
    Il volere dell’Altro!

    Ditemi almeno, anime senza posa, dove si perderà quel sogno che mi imprigiona senza mai toccarmi?
    Quale follia domina l’oscuro grembo in cui l’addio raduna giuramenti e desideri spenti?

    Appare la Grande Assenza, coronata di candelabri folli, sospesi sul mare; vede i corpi che si intrecciano, si cercano e si feriscono, si divorano e si rigenerano per ricominciare.
    Sospira, nascosta nel fruscio.

    Resta la Terribile Presenza, un rogo inestinguibile di pensieri divini.

    Coro di voci infantili (biondissime):
    Era un mare infinito di carezze, ma si mutò in peccato.
    La madre ruppe lo specchio, e si mutò in pietra.
    Le anime del diluvio escono dai nostri corpi, e si mutano in cieli immobili, perseguitati da un unico istante furioso.

    Ora la ragazza apre il mobile scrigno del vento, fugge in una folla di tristi presagi, è solo una musica che indossa un guanto di pioggia, un sipario di nostalgia, la malattia del nulla, il sogno dell’Enigma.
    L’Altro compare sul confine, una voce che chiama, chiama…

    La ragazza sogna lontana, il cielo l’accarezza piano, per non svegliarla.

  26. Anche questo mi fa pensare che non esistano poeti ingenui, ma che esistano poeti liberi nell’ingenuità. E’ paradossale certo. Ne parla Francesco d’Assisi con il suo Cantico di frate sole, composto al culmine della sofferenza, quasi alla fine di un’esistenza non certo scontata. La radice del discorso poetico non è mai solo questione di stile, ma di sostanza, che sempre tende a informare lo stile. La Sostanza delle cose, del mondo, del soggetto in questione, non può mai essere intesa in modo univoco e credo fermamente che sia cosa alla fine misteriosa e insondabile, ma sempre di natura relazionale, nel Nulla enigmatico a cui si finisce (senza comprendere mai pienamente) per approdare.

  27. Quattro anni prima della dichiarazione di Nixon (1971), Guy Debord pubblica La società dello spettacolo. La tesi centrale del libro era che il capitalismo, nella sua fase estrema, si presenta come un’immensa accumulazione di immagini, in cui tutto ciò che era direttamente usato e vissuto si allontana in una rappresentazione. Nel punto in cui la mercificazione raggiunge il suo culmine, non soltanto ogni valore d’uso scompare, ma la natura stessa del linguaggio si trasforma. Esso non è più semplicemente «l’equivalente generale astratto di tutte le merci», in sé dotate di un qualche valore d’uso…
    A questo corrisponde, secondo Debord, una trasformazione del linguaggio umano, che non ha più nulla da comunicare e si presenta pertanto come «comunicazione dell’incomunicabile». Al denaro come pura merce, corrisponde un linguaggio in cui il nesso col mondo si è spezzato. Linguaggio e cultura, separati nei media e nella pubblicità, diventano «la merce vedetta della società spettacolare… È la stessa natura linguistica e comunicativa dell’uomo che si trova così espropriata nello spettacolo: ciò che impedisce la comunicazione è il suo assolutizzarsi in una sfera separata, in cui non vi è più nulla da comunicare se non la comunicazione stessa. Nella società spettacolare, gli uomini sono separati da ciò che dovrebbe unirli.1

    Mi sembra incontrovertibile che la poesia postata qui sopra da Carlo Livia sia impregnata di questa problematica; la sua petizione di poetica è: «comunicare l’incomunicabile». Detto questo, sarebbe specioso fare i distinguo su che cosa significhi questo sintagma o quell’altro, è tutta la «composizione» ad essere priva di referenti, essa parla per via analogica, esprime una nostalgia per tutto ciò che non è più possibile rendere «comunicabile». La «composizione» in realtà è muta, si presenta come una fantasmagoria di immagini che si susseguono senza un inizio e senza una fine, priva ci conclusione. La composizione si presenta come dotata di una finalità senza fine, procede verso la non-fine.

    1 G. Agamben Creazione e anarchia, 2017 pp. 124, 125

  28. non c’è nulla al di là del testo poetico. Il nulla è nel testo. Il nulla è il testo. Pensare al testo poetico come una com-partecipazione di vuoto e di pieno (di senso e di non-senso), con prevalenza finale del pieno (del senso), è restare ancora prigionieri di una ontologia novecentesca che equipara il pieno con il senso e il vuoto con il non-senso. In definitiva, si scrive pensando che, come in ogni buon romanzo giallo, alla fine il senso (il pieno) trionferà sul non-senso (il vuoto). Così facendo e pensando non comprendiamo il significato profondo di quella asserzione di Derrida: il testo è «semplice presenza differita», il che equivale a dire che il testo è una semplice assenza differita. Come ci ha insegnato Andrea Emo, la presenza si capovolge in assenza, la presentificazione del presente è il sorgere dell’assenza; io non sono presente se non nell’assenza, voi che leggete queste mie parole, io non ci sono se non come Figura della presenza. Inoltre, le cose di cui scrivo sono assenti, erano vive in un altro luogo e in un altro tempo, o erano vive in una mia fantasia che adesso non c’è più. Dunque, differenza non solo spaziale ma anche temporale, ovvero differanza ( differance ): perché ogni testo X è misurazione della distanza che separa X da qualsivoglia testo Y antecedente o conseguente. Questa presenza-assenza-differenza è, inoltre, originaria: la scrittura viene dopo la voce, è la voce che ha la priorità temporale, senza la voce non avremmo la scrittura.

    Per Derrida, tra il “vivo della voce”, e la scrittura, si insinua il “morto della scrittura”. Si tratta di nichilismo, e più specificatamente, di dialettica negativa. La decostruzione rivela il suo vero volto, che è distruzione che costruisce, procedimento tipico dell’uomo che vive sotto la religione del capitalismo. Per Derrida nessuna metafora è in grado di uscire dal cerchio magico della metafisica, della «mitologia bianca» (“La mytologie blanche”, in Poétique, 1971), se non cambiando metafisica, se non incamminandoci verso un’altra metafisica.

    A ragione Salvatore Martino ci ricorda che ogni luogo è una prigione, ma io ribatterei che ogni prigione è un luogo. Non c’è via di uscita, non è che abolendo per decreto il distico noi aboliamo la prigione come ha fatto Di Maio che ha abolito la povertà per decreto. Le cose non stanno così.

    la phoné è la sostanza significante che si dà alla coscienza come intimamente unita al pensiero del concetto significato. Da questo punto di vista, la voce è la coscienza stessa. Quando parlo, non solo ho coscienza di essere presente a ciò che penso, ma anche di mantenere il più aderente possibile al mio pensiero o al ‘concetto’ un significante che non cade nel mondo, che io intendo nel momento medesimo in cui lo emetto, e che sembra dipendere dalla mia pura e libera spontaneità, senza esigere l’uso di alcuno strumento, di alcun accessorio, di alcuna forza presa nel mondo. Beninteso questa esperienza è un inganno, ma un inganno sulla cui necessità si è organizzata tutta una struttura o tutta un’epoca.

  29. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/05/poesie-di-lidia-popa-marina-petrillo-valerio-magrelli-alfonso-cataldi-la-struttura-del-distico-il-distico-tra-logos-e-phone-il-quadridimensionalismo-il-kitsch-con-il-punto-di-vista-di-giorgio/comment-page-1/#comment-51485
    Una poesia di Serenella Menichetti, da Oltre la soglia (2018)

    USCITA/RIENTRO

    Si è lasciata sul letto.
    Gambe penzoloni e braccia a croce.
    Sta così a guardare il soffitto.
    Ha chiuso la camera da letto per non disturbarsi.
    Cappotto rosso e cappello.
    All’attaccapanni di Magritte
    è rimasto l’ombrello nero.
    Fuori il sole è troppo giallo
    Passi svogliati tra gli alberi del viale
    che conducono alla grande casa.
    Ti trovo bene ha detto Eleanor.
    Guillerme le ha strizzato l’occhio.
    Si è fermata ad accarezzare un gatto persiano
    acciambellato sul cuscino.
    Non l’avesse mai fatto!
    Le ha graffiato la mano e le ha soffiato in viso.
    Sorrisi di rossetti sbavati lasciati
    sui bordi di tazzine di porcellana.
    Ha stretto mani sorseggiato thè.
    Ha pure gorgheggiato una serie di risatine
    alle battute stantie che zampillavano
    dalle boccucce di rosa.
    Fatto quanto bastava
    dopo i saluti si è difilata.
    Ha appeso le maschere accanto
    all’ombrello.
    Appoggiato le scarpe nella scarpiera.
    E oplà !
    Con un balzo è rientrata
    nel proprio corpo.

  30. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/01/05/poesie-di-lidia-popa-marina-petrillo-valerio-magrelli-alfonso-cataldi-la-struttura-del-distico-il-distico-tra-logos-e-phone-il-quadridimensionalismo-il-kitsch-con-il-punto-di-vista-di-giorgio/comment-page-1/#comment-51494

    Una poesia di Joumana Haddad da “Non ho peccato abbastanza”

    Joumana Haddad

    Femmina e maschio fui concepita all’ombra della luna

    ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita,
    immolato ai mercenari della notte.
    E per colmare il vuoto della mia altra essenza
    mia madre mi ha lavato con acqua torbida
    e mi ha portato sul pendio di ogni montagna
    consegnandomi al rombo delle domande.
    Mi ha consacrato all’Eva della vertigine
    e mi ha impastato con il buio e la luce
    perché fossi donna-centro e donna-lancia
    gloriosa e trapassata
    angelo dei piaceri senza nome.

    Straniera crebbi e nessuno si preoccupò del mio grano
    Ho preferito disegnare la mia vita su una pagina bianca
    Mela che nessun albero partorì
    Poi ritagliarla e uscirne
    Una parte di me vestita di rosso,
    un’altra parte di me in bianco
    Non ero solo dentro e fuori del tempo
    Perché ho avuto origine nei meandri celati
    Prima di nascere pensavo
    Di essere una massa abbondante
    Di avere dormito a lungo
    Di avere vissuto a lungo
    E quando sono diventata un frutto
    Ho saputo quel che mi attendeva.
    Ho detto ai maghi di prendersi cura di me
    Allora mi hanno presa.
    Ero
    la mia risata
    dolce.
    La mia nudità
    azzurra.
    E il mio peccato
    timido.
    Mi libravo sulle ali di un uccello
    e di notte diventavo un guanciale.
    Rivestirono il mio corpo di talismani
    e spalmarono il mio cuore con il miele della follia.
    Custodirono i miei tesori e i ladri dei miei tesori
    mi portarono silenzi e racconti
    e mi prepararono a vivere senza radici.
    Da quel momento sono in cammino.
    Indosso una nuvola ogni notte e viaggio.
    Solo io mi dico addio
    e solo io mi accolgo.
    Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola
    in amore non getto l’ancora in nessun porto.
    Di notte lascio gran parte di me stessa
    poi mi ritrovo e mi abbraccio appassionatamente al ritorno.
    Gemella del flusso e del riflusso
    dell’onda e della sabbia
    dell’astinenza della luna e dei suoi vizi
    dell’amore
    e della morte dell’amore.
    Di giorno
    la mia risata appartiene agli altri, ma la mia cena segreta
    mi appartiene.
    Chi comprende il mio ritmo mi conosce
    mi segue
    ma mai mi raggiunge.

  31. Greta Cipriani mi chiede un pensiero sulla poesia di Joumana Haddad . Io mi limiterò a dire che la soggettivazione dell’essere, la presupposizione di un giacente-sotto è inseparabile dalla predicazione linguistica, è parte della struttura stessa del linguaggio e del mondo che esso articola e interpreta. In questa poesia l’io diventa mito, il mito dell’androgino, della completa certezza del maschio-femmina, della completezza. Il lato notturno dell’io.
    L’essere è considerato dal punto di vista della predicazione linguistica, dal suo essere accusato (kategorein significa in greco innanzitutto «accusare») dal linguaggio, esso si presenta nella forma della soggettivazione. L’accusa, la chiamata in giudizio che il linguaggio rivolge all’essere lo soggettiva, lo presuppone in forma di hypokeimenon, di un esistente singolare che giace-sotto-e-al-fondo.
    L’ousia prima è ciò che non si dice sulla presupposizione di un soggetto né è in un soggetto, perché è essa stessa il soggetto che è pre-sup-posto – in quanto puramente esistente – come ciò che giace sotto ogni predicazione.

    La relazione pre-supponente è, in questo senso, la potenza specifica del linguaggio umano. Non appena vi è linguaggio, la cosa nominata presupposta come il non-linguistico o l’irrelato con cui il linguaggio ha stabilito la sua relazione

  32. C’è qualcosa in comune tra queste poesie. Si prestano entrambe a una rappresentazione teatrale o cinematografica (Potere delle immagini!) Quella di Carlo Livia, con echi multidimensionali e un percorso contrastante, ma sfumato in leggerezza. Coro da tragedia e voci fuori campo. Sussurri e grida. Dal classico a Bergman.
    Luoghi da attraversare.
    Luoghi da cui si esce o si entra.
    La poesia di Serenella, con testo più circoscritto e crudo mi ha fatto
    pensare a un film di Cassavetes o di Altman, registi che hanno trattato il tema del dolore e della condizione femminile. Forse tutti i luoghi sono prigioni. Alcuni più di altri. Io preferisco i luoghi della mente e della poesia più ariosi possibili (o con spiragli) aperti all’alterità, per quel che è possibile desiderare e perseguire. Chiedo scusa agli autori, se non ho colto almeno un po’ nel segno. Ringrazio Salvatore (mi sento molto in sintonia con il suo pensiero) per la sua attenzione così gentile (prima non avevo visto il commento). Saluto Giorgio, a cui sono debitrice di tanti spunti e suggerimenti. Alcuni fra i tanti: la quadrimensionalità – il legame spazio/tempo – superamento dell’auto referenzialità dell’io. Un caro saluto a tutti, nel nuovo anno.

  33. Un uomo è uscito di casa, di Daniil Ivanovič Juvačëv
    pseud. Daniil Charms

    Un uomo è uscito di casa
    Con un bastone e un tascapane
    E per un lungo viaggio
    E per un lungo viaggio
    E’ partito, solo come un cane.

    Andava sempre dritto e avanti
    E sempre avanti lui guardava.
    Non dormiva, non beveva,
    Non beveva, non dormiva.
    Non dormiva, non beveva, non mangiava.

    Poi una buona volta all’alba,
    E’ entrato in un gran bosco folto
    E da quel momento
    E da quel momento
    E da quel momento si è dissolto.

    Ma se per qualche caso strano
    Vi succedesse di vederlo
    Allora presto ditelo
    Allora presto ditelo
    Abbiam bisogno di saperlo.

    Daniil Ivanovič Juvačëv pseud. Daniil Charms (San Pietroburgo, 30 dicembre 1905 – Leningrado, 2 febbraio 1942)

    Pubblicata nel 1937 sulla rivista per bambini Ciz, questa poesia fu l’inizio della rovina di Charms. Le autorità vi videro un accenno alle persone che numerose sparivano, a causa della repressione staliniana, che uscivano di casa e non tornavano, che venivano prelevate di notte. A partire da quegli anni il compositore russo Dmitri Shostakovich dormì sempre vestito e con una valigetta sotto il letto, per farsi pronto nel caso in cui fossero venuti a prenderlo per portarlo nel Gulag. Sia da questi episodi, sia dai ricordi di chi lo ha conosciuto, Charms emerge come un uomo bizzarro ed ingenuo, ingegnoso ma, prima ancora che coraggioso e concentrato sulla propria opera, incredibilmente all’oscuro del contesto, incredibilmente indifferente alle condizioni in cui si trova. Non sembra che Charms abbia calcolato il prevedibile rischio di pubblicare questa poesia e che abbia deciso di affrontarlo: sembra, dai suoi diari, che non lo abbia proprio immaginato, e che quando, a seguito di questa poesia, gli fu vietato di pubblicare anche sulle riviste per bambini, abbia continuato a chiedersi il perché. E’ un altro esempio dell’atarassia di Charms riscontrabile anche analizzando le sue prose.

    (Paolo Nori, Daniil Charms Archives)

    Daniil Ivanovič Juvačëv (San Pietroburgo, 30 dicembre 1905 – Leningrado, 2 febbraio 1942) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo sovietico surrealista, conosciuto con lo pseudonimo di Daniil Charms (o Kharms a seconda delle traslitterazioni dal russo Хармс.

  34. La poltrona vicino alla sedia
    e in prospettiva la linea di riva
    divelta. L’esame diagnostico della realtà.
    Si accomodi ed era un omaggio,
    Una profonda ferita vagava. Ora suonavano
    la lima, la lira, la somma indecisa
    di un ostacolo sgombro.
    I piedi non calzano scarpe sono
    appesi i cartelli, le farse, i monologhi.
    Diventano grandi le stagioni dipinte. La parete
    non parla. Una fessura sedotta.

    (omaggio a chi legge,)

  35. Mi associo a Mauro…

    La fonte delle cento canne

    E’ sera nel giardino
    prima della notte.

    Ogni presagio, sogno

    e sogno che diviene
    porta in sé la fenditura
    l’orlo macchiato, risvolto
    nel giorno delle nozze.

    I rami del castagno,
    le sue gemme e il canto della fonte.

    Acqua e ancora acqua…

    di nuovi umidi fiori
    fluisce la cascata.

    Lo sguardo si confonde
    e la mano non raccoglie.

    Da quale ventre
    si apriranno i semi?

  36. Giuseppe Talia

    Quando si dice l’associazione. E dissociarsi, non è meglio?
    Prendere le distanze dall’Io poetico. Malattia psicosomatica.
    La vitiligine poetica. Olio su tela o acrilico? Non so decidermi.
    Forse l’acquerello.

    Di domenica di solito passeggio per il centro di Firenze.

    Bevo l’acqua del tabernacolo delle fonticine, in via Nazionale.
    Arteria trafficata, che porta alla stazione ferroviaria di SMN.
    I
    l mercato di San Lorenzo,
    barrocci e venditori extracomunitari di cineserie,
    B&B, un OVS, negozi di cover per smartphone, un 99 centesimi,
    il thailandese e la birra artigianale.

    Nelle vetrine dei restaurants quarti di bue in bellamostra.

    Indosso scarpe da trekking.

  37. Seduti in cerchio

    Il chiarore delle fiamme sui volti
    Chi si è preso cura e di chi?
    Non si fanno più le assemblee
    Io solo ti ho seguita, non ti ho mai lasciato
    A piedi nudi.

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