L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero – L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica – Le parole oscurate di papa Francesco – Riflessione sulla poesia di Gino Rago, Poesie di Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

Foto Kurt Perschke - Progetto di arte urbana

Kurt Perschke, Progetto di area urbana

Giorgio Linguaglossa

22 dicembre 2017 alle 11:02

 Nell’edizione serale del TG1, la frase di Papa Francesco indirizzata contro i «complotti» è sparita: “«Riformare la Curia è come spolverare la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti» diceva monsignor De Mérode; e Francesco ieri ha ripetuto quella frase. Giunto al suo quinto anno di lavoro sulle riforme e al suo quinto discorso per gli auguri natalizi ai collaboratori romani, il papa spiega che «una Curia chiusa in sé stessa sarebbe condannata all’autodistruzione». è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti”. Ebbene, questa frase è stata “oscurata”.

È incredibile, adesso siamo arrivati addirittura a CENSURARE le frasi del papa che non riescono gradite alle orecchie dei mercanti di schiavi dei Padroni e del conformismo mediatico più spregiudicato. Voglio proprio vedere se di questa frase c’è traccia nei quotidiani di oggi.

Parafrasando la frase che oggi Papa Francesco ha pronunciato in Vaticano:

Voler fare pulizia nella poesia italiana è come voler togliere la polvere dalla Sfinge con uno spazzolino da denti.

 *

 Lucio Mayoor Tosi

Lungo il viale del tempo

– oh, grazie! Che immagine romantica.

… dove nascono ad aprile le cavallette
e a giugno le prime aragoste

dentro la scatola bianca dei souvenir,
per un soffio, il forte vento fa tremare
le statue sui basamenti.

Sì, è scritto nell’articolo di una rivista letteraria:

“Nella realtà inquieta dei poeti, tutte le cose
sono immense, o infinitamente piccole”
e
“L’anello grigio del secolo scorso
potrebbe ustionare chi lo porta al dito. Farlo piangere”.

– Oh, Il canto silenzioso delle lumache!

L’oasi K2 quando arrivano rifornimenti e libagioni!
Le prime Candies Blue alla frutta danese!
Il bel tramonto su Baudelaire!

A pagina chiusa, il libro narra di noi
nel Mausoleo del Parlamento.

Non un granello di polvere tra i corpi
refrigerati.
Ho lasciato il mio guardaroba
tra mille anni.

      Ermeneutica di Gino Rago

21 dicembre 2017 alle 18:34

Salvatore Martino, ovvero, “la poesia di Eros nel gesto controllato che riesce a farsi segno…”

“Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso…”.

Si assiste all’affiorare dei temi centrali della tradizione lirica italiana e della poesia fatta dagli insulari, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma almeno in questo brano di cristallina prosa d’arte ci imbattiamo in un Salvatore Martino alle prese con i segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio in atto che troverà nell’opera futura in via di preparazione una sua realizzazione più compiuta.

La selezione da me effettuata risponde a una lettura possibile, senz’altro parziale. Aggiungo che ho preferito esporre, bruscamente e talvolta estraendoli a forza dal corpo dei versi postati su l’Ombra, un passaggio nel quale si trovano inseriti quei segni che sembrano garantire un’illuminazione immediata, la cui matrice affettiva e nostalgica assume un rilievo specifico ma tuttavia mai incline all’arreso ripiegamento intimista.

 Dalla nostalgia per i tempi a quella per gli spazi e fino al ricordo di ” amici” o compagni che fanno la guardia in sembianza di animali fedeli, Martino ci sospinge dalla parte di chi parla nei «versi oscuri della divozione», con la voce di un mitico fanciullo che viene dal Sud, un Sud isolano mai consegnato all’oblio, come fu per Ripellino, per Cattafi e soprattutto per Stefano D’Arrigo alle cui frequenze delicate accosto quelle di Salvatore Martino, almeno se mi limito a considerare i versi riportati di seguito, tratti da “Pregreca” del D’Arrigo poco prima di Orcynus Orca:

da Pregreca di Stefano D’Arrigo:

“Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece (…)”

Due sensibilità poetiche ben precise e senza sforzi riconoscili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra. Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:

” I morti sono morti e basta
e freddi
perché la morte è fredda
e dio è volato
sopra i gabbiani che piangono”

2 – Lucio Mayoor Tosi, ovvero un poeta che gioca con il tempo nello Spazio Espressivo Integrale:

Lucio Mayoor Tosi “Lungo il viale del tempo”

 In “Picasso” che Gertrude Stein dedicò al personaggio dominante dell’arte del Novecento europeo, tra narrativa e critica d’arte, la Stein ebbe a dire, fra le tante raffinate meditazioni sul padre del Cubismo, che le idee letterarie di un pittore non sono come le idee letterarie di uno scrittore.

Perché? Perché l’ “egotismo” del pittore è un egotismo assai diverso dall’egotismo dello scrittore, dall’egotismo del poeta. E Gertrude Stein più avanti nel libro articola il suo pensiero così:

“Il pittore non concepisce se stesso come esistente in se stesso. Il pittore concepisce se stesso come il riflesso degli ‘oggetti’ che egli ha collocato nei suoi quadri; un poeta invece concepisce se stesso come esistente in sé e per se stesso, perché il poeta (o lo scrittore) non vive affatto nei suoi libri: per scrivere deve prima di tutto esistere in se stesso, ma perché un pittore possa dipingere prima di tutto deve essere fatta la pittura…”.

 Ecco perché per Picasso i suoi disegni non erano tracce di ‘cose’ vedute ma di ‘cose’ espresse. Insomma, i disegni per Picasso erano le sue parole, erano il suo modo di parlare.

Nel caso di Lucio Mayoor Tosi, dunque, proprio perché artista e poeta nello stesso tempo, l’egotismo del poeta è obbligato a coesistere con l’egotismo del pittore. Non sempre questa coesistenza probabilmente in lui, nella sua psiche, è coesistenza pacifica e dunque non sappiamo se scrive disegnando o se disegna scrivendo… L’esito estetico che s’indovina nei suoi versi è attribuibile necessariamente al muoversi di Lucio Mayoor Tosi nel linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale in cui tempo e spazio hanno altezza, larghezza e profondità tridimensionali e i nomi e le immagini sono disegni-parole, parole-disegni, in un continuo scambio di energie interne.

Energie interne che toccano l’acme nel verso memorabile:

“Oh, il canto silenzioso delle lumache!”

 Orazio parlò di “monumento” da erigere par la sua Opera, Mandel’stam, sulla scia schiumosa di Orazio, parlò anch’egli di “monumento”, Letizia Leone, forse anche per una risonanza rimbaudiana del ‘Battello ebbro’, di recente ha parlato anche lei di “monumento” anche se ebbro (Il monumento Ebbro).

Invece Lucio Mayoor Tosi parla di “statue” sui basamenti pronte a tremare sotto i colpi del vento, segno inconfondibile d’una weltanshauung tosiana incardinata sul senso del Difetto del Sé e della precarietà della presenza dell’uomo nel mondo. In piena consapevolezza della indeterminazione della condizione del poeta e del pittore in una stagione della storia dell’uomo non proprio volta verso il vero, il giusto, il bello.

3 – Giorgio Linguaglossa, “Preghiera per un’ombra”

“Noi tutti siamo ombre fuggevoli…” è l’apoftegma linguaglossiano che sostiene il componimento ove l’idea di “ombra” è già nel titolo. Conoscendo, da lunga frequentazione, la formazione culturale di Giorgio Linguaglossa posata su chiari e irrinunciabili punti di riferimento anche di filosofia estetica, un commento organico a questa “Preghiera per un’ombra” non può sottrarsi al mito platonico degli uomini incatenati in una caverna, con le spalle nude rivolte verso l’ingresso e verso la luce del fuoco della conoscenza. Altri uomini si muovono liberi su un muricciolo trasportando oggetti; sicché, questi oggetti e questi uomini, colpiti dalla luce del fuoco, proiettano le proprie ombre sulle pareti della caverna. Gli uomini incatenati, volgendo le spalle verso il fuoco, possono scorgere soltanto queste ombre stampate alle pareti della caverna.

Nel mito platonico, la luce del fuoco è la “conoscenza”; gli uomini e gli oggetti sul muricciolo rappresentano le cose come realmente sono, cioè la “verità“ delle cose (aletheia), mentre le loro ombre simboleggiano l’”opinione”, vale a dire l’interpretazione sensibile di quelle stesse cose (doxa). E gli uomini in catene con lo sguardo verso le pareti e le spalle denudate verso il fuoco e l’ingresso della caverna? Sono la metafora della condizione naturale dell’individuo condannato a percepire soltanto l’ombra sensibile (doxa) dei concetti universali (aletheia), fino a quando non giungono alla “conoscenza”. Senza questa meditazione filosofica a inverare l’antefatto estetico, culturale, cognitivo che sottende l’attuale, febbrile ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa non si comprenderebbe appieno l’approdo-punto di ripartenza di questa poesia e delle sue implicazioni, nominabili in poche ma singolari parole-chiave: forma di poesia senza forma; linguaggio di molti linguaggi; astigmatismo scenografico; stratificazione del tempo e dello spazio; metodo mitico per versi frammentati; intertemporalità e distopia. Il tutto compreso in quella invenzione linguaglossiana dello “spazio espressivo integrale”, l’unico spazio nel quale i personaggi inventati da Giorgio Linguaglossa (Marco Flaminio Rufo, il Signor K., Avenarius, Omero, il Signor Posterius, Ettore che esorta i Troiani contro gli Achei, Elena e Paride nella casa della Bellezza e dell’Amore, il padre, la madre, Ulisse, i legionari, Asterione, etc.) simili agli eteronimi di Pessoa, possono ricevere la piena cittadinanza attiva che richiedono al loro “creatore” quando, altra novità di vasta rilevanza estetica in questa poesia di Giorgio Linguaglossa, “parlano” nelle inserzioni colloquiali, o nel “parlato”, dentro ai componimenti linguaglossiani recenti.

Lo “spazio espressivo integrale” della “Preghiera per un’ombra” è il campo in cui “nomi”, “tempo”, “immagine”, “proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo [Mario Gabriele, fra questi, con Steven Grieco-Rathgeb, Letizia Leone, Lucio M. Tosi, in parte Antonio Sagredo e lo stesso Gino Rago a costituire un “nuovo” poetico da far sentire “vecchia” ogni altra esperienza di poesia contemporanea esterna a tale campo.

[Nota.

Segnalo l’ottimo commento di Alfredo Rienzi a “Preghiera per un’ombra” (al quale non mi sono voluto sovrapporre con la mia lettura del 30 marzo 2017 – Roma, Laboratorio Poesia Gratuito, Libreria L’Altracittà, Via Pavia, 106) apparso su La presenza di Erato]

4 – Mario Gabriele (“In viaggio con Godot”)

I due poeti al centro della NOE, Giorgio Linguaglossa, già considerato, e Mario Gabriele, che stiamo considerando) nel loro fare poetico all’interno dello Spazio Espressivo Integrale, sanno che:

* il vuoto non è assenza di materia;

* l’assenza di musica non è l’affermarsi del silenzio;

* il Campo Espressivo Integrale è l’unico in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…

Esemplare sotto tale specifico aspetto è il recentissimo Libro-Poema di Mario Gabriele , con un memorabile saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa, In viaggio con Godot, 69 composizioni che s’intrecciano l’una con l’altra, ma ciascuna con una propria completezza finita. Un Libro ad architettura e struttura di poema da inserire nel meglio della poesia pubblicata negli ultimi 15/20 anni in Italia.

Ed i meriti sono etici ed estetici, stilistici e linguistici, ecc. con una abilità del poeta di nominare con esattezza e leggerezza luoghi, situazioni. occasioni, personaggi, giornali, riviste, libri, esperienze musicali, opere d’arte visive, in uno stile che definirei ‘adamistico’, pensando all’inevitabile collegamento con la corrente più significativa dell’acmeismo mandelstamiano:l’ “adamismo “.

Ma nei 69 pezzi de In viaggio con Godot  ho sentito vibrare un’adesione gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’insegna della indeterminazione del vivere e altro…L’esito estetico finale è una poesia, rubando le parole a Giorgio Linguaglossa, autore del saggio introduttivo, “atetica, non-apofantica, pluritonica, vario ritmica.”

Ne è paradigmatico il componimento numero 51.

Questo componimento numero 51 della raccolta gabrielana si lega strettamente agli altri 50 che lo precedono e d’altro lato prepara il terreno agli altri diciotto che lo seguono, pur presentando e possedendo una propria finitezza stilistico-emotiva, una compiutezza tematico-etico-stilistica:

(51)

“Dora scrive versi.
Sorprendono le metafore e i giorni della resa.

Al Circolo Heidelmann
si replica il Partigiano Johnny.

Con Le Demoiselles d’Avignon
siamo andati a cercare Le Illuminazioni.

Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
Dora alle sette apre le imposte.

Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
Benn l’accompagna alla stazione.

-Milano- dice.- è una grande città
con tante Silicon Valley.

Puoi contattare qui la M.G.M.
per un lavoro part-time.

Poi si vedrà se andare a Boston.
C’è però un problema ed è la famiglia Salomon

che parla sempre di decaloghi
e di colombe che tornano dopo il diluvio-.

Un’altra stagione è alle porte
con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.

Domani è di scena Mrs Dalloway,
ma senza Virginia Woolf.”

Così è per gli altri 68 del libro. Ciò ben lo rimarca Giorgio Linguaglossa nel suo poderoso saggio introduttivo quando tira in ballo «Il treno del tempo». Un tempo da Linguaglossa interpretato come ‘successione, salto in avanti, salto All’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità…’.

Riflessioni linguaglossiane che sono propedeutiche all’accostamento consapevole alla cifra centrale della poesia di Mario Gabriele: le immagini. Più precisamente alle immagini metaforiche nel senso di Tranströmer, in ciò maestro indiscusso.

3 – Giorgio Linguaglossa (“Preghiera per un’ombra” )

Questa è la preghiera per un’ombra.1]
Gioca a fare l’Omero, mi racconta la sua Iliade,

la sua personale Odissea.
Ci sono cavalieri ariosteschi al posto degli eroi omerici

e il Teatro dei pupi.
L’illusorietà delle illusioni.
[…]
«Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
– mi dice l’ombra –

così, stoltezza e saggezza si equivalgono,
eroismo e viltà condividono lo stesso equanime destino.

Noi tutti siamo ombre fuggevoli, inconsapevoli
della nostra condizione di fantasmi.

Gli uomini non sanno di essere mortali, dimenticano
e vivono come se fossero immortali;

il pensiero più fugace obbedisce ad un geroglifico
imperscrutabile,

un fragile gioco di specchi inventato dagli dèi.
Tutto è preziosamente precario, tranne la morte,

sconosciuta ai mortali, perché quando viene noi non ci siamo;
tranne l’amore, una pena vietata agli Immortali».
[…]
«Queste cose Omero le ha narrate», mi dice l’ombra,
«come un re vecchio che parla ai bambini

che giocano con gli eroi omerici
credendoli loro pari, perché degli dèi irrazionali

che governano le cose del mondo nulla sappiamo
se non che anch’essi sono bambini che giocano

con i mortali come se fossero immortali;
perché Omero dopo aver poetato gli immortali

cantò la guerra delle rane e dei topi,
degli uccelli e dei vermi,

come un dio che avesse creato il cosmo
e subito dopo il caos.

Fu così che abbandonò Ulisse alle ire di Poseidone
nel mare vasto e oleoso.

E gli dèi abbandonarono l’ultimo degli immortali,
Asterione, alle pareti bianche del Labirinto

perché si desse finalmente la morte per mano di Teseo.
In fin dei conti, tutti gli uomini sono immortali,

solo che essi non lo sanno.
Non c’è strumento più prezioso dello specchio

nel quale ciò che è precario diventa immagine.
A questa condizione soltanto gli uomini accettano di essere uomini».
[…]
«Giunto all’isola dei Feaci abbandonai Ulisse al suo dramma.
Perché il suo destino non era il mio.

Il suo specchio non era il mio».
[…]
«Il tempo è il regno di un fanciullo che si trastulla
con gli uomini e le Parche.

Non c’è un principio da cui tutto si corrompe.
Il firmamento è già in sé corrotto, corruzione di una corruzione.

Un fanciullo cieco gioca con il tavoliere.
Come ha fatto Omero con i suoi eroi omerici.

Come farai tu».
[…]
«Quell’uomo – mi disse l’ombra – era un ciarlatano,
ma della marca migliore
La più alta.
Egli era elegante,
e per giunta poeta…»2]

1] Riferimento a mio padre calzolaio che mi raccontava da bambino storie di cavalieri ariosteschi
2] versi di Sergej Esenin “l’uomo nero” (1925)

Mario M. Gabriele

21 dicembre 2017 alle 19:15

Caro Gino,

stai svolgendo un ottimo lavoro critico su l’Ombra, con una interpretazione dei testi disvelati nella più aperta diversificazione oggettiva e strutturale. Le definizioni anche tecniche del linguaggio aprono al lettore occasionale una strada per connettersi con la poesia di ogni Autore da te trattato. Ci sono metodi e fonti che sono indispensabili per parlare di critica innovativa, come egregiamente sta facendo Linguaglossa, dal suo “osservatorio” di ricerca operativa.Io vedo in questo vostro lavoro una specie di assistenzialismo interpretativo nei confronti del lettore.per un maggiore accentramento del “senso” poetico, che se non dichiarato può passare spesso inosservato. Per tutto questo, grazie e cordiali saluti.

                                                                                                                                                                    Mauro Pierno

Attenzione prego…
attenzione prego…
Siete tutti in ascolto…
prego…”il gioco non è più divertente
il gioco avviene quasi a nostra insaputa…
Tutti giocano e noi gli ignoriamo. Ma giocano davvero.”
Capito il guaio?
“E che vorremmo essere sempre e dappertutto…e loro giocano, e noi giochiamo, e tutti giocano…”
ma come si fa? Ad essere sempre poeti e dappertutto…ed a giocare sempre da soli?”
Con l’illusione del gioco…

Secondo tempo
La proposta:
Sudore di poesia, di incontri fissi mensili, no promozioni, no perditempo…Solo produzioni… ISTANTANEE DI POESIA…
ESTEMPORANEE DI POESIA…
AGGRAVI DI POESIA
PROGETTI DI POESIA
FINALITÀ DI POESIA
(Prodotte il quel preciso giorno, ora o momento)
e poi subito in stampa e in divulgazione.
Subito prodotte.
SCRITTO E MANGIATO!
Stop.
terzo tempo
Vedo sopra.

Grazie Ombra.
P.s. Un grande abbraccio ad A.D.P.)
e a voi pure!)

Giorgio Linguaglossa

L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero. L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica

In una certa misura la problematica del fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia». Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il fattore T.

Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.

In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhild con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

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35 risposte a “L’aporia del presente nella poesia di Mauro Pierno e di Donatella Costantina Giancaspero – L’ingresso del fattore T nella poesia della nuova ontologia estetica – Le parole oscurate di papa Francesco – Riflessione sulla poesia di Gino Rago, Poesie di Mauro Pierno, Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa

  1. Mi scrive Giuseppe Gallo:

    Caro Giorgio,
    hai perfettamente ragione. Stiamo sull’orlo di un precipizio, ma “nessuno ne parla”. Siamo come i ciechi del celebre quadro di Peter Bruegel in cui i ciechi avanzano in fila, insieme; dandosi reciprocamente una voce, un richiamo (forse un ultimo conato poetico), addentrandosi nella vita, sperimentando l’esistenza, unendo le forze residue, ma li attende il baratro. Le parole di chi ha le orbite vuote sono sinonimo di pericolo imminente e di prossima sventura. Mi sembra che questa sia la nostra situazione attuale. Imbambolati, ciechi, brancichiamo nell’aria quotidiana: gli intellettuali, costretti o auto costretti, come tanti cormorani a pescare la loro sopravvivenza, tuffo dopo tuffo, negli ultimi acquitrini, non possono e non hanno la capacità di portare “un ramo di domani nella stanza” (G. Corso, ultimo americano come Bremser) dell’oggi e del futuro. Ormai è da tempo che vado ripetendo agli amici più cari che io, personalmente, non nutro più nessuna fiducia nel futuro della Nazione. E non per la politica, in senso stretto, delle istituzioni fatiscenti, dell’Europa delle banche… è perché ormai, individuo, dopo individuo, abbiamo perso noi stessi, quel poco di onestà e di coraggio che i nostri padri, contadini o borghesi, ancora possedevano. L’utilitarismo ci ha divorati dall’interno, l’economicismo delle azioni quotidiane, il risparmio degli affetti, la solitudine dell’io… In Svizzera ogni costruzione, vecchia o nuova, ha un buco nel quale gli abitanti lasciano i loro rifiuti già selezionati. I camion della raccolta passano, portano via il tutto. Il decoro è salvaguardato, l’inquinamento diminuisce. Possibile che una nazione come la nostra non riesca ” a vedere” nemmeno quello che fanno gli svizzeri? E così è per il resto. Ciò che smuove gli italiani è quello che diceva Machiavelli in altra forma, ma dal contenuto identico: l’utile privato. Noi siamo al grado zero. All’utile per l’utile. Ovvero all’io che rimane isolato in se stesso e quindi all’impossibilità di instaurare una relazione con l’altro. Siamo arrivati all’istituzione del principio di identità esteso alla comunità: nazionalismo, sovranismo, ecc, sono una loro estensione. Diceva il vecchio e ormai dimenticato materialista Feuerbach che “l’o è un tu”; l’io è il risultato dei rapporti sociali e materiali. Oggi, eliminando il tu, e sostituendolo con i Black fridey cosa possiamo ottenere? Caro Giorgio, scusa lo sfogo… In Arringheide le donne del paese, per dare il loro contributo alla lotta di popolo contro la tirannia, raccolgono il prodotto più umano che ci sia: la merda! La seccano al sole, ne fanno proiettili e, al grido di “Arringa! Arringa”, tempestano i nemici utilizzando l’unica arma in loro possesso. Anche a questo possono servire gli scarti umani… e non mi prolungo sugli innumerevoli addentellati della metafora. Una volta i nemici erano segno di “arringhe” verbali, ma ciò che pesava di più sulla onorabilità era tempestarli di escrementi… forse dovremmo ritornare indietro e trattare allo stesso modo le nostre classi dirigenti e anche i nostri “io”.
    A presto, Pino

  2. caro Giuseppe,

    hai colto il punto centrale. Quando un Paese non ha più un Progetto futurologico, un progetto per il futuro, accade che non ha più neanche un Progetto per il Presente. Il vero, l’unico Progetto è quello che è gettato nel Futuro, il presente soggiace all’Aporia del Presente. E così è nell’arte di oggi e nella poesia che leggo in giro: ci sono libri di poesia scritti in un buon italiano, in un italiano medio di buona scuola… ma buon italiano significa dire italiano medio, cioè italiano di nessuno spessore né per il Presente né per il Futuro. Un linguaggio lo si costruisce soltanto guardando al Futuro. Un linguaggio del presente per il presente è un linguaggio effimero, transeunte, che passa e se ne va nel dimenticatoio… tutti questi romanzi che leggo, e le poesie che leggo sono scritti in un linguaggio che transita, il linguaggio del presente che fugge via. L’ente umano è un ente gettato nel futuro, se si limita ad abitare solo il presente, deperisce e muore, senza un Progetto per il Futuro, l’ente umano deperisce e muore, e così per le collettività. A me sembra che il paese abbia smarrito la visione del futuro, nuota, sguazza con parole d’ordine di matrice barbarica nel presente per il presente… Eppure che la crisi fosse grave e che fosse a noi vicina io lo scrivevo già negli anni novanta… venivo preso in giro, mi si diceva che ero uno spaventapasseri che faceva il Savonarola… e adesso ci siamo nel bel mezzo.

  3. Carlo Livia

    Gentile Giuseppe Gallo, il suo pensiero è ricco della freschezza e del pathos morale che denotano il vero artista. Purtroppo viviamo in una cultura, probabilmente in fase terminale, dominata da una tragica e insensata teologia nichlista: il Denaro, il Capitalismo, nuova divinità cieca e ormai invincibile, priva di etica e pensiero, dispiega le sue mortifere braccia economiche-finanziarie, per tenerci in subordine al suo progetto di distruzione materiale e spirituale; noi, sudditi e devoti, produttori e consumatori, assistiamo al dispiegarsi e rafforzarsi della sua volontà di potenza,( alleanze di politica e finanza), prigionieri di bieche liturgie e rituali, (produzioni di merci inutili e distruttive, transazioni e movimenti di capitali), in trepida attesa di miracoli e teofanie, (aumento di pil , produzione e posti di lavoro), per affrettare la catastrofe!
    Per salvarci dovremmo realizzare una rivoluzione culturale e antropologica, prima che politica, che sovverta e rinnovi nel profondo strumenti, forme e strategie della relazione con noi stessi e gli altri, del nostro pensiero con l’essere e il suo mistero.
    Può essere utile in tal senso il nostro progetto critico e creativo, a cui pochi ribelli eretici, come il glorioso Linguaglossa, hanno dedicato tanta parte della propria vita?
    Condividendo questo auspicio, le propongo un testo che spero susciti il suo interesse.

    UN PUGNALE DI SOGNO

    L’azzurro appena risorto con l’angelo terribile che si denuda per l’addio istante immobile che mi aspetta sotto al pensiero musica in guanti di pervinca ferita mortale del flauto armato di mistero fanciulle oscurate da macchine nascono dalla ferita quadro da cui esce la morte all’indietro come il ragno che inghiotte l’universo sorridendo alle stelle furiose in tutti i cieli assassinati da una sola bambina ora la vedova scioglie il nodo divino il pudore paradisiaco per tenere in vita le bambole dell’aldilà che leccano i rimasugli dell’amplesso scomparso nell’abbraccio di cenere della Dea

    L’arpista viola trascina il corteo dei santi verso l’antro dell’amore abitato da gesti folli tutti i sogni escono dalla macchina defunta che amo con tutti i nomi dell’incesto incastrati nell’altare del si minore l’angelo pesa più della nostalgia ma mi dimentica lo stesso in un santuario di donne nude la pietra incinta mi scaglia via dall’eterno è un violino che non perdona nel lume vacillante

    Ora mi vengono incontro sorridenti nelle alture d’incenso hanno deposto il mio amore dalla croce un uragano ferito dolcezza di vaghe promesse annidate nelle tue labbra di mercurio che splendono in mezzo a questa moltitudine di musiche a venire umide di morte scampata e se ne vanno nella luce boschiva troppo lontano dalle parole perché sono io questo nulla che precipita per un soffio dai tuoi pensieri

  4. Giuseppe Gallo

    Gent.mo Carlo Livia, non posso sottrarmi al rito mediatico cliccando ripetutamente Mi piace e aggiungendo una serie sproporzionata di emoji alla sua analisi politica e alla sintesi poetica. Però ricordo ai lettori de L’Ombra che oggetto della discussione di oggi sono i poeti Donatella Giancaspero, Tosi, Rago, Gabriele e Pierno… Giorgio Linguaglossa ha postato di straforo uno sfogo personale a lui diretto… e quindi è meglio riordinare le idee e tornare al presente…

  5. Giuseppe Talia

    Caro Germanico,
    oggi il sicomoro ha fatto frutti: cachi belli e rotondi.
    Teofrasto, stupito, ne ha salvato l’immagine
    in uno screenshot da pubblicare su facebook.

    “Una simile piantaccia polverosa ha fatto frutti?”

    Immediatamente la cia, la cei, il cicap
    hanno rilasciato tutti un’agenzia.

    Per la cia il fenomeno è probabilmente dovuto
    alla velocità dei dati delle reti 5G, all’efficienza spettrale
    della velocità di trasmissione della banda larga per cui
    tra la radice del sicomoro, i rami in fibra convergente
    si è creato un cloud e quindi Parmenide aveva ragione:
    “una che “è” e che non è possibile che non sia…”

    La cei ci va cauta. Per caso i frutti sanguinano?
    Qualche cachi, in verità, presenta una maturazione
    precoce: gli acidi, gli zuccheri e gli aromi rilasciano
    una poltiglia dall’esocarpo crepato.
    Non si registrano volti wanted dell’iconografia globale
    se non per quel cachi in alto a destra che pare
    assomigliare a San Carpoforo.

    Comunque, nel dubbio, i fedeli hanno acceso alcune candele
    sotto l’albero e l’industria dei gadget è già in opera.

    Il cicap sguazza nella melma scivolosa della polpa.
    Ne acquisisce campioni. Il Diospyros kaki desta sospetti.

    Teofrasto continua a dire: “una simile piantaccia polverosa?”

  6. antonio sagredo

    ——————————-
    “Oh, il canto silenzioso delle lumache!”…
    non sarebbe stato meglio scrivere “il canto d’argento…” o “il canto spumoso…”…
    Il punto è che l’aporia dovrebbe essere un vicolo cieco dove il Poeta si trova d’un tratto, dopo aver terminato l’Opera della sua vita, e aver terminato la fine Opera è un appressamento alla Morte. ma è davvero così? Spesso l’aporia invece è luogo materiale e mentale di dove si originano visioni e storie.
    I poeti russi ( e non russi) di cui so qualcosa spesso ( e scusatemi l’insistenza) si ri-trovarono davanti all’aporia, cioè ad un vero e proprio vicolo cieco, e questo termine “vicolo” ricorre spesso nei loro versi; in Mandel’štam è anche contrada; Majakovskij e Esenin abitarono in un vicolo-aporia, essendo la loro vita come quella dei loro amici una aporia. La celebre domanda “Che fare?” che angosciò scrittori e artisti russi (anche i politici) testimonia come il russo anche comune ne è succube. Pensate ai personaggi di Dostoevskij, p.e.-

    Ma torniamo ai poeti su menzionati: Pasternàk abitò talvolta in un vicolo da giovane, ma poi gli fu assegnata una dacia a Peredélkino in mezzo ai boschi, ma non potette fare a meno di mutarla in vicolo. Spesso nelle sere e notti invernali chiuso nella sua cameretta mentre la candela bruciava e bruciava si domandava spesso “Che fare?”. Dovette inventarsi la storiella di Živago per non soccombere all’aporia, così che spostava sempre in avanti questo vicolo cieco, – e con che cosa? – con la lontananza (uno dei suoi principi attivi).
    Tragica fu in Majakovskij l’aporia, che iniziò a farsi viva nel suo vicolo – che pian piano perdeva la vista – senza essere più il suo mondo….

    Fra un’ora da qui nel vicolo pulito
    scorrerà sull’uomo il vostro grasso flaccido,
    ma io non vi ho aperto tanti cofanetti di versi,
    io – dissipatore e scialacquatore di inestimabili parole.

    (da: Prendetevi questa)

    Tant’è che da una mia nota 89, pag. 59 (Corso su majakovskij di AMR 1971-72) traggo:

    —- La vita (specie la sua) che si svolge nei vicoli moscoviti (ma anche nei grandi boulevards o grandi strade come la Tverskaja) attrasse parecchio il poeta, tanto da farne oggetto corrente più volte dei suoi versi. La toponomastica è essenziale e fondamentale in tutti i poeti russi, di tutte le epoche, senza distinzioni di movimenti e correnti. Assume carattere d’ossessione specie in Gogol’ e in Dostoevskij. Il vicolo è dunque non un microcosmo, come si potrebbe pensare, ma un macrocosmo da cui partono e giungono destini ed eventi diversissimi, tragici e non. Come il vicolo è anche il cortile; celebre il verso di Pasternàk: “Miei cari, qual millennio è adesso nel nostro cortile”: dunque luoghi che assumono dimensioni universali.
    Quindi l’aporia è anche ossessione, ed è vana spostarla nel sogno e nella realtà: esse esiste indipèendentemente dallo spazio e dal tempo; e nemmeno relegarla nel ricordo può distruggerla.

    Pasternàk poi addirittura dell’aporia ne fa una culla! :
    Pasternàk nacque a Mosca il 10 febbraio 1890 (nel nostro calendario il 29.1.1890) nell’Oružejnyj pereulok (Vicolo dell’Armeria) in una casa di rosso mattone della vecchia Mosca, casa Lyzin. A tre anni si trasferì con la famiglia nell’Istituto di Scultura, Pittura e Architettura.
    Riferisce Ripellino sull’aporia-vicolo (notare come l’aporia nei poeti russi si fa concretezza, reale che t’avvinghia – come in Kafaka la città di Praga (“mammina con gli artigli”) diviene aporia –vicolo : la Viuzza d’oro: casa dove abitò per scrivere in solitudine (“il canto silenzioso delle lumache” che in Kafka è scarafaggio e talpa!).

    Majakovskij e Pasternàk quasi tutta la vita dovettero combattere contro l’aporia, e il loro ultimo incontro nel dicembre del 1929 avvenne proprio in vicolo: entrambi combattevano contro la propria aporia e questo incontro avve in un vicolo…cieco: in vicolo Gèndrikov.

    “Così racconta Galina Katanjan:” Quando mi sveglio la notte è già trascorsa, albeggia, tutto tace e probabilmente una parte degli ospiti se n’è già andata. Uscendo dalla stanza mi imbatto in Pasternàk, sbucato dalla sala da pranzo con una espressione stravolta e smarrita. Mi guarda con occhi che non vedono e infila la porta d’ingresso senza cappello e con il cappotto sbottonato. Con dietro Šklovskij… arrivato con Pasternak. Nella sala da pranzo regna uno strano silenzio, nessuno fiata. Volodja è fermo in una posa marziale, chino in avanti, con le mani in tasca e un mozzicone fra i denti. È chiaro che hanno litigato”. La nota a questo fatto recita:” L’apparìzione di Pasternàk in vicolo Gèndrikov, quella notte si spiega probabilmente col desiderio di ricucire lo strappo. Tentativo fallito, purtroppo. E per capirne le ragioni è oramai troppo tardi”. In Lilja e le altre – Le isole Azzorre a cura di J. Dobrovolskaja, op. cit., pgg. 186 e 206.”

    (mia nota pag. 91, nota 231 – Corso su Pasternmàk di AMR 1972-73)

    Per completare il quadro dell’aporia-vicolo dei poeti russi c’è Mandel’štam, a cui viene assegnato (imposto) drammaticamente un misero alloggio, che per il poeta non è cieco, perché c’è la luce di Dante! Riferisce Ripellino:

    “Dopo il 1933 Mandel’štam non si trova più nelle edizioni sovietiche e lo si ricorda soltanto per denigrarlo. Tuttavia nel 1933, per interessamento di Bucharin, i Mandel’štam riescono ad avere una dimora di due stanze al Naščokinskij pereulok (vicolo) di Mosca, casa di scrittori senza bagno e senza ascensore. A Mandel’štam parve di rivivere, comprò libri e specialmente edizioni di poeti italiani in lingua, perché cominciò allora a studiare l’italiano, a tradurre Petrarca e studiare Dante. Dice Naděžda : Di Dante, Osip disse subito che era la cosa più importante di tutte in letteratura.”
    (pag. 42 dello stesso Corso)
    ————————-
    Permettetemi miei versi sull/dell’aporia-contrada di questo poeta:
    Sull’insegna luminosa d’ una bettola c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam

    27 dicembre 1938

    Recitavi da tetrarca a Vladivostok…
    davanti ai falò Laura danzava sul secolo XX°
    ti offriva veleno per farla finita col verso classico
    ti donava una carriola di zucchero e cavoli.

    Indossava per fame i rifiuti di una pelliccia piumata,
    ma restava il principe dei Barboni questo usignolo – non lupo!
    La scopolamina, al poeta, per farlo cantare!
    Petrarca, il suo duca, gli offriva un passaggio svitato.

    A nord-est, gridava, c’è un esotico sogno – a fumetti!
    Ma il barbuto spauracchio recitava sonetti.
    Fu gettato svestito senza la corteccia d’un cencio,
    festeggiò il Natale con Mozart in una fossa comune.

    Ma Laura s’invaghì dei suoi capelli nostalgici
    che ricordavano una gravida Tauride veneziana,
    come se il suo collo, per uno spostamento degli occhi,
    la sua testa di cammello piegasse anche il tiranno.

    Sul fondo d’una fossa luminosa c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam!

  7. In cammino verso una «patria metafisica delle parole»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/26/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-le-parole-oscurate-di-pa/comment-page-1/#comment-41139
    Ci sono epoche in cui è problematico adire un linguaggio, epoche in cui la via di accesso al linguaggio è sbarrata, ostruita.
    L’impossibilità di ricorrere al linguaggio della tradizione della poesia ci costringe a porre al centro della nostra attenzione il problema del linguaggio, o meglio, della mancanza del discorso, della mancanza della parola adatta, poiché il linguaggio non può essere considerato come un mezzo, uno strumento mediante il quale l’uomo può dispiegare la sua potenza e la potenza della techne.

    Le poesie postate sopra e questa di Giuseppe Talia ci forniscono un campo dove esercitare la nostra riflessione. La poesia si pone come «dialogo». Talia riparte da una mia poesia (nella quale dichiaravo essere il generale Germanico) e mi risponde, dopo un paio di mesi, come se nulla fosse, come se l’immaginario fosse ben più importante dell’attuale (e infatti lo è). Con questo stratagemma Talia de-soggettiva la propria egoità e risponde per il mezzo di un personaggio immaginario e simbolico che è altro da Giuseppe Talia.

    È paradossale scoprire che il linguaggio ci parla meglio quando può parlare mediante una maschera, mediante un altro personaggio che abita il nostro immaginario. In questo modo noi riusciamo a de-soggettivizzare il linguaggio, a distaccarlo dalla nostra soggettività, a liberarlo. E il linguaggio così liberato può raggiungerci con maggiore autenticità. È il linguaggio del dialogo tra due immaginari, perché in realtà noi colloquiamo sempre tramite l’immaginario e il simbolico, mai tramite il letterale e il referente in senso stretto. Per comunicare noi abbiamo sempre bisogno dell’immaginario e del simbolico.

    La mancanza del nostro vocabolario non è soltanto povertà di parole o lacuna linguistica ma è essa stessa un aspetto dell’essere: se qualcosa manca vuol dire che l’essere non è in grado di parlare, non ha le parole adatte, e non si manifesta. E allora il poeta deve andarsele a costruire le parole adatte, deve andarsele a cercare. Così, il linguaggio poetico diventa una via regia che ci può condurre in prossimità dell’essere, in quanto l’essere si dà sempre come evento linguistico, come evento di pensiero che il vocabolario Zanichelli registra diligentemente ad opera, ex post, dei suoi curatori.

    Quando l’essere si sottrae al linguaggio è perché non può eventuarsi in un’epoca, perché l’epoca è ancora estranea, deve ancora venire, è immatura, è appena nata o è funestata da pregiudizi, da falsa coscienza, da inautenticità. E allora bisogna cercare una nuova patria metafisica che abiti un altro linguaggio, bisogna mettersi in viaggio per la ricerca delle parole, quelle parole che consentono alle cose di ad-venire, di avvicinarsi. Il linguaggio presenta sempre le cose ordinate in un ordito, in un mondo, in un ambiente linguistico che dona alle parole un senso e un significato. Il linguaggio non è un ente ma è ciò mediante cui ogni ente può venire alla luce, può venire alla significazione.

    «Per il principio di ragion sufficiente una simile affermazione suona paradossale, perché è impossibile che la parola, non essendo, possa dare l’essere alla cosa. La paradossalità si risolve osservando che il principio di ragion sufficiente, come principio della metafisica, tratta la parola come una cosa, e così perde ciò per cui essa parla. La parola parla non quando è “oggettivata”, ma quando, liberata da ogni spessore ontico, porta, inoggettivabile, la cosa alla presenza (…) nella lingua della metafisica occidentale, il linguaggio s’è trattenuto in se stesso, s’è rifiutato. Anzi, scrive Heidegger:

    “Più di un fatto porta a pensare che è proprio l’essenza del linguaggio che ricusa di farsi parola, di dirsi cioè in quella lingua nella quale noi facciamo asserzioni sul linguaggio: se sempre il linguaggio ricusa in questo senso la sua essenza, allora questo rifiuto fa parte dell’essenza del linguaggio. Il linguaggio non solo si trattiene così in se stesso nel nostro corrente parlarlo, ma, trattenendosi esso in sé con la sua origine, nega la sua essenza a quel pensiero presentativo nel quale comunemente ci muoviamo”.

    Ciò induce a cercare nel detto il non detto, nell’esplicitazione totale compiuta dalla metafisica, che ora non ha più niente da dire, quanto è rimasto implicito e così trattenuto. Il compito ermeneutico che Heidegger propone al pensiero, che ormai non ha più futuro nell’ambito metafisico, è quello di pensare il non-pensato, che racchiude il senso di ciò che è pensato. Il compito non può essere eseguito nella forma dell’enunciazione-esplicitazione propria della metafisica, perché in questa forma si lascia pensare solo l’ente, non l’essere che si rifiuta a ogni esplicitazione e a ogni enunciazione, perché non è mai ciò che si pensa, ma sempre ciò in cui si pensa.
    Al linguaggio metafisico, che dice come le cose sono, occorre sostituire un linguaggio che non dice, ma rinvia dal detto a ciò che non è detto e che dal detto è richiamato. Il rinvio non risale alla causa, ma colloca nel luogo (Ort) da cui ogni dire (Er-ört-erung) si invia. Erörterung, alla lettera, significa “discussione”, ma nell’uso heideggeriamo significa, coerentemente con l’etimo, “collocazione” (erörten, mettere in un luogo, in un Ort, collocare). Comprendere un’espressione linguistica non significa allora capire ciò che dice, ma collocare ciò che dice in ciò che non dice, eppure richiama».1

    1] U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, 2005, p. 622

  8. Salutiamo l’ultimo dei grandi registi italiani che ci ha lasciati, Bernardo Bertolucci, con le scene di apertura del film Ultimo tango a Parigi. Del film Bertolucci disse che non sarebbe mai riuscito a farlo se non ci fosse stato il 1968; il mondo nel 1967 era molto diverso dal mondo del dopo il 1968. Da allora il mondo occidentale è cambiato, ed è stato possibile realizzare un film come Ultimo tango. Questo disse in una intervista recente Bernardo. Penso che proprio oggi che non abbiamo alle spalle un movimento rivoluzionario come fu il ’68, dobbiamo pensare intensamente un’arte rivoluzionaria, un’arte nuova che apra spazi di democrazia, che apra spazi di futuro per il futuro. Un abbraccio Bernardo!

  9. L’aggettivo ‘silenzioso”,riferito al canto delle lumache, è insostituibile.
    Solo un ossimoro tanto efficace può suggerire l’idea di qualcosa che è detto e non detto, una realtà sospesa a mezz’aria,còlta solo da chi ha i mezzi per poterlo fare.

  10. Un confine irrealizzato, un infinito soppresso ed unito alla cornice, alla riva, al metro esatto.

    A gambe larghe, a gamba tesa, a gambe unite,
    a gamba ferma.

    L’aereo in volo ad ali
    mozze.

    Grazie OMBRA.

  11. Una volta un interlocutore mi ha chiesto: «che cos’è la patria metafisica delle parole»?

    Io gli ho risposto più o meno così:

    che c’è una patria metafisica dei colori che appartiene ai pittori, una patria metafisica delle forme plastiche che compete agli scultori, c’è poi quella dimensione dove ci sono le parole che un poeta può adottare; ho detto proprio così: «adottare», nel senso di come si adotta un figlio, come si adotta un bene prezioso, come si adottano le cose importanti… tutte le parole che non vengono adottate sono parole spurie, posticce che non possono interessare un poeta. E poi aggiunsi: di solito accade che in una o più epoche le parole della «patria linguistica» siano ostili ad essere ricevute, ostili alla ricezione, sono quelle epoche nelle quali i poeti hanno le loro ragioni «forti», nelle quali fungono da anfitrioni, da maggiordomi, da direttori di carcere che pensano che le parole sia possibile metterle in reclusione, che credono di poter usare l’astuzia per catturare le parole. Davvero sciocchi costoro se credono di andare a caccia delle parole con l’acchiappafarfalle! Le cose non stanno affatto così. Le parole fuggono davanti al chiasso mediatico, alle ipotiposi dei poeti laureati e impomatati, le parole si ritraggono nel loro guscio metafisico e non escono più allo scoperto, se ne stanno rintanate per lunghi lustri e a volte per secoli interi…

    Ed è quello che accade oggi quando assistiamo ad un livello poetico di serial-poesia quanto mai democratico. Le parole della patria metafisica non amano le democrazie dei sordi, preferiscono le democrazie degli affamati e degli assetati, a volte preferiscono addirittura le epoche del whistful thinking come la nostra, del mondo ad una unica dimensione…

    A volte accade che qualche maldestro riesca a catturare qualche parola che incautamente fuoriesca dal suo pertugio della patria metafisica, ma si inganna perché si ritrova tra le dita soltanto il polline delle ali di quelle fragilissime farfalle multicolori, soltanto il polline…

  12. Il canto silenzioso delle lumache, non è un ossimoro, ma uno dei tanti fenomeni della natura, davanti al quale, se ci è dato di assistere, si rimane incantati. E tutto per la riproduzione della specie. Si deve scendere proprio alla terra, per poi risalire. Un’immagine bella del lavorìo silenzioso, quasi del sonno (o sogno) in cui fermenta la creazione, anche in fondo ai vicoli.
    Incantati si rimane in questo luogo, per la bellezza del pensiero, delle parole, anche e soprattutto, quando creano inciampo, nell’arrancare infruttuoso.
    Non ci si intende in luoghi come questi dove non c’è presenza fisica (vantaggi e svantaggi). O ci si intende almeno come fuori, nella vita (problema del linguaggio e della comunicazione, così ben evidenziato) Come in un caleidoscopio, fluttuano pensieri, idee, suggerimenti ed emozioni, tra luci ed ombre.

  13. Non un granello di polvere tra i corpi
    refrigerati.
    Ho lasciato il mio guardaroba
    tra mille anni.

    Del finale della composizione di Lucio Mayoor Tosi non ho nulla da dire, perché si può dire qualcosa che ha significato, ma di ciò di cui non c’è un significato, che cosa si può dire? Nulla, rispondo. A volte, Lucio riesce magnificamente a dire certe cose che non hanno significato, ma non perché egli cerchi il non-significato quanto perché le frasi più scintillanti in realtà sono quelle che non hanno significato, e che però, per motivi misteriosi, ci parlano, sembrano fornirci un senso, anzi, quelle sono le uniche parole che per noi hanno un senso, un senso fondante, un senso s-fondato. E questo al di là di ogni petizione di poetica del post-surrealismo. Direi che Lucio Mayoor Tosi ha ampliato il raggio d’azione della nuova ontologia estetica, ne ha spostato a dismisura i confini. Lucio non segue nessuna poetica post-surreale perché non ne ha bisogno, già lui pensa in modo scopertamente e ingenuamente surreale, quando l’ingenuità trova la coincidenza con la radice della parola attigua: il genio infatti è ingenuo, profondamente ingenuo e inoffensivo perché non produce calcoli, non adotta le opportunità. Trovo il finale di questa composizione davvero esilarante, felicissimo, perché sposta e mischia i tempi passato presente e futuro e li mette all’incontrario, mette la composizione a camminare sulla testa, all’incontrario, e poi dice che tutto va bene, un modo molto improprio per prendere congedo dal significato, da ogni significato, perché non c’è un significato della «cosa», non ci sono questità delle cose che valgano la pena di essere prese sul serio, appunto perché sono cose serissime, e quindi indifendibili… Le cose non ci parlano più della loro cosità, il nostro linguaggio è incapace, è incapiente, non riesce più ad ospitarle. Il linguaggio è semplicemente inadeguato. Tutto qui.

  14. Caro Giorgio Linguaglossa,
    è degna della massima approvazione la tua ermeneutica sui lavori poetici di Lucio Mayoor Tosi e di Giuseppe Talia i cui versi hanno destato anche in me intensa ammirazione. Lo stesso dicasi per l’analisi lucida e competente che dedichi ai versi di Donatella Costantina Giancaspero e di Mauro Pierno. In particolare, accanto all’abilità di Lucio M. T. di mescolare i tempi, e alla felice facoltà di ibridazione linguistica di Giuseppe Talia, mi ha colpito la tua frase

    “Le cose non ci parlano più della loro cosità, il nostro linguaggio è incapace, è incapiente, non riesce più ad ospitarle…”
    in cui ci offri una meditazione sulla quale fare ritorno.
    GR

  15. caro Gino Rago,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/26/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-le-parole-oscurate-di-pa/comment-page-1/#comment-42036
    il problema della poesia moderna è proprio questo, quello che tu hai colto in quella mia riga e mezzo, è una affermazione a prima vista sconcertante ma è da qui che dobbiamo ripartire, esattamente:

    “Le cose non ci parlano più della loro cosità, il nostro linguaggio è incapace, è incapiente, non riesce più ad ospitarle…”.

    Da questa constatazione ne derivano delle conseguenze nella scrittura. Chi non ha ben compreso questo punto, lo dico da anni, continuerà a fare poesia eufonica, succedaneo e relitto del bel verso sonoro della tradizione italiana da Saba a Penna fino agli ultimi neo-metrici… ma quella è una poesia che nasce già morta. È finita nel dimenticatoio della storia: «bella» ma infedele, infedele ai nostri tempi. Bisogna ritornare ad interrogarci sul perché «le cose non ci parlano più della loro cosità». La più grande poetessa italiana che ha messo sotto la lente di ingrandimento questa problematica è stata Anna Ventura, fin dal suo libro di esordio titolato Brillanti di bottiglia (1978), dove le «cose» brillano come «brillanti di bottiglia». Dopo Anna Ventura le cose hanno smesso di parlarci, o meglio, ci parlano come «brillanti di bottiglia», con una luce falsa, fatua, sporca, opaca… L’aporia della cose coincide con l’aporia del presente e con l’opacità dell’aporia, con la scomparsa dell’aporia della memoria… tutte questioni che nella poesia degli ultimi decenni io non vedo recapitate… Mi rendo conto di dire delle cose marziane, di apparire come un marziano che mastica concetti marziani, la poesia italiana dorme da cinque decenni il suo sonno medio-mediatico, e lì sta bene, con tutti gli impiegati della poesia ai bottoni del linguaggio «comunitario». Leggo di poeti che vanno sul terrazzo di casa per parlare con la luna e a rivolgerle delle interrogazioni, che scimmiottano Leopardi, altri che lanciano dei proclami buonisti e federalisti alle genti di tutto il mondo per la fratellanza universale… ma qui, ovviamente, siamo alla idiozia, allo sciocchezzaio.

    L’aporia del presente L’ingresso del fattore T (il tempo) nella poesia della nuova ontologia estetica. Il Tempo… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà.
    In una certa misura la problematica del fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia». Per esempio, Mauro Pierno e Lucio Mayoor Tosi si arrischiano a scrivere una poesia fatta tutta nel «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole del presente, che galleggiano solo nel presente. Cosa affatto semplice. Incredibile. Anche questa è una modalità per catturare il fattore T.

    Io, invece, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni sempre vive, nella memoria del computer (fattore T.) e nella mia mente (due modi di esistenza del fattore T.); in questo modo la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso, accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del fattore T.
    In questo lavoro di attivo coinvolgimento del fattore T., il Tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Proprio ieri, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhild Carling con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche e sono entrate; alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso, sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

    Per esempio, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente il «presente». Ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste! Questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

    È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui dicevo in un precedente commento, la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è persa, è andata distrutta, è stata rubata etc… Ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa costituisce una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

    Per fare un esempio diverso, la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente. Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma dandogli uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del fattore T., del tempo. Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, che impiega fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici…

  16. La prova inconfutabile dell’esistenza del «nulla» è data dall’esistenza del «presente». Là dove c’è il presente si dà il nulla, là dove si dà il nulla c’è il presente. Logico, no? Il presente è l’attualizzarsi del nulla (in termini emiani), e il nulla si attualizza nel presente. L’esserci è immerso nel nulla (das hineingewordenheit des Nischts); appunto, l’esserci è sempre presente, presente in figura. Figura del nulla.

  17. Theodor Wiesegrund Adorno, esponente di punta della Scuola di Francoforte, nel 1950 elaborò la cosiddetta “Scala F”, dove “F” sta appunto per fascismo. Si trattava di un questionario di trenta proposizioni, del tipo:

    «La scienza 
ha la sua funzione ma ci sono molte cose importanti che non potranno mai esser comprese dalla mente umana»;

    «l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono le virtù più importanti che i bambini dovrebbero imparare»;

    «se la gente parlasse 
di meno e lavorasse 
di più, tutti starebbero meglio»;

    «la sfrenata vita sessuale degli antichi Greci e Romani era morigerata rispetto a certe cose che accadono oggi nel nostro paese, anche negli ambienti meno sospetti”», e così via.

    Agli intervistati veniva chiesto 
di attribuire a ciascuna affermazione un punteggio basso o alto, in funzione del grado di disaccordo o accordo con essa. Punteggi particolarmente e levati, secondo Adorno, individuavano i tratti di una personalità autoritaria: affezionata agli stereotipi, superstiziosa, avversa all’introspezione e alla speculazione intellettuale, giudicante verso 
i desideri sessuali, diffidente verso gli estranei. Queste caratteristiche venivano quindi associate 
a determinati orientamenti sociali, tra cui la voglia di punire i rei 
con pene cruente, la tendenza 
a discriminare per motivi etnici, religiosi o sessuali, la disponibilità 
a cedere diritti di libertà in cambio 
di protezione, l’impulso di sottomettersi a un capo carismatico.

    Suppongo che all’epoca della Controriforma qualcosa di analogo avvenne presso le persone comuni e gli intellettuali. Avvenne che una elevata dose di controriformismo e oscurantismo si depositasse nelle circonvoluzioni mentali degli uomini del seicento: una serie di luoghi comuni vennero ripresi con l’ausilio dei megafoni del Concilio di Trento e della Controriforma i cui segnali sono ben visibili fino ad oggi, segnali depositatisi nel fondo del fascismo e del nazismo e presenti in larghissime masse del giorno d’oggi…

    Penso che bisognerebbe trarne le conseguenze in sede politica. E agire per contrastare con tutte le forze questi sedimenti malmostosi che inquinano le masse di oggi nel mondo occidentale.

  18. antonio sagredo

    Bernardo Bertolucci in una intervista – lui non più giovane – dichiarò che il suo cinema aveva come obiettivo – la tendenza a distruggere la “sceneggiatura nel cinema “… ebbene invece ne è stato il trionfatore della sceneggiatura in-seguendo la scia di Fellini /fellone: altro sceneggiatore non poi tanto visionario . i film “Novecento” o L’ultimo imperatore” non sono altro che descrizioni / sceneggiature storiche; certo era supportato dai migliori fotografi, scenografi, ecc. come del resto Fellini e altri che condividevano questo modo antiquato di fare cinema: se sono dei maestri di cinema, non sono certo “originali”; sulla pellicola o sul montaggio dei materiali cinetici non agiscono affatto e questo già veniva detto e scritto sulle rivista d’avanguardi dei primi anni ’60, specie da Adriano Aprà. Allora è meglio mille volte Pasolini che la sceneggiatura svanisce e si muta in poesia! Mi dispiace per quei due e altri come loro, ma vi sono prima di loro registi che hanno operato davvero per la distruzione della sceneggiatura: distrutta per il solo fatto che è stata decostruita e sottratta al cinema! Questo che la vera distruzione della sceneggiatura comporta essenzialmente la distruzione della storia che si vuole raccontare, significa che non ci deve esse alcuna storia da dire e far vedere, se mai far vedere altro, p.e. come deve essere trattato il materiale (cinematografico) che permette una visione… ma già alla fine degli anni ’20 questo era chiarissimo a chi si intendeva di vero cinematografo,
    Mi fermo,

  19. “Lungo il viale del tempo” è una poesia fortunata; perché, perché c’è stato Tomas Tranströmer che nelle mie corde rimbalza così. E perché il fattore T tempo, alla mia maniera è posto nel futuro. E’ da lì che spesso io guardo il presente; non dal passato, storico, culturale o personale (quest’ultimo scandagliato e consumato in anni di psicoanalisi). Se il presente è nulla, a maggior ragione è nulla anche il passato. Ma io qualche chance al futuro la voglio dare, nel suo esserci, come testimoniato dall’adesso. L’aria che ne viene è quella della (dimenticata) veggenza. Nulla di che, in fondo potrebbe trattarsi di fantascienza.
    Non posso non ringraziare, oltre a Giorgio – fargli gli auguri, che oggi è il suo compleanno – anche Anna Ventura che fu la prima ad accorgersi di quel mio versetto ” Oh, Il canto silenzioso delle lumache!” (fa sembrare la scrittura dei versi un cogliere margherite mentre intorno brucia la città…). Ma questa, come altre de l’Ombra, è una pagina piena di belle poesie; di Giorgio Linguaglossa, la sua filosofia che la visionarietà rende discorsiva; Gabriele, il nulla di quest’epoca del consumo che più nulla non si può; e Pierno, il suo teatro. Talia, che per meglio vedere una bella pianta di cachi si mette gli occhiali dell’informatica… tutti pazzi! impegnati come sono a non prendersi tanto sul serio, per ragioni di sopravvivenza e di nuova poesia.
    Questo mi sentivo di dire, per ringraziare, e perdonate se non aggiungo altro perché oggi non ho in animo di scrivere. Ho ricevuto incarico di tenere un corso di pittura astratta per i bambini delle elementari, oggi la prima lezione. Spero di salvarli dalla compromettente tradizione figurativa, rinascimentale e barocca, e di avvelenarli con un po’ di colore privo di senso. Devo dire che i bambini capiscono TUTTO e all’istante… non so dove andremo a finire! Per questo non so scrivere, oggi, perché ho negli occhi le loro zampate… ho detto spiegato che sono qui per imparare, che loro possono insegnarmi. Ma non è un auspicio, io so che è così. Poi mi sono accorto che come insegnante non vedo le classi ma solo le persone, una alla volta. Io non capisco tante cose di quello che faccio e scrivo, temo di essere un semplice ricettore, ma grazie ai vostri consigli un po’ mi rendo conto.

  20. Giuseppe Talia

    “tutti pazzi! impegnati come sono a non prendersi tanto sul serio, per ragioni di sopravvivenza e di nuova poesia”, scrive Lucio Mayor Tosi, e come spesso gli accade (per fortuna), coglie l’essenza (sativa) dell’aporia.

    Il verso “Il canto silenzioso delle lumache” pare un titolo di una raccolta, oltre a suscitare in me ricordi lontani: ne ho raccolte tante di lumache quando ero bambino in Calabria, alle prime piogge di ottobre, e mangiate. Ci giocavo, sempre da bambino, erano creature bavose, silenziose, con le corna e la conchiglia, forse erano chiocciole, anzi sicuramente lo erano, le lumache sono vermetti senza casa, viscidi, sempre con le corna e con la bava. Ricordo gli alterchi di mio padre che nell’orto trovava le foglie del cavolfiore mangiucchiate dalle lumache, e lui giù a spargere medicinali contro d’essi.

    “Il canto silenzioso delle lumache”, perché mai, Sagredo”, banalizzare o rendere inoffensivo, piatto, questo verso efficace di Tosi con” argento” e/o “spumoso”?

    Un poeta di Calabria, scrisse a proposito: “non è voi e ‘ndavi i corna, non è verru e faci a schiuma…” (la lumaca)

    Ndr. Per i non dialettali: voi=bue, verru= il maschio del maiale.
    Gerhard Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, Longo Editore, Ravenna 2010.

    Haiku estemporaneo (per Lucio Mayor Tosi)

    Autunnu.
    Nu cocciu di vriva
    e nu vovalaci.

    • Ho un orticello, diciamo così, 5 metri d’erba + erbe aromatiche, circondati da rete metallica, dove lascio secchi di materiale che uso per preparare i supporti delle opere di pittura. Una piccola ma utile discarica. E’ lì che trovo le lumache, i vovolaci. Nu cocciu di vriva, ecco, cos’è la vriva? Ma l’haiku mi piace, tra l’altro non mi era ancora capitato di leggerne in dialetto. Grazie.

  21. antonio sagredo

    Caro Talia
    e allora “il canto muto delle lumache”….
    non banalizzo né rendo inoffensivo, piatto, ecc.
    ma analizzo il verso di Tosi con delle varianti, e avere così una controprova della validità del suo verso.
    Poi i termini “argento” e “spumoso” non sono da disprezzare, anzi i poeti li usano spesso… banale p.e. è scrivere “calice d’argento” o “calice spumoso”…
    Abbiate la pazienza di leggere “argento” in questi miei versi:
    “Nella bellezza della tua medusa d’argento”
    (1976)
    ——————-
    Non è una nota bianca, né una perla
    la tua lagrima, né una gemma:
    è soltanto un ricordo imbonitore
    che cade da un loggione in festa,
    da una scala di rose a un freddo
    brivido d’argento… di lumaca.
    (1977)
    ————
    I corvi Pierrot salmodiare
    un canto di gemme ametiste,
    nel vento latino sussurrare
    le stelle alle stelle
    un dolore d’argento,
    un inno alla gioia
    da distruggere un cuore!
    (1976)
    ————————
    (Talia che dici di questo vero? È forse banale?)
    Cerchio, il tuo sangue è argento di lumaca.
    ——-
    La notte è delirio d’argento degli ulivi…
    ———————
    Nell’ora che Giovanni baciò il sangue e la mia carne
    squittivano gli ulivi l’argento dei nitrati.
    —————————-
    Hanno venduto l’argento degli specchi sotto il Tempio!
    (2003)

    o l’argento erogeno?

    Maddalena,
    ingoia l’estasi!
    succhia l’argento patrizio!

    —-
    E che dire di El Greco?

    Tra le mie dita scorrono visioni greche,
    intrugli bizantini, e lagune alla deriva
    per eternare il funebre argento di Toledo,
    il sudario roseo di una mappa come una veronica.

    Sotto un cielo nerastro le iene seguivano un feretro d’argento,
    scintille dai loro denti come da antichi ferri da stiro spegnevano
    il tramonto e una sorta di letania erano le froge e la paziente masticatura
    di teste mulesche… le canaglie graduate amavano via Veneto e la carneficina.
    —————
    La panchina brillava di ramarro irritato dal sole di febbraio,
    sgusciava molluschi sfiancati dalla via d’argento, cristallina
    al gelo segnava un tragitto di catastrofi e un finale di pellicola,
    l’occhio di un regista s’accecava per una fine mai terminata.
    —————
    Volevo quel miracolo d’argento in una coppa
    smeraldina, e su una verde panchina, e sul muschio brinato sognavo di città come squillanti calici… spumosi gli occhi davanti alle risacche!…

    (2015)

  22. caro Antonio Sagredo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/26/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-le-parole-oscurate-di-pa/comment-page-1/#comment-42594
    le nostre scelte di gusto, che noi crediamo soggettive, obbediscono a precise categorie ontologiche.
    Direi che ciascuno di noi ha un suo modo di interpretare e utilizzare gli aggettivi come meglio crede. Tu mi chiederai: si tratta di una questione di «libertà»; ed io ti rispondo: «no, si tratta di una questione di ontologia estetica».

    Tu tendi ad interpretare l’aggettivo secondo un criterio di eufonia o di bellezza viste dalla tua soggettività, e di conseguenza dai la preferenza a «il canto d’argento delle lumache», al contrario, Lucio preferisce, seguendo il suo criterio di gusto, «il canto silenzioso delle lumache». Ma il fatto è che non esiste un «gusto» migliore di un altro, ogni «gusto» è storicamente determinato da una certa «ontologia estetica» che ricomprende e condiziona il «gusto» di ciascuno; così ogni nostra scelta di ogni singolo aggettivo, che noi crediamo «libero», in realtà «obbedisce» ad una precisa impostazione categoriale, cioè ad una certa «ontologia del gusto e delle cose». E quindi ritorniamo per l’ennesima volta ad una impostazione categoriale, storico-stilistica. Sono sempre le categorie che ci guidano in ogni nostro atto nella vita quotidiana come nella scrittura di una poesia o nella pittura di un colore piuttosto che di un altro.

    Ecco la ragione per cui abbiamo messo in campo una «nuova ontologia estetica», perché una «nuova ontologia» riesce a guidarci in modo nuovo nella scelta degli aggettivi, dei sostantivi, dei verbi, delle metafore, delle metonimie, etc. Tutte le questioni estetiche attengono a precise scelte categoriali, anche le questioni di gusto sono obbedienti a precise scelte categoriali, e le categorie sono categorie ontologiche.

    La preferenza per un colore, per un aggettivo, per dei sostantivi piuttosto che per altri, obbedisce a precise leggi categoriali prescrittive, non esiste una scelta estetica «libera» se non nei pantofolai dei poeti di oggidì i quali sono storicamente «indeboliti», cioè non sono coscienti della loro «debolezza» ontologica e storica, cioè delle loro categorie prescrittive; questi «poeti» obbediscono incondizionatamente e inconsapevolmente a prescrizioni nel mentre che si credono «liberi». Questi sono i poeti inconsapevoli che affluiscono a dozzine nei cataloghi di tutti gli editori di poesia, indiscriminatamente. Io mi sento sempre imbarazzato dal modo con cui un autore usa gli aggettivi, perché scorgo in filigrana la ingenuità di fondo dei nuovi poeti, dei poeti di questi ultimi cinquanta anni, i quali continuano a scrivere con infantile ingenuità le loro «poesie» credendo di scrivere in piena consapevolezza delle questioni estetiche, quando invece ne sono sommamente inconsapevoli.

    Per finire, chiederei a Mario Gabriele, il poeta più innovativo che abbiamo oggi in Italia, di darci il suo parere in merito.

    • Una volta acquisito l’uso della nuova ontologia estetica, con tutti i vari
      apparati tecnici, strutturali, estetici ecc., e di rifinitura del verso in distici,o in altre forme, ll’Operatore-Poeta, deve avere sempre la consapevolezza di non eccedere nella quantificazione degli aggettivi e dei verbi. Ricordo un post di Lucio Tosi quando mise in evidenza un mio testo di 22 righe con un solo aggettivo. Sono d’accordo con Giorgio quando scrive:”Ogni nostra scelta di ogni singolo aggettivo che noi crediamo “libero”, in realtà “obbedisce” ad una precisa impostazione categoriale, cioè ad una sorta di ontologia estetica e delle cose”.Giusta interpretazione. Mi piacerebbe qui aggiungere alcune intelligenti argomentazioni espresse da Freud, relative all’analisi sull’Arte, quando rileva che nell’opera letteraria esiste il momento della realtà passata e presente e che tutte le varie corrispondenze sono il riverbero di scatti di CARATTERE PSICOANALITICO. L’uso degli aggettivi deve essere molto calibrato all’interno del linguaggio letterario e del linguaggio dell’inconscio.Si tratta, in altre parole, di operare sempre nella maniera più critica e organica quando si scrive un testo poetico.

  23. dal poeta Guglielmo Aprile ricevo queste poesie.
    Chiedo: a quale tipo di ontologia estetica appartiene la ricerca del poeta?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/26/laporia-del-presente-nella-poesia-di-mauro-pierno-e-di-donatella-costantina-giancaspero-lingresso-del-fattore-t-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-le-parole-oscurate-di-pa/comment-page-1/#comment-42598

    Stralcio prefazione (“Il viaggio finisce qui”)

    “La distruzione del “sacro”, causata dall’avvento della modernità, comporta la perdita di ogni valore e l’incapacità di trovare risposte ai quesiti esistenziali e di giustificare la realtà e l’esistenza umana provocando il conseguente trionfo dell’insignificante e del nulla. La contemporanea speculazione filosofica offre sicura testimonianza del baratro in cui siamo caduti, anche perché si aggiunge la sfiducia di risalire la china. L’autore che in modo più evidente esprime questa crisi è Federico Nietzsche, il quale nell’ultima opera, Volontà di potenza, dopo aver invano cercato il senso dell’universo e delle vicende umane, scopre che tale senso non c’è e che, dopo aver postulato un criterio sistematico come base di tutto il reale, giunge alla conclusione che tale elemento non esiste. Di fronte all’individuo non rimane che un mondo senza ordine, senza struttura, senza finalità (…). Ma dopo più di cento anni, nonostante tutti i tentativi, ci si accorge che l’ansia metafisica, di cui Aprile è lucido testimone, non ha esaurito il suo anelito (…).”
    “La poesia simbolica, in primo luogo, è poesia totale, poesia che deriva dall’integralità e della concretezza dell’essere umano, che non è solo ragione né solo sentimento, che non è solo materia né solo un aggregato di meccanismi psichici, ma vive ed opera in una condizione che supera il dominio dei sensi (…); così la mentalità simbolica postula un’altra realtà: accanto al presente l’assente, al passato il futuro, alla materia lo spirito, all’espressione il pensiero, all’ “enigma” la realtà che si cela dietro lo specchio. Il simbolo non è solo traccia di “altro”, ma indica anche che quell’ “altro” conta di più.”

    *
    Conosco il destino delle auto incidentate,
    mi smantelleranno
    pezzo per pezzo, i beni in ipoteca
    si svalutano, o si danno alla Caritas;
    rifiuterò le cure palliative,
    la chimica farà valere i suoi diritti:
    presto avrà fine questa serie di oneri
    così sterile,
    digitare il codice di accesso,
    orientare lo stendibiancheria
    verso nord al mattino,
    andare ad urinare ogni tre ore.

    Di questo passo

    Ci si incammina verso una probabile
    liquidazione totale,
    a breve è previsto l’esproprio,
    dichiarato incapace di intendere e volere
    il vecchio che provvedeva a sfamare
    i piccioni dell’intero quartiere;
    a partire dal primo di ogni mese
    scatta la detrazione,
    la confisca è immediata,
    le ali di paglia finiscono all’asta,
    si mettono i sigilli
    ai cassetti in cui non abbiamo guardato,
    si archiviano le domande
    scadute per decorrenza dei termini.

    Foce del mondo

    Il bidone dell’indifferenziata
    trabocca ogni giorno di più
    di cartoline dalla luna di miele
    e attestati di frequenza,
    due foche morte sul cuscino,
    giuramenti d’amore
    e notti in ospedale.

    Tanto si finisce scaricati
    in ogni caso
    in un cimitero di scarpe rotte,
    tutto intorno papaveri in coro
    che fiammeggiano indifferenti;
    una botta con il giornale e la mosca
    è una macchia su un muro, e sarà
    come se non fossimo mai nati.

    Catarsi

    Occorre rigore
    per segnare con la calce la fronte alle strade,

    il fuoco è il più igienico metodo
    di smaltimento del superfluo:
    cibo perfetto per le fiamme
    i giornali in sala d’attesa,
    buoni sconto e proposte immobiliari
    ultravantaggiose traboccano
    dalla cassetta postale (dobbiamo
    svuotarla ogni giorno), l’universo
    ci invia con puntualità la parcella;

    migliaia di scarpe allacciate per migliaia di mattine
    dirette in nessun altro posto
    che l’inceneritore,
    quello che avanza della cremazione
    si butta giù nel lavandino.

    Ultima corsa

    Inutile portarsi dietro l’intero guardaroba
    in vista del viaggio.
    Tanto non passano la dogana
    le cornici dorate
    e le teste di orso impagliate,
    l’abbronzatura presto sarà sparita;
    andato perso il bagaglio
    per colpa dei ladri o per la fretta
    di non perdere una coincidenza.

    Ogni sera la stessa stazione anonima,
    fa paura
    dopo l’ultima corsa: è qui che scendo,
    i fanali mi compatiscono,
    la valigia vuota eppure così pesante.

    Il gioco della morra

    L’ospite ama fare improvvisate,
    verrà a citofonarmi
    quando sono in pigiama o sotto la doccia:
    jazzista dei calendari,
    si beffa dei pronostici,
    è il fattore sorpresa
    che lo rende imbattibile alle carte,
    ha una mano
    veloce e furbissima, con cui apre
    a caso ogni giorno i suoi elenchi,
    possiede in rubrica i recapiti
    di tutti gli imboscati,
    potrebbe in qualunque momento
    raggiungerli, non è che per pigrizia
    se non lo ha fatto ancora.

    • Gli manca solo la “mazza” del punto. Sì, di usarlo più spesso. Se ne leggerebbero delle belle, che queste già lo sono indiscutibilmente.
      Speriamo che l’Europa dei commercialisti ci dia il lasciapassare per sostenere gli esclusi dal “progresso”. Tra questi non mancano poeti che hanno famiglia, oppure no ma che almeno non abbiano da tremare per il freddo mentre scrivono per l’umanità intera… Certo, poi gli assegnerebbero un lavoro, il che potrebbe essere anche peggio.

  24. «…anche la struttura sintattica del discorso ermeneutico deve mutare profondamente. Non si tratta più di comporre frasi con soggetto e predicato, che presumono l’accettazione dello schema metafisico sostanza-accidente. perché simili frasi, grammaticalmente strutturate in modo “metafisico”, nel loro carattere definito, concludono ragionamenti, enunciano soluzioni, ma non restano fedeli al carattere eventuale dell’essere, e quindi alla forma non-conclusiva dell’interpretazione. Lo stesso uso della copula, che istituisce il nesso tra soggetto predicato istituisce anche il nesso fra la struttura della proposizione e quella della realtà, per cui la logica classica fa risiedere la verità nel giudizio e non nella parola isolata
    Assunto come copula, l’essere è ridotto a essere dell’ente, e il linguaggio a segno dell’ente. In questa accezione, il linguaggio non dice più niente, non parla, perché non mostra (zeigen), ma semplicemente indica (zeichen) e rinvia alla cosa che si suppone significante per sé, indipendentemente dalla parola che la nomina e, nominandola le dà l’essere, la evoca dal nascondimento».

    U. Galimberti, op. cit. p. 642

  25. Più che “poesia simbolica” questa di Guglielmo Aprile mi sembra poesia post-simbolica, e la considero di eccellente fattura perché tiene il linguaggio con il piede premuto sul pedale basso, così il lessico è ridotto all’essenziale, c’è una economia spartana dei «resti» linguistici… a suo modo anche Aprile specula sui «resti», sugli «scampoli», sulle vendite all’asta degli spezzoni dei linguaggi come sostiene da tempo la NOE, e questo è un elemento molto positivo. A mio avviso, otterrebbe risultati ancora migliori se mobilitasse nei testi anche le categorie dello shifter, dell’entanglement e della intersezione dei piani spaziali e temporali, se indebolisse la struttura articolatoria del linguaggio sintattico per introdurre nei testi una sufficiente dose di distassia e di dismetria, otterrebbe in questo modo maggiore imprevedibilità, maggiore movimento interno… Forse oggi che i linguaggi sono entrati nell’epoca della piccola glaciazione, cioè che sono entrati in fase di ibernazione è problematico accedere ad una estetica delle emozioni di eliotiana memoria.

    [The only way of expressing emotion in the form of the arte is by finding an “objective correlative”; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked… The artistic “inevitability” lies in this complete adequacy of the external to the emotion.
    […]
    No poet, no artist of any art, has his complete meaning alone. His significance, his appreciation is the appreciation of his relation to the dead poets and artists. You cannot value him alone; you must set him, for contrast and comparison, among the dead. I mean this as a principle of aesthetic, not merely historical, criticism]

    È possibile che i linguaggi delle società post-democratiche e delle comunità a tecnologia complessa diventano e diventeranno sempre più raffreddati, talché già accade e accadrà che sarà sempre più difficile suscitare da tali corpi combusti una emozione… accade e accadrà che i nuovi linguaggi poetici perderanno definitivamente contatto con la tradizione come l’abbiamo conosciuta con la poesia di Eliot e, più in generale, con la trasmissione della poesia del modernismo europeo…
    Tutto ciò premesso, ritengo i testi molto riusciti. Complimenti.

    T.S. Eliot, The sacred wood (1920)

  26. antonio sagredo

    Caro Mayoor

    “…come qui:
    “brivido d’argento… di lumaca.
    avrei trovato il modo (assolutamente) di evitare quei puntini di sospensione, magari cambiando gli a capo.”
    quei puntini, nella mia intenzione, se avessi potuto renderli luminosi d’argento, sarebbero stati parte della scia argentata che lascia (abbandona) la lumaca.
    “Rindondanti” non credo affatto, se mai hanno la tendenza alla concretezza, alla tangibilità.
    Riguardo Linguaglossa direi che per maggior parte delle sue riflessioni ha ragione, ma rivendico il diritto di confrontarmi con gli aggettivi di altri autori:
    un po’ per burla (poiché la poesia è anche gioioso scherzo); un po’ per mascherata gravezza o serietà.
    Comunque va bene così; ed io come tanti altri autori che non possono o non riescono a tornare indietro (tanto il passato non si può modificare) me ne sto sospeso, ed è troppo tardi, almeno per me.
    grazie a.s.

  27. Many people think writing is the most important aspect of an essay.

    These girls are not only dating the same guy,
    even so they are also living together – fights are selected ensue. http://www.top10casinopayouts.com/online-bingo-experience-a-should-for-each-casino-site-follower/

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