Boris Pasternàk dedica una poesia ad  Anna Achmatova e replica della Achmatova a Pasternak – a cura di Antonio Sagredo, traduzioni e Commento inedito di Angelo Maria Ripellino e Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

Gif neve nel bosco

Boris Pasternak

a Anna Achmatova

Mi sembra che io sceglierò le parole,
simili alla vostra eternità.
E se sbaglierò, – m’importa un poco,
comunque, io non mi separerò dallo sbaglio.

Io sento il chiacchierio di umidi tetti,
le ecloghe smorzate delle piastrelle di legna.
Una certa città, chiara sin dalle prime righe,
cresce e risuona in ogni sillaba.

Intorno è primavera, ma non si può uscir fuori città.
Ancora severa la cliente taccagna.
Facendo lacrimare gli occhi mentre cuce accanto alla lampada,
brilla l’aurora, senza raddrizzare la schiena.

Aspirando la superficie da Ladoga della lontananza
si affretta verso l’acqua, vincendo la stanchezza.
Da tali passatempi non si può prendere nulla.
I canali odorano di tanfo di imballaggi.

Lungo di essi si tuffa, come una noce vuota,
il vento ardente, e culla le palpebre
dei rami e delle stelle, dei lampioni e delle biffe,
e della cucitrice di bianco che guarda lontano dal ponte.

Suole essere l’occhio in vario modo acuto,
in modo diverso suole esser precisa l’immagine.
Ma l’apertura della più terribile fortezza –
è la lontananza notturna sotto lo sguardo di una bianca notte.

Tale io vedo il vostro aspetto e sguardo.
Esso mi è ispirato non da quella statua di sole,
con cui voi cinque anni addietro
avete attaccato alla rima la paura di voltarsi indietro.

Ma, muovendo dai vostri primi libri,
dove si sono rafforzati i granelli di una prosa attenta,
esso in tutti i libri, come conduttore di scintilla,
costringe gli avvenimenti a pulsare come una storia vera.

(1928)

(trad. di Angelo Maria Ripellino, 1954)

boris pasternak

Boris Pasternak

Una poesia della Achmatova dice:

E il giusto andava dietro il messo di Dio
enorme e luminoso, per la montagna nera,
ma l’ansia parlava a voce alta alla sposa
e pur non era tardi. Tu puoi ancora guardare
le belle torri della natia Sodomia,
la piazza dove cantavi, il cortile in cui filavi,
le finestre vuote dell’alta casa dove hai generato
figli al caro marito. Ella guardò e,
inchiodati da un dolore mortale,
i suoi occhi non potevano più guardare e,
il corpo divenne diafano sale e le rapide
gambe crebbero dentro la terra.
Chi piangerà una donna come questa?
Non è questa la più grande delle perdite?
Il cuore mio, però, non dimenticherà mai
colei che ha dato la vita per un solo sguardo

(trad. di Angelo Maria Ripellino, 1954)

[commento di Angelo Maria Ripellino]

“Questa poesia aveva fatto molta impressione a Pasternàk.
La Achmatova rispose a sua volta a questa poesia di Pasternàk con una poesia che è un po’ più semplice e che è un compendio di motivi pasternàkiani:

Lui che si è paragonato ad un occhio equino
guarda di sghembo, osserva, vede, riconosce
ed ecco già, come diamante fuso,
brillano le pozzanghere, languisce il ghiaccio.
In una nebbia lilla riposano i cortili,
banchina, travi, foglie, nuvole.
Il fischio della locomotiva, lo scricchio della buccia del cocomero
È una mano timida in una pelle di daino profumata.
Tintinna, tuona, scricchiola, batte e risacca
E d’improvviso si tace. Significa che lui
Si sta facendo strada, paurosamente, tra le conifere
Per non spaventare il leggero sogno dello spazio.
E ciò significa che gli sta contando i granelli delle spighe vuote,
significa che lui alla lapide di Darjàl’, maledetta e nera,
è giunto di nuovo da non so quali funerali.
E di nuovo brucia il languore di Mosca,
tintinna lontano il sonaglio mortale
chi si è perduto a due passi da casa,
dove la neve arriva alla cintola ed è la fine di tutto?
Per il fatto che egli si è paragonato a Lacoonte
Chi ha cantato i cardi del cimitero,
per il fatto che ha riempito il mondo di nuovi suoni
in un nuovo spazio di strofe riflesse,
di quella generosità, di quella perspicacia degli astri
tutta la terra è stata suo retaggio,
ed egli con tutti l’ha divisa.

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

Anna Achmatova

[Commento di Angelo Maria Ripellino]

“È una stupenda poesia che rispecchia in pieno tutti i motivi di Pasternàk: l’essere attonito, assorto, l’infanzia, la semplicità, la tangibilità delle piccole cose (“il crocchiare della buccia di cocomero”) e la mano timida che aveva Pasternàk, e le conifere, e il sonno leggero dell’universo. Solo Bella Achmadulina* è riuscita ad esprimere il mondo di Pasternàk con una simile intonazione.
L’Achmatova è stata più volte soggetto di poesia, e di pittura. Ci sono delle notevolissime liriche a lei dedicate, e nel novero si inserisce quella di Pasternàk. ”

 Ecco una mia nota 275, pag. 113 dei miei Quaderni inediti di Appunti delle lezioni di A.M. Ripellino :

  La poetessa Bella Achmadulina, nata nel 1937, è morta a Mosca il 29 novembre 2010. Il pianista Valerij Voskobojnikov (allievo di Nejghaus) mi comunicò per telefono questa luttuosa notizia mentre gli riferivo di questa mia cura del Corso monografico di A.M.R. su Pasternàk. Vi è in un numero della rivista Europa letteraria dell’ottobre 1962, Anno III, N. 17, pgg.11-18, trad. A.M.Ripellino – una presentazione dello slavista dedicata alla Achmadulina dal titolo: Bella Achmadulina-Omaggio a Pasternàk e altre poesie. Vi sono in queste pagine riprodotte: una sua lettera alla poetessa (dove lo slavista rievoca l’incontro con Pasternàk del 1957); un ritratto di Pasternàk studente, fatto da suo padre Leonid e una fotografia della poetessa; inoltre poesie della poetessa tradotte in italiano dallo slavista: Il pianto è grande, I nomi delle donne georgiane, La mazurca di Chopin, Funerali in Abchasia, Pensavo che tu fossi un mio nemico”.

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

… a volte penso a quanto sia caduto in basso il costume della poesia italiana di questi ultimi cinquanta anni. La poesia, quella di altissimo livello, come testimonia questo dialogo tra Pasternak e la Achmatova, si è sempre fondata sul «dialogo» tra poeti, tra posizioni di poetica… oggi questo buon costume è stato dimenticato. È senz’altro un segno dell’insterilimento dei tempi, della «povertà della nostra epoca» come scriveva Heidegger (die durftige Zeit). In questi ultimi decenni il dialogo tra i poeti è stato sostituito dagli affari comuni e dalle questioni di sordido potere. Che tristezza!

Certo, la nuova ontologia estetica ha ripristinato il «dialogo», la poesia nasce dal dialogo e dal confronto tra poeti, e questa è una novità non di poco conto che spero non venga seppellita dalla volgarità dei nostri tempi…

Come è noto, nella poesia italiana l’elemento visivo, il congegno ottico, è stato trascurato e derubricato. La poesia italiana ha, con Pascoli e D’Annunzio, sopravvalutato da sempre il pentagramma acustico rispetto all’elemento ottico, con la conseguenza che le poetiche del decadentismo (come si dice nelle Accademie) hanno coltivato quasi esclusivamente una poesia di stampo lineare e sonoro con le rime alternate e al mezzo e al mezzodì. Una mentalità conservatrice e acritica si è mantenuta pervicacemente fino ai giorni nostri a cui ha dato un appoggio notevole la disconoscenza della rivoluzione modernista avvenuta nella poesia europea nel Novecento, con la sotto valutazione dell’imagismo di Pound, dell’acmeismo di Mandel’stam, delle idee di Fenollosa, del surrealismo, dell’espressionismo, degli Haiku cinesi e giapponesi, degli esiti della poesia svedese da Tranströmer in poi. Ma oggi forse c’è qualcosa di nuovo nell’aria, sono maturi i tempi per portare la nostra attenzione sugli aspetti non meramente acustici della poesia, su una poesia di scandaglio esistenzialistico.

Dal punto di vista acustico, Laborintus (1956) di Sanguineti non differisce molto da Le ceneri di Gramsci (1957) di Pasolini, entrambe le operazioni si interessavano esclusivamente degli aspetti fonici, lessemici e lineari della poesia. Le cose non sono cambiate poi molto sotto l’egemonia dello sperimentalismo post-zanzottiano legato alla emergenza del significante. La idea prevalente della poesia era collegata ai due concetti antinomici di lirica e anti lirica, sfuggiva del tutto l’idea di una poesia possibile fondata sulla poliedricità tridimensionale e quadridimensionale, sfuggiva l’idea di una poesia fondata sul concetto di discorso poetico. Questa arretratezza generale della poesia italiana del secondo Novecento è visibile chiaramente oggi che il percorso della poesia acustica si è compiuto, con il risultato di un eccesso di narrativizzazione e di una dissipazione ergonomica della versificazione che ormai ha raggiunto l’arbitrio. Venuta meno l’acustica, restava la narratività, e infatti la poesia italiana dagli anni settanta ad oggi si è incamminata verso una tranquilla e oziosa narratività. La poesia dei milanesi da questo punto di vista non differisce affatto da quella dei minimalisti romani, tutte filiazioni di una impostazione conservatrice dei problemi legati alla forma-poesia. Ad esempio, se rileggiamo la prefazione ai Novissimi (1961) di Alfredo Giuliani ci accorgiamo di quanto sia minimo lo scarto di novità impresso alla poesia italiana dalla nuova teorizzazione della neoavanguardia:

«Non soltanto è arcaico il voler usare un linguaggio contemplativo che pretende di conservare non già il valore e la possibilità della contemplazione, ma la sua reale sintassi; bensì è storicamente posto fuori luogo anche quel linguaggio argomentante che è stato nella lirica italiana una delle grandi invenzioni di Leopardi. Due aspetti delle nostre poesie vorrei far notare particolarmente: una reale “riduzione dell’io” quale produttore di significati e una corrispondente versificazione priva di edonismo, libera da quella ambizione pseudo-rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti. (…) Il nostro compito è di trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest’ultima a misurarsi con la vita contemporanea. Si intravede qui un’indefinita possibilità di superare la spuria antinomia tra il cosiddetto monolinguismo, che degenera nella restaurazione classicistica, e quella “mescolanza degli stili” o plurilinguismo, che finisce in una mescolanza degli stili. (…)».

Scriveva Novalis nell’ottocento: «La filosofia è propriamente nostalgia (…) è desiderio di sentirsi ovunque a casa propria». Davvero strano che Novalis non si sia accorto che aveva appena dato una definizione impareggiabile della «poesia». Da allora, dal Romanticismo è iniziato il problema dello spaesamento, dell’essere fuori-luogo, del sostare straniero in ogni terra e in ogni dimora. L’antica unità di anima e mondo, il mondo omogeneo dell’epos è divenuto per noi irraggiungibile. Anche nell’immagine riflessa dallo specchio noi vediamo la nostra scissione, la nostra immagine deforme, la nostra irriconoscibilità.

Onto SagredoAntonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È uscito nel 2015, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Annunci

18 commenti

Archiviato in poesia russa del Novecento, Senza categoria

18 risposte a “Boris Pasternàk dedica una poesia ad  Anna Achmatova e replica della Achmatova a Pasternak – a cura di Antonio Sagredo, traduzioni e Commento inedito di Angelo Maria Ripellino e Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. Grande poesia russa, grande arte russa.

  2. … a volte penso a quanto sia caduto in basso il costume della poesia italiana di questi ultimi cinquanta anni. La poesia, quella di altissimo livello, come testimonia questo dialogo tra Pasternak e la Achmatova, si è sempre fondata sul «dialogo» tra poeti, tra posizioni di poetica… oggi questo buon costume è stato dimenticato. È senz’altro un segno dell’insterilimento dei tempi, della «povertà della nostra epoca» come scriveva Heidegger (die durftige Zeit). In questi ultimi decenni il dialogo tra i poeti è stato sostituito dagli affari comuni e dalle questioni di sordido potere. Che tristezza!

    Certo, la nuova ontologia estetica ha ripristinato il «dialogo», la poesia nasce dal dialogo e dal confronto tra poeti, e questa è una novità non di poco conto che spero non venga seppellita dalla volgarità dei nostri tempi…

    Come è noto, nella poesia italiana l’elemento visivo, il congegno ottico, è stato trascurato e derubricato. La poesia italiana ha, con Pascoli e D’Annunzio, sopravvalutato da sempre il pentagramma acustico rispetto all’elemento ottico, con la conseguenza che le poetiche del decadentismo (come si dice nelle Accademie) hanno coltivato quasi esclusivamente una poesia di stampo lineare e sonoro con le rime alternate e al mezzo e al mezzodì. Una mentalità conservatrice e acritica si è mantenuta pervicacemente fino ai giorni nostri a cui ha dato un appoggio notevole la disconoscenza della rivoluzione modernista avvenuta nella poesia europea nel Novecento, con la sotto valutazione dell’imagismo di Pound, dell’acmeismo di Mandel’stam, delle idee di Fenollosa, del surrealismo, dell’espressionismo, degli Haiku cinesi e giapponesi, degli esiti della poesia svedese da Tranströmer in poi. Ma oggi forse c’è qualcosa di nuovo nell’aria, sono maturi i tempi per portare la nostra attenzione sugli aspetti non meramente acustici della poesia, su una poesia di scandaglio esistenzialistico.

    Dal punto di vista acustico, Laborintus (1956) di Sanguineti non differisce molto da Le ceneri di Gramsci (1957) di Pasolini, entrambe le operazioni si interessavano esclusivamente degli aspetti fonici, lessemici e lineari della poesia. Le cose non sono cambiate poi molto sotto l’egemonia dello sperimentalismo post-zanzottiano legato alla emergenza del significante. La idea prevalente della poesia era collegata ai due concetti antinomici di lirica e anti lirica, sfuggiva del tutto l’idea di una poesia possibile fondata sulla poliedricità tridimensionale e quadridimensionale, sfuggiva l’idea di una poesia fondata sul concetto di discorso poetico. Questa arretratezza generale della poesia italiana del secondo Novecento è visibile chiaramente oggi che il percorso della poesia acustica si è compiuto, con il risultato di un eccesso di narrativizzazione e di una dissipazione ergonomica della versificazione che ormai ha raggiunto l’arbitrio. Venuta meno l’acustica, restava la narratività, e infatti la poesia italiana dagli anni settanta ad oggi si è incamminata verso una tranquilla e oziosa narratività. La poesia dei milanesi da questo punto di vista non differisce affatto da quella dei minimalisti romani, tutte filiazioni di una impostazione conservatrice dei problemi legati alla forma-poesia. Ad esempio, se rileggiamo la prefazione ai Novissimi (1961) di Alfredo Giuliani ci accorgiamo di quanto sia minimo lo scarto di novità impresso alla poesia italiana dalla nuova teorizzazione della neoavanguardia:

    «Non soltanto è arcaico il voler usare un linguaggio contemplativo che pretende di conservare non già il valore e la possibilità della contemplazione, ma la sua reale sintassi; bensì è storicamente posto fuori luogo anche quel linguaggio argomentante che è stato nella lirica italiana una delle grandi invenzioni di Leopardi. Due aspetti delle nostre poesie vorrei far notare particolarmente: una reale “riduzione dell’io” quale produttore di significati e una corrispondente versificazione priva di edonismo, libera da quella ambizione pseudo-rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti. (…) Il nostro compito è di trattare la lingua comune con la stessa intensità che se fosse la lingua poetica della tradizione e di portare quest’ultima a misurarsi con la vita contemporanea. Si intravede qui un’indefinita possibilità di superare la spuria antinomia tra il cosiddetto monolinguismo, che degenera nella restaurazione classicistica, e quella “mescolanza degli stili” o plurilinguismo, che finisce in una mescolanza degli stili. (…)».

    Scriveva Novalis nell’ottocento: «La filosofia è propriamente nostalgia (…) è desiderio di sentirsi ovunque a casa propria». Davvero strano che Novalis non si sia accorto che aveva appena dato una definizione impareggiabile della «poesia». Da allora, dal Romanticismo è iniziato il problema dello spaesamento, dell’essere fuori-luogo, del sostare straniero in ogni terra e in ogni dimora. L’antica unità di anima e mondo, il mondo omogeneo dell’epos è divenuto per noi irraggiungibile. Anche nell’immagine riflessa dallo specchio noi vediamo la nostra scissione, la nostra immagine deforme, la nostra irriconoscibilità.

  3. Sempre interessanti e stimolanti le tue analisi, Giorgio. E’ come intraprendere un percorso di rivisitazione e consapevolezza, su quanto abbiamo perduto e su quanto ancora ci mantiene nelle secche di un linguaggio, che con la sua sintassi, il vizio della cadenza musicale, dell’orecchio, della narrazione, del realismo, pare non rispondere più alle esigenze di una poetica nuova. O è il territorio culturale, sempre più ristretto e ripiegato, mai definitivamente liberato dal provincialismo, che non ci ha nutrito a sufficienza e che ora rischia l’involuzione? Siamo come balbuzienti, pur possedendo ricchezze immense a vario grado, incapaci di espressione. O è la notte che infine, come tutte le notti, passerà? Quell’unità tra anima e mondo è definitivamente franta, oppure qualcosa è rimasto? Un legame profondo, che caratterizza ciascuno di noi e che ci fa desiderare di scrivere, di conoscere, di inventare visioni? E’ solo illusione, o a questo “numinoso” è impossibile rinunciare, pena la disperazione, la malattia? Estremizzo, ma il contatto con qualcosa di profondo, di inspiegabile, di magico, oserei dire divino, qualche volta tutti l’abbiamo variamente provato o incontrato. E la nostra piccolezza, di fronte alla grandezza dell’universo. Siamo diventati solo grandi occhi, grandi sguardi di consapevolezza, sul vuoto, sul disastro intorno a noi. Nelle nostre poesie c’è tutto questo, la consapevolezza di essere franti. Ma è un punto di partenza.

  4. trascrivo una poesia inedita di Nunzia Binetti:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/24/boris-pasternak-dedica-una-poesia-ad-anna-achmatova-e-replica-della-achmatova-a-pasternak-a-cura-di-antonio-sagredo-traduzioni-e-commento-inedito-di-angelo-maria-ripellino/comment-page-1/#comment-40095
    Terse le albe che mai vedremo.
    Il femore regge la frattura e incorpora un’ idea estrema
    non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo;
    lì regna il silenzio di pietose novizie.
    Fuori dilaga e governa il carminio,
    senza fede fa mattanza di indifese cocciniglie.
    Il bisturi c’è, non sana, solo scintilla.

  5. antonio sagredo

    Il rapporto fra la poetessa Achmatova e alcuni suoi amici poeti che vissero la stessa epoca, luminosa e torbida allo stesso tempo, non furono poi tanto idilliaci: con alcuni fu sincera amica, con altri amante: questo per restare in Russia; fuori di questa terra da loro tanto amata da rischiare la vita, si ripete la stessa formula.
    Riferisco qualcosa fra Pasternàk e la poetessa.
    Traggo dal Corso di AMRipelleino del 1972-73 qualcosa sui rapporti con altri poeti:
    >>>>>- dalla mia nota 274 pag. 112 :
    “Anna Andreevna Achmatova (1889-1966; pseudonimo di A. A. Gorenko). Si sposò con il poeta Nikolaj Gumilëv che fu fucilato per spionaggio nel 1921; fu capofila del movimento dell’Acmeismo (ne faceva parte anche Mandel’štam),. Contendeva alla Cvetaeva il primato di essere la più grande poetessa russa. Ma affermò: ”Non mi sono mai considerata un numero: essere il primo poeta o il terzo poeta mi era indifferente”. (Majakovskij diceva d’essere l’ultimo, mentre Esenin il primo: tutto ciò fa parte un po’ dell’atmosfera esagitata e circense dell’epoca). Ebbe un destino, se è lecito affermarlo, meno tragico della Cvetaeva. Ambedue preferivano definirsi poeti, al maschile, e non poetesse, che era una sorta di degradazione e diminuzione (vedi Corso su Majakovskij 1971-72 di A.M. Ripellino, p. 8). E per inciso vi fu anche una scrittrice ceca, Ludmila Mačesková, che aveva uno pseudonimo maschile: Jan Kameník. I rapporti tra le due poetesse erano di grande amicizia e stima reciproca, ma spesso macchiati di incomprensioni e gelosie; non direi invidia, affatto! Mentre i rapporti di stima/disistima tra Pasternàk e la Achmatova sono oscillanti. Le pagine che saranno citate sono in Lidija Čukovskaja, Incontri con Anna Achmatova , op.cit. La Achmatova lascia testimonianze dal vivo dei pregi e dei difetti di Pasternàk, come uomo (la quotidianità che lo fa morire) e come poeta (“non amava le mie poesie”), pgg. 116-117, 131-135; e a p. 185: “Le poesie di Pasternàk sono state scritte prima ancora del sesto giorno, quando Dio creò l’uomo”, ma “Il poema Spektorskij è un’opera mal riuscita”, p. 191. Sulla raccolta di Pasternàk, Seconda nascita dice: “Non amo quel libro. Vi sono poesie estremamente sgradevoli… Ci sono solo singoli versi splendidi”….”Sapete quale sua poesia mi piace? Irpen. Di dove viene, Diotima questa tristezza?”. Invece di Majakovskij, che incontrò nel 1912, dice che fu un “grandissimo talento” ma come i Brik (Osip e Lilja, con cui il poeta divideva la vita e la casa) “lui poteva essere oscuro, doppio e falso”, a pgg.149-150 e 151. Ha parole dure per Lev Tolstoj a causa di Anna Karenina (un contadino lo definisce ”lurido vecchio”), pgg. 77-78. Severissima fu la Achmatova con Cechov: “i suoi drammi sono l’assoluta distruzione del teatro”, p. 255. Su Turgenev:”Tutto è meschino nelle sue opere: le persone, gli avvenimenti, a anche lui”; p. 236. E su Dostoevskij:” Ho detto che lo amo molto, ma lo rileggo di rado: è una lettura angosciante”. Sorprendente è la incomprensione per Sergej Esenin, p.123; altissima stima ma contenuta per Aleksandr Blok, p.210; grande e severo apprezzamento per Vjačeslav Ivanov (p. 221) conosciuto quando aveva 21 anni, poi che le mostrò un sospetto entusiasmo per i suoi versi, p. 104; su Lermontov:” in lui c’è molto del grafomane… Ma poi verso la fine [della sua vita]: un capolavoro dopo l’altro”, p. 223; e di Velemir Chlebnikov che (“aveva chiaroveggenza, ma non intelligibilità e autorevolezza”), p. 139; e poi: ”Tutto è visto come per la prima volta, ai primordi. I poeti sanno quanto questo sia difficile: scrivere, come dice Pasternàk, senza pattume poetico. Io amo molto Chlebnikov, ma non sempre, non in tutti i suoi periodi. E lui ne ha molti, a differenza di Pasternàk. Non posso sopportare il primo Chlebnikov, quello slavo. [quello della mitica Russia delle origini] p. 260. Sofferto e amicale fu il rapporto con Mandel’štam (poeta dagli “splendidi versi”; p. 241) tra grandissime affettività e disistime; una poesia dedicata lui ha titolo Voronež del 4 marzo 1936); per V. Rozanov “uomo geniale e debole ebbe molta pena”, il suo cruccio fu per non averlo potuto aiutare: “soffrì la fame e raccoglieva mozziconi di sigarette nelle stazioni ferroviarie”, p. 96. Per Innokentij Ànnenskij (1855-1909) la Achmatova stravede esageratamente:” È straordinario, grandissimo. Tutti son venuti fuori da lui: sia Osip, [Mandel’štam], sia Pasternàk, sia io, sia lo stesso Majakovskij”, p. 193. (vedi nota 16, p.26). – Questo evento del 4 agosto 1940 merita attenzione: l’Achmatova mostra una lettera ricevuta da Pasternàk a Lidija Čukovskaja. dove il poeta cita alcune sue poesie del passato; la Čukovskaja è perplessa, ma la poetessa dice: ”Ora vi spiego tutto. Semplicemente. Ha letto [Pasternàk] per la prima volta le mie poesie. Ve lo assicuro. Quando io ho cominciato a scrivere, lui faceva parte di Centrifuga [gruppo futurista di cui fecero parte oltre che a Pasternàk, Aseev e Sergej Bobrov]: era naturalmente ostile nei mie confronti, e i miei versi non li leggeva, punto e basta. Ora li ha letti per la prima volta e, vedete, ha fatto una scoperta: gli è piaciuta molto >La piuma sfiorò il tetto della vettura…>> “C’è n’è una di Blok del 1913 (è in risposta ad una poesia che la Achmatova aveva inviato a Blok) :

    La bellezza è tremenda, vi diranno,
    voi vi getterete pigramente lo scialletto spagnolo sulle spalle
    con una rossa rosa sui capelli.
    Semplice è la bellezza, vi diranno
    e voi con lo scialletto variopinto coprirete
    malpratica un bambino: scivolerà,
    la rossa rosa a terra.
    Ma ascoltando distrattamente,
    tutte le parole che suonano all’intorno,
    malinconia voi rifletterete, ripetendo da sola, sottovoce:
    Io non sono terribile, né semplice e non così terribile
    d’uccidere semplicemente, e neanche così semplice
    da ignorare l’orrore della vita.

    Anche Mandel’štam ha scritto, forse più di una poesia, in una del 1914, dice:

    A mezzo viso, o tristezza, guardava gli indifferenti
    facendola cadere dalle spalle impietriva,
    lo scialletto falsamente classico.
    Voce funesta, ebbrezza amara e l’anima che sferra le viscere,
    così Fedra indignata, fu recitata in altri tempi da Rascel .
    ———————
    …continua Ripellino:

    “ La Achmatova fu una specie di catalizzatore di tutta una letteratura, specialmente nel periodo in cui frequentò il cabaret Il cane randagio, e attirò l’attenzione di molti pittori. Fra di loro Modigliani che la dipinse a Parigi, poi Natan Al’tman che la dipinse nel 1913; Soutine nel ’13; poi Annenkov nel’21 .
    Per la sua curiosa figura, angolosa e lineare, per la sua bellezza Al’tman la dipinse nel ’13, e c’è una poesia nella raccolta Lo stormo bianco in cui l’Achmatova descrive come posava per lui. In questo quadro appare in veste turchina, con uno scialle giallo, giovane dai capelli neri, affilata, sottile, con lineamenti affilati come coltelli. E lo sfondo dell’atelier è aperto, come se fosse spalancato, cosicché alle sue spalle appaiono alberi lucenti che sono ritmati come è ritmata la sua poesia: la disposizione dei questi corrisponde quasi a quella dei versi della Achmatova. La angolosità della figura è accentuata dalla intenzione cubistica del pittore; la ricerca dei volumi cubistici, la volumetria di Al’tman accentua l’angolosità di questa figura, i colori sono pieni di luce, come nelle vetrate e sono intensi con un gusto della fattura, come avevano allora i pittori del 1° futurismo (attenzione a coprire di lacca l’oggetto, a levigarlo, ad accentuare i contorni volumetrici).
    C’è una posizione in diagonale, fatta con volumi cubistici. Sulla Achmatova scrisse anche Marina Cvetaeva diverse poesie che sono addirittura frenetiche, ferventi; la chiama “Musa del pianto – mia nero-trecciuta, mia negromante”.
    ———————————————————
    I giudizi su Pasternàk anche se talvolta aspri furono sinceri: qui tre giudizi abbastanza negativi e di scrittori che lo conoscevano bene; da sottolineare per ultimo il giudizio positivo di un grande critico dell’emigrazione D. P. S-Mirskij.
    da mia nota 10, pag. 5 – :

    “Ma Il’jà Erenburg nelle sue Memorie scrive che Pasternàk era “uno dei maggiori lirici del nostro tempo”.* [e così fu celebrato da Bucharin al I° Congresso degli scrittori sovietici del 1934; pure la Achmatova (che per 13 anni non aveva scritto nulla)– riferisce alla Lidija Čukovskaja nel gennaio del 1954 – che disse severa al poeta: ”Calmati, amico mio, anche se negli ultimi dieci anni non hai scritto più niente rimani uno dei più grandi poeti europei del ventesimo secolo”, in E. Feinstein, Anna di tutte le Russie –La vita di Anna Achmatova, La Tartaruga edizioni, 2006, p. 297 ].
    Ma continua Erenburg: ”quando cercò di popolare un romanzo con decine di altri uomini, di configurare tutta un’epoca, di rendere l’atmosfera della guerra civile fece fiasco”.
    Anche K. Čukovskij non fu tenero col poeta, anche se fedele suo amico, e scrisse: “Quel romanzo non m’è piaciuto tanto: ha brani ottimi, ma nel complesso è fiacco, egocentrico, assai al di sotto dei suoi versi”: questo è un giudizio che condanna gravemente Živago/Pasternàk! Ma nei tardi anni ’80, nel 1988, sulla rivista Novy Mir, il critico Dmitrij S. Lichačëv, afferma che “Živago diventa qualcosa di più grande dello stesso Boris Leonidovič: diviene il rappresentante dell’intelligencija russa che accetta la rivoluzione, ma non senza esitazioni, né perdite spirituali”. A mio parere, questo critico, non dice nulla di nuovo, poiché durante la Rivoluzione d’ottobre furono decine i grandi intellettuali che la accettarono, e ognuno coi propri dubbi, senza perdere nulla in spirituale! Il fatto è che ci si muove ancora intorno alle tematiche inerenti alla lettera pubblicata dalla Literaturnaja Gazeta e dall’11° fascicolo del Novy Mir nel settembre del 1956, indirizzata a Boris Pasternàk; lettera dapprima non destinata alla stampa, ma poi resa di pubblico dominio.///// *
    —-> Estremamente positivo fu il giudizio (da leggere) sul poeta del critico dell’emigrazione D. P. S-Mirskij nella sua Storia della letteratura russa (A History of Russian Literature ) edita a Londra nel 1926; nella prima versione italiana del 1965, ed. Garzanti vedi pgg. 446-448.”
    —————-

    E per finire – poiché non si può riferire tutto: sono centinaia se non migliaia le pagine – con la mia nota 66 pag. 15, si viene a stabilire una distinzione fra il romanziere Pasternàk e Joyce: talché così scrisse l’Achmatova e così precisa lo slavista Ripellino:
    “…e in effetti il Dottor Živago stilisticamente è ottocentesco; con questo romanzo è come se non avesse tenuto conto dell’esperienza futurista sui suoi versi, o cubistica specie in Marburgo; infatti più tardi rinnegò queste due esperienze. (Ripellino afferma più sopra, p. 5, che “la rivoluzione dei congegni stilistici operata da Joyce non esiste in Živago, che è un romanzo a impianto tradizionale”. Sappiamo che volle affrancarsi anche dagli sperimentalismi di Chlebnikov, ma senza successo, poi che notevoli e indiscutibili sono i debiti di Pasternàk verso questo geniale poeta.(vedi a p.5). – L’Achmatova a proposito dell’Ulysses di Joyce dichiara: ”Un libro meraviglioso. Un grande libro… lo leggevo cinque ore al giorno e l’ho letto sei volte, all’inizio avevo la sensazione di non capirlo, ma poi un po’ per volta ho cominciato a vedere tutto distintamente – sapete, come quando si sviluppa una fotografia. Hemingway, Dos Passos sono usciti da lui. Tutti si nutrono delle briciole della sua tavola”, in Lidija Čukovskaja, Incontri con Anna Achmatova, 1938-1941, Adelphi 1990, p. 256.”

    A. S.

  6. Giuseppe Gallo

    A proposito di asse acustico e di elementi visivi, di follia ed altro…

    No More

    No more catene linguistiche
    basta con le vuote lusinghe aggettivali.

    Torna all’inferno.
    resist no more*

    Raccontami il male che hai dentro.
    Lasciati invadere dalle nuvole.

    Il silenzio è l’ultimo ospite.
    Attenti alle liane, abbracciano per soffocare.

    Simona sorride, sorride
    ma vorrebbe, vorrebbe

    urlare, piangere e spezzarsi in due.
    La testa da una parte e la carne dall’altra.

    Chi ci organizza questi jumpescare nella morte?

    Giorgio è partito per un palcoscenico buio
    per svuotare il rancore a Trezzo sul Naviglio.

    Voi poeti totally crazy,
    crazy after all.

    Niente più luna, niente più stelle,
    nessuna aurora inseguita dal tramonto.

    E niente più farfalle fra le giogaie dei ruscelli,
    Rio Bo nella bolla di vetro a innevarsi per l’eternità.

    Madama Butterfly, a passettini giapponesi,
    armata di maschera antigas,

    passeggia sul Viale delle magnolie
    con un cartoccio di speranze arrosto.

    * Ray Bremser, poeta americano, Poesia degli ultimi americani (a cura di F.Pivano), Feltrinelli, 1964, p. 14

  7. carla gaetani

    Vede signor Gallo,
    quei poeti americani di quell’epoca, specie Ginsberg con Howl (il più dotato) ammisero la loro discendenza dai poeti russi, specie Majakovskij che Ginsber omaggia apertamente.
    Ma i versi di Ray Bremser e altri hanno creduto di andare al di là dei poeti futuristi, nel senso che imitano (non dico scimiottano) quei poeti russi che si proposero di superare i futuristi russi scardinando una sintassi e altro: proprio ciò che Lei scrive (” asse acustico e di elementi visivi, di follia ed altro…)… credettero di scardinare ponendosi cme post-futuristi, ma non c’era nulla da scardinare, perché questa operazione che è filologia prima di tutto (mancante in quei poeti americani) fu attuata da Velemir Chlebnikov, che tra l’altro anticipo di un decennio Ezra Pound .
    L’esistenza furoreggiante di Bremser e di altri come lui (dotati di furore sterile) è poca cosa p.e. in confronto con quella di Ferdinand Celine, cghe davvero compie una rivoluzione stilistica (come fu di Chlebnikov) e che soppianta quella presunta di Pound.
    Insomma cosa farsene di quei versi di Bremser e altri come lui?
    Carla Gaetani

  8. Giuseppe Gallo

    Gent.ma Carla Gaetani, che vogliamo farcene dei versi di Ray Bremser? Niente! E di altri come lui? Ancora niente! Di tutti i poeti… niente di niente… siamo, noi e loro, ombre che lampeggiano di traverso per qualche istante davanti agli occhi dell’esistenza, della filologia, della letteratura, della storia. Quello che mi ha colpito di Bremser è stato il verso “resist no more”, ma era un invito a me stesso, a lasciarmi andare… a liberarmi un po’… a “furoreggiare”, come dice lei. Una pura e semplice citazione. La ringrazio, comunque, per i lucidi chiarimenti sui rapporti tra gli “americani” e i russi, su Pound, Celine e la rivoluzione stilistica di Chlebnikov. Grazie a lei e a L’Ombra che permette questi scambi.

  9. È avvenuto un Cambiamento di Paradigma
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/24/boris-pasternak-dedica-una-poesia-ad-anna-achmatova-e-replica-della-achmatova-a-pasternak-a-cura-di-antonio-sagredo-traduzioni-e-commento-inedito-di-angelo-maria-ripellino/comment-page-1/#comment-40451
    Cito due versi di Valerio Magrelli, Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980¹; Einaudi, 1996:

    L’unica cosa che si profila nitida
    è la prodigiosa difficoltà della visione.

    La fortuna del primo libro di Magrelli (1980) inaugura la nuova attenzione della nuova poesia per le questioni della «visione» delle «cose» e non per le «cose» in se stesse, nel far ciò l’autore romano congeda una poesia che racconta le «difficoltà della visione» in quanto causate dalla sua «miopia» che non gli consentiva una vista nitida e precisa degli oggetti (come scrisse lo stesso Magrelli in un autocommento alla propria poesia).

    Ovviamente, dietro i problemi della «visione» c’era il soggetto, l’io che guidava la «visione»; l’esistenza del soggetto non veniva mai messa in dubbio, la problematizzazione delle «cose» si risolverà in una fisiochimica e in una fisiologia della «visione» e la poesia diventerà un organismo di parole che tende alla categoria della «informazione», e quindi acquisisce la fisionomia di una «didascalia», diventa sempre più «didattica». La poesia magrelliana e dei magrellisti che seguirono a frotte la posizione del loro capostipite diventerà sempre più «informazionale», tenderà alla chiacchierata giornalistica sulle questioni della «visione» delle «cose». Le categorie chiave della poesia magrelliana che fecero scuola inconsapevole presso una infinita schiera di epigoni, saranno «didascalia» e «informazione».
    Questo lo dico per mostrare come la poetica dell’«urlo» vitalistico di Ginsberg e dei poeti americani come Ray Bremser degli anni sessanta veniva posta definitivamente nella cassapanca delle rigatterie.

    Oggi, in un mutato contesto politico, sociale, storico ad economia globale e con una Unione Europea in crisi perenne, una tale poetica, intendo quella magrelliana come quella dell’«urlo» vitalistico dei poeti americani e dei loro epigoni europei, non avrebbe senso alcuno. L’attenzione della nuova ontologia estetica per certi versi è esattamente all’opposto, è diretta alle «cose» al loro rapporto «ontologico» con il «vedere», è diretta ai rapporti dialettici che intercorrono tra il fattore T, (il tempo) e il Fattore S (lo spazio), alle loro correlazioni e interrelazioni, nonché al Fattore dell’«assenza dell’io», del de-centramento del soggetto e dell’oggetto, questioni molto complesse che abbiamo affrontato in innumerevoli articoli sull’Ombra. La poesia della nuova ontologia estetica ha una fisiochimica dell’organizzazione delle parole del tutto diversa.

    Quello che ne deriva è che è mutato così profondamente il contesto storico in Europa e nel mondo che è intervenuta una corrispettiva mutazione della «forma-poesia». Chi leggesse qualche poesia di, cito a caso, Mario Gabriele, Gino Rago o Donatella Costantina Giancaspero se ne renderebbe conto.
    In una parola: si è verificato un vero e proprio «cambiamento di paradigma». Non volerne prendere atto è un atto, appunto, da sciocchi.

  10. carla gaetani

    …e in effetti il signor Linguaglossa ha ragione e come scrisse Puskin “e con gli sciocchi non entrare in discussione”, che ricalca, il russo conoscitore della poesia dantesca ( meglio l’Achmatova), il detto celebre “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.
    Ringrazio il signor Gallo della pacata e gentile risposta (così ci si dovrebbe comportare – senza litigi!).
    Con ciò che esprime Linguaglossa su Magrelli sono d’accordo e sarebbe da “sciocchi” dire il contrario. D’altra parte questi nipotini di Montale fanno pena e scrivono le stesse cose del “nobel”, ma in maniera diversa, direi pèiù moderna (si fa per dire) oppure post-moderna (che sarebbe una bestemmia).
    Grazie

  11. Il declino dell’Italia dura da 35 anni. Quello della poesia lo ha anticipato perché dura da 50 anni. Copio e incollo una interessantissima diagnosi sul declino dell’Italia.
    La nuova ontologia estetica è rivoluzionaria nella misura in cui è il risultato e il contro movimento di una Crisi gigantesca che investe il Paese e l’unità culturale ed economica della Nazione. Ma nel Bel Paese nessuno parla del Declino dell’Italia, c’è una sorta di Auto-Censura che investe gli intellettuali. La poesia poi celebra i soliti riti auto celebrativi… con i soliti attori che si auto celebrano, gli scrittori continuano a scrivere romanzetti gialli ridicoli in pseudo italiano, i due ragazzi di Mala Strana, Salvini e Di Maio addirittura vanno nelle scuole a tenere delle lezioni (di che cosa non si sa). Lo spettacolo del Paese è terrificante, ma nessuno dice niente, tutto sembra normale, mentre a Parigi i gilet francesi fanno tremare l’Eliseo, qui in Italia gli italiani applaudono alla sciagura di una manovra finanziaria che getterà il Paese nel Default

    http://www.ilgrandebluff.info/2018/11/il-declino-dellitalia-che-dura-da-35.html
    Il Declino dell’Italia che dura da 35 anni è un fenomeno multicausale: chi lo semplifica ad un singolo fattore è un cialtrone

    Cialtroni, populisti e spacciatori di bufale vi raccontano semplificazioni pro-italopitechi raccontandovi che il Declino dell’Italia sarebbe tutta colpa (o quasi…) di una causa singola…che sia l’euro…o l’evasione fiscale…o la globalizzazione… o il Gombloddo del Debito etc etc

    In realtà come spiego da tempo i fenomeni complessi hanno spiegazioni complesse/multicausali
    e questo vale ancora di più per un fenomeno complesso come il Declino italiano che dura da 35 anni e si avvita sempre più su se stesso.
    Il Financial Times ci dedica un’approfondita analisi che identifica una serie di CAUSE del Declino di Fallitaglia: è un’analisi molto utile per capire come il fenomeno sia complesso e multi-causale.
    LA TROVATE AL FONDO DI QUESTO POST.

    Io sono anni che vi ripeto come le palle al piede di FallitaGlia siano molteplici
    = il Paese – in Declino da 35 anni – è praticamente irriformabile perchè non c’è nessuna spinta maggioritaria ad evolvere + ad adattarsi al nuovo contesto globale…anzi… al contrario si va nell’esatta direzione opposta del necessario.
    La via per invertire il Declino ci sarebbe, però non solo nessuno la vuole ma comporterebbe agire su almeno 10-15 palle al piede CONTEMPORANEAMENTE, altrimenti l’effetto dei cambiamenti sarebbe molto ridotto se non NULLO.
    •Ecco la Ricetta per mandare in BOOM l’Italia a +5% di PIL
    •LA MIA RICETTA PER FAR RIPARTIRE L’ITA(G)LIA…
    Dunque il Declino – che sia in versione ellenica od in versione venezuelana – non può che continuare almeno fino al Default.
    Vi lascio alla lettura dell’analisi del Financial Times sottolineando che mancano alcune cause fondamentali del Declino.
    Per esempio manca ……………….

    [Grafico]

    Lo Stato Unitario Centralista Fallito che dovrebbe essere riconfigurato in un Federalismo Vero con Macro Aree autonome fiscalmente (abbiamo un Sud ben peggio della Grecia con in più il peso devastante delle Mafie)

    •Il SUD costa al Nord TRE-QUATTRO finanziarie all’anno…ma nessuno parla più di vero FEDERALISMO
    •E ci voleva un pragmatico anglosassone per riassumere in 4 righe perchè in FallitaGlia il Declino è Irreversibile…
    •L’Italia spaccata: il Sud peggio della Grecia

    Mancano le tassa da record mondiale ad un 70% reale (che però sono collegate indirettamente a molte della cause elencate).
    Mancano le infrastrutture sempre più inefficienti e vetuste.
    Mancano gli investimenti in Ricerca assolutamente ridicoli, in particolare per un Paese che non ha materie prime.
    Manca il Declino prima di tutto mentale&culturale che si basa su una maggioranza italopiteca illiberale statalista assistenzialista ideologizzata fuori dal mondo collettivista nemica del business del mercato della produzione di ricchezza dello sviluppo della crescita delle innovazioni della meritocrazia… piena di invidia sociale e con un record di analfabeti funzionali.
    Una maggioranza che crede a qualunque bufala&semplificazione gli venga propinata (in particolare se è un capro espiatorio ESTERNO),
    basta che venga presentata come una bacchetta magica per risolvere i problemi senza che si debba cambiare nulla.

    [Per chi volesse approfondire le ragioni della Crisi economica e politica italiana]

    https://vocidallagermania.blogspot.com/2018/11/la-tragedia-italiana-secondo-hans.html

  12. L’Urlo di Ginsberg è un urlo vero. Non si può portare dal rigattiere.
    La sua è stata una dura esperienza di vita. Fin da ragazzino ha dovuto occuparsi della madre, malata di mente. Tutte le analisi sono importanti e preziose: quelle sulla società contemporanea, quelle sulle antiche e nuove linee estetiche. Altrettanto il rispetto per i poeti in genere, soprattutto per chi ha sofferto degli stessi nostri mali e chi si è dannato per scrivere. Evitiamo di buttare, con l’acqua sporca anche il bambino.

  13. Sagredo, Alberto di Paola e la sua corrispondenza sulla letteratura russa fin dentro i dialoghi, dentro i personaggi, le storie è
    sorprendente ed eccitante. Certo la poesia non esclude i retroscena letterari: forti. Un fumetto di poesia! Bellissimo.

    Posto ora una poesia da siffatte & soddisfatte, rigorosamente inedita.
    Per voi,

    24
    Astor-izzato quintetto – bandoneòn
    con applausi-energia
    fermi
    sulla soglia duecentesca : cattedrale-co!;
    un’essenza medioevale ,
    nell’assunto concertistico-mecenaristico: visione & grandezza
    dell’avvinghiata sociale:
    L’INTERO RICAVATO SARA’ DEVOLUTO AL’ U N I C E F!

    P.S.: il musicista-fabbro
    tenderà ancora
    l’anima bandoneon

    per un tango finito : apertura max. cm. 178!

    (a breve la riduzione in distici poetici di Giorgio Linguaglossa, che ringrazio anticipatamente.
    (la traduzione in inglese, anche. (Magari!)

    Abbraccio tutti. Grazie Grande Ombra.

  14. antonio sagredo

    Gentile Paola Renzetti,
    il bambino Allen Ginsberg non credo sia stato buttato, se mai il contrario.
    L’amica Carla Gaetani ha scritto che era il più dotato, e questo è vero. Io stesso quando lo lessi la prima volta restai basito; e saturo già giovanissimo di poesia russa dell’inizio del secolo trascorso non potetti fare a meno di collegare l’urlo dell’americano con l’urlo a piena voce di Majakovskij e altri (è ovvio che ci siano delle distinzioni di contenuto e forma), ma il poeta russo fu acclamato da Ginsberg (si legga il poema “La nuvola in calzoni”; o l’ascolti dalla possente voce di Carmelo Bene).
    Io stesso ho omaggiato Ginsberg in alcuni versi che qui riporto:
    ——————
    Le città di Dio
    (poema infernale)
    ———————-
    Devo sopportare il destino di Dio.
    Tutte le religioni mi dissanguano
    per i rigori delle loro mortalità.

    Non ho l’usanza di perdonare le infamie,
    gli inganni terrificanti delle loro ignominie.

    Non sanno lo specchio senza confini e senza curvature del Poeta,
    ma gli hanno rubato la prima e ultima Parola
    col virus incancrenito del loro triplice verbo. –

    L’innocenza originaria fatta a pezzi,
    scatenando le quattro apocalissi!

    Amo la parola che nel mio cervello
    non abbia nulla di divino
    e nemmeno il sangue infetto delle loro fedi!
    Non un simulacro visibile o invisibile
    e nemmeno la potenza infame delle loro infallibilità!

    Mi fate schifo!

    Scolate pus fideistico
    e scagliate anatemi dalle vostre labbra emorroidali.

    Ho visto migliaia di bambini girovagare come forzati dèmoni ovunque
    con le pistole in mano per le città di Dio – la morte antelucana, come compagna di strada.
    Tutta la terra, ho visto, dalle marce periferie dei sobborghi agli altari senza pietà
    celebrati dai tre culti mentecatti.

    Miliardi di orbite deturpate da miliardi di affilati cavalli di Frisia ho visto,
    e carovane di occhi, d’infanzie devastate, rotule piagate e disossate
    dai rostri aguzzini di frustate ferrigne di mistiche parole,
    e lingue ofidiche, come i loro passi ad ogni trivio,
    scarnire la pelle di lacrime ossute.

    Ah, sognano ancora lo zucchero filato per addolcire gli incubi,
    ma c’è polvere di sangue carbonioso sui pali dei patiboli!

    Sono posseduto e ossesso dal Tempo che s’incurva!
    Almeno in questo Dio non c’entra!
    La sua puzza alimenta i miei trionfi razionali.

    Ah, jeunesse dorée dai volti squamati,
    logorati dalla Grazia perduta!
    Bastiglie di tabernacoli, di candelabri, di palme dorate!
    Palizzate di trionfanti palinsesti le turrite dottrine,
    nastri funebri di neri arcobaleni
    per fedeli-infedeli da impiccare!

    Sono venuto a patti con la vita dei morti recidivi,
    per la mia Parola prima d’ogni vostro verbo.

    Avete inquinato il cielo coi miracoli, santi e profeti!
    Tutte le costellazioni,
    gli universi tutti lordati dal vostro alito divino!

    Tutte le religioni sono i gigolò della ragione!
    Le guerre sono il fallimento di tutte le religioni!

    Nerogiallo…
    biancogiallo…
    mezzaluna…
    questi vessilli
    dai colori mortali!

    Macellarono i cavalli nel giro d’uno sputo dai Via dei Cappuccini alla Marina
    e – non più la lanterna che sbatte sotto il traino, né il mosto del vinastro
    – non più il volpino latrante e il mio dormiveglia antelucano
    – non più i laceranti lamenti delle ruote asmatiche e ferrate

    Sul selciato d’ossa della mia consolare il fatale e palmato Oriente!
    Il disastro fu compiuto – secco! irrevocabile! – con una rovente scudisciata
    della Storia – sanguinarono le mie infanzie, come vulcani contro il sole!
    Le tradizioni le dicerie le superstizioni delle nere donne, incenerite!
    Non più i rauchi e striscianti mattini, le chiacchiere di cortili assonnati,
    i dialetti indemoniati dalle luci antelucane ai tramonti,
    non più le merde, le urine dei cavalli, lo zoccolìo familiare, e le scintille!

    Le lingue e i silenzi nella casa paterna reclamavano il mio nome originario.
    Il Tempo colava ruggine sui cardini incurvati dalla rotazione delle sfere.

    Io, fermo, come in moto, atterrito nella stanza dai miei stessi occhi,
    miravo generazioni marciare di là dalla finestra con altro movimento.
    Avanti… indietro… non capivo gli spazi e i tempi delle Risurrezioni.
    Io, un vivente recidivo! Il mio capezzale tracimava di angeli, di sante votive!
    Quale Male mi cullava inchiodato contro gli specchi e le vetrate?
    Le leggi erano terribili per un errore umano,
    o divino?

    Eretici e fedeli il cuore e la mia mente.
    Poesia, vattene, non amo la tua prigionia!

    Non so che farmene del sangue di quel calice, delle luci accese
    di quei sette candelabri, delle palme dorate che tradiscono l’Oriente.
    Il mio viaggio non prevede la fine alla stazione Termini dei loro paradisi:
    ho ancora il cervello pulsante dei miei Padri Precristiani!

    Ho il culto della vita nel presente, non l’inganno di una qualsiasi risurrezione.

    Padre,
    ho paura di questi dei terrestri!
    Dei teologi che osano studiare Dio… delle loro scritture,
    preghiere, promesse, perdoni!

    Ho paura delle guerre, delle loro apocalissi: ossari!

    Padre,
    ho paura che nell’erba bagnata dalla vita non troverò mai più un verso umano!
    Ho paura del tuo tradimento non voluto… ho paura…

    ho paura che ci sia troppo amore… nel Male!

    Vermicino, 3/4/5/6/9/10/17

  15. Boris Pasternak

    Valzer con lacrima

    Come io l’amo nei suoi primi giorni –
    Appena giunto dal bosco o dalla tormenta!
    I rami non hanno ancora vinto l’impaccio.
    I pigri fili non mostrano turbamento,
    E con una lenta luce cangiante
    Pendono come canutiglia d’argento.
    Il ceppo è protetto da un sordo manto.

    Indoratelo, rendetelo giulivo –
    Non batterà ciglio. Eppur così modesto
    In una lamina lilla e smalto turchino
    Lo avrete a mente finché esisterà l’universo.
    Come io l’amo nei suoi primi giorni,
    In una ragnatela o dall’ombra coperto!

    Nella prova solo stelle e bandiere,
    La malaga non hanno ancora messo.
    Le candele sembra non siano vere,
    Non fuochi, ma tubetti di rossetto.
    E’ irrequieto e ansioso come un attore
    Insieme ai suoi nella serata d’onore.
    Come io l’amo nei suoi primi giorni
    Tra le quinte con un gruppo di parenti.

    Le mele al melo, le pigne all’abete.
    Ma non a questo. Esso è nella quiete.
    E’ di un taglio assai diverso.
    E’ stato segnato, è stato prescelto.
    Per lui stasera comincerà l’eterno.
    Esso non teme affatto il detto.
    Un destino insolito gli è prescritto:
    Nell’oro delle mele, come profeta al cielo,
    Come ospite di fuoco volerà al soffitto.

    Come io l’amo nel primo momento,
    Quando l’abete è l’unico argomento!

    (traduzione di Paolo Statuti – 2018)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...