Gino Rago, Due poesie inedite da I platani sul Tevere diventano betulle, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

foto Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). È membro della redazione dell’Ombra delle Parole.   Email:  ragogino@libero.it

Giorgio Linguaglossa mi (e ci) pone altre tre domande.

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Tre domande terribili, da far tremare i polsi.

Queste istanze nel loro enorme peso di etica e di estetica, di forma e di contenuto, di lingua e di stile, di metrica e di tono, di senso e di suono, interpellano le nostre coscienze e il nostro stesso modo di stare in poesia, di fare poesia in un rinnovato spirito del tempo.
Alle tre domande provo a dare una risposta mettendo tra di loro in relazione di prosa poetica o di poesia in prosa due reziari-uomini-di-questo-tempo scagliati nell’arena-mondo-del-nostro-tempo con pochi arnesi-parole-senza-più-suono allo scopo di irretire il vuoto con il gesto-atto-poetico-di-questo-tempo, nella poesia 1, e il tentativo del superamento della ‘metafora tridimensionale’ spazio-tempo-passato verso il quadridimensionalismo spazio-tempo-percezione passato-memoria, secondo la prospettiva dell’osservatore proustiano…[dal dialogo Maurizio Ferrari-Giorgio Linguaglossa, in  Critica della ragione sufficiente, ( pagine 74-77)].

(Gino Rago)

Due poesie di Gino Rago dalla Sez. 1 de I platani sul Tevere diventano betulle [di prossima pubblicazione con le Edizioni Progetto Cultura, Roma*

Gino Rago
I

 L’atto poetico nel vuoto

«Ci interessa la forma del limone
non il limone».*

*[Questo scrissero sul manifesto formalista quegli artisti
Nell’ammutinamento sui battelli del figurativismo
E del narrativismo.
Ma fu sera e mattina sulla Forma]

[…]
Un reziario nell’arena. Con un altro reziario un po’ più antico
ma nella stessa arena. Verso chi tridenti e reti?

Chi o cosa vogliono irretire, senza corazza ed elmo?
Il Vuoto? Vogliono imprigionare il Vuoto

con un balzo estetico.
Perché la bellezza è nel vuoto?
[…]
I due reziari all’unisono: «Perché se sei nel vuoto,
se davvero ti senti nel vuoto, devi agire prima che il vuoto ti risucchi…

È il gesto che salva. È l’urto tra l’atto poetico e il vuoto
che genera lo spazio e il tempo,

perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.
La forma-poesia non è l’inizio

ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.
Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare,

ma occorrono le parole-stringhe a cinque dimensioni».

II

Roma. Due reziari seduti a un tavolino.
Il bar di via Gaspare Gozzi [la linea B della Metro sferraglia]

A una parete gli occhi e le rughe di Samuel Beckett.
Il barista si avvicina con due tazze fumanti, sorride.

L’uomo somiglia a José Saramago, dice: «Vi ammiro,
voi conoscete la doppiezza delle parole, nelle vostre poesie una parola

tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
– «Una parola davvero scomoda» -, pensa l’interlocutore non visibile

che siede qui accanto nel bar,
la verità fa rima con varietà, questo lo affermava il Signor K. nella omonima

poesia di Linguaglossa, dove il Signor K. fuma
un sigaro italiano e cincischia con il revolver…

«Ma voi non siete ciò che dite, siete dei truffatori, siete…
il credito che le vostre parole vi danno».

2)
Quadridimensionalismo

La madeleine*. Il selciato sconnesso.
Il tintinnio di una posata.

Le chiavi di casa perdute in un prato.
Diventano in noi la resurrezione del passato?

Fanno riapparire il tempo nello spazio?
[…]
Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
Il tempo perduto esce dalle profondità delle quattro dimensioni.

Perché l’uomo è spaziotempo,
al profondo, nel lungo e nel largo

soltanto l’uomo lega ciò che è stato,
il tempo perduto, il tempo passato.

Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
possono vibrare insieme solo nella Memoria.

E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.
La morte qui non c’entra.

*La «madeleine» è il dolce di Marcel Proust

Giorgio Linguaglossa Gino Rago

da sx G. Linguaglossa e Gino Rago, Ostia, giugno 2017

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

In queste poesie di Gino Rago, come in quelle di Mario Gabriele e, come in genere accade in varia misura nei poeti della nuova ontologia estetica, le poesie non hanno un oggetto specificato, un referente o un insieme di referenti circoscritti e riconoscibili, un significato, nulla di tutto ciò. Quello che noi chiamiamo il referente in questo tipo di poesia diventa il «dicibile» (il lékton degli stoici), ma ciò non comporta che tutto ciò che è dicibile abbia anche un significato. I due «reziari» che combattono nella arena non hanno un significato, sono dei «dicibili» che scavalcano qualsiasi significato. La poesia si preoccupa di «imprigionare il vuoto», di dare un significato al «vuoto», di renderlo in qualche modo manifesto, «dicibile»:

La forma-poesia non è l’inizio
ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.

La poesia di Rago è un mirabile esperimento di cattura di quello che il poeta chiama «vuoto che fluttua», poiché «La forma-poesia non è l’inizio/ ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua». Il «vuoto» per Rago è quella dimensione incorporea dove fluttuano le parole ancora non pronunciate, fonetizzate. Tutto il problema è il pronunciare quelle parole, ed ecco che le cose diventano dicibili. Il «vuoto» di Rago è quello spazio incorporeo nel quale fluttuano le parole incorporee perché ancora non-pronunciate, quello che la filosofia contemporanea denomina «la patria metafisica delle parole»; esse non sono né i nomi di cose, né i nomi di concetti, né i nomi di pensieri erranti. È la scoperta che le parole abitano la patria metafisica, e non dipendono per la loro esistenza né dai concetti né dalle cose. Il «senso» non è una cosa nascosta che si tratta semplicemente di scoprire, il «senso» è un analogon di un mito che noi possiamo interpretare in quanto fatto di linguaggio.

«Il bisogno di interpretare un linguaggio può sussistere unicamente per qualcuno che (per un istante o in permanenza) si colloca all’esterno di esso; e non può essere soddisfatto e scomparire solo quando ci si sente totalmente a proprio agio in quel linguaggio, quando ci si è appropriati di esso, in breve quando lo si parla. Una interpretazione è buona non quando non siamo in grado di interpretare ulteriormente ma quando non lo facciamo e non avvertiamo il bisogno di farlo. Se il senso è l’ultima interpretazione, quella che non si interpreta, è solo perché tale interpretazione ci soddisfa, perché abbiamo (la sensazione di aver) compreso. “Ciò che avviene” osserva Wittgenstein “non è che questo simbolo non può più essere interpretato, bensì: io non interpreto. Non interpreto perché mi sento a mio agio nell’immagine presente. Quando interpreto, avanzo sul cammino del pensiero innalzandomi da un gradino all’altro».1

Ad un certo punto Rago rimescola le carte, chiama in causa una mia poesia e un personaggio contenuto in alcune mie poesie, il Signor K., e lo fa interagire nella sua poesia:

«Vi ammiro,
voi conoscete la doppiezza delle parole, nelle vostre poesie una parola

tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
– «Una parola davvero scomoda» -, pensa l’interlocutore non visibile

che siede qui accanto nel bar,
la verità fa rima con varietà, questo lo affermava il Signor K. nella omonima

poesia di Linguaglossa, dove il Signor K. fuma
un sigaro italiano e cincischia con il revolver…

Tutte le cose sono confuse, si mischiano, si dividono, si trasformano e diventano altro, il reale e l’immaginario sono posti sullo stesso piano scosceso che ci conduce verso il «nulla», «la stessa parola» è afflitta da «doppiezza», «la verità fa rima con varietà» e, come nella poesia del novecento, «una parola tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità». È questa, propriamente, la dimensione del lékton, del «dicibile» degli stoici, quella dimensione che non è composta da parole, o da pensieri, o da cose definite, palpabili… ma da qualcosa che sfugge e per le quali dobbiamo cercare le parole…

Facciamo un passo indietro. Agamben scrive:

«Ammonio ci informa che gli stoici inserivano, secondo lui inutilmente, fra il concetto e la cosa un terzo, che chiamavano dicibile (lékton).
Il passo in questione proviene dal commento di Ammonio al De interpretazione. Qui Aristotele definiva il processo dell’”interpretazione” attraverso tre elementi: le parole (phoné), i concetti (più precisamente le affezioni dell’anima), di cui le parole sono segni, e le cose (tà pragmata), di cui i concetti sono le similitudini. Il “dicibile” stoico, suggerisce Ammonio, non soltanto non è qualcosa di linguistico, ma non è nemmeno un concetto e neppure una cosa. Esso non ha luogo nella mente né semplicemente nella realtà, non appartiene né alla logica né alla fisica, ma sta in qualche modo fra di essi. È di questa situazione particolare fra la mente e le cose che si tratterà di tracciare una cartografia. È possibile, infatti, che questa situazione fra la mente e le cose sia propriamente lo spazio dell’essere, che il dicibile coincida, cioè, con l’ontologico.
[…]
Il significante (la parola significante) e l’oggetto (la cosa che vi corrisponde nella realtà, nei termini moderni il denotato) sono evidenti. Più problematico è lo statuto del semainomenon incorporeo, che gli studiosi moderni hanno identificato col concetto presente nella mente di un soggetto (simile al noema aristotelico secondo Ammonio) o col contenuto oggettivo di un pensiero, che esiste indipendentemente dall’attività mentale di un soggetto (come il “pensiero” – Gedanke – in Frege). 2]

1] J. Bouveresse in L. Wittgenstein, Nachlass Verwalter (1967) Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, Adelphi, 1975 p. 73
2]G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata, 2016 pp. 63-64

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79 risposte a “Gino Rago, Due poesie inedite da I platani sul Tevere diventano betulle, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    L’ermeneutica linguaglossiana, intesa come tecnica e arte della interpretazione di un testo, sa entrare sempre di più e sempre più efficacemente nell’essenza del rapporto tra ‘Linguaggio’ ed ‘Essere’ perché in sostanza l’esistenza si magnifica in una stringente relazione con il mondo;
    e, come ha sostenuto lo stesso Linguaglossa in svariati commenti, “l’uomo si apre al mondo tramite il Linguaggio che parla”, un linguaggio non eterno, ma temporalizzato.
    E il tempo della nuova koiné è il frammento, con tutto ciò che nel tessuto poetico delle 2 mie poesie l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa ermeneuticamente coglie, legge, elenca e interpreta nella sua magnifica nota che oggi mi dedica, soprattutto quando precisa che
    “La poesia di Rago è un mirabile esperimento di cattura di quello che il poeta chiama «vuoto che fluttua», poiché

    «La forma-poesia non è l’inizio
    ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua».

    Il «vuoto» per Rago è quella dimensione incorporea dove fluttuano le parole ancora non pronunciate, fonetizzate[…]”

    Ne consegue, seguendo lo sviluppo della nota linguaglossiana, che

    “[…]Tutte le cose sono confuse, si mischiano, si dividono, si trasformano e diventano altro, il reale e l’immaginario sono posti sullo stesso piano scosceso che ci conduce verso il «nulla», «la stessa parola» è afflitta da «doppiezza», «la verità fa rima con varietà» e, come nella poesia del novecento, «una parola tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
    È questa, propriamente, la dimensione del lékton, del «dicibile» degli stoici, quella dimensione che non è composta da parole, o da pensieri, o da cose definite, palpabili… ma da qualcosa che sfugge e per le quali dobbiamo cercare le parole[…]”

    Una interpretazione e un’arte che si fanno magistrali soltanto in un punto, in quel punto di intersecazione fra gusto estetico e passione di fare le cose, cultura letteraria e militanza senza risparmio di energie, talento e spirito di servizio che alla fine aiutano l’altrui poesia a crescere su stessa…

    Gino Rago

  2. …però, nel concetto di lékton degli stoici, del «dicibile», vi è compreso anche l’«indicibile», perché altrimenti, se tutto ciò che è «dicibile» equivalesse al «detto», non ci sarebbe più bisogno della lingua, essendo tutte le cose già dette confluite nel detto e, quindi, nel dicibile. Ma siccome non tutto il «dicibile» è composto dal «dicibile» ma comprende anche un quid di «indicibile», ecco che appare chiarissimo questo nostro concetto di «dicibile» che comprende anche una quota di «indicibile», altrimenti la lingua, anzi, il linguaggio, cesserebbe semplicemente di esistere.

    La poesia, l’arte, si occupano in primissimo luogo di percepire e dire nel «dicibile» quella quota di «indicibile» che è già nel linguaggio. È ovvio che la «nuova poesia» si occupi di quel dicibile che comprende in sé una maggiore quota di «indicibile».

  3. Caro Gino e caro Giorgio, ho letto (ma comunque seguo sempre questa pagina, anche se in silenzio) con grande interesse, perché la questione che si pone qui è quella fondamentale di cosa sia la poesia e quale la sua fonte. E, per il mio lungo sodalizio con quello che considero un grandissimo Maestro – James Harpur – che su questo tema molto ha scritto e parlato, sia nei suoi seminari che nelle sue conferenze, so quanto questo tema sia centrale anche per lui.
    E le poesie di Gino toccano molto bene questa che è una questione essenziale. Oltre ad essere molto belle.
    L’esperienza del vuoto è l’essenza stessa della poesia. Un’esperienza che è analoga a quella del mistico. Perché le immagini sorgano, è necessario svuotare la mente di ogni immagine, accedere all’ “oltre”, a quello spazio misterioso e indistinto, persino minaccioso, che per gli antichi era l’àpeiron periechon, l’abisso. Lì è l’origine, la fonte. E lo strumento è quello della meditazione attraverso l’immaginazione. Ma in questo caso la meditazione è la poesia stessa. Che anela a raggiungere costantemente quell’oltre, al di là del quale cercare quell’unica parola che mai potrà essere raggiunta e che tutto esprima. Una parola che sfuma nel Silenzio nell’istante stesso in cui viene pronunciata. Dove una meta è impossibile poiché il poeta tenta di dire con mezzi materiali l’immateriale.
    Dunque il viaggio del poeta è il viaggio di un mistico e la poesia non può che nascere dalla sfera del Sacro. E’ sempre e comunque un pellegrinaggio, un percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva.
    .
    Provo anche io a rispondere a queste tre belle domande:
    1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?

    Io credo che non possano che essere esperienze interiori, spirituali, momenti di ricerca ed epifanici. Ma soprattutto la sete del percorso, l’anelito alla ricerca, all’esplorazione.

    2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?

    Non può mancare qualcosa che comunque è una convenzione se intesa in modo fisico. Il luogo della poesia è sempre l’infinito, il vuoto, la soglia, e il poeta fa proprio questo, si sporge, come oltre le Colonne d’Ercole, oltre la soglia, spingendo lo sguardo dove nessuno osa sporgerlo.

    3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?
    No, non è possibile, perché incatenare lo sguardo al “questo” senza capire che la realtà non è che ombra e illusione e proiezione limitata dell’illimitato non solo nega ogni possibilità di conoscenza, ma è la negazione dell’immaginazione stessa, dunque della poesia.

    E voglio concludere riportando dei versi, (nella mia traduzione) tratti dall’ultima raccolta di Harpur, “The White Silhouette”, nella sezione intitolata “Verbum”. Qui è il Verbo che parla, la Parola, che si manifesta al poeta sotto forma di visione in una sorta di entità arcaica e femminile, che molto ricorda nei suoi tratti la Haghia Sophia, la Divina Sapienza:

    ““Non sono parola, non immagine, non maschio o femmina.
    Non ho nome, non volto, non forma,
    e parole e colore prolungano l’inganno
    che mi si possa dipingere: sono oltre
    ogni senso di quel che ‘oltre’ significa.
    Devi chiudere gli occhi per conoscermi
    e lasciare la via dell’asserzione,
    la via del pensare e immaginare:
    sii soltanto pellegrino a te stesso,
    vigile, che non sa dove andare,
    ma che confida nella propria ignoranza
    viaggiando verso l’interno senza posa.
    Osserva le spirali dei tuoi pensieri,
    l’intreccio di speranze e di paure
    che all’infinito si nutrono a vicenda;
    osserva i cerchi delle buone intenzioni
    che ruotano senza alcuna efficacia,
    i cerchi della gelosia e del rancore —
    osserva solo il tuo io convoluto
    proliferare senza il tuo intervento
    finché muore spegnendosi nel nulla
    se non silenzio, una quiete perfetta.
    E se sopporti lo splendido mistero
    d’essere conscio senza il tuo io,
    allora potrebbe giungerti una casa
    quando abbandoni ogni cosa familiare,
    una rinuncia cui si resiste con tenacia
    perché è come morire –
    in attesa dell’arrivo dell’altro,
    l’iniziale alleggerirsi dell’atmosfera,
    il cambiamento, pensieri che evaporano
    come la percezione del sé è annullata,
    il bagliore della coscienza non centrata –
    uno schianto
    un profluvio di luce che sommerge
    il tuo essere inondandoti d’amore –
    se poi mi vedi tu sei diventato
    l’amore puro che cercavi in me —
    e allora chi è chi?
    Gli occhi attraverso cui vedi sono i miei.”

    James Harpur, “Kells”, 2018.

    E voglio, con tutto il cuore, fare i più affettuosi auguri di Natale e di un generoso e benevolo Nuovo Anno a te, Giorgio e a tutti i lettori dell’Ombra.

    • Salvatore Martino

      Concordo pienamente con tutte le asserzioni straordinariamente lucide , comprensibili e profonde del dettato esegetico di Francesca. Naturalmente la ringrazio per quel gioiello poetico di James Harpur…quando il pensiero altissimo spirituale e filosofico diventa grande poesia. In particolare le tre risposte consegnate ad altrettante domande centrano perfettamente il bersaglio, e sono da condividere in toto.
      Il mio messaggio augurale per un Nuovo Anno felice poeticamente a tutti i frequentatori de l’Ombra. Salvatore Martino

      • Salvatore caro, ti ringrazio di queste tue belle riflessioni, dettate da una comune visione e dalla tua generosità. Uno speciale augurio a te per ogni cosa bella.

      • caro Salvatore Martino,
        rispetto il tuo giudizio estetico, ma, come ho già avuto occasione di spiegare più volte su queste colonne, non si può giudicare una poesia «nuova» del tipo della «nuova ontologia estetica» mediante le categorie della «vecchia» ontologia estetica. Con le categorie di eufonia, di endecasillabo sonoro, di enjambement, di metro chiuso, di metro musicale, di significante etc. non è possibile entrare all’interno dei meccanismi del discorso estetico della nuova poesia che stiamo percorrendo, occorre una rivoluzione copernicana per entrare dentro i meccanismi del nuovo modo di intendere il discorso poetico.

        Per esempio, la poesia di James Harpur qui presentata da Francesca Diano, è sicuramente una «bella» poesia di tipo tradizionale; dietro lo specchio del «divino» è sempre l’«io» che parla, è l’«io» che legifera il mondo delle parole, l’«io» che emana editti… questo tipo di poesia se valutata con le categorie della nuova ontologia estetica verrebbe senz’altro svalutata e declassata. Per la valutazione di questa poesia occorre un critico tradizionale di poesia, con un gusto tradizionale che pensa il discorso poetico in termini di: eufonia, enjambement, metro lirico, verso sonoro etc.

        Noi ormai siamo incamminati in un percorso che ci pone molto lontano da tutta quella congerie di categorie retoriche ed ermeneutiche che hanno fatto la storia della poesia del lontano e recente passato, in Italia e anche in Europa, ma noi guardiamo ad altri compagni di strada, lo abbiamo detto e ripetuto mille volte (Mandel’stam, Alfredo de Palchi, Tranströmer, Espmark, Eliot, Pessoa, Herbert, Rozewicz, Petr Kral, Michal Ajvaz…). Noi ormai siamo fuori, sappiamo benissimo che la nostra poesia può apparire sgraziata, prosastica, sconclusionata, priva di musicalità etc., lo sappiamo, ma abbiamo il dovere di muoverci nella direzione della «nuova poesia», tornare indietro per noi è ormai impossibile. Sappiamo bene che ci troviamo di fronte il vecchio modo di pensare la poesia della generalità dei poetanti in Italia, sappiamo che le difficoltà di ricezione da superare sono tantissime ma questo non può impedirci di portare avanti il nostro discorso e la nostra ricerca.

        A più riprese ho parlato di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini, completamente immaginifiche e sganciate da qualsiasi «esperienza» vissuta, sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra.

        Leggiamo una poesia di Tranströmer:

        Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
        Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
        sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

        È inutile che dica altro, non farei che ripetere cose che ho già scritto in molte occasioni…

        Scrive Umberto Galimberti:

        «… anche la struttura sintattica del discorso ermeneutico deve cambiare profondamente. Non si tratta più di comporre frasi con soggetto e predicato, che presumono l’accettazione dello schema metafisico sostanza-accidente, perché simili frasi, grammaticalmente strutturate in modo “metafisico”, nel loro carattere definito, concludono ragionamenti, enunciano soluzioni, ma non restano fedeli al carattere eventuale dell’essere, e quindi alla forma non-conclusiva dell’interpretazione. Lo stesso uso della copula, che istituisce il nesso tra soggetto e predicato, istituisce anche il nesso fra la struttura della proposizione e quella della realtà, per cui la logica classica fa risiedere la verità nel giudizio e non nella parola isolata.
        Assunto come copula, l’essere è ridotto a essere dell’ente, e il linguaggio a segno dell’ente. In questa accezione, il linguaggio non dice più niente, non parla, perché non mostra (zeigen), ma semplicemente indica (zeichen) e rinvia alla cosa che si suppone significante per sé, indipendente dalla parola che lo nomina e, nominandola, le dà l’essere, la evoca dal nascondimento.
        Con ciò Heidegger non pensa di dover riformare il linguaggio. Per gli usi della vita quotidiana o per quelli della ricerca scientifica il linguaggio ontico o metafisico va benissimo, ma non altrettanto si può dire per il pensiero che voglia riconoscersi e rimanere pensiero dell’essere, dell’essere nella differenza. Per questo pensiero, andare alla ricerca dell’essenza del linguaggio, equivale ad ascoltare il linguaggio dell’essenza, dell’essere…».

        (U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, Milano, 2005 p. 642)

        • Caro Giorgio, veramente quella che ho postata è solo una brevissima parte di un poemetto di oltre 600 versi, la cui struttura, stile, linguaggio e contenuti non hanno nulla di tradizionale e la cui stesura ha richiesto 15 anni e molte versioni diverse fra loro. La sua è un’architettura complessa, con un gran numero di personaggi ed entità che fanno sentire le loro voci e dialogano fra loro attraverso lo spazio e il tempo, c’è una grandissima ricerca del linguaggio e dello stile, a volte discorsivo, a volte rotto, asciutto, a volte quasi beckettiano.
          L’ultima cosa che si trova nella poesia di Harpur è l’io. Anzi, l’opposto.
          Da te, che conosci bene la poesia e il suo linguaggio, mi aspetterei qualcosa di più che un giudizio di questo tipo – globale per di più – basato solo su un frammento di un’opera amplissima.
          Sempre con affetto
          Francesca

        • Salvatore Martino

          Carissimo Giorgio ma cosa c’entrano l’endecasillabo il metro chiuso l’eufonia etc. di cui parli col mio discorso. So bene che si può fare grande poesia col verso libero, senza le prigioni del dettato chiuso…ci mancherebbe altro. Solo che la poesia esige altre dimensioni dalla prosa, Comunque l’essenziale per il discorso poetico, secondo me, l’essenziale ripeto è quanto affermava Ezra Pound : a cosa serve la poesia se non da emozione? Per quanto riguarda Eliot siamo lontanissimi dalla NOE, con tutto il rispetto per le tue convinzioni.

          Da “I dry salvages” ( Quattro Quartetti)

          Signora il cui santuario sta sul promontorio,
          Prega per tutti quelli che sono in mare, quelli
          Il cui mestiere è di pescare, e quelli
          Intenti ad ogni traffico legittimo
          E quelli che li guidano.

          Ripeti una preghiera anche per le
          Donne che hanno visto i loro mariti e i figli
          Partire e non tornare:
          Figlia del tuo figlio,
          Regina del Cielo

          Anche per quelli prega ch’erano in navi e il viaggio
          Finirono sulla sabbia del mare sulle labbra
          O nella gola oscura che non li renderà
          O dovunque raggiungerli non può l’eterno angelus
          della campana del mare

  4. Scrivevo nella mia ultima raccolta poetica:
    “Se qualcosa è un emozione
    può deformare e indurre a creare il pensiero,
    come il meccanismo di un orologio
    che funziona con precisione a compiere
    le ore del giorno quando scatta l’allarme.”
    (tratto da Anfora di cielo- pag. 37 – 2017- Ed.Divinafollia)

    L’immaginazione spesso fiorisce da un espressione, un fatto accaduto o altro che ad un certo punto riempie il vuoto del vissuto. Questo riempimento non avviene da solo, occorre una ricerca accurata delle parole. Ci soffermiamo sulla vita come un piccione viaggiatore, è le piume che lasciamo nella nostra breve sosta, sono parole ibride che nascono altre parole. L’incredibilmente reale diventa surreale. E se delle volte abitiamo in una poesia con il ritmo dell’ebbrezza che insorge, come fosforo al buio, in una equazione di sensazioni amorfe, come un epitaffio di movimenti fluttuanti sulfurei, la colpa è del poeta. Tutto in un ologramma perfetto del suo spazio e tempo, ogni distico un quadro sottolineato nella memoria.

    Riporto anche questa citazione sempre dallo stesso libro nominato sopra a pag.66, precisando che ho concepito la monografia come una dedica ai poeti e alla poesia.
    “Sai quell’attimo nella saggezza del nulla?
    Cui, tu appartieni da sempre?
    In quel attimo c’è l’origine del tempo
    con frenesia tu cerchi sospeso tra onde.”
    Le onde non sono solo semplici onde del mare o del fiume. Sono onde di pensiero, che Gino Rago nella sua poesia crea come una marea di distici, con onde di intensità diverse una dal’altra che obbliga il respiro a fermarsi stimolando alla riflessione metafisica, come abilmente è riuscito Giorgio Linguaglossa.

    Aggiungo senza l’intento di offendere alcuno: Per esserci in grado di riflettere, occorre una certa conoscenza del linguaggio poetico e della filosofia a quale non qualsiasi lettore è preparato. Il lettore semplice ama l’immediatezza. Invece il lettore di professione diventa un annalista:
    Il perché detto, il perché scritto?
    La poesia metafisica deve essere sostenuta dalla critica altrimenti muore su sé stessa, ed è un peccato perché si perdono concetti filosofici importanti.

    Con molta stima di voi e di chi interviene, vi saluto. augurandovi un Natale felice.
    Lidia Popa

  5. Salvatore Martino

    Carissimo Gino scusami ma non me la sento di essere troppo clemente nel parlare dei due testi che hai proposto. Entrambi toccano tematiche importanti e coinvolgenti, ma a io avviso più vicini ad una formulazione di pensiero filosofico, che ad un procedimento poetico.. Il significante, la forma in altre parole, mi sembra decisamente prosastica, sia come struttura sintattica che come uso del linguaggio. Nella prima poi le iterazioni delle due parole fondanti vuoto e parola e tempo nella seconda infastidiscono (notazione personalissima) la mia sensibilità di vecchio poeta legato all’armonia non ripetitiva delle forme linguistiche.Il poeta qui pensa troppo , come asseriva talvolta parlando di alcune produzioni poetiche Enrico Falqui, così che la poesia si nasconde dietro le tende dell’intellettualismo. Dove è finito il tuo senso della cadenza, del ritmo? E non basta certo l’utilizzo del distico per crearli. Né l’Impero romano né Marcel Proust, e mi dispiace, stavolta ti sono venuti in soccorso.

  6. Salvatore Martino

    Il vuoto, credo, vada più descritto che ripetitivamente nominato. Salvatore Martino

    • gino rago

      Aggiungerei soltanto ai 2 commenti nei quali e con i quali Giorgio Linguaglossa articola anche per me le risposte alle riserve di Salvatore Martino che caro Salvatore non vedrai mai non soltanto me ma nessuno di noi della NOE scrivere cose così:

      “La Minetti platonica avanza sulla scena
      composto di carbonio, rossetto, silicone.
      Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
      io sublunare, arreso alla dominazione
      di un astro irresistibile, centro di gravita
      che mi attira, me vittima, come vittima arresa
      alla straziante presa della cattivita,
      perche il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa
      fra le mani del boia prima della caduta,
      ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
      tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
      irreale invenzione di chirurgia, ideale
      sogno di forma pura, angelico complesso
      di sesso sesso sesso sesso sesso.”

      Anche questa, caro Salvatore, è stata, ed è ancora, un genere, un filone della nostra ‘poesia’ contemporanea…

      gr

      • questa è una poesia che risponde alla vecchia e trita ontologia estetica del secondo novecento, che si può riassumere in una parola: Kitsch.

      • Salvatore Martino

        Ma questa non è poesia e io non ho mai paragonato i testi dei poeti della NOE con codeste banalità. Le mie riserve sono ben altre , ma vedo che vengo frainteso. Il vostro tentativo mi sembra lodevole soltanto che mi appare eccessivo ritenere il vostro discorso estetico come verbo, che esclude ogni altra forma di poesia.

  7. Marina Petrillo

    Come fosse digiuno della mente
    il perseverante fluire in divina forma
    scissura dello Spirito
    colto in metafisica roccia.

    Non teme alcuno sforzo
    il pallido pensiero
    se vigile trasecola in alto spazio
    sino a giungere al limite sognante.

    Io diffuso ad Uno.

    Lì giunge il morituro Ego
    ad irrorare l’esteso campo delle Anime Uniche
    piccole erbe vegetate in temporali estivi
    brevi singulti adiacenti
    il vuoto transito ad altra sponda.

    Partenogenesi in siderea notte
    delle cui stelle in vacuo solco
    non permane chiarore.

    Dedicata a lei, Gino Rago , alla sua poesia volta al quadridimensionalismo.
    Grazie, Marina

    • gino rago

      Marina Petrillo deposita in me una parola chiara, ben pronunciata, e nei versi che mi dedica non è difficile scorgere, e perciò da me davvero graditi,
      il respiro di Cristina Campo che s’intreccia con i fiati sempre caldi di Simone Weil, di Marianne Moore, di Emily Dckinson…

      gr

  8. Ripropongo qui la risposta data da Gino Rago ad una Domanda di un lettore di poesia, apparsa sul n. 1 del trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica Il Mangiaparole:

    Lettere alla redazione

    Nella sconfinata massa di libri che inondano il mercato e le pagine di internet, quali indicazioni dareste a un giovane universitario che voglia addentrarsi nel mondo della poesia contemporanea? Da quali letture cominciare? Quali autori prendere in considerazione? Come orientarsi per capire le tendenze poetiche in atto? –

    (Giulio Lombardi, Roma)

    Comprendo il disorientamento di un lettore dinanzi alle migliaia di libri e di autori apparsi in questi ultimi cinquanta anni. La mia risposta è questa: durante questi decenni la crisi delle forme estetiche si è andata aggravando, ha impresso una accelerazione forsennata al crollo delle forme estetiche tradizionali, non è affatto colpa di nessuno se la crisi si è abbattuta come un maglio sulle forme estetiche che abbiamo conosciuto nella poesia e nel romanzo. Così, è avvenuto che quell’endecasillabo della tradizione che va da Bertolucci de La camera da letto (1984, ’88) al Bacchini degli ultimi libri, ormai non ha nulla da offrirci, è una forma estetica del passato e noi non possiamo restare fermi a dirci come erano belli i tempi nei quali scrivevamo e vivevamo come Attilio Bertolucci e Bacchini, con tutto il rispetto per quelle forme poetiche e la loro poesia.
    La «nuova ontologia estetica» che alcuni poeti hanno messo in campo con la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com è nata dalla presa di coscienza della crisi irreversibile della forma-poesia nel secondo Novecento e in questi ultimi anni del nuovo secolo; la risposta della «nuova ontologia estetica» è partita dai «fondamenti» della scrittura poetica, in particolare, da due nuovi concetti dei due elementi fondanti la forma-poesia: la «parola» e il «metro», entrambi visti non più come «contenitori» di grandezza fissa ma come entità a grandezza variabile; sia la «parola» che il «metro» sono entità elastiche, mutanti; noi percepiamo queste unità come enti dotati di tempo e di spazio «interni», non solo «esterni» come intendeva la poesia tradizionalmente novecentesca.
    Che cosa voglio dire? Che spetta a ciascun poeta offrire una propria soluzione a questa crisi della forma-poesia e una personale interpretazione a questi nuovi modi di intendere sia la «parola» sia il «metro»; si tratta di quello che abbiamo denominato «tempo interno», che non è da intendere come un tempo interno fisso valido per tutti ma come una temporalità interna all’oggetto e al soggetto e una spazialità interna al soggetto e all’oggetto, per così dire, per non parlare della «metafora silenziosa», pensiero da approfondire nel prossimo futuro.
    I libri significativi di questo nuovo orientamento della poesia europea sono : Tomas Tranströmer, 17 poesie (1954); in Italia: Maria Rosaria Madonna con Stige (1992); Giorgio Linguaglossa con Paradiso (2000); Mario Gabriele con Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016) e In viaggio con Godot (2017), che possono essere considerati un libro unico in progress; penso a Steven Grieco Rathgeb con Entrò in una perla (2017).
    Spero di essere stato esauriente, pur nei limiti dello spazio concessomi dalla rivista. Buongiorno.

    (Gino Rago)

  9. gino rago

    Il “mio” grazie a Francesca Diano

    Francesca Diano ritorna , dopo un lungo tempo di silenzio, con un commento
    sull’Ombra e lo fa sulla e per la pagina che Giorgio Linguaglossa mi dedica.

    Non è fenomeno di poca valenza, anzi, questo suo gesto assume in me i connotati della starordinarietà.

    E’ atto straordinario, infatti, il suo. Dunque, fortemente grazie, anche perché ci lascia nello stesso commento materia-frutto delle sue meditazioni, materia-spunti per le nostre riflessioni.

    Francesca Diano è la figlia di Carlo.

    Da Carlo Diano, ricordiamolo, grazie al Linguaglossa che a più riprese lo ha proposto su numerose pagine de L’Ombra d. P., abbiamo appreso i due mondi presenti nello spirito greco: la Forma e l’Evento.

    E nonostante le riserve di Salvatore Martino, che ringrazio per la sincerità del suo intervento, se bene si leggono anche tanti dei versi delle due poesie oggi magistralmente commentate da Giorgio Linguaglossa il Carlo Diano di Forma ed Evento che mi ha raffinato ritorna, fa ritorno nei miei versi con il
    Dio aristotelico della forma e fa ritorno come Dio stoico che sta nelle cose.

    Le due poesie odierne ricadono nella Sez. 1 del mio libro, Sezione che come epigrafe ha “Il Vuoto, il Tempo, gli stracci, le plastiche, gli specchi…”
    in cui anche Lucrezio fa la sua parte.
    E dunque tout se tient.

    Ma Carlo Diano ritorna anche nella Sez. 5 del mio stesso libro “Ecuba-Ciclo di Troia”, e il suo ritorno nella Sezione del metodo mitico l’affido insinuandolo nel tempo interno di tanti versi del ciclo troiano come
    “Forma-Achille”, un Achille uguale sempre a se stesso, che ti guarda negli occhi, e usa lo scudo e la spada, Achille che sempre ti sta di fronte, senza raggiri, e come “Evento-Ulisse”, Ulisse pronto a cambiare forma, a usare l’arco e le frecce, sempre di sbieco, e pronto all’inganno, senza luce che lo inondi o bagni e senza poesia…

    Ma è chiaro che ogni lettore/lettrice vede, scorge, coglie, scopre ciò che anche per cultura è in grado di vedere, di scorgere, di cogliere, di scoprire
    nella poesia degli altri.
    E ciò con la semplice scusa del “gusto” proprio non c’entra.

    Gino Rago

    • Caro Gino, sono profondamente commossa da quanto scrivi. Soprattutto grata per quanto dici sull’ispirazione che dal pensiero di mio padre è nata in te. Sono felice che il pensiero filosofico ispiri quello poetico (del resto mio padre era anche lui un poeta) anche perché credo che la poesia – quella grande – non nasca da emozioni momentanee e semplici sensazioni, se non come strumenti di attivazione di una sfera molto più profonda, quella da cui nascono le visioni, ma debba avere alle spalle una solida struttura di pensiero, una visione del mondo, disposta però sempre a mutare forma, come tutto il reale muta continuamente. Dove nulla sia fermo, nulla sia certo ed ecco perché la ricerca del poeta non può mai avere fine.
      E, a mio avviso, non può che essere una ricerca solitaria, un viaggio individuale, che ti porti a trascendere l’io ad ogni istante e ad annullare il Sé. E’ la stessa ricerca di cui parla Jung nel suo Liber Novus, il Libro Rosso, che ogni poeta dovrebbe leggere.
      C’è un punto in cui Jung scrive:
      “Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente dotata di esistenza propria.”
      E ancora:
      “Ho dovuto riconoscere di essere soltanto espressione e simbolo della mia anima.”
      Perché la poesia è il regno del simbolo e della potenza numinosa che da esso emana.
      Insomma, c’è così tanto da dire, ma mi fermo qui e ti abbraccio con affetto.

  10. gino rago

    Un altro ‘grazie’ alla “mia” maniera a Marina Petrillo e a Lidia Popa

    Confesso che nel mio fare poesia o nel mio tentare di fare poesia, e non so con quali esiti finali, negli ultimi 4/5 anni tutto è partito dalla mia composizione “Il Vuoto non è il Nulla” commentata a suo tempo dal Linguaglossa (2015/2016):

    Commento di Giorgio Linguaglossa
    “[…]
    Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accolti.
    Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.
    Ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito.
    Il tempo e lo spazio. L’uomo che scrive la vita.
    La poesia che scoppia dal vuoto che fluttua.”

    Questa poesia è una delle punte piu alte
    della ≪nuova ontologia estetica ≫. Gino Rago ha abbandonato alle ortiche l’antiquata concezione delle parole che parlano dell’≪io≫ e del ≪tu≫; la poesia ricomincia daccapo, alla maniera di Lucrezio del De rerum natura. Riprende a tessere il filo del discorso poetico dall’origine, dal nulla e dal tutto.

    L’essere, ed è questo l’enorme problema della metafisica, sfugge alla
    predicazione, non risponde al predicato, non rientra nel linguaggio nel
    quale sembra, tuttavia, in qualche modo, anche risiedere come all’interno
    di una dimensione illusoria (come un palazzo fatto di specchi che
    si riflettono l’un l’altro), nella quale l’io pensa di esserci;
    ma, allora questo è il luogo di un grande abbaglio se l’io della percezione immediata crede ingenuamente in ciò che vede e sente. Ed e appunto questo ciò che fa il linguaggio della poesia: far credere in quel grande abbaglio.

    Ma è, per l’appunto, un abbaglio, una illusione. Per questo la poesia ha
    a che fare più con l’illusione e l’abbaglio piuttosto che con le categorie
    della certezza e della verità, che filosofi come Platone ed Eraclito non
    potevano accettare perché avrebbe messo in dubbio ciò su cui si edifica
    il mondo dell’edificabile, il mondo dei concreti e delle certezze, del
    nomos e del logos, parole altisonanti che all’orecchio della Musa invece
    suonano false e posticce.
    L’io, per quanto manifesto, reperisce altrove il suo statuto ontologico:
    nella sua mancanza costitutiva, che lo costituisce come impalcatura
    del soggetto.

    L’io mento, è la vera dimensione dell’io penso.

    L’abbaglio, l’illusione, l’illusorieta delle illusioni, lo specchio, il riflesso
    dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio, il
    vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose, che è al
    di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso, che dialoga con se
    stesso.

    Il mondo dell’innominabile, delle petizioni cieche in quanto prive di parole
    che stanno nell’inconscio, una volta raggiunto il Realitatprinzip, e cioè
    la dimensione propriamente linguistica, ecco che indossa l’abito di parole.
    Ma non sono quelle le parole che la petizione chiedeva, sono altre che la
    petizione non aveva previsto, ne avrebbe mai potuto immaginare.

    La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivolava
    invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata
    ipoteca panlinguistica. Il linguaggio poetico, in quanto potenza
    del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale
    che vedeva nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si autonomizzava,
    si chiudeva su se stesso e diventava linguaggio che si ciba di
    linguaggio. una dimensione auto fagocitatoria.

    Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

    Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, cosi come è stato
    per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo,
    sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.

    Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle
    poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare
    una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico
    facoltativo.

    C’e sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile,
    che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso
    poetico. Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.
    L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’altro, nell’ordine simbolico.

    Allora, si può dire, lacanianamente, che ≪il simbolo uccide la
    “Cosa”≫.
    Il problema della ≪Cosa≫ è che di essa non sappiamo nulla, ma almeno
    adesso sappiamo che c’e, e con essa c’e anche il ≪Vuoto≫ che incombe
    sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere.
    E’ questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca e dei classici, perché adesso sappiamo che c’e la ≪Cosa≫, e con essa c’e il
    ≪Vuoto≫ che incombe minaccioso e tutto inghiotte.

    E’ stato possibile parlare di ≪nuova ontologia estetica≫, solo una volta
    che la strada della vecchia ontologia estetica si e compiuta, solo una
    volta estrodotto il soggetto linguistico che ha il tratto puntiforme di un
    Ego in cui convergono, cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che
    Descartes inaugura e che chiama ≪cogito≫.
    Solo una volta che le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni e impedimenti perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica[…]”

    gr

  11. Sabino Caronia

    Concordo in pieno con il bellissimo commento di Francesca Diano (“Tanto nomini nullum par elogium”) relativamente anche al misticismo di Gino Rago sulla importanza e centralità della cui poesia credo sia giunto finalmente il momento di fare i conti.. Con profonda stima.
    SabinoCaronia

  12. gino rago

    Sabino Caronia è maestro del racconto breve ed è tra i pochi autori viventi a dialogare alla pari con Kafka, Moravia, Chiusano, lasciandoli ai bordi come piacevoli rumori di fondo, nello scenario d’una Roma che sovente è la vera protagonista della nitida prosa caroniana, ( con il suo tempo climatico-meteorologico che condiziona vite e stati d’animo). Nella sua grammatica breve e necessaria e a me graditamente familiare Sabino Caronia ha saputo dirmi tanto…

  13. Caro Gino mi fa piacere leggerti e scoprire sempre novità sul tuo pensiero che non è mai una ripetizione, ma una visione ampia stimolante. Sulla poesia kitsch sono d’accordo e ho letto di peggio, purtroppo.
    La poesia la nomino poesia se traspira di linguaggio colloquiale gentile seppur critico e non plastificato ed innominabile dal vivo per i profani.
    Sed hic manebimus optime, con tutte le contrarietà del caso.

    • Dall’oblio, una colpa o forse una maledizione

      Se ti manca un punto o una virgola
      per favore, scrivi con la mente quando mi leggerai.

      Non farmi colpa per gli occhiali
      quelli che ho dimenticato sul tavolino sotto il portico.

      Hanno lasciato che gli occhi si contrattassero con le ombre
      ritoccando le pareti in cerca di una rima.

      Si ritroveranno in un verso bianco
      al braccetto con la luce delle iridi

      Non si vogliono in attesa.
      Un unicorno mostra la via.

      La poesia non ha il corpo di fata,
      accelera come una nebbia attraverso i secoli.

      Fa una reverenza al giorno come una croce di legno
      galleggiando sull’acqua, si consuma, diventa una riva.

      Dalla costa crescono radici e rami,
      sui rami una maledizione di testi.

      Per sapere chi eri. Per sapere chi sei.
      Quando l’eternità ti chiederà di scioglierti insieme a lei.

      © Lidia Popa

  14. Giuseppe Gallo

    È il gesto che salva. È l’urto tra l’atto poetico e il vuoto
    che genera lo spazio e il tempo,

    perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.
    La forma-poesia non è l’inizio

    ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.
    Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare,

    ma occorrono le parole-stringhe a cinque dimensioni».

    Leggo e rileggo questi e gli altri versi di Gino Rago e davanti ai miei occhi balzano le figure di questi due reziari che nella classificazione dei gladiatori romani godevano di poche capacità difensive. Nella simbologia il reziario rappresentava l’immagine del pescatore che aveva a che fare con l’acqua, dal moto perpetuo, liquido e instabile. Il reziario doveva combattere contro il “secutor”, l’inseguitore, che simboleggiava il fuoco. La loro lotta richiamava la metafora più ampia del confronto tra l’uomo e la natura. Nel caso specifico reziario e secutor simboleggiavano la lotta tra il pescatore e la propria preda, perché l’esecutor, dotato di elmo chiuso, senza criniera e senza visiera, assomigliava alla testa di un pesce. Infatti i mirmilloni sull’elmo stesso portavano l’immagine di un pesce, la “murma” o murena. Ricorda Bene Gino Rago quando afferma che i reziari dovevano combattere “senza corazza ed elmo”, non solo, ma erano gli unici tra tutti i gladiatori, ai quali non era permesso indossare alcuna riparazione alla testa; loro dovevano combattere con il viso completamente scoperto. Come mai? La risposta sta nel fatto che i reziari, sconfitti in combattimento, venivano trucidati davanti al pubblico trasmettendo così agli spettatori le espressioni vive delle loro agonie. Mi sono soffermato su queste figure perché il carico simbolico di cui sono pregne va oltre la semplice metafora… intorno a loro si può costruire una trama di intenti e di visioni che possono saltare, Gino Rago lo chiama “balzo estetico”, la pura e semplice logica delle relazioni grammaticali, sintattiche della forma-poesia tradizionale. “Il gesto”, il lancio della rete, nel fluttuare del vuoto, non è volto a pescare il nulla
    “perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.”
    Ogni lancio, ormai, deve diventare uno scontro, deve significare un ’”urto” , deve proporsi come “atto poetico” e quindi, costruendo il vuoto intorno al nostro “esserci” , “…al silenzio si può insegnare a parlare”. Chi segue da lungo tempo i dibattiti sulla Noe e il lavoro di Linguaglossa e compagnia penso che abbia tutti i presupposti per addentrarsi nel campo minato di questa ricerca. Io sono l’ultimo arrivato e spesso rimango “colpito” dai risultati conseguiti. A volte sento sulla punta della lingua e sui polpastrelli le stesse titubanze di Salvatore Martino che, così gentilmente suggerisce: “Carissimo Gino scusami ma non me la sento di essere troppo clemente nel parlare dei due testi che hai proposto. Entrambi toccano tematiche importanti e coinvolgenti, ma a mio avviso più vicini ad una formulazione di pensiero filosofico, che ad un procedimento poetico… “.
    Altre volte, come nel caso dell’intervista ad Agamben, e alla poesia postata di seguito da Giorgio Linguaglossa, resto tramortito, avvolto in un disagio da spaesamento che non pensavo di dover vivere alla mia età. Che dire? Al modo di Pierno, che ringrazio per il gioco alla roulette russa, ripeto anch’io: “Grazie, ombra!” E auguri a tutti per le prossime feste natalizie.

    T A C t.b.

    Alice:
    l’inverno sta arrivando nel paese delle meraviglie.

    Si approssima in segreto tra i cespugli scarniti
    e sui vetri annebbiati dei semafori.

    … l’annuncio è sceso di prezzo.
    Passato e futuro a confronto: Mosca da €159 a/r

    Anche se fosse estate o il giorno del rientro
    “Dio, che incubo!”

    I manifesti scollati entrano a destra e a sinistra del cervello.
    E Dio a ripetere. “Gli uomini! Gli uomini sono il mio incubo!”

    Inevitabili come i mocassini
    e l’acqua alta e lo scioglimento dell’Artico.

    Contatta Contatta
    Ristrutturazione etico-linguistica.

    A ripetizione a iosa a penzoloni in piedi
    sfiorando l’ombra che ti graffia gli occhi.

    Quando scavi trovi sempre e solo superfici
    a sghimbescio laterali, pareti d’altri vuoti.

    I social network e il lutto della memoria,
    l’immortalità dell’illusione. Vista mare…

    L’arte come terapia
    l’illusione dell’immortalità. Un bonus.

    Ristrutturazione integrale
    T A C t. b.

    Santi di pietra a schermare l’occidente di novembre
    e gli sciami dei capperi verde vescica sulle mura aureliane.

    Alice mail:
    smarriti ancora dentro un altro rigo.

    • caro Giuseppe Gallo,

      complimenti per questa tua poesia in distici, hai fatto un salto triplice mortale passando dal tuo dialetto calabrese alla lingua italiana e, in questo salto, cambia tutto, l’italiano richiede l’ingresso in un altro tipo di memoria, che non può essere quella di una minuscola comunità della Calabria ma quella della identità nazionale. Quella memoria è fatta di linguaggio, di spezzoni di linguaggi, di frammenti, di specchi rotti… quello che i poeti «normali» non riescono a capire è che i versi li devi andare a scegliere tra i frammenti degli specchi rotti… l’eufonia dell’endecasillabo sonoro è oggi pacchianeria, eufuismo, Kitsch. Io ti suggerirei di spezzare ancor di più l’andamento musicale della tua poesia, ad intervenire con le cesoie, a spezzare le braccia, scheggiare il torso…

      Ciò che resta è quello che un poeta può fondare, lasciamo ai poeti pacchiani la rotondità delle Veneri callipigie e delle sonorità scontate e rutilanti. Attraverso la Memoria noi possiamo andare con l’ascensore dentro l’imbuto del tempo; come tu sai e mi insegni, è nel tempo della Memoria solo lì che possiamo riappropriarci di tutto ciò che è stato perduto, dobbiamo saper prendere tutto da tutto, saccheggiare i castelli e le umili case dei contadini. Il poeta deve diventare un ladro, ladro di musica e di memoria. Certo, per far questo dobbiamo adottare un metro irregolare, spiegazzato, contorto, pieno di buche e di transenne, pieno di filo spinato e di mine interrate.

      La nuova poesia, la nuova ontologia estetica, si differenzia dalla poesia tradizionale perché le sue metafore sono libere. Quando Gino Rago chiama in causa i due «reziari», è chiaro che qui si tratta di metafore, di simboli che non hanno nessun corrispondente diretto, nessun referente; quando Rago fa intervenire il Signor K. (un mio personaggio) o «Linguaglossa» o «Ewa Lipska» e tanti altri personaggi reali e immaginari nelle sue poesie, questo significa che lui segue la sua musica, accorda la poesia alla musica che ha in mente, ma si tratta di una musica non-più-sonora, che richiede altri strumenti musicali… il poeta è un direttore d’orchestra che deve solo guidare gli strumenti dell’orchestra, non potrebbe suonarli tutti!, e allora deve limitarsi ad accordare gli strumenti dell’orchestra ad una Grundstimmung (tonalità emotiva dominante); il poeta deve compiere un passo indietro, deve ritrarsi nell’ombra e dietro l’ombra delle parole, deve nascondersi…

    • Salvatore Martino

      Evidentemente io sono sceso nel rimbambimento della tarda età se non riesco ad avvicinarmi a questi versi, mi appaiono come statements , asserzioni in una stesura sintattica di assoluta monotonia. La meraviglia è nel leggere l’entusiastico commento di Linguaglossa, che mi lascia perplesso. Ma probabilmente è colpa della mia completa inettitudine a comprendere questo straordinario nuovo linguaggio. Finora mi sembrano parole prive di qualsiasi fascino, non dico emozionale, ma nemmeno tali da commuovere un procedimento di intelligenza positivo, un barlume di trasmissione di pensiero per il povero lettore non aduso alle alchimie della nuova estetica. Non credo che Eliot e tantomeno Ezra Pound sarebbero colpiti da codesti versi..

    • è ffort! E’ bellissima la poesia. Un abbraccio caro, Giuseppe Gallo.

      (un regalo per te solo. E non provate a leggerlo voi altri!)

      Grazie Giuseppe Gallo.

      GRAZIE OMBRA.

      https://webmail19b.pc.tim.it/cp/ps/Main/login/PreLogin?u=mauro.pierno&d=alice.it&rnd=-6761797531013821916#

  15. mario De Rosa

    Il giallo acre dei limoni.

  16. gino rago

    Magnifica interpretazione dei reziari, questa di Peppino Gallo: solida la cultura classica sulla quale poggia il suo intervento, dotta e pertinente quella rete che Peppino svela di significati-correlativi oggettivi e che corre lungo i miei versi.

    La civiltà poetica e ancora la cultura, non altro, possono consentire la realizzazione di un’opera d’arte di 32 Canti, in una unità e omogeneità linguistico-espressive da Poema, come nel caso di Arringheide dello stesso Giuseppe Gallo, che ringrazio.

    gr

  17. Giuseppe Talia

    “Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare”
    Questo verso è un paradigma delle transuenti realtà sensibili.

  18. gino rago

    Adotto in buona sostanza anche per Pino Talia una parte della risposta da me data, per e-mail, alla e-mail di un architetto-poetessa di valore che aveva commentato il mio gesto poetico nel vuoto.
    Sarei dunque spinto ad affermare che
    accanto ai tanti elementi che le letture di Giorgio Linguaglossa, di Francesca Diano, di Lidia Popa, di Peppino Gallo rilevano e svelano nei/dai
    miei versi, e che Marina Petrillo addensa nella sua composizione, in estrema sintesi potremmo dire che anche per quanto riguarda l’aspetto formale, di forma-poesia intendo, io abbia avuto come primo intento quello di contrappormi al vuoto, allo spazio inerme, tentando di erigere una poesia che, tramite la cura di relazioni fra aulico e prosaico, assertivo e discorsivo, (ipotattico e paratattico, mi ha scritto qualcuno), aspira ad essere ricondotta e/o assimilata all’architettura, ma non a quella acmeista tridimensionale, bensì a quella della prospettiva quadridimensionalista.
    Perché?
    Proprio perché, come ben coglie Pino Talia enunciando il verso che regge il mio polittico nel senso linguaglossiano del termine,

    “…il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare”

    gr

  19. I misteri sono tanti. Possiamo azzardare spiegazioni scientifiche o fantascientifiche sulla natura dei pensieri e della memoria, l’argomento è molto intrigante… Mi piace il fatto che in queste poesie Gino Rago abbia colto la creazione nel gesto – a questo pensavo giorni fa, cercando di entrare nei versi di Alfredo De Palchi, quel prendere il verso con un pugno… – . Gino Rago questo lo spiega come meglio non si potrebbe, in poesia. Lui e Giorgio Linguaglossa stanno scrivendo poesie in qualche modo didattiche della Nuova ontologia estetica. Normative e basilari. Ma lo possono fare perché poeti divenuti del nuovo conio osservando ad occhi bene aperti la trasformazione della propria poesia; hanno visto aprirsi un nuovo orizzonte e ne sono entusiasti. Entrambi i poeti annotano, appuntano versi, confrontano con quanto gli è rimasto dentro delle poesie liriche, capiscono di essersi allontanati, su una piccola scialuppa dove manca perfino il mare…
    Gino Rago ha per me la possanza del poeta classico. Quindi le intuizioni fulminanti, dette con padronanza assoluta. Lui, Gino Rago, sa piegare l’alto linguaggio con umiltà e chiarezza; qui per dire cose complicatissime, alle quali si può accedere solo passando attraverso il foro di una serratura. Dopo di loro non resta che andarsene in giro per il mondo, come fa Mario. M. Gabriele, io tra le mie topaie, Francesca Dono con la borsa piena delle sue assurde aggettivazioni. Ah, la miriade di campi semantici, ah quante parole arrivano già fatte!

  20. antonio sagredo

    i miei platani :
    ————-

    lungotevere

    Sotto i platani:
    musica pazza
    un ratto
    un’alcova.
    a.s.
    Roma, 1968
    ————————————————————————–
    da: Arlecchinata marina –

    Cavalli nei chiostri, avventure boriche fra criniere di fango, strelitzie
    e smorfie incoronate, ostensori e talloni di platani e pellicani
    greggi, razzolate canicole, rugiada imbavagliata, tenerezza fra
    corridoi di feltri.

    1969
    ——————————————–

    (da Orfeo e Euridice )

    Ritornava a casa…
    e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice,
    i vortici delle foglie non avevano nulla di geometrico candore,
    né un sognato giuramento o un qualsiasi invito a una danza,
    ma lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi
    avvizziti dal freddo e dal gelo…
    mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!

    Ritornava, in versi, a casa…
    non cantava più in versi
    e, a occhi aperti, lungo il viale dei platani
    dopo aver visto il secolo trascorso in un istante,
    come accade prima di morire…
    per quel poco di vissuto ch’era rimasto
    e per il resto dei suoi limpidi pensieri aveva già bruciato
    gli avanzi di tre fedi passate in giudicato,
    ma le scarpe erano già corrose come le sue parole dal salmastro.

    2009

  21. i miei più sinceri auguri a tutti voi. Buon Natale!!

    P.S.
    Complimenti per questa bellissima pagina…

  22. Ricevo e pubblico la presente email da parte di Alfonso Cataldi.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-46853
    È una pagina memorabile, questa. Le poesie di Gino Rago hanno dato spazio a profonda ispirazione, di Lidia Popa, Giuseppe Gallo, Marina Petrillo, e agli interventi critici, di Francesca Diano, che non conoscevo, ahimè, e agli altri. Aggiungo la mia firma-dedica a Gino, sperando di essere all’altezza delle precedenti.

    Alfonso Cataldi

    «Con monete sonanti… » suggerisce SwiftKey
    ma non prosegue – consapevolmente –

    Nel cuore della nascente incisione si festeggia l’originalità.
    Lontano dalle mura è giusto che si paghi?

    La comunità ha l’imbarazzo della scelta
    «Chi di però perisce, di però ferisce.»

    Ruth è schiacciata dai pensieri laterali
    dà il suo primo bacio al ghetto, a un giovane radical chic.

    In un caffè di Sderot Rothschild
    Rosanna si mette le mani nei capelli

    ha tagliato la frangia e se ne compiace
    spiega a un militare già vestito per il fronte

    la startup che misura la caducità di Amos Oz
    e l’arte necessaria alla ricerca dei finanziamenti.

    «Quick, get up, Open The Post
    and find the last self-evidence.»

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-46854
    Riprendo la poesia di Valerio Magrelli (da Sangue amaro, 2017) postata sopra da Gino Rago quale esempio di Kitsch:

    “La Minetti platonica avanza sulla scena
    composto di carbonio, rossetto, silicone.
    Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
    io sublunare, arreso alla dominazione

    di un astro irresistibile, centro di gravita
    che mi attira, me vittima, come vittima arresa
    alla straziante presa della cattività,
    perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

    fra le mani del boia prima della caduta,
    ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
    tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,

    irreale invenzione di chirurgia, ideale
    sogno di forma pura, angelico complesso
    di sesso sesso sesso sesso sesso.”

    È chiaro che qui l’autore si ferma al «dicibile», tutto ciò che il componimento dice, lo dice subito e lo capiamo subito. Tutto è stato «detto», non è rimasto nulla al di fuori del «detto». A fine lettura abbiamo la sensazione di aver compreso tutto e che nulla sia rimasto inespresso, come accade per un articolo di giornale che, una volta letto, possiamo tranquillamente voltare pagina. Il componimento di Magrelli è Kitsch in questo senso, non va e non pensa neanche di andare oltre il «dicibile» perché non sospetta che vi sia un altro «dicibile» che non è ancora stato «detto».

    …però, nel concetto di lékton degli stoici, del «dicibile», vi è compreso anche l’«indicibile», perché altrimenti, se tutto ciò che è «dicibile» equivalesse al «detto», non ci sarebbe più bisogno della lingua, essendo tutte le cose già dette confluite nel detto e, quindi, nel dicibile. Ma siccome non tutto il «dicibile» è composto dal «dicibile» ma comprende anche un quid di «indicibile», ecco che appare chiarissimo questo nostro concetto di «dicibile» che comprende anche una quota di «indicibile», altrimenti la lingua, anzi, il linguaggio, cesserebbe semplicemente di esistere. La voce, la phoné, può aver luogo soltanto dal togliersi del linguaggio. Il sorgere della voce è il togliersi del linguaggio. «Noi parliamo sempre all’interno del linguaggio e parlando di questo o di quell’argomento, predicando qualcosa di qualcosa, dimentichiamo ogni volta il semplice fatto che ne stiamo parlando. Nell’istante dell’enunciazione, tuttavia, il linguaggio non si riferisce a nessuna realtà lessicale né al testo dell’enunciato, ma unicamente al proprio aver luogo. Esso fa riferimento soltanto al suo aver luogo nel togliersi della voce, si tiene in relazione negativa con la voce che, secondo il mito, sparendo, gli dà luogo. […] Dove voce e linguaggio sono a contatto senza alcuna articolazione, là avviene un soggetto, che testimonia di questo contatto. Il pensiero che si rischia in questa esperienza deve accettare di trovarsi ogni volta senza lingua di fronte alla voce e senza voce di fronte alla lingua».1]

    La poesia, l’arte, si occupano in primissimo luogo di percepire e dire, per il tramite della voce, nel «dicibile» quella quota di «indicibile» che è già nel linguaggio. È ovvio che la finalità della «nuova poesia» sia quel «dicibile» che comprende in sé una maggiore quota di «indicibile», dare voce a quell’«indicibile» che appartiene al «dicibile». La poesia deve arrischiarsi di giungere in quel punto dove la voce viene meno, soltanto allora potrà trovare la sua lingua, soltanto in quel togliersi della voce la poesia potrà trovare la sua lingua.

    1] G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata, 2016 p. 45

    Ecco una poesia di Marina Petrillo che si inoltra nei segreti della nuova ontologia estetica, che pur resta fedele ad una tradizione poetica novecentesca di alta ascendenza, che pur tenta di dare voce a qualcosa che sembra essere al di là della voce, al di là del dicibile.

    Marina Petrillo

    Come fosse digiuno della mente
    il perseverante fluire in divina forma
    scissura dello Spirito
    colto in metafisica roccia.

    Non teme alcuno sforzo
    il pallido pensiero
    se vigile trasecola in alto spazio
    sino a giungere al limite sognante.

    Io diffuso ad Uno.

    Lì giunge il morituro Ego
    ad irrorare l’esteso campo delle Anime Uniche
    piccole erbe vegetate in temporali estivi
    brevi singulti adiacenti
    il vuoto transito ad altra sponda.

    Partenogenesi in siderea notte
    delle cui stelle in vacuo solco
    non permane chiarore.

    Riprendo la poesia di Alfonso Cataldi postata sopra, con una chiarissima impronta NOE e in distici:

    Alfonso Cataldi

    «Con monete sonanti… » suggerisce SwiftKey
    ma non prosegue – consapevolmente –

    Nel cuore della nascente incisione si festeggia l’originalità.
    Lontano dalle mura è giusto che si paghi?

    La comunità ha l’imbarazzo della scelta
    «Chi di però perisce, di però ferisce.»

    Ruth è schiacciata dai pensieri laterali
    dà il suo primo bacio al ghetto, a un giovane radical chic.

    In un caffè di Sderot Rothschild
    Rosanna si mette le mani nei capelli

    ha tagliato la frangia e se ne compiace
    spiega a un militare già vestito per il fronte

    la startup che misura la caducità di Amos Oz
    e l’arte necessaria alla ricerca dei finanziamenti.

    «Quick, get up, Open The Post
    and find the last self-evidence.»

    Anche in questa poesia di Lidia Popa è avvertibile il tentativo di andare oltre il «dicibile», riuscendoci in notevole misura!

    Lidia Popa
    Dall’oblio, una colpa o forse una maledizione

    Se ti manca un punto o una virgola
    per favore, scrivi con la mente quando mi leggerai.

    Non farmi colpa per gli occhiali
    quelli che ho dimenticato sul tavolino sotto il portico.

    Hanno lasciato che gli occhi si contrattassero con le ombre
    ritoccando le pareti in cerca di una rima.

    Si ritroveranno in un verso bianco
    al braccetto con la luce delle iridi

    Non si vogliono in attesa.
    Un unicorno mostra la via.

    La poesia non ha il corpo di fata,
    accelera come una nebbia attraverso i secoli.

    Fa una reverenza al giorno come una croce di legno
    galleggiando sull’acqua, si consuma, diventa una riva.

    Dalla costa crescono radici e rami,
    sui rami una maledizione di testi.

    Per sapere chi eri. Per sapere chi sei.
    Quando l’eternità ti chiederà di scioglierti insieme a lei.

    Riprendo qui di seguito il pensiero sconcertato di Salvatore Martino. Ed io comprendo benissimo il suo stupore, ormai la distanza tra la poesia della nuova ontologia estetica e quella di derivazione novecentesca è diventata abissale:

    Evidentemente io sono sceso nel rimbambimento della tarda età se non riesco ad avvicinarmi a questi versi, mi appaiono come statements, asserzioni in una stesura sintattica di assoluta monotonia. La meraviglia è nel leggere l’entusiastico commento di Linguaglossa, che mi lascia perplesso. Ma probabilmente è colpa della mia completa inettitudine a comprendere questo straordinario nuovo linguaggio. Finora mi sembrano parole prive di qualsiasi fascino, non dico emozionale, ma nemmeno tali da commuovere un procedimento di intelligenza positivo, un barlume di trasmissione di pensiero per il povero lettore non aduso alle alchimie della nuova estetica. Non credo che Eliot e tantomeno Ezra Pound sarebbero colpiti da codesti versi..
    (S. Martino)

  24. copio e incollo un brano sul
    quadridimensionalismo

    da https://analiticimpertinenti.wordpress.com/2015/02/23/il-paradosso-del-divenire/

    «Che tipo di mondo abbiamo davanti ora? Un mondo strano: il pc che avete davanti adesso, per esempio, non è tutto il vostro pc, ma solo una parte: la parte di pc che c’è in questo momento. Il vostro pc è un oggetto esteso nel tempo così come è esteso nello spazio: non attraversa “tutto intero” il tempo, ma è letteralmente “disteso” nella dimensione temporale. Quella che vedete adesso è solo una sua “sezione temporale”. Di fatto, dato che non riuscite ad avere una visione “prospettica” della dimensione temporale, così come ce l’ avete di quelle spaziali, voi non riuscirete mai a vedere il vostro pc tutto intero.
    Se lo vedeste “tutto intero”, esso sarebbe una sorta di “verme” quadridimensionale, fatto dalla somma delle sue sezioni a 4D, corrispondenti a quelle che vedete ad ogni istante
    Non possiamo vedere gli oggetti in 4d, però possiamo averne un’immagine in 3d: immaginate di fare una fotografia a lunga esposizione di voi stessi che passeggiate per la stanza. Alla fine verrà fuori un’immagine di un lungo “verme” che si intreccia e si avvinghia: quella è l’immagine 3d di ciò che siete veramente, cioè esseri quadridimensionali.

    Spero che non ve la prendiate se vi do dei “vermi quadridimensionali”. Per i filosofi quadridimensionalisti, tutti gli oggetti sono così: riescono a “durare” nel tempo perché si estendono nel tempo, così come riescono a “durare” nello spazio perché vi si estendono. È un’idea affascinante: secondo questa teoria tutti gli oggetti sono degli eventi, come le “partite di calcio” o le “elezioni del presidente”. Così come non c’è differenza tra ciò che accade nella partita e la partita, così non c’è differenza tra il ruotare di una sfera e la sfera che ruota.

    Addio divenire

    Ma il divenire, secondo questa prospettiva, è reale? No. È una illusione. Il tempo non scorre di più di quanto non lo faccia lo spazio. Voi non siete, secondo il quadridimensionalista, un punto che scorre su una linea del tempo: voi siete un segmento della linea. Se in qualche modo fossimo capaci di “uscire” dalle quattro dimensioni e osservare l’universo dall’alto, vedrete un universo immobile, congelato. Tutto ciò che accaduto, accade e accadrà è “già lì”, disteso nella dimensione temporale. Presente, passato e futuro non sono delle cose “reali”, ma sono solo espressioni indicali, come dire “qui” o “vicino”. Ci sono infiniti presenti, passati e futuri, tanti quanti sono le mie parti temporali. Capite bene che se non esiste veramente passato, presente e futuro, non ha nessun senso dire che il tempo scorre. Dove scorrerebbe?»

  25. …se dico che la poesia di Gino Rago, come quella della nuova ontologia estetica in generale, pesca nel concetto di costruzione quadridimensionale, non penso di dire una sciocchezza. La differenza tra una poesia di scuola tardo novecentesca italiana e, in genere, occidentale e quella della nuova ontologia estetica sta tutta qui: che la NOE costruisce con un concetto quadridimensionale dell’essere.

    Cogliere d’un colpo d’occhio: il passato, il presente e l’avvenire, non solo, ma anche il mio, il tuo, il nostro, il vostro «reale» in un unico flusso. Per riuscire in questo obiettivo occorre modificare non solo la semantica, ma forzare la sintassi, agire in profondità sulla modellizzazione secondaria del verso, ridimensionare fino ad annullare il ruolo dell’«io», quell’Ego puntiforme di stampo cartesiano che oggi è soltanto un antico ricordo; significa abolire il tempo lineare e aggiungerne altri, moltiplicare i tempi e gli spazi, moltiplicare le prospettive e i punti di vista.

    Scrivere una poesia secondo i principi della nuova ontologia estetica è infinitamente più difficile che scriverla secondo le categorie della ontologia unidirezionale della poesia italiana del secondo novecento

  26. nei 69 pezzi de In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017) ho sentito vibrare un’adesione gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’insegna della indeterminazione del vivere e altro…L’esito estetico finale è una poesia, rubando le parole a Giorgio Linguaglossa, autore del saggio introduttivo, “atetica, non-apofantica, pluritonica, vario ritmica.”
    Ne è paradigmatico il componimento numero 51.
    Questo componimento numero 51 della raccolta gabrielana si lega strettamente agli altri 50 che lo precedono e d’altro lato prepara il terreno agli altri diciotto che lo seguono, pur presentando e possedendo una propria finitezza stilistico-emotiva, una compiutezza tematico-etico-stilistica:

    (Gino Rago)

    Una poesia di Mario M. Gabriele da In viaggio con Godot

    (51)

    “Dora scrive versi.
    Sorprendono le metafore e i giorni della resa.

    Al Circolo Heidelmann
    si replica il Partigiano Johnny.

    Con Le Demoiselles d’Avignon
    siamo andati a cercare Le Illuminazioni.

    Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
    Dora alle sette apre le imposte.

    Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
    Benn l’accompagna alla stazione.

    -Milano- dice.- è una grande città
    con tante Silicon Valley.

    Puoi contattare qui la M.G.M.
    per un lavoro part-time.

    Poi si vedrà se andare a Boston.
    C’è però un problema ed è la famiglia Salomon

    che parla sempre di decaloghi
    e di colombe che tornano dopo il diluvio-.

    Un’altra stagione è alle porte
    con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.

    Domani è di scena Mrs Dalloway,
    ma senza Virginia Woolf.”

    • In questa poesia gabrielana siamo davanti ad una gabbia in distici impiegata come «sfondo» e come «struttura»; ovvero, si tratta di una costante metrica caratterizzata dalla repetitio e dal parallelismo, che sono entrambe delle figure ritmiche che adempiono ad una doppia funzione: rendere somiglianti segmenti di testo semanticamente dissimili: si opera qui una divisione di elementi equivalenti, e, al tempo stesso, si rende evidente una dissimiglianza tra elementi apparentemente simili, cioè si presentano dei segmenti testuali disticizzati con un valore semantico simile. Accade che queste forze di divisione e di omogeneizzazione semantica e fonologica dei segmenti testuali viene a ripresentarsi sempre di nuovo, con varianti e distinzioni, ad ogni nuovo distico; con il che il conflitto latente e manifesto tra divisione dei sintagmi equivalenti e omogeneizzazione dei segmenti non equivalenti, viene ad essere posposto nel distico seguente, fino a giungere al distico finale il quale non chiude il circuito delle forze in collisione, e non chiude perché non può chiudere, per il semplice fatto che il distico finale manca del distico seguente. Per cui avviene che il distico finale è tale soltanto perché è mancante del distico equivalente seguente. Un bel puzzle. Un apparente paradosso, ma è la logica conclusione di forze divergenti che la gabbia in distici tiene insieme, perché, in qualche modo, il tout se tient.

      • Esemplare analisi linguistica che coglie l’aspetto più complicato dei miei distici, concepiti come frattura e corpo a sè, che non necessitano alcun collegamento. Trattasi, veramente di forze “divergenti che la gabbia in distici tiene insieme, in un bel puzzle”.Sono in altre parole, prelevamenti e sintesi provenienti da un evento, un fatto, un momento della vita reale e storica, rimasti nel rumore di fondo e portati in superficie in un unicum discontinuo.

  27. gino rago

    Ho già inviato al tipografo d’arte di mia fiducia le indicazioni per la realizzazione di questa mini antologia poetica, in tiratura limitata, allo scopo di dare testimonianza nel tempo e nello spazio e a onta dell’oblio della memoria, questa che lo stesso Alfonso Cataldi ha definito, giustamente,
    “una pagina memorabile de L’Ombra delle Parole” ed è anche la mia maniera di ringraziare i protagonisti di questa pagina.

    Antologia poetica

    “…il vuoto si può costruire,
    come al silenzio si può insegnare a parlare…”

    Poeti NOE verso il quadridimensionalismo

    Prefazione di Giorgio Linguaglossa

    I N D I C E
    dei nomi

    1) Cataldi, Alfonso Con menete sonanti
    2) Linguaglossa, Giorgio La notte è la tomba di Dio
    3) Petrillo, Marina Io diffuso ad Uno
    4) Popa, Lidia Dall’oblio, una colpa o forse una maledizione
    5) Gallo, Giuseppe Alice: l’inverno sta arrivando…
    6) Rago, Gino Il gesto poetico nel vuoto
    7) Rago, Gino Sul quadrimensionalismo

    Retro di copertina

    […]se dico che la poesia di Gino Rago, come quella della nuova ontologia estetica in generale, pesca nel concetto di costruzione quadridimensionale, non penso di dire una sciocchezza. La differenza tra una poesia di scuola tardo novecentesca italiana e, in genere, occidentale e quella della nuova ontologia estetica sta tutta qui: che la NOE costruisce con un concetto quadridimensionale dell’essere.

    Cogliere d’un colpo d’occhio: il passato, il presente e l’avvenire, non solo, ma anche il mio, il tuo, il nostro, il vostro «reale» in un unico flusso. Per riuscire in questo obiettivo occorre modificare non solo la semantica, ma forzare la sintassi, agire in profondità sulla modellizzazione secondaria del verso, ridimensionare fino ad annullare il ruolo dell’«io», quell’Ego puntiforme di stampo cartesiano che oggi è soltanto un antico ricordo; significa abolire il tempo lineare e aggiungerne altri, moltiplicare i tempi e gli spazi, moltiplicare le prospettive e i punti di vista.

    Scrivere una poesia secondo i principi della nuova ontologia estetica è infinitamente più difficile che scriverla secondo le categorie della ontologia unidirezionale della poesia italiana del secondo Novecento
    (Giorgio Linguaglossa)

    N. B. I versi di Antonio Sagredo sono stati pubblicati su L’Ombra dopo i miei contatti con il tipografo. A malincuore sono costretto a non convocarli in questa miniantologia.
    ———————————————————–
    gr

  28. Alejandra Alfaro Alfieri
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-47029
    Due poesie da Poesie ultime

    X

    Mi dovevo nascondere.
    Chissà perché quel luogo era così vasto

    ma il posto che io scelsi non lo era abbastanza
    per poterlo fare.

    Arrivavano feroci i criminali al passo,
    sentivo le loro voci.

    La suola calpestava ogni mio fiato disperato.
    C’era tanta luce fuori, una volta anch’io la vidi

    e così era ancora più difficile trovare un angolo dove
    non potessi essere mai trovato.

    Li sentivo correre, non so se da dietro, vicino o lontano
    erano già intorno a me,

    sotto un sole infiammante – perfino il colore dell’inferno
    era più debole
    .
    Io mi sentivo di morire pian piano mentre percorrevo quel corridoio,
    illuminato dal nero della lampada al neon

    verso la porta di fuga.
    Lontano da loro. Lontano da tutti quelli

    che non hanno mai compreso
    né sono riusciti mai ad interpretare nemmeno nei sogni

    che cos’è il personaggio della morte.

    La morte dell’amore
    dove persino il pensiero è prigioniero di se stesso.

    Neanche scomparire potrebbe alleviare questa festa,
    interiore, alla rovescia.

    Lasciatemi uscire [casomai entrare] non ho più un posto sicuro
    per nascondere il dolore.

    Avanti bestie, fatevi avanti, prendete il mio corpo
    io sono morto.

    *
    Senza titolo

    Quella danza selvaggia entrò, passo dopo passo, un pugno in faccia.
    Ho perso tempo – una, due e ancora un’altra volta – Cancellate quella versione,
    vi prego.

    C’è la luna nel salone – la vedi?
    Una luce nel riflesso – osservo col binocolo la recitazione.
    In fondo a sinistra, dietro l’angolo, prima dell’attaccapanni,
    finalmente, lì seduto, lui appoggiò l’anima
    sulla spalliera della sedia.

    Lui, in piedi, Lei a parlare, l’uomo invece era pronto a sparare.
    Chissà dove nascondeva tutte quelle armi
    o perché le portò a casa mia, mi chiedo…
    «Vado di fretta», disse…

    – la sceneggiatura cinematografica –

    Dove avete nascosto il cadavere?, urlava in testa la donna.
    Ogni giorno una nuova follia sulla riga del copione,
    la ragazza dalle bretelle pronta per combattere
    Sta facendo gli esami, adesso torna indietro,
    chiede di entrare nel racconto di Iosif

    Il titolo è appeso sull’appendiabiti
    accanto al cappotto grigio dai bottoni quadrati,
    la sceneggiatura restò aperta
    tra le mie braccia.

    Le mie mani divelsero scure sopra il suo golf nero.
    L’assassino degli occhiali restò lì fermo, impassibile,
    davanti a me per ricordarci.
    che gli sguardi non hanno parole per mentire.
    Proprio dietro i suoi cristalli lui ci guardò.

    Ritornerei a quella scena,
    scommetto che l’ha dimenticata – Lo ammetta!
    Se la ricorda?

    I giorni come i sassi fanno finta di scontrarsi l’uno con l’altro davanti al mare,
    vengono spinti in riva
    nonostante da lontano si senta il rumore
    di quella guerra
    Il regista ha finito il suo lavoro.

    C’è un giardino che cresce dentro questa stanza,
    glielo dica a quel malvissuto: «Provi a trovarla,
    se l’aspetta fuori, lei se ne andrà,
    uscirà dalla scena».

  29. Il secondo testo mi sembra senz’altro migliore. Prevalgono stesure cinematografiche, alla Beckett. E’ una nuova via poetica? o è l’oltre della NOE?

  30. caro Mario,

    condivido il tuo giudizio, la seconda poesia è una vetta assoluta; si tratta di una «danza selvaggia», come dichiara la stessa giovanissima autrice. C’è in queste due poesie una forza «selvaggia», dirompente che si abbatte sulla versificazione frantumandola, facendone schizzare i pezzi di risulta in tutte le direzioni; una forza piroplastica, vulcanica che si abbatte come uno tsunami su ciò che «resta» dell’esistenza. In ciò Alejandra Alfaro Alfieri è stata aiutata, paradossalmente, proprio dalla sua natura di poeta bilingue, (spagnolo e italiano) essendo la giovane Alejandra nativa argentina pur se di lontane ascendenze italiane.

    Lei con l’italiano ci va a passeggio, lo fa camminare traballando come un orso delle nevi, lo fa irrompere nella versificazione italiana distruggendo tutto quello che si può distruggere, ma, Alejandra fa tutto questo con una genuinità e ingenuità assolute, addirittura con gentilezza, sfascia la struttura sintattica dell’italiano, passa da un fotogramma all’altro, dalla prima alla terza persona e dalla terza persona ad intermezzi anonimi, da inquadrature personali ad inquadrature collettive; la composizione è una vera e propria sequenza cinematografica con zoom e riprese panoramiche…

    Altro che la poesia dell’io dei «poeti» che vanno di moda in Italia che celebrano le piccole cose dell’io! Qui c’è un vero tsunami che ha fatto definitivamente a pezzi ciò che restava della versificazione italiana: il verso è scomparso e sostituito da spezzoni, da prosa, da pseudo-versi, da para-prosa, il tutto in un conglomerato di, non so se più ingenuità o ingegnosità, ma, sta di fatto che il risultato complessivo è straordinariamente efficace.

    Anche le disconnessioni sintattiche, anche le dismetrie frequentissime e gli evidenti errori sono dei lapsus alla maniera di quelli celebrati da Pasolini nelle poesie di Amelia Rosselli, ma qui c’è, oserei dire, meno preziosità letteraria, meno previsione dell’effetto e più genuinità dell’espressione scombiccherata, più dissimmetria degli isometrismi, più imprevedibilità, direi.

    • Giorgio ci ha dato un motivo in più,per avvicinarci a questa poesia “Senza titolo” di Alejandra Alfieri, aprendo, selettivamente, un discorso linguistico pluricellulare e fotogrammatico, così ampio, che sta solo a noi decodificarne la spazialità. E’ ciò che mi aspetto dai lettori di questa Rivista anche se oggi è Natale. Grazie.

  31. l’uomo bianco si veste di rosso. Il bianco di tutta quella rabbia che ha bevuto. Bene. Un armadio aspetterà entrambi. Al lume di un lampadario non funzionante.

    Le grucce fottute dal vento chiuso. Poca differenza tra una cosa e l’altra. L’autunno scorso” la Betty “ ci ha dormito con le tartarughe del deserto.

    Un maglione grigio. La puzza della naftalina scivolava dagli interstizi presenti. Strumenti dalle linee dritte e oscure nell’interno senza voce.

    Bella fregatura . – Portate la gru idraulica – dicono i lacci di pizzo. Qui bisogna sollevare il peso del legno- Trentunesimo round della stagione.

    Le nuvole si staccano davanti al cielo bagnato. Buona fortuna uccelli. Un armadio appende il braccio invisibile sul corpo di metallo luccicante.

    Stasera ne conteremo di nuovo i soffici pezzi.

  32. Lotman scrive:

    «Una statua, buttata in mezzo all’erba, può creare un nuovo effetto artistico in forza dell’insorgere di un rapporto fra l’erba e il marmo. Una statua gettata nella spazzatura, non crea un tale effetto per lo spettatore contemporaneo: la sua coscienza non può elaborare una struttura che sia in grado di unificare queste due essenze in una unità…».

    Ecco, quello che è riuscito ad Alejandra è proprio questo, che è riuscita a convertire il linguaggio naturale in «rumore» e a fare una poesia che è in realtà una «composizione di rumori», convertendo questi «rumori» in un nuovo linguaggio estetico. Ha gettato delle «statue nella spazzatura», creando un nuovo effetto estetico. E lo ha fatto con una semplicità e ingenuità quasi incredibili.

    Sempre Lotman ci dice che

    «dal punto di vista della teoria dell’informazione si chiama rumore l’inserirsi di un disordine, dell’entropia, della disorganizzazione, nella sfera della struttura e dell’informazione. Il rumore spegne l’informazione…
    In base a una nota legge, ogni canale di collegamento (dal filo telefonico alla distanza di molti secoli che divide Shakespeare da noi) presenta del rumore che assorbe l’informazione. Se la grandezza del rumore è pari alla grandezza dell’informazione la comunicazione sarà nulla. La forza distruttrice dell’entropia è costantemente sentita dall’uomo. Una delle funzioni fondamentali della cultura è quella di contrapporsi al progresso dell’entropia. In questa azione all’arte è destinata una funzione particolare
    […]
    Le braccia spezzate della Venere di Milo, come tutti i casi di annerimento dei quadri a causa del tempo, l’invecchiare dei monumenti storici, dal punto di vista dell’informazione artistica, sono casi triviali di rumore, di affermarsi dell’entropia nella struttura. Tuttavia nell’arte la cosa è più complessa, e una “restaurazione” non decisiva, condotta senza la necessaria cautela e tatto, è impotente a ristabilire quell’ignoto aspetto che il monumento mostrava agli occhi del suo creatore e dei contemporanei…».1]

    Forse i poeti italiani di queste ultime decadi hanno letto poco e male Lotman, ma queste cose lui le ha scritte e pubblicate nel 1972, in Russia, beninteso, e il suo libro è stato pubblicato in Italia nel 1990. Il fatto è che oggi la poesia non ha a che fare con il «monumento» originale ma con un «monumento» già portatore di entropia, di «rumore», di trash, di stracci. Oggi chi voglia comporre un «monumento» rotondo e polito è un facitore inconsapevole di Kitsch, un falegname di pacchianerie e di passamanerie; chi pensa che fare poesia evoluta significhi fare dei commenti evoluti, cioè spiritosi e ludici e magari umoristici o intellettualistici, fa Kitsch al quadrato e al cubo. Oggi può fare poesia evoluta soltanto chi voglia consapevolmente comporre secondo le regole del Kitsch e del trash, ed esegua il «monumento» del Kitsch e del trash, cioè un «monumento» di «rumori» e di trash, consapevole di dover operare in ogni caso con i materiali del Kitsch per la semplice ragione che la ragione poetica si è indebolita e che non ha altri mattoni che quelli del Kitsch per la edificazione dei suoi polittici di «rumori» e di trash…

    1]J. M. Lotman, La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1990 p. 96

  33. Le due poesie di Alejandra Alfaro Alfieri a me ricordano le atmosfere dense di nulla di Edith Dzieduszycka. La densità del nulla riguardale nostre capacità percettive, è l’emozione di ciò che sta bruciando… come la vita che è fuoco per i corpi. Ed è il riscontro fisico di una comprensione che potrebbe essere anche filosofica.
    Il continuo movimento, il percepire senza sé può generare questo tipo di annullamento – conviene pensare alle poesie dei Sufi, a Rumi. Consiglio ad Alejandra di trovarsi un buon maestro zen o, perché di origini sub americane, una curandera.
    E’ il versante mistico della NOE. L’empirico. L’approccio intellettualistico è comunque utile, altrimenti non capiremmo quello che ci sta accadendo.
    Per il resto, la seconda poesia, a me sembra di comprenderla in quanto conosco la tensione del set cinematografico (quando facevo l’art director lavorai a Cinecittà e in alcuni studi a Parigi)… conosco la tensione, e lo svuotamento dei giorni successivi alle riprese.
    Alcune sequenze si potrebbero interrompere maggiormente, può essere determinante una maturazione nello stile. Ma su questo fronte siamo tutti in agitazione… Mario Gabriele ha edificato una sponda… conviene tenerne conto.

  34. Inspirandomi ai versi di Antonio Sagredo che attraverso questa rivista ho iniziato a conoscere e apprezzare, dico solo: Ogni guerra finisce con la pace, ogni discussione finisce con la cordialità. Tutti gli argomenti portati qui sono importanti e possono diventare una base per creare un’impronta personale per una poesia che rimane. Cerchiamo il bambino che nasce, si sviluppa, diventa maturo, per inventarsi. Che cos’è la poesia se non un’invenzione?
    Vi auguro un felice Natale!
    Lidia Popa

    Il Natale dei platani

    Come festeggiano i platani il Natale
    tra riecheggi dei gabbiani e le onde salmastre?

    Non hanno globi da appendere sui rami.
    Respirano la brezza.

    Accarezzano il cielo.
    Il verbo non si fa più sentire.

    I platani non dormono.
    Sorvegliano da lontano la pace.

    Nelle terre martoriate dalla guerra e, dalla sete e fame
    i platani non hanno dimenticato.

    Ogni santo giorno è Natale per ogni bambino
    che nasce sulla terra dei platani.
    © Lidia Popa

  35. gino rago

    G. Rago-G. Linguaglossa
    Breve conversazione su alcuni aspetti problematici del fare oggi poesia, davanti a un bicchiere con cioccolato fondente al bar-pasticceria, sotto la metro B, di via Gaspare Gozzi….

    1- Gino Rago:
    Vorrei che dicessi un tuo pensiero sull’uso degli aggettivi in tanta poesia contemporanea

    Giorgio Linguaglossa:
    Ecco, siamo arrivati al punto dolente: L’impiego degli aggettivi e degli attanti concreti. Se chiedete ad un poeta italiano come si regola dinanzi a questa cosa qui al massimo ti guardano come un marziano.

    2- Gino Rago:
    Perché, secondo te… Dove cerchi e trovi una spiegazione

    Giorgio Linguaglossa:
    Il fatto è che ben pochi poeti del secondo Novecento si sono posti il problema della de-fondamentalizzazione della «forma-poesia» (intendo dire delle ripercussioni che tale fenomeno ha avuto all’interno della forma-poesia), fenomeno intervenuto in Europa (non so in America ma mi sembra che lì le cose non siano state diverse).

    3- Gino Rago
    Perché non provi a suggerirci quelli che per te sono ancora problemi non risolti nella nostra poesia…

    Giorgio Linguaglossa:
    Ecco una serie di problemi:
    Che cosa significa decostruzione in poesia?
    Che cosa significa la dis-locazione dell’io?
    Che cosa significa dis-locazione dell’oggetto?

    4- Gino Rago:
    Rebus sic stantibus…

    Giorgio Linguaglossa:
    Ecco, un poeta che non si pone questi problemi è un «poeta di fede», dobbiamo credergli sulla parola, dobbiamo credere che lui sia veramente un poeta anche se non capisce niente di che cosa significa la tridimensionalità in poesia e il quadridimensionalismo in poesia.
    Come disse una volta Brodskij: «dal modo con cui metti un aggettivo capisco che poeta sei»[…]

    gr

  36. gino rago

    gino Rago
    Afroeuropei

    Nessuno è bianco, nessuno è nero.
    Siamo forse appena ciò che c’è nel mezzo,

    corpi nella nebbia della storia,
    corpi che vorrebbero smettere

    soltanto di soffrire.
    Chi ha spinto l’umanità

    fino ai bordi dell’oblio?
    Corpi che lottano contro le onde,

    imbarcazioni di cenci e di legni.
    Ci dicono afroeuropei,

    che parola strana, che ossimoro.
    Chi sa come collocarla,

    chi sa cosa realmente significhi…
    Siamo soltanto corpi che non vogliono soffrire.

    gr

  37. gino rago

    Ricevo da Edith D. e condivido questi versi secchi, essenziali, ma densi di verità etiche ed estetiche, versi nei quali il poeta translingue di origini francesi contrappone le parole ‘vuote’ alle parole ‘lievi’

    Edith Dzieduszycka
    Una parola

    Una parola
    vuota
    senza significato
    priva di consistenza
    e di contorno spoglia
    che non evochi nulla
    non descriva nessuno
    ma galleggi
    invisibile
    in uno spazio muto

    Una parola
    lieve
    che tra le altre grevi
    fuscello
    fluttui
    impalpabile essenza
    senza farsi vedere
    senza posarsi mai
    sopra il foglio intriso

    Il risultato semantico-emotivo finale che si coglie è che le parole ‘vuote’ ci appaiono come farmaci scaduti, farmaci che avendo smarrito o indebolito il proprio principio attivo divengono inefficaci, se non inutili.

    Così forse sono state e sono tante parole di tanta poesia: parole vuote è come dire parole morte e morta è la poesia che ne deriva;
    Viceversa, le parole lievi, impalpabili, invisibili, incapaci di posarsi sul foglio hanno per il poeta la valenza e il senso della leggerezza, ma la leggerezza d’un colibrì non quella inconsistente e vacua della piuma.
    E per Edith sono parole di verità e di vita, le uniche parole che il poeta acchiappa e ne fa poesia.

    Sorprende questa capacità permanente di Edith di saper dire tanto in una severa essenzialità di parole, senza fronzoli, senza trucchi, senza barocchismi o arzigogoli.

    gr

  38. Posto qui due poesie inedite di Alejandra Alfaro Alfieri organizzate, dietro mio suggerimento, in distici.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-47603
    Il paradigma dello specchio
    III.

    I passi, l’uno è sospinto dall’altro, vanno così
    insieme, avanti.

    Secondo il calzolaio ogni suola porta uno specchio.
    Qui si riflette la propria vita.

    Lungo la strada si affacciano da un lato diritto all’altro
    Quello che rimane indietro fallisce.

    Te lo ricorda il monologo che parla dietro la scarpa.
    Non esiste un tempo che possa attendere

    si va in scena senza paradiso.

    «Ma se soltanto mi fermassi giusto per aggiustarmi?»
    Guarderei da vicino per poter capirne di più.

    Da lontano uno specchio mi fissa, e si frantuma.
    l’agonia domina le lacrime di cristallo, cadono in giù.

    È arrivato il colpevole! – «Si guardi
    nello specchio rotto, la prego».

    Fu il passo prematuro, ignoto e immaturo
    – «Non sono stato io!»

    Passo di fretta; è rimasta la ferita riflessa
    sul petto dello specchio.

    Davanti alla salita chiede di sfuggire a quel riflesso,
    ma nessuno guida la sua barca,

    accanto rimane stesa la stessa cornice di parole attaccata al piede
    senza un tramonto.

    L’incidente

    Un minuto di pausa. Il tempo per contraddire la realtà.
    Non si torna indietro, non si può.

    Tante mani comparivano dal buio intorno
    al soccorso, e io rinunciai.

    Nessun pensiero era oramai per me.
    Il volume delle voci nella mia coscienza – «ma quanti siete?».

    È rimasta in ginocchio la signorina con la pelliccia nera.
    «Non voglio alzarmi – cos’è successo?».

    Chissà se ci sarebbe stato in carne e ossa
    fuori dai miei sogni o avrebbe abbandonato un’altra volta

    anche questa mia battaglia.
    Lo sportello rosso si gira a sinistra.

    Sì, ma io svolto a destra.
    Ci penso e ripenso:

    a quanto ci teneva la mia paura
    bisognosa di incontrare lo specchio,

    chissà, se per l’ultima volta, o chissà
    mai più, un biglietto di sola andata.

    Stavo riflettendo su questa cosa, che Alejandra riesce bene quando può, grazie alla sua trazione bilingue, lasciare da parte il «gramma», la «lettera» per acconsentire alla «voce», dare alla «voce» la primazia. In questo modo, che l’autrice fa come sotto ipnosi, riesce a dismettere le regole obbligatorie e costrittive della sintassi, le regole della logica e della significazione, per accreditare la «voce». La sua poesia più riuscita lo è perché si concede alla «voce» interna che si traduce in un parlato come in stato di veglia, tra l’ipnosi e il sonno che sta per finire.

  39. Giorgio Linguaglossa
    Sulla differenza tra «oggetti» e «cose»

    sulla differenza tra «oggetti» e «cose» ho già scritto un appunto poco tempo fa. Quando un «oggetto» cessa di essere mero oggetto e quanto esso oggetto diventa una «cosa»? – L’ermetismo italiano non ha mai avuto sentore di questa problematica, e neanche la poesia post-ermetica del dopo guerra, tanto meno la poesia dell’incipiente sperimentalismo ne ha avuto cognizione, come non ne ha mai avuto cognizione la poesia lombarda degli «oggetti». La questione è invece di capitale importanza, perché o si fa una poesia di oggetti (ricordate la formula di Anceschi per una «poesia degli oggetti»?), o si fa una poesia di «cose», la differenza è di capitale importanza ma bisogna ragionarci sopra, bisogna sapere di che cosa si parla. Per esempio, Saturno, che vediamo nel gif, è un «oggetto» o una «cosa»?
    Ad esempio, la guerra di Troia (che entra prepotentemente nella poesia di Gino Rago) è un «oggetto» o una «cosa»? Quella «nomenclatura» che si rinviene nella poesia di Anna Ventura, quei «brillanti di bottiglia», dal titolo del libro di esordio della poetessa abruzzese del 1978, quelle povere cose che stanno come brillanti nella bottiglia, sono «oggetti» o sono «cose»? Ad esempio nella poesia di Adam Zagajevski ci sono «oggetti» o «cose»?
    È inutile tentare di dribblare la questione, non se ne esce. Il problema in verità è antico, già all’inizio del Novecento era stato messo a fuoco da Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola degli anni Dieci di cui cito un brano particolarmente significativo. Sostituite il riferimento al «simbolismo» con la nostrana «poesia degli oggetti» e troverete gli argomenti di Mandel’štam calzanti e acutissimi, in specie riguardo all’«ellenismo» del «vasellame» (leggi «cose» in linguaggio moderno) che usiamo tutti i giorni e alla polemica contro il «laboratorio di impagliatura» dei simbolisti:

    Osip Mandel’štam

    Sull’Ellenismo

    «L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante, il riscaldamento del suo sottilissimo teologico calore. L’ellenismo è ogni stufa vicino alla quale l’uomo siede apprezzandone il calore, come consanguineo al suo calore interno. Infine, l’ellenismo è il monumento sepolcrale dei defunti egiziani nel quale si mette tutto il necessario per il proseguimento del pellegrinaggio terrestre dell’uomo fino alla brocca per i profumi, allo specchietto, al pettine. L’ellenismo è il sistema, nel senso bergsoniano del termine, che l’uomo dispiega intorno a sé, come un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano. Nella concezione ellenistica il simbolo è vasellame e, perciò, ogni oggetto coinvolto nel sacro circolo dell’uomo può diventare vasellame e, di conseguenza, anche un simbolo. Ci si chiede: dunque, è forse necessario uno speciale e premeditato simbolismo nella poesia russa? Non appare esso come un peccato di fronte alla natura ellenistica della nostra lingua che crea forme come vasellame al servizio dell’uomo? In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto, e persino il selvaggio mette una interdizione magica, un «tabù» negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri.
    Tutto il contingente è soltanto immagine. Prendiamo ad esempio la rosa ed il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolista nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista, un laboratorio di impagliatura.
    Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di «corrispondenze» che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso».

    Commento di Giorgio Linguaglossa

    Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo, possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza è di vitale importanza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

    L’«ellenismo – di cui parla Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – «è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame…».

    Gino Rago

    Dopo Lilith
    [Dio presenta Eva ad Adamo]

    “[…]
    ti sento solo, Adamo, quindi ho deciso, ecco l’altra compagna;
    ma non superare la soglia,

    stai molto attento…
    lei esce dalla tua costola non dai tuoi piedi,

    esce dal tuo fianco, un po’ più in basso del braccio
    ma dal lato del cuore, un po’ più in alto,

    per essere amata. Questo ti comando
    […]”

  40. La statua

    Una statua un’alta statua
    scagliata
    di pietra sgretolata fu scoperta
    eretta sulla punta del molo nell’alba d’un mattino

    Arrivata in segreto senza destar sospetto
    Come? Perché?

    Una statua sporca una statua livida

    Non guardava il mare
    ma nemmeno avanti verso le case
    mute sulla soglia del borgo

    Graffiata e sbrecciata faceva quasi pena
    un uccello posato chi sa se cieco

    Dentro il suo petto
    nessuna luce a tramutarla in faro

    Forse verrà coperta con un mantello nero

    Arrivò tante gente a strisciarle intorno
    ad accarezzarla
    perfino a baciarla

    Non era la Madonna
    non piangeva nemmeno
    il volto a malapena senza corona

    Disse qualcuno
    “Proviamo a girarla così che veda il mare”

    Si misero in undici una squadra di calcio
    da quanto era pesante

    Ma durante la notte
    come se niente fosse
    si era rivoltata

    Per non vedere il mare
    sporco più di lei.

    E.D.

  41. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-47779
    Riferisco il dialogo sulle parole avvenuto qualche giorno fa tra me ed un autore più giovane. Contrassegno con “Io” lo scrivente, e con “A”, il mio interlocutore:

    Io: Ti sei mai chiesto dove stanno le parole che scrivi nelle tue poesie?

    A: Che razza di domanda è questa? Le parole stanno nella mia testa, le prendo da lì.

    Io: Oh, bene, questo è sicuro. Ma, ti chiedo, chi ce le ha messe nella tua testa?

    A: Scusami Giorgio, ma mi prendi in giro? Le parole che ho nella mia memoria sono quelle che la memoria ha raccolto.

    Io: Raccolto?

    A: Sì, raccolto dagli altri.

    Io: Allora, sono intervenuti due altri personaggi: la «memoria» e gli «altri».

    A: Esatto.

    Io: Ma allora, le parole che tu usi nelle tue poesie sono quelle medesime parole che ti hanno dato questi due personaggi?, cioè la «memoria» e gli «altri»?

    A: Sì, esatto.

    Io: Ma allora, quelle parole non sono tue, ma sono di altre entità, provengono dagli «altri», non è vero?

    A: Sì, esatto.

    Io: E allora, veniamo al punto. Perché hai preso dagli «altri» proprio quelle parole e non altre?

    A: Ma che razza di domanda è questa?

    Io: Rispondimi, ti prego.

    A: Ho preso dagli altri le parole che ho ritenuto potessero essere idonee alla mia poesia.

    Io: Allora, vedi che riconosci che le parole non sono le tue ma sono di altri?

    A: Certo che lo riconosco.

    Io: E allora, se lo riconosci, puoi dirmi perché hai impiegato nella tua poesia quelle parole e non altre?

    A: È l’io che le ha scelte, il mio io.

    Io: Oh, bella questa. Hai tirato in ballo un altro personaggio, questo qui che si chiama «io».

    A: No, caro Giorgio, l’io di cui parlo è il medesimo io del parlante, cioè io sono io.

    Io: Scusami, caro Autore, ma tu poco prima hai detto che hai preso le parole da una persona chiamata «io», poi hai aggiunto che quella persona chiamata«io» è la stessa persona che parla. Allora, ne deduco che mi hai preso in giro: o sono due persone o è una persona soltanto! Deciditi: è una sola persona o sono due persone distinte?

    A: Senti Giorgio, basta con questi tuoi sofismi, che cosa vorresti dire?

    IO: Io ripeto soltanto quello che dici tu. Sei tu che hai detto che c’è un’altra persona chiamata «io» che ha profferito quelle parole, che poi guarda caso, hai aggiunto che quella persona chiamata «io» è la stessa persona che tu indichi con lo shifter di «io», del pronome personale di prima persona. Qui c’è una contraddizione, non ti sembra?

    A: Allora, mi spiego meglio. C’era un altro parlante che ho chiamato «io» che ha detto alcune parole che un secondo parlante chiamato sempre «io», io di me, ha accolto nella memoria e le ha usate nella sua poesia. Che c’è di strano?

    Io: Nulla, non c’è niente di strano, sei tu che hai chiamato in causa un’altra persona a cui hai dato il nome di un secondo «io» che ha proferito alcune parole che il tuo «io» ha accolto e impiegato nella tua poesia. Dico bene?

    A: Sì.

    Io: E allora, se ne deduce che ci sono in ballo due «io», quello del secondo parlante e un altro «io» (che saresti tu) che sarebbe il primo parlante.

    A. Dove vuoi arrivare con questo ragionamento?

    Io: Voglio dire che se tu impieghi nella tua poesia una parola che il secondo parlante non ha proferito se ne deduce che quella parola deriva da un terzo parlante, non ti sembra? cioè da un terzo «io»?

    A: La scoperta dell’acqua calda.

    Io: E così via. Se tu in una tua poesia impieghi un’altra parola che quel terzo parlante non ha mai pronunciato ecco che devi sopperire a questa lacuna con l’ipotesi che quella parola provenga da un quarto parlante, dico bene?

    A: Sì, dici bene. Ma dove vuoi arrivare con questo ragionamento assurdo?

    Io: Voglio arrivare a farti capire che le parole che tu (pardon l’io del tu che parla) impieghi nella tua poesia, proviene da un quarto «io», da un quarto parlante. E così via all’infinito.

    A: Ancora non capisco dove porta questo tuo sofisma.

    Io: Semplice. Volevo farti ragionare su ciò che tu ritieni impropriamente come demanio linguistico del tuo «io». Volevo dimostrarti che quel demanio linguistico non è tuo ma di altri. Che il tuo «io» espropria «altri» del loro demanio linguistico. Che il tuo impossessamento delle parole è un atto di esproprio. E che questo atto di esproprio è un atto di forza, un vero e proprio prodotto del demanio linguistico che conferisce a tutti gli «io» il potere di esercitare a piacimento dell’atto di esproprio. Che quella «memoria» che il tuo «io» tiene è un sacco dove il tuo«io» mette e conserva il prodotto di tutti gli atti di esproprio delle parole. Voglio dire che quello che ritieni sia tuo, pardon, sia appartenente al tuo «io», altro non è che un atto di esproprio, una refurtiva che proviene da un atto forzoso.

    A: Ma allora anche gli «altri» impiegano parole che non sono loro ma di «altri» ancora, e così all’infinito.

    Io: esatto.

    A: E dove vuole portare questo tuo giochetto logico?

    Io: vuole concludere che le parole che tu inconsapevolmente impieghi nelle tue poesie non sono tue ma di altri, e che tu sei soltanto un ladro, un ladro di parole.

    A: Ascolta, caro Giorgio, ma se tutti siamo ladri di parole, ci sarà pure una persona che ha fabbricato queste parole e che quindi non è un ladro. Giusto?

    Io: Giusto.

    A: Quello che tu chiami «demanio linguistico» sono le parole di tutti, giusto?

    Io: Giusto.

    A: E allora vuol dire che tutti possono usare le parole di tutti.
    Io: Esatto.

    A: Che le parole di una lingua sono gratis per tutti. Parole che tutti possono usare.

    Io: Una specie di regime comunista delle parole.

    A: Sì, l’hai detto tu.

    Io: Sì. E allora, ti faccio un’altra domanda. Dove sta questo demanio comunista delle parole?

    A: Intendi in senso fisico?

    Io: Dimmi il luogo.

    A: Non capisco la tua domanda.

    Io: Sforzati.

    A: il demanio delle parole sta in tutti i luoghi e in nessun luogo. Ecco dove sta.

    Io: Ben detto.

  42. Guglielmo Peralta

    Se “tutti possono usare le parole di tutti” e se “il demanio delle parole sta in tutti i luoghi e in nessun luogo”, allora anche questo dialogo tra “IO e A” è il dialogo di tutti in tutti i luoghi (e in tutti i tempi) e mai pronunciato perché in nessun luogo ( e in nessun tempo) abitano le parole.

    • Giorgio Linguaglossa
      7 gennaio 2018 alle 18:38 [cit. Adalberto Coltelluccio]

      Cosa è la presenza? La presenza è la presenza del togliersi, cioè l’attualità del togliersi. […] La presenza non è un immediato. […] Il negarsi del presente è il suo esser atto, esser in atto, esser presente, attuale […]. Il nulla giustifica, fonda l’originarietà dell’attuale. Appunto perché il nulla è attuale. L’attuale non contiene il nulla staticamente, come un recipiente, ma attualmente, negandosi, togliendosi.19

      Essere pura ‘presenza’ vuol dire per Emo, essenzialmente negare, togliere l’immediatezza, ‘de-coincidersi’ dall’implosione infinita originaria in cui niente può ancora cogliersi. Presenza è il portarsi alla presenza nei confronti di ciò di cui essa è presenza, e nell’Inizio questo portarsi alla presenza non avviene che nei confronti di se stesso, dell’Atto originario, poiché nessun Altro c’è nell’Inizio. Anzi, nell’Inizio senza che ci sia l’Altro, a rigore, nemmeno il Se-stesso c’è: il sé, infatti, è già una determinazione, ed è tale solo perché si distingue da altro.

      Ecco perché Emo afferma anche che la presenza «si identifica», ossia si ‘trova’, coglie se stessa nella nullità dell’Indistinzione originaria. Tuttavia, quest’atto non avviene altro che implicando la stessa nullità (è un originario auto-annullarsi, infatti, non preceduto da nulla), e a partire dall’indifferenza originaria con il nulla. Il portarsi a presenza della presenza avviene solo sul fondamento (-infondato) dell’assenza, ossia di quell’implosione abissale in cui niente è mai coglibile, ma in cui comunque l’Assoluto paradossalmente si dà. Solo il nulla stesso consente, nel suo darsi, l’identificazione stessa della presenza, giacché questa «nega tutto ciò di cui essa è presenza». In questo modo, l’atto originario, proprio nel creare tutto, simultaneamente crea il nulla, e proprio mentre si-fa-presenza non può che farsi-assenza, ossia ‘abolizione’ d’essere e di presenza;

      infatti, la presenza crea tutto in quanto crea il nulla e crea il nulla in quanto si identifica, in quanto si riduce a pura presenza, cioè nega tutto ciò di cui è presenza. […] facendosi presenza dell’essere e della presenza, essa nega e abolisce l’essere e la presenza. In quanto è presenza di essere è presenza di nulla.20

      Qui, Emo asserisce in modo esplicito una perfetta verità paradossale: la presenza è presenza di nulla proprio perché è presenza di essere, e ciò vuol dire che la presenza di essere implica la presenza di nulla, e viceversa; se è presenza di nulla, allora è presenza di essere, ma se è presenza di essere, allora è presenza di nulla. Come si vede bene, qui è in opera il paradosso in senso pieno: p? ¬ p. Ora, è chiaro che la presenza in quanto Nulla di cui parla Emo, se da un lato si riconduce all’assoluta assenza, dall’altro non elimina il momento opposto in cui il nulla nel suo darsi, al tempo stesso è: «dire che il nulla è presente è come dire che il nulla è». Tuttavia, Emo chiarisce che questo essere del nulla, ossia il suo significato in quanto essente, non va inteso come un ridursi del nulla a qualcosa che è, in modo da perdere la sua nullità e tornare alla positività mediante una negatio negationis, poiché l’auto-negarsi del nulla è un assoluto annullarsi del nulla, e dunque è un mantenere la nullità, il suo tornare a darsi come tale, come nullità. Dire che il nulla è, allora, «è dire che il nulla si nega, appunto perché nega il suo essere; altrimenti se non negasse, non sarebbe nulla; e, se non fosse (non fosse essere), non sarebbe nulla, non sarebbe essere — cederebbe il posto al puro essere».21

      Il nulla, quindi, nell’annullarsi originario che è l’Inizio in quanto dà-inizio (a Tutto), o atto originario con cui la presenza si istituisce, è pur sempre un non cedere il posto all’essere, un salvaguardarsi come puro nulla, e, in questo senso, un custodire l’assenza come risorsa. Il valore dell’assenza è esaltato nell’auto-eclissarsi di Dio stesso, il quale, secondo Emo, si rivela solo nel non-manifestarsi, nel non-apparire: «Dio è nascosto nella propria negazione. Quale altro nascondiglio, latebra, grotta? Ogni divinità nasce in una grotta».22 Viene riaffermata, qui, l’ineliminabilità del nulla, anche nel suo stesso annullarsi. Ciò implica che l’atto costitutivo con cui l’Assoluto stesso si dà è originariamente rapporto con il Nulla come con se stesso (ricordiamo che solo il creare il nulla identifica l’Assoluto): «l’assoluto non ammette relazione altro che con il nulla. Dalla relazione iniziale (nozze abissali, infernali) tra il tutto e il nulla sono nati l’universo, gli esseri e le cose».23

      Queste ‘nozze abissali’ tra l’essere e il non essere sono anche le nozze implicite di tutti gli opposti, dell’Uno e del Non-Uno, dell’identità e della non-identità di tutto nel principio. Metafora perfetta della assoluta contraddittorietà dell’Atto originario e della realtà che ne è scaturita. La contraddittorietà ha qui il suo proprium nel fatto di essere assolutamente insolubile, e quindi di evocare come suo ‘destino’ il paradosso, tant’è che, per Emo, «ogni verità è sempre in sé contraddittoria (ciò spesso si chiama paradossale), eppure mediante questa contraddittorietà riesce a esprimere qualche profonda unità. […] Quale altro modo per esprimere una unità, che la contraddittorietà? Quale altra espressione è possibile per questa intuizione dell’uno? ».24 Occorre, insomma, concepire persino l’Uno come identico col Nulla, in quanto Uno non vuol dir altro che Indistinzione pura, e dunque il coincidere assoluto con l’indeterminazione del niente. Ritroviamo, non a caso, gli esiti aporetici della prima ipotesi del Parmenide, in cui l’Uno si auto-cancella per non essere neppure Uno. Ed è questo, forse, il motivo per cui Emo ritiene che «l’uno puro è lo zero», poiché l’Inizio proprio in quanto si annulla, in quanto si eclissa, insomma «essendo zero, crea la diversità».25

      Ma non possiamo chiudere queste riflessioni sulla meontologia emiana senza aver mostrato che la centralità della nozione del Nulla nel suo pensiero non è individuabile solo nelle meditazioni più propriamente ‘protologiche’, sull’atto originario della presenza; essa è anche lo snodo teoretico focale nelle speculazioni riguardanti l’escatologia. Qui, forse, viene all’evidenza un tratto che non sarebbe inappropriato chiamare ‘nichilistico’:

      Il regno dell’Essere è alla fine. L’Essere non è più considerato una salvezza; l’essere è stato una funesta sopraffazione contro l’innocenza del nulla. … L’eternità dell’essere è stanca; l’essere vuole ritornare ad essere l’eternità del nulla, unico salvatore. Il nulla è il salvatore crocifisso dalla soperchieria dell’Essere?26

      L’ultima parola sulla Fine è la stessa di quella sull’Inizio: anche qui, l’autentica Icona della verità contraddittoria dell’Assoluto è il paradosso; paradosso che, ovviamente, per i suoi caratteri di insolubilità e assoluta intrattabilità con gli strumenti logici non-contraddittori, può essere colto solo attraverso l’apertura alla ‘sovra-razionalità’ come dimensione in cui il logos nel suo auto-annullamento (già visto come esito del neoplatonico Damascio), andrebbe a ‘nozze’, se così si può dire, col lato notturno del pensare, e cioè il mito. Emo, infatti, ribadisce ancora una volta che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».27 Occorre rilevare che proprio la valorizzazione del linguaggio mitico, come espressione di una verità profondamente paradossale e ‘sovra-razionale’, è stata uno degli intenti più tenacemente perseguiti da Luigi Pareyson,28 il cui pensiero non a caso, soprattutto nell’ultima sua fase, ha aperto orizzonti inusitati e abissali nella riflessione sulla meontologia del Principio.

      Cfr. A. Emo, Il Dio negativo ecc., cit., pp. 10-11.

      Ivi, pp. 12-13 (corsivo mio).

      Ivi, p. 10.

      Ivi, p. 33. E, in un altro passo, Emo torna su quest’auto-cancellarsi assoluto di Dio: «Dio ‘consiste’ nel suo annichilirsi» (ivi, p. 64). Sulla predilezione di Dio di rivelarsi solo nel paradossale non-rivelarsi, cfr. anche Pareyson, il quale, in Ontologia della libertà, afferma che «Dio, nella sua inesorabile e impervia trascendenza, si nasconde, e nascondendosi si rivela, né si rivela se non nascondendosi, al punto che d’ogni manifestazione si deve dire ch’essa vela nell’atto che svela e viceversa» (cfr. L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995, p. 103, corsivo mio).

      Ivi, p. 34. Questa metafora delle ‘nozze abissali’, quasi segrete, ‘notturne’, tra essere e nulla (che è scritta in un aforisma datato 1960), è stata utilizzata anche da Emanuele Severino (ma è chiaro che si tratta di pura coincidenza, dato che gli scritti di Emo sono rimasti inediti fino al 1989). Egli, infatti, in Ritornare a Parmenide, a proposito del pensiero nichilistico, presente anche nel principio di non-contraddizione, nella misura in cui questo ammette un tempo in cui qualcosa ‘non è’, afferma: «Pensare ‘quando l’essere non è’, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l’essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell’essere e del nulla. Ciò che l’opposizione dell’essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l’essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo» (cfr. E. Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 22).

      Ivi, p. 84.

      Ivi, p. 136.

      Ivi, p. 75.

      Ibid. Come per Emo, anche per Pareyson il linguaggio mitico è «l’unico adatto» a rappresentare la Trascendenza divina, «in quanto idoneo a dire cose che non si possono dire se non in quella maniera» (cfr. L. Pareyson, Ontologia della libertà, cit., p. 103). Ciò soprattutto perché esso si esprime, piuttosto che con la ‘metafora’, attraverso il ‘simbolo’, il quale «col salto di tutti i passaggi proporzionali produce una concentrazione così densa, che mantiene in perfetta simultaneità e coincidenza l’identità e la differenza, l’unità e l’alterità, l’assimilazione e la dissomiglianza» (ivi, p. 110, corsivi miei).

      [Adalberto Coltelluccio in dialeghestai.it]

  43. gino rago

    Edith Dzieduszycka con Orazio, Pindaro, Simonide con La statua [metafora della poesia]

    1) Orazio

    Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo
    e più alto del regale sito delle piramidi, tale che
    né la pioggia corroditrice né l’Austro sfrenato
    potrebbero distruggerlo, né l’innumerabile serie
    degli anni e la fuga delle stagioni. Non morirò
    del tutto e anzi molta parte di me eviterà
    Libitina: continuamente io crescerò rinnovandomi
    nella gloria presso i posteri, finché il pontefice salirà
    con la vergine silenziosa al Campidoglio.
    Si dirà di me, laddove violento rumoreggia l’Ofanto
    e laddove povero di acqua Dauno regnò
    su popoli agresti, che io, [divenuto] da umile grande,
    per primo ho trasferito la poesia eolica nelle
    modulazioni italiche. Arrogati il vanto
    ottenuto grazie ai tuoi meriti e, o Melpemone,*
    con l’alloro delfico cingi, benevola a me, la chioma.

    *Melpomene, Musa della tragedia

    2) Pindaro
    [ anche Pindaro nelle Nemee paragona la poesia a una stele di marmo]
    nelle Pitiche proclama:

    “Pronto un tesoro di inni
    è stato innalzato nella valle di Apollo

    splendida di ricchezze;
    questo né pioggia tempestosa […]

    né vento […] potrà spingere
    negli abissi del mare”.

    3) Edith Dzieduszycka
    La statua

    Una statua un’alta statua
    scagliata
    di pietra sgretolata fu scoperta
    eretta sulla punta del molo nell’alba d’un mattino

    Arrivata in segreto senza destar sospetto
    Come? Perché?

    Una statua sporca una statua livida

    Non guardava il mare
    ma nemmeno avanti verso le case
    mute sulla soglia del borgo

    Graffiata e sbrecciata faceva quasi pena
    un uccello posato chi sa se cieco

    Dentro il suo petto
    nessuna luce a tramutarla in faro

    Forse verrà coperta con un mantello nero

    Arrivò tante gente a strisciarle intorno
    ad accarezzarla
    perfino a baciarla

    Non era la Madonna
    non piangeva nemmeno
    il volto a malapena senza corona

    Disse qualcuno
    “Proviamo a girarla così che veda il mare”

    Si misero in undici una squadra di calcio
    da quanto era pesante

    Ma durante la notte
    come se niente fosse
    si era rivoltata

    Per non vedere il mare
    sporco più di lei.

    4) Simonide [frammento]

    “Un tale funebre ammanto né la ruggine
    distruggerà né il tempo che tutto doma”.

    gr

  44. Guglielmo Peralta

    Per quanto riguarda la differenza tra cosa e oggetto, dico che “cosa” è un iperonimo rispetto a “oggetto”, che è un iponimo. La “cosa”, pertanto, comprende anche l’ “oggetto”. Questo ha sempre una sua configurazione, una forma precisa, definita, (a parte gli ufo non identificabili, ma che sono comunque oggetti), ha una sua concretezza, una “oggettività” che ne consente l’uso, la manipolazione. La “cosa” può essere anche qual-cosa di astratto, di amorfo, di indefinibile (in quanto tale, può essere anche un ufo, ma anche un malessere che, a volte, avvertiamo e non siamo capaci di spiegare, di esprimerlo in modo chiaro e preciso). “Cosa” è tutto ciò che accade (anche la guerra di Troia, dunque). Non si dice forse: “quante cose sono successe oggi, ieri, l’anno scorso…”?

  45. Ti ringrazio di cuore, caro Gino, sei sempre molto benevole con quello che scrivo, vedi, faccio sempre fatica a chiamarla poesia, come a definirmi “poeta” (già meglio di “poetessa”), come se quelle parole (di nuovo) avessero un ché di arrogante e vanitoso! La mia Statua si raggomitolerà di stupore in tale compagnia! In definitiva siamo sempre all’affanosa ricerca di parole “altre” che non siano mai state dette e dunque non esistono. Usiamo sempre le stesse in ordine sparso e variabile, in modo più o meno intelligente a seconda delle nostre possibilità, dando luogo a fiumi sterminati di parole e illudendoci di ricreare il mondo…

  46. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/21/gino-rago-due-poesie-inedite-da-i-platani-sul-tevere-diventano-betulle-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-48239
    Manca una visione d’insieme, una visione del mondo
    Come nel Trecento, il mondo occidentale di oggi è affetto da un plesso di crisi che si sovrappongono e si intrecciano creando una miscela esplosiva: c’è la crisi demografica, la crisi economica e la crisi politica degli stati nazione, in più si assiste all’impoverimento dei ceti medi e all’arricchimento di chi è già ricco. Non è facile per un poeta di oggi avere una visione complessiva dello stato delle cose, manca una visione d’insieme, una visione del mondo. In questa situazione l’arte tende ad occuparsi di dettagli insignificanti, diventa minimal. In una parola, diventa insignificante.

    Lasciamo la parola a Wittgenstein:

    «Una difficoltà in filosofia è che manchiamo di una visione d’insieme. Ci imbattiamo nello stesso tipo di difficoltà che avremmo con la geografia di un territorio del quale non possediamo mappe, o solo una mappa di singoli posti. Il territorio del quale stiamo parlando è il linguaggio e la geografia è la grammatica. Possiamo percorrere il territorio senza grosse difficoltà, ma quando ne dobbiamo fare una mappa, ci sbagliamo. Una mappa mostrerà percorsi diversi che attraversano gli stessi luoghi; ne possiamo prendere uno alla volta, ma non due contemporaneamente, proprio come in filosofia dobbiamo occuparci dei problemi uno alla volta, sebbene in effetti ogni problema rimandi a molti altri. Dobbiamo attendere sino a che non siamo tornati al punto di partenza prima di poter discutere il problema che abbiamo affrontato in precedenza o procedere verso un altro. In filosofia le questioni non sono abbastanza semplici da poter dire «ne abbiamo un’idea sommaria», perché non conosciamo il territorio se non attraverso la conoscenza delle connessioni fra i percorsi. Così consiglio la ripetizione come un modo di indagare le connessioni».1

    Possiamo fare nostra l’affermazione di Wittgenstein e applicarla alla poesia, al romanzo e all’arte nell’epoca del minimalismo. Manchiamo di una visione d’insieme, di un territorio vasto come la terra ci ritagliamo il minuscolo orticello del nostro corpo e di lì parliamo delle nostre vicende private, della nostra biografia, delle nostre questioni personali che non interessano nessuno se non a un voyeur. E così abbiamo trasformato il lettore in un voyeur. Bizzarra e orrifica metamorfosi! E non ce ne siamo accorti. Ci siamo talmente abituati a questa visione delle cose che pensiamo in buona fede che quella sia la poesia, il romanzo, l’arte del nostro tempo. Ma è una visione assolutamente fallace e riduttiva del mondo delle cose. Non resta che aprire gli occhi e guardare il mondo con altri occhi. Non li abbiamo? Allora dobbiamo immaginarceli.

    1 L. Wittgenstein, [dichiarazione sul proprio metodo filosofico, rilasciata nel 1933], in Wittgenstein. Una biografia per immagini [2012], a cura di M. Nedo, trad. di A. Bernardi e M. Jacobsson, Roma, Carocci, 2013, p. 11)

  47. Due poesie di Marina Petrillo

    da Materia redenta inedito

    Dell’insidiosa tela che il sovrano Tempo
    ha posto a sigillo del Mondo
    più non altro che cenere si solleva.

    Non scuote il capo
    l’ultimo amante insoddisfatto
    se i fianchi si invaghiscono dello Spirito.

    Solo implora la pietà di un bacio

    Involve alfine lo Spazio in azzurrità
    e di sua Beltà soave l’oro
    rivela in pudico segreto.

    Siamo qui a scrutare cieli
    di infinito capovolti
    conchiglie a sciame di nube.

    Nulla rivela il mondo

    Antigone pietosa la terra
    del sospiroso gravido Ribelle
    Madre, a sponda di tenerezza.

    Ancora le Parche cuciono destini
    ma del Canto antico è spenta la memoria
    e ognuno in sé tace l’Amore perduto.

    (Cosa rivela Poesia al Sacerdote del Sublime Tempio…)

    *

    Si è mai visto del segno la fine…
    L’interrotta acquiescenza di una verde collina
    nel limite estremo del tratto
    diluente a pendice…

    Asservito all’ignoto compagno
    l’astratto si imbeve di forma
    e in frattale delinea l’alchemico sogno.

    Se il creato tutto astenesse dal gesto
    l’impatto rimarrebbe sospeso ad inizio
    tributo non dato alla geometria
    ma all’invisibile assenso.

    In spazio molteplice
    eppur presago di ingegno
    che il senziente non può immaginare
    insoluto.

    Locuzioni dubitative introdotte dalla particella «se» o esclamative interrogative «si è mai visto…» sono gli incipit preferiti di Marina Petrillo per introdurre le sue composizioni, caratterizzate da direzionalità oblique e interrotte e da una indirezione di fondo che ha lo scopo di porre il discorso su binari al contempo dubitativi e veritativi, con sintagmi di nobile ascendenza («presago», «senziente»,«assenso») alternati a segmenti frastici colloquiali e quotidiani, inversioni, ellissi.
    Un linguaggio antifunzionale, da catoblepa, improprio, inadatto alla comunicazione, sostanzialmente antifrastico, ostaggio della propria problematica incapacità comunicazionale.

  48. gino rago

    Addio ad Amos Oz con alcuni dei suoi pensieri…

    Non ho mai incontrato un fanatico dotato del senso dell’umorismo. E se potessi concentrare il senso dell’umorismo in un vaccino, vincerei il Nobel per la Medicina. Seriamente, sono convinto che la letteratura, la buona letteratura sia un antidoto al fanatismo. La letteratura è cugina del gossip. Il gossip a sua volta è il risultato della nostra volontà di guardare dentro le finestre degli altri per sapere come vivono, cosa mangiano. La letteratura però fa un passo in più: non solo vuole vedere cosa c’è dentro la finestra altrui, ma indaga su che cosa si vede da quella finestra. La letteratura permette cioè di assumere lo sguardo altrui sul mondo. Un persona capace di vedere se stesso o l’universo con gli occhi degli altri non può essere un fanatico, perché una persona così sa che ci sono tanti modi di vedere e leggere la realtà. Un uomo o una donna che frequenta la letteratura sa che non esiste un solo linguaggio.

    John Donne ha scritto che nessuno è un’isola.
    Io dico che siamo tutti una penisola.

    Per il pensiero di stampo totalitario siamo solo una molecola di una cosa più grande (il continente), per il pensiero neo-liberale radicale siamo un arcipelago di isole senza legami. Io propugno una via di mezzo: in parte siamo legati a qualcosa di grande e collettivo, ma di fronte all’amore e alla morte siamo soli, esposti esclusivamente al silenzio dell’oceano e della montagna”

    I miei genitori e i miei nonni erano rifugiati. Loro però, al contrario, paradossalmente non cercavano di entrare in Europa, ma di scapparne. E non sono andati in Israele per migliorare la loro vita, ma per sopravvivere. Ecco, per i rifugiati che oggi arrivano in Europa io provo molta empatia. E credo che il problema del Terzo mondo debba essere risolto lì, nei Paesi più poveri, per dare loro uno stile di vita dignitoso. Bisogna lavorare sul Terzo mondo. Lavori che già dovrebbero essere cominciati da decenni e decenni, non limitandosi alle chiacchiere”

    “Dove stai, è il centro dell’universo.

    E Hulda, dove ho vissuto più di 30 anni, è stata la migliore università della natura umana che potessi trovare. Sulla gente, sulla vita interiore, sulle motivazioni, sui sentimenti, ho imparato nel kibbutz più che se avessi viaggiato dieci volte intorno al mondo, più di quanto si possa capire frequentando accademici a Milano o a New York.

    Conoscevo 300 persone.

    E sapevo tutto di loro. Anche i loro segreti più intimi. Il prezzo è stato che loro conoscevano i miei[….]
    gr

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