Lorenzo Mullon, Poesie scelte da Da una trincea di vento, Moretti e Vitali, 2018 pp. 149 € 15 

foto gunnar smoliansky - stockholm-1958

foto di Gunnar Smolianski, 1958

Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Montale in una famosa autointervista rilasciata per i “Quaderni della Radio” negli anni sessanta scriveva:

«La critica letteraria ha quasi cessato di esistere in Italia e anche altrove. I quotidiani si occupano solo di arti organizzate (teatro, cinema, arti visive) come professioni […] Anni fa la critica si era rifugiata nelle piccole riviste letterarie; ma ora non esistono quasi più riviste del genere. Esistono solo grossi settimanali illustrati pieni di pettegolezzi, nei quali trova poco spazio la critica letteraria […] È naturale che una merce poco richiesta tenda a scomparire; ma in questo caso si ha l’impressione che alla poca richiesta corrisponda anche una certa svogliatezza nell’offerta. Il pubblico non chiede nulla anche perché non gli si offre nulla […] se riapparissero i critici si diffonderebbe anche il gusto della critica. Un’arte senza una critica parallela muore».

Chiosa Alfonso Berardinelli:

«Purché sia critica e non informazione pubblicitaria, né semplice maldicenza privata.

Oggi siamo allo stesso punto di allora. La critica sembra quasi morta. Eppure basta che si dica in pubblico, con buoni argomenti, qualche verità proibita perché quel corpo malato si rianimi […] Per Montale, poeta e critico, la sopravvivenza della poesia è la sopravvivenza della critica.» 1]

Di fatto, la poesia senza la sponda critica, muore. E viceversa. Anch’io mi trovo nella difficoltà di organizzare un discorso critico, non ho le parole sulle quali costruire un discorso critico.

Facciamo un passo indietro, torniamo al primo novecento russo, all’acmeismo.

Per gli acmeisti, fare critica, redigere manifesti teorici è una necessità, devono farsi largo tra le macerie della poesia simbolista e della moda futurista, della poesia allora egemone. Senza la pubblicazione dei manifesti l’acmeismo semplicemente non sarebbe mai esistito. Teorizzare, fare critica letteraria, per gli acmeisti è una questione vitale. Farsi largo tra la poesia simbolista e la poesia futurista implicava esercitare una forza dirompente, esplosiva.

Se sostituiamo la parola «simbolismo» con la parola «post-minimalismo» in auge nella poesia di moda in Italia, avremo chiaro il quadro della stagnazione della poesia italiana di oggi. Proviamo.

Sul primo numero di “Apollon”  (1913), apparvero due manifesti. Il primo, di Sergeij Gorodeckij proclamava:

«La lotta tra l’acmeismo e il simbolismo, se è una lotta e non l’occupazione di una fortezza abbandonata è prima di tutto la lotta per questo mondo, pieno di suoni, di colori, dotato di forme, peso e tempo, è la lotta per il nostro pianeta Terra. Il simbolismo, dopo aver riempito il mondo di ‘corrispondenze’, ha finito per trasformarlo in un fantasma, importante solo in quanto lascia intravvedere e trasparire altri mondi, e ha sminuito il suo grande valore intrinseco». Se i simbolisti cercavano nell’arte approssimazioni infinite, gli acmeisti ambivano alla precisione e all’equilibrio; se i primi ambivano alla fluidità della parola fino ad attingere l’ineffabile, gli acmeisti cercavano la solidità («l’arte è solidità») e la chiarezza. Gorodeckij finiva in crescendo: «se i simbolisti (…) cercano in ogni istante uno squarcio nell’eternità (…) gli acmeisti (…) colgono nell’arte istanti che possono essere eterni»”.

E adesso, facciamo un passo in avanti,  veniamo al libro di Lorenzo Mullon.

Una poesia tutta incentrata sulla crisi dell’«io», del subiectum è già di per sé, per la poesia italiana, un avvenimento. Quella crisi che ha serpeggiato nel corso di tutto il novecento e, in specie, in questi primi anni del nuovo secolo, viene alla luce, affiora in questo libro in tutta la imponenza dell’iceberg: una montagna tutta bianca, incommensurabile, incommestibile, invalicabile. Ecco come si presenta l’io del «soggetto» monocratico che ormai si scopre ridotto a tegumento vuoto di un contenitore vuoto. Quel «soggetto» della filosofia post-cartesiana, inteso come substantia, sostrato, hypokeimenon si è ridotto alla «coscienza» e alla autocoscienza intesa come coscienza del soggetto come riflesso dell’oggetto, coscienza che osserva la propria coscienza…

Tutto ciò giunge fino a Sartre, Heidegger, Gadamer e Gianni Vattimo. La nozione di coscienza, si è assottigliata, si è dissolta in una miriade di appercezioni dell’io. Di fatto, il soggetto inteso in senso umanistico come autocoscienza si è semplicizzato come corrispondente di quell’essere metafisico che ha i connotati di auto evidenza, stabilità, certezza. L’antiumanismo da Heidegger in poi si muoverà verso un orizzonte di trascendimento del «soggetto» e delle sue pretese di «dominio», con la volontà di potenza e il nichilismo che ne sono i correlativi filosofici. Quell’umanismo della tradizione metafisica presentava il «soggetto» con i caratteri repressivi e ascetici in quanto modellati sul pensiero del positivismo che tende a modellizzare il «soggetto» in rapporto alle funzioni dell’«oggetto».

Strilli Giuseppe Gallo È inutile che cerchi divagandoStrilli Lucio Mayoor Tosi Profilo di bracciaStrilli Mauro Pierno Dopo aver saltellatoOggi, ad una scrittura poetica culturalmente scaltrita ed evoluta, risulta ostico pensare ad un «soggetto» che si esprime attraverso la soggettività psicologica dell’«io». Tutta la problematica dell’«io» che attraversa da cima a fondo il volume di Lorenzo Mullon deriva da questo fenomeno epocale di progressivo sgretolamento dell’«io» dal suo podio d’onore e dal suo punto di vista privilegiato. L’«io» si è così scoperto essere una «fortezza disabitata», immagine riflessa di uno specchio vuoto. Il «soggetto» si è così scoperto un punto di vista tra una molteplicità di altri punti di vista, ed è venuta a cadere la fiducia nella presunta democrazia dell’io e dell’io lirico che ne era il corollario in sede del «poetico». La crisi dell’umanismo ha investito in pieno il «soggetto» e la soggettività, rendendola futile, quisquiliante, esautorandola di qualsiasi garanzia di veritatività, scalzandola da qualsiasi pretesa di fondamento o di dominio.

Di contro ad una cultura ancora umanistica, altri filoni del pensiero contemporaneo pensano nel senso di un «oltrepassamento» della nozione di «soggetto», ma il «verso dove» resta un mistero, «verso dove» può andare la navicella dell’«io»?, un soggetto talmente indebolito che ha perduto di vista l’orizzonte e la direzione da seguire? Da questo angolo visuale, il destino dell’esistenza umana nella società tecnologica non può che rivelarsi un inferno. Ma è vero l’esatto contrario, che la razionalizzazione e la globalizzazione delle economie dell’Occidente hanno posto in evidenza il nesso che unisce umanismo, tecnica e soggetto in un comun denominatore entro il quale occorrerà pensare ad un diverso modo di fare una critica della tecnica per poter sortire dalla tecnica e una critica dell’estetico per poter uscire fuori dell’estetico.

Penso che il «limite interno» della scrittura di Lorenzo Mullon sia qui: che il suo «io» lotta disperatamente per «una fortezza abbandonata», non sa che sta lottando per una fortezza dismessa, nel non aver pensato che il punto critico dell’economia estetica sta proprio là dove quella economia cessa di avere vigore, quando si è costretti a cambiare carta moneta, quando dalla Lira si passa all’Euro, quando l’inflazione monetaria della esteticità diffusa ha invaso ogni millimetro quadrato dello spazio, nel punto in cui l’inflazione monetaria del non-stile ha pervaso ogni millimetro cubo del nostro tempo-spazio, nel punto in cui quella critica dell’economia estetica non può che tradursi in dismetria e in distassia, in una parola, in una compiuta de-fondamentalizzazione delle modellizzazioni dell’«io».  Penso che la poesia oggi deve passare attraverso l’elaborazione dell’inconscio, il che vuol dire passare per la lacuna del pensiero, per i suoi buchi, le sue esitazioni, le sue vacanze, le sue lacerazioni, i suoi strappi, i suoi salti spazio-temporali. Ed è questo, per l’appunto, la soglia d’avvio della nuova ontologia estetica che abbiamo messo in campo; noi ri-partiamo dal punto in cui Mullon si arresta per inoltrarci verso una forma-poesia che prenda atto della intervenuta dismissione epocale del «soggetto» che aveva alle proprie dipendenze la sguattera dell’«io», o meglio, che credeva di avere alle proprie dipendenze l’io ormai smobilitato e de-fondamentalizzato del novecento.

1] A. Berardinelli, Poesia non poesia, Einaudi 2008, pp. 97-98

[Lorenzo Mullon è nato a Trieste nel 1961, dove ha studiano pianoforte al Conservatorio. Prima di fare il poeta ambulante ha praticato diversi mestieri. questo è il suo libro d’esordio]

Foto Saul Steinberg Lady in bath 1

foto Saul Steinberg

Poesie di Lorenzo Mullon

sono io l’unico traditore di me stesso
io che mi sono imbarcato in avventure contrarie
solo per dire sono migliore di voi
non potete immaginare quanto dolore ho provocato
io che mi do la caccia da sempre
ho slegato i cani della maledizione
e ho guidato il pugno contro la mia faccia
sono stato io a lasciar perdere tutto
a volermi uccidere
a strisciare invocando il mio io
a scoprire le orme dei miei passi dentro di me
a trovare una traccia profumata
e poi un bagliore
io a restare incantato
davanti all’albero della mia schiena in fiamme
io a creare la notte
un mondo di luce dal nulla
cambiando i colori del cielo
e a chiedere sconvolto ai miei occhi
rovesciati verso me stesso
chi sono io

*

c’è una lite in corso all’interno dello stesso libro
pagine che si leggono da destra a sinistra
contro pagine che si leggono da sinistra verso destra
la scrittura è in preda alla follia
l’unico che potrebbe sanare la controversia
l’autore
è completamente assente

*

persino da morto mi rappresento in qualche modo
invece io non sono io
se non capisci te lo rispiego
io non sono io
non sono l’uomo che piange
non sono nemmeno l’uomo che ride
coerente o incoerente
vivo o defunto
io non sono io

*

cammino nel mio corpo
cercando i suoi confini e non li trovo
a volte una luce si accende
e penso di essere in un’immensa stanza
a volte soffia un vento violentissimo
e non riesco ad aggrapparmi
a nessun punto
e capita che tutta l’aria intorno
diventi solida come il granito
ma solo per un istante

*

qualcosa entra ed esce dalla mente
inafferrabile
a volte sembra un fiume
altre una musica
o una freccia scagliata da un’ombra che sta dietro di me

*

non è come sembra
nel corpo
ci sono pressioni tra gli organi
continenti in movimento
scambi di acque, linfa e oggetti
si spostano mobili
rumorosi divani
biblioteche
betulle e alberi di natale
crollano pareti
gli uccelli migrano
e costruiscono i nidi nelle stanze accanto
l’orologio
ha scavato un’ombra nel cuore
e marcia come vuole lui
avvengono improvvisi scambi di epoche
il disordine regna sovrano
tutto è avvolto da un filo d’oro
che passa
per la cruna invisibile
di ogni cosa

*

quando inizi a sentire il mare dentro di te non è fantasia
vedi il corpo come una casa di vetro
disegnata a matita nell’aria
con le ombre delle nuvole che sfiorano il cuore
vedi la spiaggia come la pelle
dove l’acqua porta i lamenti e la gioia delle creature
mentre l’onda rimescola le età di ognuno
e in una spirale di schiuma
si tuffano giovinezza e vecchiaia
sono io il bambino che gioca con la sabbia
noi le risate degli innamorati
un’elica gira nel vento del respiro
il sole cala dietro le scapole
e si inabissa
lungo la schiena
ti accorgi del freddo della notte nello stomaco
mentre i piedi
già fremono per un’alba nuova

*

quando mi guardo allo specchio
non vedo il mio corpo
ma le nuvole
che lo attraversano

*

Ho fatto spazio dentro di me
piano piano sono entrati
la radura
il grande faggio
il lago e il suo promontorio
e la poiana
e i ghiri
e il tasso
le montagne
gli orizzonti
le isole
i mari
e i continenti

Sul mio collo gira
l’intero pianeta

*

quando osservo il fiume
è il fiume che sta osservando se stesso

i miei fianchi sono la caverna in cui scorre

nei giorni di pioggia l’acqua sale fino al petto
e le braccia mi tengono sospeso
come un ponte
da cui continuo a guardare

8 commenti

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8 risposte a “Lorenzo Mullon, Poesie scelte da Da una trincea di vento, Moretti e Vitali, 2018 pp. 149 € 15 

  1. … caro Gino Rago,

    continuando il nostro discorso che si è interrotto da alcuni giorni, mi piacerebbe porre queste due domande ai «poeti» italiani di oggi:

    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

    Sono convinto che perderei soltanto il mio tempo. Penso che nessuno impegnerà mai il proprio tempo per fornire le proprie ragioni.

    E allora dico una cosa molto semplice: che chi non pensa o abbia pensato lungamente per lunghi anni intorno a queste domande radicali che ho elencato non può scrivere nemmeno un verso. E invece vedo con allegria che anche i poeti più impomatati e imbalsamati scrivono centinaia di poesie e pubblicano dozzine di libri…

    Che cosa devo pensare? Che la totalità dei versi che si scrivono in allegria sono un prodotto di tragica inconsapevolezza…

  2. Ricevo e posto questa riflessione di Marina Petrillo sulla «metafora silenziosa».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/17/lorenzo-mullon-poesie-scelte-da-da-una-trincea-di-vento-moretti-e-vitali-2018-pp-149-e-15/comment-page-1/#comment-45002
    La «metafora silenziosa» è l’impensato che fa irruzione nel pensiero.

    Una scia di impensabile grazia, sottende a volte la creazione. E’ l’atto sospensivo, la vertigine al quale risalire come atto magico, gesto in infinito ripetersi. Un perimetro del molteplice dal quale sottrarre un minuto spazio generante. Il poeta nomina le cose, le riconosce o semplicemente le smarrisce per ritrovarle. Nell’indicibile, cela un alfabeto scritto con la mano sinistra e decifra soavi algoritmi . Tace nel silenzio di un albero cavo del cui respiro perde traccia. Affanno del sentire. Si autoesclude come fosse monachesimo dello Spirito la parola tramutata in Verbo. Inciampa nel non detto e soffia la conoscenza come vaticinio, mito irrisolto. Nel sincronico agitarsi degli eventi, volge lo sguardo all’ istante dell’assenza , quando il nulla abita ogni tempo e il pensiero è attesa. Giungerà salvifico forse uno scavo, un inciso tratto, un supposto aereo segnale, sinapsi neuronale, messaggio inconscio. Fonte alla quale attingere il nuovo codice a smarrimento di sé. Di ogni umana metafora.

    • cara Marina Petrillo,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/17/lorenzo-mullon-poesie-scelte-da-da-una-trincea-di-vento-moretti-e-vitali-2018-pp-149-e-15/comment-page-1/#comment-45051
      «Il piacere sensoriale, a volte punito da un misto di ascetismo e di autoritarismo, è divenuto storicamente nemico immediato dell’arte: l’eufonia del suono, l’armonia dei colori, la soavità sono divenute pacchianeria e marchio dell’industria culturale».1 Oggi, probabilmente, si può fare poesia soltanto mediante un atto di meta-poesia, una meta poesia sulla poesia, il che implica una riflessione sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo della tecnica dispiegata… oppure mediante un «parlato» che copra il «rumore di fondo» della tradizione letteraria…

      Sulla dibattuta questione dello statuto di verità del discorso poetico, si può dire che esso è una ricerca delle parole intorno ad un buco nero che tutto inghiotte, intorno allo sprofondamento del senza-fondo. L’unica forma di verità attingibile, è oggi una sorta di «terza navigazione», ovvero, il Ritorno, il de reditu dalla dimensione metafisica a quella sensibile. Come sappiamo, «la seconda navigazione» per Platone segna il passaggio dalla conoscenza sensibile alla conoscenza metafisica. Nel linguaggio dei marinai la prima navigazione è quella per così dire spontanea, che si ha con il favore del vento; la seconda è quando occorre remare con le proprie forze. La prima forma di conoscenza è quella sensibile (che proviene dal dato immediato della conoscenza), ed è quella dei filosofi presocratici, fermi alla “natura” (secondo la visione platonica); ma questa conoscenza non è adeguata per spiegare quella dimensione introdotta da Socrate col problema dell’anima, del bene, di ciò che trascende la pura materialità del corpo fisico. Socrate insisteva: tutti si prendono cura del proprio corpo, è però più importante prendersi cura della propria anima.

      Platone prosegue su questa direttrice: dà corso alla metafisica (come verrà chiamata questa scienza-episteme dopo Aristotele). Oltre l’essere sensibile c’è l’essere in sé, che non diviene, che permane oltre il mutare del sensibile, che ne è causa e fondamento. Questo essere, o meglio: questa dimensione dell’essere che Platone chiamerà «idea» (eidos-forma; paradeigma: modello) si coglie con il solo pensiero, con la “forza” del puro pensiero. È questa la “seconda navigazione” per Platone.

      Per restare in tema, per Agostino c’è anche la “terza navigazione”, quella mediante la quale con la “forza” della fede, l’accoglimento, critico e consapevole basato sul credo in quanto assurdo della rivelazione si arriva alla comprensione conversione verso Dio.

      Oggi porre il problema di una «patria metafisica delle parole» implica porsi in cammino verso «la terza navigazione», implica un ritrarsi dell’io, una epoché o, come dice Marina Petrillo, un «atto sospensivo», una «vertigine», perché il cammino ci porta in prossimità di un luogo abissale di sprofondamento delle parole… è ovvio che in questo luogo abissale di sprofondamento delle parole non possiamo più parlare della sintassi unidirezionale, del principio di non contraddizione, della semantica del dettato poetico e della configurazione spazio temporale come la conosciamo nella nostra vita di relazione e come ce l’ha codificata la tradizione letteraria… si tratta di pensare ben altro… appunto, si tratta di pensare l’impensato, la metafora di tutte le metafore…

      1] T.W. Adorno, tr. it. Teoria estetica, 1970

  3. gino rago

    Giorgio Linguaglossa mi e ci pone altre 2 domande.

    1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
    2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
    3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

    Tre domande terribili, da far tremare i polsi.

    Queste istanze nel loro enorme peso di etica e di estetica, di forma e di contenuto, di lingua e di stile, di metrica e di tono, di senso e di suono, interpellano le nostre coscienze e il nostro stesso modo di stare in poesia, di fare poesia in un rinnovato spirito del tempo. Alle 3 domande provo a dare una risposta mettendo tra di loro in relazione di prosa poetica o di poesia in prosa due reziari-uomini-di-questo-tempo scagliati nell’arena-mondo-del-nostro-tempo con pochi arnesi-parole-senza-più-suono allo scopo di irretire il vuoto con il gesto-atto-poetico-di-questo-tempo.

    Gino Rago
    L’atto poetico nel vuoto

    «Ci interessa la forma del limone
    non il limone».*

    *[Questo scrissero sul manifesto formalista quegli artisti
    Nell’ammutinamento sui battelli del figurativismo
    E del narrativismo.
    Ma fu sera e mattina sulla Forma]

    […]
    Un reziario nell’arena. Con un altro reziario un po’ più antico
    Ma nella stessa arena. Verso chi tridenti e reti?

    Chi o cosa vogliono irretire, senza corazza ed elmo?
    Il Vuoto? Vogliono imprigionare il Vuoto

    con un balzo estetico.
    Perché la bellezza è nel vuoto?
    […]
    I due reziari all’unisono: «Perché se sei nel vuoto,
    se davvero ti senti nel vuoto, devi agire prima che il vuoto ti risucchi…

    È il gesto che salva. È l’urto tra l’atto poetico e il vuoto
    che genera lo spazio e il tempo,

    perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.
    La forma-poesia non è l’inizio

    ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.
    Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare,

    ma occorrono le parole-stringhe a cinque dimensioni».

    II

    Roma. Due reziari seduti a un tavolino.
    Il bar di via Gaspare Gozzi [la linea B della Metro sferraglia]

    A una parete gli occhi e le rughe di Samuel Beckett.
    Il barista si avvicina con due tazze fumanti, sorride.

    L’uomo somiglia a José Saramago, dice: «Vi ammiro,
    voi conoscete la doppiezza delle parole, nelle vostre poesie una parola

    tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
    – «Una parola davvero scomoda» -, pensa l’interlocutore non visibile

    che siede qui accanto nel bar,
    la verità fa rima con varietà, questo lo affermava il Signor K. nella omonima

    poesia di Linguaglossa, dove il Signor K. fuma
    un sigaro italiano e cincischia con il revolver…

    «Ma voi non siete ciò che dite, siete dei truffatori, siete…
    il credito che le vostre parole vi danno».

  4. Salvatore Martino

    Malgrado l’inflazione delirante dell’io appaiono a me molto interessanti questi versi di Mullon. Una tematica disperante passeggia tra le righe, una difficile accettazione di se stesso. Immagini persino folgoranti talvolta
    “quando mi guardo allo specchio

    non vedo il mio corpo
    ma le nuvole
    che lo attraversano”
    per esempio, o ancora il corpo paragonato a una casa di vetro disegnata nell’aria. La costante, ossessiva ricerca dell’Altro da sé, mascherata da ricerca del proprio io, in un drammatico tentativo di riconciliazione degli opposti.Interessante anche il rapporto con la Natura di piante e di animali, che certifica di un mondo spirituale decisamente profondo. Salvatore Martino

  5. gino rago

    Altra nota critica limpida del nostro Salvatore Martino il quale, di frammento in frammento, sta avanzando per precisazione del suo linguaggio critico, con una grammatica essenziale ottenuta per sottrazione di peli linguistici superflui che, lungi dall’illuminare i lettori di poesia, finiscono invece con il confonderli.

    Per Mullon, invece, sulla scia sabiana della ‘poesia onesta’,in cui biografia e verso si fondono, quell’Io posto al centro del tutto, a misura della storia e delle verità complesse del mondo, lega il poeta triestino irrimediabilmente al Novecento e Giorgio Linguaglossa fa centro quando nella sua nota su Mullon precisa:

    “[…]noi ri-partiamo dal punto in cui Mullon si arresta per inoltrarci verso una forma-poesia che prenda atto della intervenuta dismissione epocale del «soggetto» che aveva alle proprie dipendenze la sguattera dell’«io», o meglio, che credeva di avere alle proprie dipendenze l’io ormai smobilitato e de-fondamentalizzato del Novecento”.

    Ma il mio commento intendeva soprattutto elogiare le recentissime, raffinate qualità espressive di Salvatore Martino.

    In fondo, saper interpretare i versi altrui spinge chi sa farlo ad assumere spirito critico anche nei riguardi del proprio modo di costruire versi, da poeta-artifex di poesia secondo il postulato del Mandel’stam del Mattino dell’Acmeismo.

    E costruire versi per il poeta è irretire il vuoto, come cerco di far fare ai due reziari nella poesia con la quale rispondendo alle 3 istanze impegnative di Giorgio Linguaglossa tento di compiere l’atto poetico nel vuoto… Se vinci il vuoto, controlli il tempo.

    Gino Rago

    • Salvatore Martino

      Ma insomma la vuoi smettere Gino Rago di dire cose bellissime sui miei appunti pseudo critici. Mi fai arrossire di piacere. Davvero grazie. Salvatore Martino

  6. Antonio Sagredo

    Carissimi,
    le domande sono tre, non due –
    non sono domande terribili, se mai saranno tali le risposte, se vi saranno.
    Adesso preliminarmente ci provo a darle.
    Intanto con le mie poesie”mostruose” ho colmato un vuoto minuscolo e non aspiro affatto a un vuoto assoluto che potrebbe risultare vacuo.
    ——————————————————–
    risposta alla prima domanda:
    superflue oramai sono le esperienze di Rimbaud e di Campana e di poeti a
    questi due similari. Se mai la domanda esistono ancora “esperienze significative” ? – affermo di si, ma è la POESIA che ce li deve indicare, perché è finito il tempo di giocare a rimpiattino: POESIA-POETA-POESIA.
    Se esiste una sola esperienza ancora deve essere ancora UNICA!
    Unica nel senso che tutti i poeti del passato compreso il prossimo devono farsi da parte e devono esser messi in teche o sotto campane di vetro come i santi e le madonne, gli angeli, ecc.
    Girare tra queste campane come un visitatore qualsiasi – ma non poeta – e scuotere di continuo la testa: così non va!
    L’esperienza unica consiste nel dimostrare il coraggio di questo visitatore.
    ———————————————————————-
    risposta alla seconda:
    già data: un museo colmo di campane di vetro: sotto ognuna di esse un poeta. Museo come polis che estingue il presente e ci preserva di fare la fine degli altri poeti, cioè sotto una campana.
    ————————————
    risposta alla terza… la più difficile:

    può esserci sotto una campana o in museo la metafisica? – Si, può esserci
    come esempio, per noi visitatori, di fondare nuove metafisiche dissimili del tutto a quelle precedenti.
    ——————————————————————–
    per ora va bene così, almeno per me, poi vedremo…
    a.s.

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