18 risposte a “15 e 16 novembre 2018, Dialogo a distanza – Poesie di Giuseppe Gallo e Gino Rago con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole… Abitiamo tutti una «frontiera», anche linguistica

  1. gino rago

    e-mail scritta ma non inviata in questa forma ieri sera a Giorgio Linguaglossa e a Rossella Farnese per l’omaggio a Cristina Campo su L’Ombra d. P.
    Gino Rago

    Giorgio caro, Rossella cara,

    ho da pochi minuti postato un mio commento su L’Ombra di oggi. Ho pensato di farlo in forma di “Lettera mai spedita a Giorgio Linguaglossa e a Rossella Farnese”.
    Ho provato a trasformare in versi la lettera di Cristina Campo a Mita sulla morte di Corrado Alvaro.
    Ho tentato ciò che prima sentivo impossibile: far convivere, in uno stesso respiro, nello stesso scritto 3 scrittori vivi, Giorgio Linguaglossa, Rossella Farnese e me medesimo…, con altri 2 scrittori morti, Cristina Campo e Corrado Alvaro. Ma con uno dei 2, uno scrittore ancora vivo, Cristina Campo, che ricorda l’altro, Alvaro, morto da poco.
    Quando Alvaro rideva faceva gli occhi piccoli.
    Ed era bello, perfino bello, lui un poco bruttino, nella casa sulla Trinità
    come se fosse la casa sulla cascata.
    Moribondo già Alvaro, nella casa a Via del Bottino, Cristina Campo lo ha assistito fino all’ultimo come un consanguineo ed entrava nella stanza come oro coperto di rose…
    Ho continuato anche in questa prova a restare sulla strada della poesia in forma epistolare dove tempi e spazi differenti, vivi e morti, persone vere e immaginarie, ecc. coesistono, convivono, coagiscono all’unisono, pescando parole necessarie soprattutto nelle discariche, nelle fabbriche chiuse, nei residui di metalli dell’ILVA di Taranto, nelle lamiere contorte, uniche metafore
    attendibili per l’uomo del dopo Hiroshima. Altro che minimalismo, neobarocchismo iperaggettivato, parola innamorata…
    G. R.

  2. gino rago

    Dopo la grande prova poetica in dialetto calabrese di San Pietro a Maida racchiusa nel Poema epico Arringheide di 32 Canti al elevata omogeneità linguistico-tematica, Peppe Gallo tenta di aprirsi un suo nuovo sentiero nella fitta boscaglia della poesia in lingua, lo fa con consapevolezza di autenticità e di estraneazione.

    “[…]
    Evadere. Evadere da ogni prigionia..

    Aria. Aria. Da ogni cancello.
    Il destino è tra una sbarra e l’altra.”

    Basterebbero da soli questi 3 versi per dirci convinti, persuasi anche sul piano dei suoi nuovi orizzonti estetici, della validità di questo nuovo corso della sua poesia. Il resto lo ha sigillato Giorgio Linguaglossa nella sua nota.
    G.R.

  3. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio Linguaglossa, generalmente non sono solito dilungarmi in questi interventi. Questa volta sarò meno laconico.
    La notte del 28 giugno 1938 Benjamin fece un sogno che in seguito così descrisse: -Mi trovavo in un labirinto di scale. Questo labirinto non era coperto dappertutto. Salivo; altre scale conducevano giù nella profondità. Su un pianerottolo mi accorsi che ero arrivato su una vetta. Mi si aprì un’ampia vista su tutto il paesaggio. Vidi altri ritti su altre vette. Uno di loro fu preso improvvisamente dalla vertigine e precipitò. Questa vertigine di estese; altri precipitarono da altre vette nell’abisso. Quando fui afferrato anch’io da questa sensazione, mi svegliai-. ( W. Benjamin, Avanguardia e rivoluzione; Einaudi, To. 1973, pg.227). Un’altra volta scrisse che “Il labirinto è la via giusta per chi arriverà, in ogni caso, sempre troppo presto alla meta.”
    E Sanguineti parlando dell’avanguardia, in un saggio del 1963, affermava: “per tutto l’arco romantico e borghese, tutta la verità occulta dell’arte sta nell’avanguardia, che ne confessa indiscretamente il meccanismo nascosto, e in cui, finalmente, tutto il movimento della cultura romantica e borghese precipita come forma logica”.
    Tra il sogno di Benjamin e questo giudizio di Sanguineti sull’avanguardia c’è più di un legame. Tra questi due elementi vedo una relazione profonda e implicazioni ragguardevoli.
    Le caratteristiche oniriche assumono in Sanguineti un carattere logico-operativo che supera le forme espressive, ma lascia inalterata la “struttura mitica” di riferimento. L’avanguardia di Sanguineti altro non è che quel “labirinto di scale” presente nel sogno di Benjamin; la “verità occulta” di cui è portavoce ogni avanguardia non è altro che la “vetta” da cui si precipita nella voragine.
    Oggi, a distanza di anni, dici bene Caro Giorgio, ” …io ho questo vantaggio, di essere testimone di una decadenza che soltanto chi vive a Roma e ha un po’ di corti circuiti mentali se ne può accorgere…”. E in questa decadenza mettiamoci tante altre cose: la letteratura, l’arte, la civiltà dei costumi, la civiltà politica, il ruolo degli intellettuali, e via di seguito. Che dobbiamo fare? Dobbiamo tentare di svegliarci e liberarci dall’enigma del labirinto? Lo fanno tutti. Lo fanno in tanti. Si risvegliano, si programmano, si ristrutturano e l’esistenza continua. Il nostro destino è, invece un altro! Noi non possiamo far altro che precipitare, cadere dalle vette e spiaccicarci nel nulla e nell’insignificanza. Ma questo nulla deve considerarsi anche autodistruzione? No! Io, personalmente, di fronte al labirinto ho sempre brividi di paura, sono portato all’esitazione, a un moto spirituale che mi crea tensione, ma so anche che il labirinto è un luogo in cui si giunge per perdersi, per denudarsi e per svelare se stessi. Quando Sanguineti incontrò il Laborintus era appena ventunenne. Eppure l’affrontò con il disegno di semplificare i percorsi tortuosi, di ridurre ed estirparne la “complicazione”, di risolvere l’inganno e il mistero in un “chiaro globo”, in una “estensione chiara”, in “chiaro odore di funghi”. I vuoti e i pieni, le vette e le voragini, con la loro presenza-assenza, materializzata da un linguaggio “sperimentale” mai sperimentato prima, intrecciano intorno al suo giovanissimo fantasma poetico un altro universo di tensioni e tranelli, di ambiguità e ambivalenze. Così a nuove domande si affiancano nuove risposte:
    “…: o tutti ( a mia moglie) non preparano ( dissi) i BUONI
    CITTADINI? ( e noi prepariamo, noi, i rivoluzionari…);
    Ecco l’ingenuità… storica! Il mondo cambiava radicalmente. Giorno per giorno. Dalla sera alla mattina. Tutto precipitava. Tutto tracimava. Non c’era più distinzione fra il “piangere” e il “ridere”, tra la morte e la vita, tra la delusione e l’illusione, tra la speranza e la disperazione:
    “piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero
    Bosch in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno
    con tredici righe, un’azione della Montecatini:
    piangi piangi, che ti compero
    una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,
    un robot…”
    È poco tutto questo per un poeta al suo primo impatto con il sistema? A me non sembra. Dopo Laborintus Sanguineti è finito come poeta? Potrebbe anche darsi.
    Ma se oggi noi possiamo citare tranquillamente Barthes, Foucault, De Saussure, Lacan, Derrida, Lévi-Strauss e così via, lo dobbiamo all’impatto che lo sperimentalismo avanguardistico di Sanguineti ha provocato nel piattissimo panorama culturale italiano del periodo. Ma come ogni operazione culturale, borghese, perché non c’è altra cultura se non quella cosiddetta borghese, ha svecchiato… il mondo non si fa trasformare dai rivoluzionari di professione, figurarsi dagli intellettuali!
    Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”. Sono d’accordo, e quindi sono anche d’accordo con ciò che affermate contemporaneamente sia tu che Gino Rago rispetto alla poetica della Noe e in duplice direzione; sia rispetto al fatto che
    ” La poesia la trovi nelle discariche delle parole, nelle parole abbandonate perché non più utili, che non servono più a niente… tutto il resto, quello che si legge oggidì, sono superfetazioni letterarie… la Musa la trovi tra il rancido delle discariche piuttosto che nei salotti del dolore manifesto…
    La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole appiccati dai piromani e dagli imbroglioni di parole, dagli imbonitori di parole…”
    sia sul fatto che (riassumo)
    l’io, la coscienza, la pura e semplice soggettività non abbiano più alcuna possibilità di ordinare la realtà e di sovraintendere alla legislazione del mondo.
    Allora? C’è un problema? E quale sarebbe?
    Credo che sia sempre lo stesso.
    Ogni Avanguardia è un tentativo. È un’esperienza. E quella della Noe ha la sua ragion d’essere, come la possedeva il Gruppo ’63, tanto per rimanere nello stesso paesaggio. Tanto più oggi, quando la poesia è determinata dal mercato delle maggiori case editoriali. Ogni istanza innovativa obbedisce all’esigenza di “rintracciare un modello” per sviluppare percorsi alternativi, per rintracciare autori esemplari che ci sorreggano durante il viaggio. E questo è un bene. A ciò ci spinge quella vis poetica che vive dentro ognuno di noi. La forma poesia persiste sempre e comunque. E non in termini fideistici. Piuttosto porrei un’altra domanda. Come mai si comincia a produrre poesia con le caratteristiche della Noe, mentre la forma romanzo non germina ancora?
    Grazie a tutti!

  4. Rossella Farnese

    IN RISPOSTA A UNA LETTERA MAI SPEDITA DI GINO RAGO. CRISTINA CAMPO E “LA SVOLTA DEL ’56”

    Caro Gino Rago,
    non posso che essere entusiasta della tua lettera e della tua trasposizione in versi di uno scritto campiano – una lettera indirizzata all’amica Margherita Pieracci Harwell e relativa alla morte di Corrado Alvaro. Colgo l’occasione per riproporre altre lettere del fluviale e prezioso epistolario a Mita e per riflettere su quell’anno che potrebbe essere considerato “la svolta” nella vita di Cristina Campo – il 1956.

    Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
    inaudito il mio nome, la mia grazia rinchiusa;
    ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
    riconduca la vita a mezzanotte.

    Scrive così Cristina in Passo d’addio, canzoniere composto attorno al 1955, quando matura in lei l’urgenza del mutamento, non legata solo al declino di una particolare situazione affettiva ma piuttosto a un passaggio d’età. Se la Campo infatti diffidò sempre del lungo protrarsi dell’adolescenza, che assimilava al romanticismo, fu invece incantata dall’infanzia, «nitida e chiara», che «impone la conquista della nitida chiarezza dell’età senz’ombra», l’età adulta – come spiega Margherita Pieracci Harwell (Perseveranza oltre la speranza, in CRISTINA CAMPO, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Milano, Adelphi, 2007, pp. 203-214).

    In una lettera a Traverso del 20 gennaio 1957 l’aspirazione al cambiamento è orientata allo stile:

    Così adesso devo ricominciare. Non si tratta, si capisce, di un desiderio di mutar penne. La metamorfosi avviene dal di dentro e in fondo non mi dispiace aver cominciato dalle radici, invece che dalle foglie dell’albero, come accade a tanta gente del nostro mondo (mi pare). […] Ancora oggi tutto quello che vivo mi si traduce in termini che in qualche modo sono ancora di favola: è strano come la vita d’oggi vi si presti più di ogni altra – o forse mi muovo in essa come il bambino che ha in mano lo smeraldo… In ogni modo devo imparare ad esprimermi, come direbbe Mita, “secondo la resistenza dell’aria” – in questo caso con maggior leggerezza, familiarità, precisione – superando ancora una volta la “mortale serietà dell’adolescenza”, che teme sempre di essere fraintesa (e si irrigidisce in questo timore fino a smarrirsi).

    Caro Bul è il titolo della raccolta di lettere e cartoline scambiate con Leone Traverso: sono centoventitré e sono tutte, ad eccezione di due lettere e di otto cartoline, posteriori alla metà del 1955, perché a Leone come a tutti gli amici la Campo aveva chiesto di restituirle gli scritti precedenti a tale data, «quasi riflettessero un’età della sua vita di cui intendeva cancellare ogni traccia». Tra il luglio e l’agosto del 1956 si consuma uno scontro che scioglierà definitivamente Cristina e Leone e costituirà un vero e proprio spartiacque nella vita di lei. Il 26 luglio Cristina scrive una lettera molto dolorosa, in seguito a un incontro particolarmente difficile, con un’amarezza che è già un addio:

    Non ho risposto alla tua lettera, Bul, perché non sapevo davvero cosa rispondere. Nel nostro incontro molte cose possono esserti sembrate strane, qualcuna subitanea – nessuna certo misteriosa. Tutto era chiaro, mi sembra; o altrimenti che serve parlare per tante ore. I miei salti d’umore non erano salti d’umore. A casa mia parlai di veglia funebre, ed era vero e sincero quello che dissi. Più tardi il peggio era passato – dopo le esequie viene sempre un momento di distensione – e poi non c’era motivo di lasciarsi sulla nota cupa. Io volevo soltanto dirti – come quante altre volte? – che avrei avuto necessità di un aiuto (per il quale mi sarebbe bastata la tua presenza a Roma – dico presenza e non apparizione di un attimo) ma che già prima di chiedere questo aiuto sapevo bene che tu non potevi darmelo. I perché non contano e non importa parlarne. Così non ti avevo scritto di venire, perché per un giorno solo non valeva la pena ed era inutile ingannarci a vicenda sui nostri desideri e le nostre possibilità. Da questo il mio pensiero (e le mie parole) risalirono fatalmente al centro delle cose, di questo nostro rapporto che non ha più nulla di umano, nato e cresciuto sotto cattiva stella. È un’operazione che tu eviti e lo capisco. Ma a me importa, a questo mondo, unicamente la verità; e al centro delle cose non trovai – una volta di più – se non un irrimediabile sentimento di solitudine. Sotto quell’albero meraviglioso (un ulivo?) io dissi che le persone normali desiderano vedersi, e che negli ultimi 9 mesi noi ci eravamo visti 5 volte e quasi sempre per ragioni d’altra natura. Da questo all’altro discorso (che tu respingi – e sia) il trapasso era breve, e forse lo comprenderai.

    «Un epistolario è come un fiume, o piuttosto come un tratto di fiume», afferma Margherita Pieracci Harwell: un epistolario cioè ci consente di seguire il corso di una vita per un tratto, ripercorrendo il movimento di un’anima intenta a ritrovare se stessa. In questa prospettiva, Caro Bul si può leggere anche come un romanzo, non certo d’amore, però, data la mutilazione di quegli scritti legati al periodo centrale della relazione tra Vittoria e Leone, di otto anni circa (dal 1947 al 1955), o forse meglio, come un racconto, poiché fa luce su un momento chiave, su uno snodo centrale, della vita di Cristina Campo e sul suo modo di viverne l’impatto.

    Caro Bul è un epistolario ricchissimo di nomi, di amici comuni, di scrittori amati e studiati: gli autori di Cristina sono gli autori di Leone, anche se Cristina segue la sua strada in perfetta autonomia, rivendicando la sua formazione anomala, e quindi le sue scoperte e i suoi incontri di autori non sempre congeniali a Traverso quali Djuna Barnes, Marianne Moore, William Carlos Williams.
    L’unica lettera di Traverso che si è salvata, inclusa nella lettera di Cristina del 6 agosto 1956, chiude il loro rapporto e segna la fine di un’era della vita di Vittoria, la giovinezza. Leone definisce, con sensibilità e in modo commovente, la distanza che lo separa da Vie, donna di un altro mondo, aria fresca e pura che vivifica ma che con l’eccesso della sua purezza lo annichilisce e lo umilia, dandogli l’esatta misura della sua inadeguatezza:

    molta energia ci vorrebbe per ringraziarti del Lawrence – solo ti posso dire che m’ha molto umiliato (e forse è anche questo un effetto salutare). Non s’avverte – nelle tue citazioni – sempre – secondo la sua immagine – come un adergersi di torri e insieme la violenza dell’aria che le investe? E la strana somiglianza con Simone Weil. Quella, Vie, è la gente del tuo paese – come dicevi – non io: quell’impeto raccolto, quella perseveranza oltre la speranza, quel respiro anche nell’angustia più tremenda, voluta. Veramente, di fronte a simili esemplari umani, ci si domanda che ci stiamo a fare qui noi (io), se non a dar peso alla terra: affannati solo al nostro cammino di formiche ostacolate, affranti da briciole. […] Vedi, Vie, tu mi socchiudi ogni volta altri cieli, fai vibrare in me l’illusione di altre possibilità, che poi basta una grave stanchezza a distruggere. A che punto siamo? […] Come vedi, Vie, non è agevole neanche per me l’agosto, né gli altri mesi dell’anno. Solo mi arrabbio con me stesso, che ti scrivo queste parole, in cui non vibra, se non la percepisci per risonanza del tuo intimo, la gratitudine per te, che ancora hai accettato di vedermi, per la tua essenza, che non posso afferrare interamente mai; ma m’inebria come un’aria tanto vitale che quasi non si lascia respirare.

    Se Leone Traverso si potesse paragonare a un arciere, o a un maestro d’arco, Cristina Campo sarebbe allora una freccia – questa l’immagine di Margherita Pieracci Harwell – che riesce nel suo volo anche grazie alla sua amitié, ai loro autori e alla ricerca di perfezione che li accomuna: perfezione dello stile e perfezione dei sentimenti, poesia e vita, «questa cosa perduta, saper durare, quiete e immobilità».Nello stesso periodo in cui si consuma la fine della relazione con Traverso trova posto l’amore per un altro uomo, mai direttamente nominato da Cristina. Si tratta di Mario Luzi, presentatole da Traverso, che lo ammira molto tra i letterati più giovani del circolo ermetico. È «il grande amore, e l’unico della sua vita» ma è «un amore impossibile «poiché la persona amata aveva tutte le virtù cantate dai poeti, inoltre lei era libera, lui no». (MARGHERITA DALMATI, Il viso riflesso della luna, in AA. VV., Per Cristina Campo. Atti delle Giornate di Studio sulla scrittrice, a cura di Monica Farnetti e Giovanna Fozzer, Firenze, 7-8 gennaio 1997, Milano, Scheiwiller, 1998, p.125) Di Luzi, «l’orgoglioso e il dolcissimo», Cristina accoglie con entusiasmo le prime poesie, in particolare Primizie del deserto, mentre, intransigente e perentoria nelle amicizie come nei gusti letterari, esprime giudizi negativi sulle raccolte successive, soprattutto Nel magma. Nel ricordarla in un’intervista Mario Luzi la descrive come una figura delicata nella quale si fondevano mirabilmente forza e fragilità, «un’ideale e compiuta donzella, con due occhi straordinari, luminosissimi. Faceva una vita un po’ monastica, ma aveva anche delle pulsioni di letizia, di euforia. Conosceva la gioia, gliel’ho vista in volto, negli occhi. La felicità è un’altra cosa, uno stato durevole, che Cristina non ha mai avuto».

    Nell’ottobre 1956 Cristina si presenta a Ignazio Silone, dopo aver ascoltato un suo intervento in una conferenza. Si aspetta di incontrare – come confessa nella lettera a Mita del 5 ottobre 1956 – uno «degli antichi avversari», di posizioni politiche lontanissime dalle sue, invece rimane colpita da quell’uomo «totalmente disarmato»:

    Non avevo riordinato, prima di andarci, le mie idee su di lui – ne sapevo pochissimo, dopo tutto, come sempre si sa poco degli antichi avversari – ed io ero in uno stato di profondo disagio. Cercai di essere il più possibile attenta. La prima cosa che mi ha colpito di lui è stata proprio la sua estrema attenzione. Non ti guarda in viso mentre parli ma si concentra su un punto (senza nessuna ostentazione o morbidezza – vedi Montale a occhi chiusi) e prima di rispondere tace a lungo, a lungo – anche se poi deve dite soltanto “sì” o “no”. Tutto il resto viene dal Maligno. È un uomo totalmente disarmato. Mi disse subito che la Weil aveva avuto su di lui un’enorme influenza specialmente il volume Attente de Dieu. Tutto ciò che gli dissi lo approvò con perfetta gravità e insieme con naturalezza.

    Cristina apprezza quindi la capacità di attenzione e il modo di tacere prima di rispondere; con Silone parla, ovviamente, della Weil e di Charles de Foucauld, che lei non conosce. Silone le presta dei libri del grande pensatore cattolico francese e le promette di farle incontrare i quattro Petits Frères del suo ordine che vivono in povertà nelle baracche del Prenestino. Le chiede di collaborare con la rivista «Tempo presente» che ha fondato da poco con Nicola Chiaromonte. Di fatto la Campo pubblicherà solo la traduzione di un inedito della Weil, Lottiamo noi per la giustizia?, in occasione della rivolta ungherese; scriverà anche una breve recensione a un libro di Nelo Risi – informa Cristina De Stefano in Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo (Milano, Adelphi, 2002) A Chiaromonte non perdona di aver impaginato male, senza rispettare spazi e a capo, il testo della Weil. Con Silone avrà un’amicizia discreta e sincera: insieme visiteranno le foreste sacre di Vejo, luogo che la Campo visitava solo con amici scelti. Nella medesima lettera a Mita scrive:

    Non mi interessa niente sapere chi era Silone. Mi interessa solo il punto in cui la mia strada s’è incrociata alla sua; quel punto è l’Attente de Dieu, su un mondo rovesciato come l’Andrea Doria….
    In quegli anni è affascinata anche da un altro scrittore: Corrado Alvaro, conosciuto nella primavera del 1956, quando è già malato. Gli si affeziona subito: durante la lunga malattia va a trovarlo quasi ogni giorno, salendo la scalinata di Trinità dei Monti che conduce a casa sua e portandogli sempre un’arancia o un vasetto di confettura o un mazzo di fiori. In una lettera a Mita del 28 maggio 1956 ricorda:

    Vado ogni giorno a vederlo. Spesso l’affidano a me, nel pomeriggio. Non parla che poco, ma ci intendiamo con gli occhi. Ciò che riesce a dire è importante – lo scrivo a volte, la sera: soprattutto per lei, a cui forse…non arriva niente. Anch’io gli dico certe cose. Spesso lo faccio ridere; e quando ride chiude gli occhi ed è bello – come un intaglio cinese. Quelle poche parole che dice sono scelte, da scrittore. Quando gli do un sorso d’acqua e gli chiedo se è fresca mi sussurra: “Perfetta”… Ma tutto questo non è che superficie. A volte non parla per intere giornate. Dorme, con un sorriso un po’ ironico, sapiente. Io, nella poltrona, leggo un suo libro. Da un lato il corpo, assopito, lontano. Dall’altro lo spirito appassionato, che parla.

    Alvaro muore l’11 giugno 1956 letteralmente nelle sue braccia; commenta la De Stefano che Cristina Campo
    sente che in quella stanza dalle persiane socchiuse c’è la risposta a molte domande. La sua capacità di attenzione, illuminata dalla lezione di Simone Weil, le dice che ogni persona è un segno. In una lettera a Mita del 25 giugno 1956 Cristina racconta l’ultima notte di vita di Alvaro:

    A marzo inizia in Sicilia il processo a Danilo Dolci, coetaneo di Cristina, triestino, di padre italiano e madre slava, entrato giovanissimo nella comunità di Nomadelfia di don Zeno Santini. Cristina l’ha conosciuta a Firenze attraverso Maria Chiappelli e ne è rimasta colpita: Danilo Dolci è per lei una sorta di Don Chisciotte che crede nella non violenza e nella forza del digiuno. Nel 1952 si trasferisce in Sicilia per dedicarsi ai poveri e Cristina lo segue da lontano, raccogliendo fondi e abiti smessi e mandando agli amici i suoi testi di denuncia sociale. Il 2 febbraio 1956 dopo una manifestazione, durante la quale ha guidato un centinaio di disoccupati per ripristinare una strada abbandonata dai poteri locali, Danilo Dolci viene arrestato: rimane in carcere un mese e mezzo in attesa del processo. Cristina si batte per lui con tutte le sue forze: organizza incontri con politici, comitati di sostegno, colloqui con avvocati. Riemerge in lei quel suo spirito assetato di lotta, il medesimo dei giorni della guerra a Fiesole quando leggeva Lawrence e correva nei campi minati a cercare patate. In una lettera ad Anna Bonetti del febbraio 1956 scrive:

    Ero là tutta l’ultima notte, per molte ore sola con lui. La signora, quella notte, non era in grado di assisterlo. Ebbe il grande eroismo (per una donna della sua tempra) di rimanere quasi sempre distesa, nella sua stanza, pregando. Fu una notte molto lunga. Ho ancora negli orecchi il brusio della pioggia e il tuono del suo respiro, fino alle 4.50. Alla finestra, fra un’iniezione e l’altra, pensavo al pittore Severn, che centotrent’anni prima, nella casa di fronte, ascoltava quel tuono nel respiro di Keats. Non so dirle se se n’è andato sereno. Dalle 8.30 non era più cosciente (non almeno alla nostra presenza). Se n’è andato a occhi chiusi, dopo una lotta che appariva una suprema concentrazione. Certo, l’agonia non è che il simbolo di ben altro e non sapremo finché viviamo in quali zone si svolga. Aveva, quando è spirato, la febbre a 41.7. Lo tenevo tra le mie braccia, già esanime, mentre la donna che ci aiutava gli infilava il pigiama azzurro; e ancora bruciava, bruciava tutto – come i bambini che dormono con la febbre… All’alba tutto era in ordine. La signora ha potuto vederlo nella sua bellezza, giovane come ai tempi del loro matrimonio. Lo ricopriva una coperta bianca, il sole giocava fra le rose sul comodino. I ragazzini già si rincorrevano, sui gradini della Trinità dei Monti. Qualcuno ha preso la maschera del suo viso. Ma lei lo troverà in un Suo racconto, come l’ho visto io: “come un luogo sacro ed amato, qualcosa di terribile e di maestoso che ci ha fatto soffrire…”. La signora lo baciava sulle labbra, gli diceva con un sorriso: Arrivederci caro.

    Il 1956 è un anno denso di eventi per la Campo: i primi mesi dell’anno la vedono assorbita dalla lunga malattia della madre, cui Cristina dedica un’assistenza continua. Non riesce più a scrivere, legge solo qualche pagina in auto mentre attende la madre davanti allo studio del medico. La accompagna anche a Fiuggi – per quanto, come dice all’amica Anna Bonetti, lo trovi un «luogo orrendo» – dove Emilia Putti sembra riprendersi. A marzo inizia in Sicilia il processo a Danilo Dolci, coetaneo di Cristina, triestino, di padre italiano e madre slava, entrato giovanissimo nella comunità di Nomadelfia di don Zeno Santini. Cristina l’ha conosciuta a Firenze attraverso Maria Chiappelli e ne è rimasta colpita: Danilo Dolci è per lei una sorta di Don Chisciotte che crede nella non violenza e nella forza del digiuno. Nel 1952 si trasferisce in Sicilia per dedicarsi ai poveri e Cristina lo segue da lontano, raccogliendo fondi e abiti smessi e mandando agli amici i suoi testi di denuncia sociale. Il 2 febbraio 1956 dopo una manifestazione, durante la quale ha guidato un centinaio di disoccupati per ripristinare una strada abbandonata dai poteri locali, Danilo Dolci viene arrestato: rimane in carcere un mese e mezzo in attesa del processo. Cristina si batte per lui con tutte le sue forze: organizza incontri con politici, comitati di sostegno, colloqui con avvocati. Riemerge in lei quel suo spirito assetato di lotta, il medesimo dei giorni della guerra a Fiesole quando leggeva Lawrence e correva nei campi minati a cercare patate. In una lettera ad Anna Bonetti del febbraio 1956 scrive:

    Nell’atto d’accusa D. appare un bellissimo incrocio tra Al Capone e Rasputin, circondato di prostitute e di ex-galeotti. Scusa la fretta infernale con cui ti scrivo, non ho avuto un attimo libero in questi giorni. Ieri ho scritto nove lettere per Danilo e fatto forse dieci telefonate… Il processo, ma questo forse lo sai, avrà luogo prima del 20. Se tu potessi andarci daresti un immenso aiuto. Non ci saranno, se non si muovono i nostri amici, che testimoni comunisti. Io farò tutto il possibile, altrimenti scriverò (sui bambini del Borgo, in particolare, l’opera di Danilo che conosco meglio).

    Ammira l’avvocato, nella medesima lettera continua infatti così:

    L’avvocato mi è piaciuto moltissimo. […] È un tipo del genere di Seroni con qualcosa di più umano e più triste – un fondo di innocenza (nell’intelligenza acutissima) che in qualche modo lo lega a Danilo.

    Si arrabbia con il comitato nazionale in favore di Danilo Dolci, che trova fazioso e pieno di gente che detesta, da Olivetti a Moravia, «irritante con la sua carta giapponese stampata a mano e il suo dispendio di fondi». Lavora intensamente per due giorni e due notti a correggere il memoriale che l’amico ha preparato per il «Tempo illustrato» e si presenta a Curzio Malaparte, che si impegna a livello politico per aiutarlo.
    Dopo il processo a Danilo Dolci succedono i fatti di Ungheria: quando i carri armati entrano a Budapest Cristina Campo soffre per la propria impotenza. Vorrebbe essere lì, sulle barricate, in alterativa, promuove e coordina invii di denaro e si occupa dell’accoglienza dei profughi a Roma.
    Negli stessi anni si appassiona alla lotta per l’indipendenza di Cipro di cui le ha parlato Margherita Dalmati, musicista greca che studia clavicembalo al conservatorio e che compone poesie. La Dalmati diventerà una delle più importanti traduttrici in greco dei poeti italiani e conquisterà subito la stima e l’amicizia di Cristina. La Dalmati ha parenti ciprioti e raccoglie firme di intellettuali italiani per provare a fermare l’esecuzione di alcuni patrioti, in particolare del poeta Kranidiotis. Cristina si sente toccata in prima persona ma come lei solo pochi, tra cui di nuovo Malaparte, cercano di spingere il governo italiano a muoversi a favore di Cipro durante gli incontri con la Nato del settembre 1956. La Campo si indigna per la tracotanza degli inglesi e per l’inerzia degli italiani; nella lettera a Mita del 1°ottobre 1956 scrive:

    Il telegramma per Kranidiotis partirà domani sera – con o senza le firme che aspettiamo. Nessuno si è comportato come il momento voleva, eccettuati Ungaretti e la Banti – (e pure a tutti avevo mandato… buste affrancate per la risposta!).
    Cristina Campo è sconvolta da certi eventi: ogni cosa, anche se avviene dall’altra parte del mondo, la riguarda, la investe in pieno petto. A tal proposito, significativa è una frase di Simone Weil, in una nota alla lettera a Mita del 15, ricopiata dalla Campo per l’amica:

    Aver l’anima vulnerabile alle ferite di ogni carne senza eccezione, come a quelle della propria carne, né più né meno. Ad ogni morte come alla propria morte. È trasformare ogni dolore, ogni sventura subita (o vista subire o inflitta) in sentimento della miseria umana. Per un singolare mistero questo sentimento è parente di quello del bello e implica l’amor fati.
    La Campo, pur non leggendo molto i giornali, è impressionata dallo sterminio dei Watussi, così in una lettera ad Alessandro Spina di un lunedì del 1964:

    Vorrei che lei fosse qui. Parleremmo (il sole sta scendendo dietro le palme) dello sterminio dei Watussi – ne ha letto nei giornali? I meravigliosi Watussi li stanno sterminando, tutti, i loro ex servi i deformi Bahntu. Sempre la stessa storia che si ripete. Stamattina leggevo questa notizia e, come dice la gente, “reagivo con sproporzionato dolore” – ma non sono questi i dolori che ci salvano ancora, che ci tolgono per un attimo la percezione della tigre dell’angolo, con la sua code che batte, batte ritmicamente?

    In due lettere a Mita, rispettivamente del 5 e del 30 novembre 1957, si indigna per l’invio nello spazio della cagnetta Laika:

    Se penso a quel cagnolino ruotante a 17 mila km e avvolto in un orrore di fili elettrici… Questa orrenda macchina del mondo non si può più sostenere.

    Ed è sconvolta per la scomparsa di un intero popolo dell’Amazzonia:

    Quanto ai Piaroa, sembra una vera follia, ma con 3.000.000 si potrebbe salvarne molti, forse preservare il germe della loro stirpe. Sarebbero infatti sufficienti a rimandare laggiù per 2 anni l’uomo che li ha scoperti; egli porterebbe loro quel poco che basterebbe a recuperare i più giovani – calcio e vitamine, ma soprattutto i vegetali che essi ignorano, qualche pecora per il latte, gli agrumi. Io sto lottando per questo, ma è difficile. Tutte le ricchezze del mondo si profondono in distruzione.

    Il 6 agosto 1956 avviene il disastro di Marcinelle: una miniera belga viene distrutta da un’esplosione, muoiono duecentosessantadue uomini, più della metà italiani. La televisione mostra la folla di donne in abito nero riunite in silenzio intorno ai soccorritori che riportano i cadaveri in superficie. Cristina per giorni non riesce a pensare ad altro. Nella lettera a Mita del 15 agosto 1956 scrive così:

    Mi chiede come sto. Sto nel fondo della miniera di Marcinelle, ecco tutto. Da sette giorni nient’altro mi sembra vero […] Soltanto i minatori di Marcinelle possono, scomparendo, inondarci di bellezza pura. (Ha visto la fotografia del minatore che piange, al funerale dei suoi compagni?) Tutto di noi deve opporsi, a presso della vita stessa, alla possibilità di un fatto come la loro morte. Ma solo un fatto come la loro morte può darci la bellezza assoluta dell’uomo.

    Nella primavera del 1956 scrive in una lettera del 21 aprile a Leone Traverso:

    Caro Bul, questa primavera è tremenda. Tutti i diavoli scatenati in un trillo di passerotto – non so più scrivere né pensare. Ieri devo aver preso un colpo di sole. Non faccio che camminare come un sonnambulo all’orlo del tetto e non riesco a far nulla fuorché leggere Eliot.

    Cristina ama tutte le stagioni: l’autunno è per lei «azzurra palpebra trasparente» (Lettera a Mita, 1° ottobre 1956), l’estate è sinonimo di «notti color smeraldo» (Lettera a Mita, 24 novembre 1956), ma è la primavera – come scrive in una splendente lettera a Mita un giovedì dopo l’11 marzo 1963 – con quel «caldo tempo che torna malgrado tutto e che si vorrebbe baciare»35 a essere la sua delizia e allo stesso tempo il suo tormento. In un’altra bellissima lettera a Remo Fasani del 13 febbraio 1952 scrive:

    a me sembra che la primavera abbia tutti gli attributi del poema perfetto: ritmo e controritmo, sapore massimo di ogni istante, capovolgersi continuo di tempo e spazio – Non prova lei, in questi giorni, una sensazione come di bocci che si distacchino con dolore dai rami mentre le foglie cadute vi ritornano in volo? Non le accade di attendere pallido, col cuore in gola il suo passato, di piangere rabbiosamente il suo futuro? Non la prende l’impulso di dare tutto il suo sangue a ciò che ama e insieme quello di fuggire nel più lontano chissà dove, solo come il primo uomo, in un’aria di schiuma e di buona ventura? E una voglia di vivere tale da desiderare d’esser già morto.

    A Roma in primavera cammina quasi accecata, sentendo la bellezza della natura nei grandi parchi che predilige: villa Borghese, villa Celimontana, villa Adriana. Sempre nella lettera a Mita di un giovedì dopo l’11 marzo 1963, quando esplodono i profumi e i colori della primavera annota:
    In quei giorni riuscii persino ad andare 3 volte in villa Borghese, due volte con Gabriella, una con il mio amico siriano Basili Khouzam (gliene ho parlato?) C’erano alberi di camelie colmi di fiori rossi, rosa e bianchi, come trofei barbarici. E dalla parte del mezzogiorno (al giardino del lago) una foresta rosa di mandorli da fiore. Per il resto, grazie a Dio, l’intero parco era brullo – perché arrivare quando tutto è in boccio, quando la rappresentazione è cominciata senza di me, mi dispera.

    Nell’abbacinante primavera del 1956 Cristina scrive a Leone Traverso in una lettera del 10 maggio:

    Il tempo è qui incantevole, morbidissimo. Abbi pazienza se non so bene quel che ti scrivo. Ho perduto di nuovo l’alfabeto e non so intendermi che con Thomas – dove appunto l’alfabeto scompare.

    Footfalls echo in the memory
    down the passage which we did not take
    towards the door we never opened
    into the rose-garden. My words echo
    thus, in your mind…

    L’altro linguaggio che intendo è quello… delle vetrine! Una follia della Pisana, scoppiata (per fortuna) 24 ore dopo la tua partenza. Esco ogni giorno per motivi seri (bottoni, stringhe da scarpe, carta da macchina ecc.) e torno a casa con 3 foulards, una camicetta drappeggiata, una meravigliosa maglia blu all’Annibale Ninchi…Di questi tempi a ogni cantonata qualche uomo ti ferma. Hanno l’aria che diceva Leonetto – di volersi buttare in ginocchio, lì sotto gli alberi. Io cerco di assecondare lo stato d’animo – finiscono con l’accompagnarmi a casa senza speranza, i violons d’Ingres, e com’è dura la vita per i giovani d’oggi – e poi mi salutano in silenzio, con un inchino profondo, ai piedi della scalinata. La leggenda del “pappagallo romano” è una delle più ridicole. Abbi pazienza Bul se non ti dico che sciocchezze. Tutto il resto è impossibile adesso (“For last year’s words bolong to last year’s language/ and next year’s words await…”) Cerca di capirmi, ti prego.

    È la primavera più difficile della sua vita, quella in cui si stacca dal suo passato, quella della solitudine, quella dopo la quale richiederà indietro agli amici tutte le sue lettere. Qualche anno dopo a Margherita Dalmati in una lettera del 14 giugno 1961:

    Giorni fa sono stata a Firenze e ho bruciato due chili di carte – l’autodafé definitivo. Si sono salvate le tue lettere e poche altre, che ho portato qui a Roma. Poi ho scritto un testamento dove pregavo tutti di distruggere ogni mia lettera anteriore al 1957.

    La solitudine pesa come una pietra: si è consumata la rottura definitiva con Traverso e Cristina si aggrappa allo studio e spiega la De Stefano che: se finora è stata semplicemente una giovane letterata autodidatta di grande talento, adesso diventa, per scelta, una trappista della parola.

    In una lettera a Mita dell’11 ottobre 1957 scrive:

    Io ho ridotto la vita alla mia stanza perché tutto il lavoro è sul tavolo, e anche questo fa blocco con il resto, in un macigno che chiude la caverna. Stamani alzandomi ho pensato: “Vivere per pura cortesia” ed era abbastanza esatto; ma poiché non si ha voglia nemmeno di morire, non si ha neppure diritto all’eleganza di una frase. La cosa più bella è sempre Williams:

    Ora il tuo volto è nelle tue mani
    E i tuoi gomiti sulle tue ginocchia
    E sei silenzioso e spezzato.

    Rossella Farnese

  5. Tocca un limite profondo questa frequentazione dei poeti e della poesia.
    Va ad intercettare qualcosa di cui non sapremo mai, come è lo stare di fronte all’agonia.
    C’è poi uno strato più superficiale, più contestuale: quello delle abitudini, dello stato sociale, dell’epoca. Anche quello rivela, una volta di più l’altro limite, sempre nostro.
    Non ci rimane che il viaggio nel labirinto, lo stare tra le discariche. E’ evidente che è rimasta però una zona, se pur compromessa, in cui la parola
    coincide ancora con l’oggetto (altrimenti sarebbe impossibile comunicare nella quotidianità). Il poeta può servirsi in modo consapevole (per quel suo approdare a luoghi “altri”) anche di questi reperti, utilizzati dai comuni mortali. Il poeta stesso è un mortale, spesso povero.

  6. Di Raymond Carver:

    Stava cercando di scrivere una poesia mentre fuori era ancora buio
    quando provò la netta sensazione di essere osservato.
    Mise giù la penna e si guardò attorno. Dopo un attimo
    si alzò e fece il giro delle stanze della casa.
    Controllò dentro gli armadi. Naturalmente, niente.
    Comunque, non voleva correre rischi.
    Spense tutte le luci e rimase seduto al buio.
    Fumò la pipa finché la sensazione non fu svanita
    e fuori si fece giorno. Abbassò lo sguardo
    sul foglio bianco davanti a sé. Poi si rialzò
    e fece ancora una volta il giro della casa.
    Accompagnato dal suono del suo respiro.
    Altrimenti, niente. Ovviamente.
    Niente.

  7. Viaggio dell’io intorno alle «parole morte». La fine di un Impero
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/17/15-e-16-novembre-2018-dialogo-a-distanza-poesie-di-giuseppe-gallo-e-gino-rago-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-la-patria-metafisica-delle-parole-la-trovi-nelle-discariche-ab/comment-page-1/#comment-39649
    caro Giuseppe Gallo, amici tutti e interlocutori vari,

    tu, Giuseppe, scrivi: «Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”».
    Ecco, sai, mi sento un po’ in imbarazzo a commentare questa sciocchezza di Zanzotto… penso che dopo la bomba atomica non rimarrà nulla e non me ne importa granché di alcune parole graffiate sui muri quando tutto il pianeta sarà morto, distrutto. Mi sembra una dichiarazione demagogica, falsa, intrisa di narcisismo, esternata in piena falsa coscienza. Una dichiarazione imbarazzante. Mi sembra una dichiarazione di un ubriaco di narcisismo.

    La mia personale distanza da Zanzotto e da Sanguineti è abissale, la potrei misurare in miliardi di chilometri. Oggi parlare dell’avanguardia di Sanguineti e dello sperimentalismo di Zanzotto è come parlare delle monete d’oro romane trovate sotto un albero nei pressi di Grosseto. Venti anni fa furono trovate 490 monete d’oro nascoste in un vaso e seppellite sotto un albero, appena sotto la superficie del terriccio, a Sovana, nel luogo dove sorgeva una villa romana. Siamo intorno al 450 d.c. – Probabilmente, hanno scritto gli storici, una incursione di barbari nella villa romana. Il Dominus nella fretta nasconde o fa nascondere da un servo fidato le monete sotto un albero. Non sappiamo nulla di cosa sia accaduto, ma possiamo immaginarlo. Uomini e donne uccisi, il Dominus e la sua bella moglie assassinati, i soldati di guardia uccisi, i servi uccisi, la villa depredata… È la fine di un Impero, qualcuno oggi dirà.

    Ecco, qualcosa di simile è accaduto in questi ultimi decenni in Italia. Era la fine di un Impero, un giorno dirà qualcuno leggendo magari le poesie di Gino Rago o di Mario Gabriele nascoste magari in un’anfora sotto un albero. I romani dell’epoca avevano la netta percezione della fine di un Impero, di una civiltà, i barbari uccidevano, depredavano, arrivavano ovunque… non c’era alcuna sicurezza personale e anche la vita di ognuno era in pericolo… Oggi tutti scrivono miliardi di poesie che nessuno leggerà, si confezionano letture pubbliche, si danno premi, si celebrano riti apotropaici, si scrivono il giorno dopo la caduta del ponte Morandi a Genova delle poesiuole sul ponte caduto… tutto in completa e totale falsa coscienza e millantato auto credito…

    Noi, dico noi tutti, me compreso, invece non abbiamo ancora capito quanto la crisi in Italia e in Occidente sia stata e sia tuttora profonda, pensiamo che due giovinotti con pochi studi e tanta demagogia possa salvare il Paese. Io mi permetto di riderne.

    Oggi parlare di «avanguardia» mi sembra del tutto fuori luogo, uno specchio per le allodole, cioè per gli stupidi e per gli imbroglioni.

    Su queste colonne pochi giorni fa Tiziano Scarpa ha detto una cosa profonda, che lui nelle sue poesie adotta «le parole morte». Ecco, questo mi sembra un pensiero profondo: le parole che usiamo sono «morte». È da qui che bisogna ripartire. Ma, attenzione, se sono «parole morte» quelle che troviamo in giro, sono morto anch’io che le pronuncio, non vi pare? Siamo morti tutti noi che le pronunciamo! E quando noi della nuova ontologia estetica diciamo che impieghiamo in piena consapevolezza le parole delle discariche abusive, dei rifiuti, della Terra dei Fuochi, le parole delle ecoballe, imbalsamate e sigillate, che cosa facciamo? Facciamo, produciamo altre parole morte, siamo morti noi stessi che le adottiamo. La nostra è una poesia che puzza di morte, di cadavere! Noi abbiamo preso in parola le parole di Tiziano Scarpa!

    Quando io ho fatto gentilmente presente a Tiziano Scarpa che, se le parole erano «morte», anche l’«io» che le pronunciava era «morto», che bisognava avere il coraggio di arrivare alle ultime conseguenze di quella affermazione che io ritenevo (e ritengo) fondata, e che questo aspetto delle cose non lo rinvenivo nella sua poesia la quale continuava invece a ruotare intorno al catafalco dell’«io» come se esso fosse ancora in vita e in salute, quando invece si trattava di un «morto», è accaduto che Tiziano si è ritirato sulla difensiva proponendo delle argomentazioni che avevano l’odore di giustificazioni. Penso che anche in arte, anzi specialmente in arte, un artista di valore deve essere conseguente e andare alla ragione ultima del suo discorso, senza compromessi.

    Ed è quello che noi stiamo tentando di fare. Certo, lo capisco, è un discorso scomodo, forse, pensa la generalità, è meglio rimuoverlo, nasconderlo, parlare di altro, non è buona educazione mettere il dito nella piaga…

    Dimenticavo di dirti, caro Giuseppe Gallo, dulcis in fundo, che la tua poesia fatta con gli stracci e gli scampoli e messa in distici mi sembra notevole. Non posso che augurarti di raccattare stracci e scampoli e rifiuti di qua e di là e poi di fare la somma degli addendi, vediamo che ne viene fuori.

    • Posto la poesia inedita che Gino Rago ha scritto per l’occasione.

      Gino Rago

      Seconda Lettera di Fiorenza M. (mai spedita)

      Cara Rossella Farnese, caro Giorgio Linguaglossa,
      sono ancora io, Fiorenza M.,

      dal tesoro di carte di Vittoria-Cristina
      ora ecco uno smeraldo.

      Ma questo, vi prego, non parlatene per ora.
      Ho portato tre rose, un vaso di confettura,

      un libro che il Dr. Schlemmer mi ha mandato per lui.
      È curioso. A poche persone ho pensato tanto negli ultimi mesi

      come a questo bruttissimo ometto,
      che potrebbe essere mio padre

      e non fa nulla,
      proprio nulla, per rendersi indimenticabile.

      Per fortuna ieri l’altro la primavera è esplosa.
      In poche ore Roma s’è avvolta nei colori,

      mille verdi, e soprattutto mille gradazioni di rosso,
      lilla, rosa pallido, viola.

      Alberi di Giuda, siepi di rododendro, pergole di glicine, lillà.
      Il fioraio dove ho comprato le rose per Alvaro

      ha voluto farmi un « complimento»:
      un mazzetto di ciclamini e myosotis.

      È così bello intriso ancora di pioggia.
      […]
      Due preti all’alba sui gradini di Trinità de’ Monti.
      Dicono che a quell’ora vanno a dire Messa per i poveri.

      gentile Signor Gino Rago, Le accludo la mia replica in forma di missiva alla Sua.

      Giorgio Linguaglossa

      uno sconosciuto con la redingote nera, lisa

      «ah, la rosa, no! né il giglio, né il lillà
      solo consonanti e vocali nei miei versi

      tutto quello che c’è, c’era già». disse proprio così
      quel manigoldo che entrò dalla finestra. era infilato

      in una redingote nera, lisa, con delle vistose toppe
      ai gomiti, una camicia di bucato, agitò la farfalla à pois gialla

      che pendeva dal collo e mi disse:
      «nel Butan, caro poeta, ci abitano i watussi,

      quelli alti due metri», poi si fermò pensieroso,
      si alzò e fece il giro delle stanze della casa,

      controllò dentro gli armadi, l’interno del frigorifero,
      la gabbia dei canarini…

      uno scricchiolio proveniente dall’armadio all’ingresso.
      lo aprì di colpo, ma c’era il vuoto lì, non altro…

      e, con passi felpati, si diresse verso la finestra aperta
      che dava sul ballatoio condominiale…

      e di lì sparì nel nulla, o meglio, dietro il nulla…

    • Giorgio, ti chiedo se le grandi case Editrici sono a conoscenza del Progetto NOE? Si è aperto, non dico uno spiraglio, ma una caverna nel sottosuolo della parola, per portarla in superficie dopo tanti carotaggi. I punti di vista sono enormi. Schizzano forme linguistiche in una dialettica sempre più serrata e dichiarativa, all’interno di una nuova lessicologia.La lingua è morta, è vero, ma abbiamo il compito di scoprire le carte e curare l’afonia. Le giustificazioni, i report critici, il contraddittorio, ecc., sono le uniche armi di combattimento per chiudere un Impero e aprirne un altro. Il nostro Progetto non è che una interposizione della lingua poetica all’interno di un ricambio estetico, così come è sempre stato nella storia della poesia italiana.

      • A seguito di quanto sopra citato, riporto una mia poesia a sostegno di quanto da me affermato.
        ……………………………………….
        La tua storia è passata come la Pop Art.
        Mutazioni colorate esprimono il tuo volto.

        Le collezioni autunnali nelle passerelle di Milano,
        mi riportano alla Ragazza Carla
        -di anni diciassette, primo impiego stenodattilo-.

        Ritrovo la retrospettiva del 65
        in via Gattamelata, per un asset-based economy.

        Oggi, a fare da transfert è il Sedatol,
        come sonno pseudobiologico.

        I nostri nomi li ha ridotti il tempo
        per economia di lessemi.

        Il granturco si è messo da parte
        e le Melinde tardano a riempire gli scaffali di MD.

        Un penny e un nichelino
        sono il tributo che vuole questa vita.

        -L’unica risposta
        alla tomba di un bimbo è
        stendersi lì accanto e giocare al morto-,
        scrive Saint Giraud, come fosse Matsuo Basho
        o Wang Wei.

        Mi rischiara l’autunno i pensieri fossili
        come foglie di frassino ai bordi delle ciminiere.

        Sotto il cancello Arbeit macht frei passano i turisti.

        -Il bacio è la tomba di Dio- dice il Signor Kappa.
        Così riempio le giornate, vuote di canestri e prime rose.

        L’universo riparte dalle stringhe.
        Tace il Big Ben.

        Una generazione dietro l’altra
        trova posto nel giardino di Spoon River.

        Un certo modo di sentire le parole
        passa per Evergreen e le Guerre Stellari.

        Abitudine di July è rifare il viso di Marilyn
        come nella serie colorata di Warhol.

        Mi distruggo se penso a te sul far della sera.
        Ricomincia il giorno da zero.

        Ci vuole solo un distico per scrivere un epitaffio.

        • Marina Petrillo

          La luce in obliquo spegne l’ansimato giorno.
          Vettore di assenza tra parole
          infisse al filo spinato dell’intelletto.

          Vacuo il ragionare su altra sponda
          ove, solo a tratti, si intercetta
          il nesso causale.

          Canone inverso dell’apologo
          sottratto al rumoroso tedio
          dell’esatta misura.

          Un cenno
          e, ancora resta sospesa in arco
          la comprensione, cubico assenso
          evocato a schema logico.

          Apostrofo, il suo doppio,
          in raggio sovramentale.
          Ad inciampo rovina
          il peregrinante concetto.

          Si dissipa in lampo l’ovvia
          intuizione che, china,
          scorge il calco di ciò che è stato
          in smarrita poesia.

          (Non sono mai esistita abbastanza)
          Marina P.

      • Circa una Antologia della poesia italiana del secondo novecento che sarebbe dovuta uscire nel 2008 e non è mai stata pubblicata
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/17/15-e-16-novembre-2018-dialogo-a-distanza-poesie-di-giuseppe-gallo-e-gino-rago-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-la-patria-metafisica-delle-parole-la-trovi-nelle-discariche-ab/comment-page-1/#comment-39655
        caro Mario,

        penso che gli «impiegati culturali» che presiedono le collane di poesia dei maggiori editori italiani siano molto infastiditi di quello che stiamo tentando di fare e facciamo, e lo capisco bene, per loro accettare che nella poesia italiana qualcosa si muova significa implicitamente riconoscere che la loro poesia è rimasta ferma nel passato e che la «nuova poesia» ha messo implicitamente la loro produzione nell’archivio del passato.

        Mi conforta in questo pensiero il fatto che non una parola sia stata spesa dai rappresentanti dell’arco costituzionale della poesia italiana su un libro di 512 pagine come Critica della Ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), edito nel 2018 da Progetto Cultura di Roma. Loro hanno considerato il libro come indigesto perché (dal Loro punto di vista) non portava acqua al loro mulino bianco del passatismo. Addirittura, un autore che ha pubblicato tutti i suoi libri ne Lo Specchio mi ha scritto in una email una parola significativa: «non mi interessa», facendo trapelare chiaramente il suo disappunto e il suo menefreghismo verso tutto quello che stiamo facendo.

        Una persona di cui non posso fare il nome mi ha confidato (in via strettamente personale) che è passata, nelle alte sfere degli impiegati addetti al settore poesia, una parola d’ordine: non fare il minimo accenno alla «cosa» che stiamo facendo, di non citarci mai, di non fare la benché minima azione che possa essere interpretata anche come un riconoscimento implicito del fatto che esistiamo e che stiamo lavorando per la nuova poesia. Silenzio assoluto su tutto il fronte. Ma noi sappiamo che il silenzio è molto più assordante delle parole, noi portiamo avanti idee, non dei carciofi, che mettiamo a disposizione di tutti coloro che vogliono capire; le idee sono gratuite e, prima o poi, dilagheranno… Anche perché dal versante opposto non pubblicano nulla di interessante da almeno trenta anni. Sono trenta quaranta anni che non leggo, da parte di questi impiegati addetti al settore cultura, neanche una riga di riflessione sulla poesia mondiale che possa essere qualificata come lavoro di ricerca e di critica. La Loro produzione poetica è relegabile nella categoria dell’epigonismo di maniera, produzione di opere soporifere… soap poetry.

        È ormai notizia diffusa che dieci-dodici anni fa doveva uscire per Feltrinelli una Antologia della poesia italiana del secondo Novecento(in due volumi) curata da un noto poeta milanese. Bene, il lavoro fu fatto e il poeta venne ricompensato con un assegno succoso, ma l’antologia non venne mai alla luce perché nell’intertempo era intervenuto un ordine dall’alto, un ordine interdittivo di cancellare dalla antologia 10 nomi (tra i quali c’era anche il mio). Il curatore ovviamente si rifiutò di ottemperare all’invito, e l’antologia non vide mai la luce. Inutile dire che l’ordine interdittivo era partito dall’alto, da molto in alto. Dal punto più «alto» della poesia italiana.

        • Dove sta il problema? Alle prossima fiera del libro basterà darsi una chiara identità… selezionare un prodotto, decidere una strategia di comunicazione, ecc. Puntare su Cristiano Ronaldo, o fare gruppo.
          Non piace questo modo di ragionare? Eppure va così, che il mercato è composto da numeri, non da persone. E’ principalmente commercio…

        • L’ispirazione del poeta: «la musa spaventacchio» di Eugenio Montale (la versione in distici è, ovviamente, mia)

          Eugenio Montale
          La mia Musa
          (da Diario del ’71 e del’72)

          La mia Musa è lontana: si direbbe
          (è il pensiero dei più ) che mai sia esistita.

          Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
          alzato a malapena su una scacchiera di viti.

          Sventola come può; ha resistito a monsoni
          restando ritta, solo un po’ ingobbita.

          Se il vento cala sa agitarsi ancora
          quasi a dirmi cammina non temere,

          finché potrò vederti ti darò vita.
          La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio

          di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
          chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita

          di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
          e con quella dirige un suo quartetto

          di cannucce. È la sola musica che sopporto.

          Eugenio Montale
          La lingua di Dio
          (da Diario del ’71 e del ’72)

          Se dio è il linguaggio,
          l’Uno che ne creò tanti altri per poi confonderli
          come faremo a interpellarlo e come
          credere che ha parlato e parlerà
          per sempre indecifrabile e questo è
          meglio che nulla. Certo
          meglio che nulla siamo
          noi fermi alla balbuzie. E guai se un giorno
          le voci si sciogliessero. Il linguaggio,
          sia il nulla o non lo sia,
          ha le sue astuzie.

          Il linguaggio di Montale
          commento di Eleonora Anselmo, classe V B

          Il poeta del Novecento spesso si interroga su quali parole usare ed ecco Montale orientarsi, da Satura (1971) in poi, verso un linguaggio sempre più prosastico, che ben si distanzia tuttavia dal “pauperismo evangelico” rinfacciato a Pasolini nella “Lettera a Malvolio”, orientandosi verso tecnicismi e immagini di storia.

          A partire dagli anni Settanta sempre più spesso Montale allude a una “balbuzie” che segna il linguaggio umano in generale, e anche quello poetico. Una balbuzie che porta il linguaggio umano, ormai lontano dal linguaggio di Dio, l’unico assoluto, alla imperfezione, a un “mezzo parlare” che lo allontana dalle certezze e dalla verità: al poeta resta la dimensione dello scetticismo, della distanza ironica dal lettore e interlocutore, della interruzione o deformazione di ogni comunicazione, a cui spesso allude per esempio nelle poesie in cui descrive le telefonate “distorte” o errate ricevute da persone conosciute o sconosciute, che magari parlano “un’altra lingua” (come Celia la filippina in “Xenia” o le voci inattese di “A tarda notte”). E’ quindi, la sua, una posizione di ripiegamento e di sfiducia nel valore della parola poetica, quasi sopraffatta dalle troppe parole dell’oggi.

          Strettamente connesso al tema delle parole è quello dell’ispirazione: la Musa, per Montale, non si trova sul Parnaso, come in ogni autore della classicità, bensì è lontana, si direbbe che mai sia esistita. E’ collocata in un ripostiglio teatrale, indossa i panni dello spaventacchio, ma il poeta la invita a resistere in un mondo che vorrebbe cacciarla via. Si può notare che il termine “cannucce” contrapposto alle canne dell’organo auliche caratterizza la materia di Montale che parte dal basso, dal piccolo e da ciò ne consegue il linguaggio.

          Il discorso di Montale è sempre un discorso di tono e timbro familiare, potremmo dire borghese. Sono scene individualizzate, episodi, parentesi: ogni cosa è valida solo se si ferma in un ritmo come un “umore” che si modula e trasforma. Trasmette l’esperienza di un uomo che sente intimamente il dramma dell’inconciliabilità tra la vita e la parola, tra una sensibilità capace di cogliere gli aspetti più nascosti dell’esistenza e l’impossibilità di tradurre le sensazioni in parole, il ‘muro’ che impedisce di attingere alla vita.

          Dice infatti Montale in “Domande senza risposta”: “se il nome fosse una conseguenza delle cose, di queste non potrei dirne una sola”, ma è evidente, da come viene posta questa ipotesi, che tra nomi e cose rimane una separazione che rende le cose impenetrabili, intangibili dalle parole.
          La poesia “La mia Musa” appartiene al Diario del ’71 e del ’72, raccolta priva di un baricentro tematico, ma avente struttura ideologica centrifuga, frammentata, diversificata, venendo trattata in modo esplicito, ragionativo, discorsivo e colloquiale la materia che prima era presentata sotto il velo allegorico e simbolico.

          La Musa ora è trasfigurata, ma non viene ipostatizzata, al contrario è abbassata, parte dal suolo e non dal cielo. Questo spiega il nesso che Sanguineti intende: dall’ideologia segue il linguaggio. Ad un ‘abbassamento’ della Musa che scende dal Parnaso non può non seguire anche una diminuzione del livello del linguaggio. La poesia appartiene alla raccolta Diario del ’71 e del ’72, la quinta nella sua produzione: la parola stessa , vuota e neutra, vuole probabilmente indicare, oltre che la registrazione dei fatti quotidiani, anche la maggior vicinanza alla prosa e la natura quasi di “appunti” delle poesie proposte. La matrice prosaica risale già a Satura: un ‘pasticcio’ che intride la poesia con la prosa.
          Nella sua dichiarazione di poetica, Sulla poesia, Montale analizza “lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere”, in cui la poesia non può sopravvivere, inghiottita dall’universo delle comunicazioni di massa: evoca quasi, nella terza strofa, la selva oscura dantesca, nel “quasi a dirmi cammina non temere, finché potrò vederti ti darò vita” e Montale è il Virgilio che vuole portare in salvo Dante, la poesia.

          E’ una musa che si rifà a Blake e Baudelaire: testo non invocativo, ma narrativo e di constatazione che cela dietro lo “spaventacchio” una figura mista, di coincidentia oppositorum: anche sul piano del significante si intrecciano due dorsali timbriche, la vita (esistita-vita-resistito-ritta-riempita) e lo spaventacchio che riporta alla morte oscura.
          Ma è importante sottolineare infine che essa non conduce all’impossibilità di fare poesia: la Musa si è solo ingobbita, ma “solo un po’” e anche se scarnificata, ridotta a “cannucce” rispetto all’alta Musa della classicità, è la sola musica” che l’autore sopporta, cui non può, per questa ragione, rinunciare.

          (Eleonora Anselmo, Asti, Liceo Classico ‘V. Alfieri’, 2018
          Rossana Levati, ideatrice, coordinatrice, realizzatrice del Progetto)

          • Il Signor Nulla ha preso stabile dimora nella forma-poesia

            Ho suddiviso in distici la poesia di Montale per sottolineare come il poeta ligure, pur con delle simiglianze notevoli con i poeti della nuova ontologia estetica, tuttavia è un poeta pre-NOE. Lui poeta dal punto di vista di un «soggetto» ancora ben stabilizzato nel mondo che si concede l’arma appuntita dell’ironia. Quindi è un «io ironico» che prende la parola, un «io» che sta ancora al centro del suo universo di parole, al centro del suo discorso poetico. È ancora un «io» centrato.

            Al contrario, nei poeti NOE (Giuseppe Gallo, Gino Rago, Mario Gabriele e il sottoscritto e gli altri), l’«io» si è decentrato, assottigliato, il «centro» locutorio se l’è preso qualcun altro, l’«io» è diventato eccentrico, excentrato, si è de-centrato. E questo è senz’altro dovuto al processo storico che è intercorso dal 1971-72, data di inizio della stesura dell’ultima poesia montaliana e il 2018, data di composizione delle nostre poesie in distici. È la storia che fa la differenza, o, se si vuole, il Fattore T (il tempo).

            Durante questo interregno del Fattore T (il tempo), la crisi globale ha colpito in modo perentorio e aspro il nostro Paese ed ha investito anche la poesia, determinando le mutazioni interne della forma-poesia. In particolare, vorrei osservare che la condizione del nichilismo in Italia si è nel frattempo aggravata, il Signor Nulla è entrato con prepotenza nella forma-poesia decentrando il soggetto e confinandolo in luoghi periferici, eccentrici, non concedendogli alcuna funzione all’interno della forma-poesia. Ecco la ragione che ha condotto alla «debolezza della ragione poetica» della «nuova ontologia estetica», la «debolezza», come un cancro maligno, si è stabilita nei polmoni della forma-poesia determinando la dissoluzione e il de-centramento del soggetto. Non a caso la tematica centrale della nuova poesia è il «nulla», ormai i mocassini di questo «ospite ingombrante» (dizione di Heidegger) scricchiano sul parquet della nostra abitazione un po’ ovunque, e noi «non possiamo fare altro che guardarlo bene in faccia», come dice Heidegger, al quale lascio la parola:

            «Esser-ci vuol dire: essere tenuto immerso nel niente (Da-sein heisst Hineingehaltenheit in das Nichts). Tenendosi immerso nel niente l’esserci è già sempre oltre l’ente nella sua totalità. Questo essere oltre noi lo chiamiamo trascendenza (Transzendenz). Se l’esserci, nel fondo della sua essenza, non trascendesse, ossia, come ora possiamo dire, non si tenesse immerso fin dall’inizio nel niente, non potrebbe mai riferirsi all’ente, e quindi neanche a se stesso. Senza un’originaria rivelazione del niente non c’è un esser-se-stesso, né una libertà. Si è così ottenuta la risposta alla questione sul niente.. Il niente non è un oggetto, né in generale un ente. Il niente non si presenta per sé, né accanto all’ente a cui pure inerisce. Il niente è la condizione che rende possibile la rivelazione dell’ente come tale per l’esserci dell’uomo. Il niente non esprime solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essenza dell’essere stesso. Nell’essere dell’ente avviene il nientificare del niente (das Nichten des Nichts)».1

            1] M. Heidegger, Was ist Metaphysik? (1929); tr. it. Che cos’è metafisica?, in Segnavia, Adelphi, Milano 1987 pp. 70-71

  8. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio Linguaglossa,

    posso capire la tua “personale distanza da Zanzotto e Sanguineti”. Le loro poetiche sono state due esperienze della nostra storia letteraria. E va bene. Lasciamole alla storia. Nel momento in cui hai postato alcune poesie di Laborintus, io non ho pensato che tu volessi farti fautore del suo spirito avanguardistico, infatti precisavo che “Il confronto tra la scrittura di Cristina Campo e quella di Edoardo Sanguineti è denso di significati, espliciti ed impliciti. Nei fatidici anni ’50 convivevano le istanze più disparate…”. Era la mia una pura e semplice presa d’atto del contributo di Sanguineti allo svecchiamento della paludata tradizione accademica nostrana. E tutto mi lascia ritenere che tu sia d’accordo con ciò. E veniamo allo spunto polemico su Zanzotto. Riporto integralmente quanto ho scritto: «Diceva Zanzotto che la parola poetica è la “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica”». Sono d’accordo, e quindi sono anche d’accordo con ciò che affermate contemporaneamente sia tu che Gino Rago rispetto alla poetica della Noe e in duplice direzione;… “,- ecc.

    A differenza di Tiziano Scarpa, come tu riporti, non vorrei anch’io ritirarmi sulla difensiva, ma l’immagine di Zanzotto riguardante “la parola poetica” come “figura che rimane sui muri dopo la deflagrazione atomica” l’avevo presa in considerazione perché ancora più radicale delle “parole morte” di Scarpa e degli “stracci” della Noe. Se muoiono le parole che dobbiamo dire degli uomini? D’altronde lo riaffermi anche tu. “Facciamo, produciamo altre parole morte, siamo morti noi stessi che le adottiamo”. Logica vorrebbe che le ecoballe “imbalsamate e sigillate” siano meno pestifere di una deflagrazione atomica… o no?
    Colgo l’occasione per ringraziare Gino Rago sia per quanto dice su Arringheide sia per quanto riguarda il mio tentativo di immettermi “nella fitta boscaglia della poesia in lingua”.

  9. Di questo ti nutri di scarti di luce, di altro,
    pigmenti di vita, di colori?

    Colori sbiaditi, odi incomprese, parole?
    Stai comodo, l’obesa virtù

    anch’essa sublime, t’osserva sospesa,
    a scatti ti segue la Musa Perpetua,

    registra ogni istante, registra ogni cosa.
    Miserere del tempo, miserere degli uomini. T’osservo guardarmi!

    Di questo dunque tu soffri, poeta? Registrati allora, declina i tuoi dati
    che ella sappi, che usi, che elabori i tuoi casi.

    (azzardare il recupero della spontaneità, provarci almeno!)
    Grazie Ombra.

  10. Il prato dei conigli

    Ancora per poco resta il giorno
    e quel brucare
    che i piccoli, da soli
    hanno imparato.

    Una donna in veste nera
    cammina con il figlio.

    Le gazze volano giù
    una alla volta.

    Dallo steccato
    al cellulare

    una lingua dell’Est
    sul prato dei conigli.

    Più lontano

    Una danza di ragni tessitori
    lungo le paglie del riso
    mozzate. Viene l’Inverno.

    Arazzo invisibile, il sole
    ne rivela la trama
    l’ordito di fili
    fregiati di luce.

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