L’Uscita dallo stato di minorità della poesia italiana, Dibattito, Gruppo ’63, NOE, Avanguardia,Viaggio dell’io intorno alle «parole morte», Poesie di Eugenio Montale, Raymond Carver, Mario M. Gabriele, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Paola Renzetti – Dialoghi tra vari interlocutori 

Foto 12 espressioni femmli

Lucio Mayoor Tosi

di Raymond Carver:

Stava cercando di scrivere una poesia mentre fuori era ancora buio
quando provò la netta sensazione di essere osservato.
Mise giù la penna e si guardò attorno. Dopo un attimo
si alzò e fece il giro delle stanze della casa.
Controllò dentro gli armadi. Naturalmente, niente.
Comunque, non voleva correre rischi.
Spense tutte le luci e rimase seduto al buio.
Fumò la pipa finché la sensazione non fu svanita
e fuori si fece giorno. Abbassò lo sguardo
sul foglio bianco davanti a sé. Poi si rialzò
e fece ancora una volta il giro della casa.
Accompagnato dal suono del suo respiro.
Altrimenti, niente. Ovviamente.
Niente.

Giorgio Linguaglossa

 Viaggio dell’io intorno alle «parole morte». La fine di un Impero

caro Giuseppe Gallo, amici tutti e interlocutori vari,

tu, Giuseppe, scrivi: «Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”».

Ecco, sai, mi sento un po’ in imbarazzo a commentare questa sciocchezza di Zanzotto… penso che dopo la bomba atomica non rimarrà nulla e non me ne importa granché di alcune parole graffiate sui muri quando tutto il pianeta sarà morto, distrutto. Mi sembra una dichiarazione demagogica, falsa, intrisa di narcisismo, esternata in piena falsa coscienza. Una dichiarazione imbarazzante. Mi sembra una dichiarazione di un ubriaco di narcisismo.

La mia personale distanza da Zanzotto e da Sanguineti è abissale, la potrei misurare in miliardi di chilometri. Oggi parlare dell’avanguardia di Sanguineti e dello sperimentalismo di Zanzotto è come parlare delle monete d’oro romane trovate sotto un albero nei pressi di Grosseto. Venti anni fa furono trovate 490 monete d’oro nascoste in un vaso e seppellite sotto un albero, appena sotto la superficie del terriccio, a Sovana, nel luogo dove sorgeva una villa romana. Siamo intorno al 450 d.c. – Probabilmente, hanno scritto gli storici, una incursione di barbari nella villa romana. Il Dominus nella fretta nasconde o fa nascondere da un servo fidato le monete sotto un albero. Non sappiamo nulla di cosa sia accaduto, ma possiamo immaginarlo. Uomini e donne uccisi, il Dominus e la sua bella moglie assassinati, i soldati di guardia uccisi, i servi uccisi, la villa depredata… È la fine di un Impero, qualcuno oggi dirà.

Ecco, qualcosa di simile è accaduto in questi ultimi decenni in Italia. Era la fine di un Impero, un giorno dirà qualcuno leggendo magari le poesie di Gino Rago o di Mario Gabriele nascoste magari in un’anfora sotto un albero. I romani dell’epoca avevano la netta percezione della fine di un Impero, di una civiltà, i barbari uccidevano, depredavano, arrivavano ovunque… non c’era alcuna sicurezza personale e anche la vita di ognuno era in pericolo… Oggi tutti scrivono miliardi di poesie che nessuno leggerà, si confezionano letture pubbliche, si danno premi, si celebrano riti apotropaici, si scrivono il giorno dopo la caduta del ponte Morandi a Genova delle poesiuole sul ponte caduto… tutto in completa e totale falsa coscienza e millantato auto credito…

Noi, dico noi tutti, me compreso, invece non abbiamo ancora capito quanto la crisi in Italia e in Occidente sia stata e sia tuttora profonda, pensiamo che due giovinotti con pochi studi e tanta demagogia possa salvare il Paese. Io mi permetto di riderne.

Oggi parlare di «avanguardia» mi sembra del tutto fuori luogo, uno specchio per le allodole, cioè per gli stupidi e per gli imbroglioni.

Su queste colonne pochi giorni fa Tiziano Scarpa ha detto una cosa profonda, che lui nelle sue poesie adotta «le parole morte». Ecco, questo mi sembra un pensiero profondo: le parole che usiamo sono «morte». È da qui che bisogna ripartire. Ma, attenzione, se sono «parole morte» quelle che troviamo in giro, sono morto anch’io che le pronuncio, non vi pare? Siamo morti tutti noi che le pronunciamo! E quando noi della nuova ontologia estetica diciamo che impieghiamo in piena consapevolezza le parole delle discariche abusive, dei rifiuti, della “Terra dei Fuochi”, le parole delle ecoballe, imbalsamate e sigillate, che cosa facciamo? Facciamo, produciamo altre parole morte, siamo morti noi stessi che le adottiamo. La nostra è una poesia che puzza di morte, di cadavere! Noi abbiamo preso in parola le parole di Tiziano Scarpa!

Quando io ho fatto gentilmente presente a Tiziano Scarpa che, se le parole erano «morte», anche l’«io» che le pronunciava era «morto», che bisognava avere il coraggio di arrivare alle ultime conseguenze di quella affermazione che io ritenevo (e ritengo) fondata, e che questo aspetto delle cose non lo rinvenivo nella sua poesia la quale continuava invece a ruotare intorno al catafalco dell’«io» come se esso fosse ancora in vita e in salute, quando invece si trattava di un «morto», è accaduto che Tiziano si è ritirato sulla difensiva proponendo delle argomentazioni che avevano l’odore di giustificazioni. Penso che anche in arte, anzi specialmente in arte, un artista di valore deve essere conseguente e andare alla ragione ultima del suo discorso, senza compromessi.

Ed è quello che noi stiamo tentando di fare. Certo, lo capisco, è un discorso scomodo, forse, pensa la generalità, è meglio rimuoverlo, nasconderlo, parlare di altro, non è buona educazione mettere il dito nella piaga…

Dimenticavo di dirti, caro Giuseppe Gallo, dulcis in fundo, che la tua poesia fatta con gli stracci e gli scampoli e messa in distici mi sembra notevole. Non posso che augurarti di raccattare stracci e scampoli e rifiuti di qua e di là e poi di fare la somma degli addendi, vediamo che ne viene fuori.

Gino Rago

Seconda Lettera di Fiorenza M. (mai spedita)

Cara Rossella Farnese, caro Giorgio Linguaglossa,
sono ancora io, Fiorenza M.,

dal tesoro di carte di Vittoria-Cristina
ora ecco uno smeraldo.

Ma questo, vi prego, non parlatene per ora.
Ho portato tre rose, un vaso di confettura,

un libro che il Dr. Schlemmer mi ha mandato per lui.
È curioso. A poche persone ho pensato tanto negli ultimi mesi

come a questo bruttissimo ometto,
che potrebbe essere mio padre

e non fa nulla,
proprio nulla, per rendersi indimenticabile.

Per fortuna ieri l’altro la primavera è esplosa.
In poche ore Roma s’è avvolta nei colori,

mille verdi, e soprattutto mille gradazioni di rosso,
lilla, rosa pallido, viola.

Alberi di Giuda, siepi di rododendro, pergole di glicine, lillà.
Il fioraio dove ho comprato le rose per Alvaro

ha voluto farmi un « complimento»:
un mazzetto di ciclamini e myosotis.

È così bello intriso ancora di pioggia.
[…]
Due preti all’alba sui gradini di Trinità de’ Monti.
Dicono che a quell’ora vanno a dire Messa per i poveri.

 

Giorgio Linguaglossa

gentile Signor Gino Rago, Le accludo la mia replica in forma di missiva alla Sua.

uno sconosciuto con la redingote nera, lisa

«ah, la rosa, no!, né il giglio, né il lillà
solo consonanti e vocali nei miei versi

tutto quello che c’è, c’era già». disse proprio così
quel manigoldo che entrò dalla finestra. era infilato

in una redingote nera, lisa, con delle vistose toppe
ai gomiti, una camicia di bucato, agitò la farfalla à pois gialla

che pendeva dal collo e mi disse:
«nel Butan, caro poeta, ci abitano i watussi,

quelli alti due metri», poi si fermò pensieroso,
si alzò e fece il giro delle stanze della casa,

controllò dentro gli armadi, l’interno del frigorifero,
la gabbia dei canarini…

uno scricchiolio proveniente dall’armadio all’ingresso.
lo aprì di colpo, ma c’era il vuoto lì, non altro…

e, con passi felpati, si diresse verso la finestra aperta
che dava sul ballatoio condominiale…

e di lì sparì nel nulla, o meglio, dietro il nulla…

Mario M. Gabriele

Giorgio, ti chiedo se le grandi case Editrici sono a conoscenza del Progetto NOE? Si è aperto, non dico uno spiraglio, ma una caverna nel sottosuolo della parola, per portarla in superficie dopo tanti carotaggi. I punti di vista sono enormi. Schizzano forme linguistiche in una dialettica sempre più serrata e dichiarativa, all’interno di una nuova lessicologia.La lingua è morta, è vero, ma abbiamo il compito di scoprire le carte e curare l’afonia. Le giustificazioni, i report critici, il contraddittorio, ecc., sono le uniche armi di combattimento per chiudere un Impero e aprirne un altro. Il nostro Progetto non è che una interposizione della lingua poetica all’interno di un ricambio estetico, così come è sempre stato nella storia della poesia italiana.

A seguito di quanto sopra citato, riporto una mia poesia a sostegno di quanto da me affermato.

*
La tua storia è passata come la Pop Art.
Mutazioni colorate esprimono il tuo volto.

Le collezioni autunnali nelle passerelle di Milano,
mi riportano alla Ragazza Carla
-di anni diciassette, primo impiego stenodattilo-.

Ritrovo la retrospettiva del 65
in via Gattamelata, per un asset-based economy.

Oggi, a fare da transfert è il Sedatol,
come sonno pseudobiologico.

I nostri nomi li ha ridotti il tempo
per economia di lessemi.

Il granturco si è messo da parte
e le Melinde tardano a riempire gli scaffali di MD.

Un penny e un nichelino
sono il tributo che vuole questa vita.

-L’unica risposta
alla tomba di un bimbo è
stendersi lì accanto e giocare al morto-,
scrive Saint Giraud, come fosse Matsuo Basho
o Wang Wei.

Mi rischiara l’autunno i pensieri fossili
come foglie di frassino ai bordi delle ciminiere.

Sotto il cancello Arbeit macht frei passano i turisti.

-Il bacio è la tomba di Dio- dice il Signor Kappa.
Così riempio le giornate, vuote di canestri e prime rose.

L’universo riparte dalle stringhe.
Tace il Big Ben.

Una generazione dietro l’altra
trova posto nel giardino di Spoon River.

Un certo modo di sentire le parole
passa per Evergreen e le Guerre Stellari.

Abitudine di July è rifare il viso di Marilyn
come nella serie colorata di Warhol.

Mi distruggo se penso a te sul far della sera.
Ricomincia il giorno da zero.

Ci vuole solo un distico per scrivere un epitaffio.

Giorgio Linguaglossa

 Circa una Antologia della poesia italiana del secondo novecento che sarebbe dovuta uscire nel 2008 e non è mai stata pubblicata

caro Mario,

penso che gli «impiegati culturali» che presiedono le collane di poesia dei maggiori editori italiani siano molto infastiditi di quello che stiamo tentando di fare e facciamo, e lo capisco bene, per loro accettare che nella poesia italiana qualcosa si muova significa implicitamente riconoscere che la loro poesia è rimasta ferma nel passato e che la «nuova poesia» ha messo implicitamente la loro produzione nell’archivio del passato.

Mi conforta in questo pensiero il fatto che non una parola sia stata spesa dai rappresentanti dell’arco costituzionale della poesia italiana su un libro di 512 pagine come Critica della Ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), edito nel 2018 da Progetto Cultura di Roma. Loro hanno considerato il libro come indigesto perché (dal Loro punto di vista) non portava acqua al loro mulino bianco del passatismo. Addirittura, un autore che ha pubblicato tutti i suoi libri ne Lo Specchio mi ha scritto in una email una locuzione significativa: «non mi interessa», facendo trapelare chiaramente il suo disappunto e il suo menefreghismo verso tutto quello che stiamo facendo.

Una persona di cui non posso fare il nome mi ha confidato (in via strettamente personale) che è passata, nelle alte sfere degli impiegati addetti al settore poesia, una parola d’ordine: non fare il minimo accenno alla «cosa» che stiamo facendo, di non citarci mai, di non fare la benché minima azione che possa essere interpretata anche come un riconoscimento implicito del fatto che esistiamo e che stiamo lavorando per la nuova poesia. Silenzio assoluto su tutto il fronte. Ma noi sappiamo che il silenzio è molto più assordante delle parole, noi portiamo avanti idee, non dei carciofi, che mettiamo a disposizione di tutti coloro che vogliono capire; le idee sono gratuite e, prima o poi, dilagheranno… Anche perché dal versante opposto non pubblicano nulla di interessante da almeno trenta anni. Sono trenta quaranta anni che non leggo, da parte di questi impiegati addetti al settore cultura, neanche una riga di riflessione sulla poesia mondiale che possa essere qualificata come lavoro di ricerca e di critica. La Loro produzione poetica è relegabile nella categoria dell’epigonismo di maniera, produzione di opere soporifere… soap poetry.

È ormai notizia diffusa che dieci-dodici anni fa doveva uscire per Feltrinelli una Antologia della poesia italiana del secondo Novecento(in due volumi) curata da un noto poeta milanese. Bene, il lavoro fu fatto e il poeta venne ricompensato con un assegno succoso, ma l’antologia non venne mai alla luce perché nell’intertempo era intervenuto un ordine dall’alto, un ordine interdittivo di cancellare dalla antologia 10 nomi (tra i quali c’era anche il mio). Il curatore ovviamente si rifiutò di ottemperare all’invito, e l’antologia non vide mai la luce. Inutile dire che l’ordine interdittivo era partito dall’alto, da molto in alto. Dal punto più «alto» della poesia italiana.

Lucio Mayoor Tosi

Dove sta il problema? Alle prossima fiera del libro basterà darsi una chiara identità… selezionare un prodotto, decidere una strategia di comunicazione, ecc. Puntare su Cristiano Ronaldo, o fare gruppo.
Non piace questo modo di ragionare? Eppure va così, che il mercato è composto da numeri, non da persone. È principalmente commercio…

Giorgio Linguaglossa

L’ispirazione del poeta: «la musa spaventacchio» di Eugenio Montale (la versione in distici è, ovviamente, mia)

Eugenio Montale

La mia Musa (da Diario del ’71 e del’72)

La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei più ) che mai sia esistita.

Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.

Sventola come può; ha resistito a monsoni
restando ritta, solo un po’ ingobbita.

Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,

finché potrò vederti ti darò vita.
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio

di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita

di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
e con quella dirige un suo quartetto

di cannucce. È la sola musica che sopporto.

Eugenio Montale

La lingua di Dio (da Diario del ’71 e del ’72)

Se dio è il linguaggio,
l’Uno che ne creò tanti altri per poi confonderli
come faremo a interpellarlo e come
credere che ha parlato e parlerà
per sempre indecifrabile e questo è
meglio che nulla. Certo
meglio che nulla siamo
noi fermi alla balbuzie. E guai se un giorno
le voci si sciogliessero. Il linguaggio,
sia il nulla o non lo sia,
ha le sue astuzie.

 Commento di Eleonora Anselmo, (classe V B(Asti, Liceo Classico ‘V. Alfieri’, 2018,
Prof.ssa Rossana Levati, coordinatrice, del Progetto)

 Il linguaggio di Montale

Il poeta del Novecento spesso si interroga su quali parole usare ed ecco Montale orientarsi, da Satura (1971) in poi, verso un linguaggio sempre più prosastico, che ben si distanzia tuttavia dal “pauperismo evangelico” rinfacciato a Pasolini nella “Lettera a Malvolio”, orientandosi verso tecnicismi e immagini di storia.

A partire dagli anni Settanta sempre più spesso Montale allude a una “balbuzie” che segna il linguaggio umano in generale, e anche quello poetico. Una balbuzie che porta il linguaggio umano, ormai lontano dal linguaggio di Dio, l’unico assoluto, alla imperfezione, a un “mezzo parlare” che lo allontana dalle certezze e dalla verità: al poeta resta la dimensione dello scetticismo, della distanza ironica dal lettore e interlocutore, della interruzione o deformazione di ogni comunicazione, a cui spesso allude per esempio nelle poesie in cui descrive le telefonate “distorte” o errate ricevute da persone conosciute o sconosciute, che magari parlano “un’altra lingua” (come Celia la filippina in “Xenia” o le voci inattese di “A tarda notte”). E’ quindi, la sua, una posizione di ripiegamento e di sfiducia nel valore della parola poetica, quasi sopraffatta dalle troppe parole dell’oggi.

Strettamente connesso al tema delle parole è quello dell’ispirazione: la Musa, per Montale, non si trova sul Parnaso, come in ogni autore della classicità, bensì è lontana, si direbbe che mai sia esistita. È collocata in un ripostiglio teatrale, indossa i panni dello spaventacchio, ma il poeta la invita a resistere in un mondo che vorrebbe cacciarla via. Si può notare che il termine “cannucce” contrapposto alle canne dell’organo auliche caratterizza la materia di Montale che parte dal basso, dal piccolo e da ciò ne consegue il linguaggio.

Il discorso di Montale è sempre un discorso di tono e timbro familiare, potremmo dire borghese. Sono scene individualizzate, episodi, parentesi: ogni cosa è valida solo se si ferma in un ritmo come un “umore” che si modula e trasforma. Trasmette l’esperienza di un uomo che sente intimamente il dramma dell’inconciliabilità tra la vita e la parola, tra una sensibilità capace di cogliere gli aspetti più nascosti dell’esistenza e l’impossibilità di tradurre le sensazioni in parole, il ‘muro’ che impedisce di attingere alla vita.

Dice infatti Montale in “Domande senza risposta”: “se il nome fosse una conseguenza delle cose, di queste non potrei dirne una sola”, ma è evidente, da come viene posta questa ipotesi, che tra nomi e cose rimane una separazione che rende le cose impenetrabili, intangibili dalle parole.
La poesia “La mia Musa” appartiene al Diario del ’71 e del ’72, raccolta priva di un baricentro tematico, ma avente struttura ideologica centrifuga, frammentata, diversificata, venendo trattata in modo esplicito, ragionativo, discorsivo e colloquiale la materia che prima era presentata sotto il velo allegorico e simbolico.

La Musa ora è trasfigurata, ma non viene ipostatizzata, al contrario è abbassata, parte dal suolo e non dal cielo. Questo spiega il nesso che Sanguineti intende: dall’ideologia segue il linguaggio. Ad un ‘abbassamento’ della Musa che scende dal Parnaso non può non seguire anche una diminuzione del livello del linguaggio. La poesia appartiene alla raccolta Diario del ’71 e del ’72, la quinta nella sua produzione: la parola stessa , vuota e neutra, vuole probabilmente indicare, oltre che la registrazione dei fatti quotidiani, anche la maggior vicinanza alla prosa e la natura quasi di “appunti” delle poesie proposte. La matrice prosaica risale già a Satura: un ‘pasticcio’ che intride la poesia con la prosa.
Nella sua dichiarazione di poetica, Sulla poesia, Montale analizza “lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere”, in cui la poesia non può sopravvivere, inghiottita dall’universo delle comunicazioni di massa: evoca quasi, nella terza strofa, la selva oscura dantesca, nel “quasi a dirmi cammina non temere, finché potrò vederti ti darò vita” e Montale è il Virgilio che vuole portare in salvo Dante, la poesia.

E’ una musa che si rifà a Blake e Baudelaire: testo non invocativo, ma narrativo e di constatazione che cela dietro lo “spaventacchio” una figura mista, di coincidentia oppositorum: anche sul piano del significante si intrecciano due dorsali timbriche, la vita (esistita-vita-resistito-ritta-riempita) e lo spaventacchio che riporta alla morte oscura.
Ma è importante sottolineare infine che essa non conduce all’impossibilità di fare poesia: la Musa si è solo ingobbita, ma “solo un po’” e anche se scarnificata, ridotta a “cannucce” rispetto all’alta Musa della classicità, è la sola musica” che l’autore sopporta, cui non può, per questa ragione, rinunciare.

Giorgio Linguaglossa

Il Signor Nulla ha preso stabile dimora nella forma-poesia

Ho suddiviso in distici la poesia di Montale per sottolineare come il poeta ligure, pur con delle simiglianze notevoli con i poeti della nuova ontologia estetica, tuttavia è un poeta pre-NOE. Lui poeta dal punto di vista di un «soggetto» ancora ben stabilizzato nel mondo che si concede l’arma appuntita dell’ironia. Quindi è un «io ironico» che prende la parola, un «io» che sta ancora al centro del suo universo di parole, al centro del suo discorso poetico. È ancora un «io» centrato.

Al contrario, nei poeti NOE (Giuseppe Gallo, Gino Rago, Mario Gabriele e il sottoscritto e gli altri), l’«io» si è decentrato, assottigliato, il «centro» locutorio se l’è preso qualcun altro, l’«io» è diventato eccentrico, ex-centrato, si è de-centrato. E questo è senz’altro dovuto al processo storico che è intercorso dal 1971-72, data di inizio della stesura dell’ultima poesia montaliana e il 2018, data di composizione delle nostre poesie in distici. È la storia che fa la differenza, o, se si vuole, il Fattore T (il tempo).

Durante questo interregno del Fattore T (il tempo), la crisi globale ha colpito in modo perentorio e aspro il nostro Paese ed ha investito anche la poesia, determinando le mutazioni interne della forma-poesia. In particolare, vorrei osservare che la condizione del nichilismo in Italia si è nel frattempo aggravata, il Signor Nulla è entrato con prepotenza nella forma-poesia decentrando il soggetto e confinandolo in luoghi periferici, eccentrici, non concedendogli alcuna funzione all’interno della forma-poesia. Ecco la ragione che ha condotto alla «debolezza della ragione poetica» della «nuova ontologia estetica», la «debolezza», come un cancro maligno, si è stabilita nei polmoni della forma-poesia determinando la dissoluzione e il de-centramento del soggetto. Non a caso la tematica centrale della nuova poesia è il «nulla», ormai i mocassini di questo «ospite ingombrante» (dizione di Heidegger) scricchiano sul parquet della nostra abitazione un po’ ovunque, e noi «non possiamo fare altro che guardarlo bene in faccia», come dice Heidegger, al quale lascio la parola:

«Esser-ci vuol dire: essere tenuto immerso nel niente (Da-sein heisst Hineingehaltenheit in das Nichts). Tenendosi immerso nel niente l’esserci è già sempre oltre l’ente nella sua totalità. Questo essere oltre noi lo chiamiamo trascendenza (Transzendenz). Se l’esserci, nel fondo della sua essenza, non trascendesse, ossia, come ora possiamo dire, non si tenesse immerso fin dall’inizio nel niente, non potrebbe mai riferirsi all’ente, e quindi neanche a se stesso. Senza un’originaria rivelazione del niente non c’è un esser-se-stesso, né una libertà. Si è così ottenuta la risposta alla questione sul niente.. Il niente non è un oggetto, né in generale un ente. Il niente non si presenta per sé, né accanto all’ente a cui pure inerisce. Il niente è la condizione che rende possibile la rivelazione dell’ente come tale per l’esserci dell’uomo. Il niente non esprime solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essenza dell’essere stesso. Nell’essere dell’ente avviene il nientificare del niente (das Nichten des Nichts)».1

1] M. Heidegger, Was ist Metaphysik? (1929); tr. it. Che cos’è metafisica?, in Segnavia, Adelphi, Milano 1987 pp. 70-71

Giuseppe Gallo

Caro Giorgio Linguaglossa,

posso capire la tua “personale distanza da Zanzotto e Sanguineti”. Le loro poetiche sono state due esperienze della nostra storia letteraria. E va bene. Lasciamole alla storia. Nel momento in cui hai postato alcune poesie di Laborintus, io non ho pensato che tu volessi farti fautore del suo spirito avanguardistico, infatti precisavo che “Il confronto tra la scrittura di Cristina Campo e quella di Edoardo Sanguineti è denso di significati, espliciti ed impliciti. Nei fatidici anni ’50 convivevano le istanze più disparate…”. Era la mia una pura e semplice presa d’atto del contributo di Sanguineti allo svecchiamento della paludata tradizione accademica nostrana. E tutto mi lascia ritenere che tu sia d’accordo con ciò. E veniamo allo spunto polemico su Zanzotto. Riporto integralmente quanto ho scritto: «Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”». Sono d’accordo, e quindi sono anche d’accordo con ciò che affermate contemporaneamente sia tu che Gino Rago rispetto alla poetica della Noe e in duplice direzione;… “,- ecc.

A differenza di Tiziano Scarpa, come tu riporti, non vorrei anch’io ritirarmi sulla difensiva, ma l’immagine di Zanzotto riguardante “la parola poetica” come “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica” l’avevo presa in considerazione perché ancora più radicale delle “parole morte” di Scarpa e degli “stracci” della Noe. Se muoiono le parole che dobbiamo dire degli uomini? D’altronde lo riaffermi anche tu. “Facciamo, produciamo altre parole morte, siamo morti noi stessi che le adottiamo”. Logica vorrebbe che le ecoballe “imbalsamate e sigillate” siano meno pestifere di una deflagrazione atomica… o no?
Colgo l’occasione per ringraziare Gino Rago sia per quanto dice su Arringheide sia per quanto riguarda il mio tentativo di immettermi “nella fitta boscaglia della poesia in lingua”.

Mauro Pierno

La Musa Perpetua

Di questo ti nutri di scarti di luce, di altro,
pigmenti di vita, di colori?

Colori sbiaditi, odi incomprese, parole?
Stai comodo, l’obesa virtù

anch’essa sublime, t’osserva sospesa,
a scatti ti segue la Musa Perpetua,

registra ogni istante, registra ogni cosa.
Miserere del tempo, miserere degli uomini. T’osservo guardarmi!

Di questo dunque tu soffri, poeta? Registrati allora, declina i tuoi dati
che ella sappia, che usi, che elabori i tuoi casi.

Paola Renzetti

Il prato dei conigli

Ancora per poco resta il giorno
e quel brucare
che i piccoli, da soli
hanno imparato.

Una donna in veste nera
cammina con il figlio.

Le gazze volano giù
una alla volta.

Dallo steccato
al cellulare

una lingua dell’Est
sul prato dei conigli.

Più lontano

Una danza di ragni tessitori
lungo le paglie del riso
mozzate. Viene l’Inverno.

Arazzo invisibile, il sole
ne rivela la trama
l’ordito di fili
fregiati di luce.

Giuseppe Gallo

Caro Giorgio Linguaglossa, generalmente non sono solito dilungarmi in questi interventi. Questa volta sarò meno laconico.
La notte del 28 giugno 1938 Walter Benjamin fece un sogno che in seguito così descrisse:

«Mi trovavo in un labirinto di scale. Questo labirinto non era coperto dappertutto. Salivo; altre scale conducevano giù nella profondità. Su un pianerottolo mi accorsi che ero arrivato su una vetta. Mi si aprì un’ampia vista su tutto il paesaggio. Vidi altri ritti su altre vette. Uno di loro fu preso improvvisamente dalla vertigine e precipitò. Questa vertigine di estese; altri precipitarono da altre vette nell’abisso. Quando fui afferrato anch’io da questa sensazione, mi svegliai».

( W. Benjamin, Avanguardia e rivoluzione; Einaudi, To. 1973, pg.227).

Un’altra volta scrisse che “Il labirinto è la via giusta per chi arriverà, in ogni caso, sempre troppo presto alla meta.”
E Sanguineti parlando dell’avanguardia, in un saggio del 1963, affermava: “per tutto l’arco romantico e borghese, tutta la verità occulta dell’arte sta nell’avanguardia, che ne confessa indiscretamente il meccanismo nascosto, e in cui, finalmente, tutto il movimento della cultura romantica e borghese precipita come forma logica”.

Tra il sogno di Benjamin e questo giudizio di Sanguineti sull’avanguardia c’è più di un legame. Tra questi due elementi vedo una relazione profonda e implicazioni ragguardevoli.
Le caratteristiche oniriche assumono in Sanguineti un carattere logico-operativo che supera le forme espressive, ma lascia inalterata la “struttura mitica” di riferimento. L’avanguardia di Sanguineti altro non è che quel “labirinto di scale” presente nel sogno di Benjamin; la “verità occulta” di cui è portavoce ogni avanguardia non è altro che la “vetta” da cui si precipita nella voragine.

Oggi, a distanza di anni, dici bene Caro Giorgio, ” …io ho questo vantaggio, di essere testimone di una decadenza che soltanto chi vive a Roma e ha un po’ di corti circuiti mentali se ne può accorgere…”. E in questa decadenza mettiamoci tante altre cose: la letteratura, l’arte, la civiltà dei costumi, la civiltà politica, il ruolo degli intellettuali, e via di seguito. Che dobbiamo fare? Dobbiamo tentare di svegliarci e liberarci dall’enigma del labirinto? Lo fanno tutti. Lo fanno in tanti. Si risvegliano, si programmano, si ristrutturano e l’esistenza continua. Il nostro destino è, invece un altro! Noi non possiamo far altro che precipitare, cadere dalle vette e spiaccicarci nel nulla e nell’insignificanza. Ma questo nulla deve considerarsi anche autodistruzione? No! Io, personalmente, di fronte al labirinto ho sempre brividi di paura, sono portato all’esitazione, a un moto spirituale che mi crea tensione, ma so anche che il labirinto è un luogo in cui si giunge per perdersi, per denudarsi e per svelare se stessi. Quando Sanguineti incontrò il Laborintus era appena ventunenne. Eppure l’affrontò con il disegno di semplificare i percorsi tortuosi, di ridurre ed estirparne la “complicazione”, di risolvere l’inganno e il mistero in un “chiaro globo”, in una “estensione chiara”, in “chiaro odore di funghi”. I vuoti e i pieni, le vette e le voragini, con la loro presenza-assenza, materializzata da un linguaggio “sperimentale” mai sperimentato prima, intrecciano intorno al suo giovanissimo fantasma poetico un altro universo di tensioni e tranelli, di ambiguità e ambivalenze. Così a nuove domande si affiancano nuove risposte:
“…: o tutti ( a mia moglie) non preparano ( dissi) i BUONI CITTADINI? ( e noi prepariamo, noi, i rivoluzionari…).

Ecco l’ingenuità… storica! Il mondo cambiava radicalmente. Giorno per giorno. Dalla sera alla mattina. Tutto precipitava. Tutto tracimava. Non c’era più distinzione fra il “piangere” e il “ridere”, tra la morte e la vita, tra la delusione e l’illusione, tra la speranza e la disperazione:

“piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero
Bosch in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno
con tredici righe, un’azione della Montecatini:
piangi piangi, che ti compero
una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,
un robot…”

È poco tutto questo per un poeta al suo primo impatto con il sistema? A me non sembra. Dopo Laborintus  Sanguineti è finito come poeta? Potrebbe anche darsi.
Ma se oggi noi possiamo citare tranquillamente Barthes, Foucault, De Saussure, Lacan, Derrida, Lévi-Strauss e così via, lo dobbiamo all’impatto che lo sperimentalismo avanguardistico di Sanguineti ha provocato nel piattissimo panorama culturale italiano del periodo. Ma come ogni operazione culturale, borghese, perché non c’è altra cultura se non quella cosiddetta borghese, ha svecchiato… il mondo non si fa trasformare dai rivoluzionari di professione, figurarsi dagli intellettuali!

Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”. Sono d’accordo, e quindi sono anche d’accordo con ciò che affermate contemporaneamente sia tu che Gino Rago rispetto alla poetica della Noe e in duplice direzione; sia rispetto al fatto che
“La poesia la trovi nelle discariche delle parole, nelle parole abbandonate perché non più utili, che non servono più a niente… tutto il resto, quello che si legge oggidì, sono superfetazioni letterarie… la Musa la trovi tra il rancido delle discariche piuttosto che nei salotti del dolore manifesto…
La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole appiccati dai piromani e dagli imbroglioni di parole, dagli imbonitori di parole…”

sia sul fatto che (riassumo) l’io, la coscienza, la pura e semplice soggettività non abbiano più alcuna possibilità di ordinare la realtà e di sovraintendere alla legislazione del mondo.
Allora? C’è un problema? E quale sarebbe?
Credo che sia sempre lo stesso.
Ogni Avanguardia è un tentativo. È un’esperienza. E quella della Noe ha la sua ragion d’essere, come la possedeva il Gruppo ’63, tanto per rimanere nello stesso paesaggio. Tanto più oggi, quando la poesia è determinata dal mercato delle maggiori case editoriali. Ogni istanza innovativa obbedisce all’esigenza di “rintracciare un modello” per sviluppare percorsi alternativi, per rintracciare autori esemplari che ci sorreggano durante il viaggio. E questo è un bene. A ciò ci spinge quella vis poetica che vive dentro ognuno di noi. La forma poesia persiste sempre e comunque. E non in termini fideistici. Piuttosto porrei un’altra domanda. Come mai si comincia a produrre poesia con le caratteristiche della Noe, mentre la forma romanzo non germina ancora?

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30 commenti

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30 risposte a “L’Uscita dallo stato di minorità della poesia italiana, Dibattito, Gruppo ’63, NOE, Avanguardia,Viaggio dell’io intorno alle «parole morte», Poesie di Eugenio Montale, Raymond Carver, Mario M. Gabriele, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Mauro Pierno, Paola Renzetti – Dialoghi tra vari interlocutori 

  1. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:

  2. Giuseppe Gallo

    Voglio morì cò tutto l’oro addosso anch’io… il problema è che non indosso nemmeno carta stagnola!

    Sul dorso del drago

    Vuoi sapere se la tua anima è sostanza?
    Tra noi lo spazio di un sedile vuoto.

    Un ghibli sulla mano di Virginia
    e un lupo d’ombra alle sue spalle.

    Le Black weeks sono iniziate, cosa aspetti?
    Vendo. Vendo tutto. Anche “Se questo è un uomo”.

    Il drago viaggiava su nuvole malferme
    e per tre volte s’arenò sull’identica sabbia.

    Vendo. Vendo tutto. Anche “Il caso e la necessità”.
    Per tre volte rimase senz’anima.

    Forse la sostanza è il sogno che sogna se stesso.
    Quante ombre fanno un uomo?

    A questo punto ciò che conta
    è il “fact-checking” scientifico.

    Vendo. Vendo tutto.
    Anche questi quattro salti di paura in the world of words.

  3. Forse non ce ne siamo accorti, ma noi della NOE di fronte alle prime prove linguistiche e strutturali, siamo stati un po’ timidi e indecisi se fare poesia nuova o riproporre il cartame linguistico del Novecento. La Rivista ha fatto da Officina ad ogni proposta lessicale. Si è battuta su ogni controversia venutasi a creare nel corso dei diversi dati linguistici. C’erano pochi attrezzi di bancone, per creare un edificio nuovo,tra ribaltamenti e saltellamenti da un verso a un altro.La caduta dell’IO nell’inceneritore ha portato ad un nuovo Tempo ritrovato.

    E’ stata una risalita verso la superficie ozonica.Lo stile si autoesclude da ogni lirismo e alchimia linguistica.Punta oggettivamente ad una Illuminazione intellettuale e morale.Forse è la situazione precaria ed esistenziale in cui si trova l’uomo di oggi, a dover affrontare e a cercare salvataggi estremi.

    Paolo Mauri sulla antologia del secondo Novecento di Cucchi e Giovanardi rileva che la poesia ” qualsiasi essa sia nel tempo, nel bene e nel male, sta a segnalare altri momenti di riflessione su l’essere poeti e sullo scrivere poesia: momenti con i quali il confronto è più che inevitabile, necessario”.

    Il confronto, stando alle rilevazioni dialogiche sulla Rivista, è spesso conflittuale e di alta tensione, sia per chi sostiene la linea tradizionale, fatta di elegia e di emozioni, sia per chi analizza la necessità di affrontare il problema del mondo contemporaneo, pieno di mutamenti estremi, con l’introduzione della robotica e di altre immissioni tecnologiche, apportando criteri nuovi ed estetici nella poesia.

    Il punto decisivo è la frattura tra antico e postmoderno: ossia tra ciò che è stato fatto in passato, e ciò che si viene a determinare nel presente. Si tratta, in effetti, di un nuovo realismo sociale e culturale, come sopravvivenza della poesia non tenuta in conto dal quarto Potere. Non ci si può stupire se di fronte al mercato capitalistico delle grandi case Editrici, la buona poesia resti al di fuori di qualsiasi proposta innovativa. E’ il rischio che si corre tutte le volte che cambia il sistema operativo della parola e dell’offerta strutturale come realtà esistente.

    • caro Mario,
      oggi che nei media si discute di inceneritori sì e inceneritori no, la rivista ha imboccato una direzione precisa, che del resto non aveva alternativa, andare avanti nella ricerca, imprimere una accelerazione alla ricerca, ed era la ricerca stessa che ci poneva davanti la necessità di gettare nell’inceneritore le ricette stantie di una poesia elegiaca o toponomastica incentrata sul pronome personale di prima persona, quel bric à brac ormai era asfissiante, una banalità insormontabile che non interessa più nessuno… bisognava dare un forte scossone a quell’edificio che i passatisti e gli ottimati volevano immobile ed eterno, e l’abbiamo dato. Ma non mi faccio illusioni, la strada è ancora tutta in salita. Quello che mi colpisce è l’assenza di veri interlocutori… Era immaginabile: si sono scambiati la parola d’ordine di circondarci con una cortina fumogena di silenzio, quasi volessero esorcizzare il nuovo che avanza senza rendersi conto che sarà la stessa cortina fumogena ad asfissiarli, in verità non hanno strumenti, non hanno idee, non hanno contenuti, ecco la ragione del loro silenzio. Che cosa potrebbero dire? Sono incapaci di dialogo, incapaci di avere idee, il dialogo stesso li scoprirebbe…
      Ecco una frase che fa al caso nostro, è di Zygmunt Bauman:
      «Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. Nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori».

  4. Nelle boutique del centro l’attesa della stesura ha complicato il taglio del silenzio,

    si abilitano abiti di manichini in serie.
    L’abbandono delle mani, pure esplicito,

    allinea frotte di soli sarti in regola.
    Si odono solo ininterrotte forbici.

    In strada corrono solo scampoli di parole.

    (rivista e corretta)
    Grazie OMBRA.

  5. La poesia come forma di spazializzazione e di temporalizzazione del narratum
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/19/luscita-dallo-stato-di-minorita-della-poesia-italiana-dibattito-gruppo-63-noe-avanguardiaviaggio-dellio-intorno-alle-parole-morte-poesie-di-eugenio-mont/comment-page-1/#comment-39688
    Proviamo a pensare in un altro modo, in modo nuovo alla poesia e al romanzo come forme di «narratizzazioni», cioè esposizioni di fatti in un ordine grammaticale, sintattico e unitemporale che adottiamo dalla tradizione della forma-poesia e della forma-romanzo, ovvero, da una convenzione linguistica e quindi sociale. La più semplice e più diffusa forma di «narratizzazione» è quella che si incentra su di un soggetto che affabula di cose in un ordine temporale prestabilito dalla convenzione e nelle forme ereditate da una convenzione.

    Ciò significa che una convenzione è nient’altro che un «patto» concordato tra tutte le emittenti linguistiche affinché vi sia la maggiore comprensibilità possibile. Ma è chiaro quindi che qui stiamo nell’ordine di una convenzione concordato tra i componenti di una comunità linguistica, non c’è un decreto divino che regola il «patto». Ecco il punto. La nuova poesia intende non riconoscere più un valore assoluto a questo patto ma un valore storico e relativo, e per far questo si affida ad altri «concordati», cioè alla presentificazione in un unico contesto linguistico (poesia o romanzo) di più fatti che avvengono in più tempi e in più spazi, la fine del soggetto monocratico che, come un direttore d’orchestra, dirige e fa da spartitraffico, viene così meno la necessità di un «direttore d’orchestra», viene meno la centralità del soggetto poetante. È ovvio che in questa nuova formulazione della «narrativizzazione» in poesia e nel romanzo, si aprono infinite possibilità di costruzione romanzesca e poetica che richiederanno una compresenza di tempi e di spazi e di immagini in un unico testo.
    Mi sembra molto chiaro. E questa è appunto la nuova ontologia estetica.

    Scrive Julian Jaynes:
    «Se ci viene chiesto di pensare contemporaneamente a un pascolo di montagna e a una torre, noi automaticamente conciliamo le due richieste facendo sorgere la torre sul pascolo. Ma se ci viene chiesto di pensare al pascolo di montagna e a un oceano nello stesso tempo, la conciliazione tende a non verificarsi ed è probabile che noi pensiamo prima a una delle due cose e poi all’altra. È possibile combinarle assieme solo per mezzo di una narrazione. Questo processo è dunque governato da principi di compatibilità, i quali sono princìpi appresi e si fondano sulla struttura del mondo
    […]
    la conciliazione raccoglie assieme le cose come oggetti coscienti, esattamente come la narratizzazione combina assieme le cose nella forma di una storia. E questa combinazione di elementi in un tutto coerente o probabile viene eseguita secondo regole che si sono formate nella nostra esperienza.
    Nella conciliazione noi facciamo selezioni o narratizzazioni compatibili fra loro, esattamente come nella percezione esterna i nuovi stimoli vengono portati in accordo con la concezione interna».1

    Se leggiamo ad esempio una poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo che ci sono una serie di immagini che si susseguono una dopo l’altra ad una velocità maggiore della velocità di ricezione del lettore, così che il lettore mentalmente è portato a rallentare la lettura e a disporre le immagini da sinistra a destra in un ordine di lettura che segue l’ordine temporale dell’atto della lettura, nel far ciò traduce automaticamente il disordine delle immagini in un ordine temporale che è l’ordine della lettura, «ma nel tempo non ci sono una sinistra e una destra, ma solo un prima e un dopo, e il prima e il dopo non hanno alcuna proprietà spaziale, se non per analogia. Non si può assolutamente pensare il tempo se non spazializzandolo. La coscienza è sempre una spazializzazione in cui il diacronico è trasformato in sincronico, e in cui ciò che è accaduto nel tempo viene selezionato e visto in giustapposizione spaziale. Questa spazializzazione è tipica di ogni forma di pensiero cosciente».2

    1 Julian Jaynes, The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind, 1976, tr. it. Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi, 1984 p. 90
    2 Ibidem p. 84

  6. Salve, Il lavoro che fate da anni ed infine coagulato nel NOE e’ certamente il frutto migliore del web poetico italiano di questo decennio, che per il resto si e’ completamente estinto e trasformato in zombie dell’autismo corale definito dal poeta scaracchiante ma poeta Franco Arminio; rimane altro solo il blog di poesia della RAI, che fa da velina quotidiana del settore e mantiene una sua importanza. Lascerei perdere l’editoria maggiore, oramai fatta da rimbambiti per rimbambiti o da ragazzotti per ragazzotti. Credo che l’azione strategica del gruppo NOE dovrebbe mirare alla diffusione a tappeto del volume, peraltro di assai difficile reperibilita’: licenziare magari il 10% iniziale in forma di .pdf gratuito, come consentito dalle leggi per pubblicita’ editoriale e come gancio per arrivare ai pochi e dispersi coltivatori competenti di questa forma d’arte? Saluti e buona fine d’anno. Giuseppe

    • Mi scuso per l’auto-risposta, mi e’ stato chiesto -non da questo gruppo- di elaborare rispetto al commento qui sopra ed e’ assai comodo farlo qui. Il “poetico” liquido inteso come fantasmino idealizzato dei buoni sentimenti di una volta, dell’autoterapia attorno al fuoco, del senso comunitario rispetto alle tradizionali divisioni identitarie rispetto a censo e cultura, e’ oggi estremamente in auge a cavallo del nuovo populismo anti-elitario, ecco perche’ si vende qualche libro di versi in piu’ rispetto a cinque anni fa. E’ invece del tutto scomparso sui media pubblicistici e sul web di settore il discorso sulla “forma”, da sempre agonistico, agnostico, non democratico e classificatorio, quindi divisivo. Rimangono le sciocchezze piagnone alla Le Parole e Le Cose sul ruolo perduto del liceo classico e dei discorsi tra poeti opposti come ministri degli esteri in missione. La NOE di Linguaglossa e sodali si inserisce con spinta nel solco della “forna” e prosegue letterariamente i discorsi delle due antologie migliori di dieci anni fa ossia Parola Plurale (Sossella) e Dopo la Lirica (Einaudi). Gli esiti anche mediatici dei poeti che si cimenteranno su questo manifesto ne definiranno le fortune nel medio termine, altrimenti rimarra’ un artifizio del tipo New Italian Epic di Wu Ming 1, una baggianata volontaria contrapposta al realismo nel quale affonda da sempre la migliore prosa scritta dopo l’Unita’ d’Italia. Non mi addentro in politicizzazioni della NOE e nel suo sguardo europeo, basta peraltro leggere anche qui in colonnino la contrapposizione fra Penna e Transtromer. Che volete quindi che dicano gli interlocutori dell’editoria maggiore, morti di minimalismo e piagnistei?

  7. Invito tutti i lettori che si riconoscono nella nuova poesia che abbiamo definito «nuova ontologia estetica» a postare una poesia esemplificativa di questo nuovo orientamento di ricerca. Per parte mia, ecco qui un mio inedito tratto dalla raccolta inedita La notte è la tomba di Dio.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/19/luscita-dallo-stato-di-minorita-della-poesia-italiana-dibattito-gruppo-63-noe-avanguardiaviaggio-dellio-intorno-alle-parole-morte-poesie-di-eugenio-mont/comment-page-1/#comment-39703
    Giorgio Linguaglossa
    Il bacio è la tomba di Dio

    La torre del faro nella pianura di neve.
    «Il bacio è la tomba di Dio».

    C’erano scritte queste insensate parole
    sopra l’ingresso della torre…

    Ma forse non era quella la torre ma un’altra
    che si trova in Siberia, nei pressi del polo artico

    dove sorge un’isba; nell’isba c’è Evgenia Arbugaeva
    sulla sedia a dondolo, osserva la distesa di neve.

    Un pianoforte a coda nella neve suona Lux Aeterna di Ligeti.
    C’è scritto: «Hic incipit tragoedia» e, nello spartito,

    le parole di Ubaldo de Robertis sull’universo ad anelli.
    [Nell’universo c’è un punto. Uno solo, così trascurabile…]

    La musica incontraddittoria si solleva dalla neve eterna.
    Diventa luce.
    […]
    La gondola è vestita a lutto. Carica di morti. Affonda.
    Nella picea onda del Canal Grande.

    Ponte degli Scalzi.
    L’appartamento di Anonymous sul Canal Regio.

    Uno spartito aperto sul leggio: La lontananza nostalgica.
    Il vento sfoglia le pagine dello spartito.
    […]
    Tre finestre. Lesene bianche. Canal Regio.
    Due leoni all’ingresso divaricano le mandibole.

    [Se ti sporgi dalla finestra puoi quasi toccare
    il filo dell’acqua verdastra. Laguna di vetro.]
    […]
    Madame Hanska si spoglia lentamente nel boudoir.
    Ufficiali austriaci giocano a whist mentre il Signor K asserisce:

    «il tavolo cammina e non cammina perché la contraddittorietà
    non può violare il principio di non contraddizione.

    Il PNC è auto contraddittorio, non potrebbe essere altrimenti;
    mi creda, Herr Cogito, anche i suoi pensieri,

    picchi di luce eterna, sono auto contraddittori, collidono,
    a sua insaputa, con altri suoi pensieri antecedenti…».
    […]
    «L’universo è il cadavere di Dio e noi i suoi vermi.
    Anche le parole che ora diciamo, il vento nella sua rovina
    le porta via».
    […]
    Sulla parete a sinistra del soggiorno e in alto sul soffitto
    è ritratta la Peste.

    La Signora Morte impugna una pertica
    che termina con una falce.

    Ammassa i morti e taglia loro la testa.
    E ride.

    Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
    E canta.
    […]
    Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
    Wagner e List giocano a dadi

    in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
    Tiziano beve un’ombra con la modella

    dell’«Amor sacro e l’Amor profano».
    […]
    Madame Hanska al Torcello riceve gli ospiti
    nel salotto color fucsia.

    I clienti della locanda del buio brindano alla felicità
    i calici di Murano scintillano.
    […]
    Dio bussa alla porta d’ingresso; dice:
    «posso aggiustare il rubinetto,

    sistemare la lavastoviglie, riparare il frigorifero,
    darle l’indirizzo di una casa di appuntamenti,

    ho anche dei numeri per il Lotto…».
    Incredibile, disse proprio così.
    […]
    Ed entrammo in una stanza bianca, un pianoforte nero al centro.
    Un bambino vestito di bianco suonava qualcosa

    che i miei cinque sensi non percepivano.
    Una voce dal parlatorio diceva:

    «Il re morto è un dio vivente, il dio morto è un re che vive,
    la tomba del re è la casa del dio

    che si è dimenticato di essere un dio…».

    Fu a quel punto che quelle parole inaccessibili risuonarono in me
    mentre calpestavo il pavimento di linoleum bianco…
    […]
    Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
    “Non c’è anima più viva”, pensai, ma scacciai subito

    quel pensiero molesto.
    Una sirena cantava dalla spiaggia dei morti:

    «Non c’è più lutto tra i morti».
    «Non c’è più lutto tra i morti».

  8. Facevano bingo e altre stronzate ogni giorno della settimana. Porca puttana tutti attorno a un solo tavolo. Sotto la polvere dei numeri. -Hei datti una mossa _ dice il capo.

    La Bambi con il naso screpolato ha perso le scarpe all’improvviso. Anche lo smalto e il fondotinta sul pavimento opaco. Seccature d’inverno. Il terzo uomo tossisce dietro la tenda.

    Le micropalline sulle unghie rimbalzanti . Chiedi al vecchio Cash un pezzo d’osso . La guardia diamantina della porta. I giocatori non mollano niente.

    Appena un perimetro affollato. In pianura l’ hinterland è stato confuso al resto del presepe . Una volta c’era il verde.

  9. Cara Francesca, cerchiamo di far tornare il verde.Sempre complimenti per le tue belle poesie, Un bacio, Anna Ventura

  10. Lo «spazio espressivo integrale»: confronto tra una poesia di Sandro Penna e una di Tomas Tranströmer
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/19/luscita-dallo-stato-di-minorita-della-poesia-italiana-dibattito-gruppo-63-noe-avanguardiaviaggio-dellio-intorno-alle-parole-morte-poesie-di-eugenio-mont/comment-page-1/#comment-39706
    Sandro Penna «chiude» la tradizione lirica del primo novecento, quella facente capo a Saba e al primo D’Annunzio di Primo vere (1880). Il suo spazio espressivo è fondato sulla tradizione melodica e sulla sintassi lineare, sfruttando di queste componenti le qualità melodiche ed eufoniche. È il tipico poeta che viene dopo una grande tradizione melodica, che vive e prospera sulla immediatezza melodica ed eufonica di questa tradizione portandola al suo livello più compiuto.
    Lo Schema metrico è fondato sugli endecasillabi, due strofe di cinque versi, con assonanze dissonanti (veduto-sentito) e opposizioni concordate (l’azzurro e il bianco).

    Una poesia Sandro Penna
    La vita… è ricordarsi di un risveglio…

    La vita… è ricordarsi di un risveglio
    triste in un treno all’alba: aver veduto
    fuori la luce incerta: aver sentito
    nel corpo rotto la malinconia
    vergine e aspra dell’aria pungente.

    Ma ricordarsi la liberazione
    improvvisa è più dolce: a me vicino
    un marinaio giovane: l’azzurro
    e il bianco della sua divisa, e fuori
    un mare tutto fresco di colore.

    (da Poesie, a cura di C. Garboli, Garzanti, Milano, 1989)
    Più che parlare di «spazio espressivo integrale» io qui parlerei di una omogeneizzazione stilistica che proviene da una lunga e felice tradizione melodica.

    Tenterò di spiegare il nuovo «spazio espressivo integrale» nella poesia di Tomas Tranströmer. Quando parlo di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra. Leggiamo una poesia di Tranströmer:

    Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
    Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
    sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

    Tranströmer non scrive: «La vita è un ricordarsi di un risveglio», ma salta la perifrasi e va direttamente al «risveglio». Scrive: «Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno». Qui siamo all’interno di una costruzione multiprospettica: l’equivalenza introdotta dalla copula «è» introduce non una identità ma una dissimiglianza, una non-identità: è il «sogno» che viene ad occupare il posto centrale della composizione, il suo peso specifico all’interno della composizione è talmente forte da deformare la composizione stessa facendola sbilanciare verso la significazione dell’inconscio. Infatti, il secondo verso non si muove più lungo la linea della dorsale unilineare della melodia monodica (tipica di una certa tradizione cui appartiene Sandro Penna), ma introduce una complessificazione, il soggetto diventa «il viaggiatore» (anche questo attante dislocato a fine verso), il cui peso specifico viene molto accentuato dalla dislocazione a fine verso. Il risultato è che l’equilibrio dinamico e semantico (la significazione primaria e secondaria) del primo distico viene ad essere sbilanciato verso la fine verso. Il terzo verso introduce una formidabile amplificazione e intensificazione multi prospettica nel componimento, lo spazio della composizione si apre a ventaglio come a seguire il moto discendente del «viaggiatore» che si è lanciato dal paracadute, o che si è lasciato cadere dal e col «paracadute» nel vuoto dell’atmosfera.
    Ma qui il poeta non nomina affatto il vuoto e l’atmosfera che si aprono davanti al volo del «paracadute», è sufficiente aver articolato la composizione intorno ai due attanti «pesanti» («sogno» e «viaggiatore»), sono essi ad aprire la composizione verso una pluralità di punti di vista spaziali, infatti il lettore vede con i propri occhi il discendere del «viaggiatore» che si getta col «paracadute» «dal sogno» verso le insondabili profondità dell’inconscio. Il «viaggiatore» non può che scendere in verticale: «sprofonda»… dove? «verso lo spazio verde del mattino». Qui, con una formidabile accelerazione Tranströmer indica il lento affiorare della coscienza che si riprende gli abiti del giorno e scaccia nell’oscurità i fantasmi del «sogno», ricaccia indietro il mondo multiprospettico e labirintico dell’inconscio. La parola che chiude la terzina è «mattino». Il «mattino» ricaccia indietro il mondo di fantasmi dell’inconscio e restituisce alla coscienza il dominio sull’io.
    Da questa breve analisi si rende evidente che in questo caso lo «spazio espressivo integrale» della poesia trastromeriana non è più fondata sulla equivalenza del principio di identità («è») e sulla simiglianza dissimiglianza tra tutti gli attanti come nella poesia eufonica e melodica di Sandro Penna, in Tranströmer lo «spazio espressivo integrale» trova applicazione dal, se così possiamo dire, principio di multiprospettiva e di non-identità tra tutti gli attanti (sogno, viaggiatore, mattino) i quali obbediscono ad una diversa ed evidente filosofia della composizione. Con 17 poesie di Tranströmer la poesia europea è cambiata per sempre, penso che i lettori non possano che convenire.
    Leggiamo quest’altra strofa:

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Lascio ai lettori la lettura di questa strofa secondo i nuovi criteri ermeneutici della «nuova ontologia estetica», ovvero, secondo il nuovo concetto di «spazio espressivo integrale».

  11. Carlo Livia

    LA PRIGIONE CELESTE

    Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime divine in un cielo di astri divelti

    e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del Grande Assente.

    A forza di dormire sull’orlo del precipizio, la mia anima si è mutata in sette serafini ciechi

    che baciano in sogno l’infelice sposa dell’Ultradio.

    Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del tempo da cui affiora la morte

    ma ho trovato solo lo splendore delle madonne silenziose votate al blu.

    Tutti i tabernacoli sospesi in alto mare s’inclinano lottando contro un vento di frasi fatte

    e versano in cielo una musica di carezze e desidèri di fanciulla,

    tristi come la voce che mi sfiora in sogno
    per dirmi che non è più qui.

  12. Anche i lettori con mentalità distorta avrebbero diritto a una poesia
    a loro familiare. Moderna, coi mobili a soffitto,

    la ruota gravitazionale, i robot che fanno colazione a letto.
    L’Arma dei Carabinieri.

    Figurativamente, l’interno di un televisore. Tieni fermo il cane.

    Si abbracciano le cose intorno. Il lento affermarsi della gratuità.
    Un gruppo di pennelli dentro il loro vaso di vetro aspetta

    l’arrivo del pascià. Il quale con lo sguardo giallo di un gatto nero
    sta fissando la punta sopra di una mezza luna.

    Ancora un graffio, un’unghia…

    May- nov 2018

  13. “Uno” è la goccia di luna licantropa che si nasconde
    nel perfetto buio della notte di Halloween.

    La notte che ti guarda dai vetri.
    Uno sta piangendo forte.

    Va capito. Aspettiamo che finisca; anche se,
    in quanto vivi in una bolla gelatinosa d’aria,

    abbiamo poteri limitati. Uscire da noi stessi
    per dare soccorso, ad esempio.

    Uno si lascia toccare le spalle dagli esseri onnipresenti
    che abitano tutte le dimensioni dell’universo;

    esseri che farebbero di tutto pur di darsi nelle forme
    desiderate da chiunque. Due mani di vento, il soffio

    di lunghe carezze; quelli che tornano a cercarti
    travestiti da ricordi – segno che ti sono ormai vicini.

    Tu sei fatto di ricordi. Non sei umano,
    sei una scultura. Per questo dicevo prima di un palazzo.

    E ci sono al mondo palazzi vuoti, disabitati. Alcuni
    vere galere. E non hanno porte. Ma tanti altri sono abitati.

    Dalle mie parti siamo folletti. E ora
    che ci siamo divertiti. E ora che ci siamo divertiti.

    May ott. 2018

  14. Guido Galdini

    Un contributo ciclistico cultural politico:

    era uscito dal gruppo nel 63
    per tirare la volata al capitano

    ma quando si è girato alle sue spalle
    non era rimasto più nessuno

    così è stato costretto
    a vincere la tappa il tour il premio Nobel

    la presidenza del consiglio si è
    congratulata (a quei tempi ce n’era una).

  15. Giuseppe Gallo

    Ai tempi di Internet

    COLESTtab 10. Avvertimenti medici.
    Nessun io, nemmeno un dio.

    È inutile che cerchi divagando
    dentro il garage. È partita per Marrakech.

    Nel bagagliaio cianfrusaglie e riviste.
    La linguaccia di Einstein. Uragani di aguglie.

    Gli scarti dei lamenti e delle emicranie
    nelle scatole rosse e bianche degli scaffali.

    Gli effetti collaterali. I soffocamenti,
    la dispersione dei fonemi tra i rossori e i formicolii sulla pelle.

    Lilli ha nuovi fantasmi, nuovi inferni nella testa.
    Agiografie di martiri, le croci inginocchiate.

    Camule sul dorso di draghi
    pelurie sradicate sulla guancia di destra e di sinistra.

    Ai tempi di Internet
    la lastra a raggi x per l’enfisema già antiquata.

    LEGALON E
    Non escono all’aperto neanche i gatti dei cani

    Sui litorali i delfini, gli africani berberi insabbiati.
    Deficienza dell’orientamento.

    II robot nella sala d’attesa dello psicologo.
    Gli schemi, gli ologrammi. Gli angeli spiumati.

    Qui non si fanno favori né sconti alle emozioni.
    Siamo entrati in questa sala per vedere il niente.

    Era solo un precipizio di sentieri ininterrotti!
    Autostrade che procedono all’infinito contorcendosi su se stesse.

    In spirali anaformiche in dirottamenti periferici
    craking e dissonanze, convergenze casuali.

    Ai tempi di internet
    i sorrisi della giostra defunta.

    Lo specchio, una plastica, un fiore da incartare e poi scartare
    Eutirox ® 50 microgrammi.

    Delirare per una tazza d’azzurro.
    Desiderio di ombre senza polvere addosso.

    Ed il pensiero germina? Agonizza?
    O c’è qualcosa antecedente che lo costringe ad essere?

    “Brutta storia!”
    “Non brutta, bruttissima!”

    Ai tempi di internet obsolescenza programmata.
    Lapidi per chi inarca cavalli e insegue automobili.

    Forse resiste il gufo invisibile e oscuro
    e l’illusione del fuoco per continuare a bruciare…

  16. Alle porte del tempo sta bussando fremente
    un altro inverno

    un altro inverno o
    l’Inverno?

    di grisaglia lamé ingobbito sull’uscio avanza
    prepotente

    ha smembrato le foglie
    fuggite qua e là intasando i tombini

    ossa nere branditi i rami denudati
    terrazzati gli alberi mikado gigantesco

    tra roghi divoranti se la ride
    Nerone, noi blaterando certi che il folle sia lui

    perdiamo i capelli ci divora la fretta
    l’oro nero scarseggia compensiamo con armi

    sprofondiamo nel buio delle contraddizioni in cui
    uno uguale uno non canta ma nitrisce

    sull’uscio della mente sta bussando
    l’Inverno ma nessuno che sembri essersene accorto

    persa parola chiave
    la Consapevolezza dentro cunicoli dove fischia il vento

    smarrita nullificata a lei connessa
    l’altra parola – Assurdo – incisa sulla cornice.

    novembre 2018

  17. Marina Petrillo
    20 novembre 2018 alle 16:37

    La luce in obliquo spegne l’ansimato giorno.
    Vettore di assenza tra parole
    infisse al filo spinato dell’intelletto.

    Vacuo il ragionare su altra sponda
    ove, solo a tratti, si intercetta
    il nesso causale.

    Canone inverso dell’apologo
    sottratto al rumoroso tedio
    dell’esatta misura.

    Un cenno
    e, ancora resta sospesa in arco
    la comprensione, cubico assenso
    evocato a schema logico.

    Apostrofo, il suo doppio,
    in raggio sovramentale.
    Ad inciampo rovina
    il peregrinante concetto.

    Si dissipa in lampo l’ovvia
    intuizione che, china,
    scorge il calco di ciò che è stato
    in smarrita poesia.

    (Non sono mai esistita abbastanza)

  18. Sabino Caronia

    La bona nova

    Se sa, l’amico se la lega ar dito
    ma mo, dice, se so pacificati;

    che casino, ma mo tutto è finito,
    mille scuse e se so pure abbracciati!

    Tra tante delusioni e fallimenti
    sta bona nova proprio me consola;

    me dispiaceva che, tra pene e stenti,
    sta pora fija me restasse sola.

    C’è chi dice che, prima de fa pace,
    l’amico nostro j’ha fatto l’esame

    pe’ vede’ se sta donna era verace.
    Dice che ne lo scritto è annata male

    però, va mormoranno quell’ infame,
    che s’è sarvata co la prova orale.

  19. Gino Rago

    L’eco di Eeva-Liisa Manner

    [la cicatrice del tempo nello specchio]

    Cara Signora Manner,

    Se non a Lei a chi altri confidare
    che la flanella dell’infanzia era morbida

    quando il Tempo di Newton non ci disturbava.
    Dalla Finlandia un sibilo nel mio dormiveglia:

    «La Poesia è l’eco che si ascolta quando la vita è muta».
    E’ Lei ogni notte quell’eco.
    […]
    Il mio amico di Istanbul in un verso ha scritto:
    «La notte è la tomba di Dio e il giorno la cicatrice del dolore»

    La cicatrice del dolore,
    è quella di Ewa, la stessa cicatrice che vede nel suo specchio?
    […]
    «Quale specchio?» Lei giustamente chiede,
    «Lo specchio dove il tempo si incrina

    e Greta Garbo assomiglia a Socrate…»
    Non mi dà la risposta, che importa,

    importante è che io ponga domande

  20. Ho smesso da tempo ma ci provo, riorganizzando in distici una mia passata che forse sta a tono. Saluti e di nuovo buon lavoro con la NOE. Giuseppe

    L’ardore risuscita i morti, galvanizza,
    trasfigura merdine in condottieri,

    piante rigogliose di floride radici;
    l’argilla nella betoniera, il silicio,

    il pietrisco inconsistente, il legamento,
    l’acqua piovana in taniche assai coraggiose.

    L’amore sventra, osservò Delacroix,
    bisogna cogliere il suicida mentre cade

    per rubargli la vita sulla tela.
    Delacroix sventra, rimarcò Baudelaire.

    “È la maitresse più esigente che conosca”
    -l’arte- ammetteva, non voleva amanti.

    Povero Warhol che se ne riempiva,
    povero Bohr nel suo modulo astratto

    e povero Einstein, veloce, troppo,
    dovendo fare l’occhio a tante cose

    mentre Cassano intossica pazienti
    con intrugli da stregone (meccanicista!).

    — da “Cinquanta Poesie”, 2015, Lampi di Stampa —

  21. Si incantano incompetenti.
    Le ore sovrapposte a ridosso delle porte

    intessono coperte patchwork. Nei ghirigori
    della costruzione onirica ti sei addormentato

    anche tu! Dopo aver saltellato un canguro si ripose nell’astuccio dei colori. Rideva.

    Tutti ridevamo nel sonno profondo del letargo.
    La storia era allora un fossile disperso.

    Grazie OMBRA.

  22. In questa antologia gongolo.
    😀😀😀😀😀

    • …intanto mancano la Donatella Costantina Giancaspero…la Catapano…la Ventura…
      La Leone…☺

      • donatellacostantina

        Caro Mauro Pierno,

        ti ringrazio e rispondo al gentile invito con questo testo: lo dedico a te e a tutti gli Amici de L’Ombra delle Parole.

        Una febbre lieve

        Una febbre lieve mantiene sospeso l’oggi.
        I minuti oscillano sul medesimo punto interrogativo.

        Di scorcio, una parete a quadri spalanca la finestra,
        che dà ormai sul giorno fatto. Il punto cade giù, nel vuoto.

        Tutto è rimandato, compresa la perturbazione da Nord-Ovest
        e chi ascolta da un’altra direzione. Ma non sa la stanza
        come si trascina fino alla porta, se la mano traccia il segno della resa.

        Alle spalle, una campitura di rosso pompeiano
        vigila il corpo contratto dentro un quadrante senza numeri.
        La lancetta spezzata.

        Un ritmo cieco batte a tentoni negli angoli.

        • Nelle sorprese minime dei fiori malcelati
          addosso, solo adesso, mi si sfilano i calzari.

          E nell’odor dell’ombra a Pascoli somiglia
          il lieto mio rider sordo, questo soffrire, a piedi anche scalzi.

          (Celia e rivoluzione, grazie a te!)

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