Lars Gustafsson (1936-2016), Poesie Scelte, traduzione di Enrico Tiozzo – Considerazioni storiche sui concetti di «autenticità», «falsa coscienza», «esistenza autentica», «Anima», «Forme», «Struttura dinamica significante», «reificazione», e sull’esistenzialismo a cura di Giorgio Linguaglossa

Gif porta girevole

Lars Gustafsson  (Västerås, 17 maggio 1936 – 3 aprile 2016) è stato considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo, romanziere fra i più tradotti all’estero, e in questa sua intensa attività (oltre cento i libri pubblicati: poesie, saggi di critica letteraria, romanzi che sono stati tradotti in quindici lingue) ha ottenuto molti riconoscimenti. Nel 1996, quando ottenne il Pilot Prize (istituito per premiare con 150.000 corone svedesi chi si distingueva nella letteratura), fu descritto come filosofo, poeta, visionario. Diplomato nel 1960 all’Università di Upsala dove ha studiato sociologia e filosofia, ha conseguito il dottorato nel 1978.

È stato sposato tre volte ed avuto quattro figli dalle prime due mogli. I romanzi che gli hanno dato la notorietà a livello internazionale, è stato il ciclo Crepe nel muro di cui fanno parte cinque libri: Lo stesso signor Gustafsson (1971), La lana (1973), Festa in famiglia (1975), Sigismondo (1976) e  Morte di un apicultore (1978), tutti caratterizzati da da domande esistenziali mischiate all’assurdo ad al comico. Ha insegnato Storia del Pensiero Europeo all’Università di Austin, Texas, dal 1983, anno successivo alla separazione con la prima moglie, e fino al 2006, anno successivo al suo terzo matrimonio e del pensionamento, a seguito del quale si è ritirato a Södermalm, quartiere di Stoccolma. Nel 1986 è stato fatto cavaliere dell’Ordre des Arts et des Lettres. In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento e il Premio Grinzane Cavour.

Giorgio Linguaglossa specchio (2)

Giorgio Linguaglossa, Praga, 20 agosto, 2018

Giorgio Linguaglossa

Considerazioni storiche sull’esistenzialismo

György Lukacs in Storia e coscienza di classe (1923) propone una diversa categoria in contrapposizione a quella heideggeriana di «autenticità», successivamente ripresa dal pensiero marxista: la «falsa coscienza». Ma qui si tratta di una categoria di ordine generale che prendeva lo spunto dall’evento della Rivoluzione d’ottobre in Russia. Ben più importante ai nostri fini di inquadramento filosofico sull’autenticità è il libro L’anima e le forme (1911), (che comprende saggi su Rudolf Kassner, Søren Kierkegaard, Novalis, Theodor Storm, Stefan George, Charles-Louis Philippe, Richard Beer-Hofmann, Laurence Sterne e Paul Ernst. Tra le influenze, sono visibili quelle esercitate dagli ideologi neokantiani della «filosofia della vita», i quali presupponevano la vita come principio assoluto, origine di ogni manifestazione dell’attività umana. L’anima umana, attraverso le «forme»). Sono le strutture che danno significato alla realtà umana, rendendola necessaria e non causale e contingente; il compito dell’uomo è visto in termini individuali: trasformare la banalità e l’inessenzialità della propria esistenza quotidiana in quella pienezza di vita in cui consiste l’assoluto. Ma di fronte al principio assoluto, trascendente e positivo, della «Vita», le forme del mondo umano non possono essere che inadeguate, e pertanto ogni esistenza individuale si manifesta «come scacco ontologicamente necessario di fronte a un assoluto annichilante, totalmente altro rispetto al mondo della storia che diventa in sé e completamente, per necessità d’essenza, il mondo del negativo».1

Il tema principale che lega i saggi raccolti in Die Seele und die Formen è per l’appunto il rapporto non pacificato fra l’anima e le forme significanti. In quale modo l’individuo riesce ad esprimere, a dare forma, al flusso dinamico della sua interiorità?

«Anima»: con questo termine Lukacs non intende denotare una soggettività pura, cartesiana, padrona di sé, bensì un’individualità fragile, travolta dal corso degli eventi; un’individualità all’affannosa ricerca di senso e significato della propria vita che gli appare insensata.

«Forme»: per forme l’autore intende invece le strutture dinamiche significanti con cui il singolo tenta di dare senso, unità, sistematicità, ordine al caos del vissuto. A causa della loro legalità interna, tali forme tendono ad acquisire un’indipendenza ontologica dai loro originari contenuti materiali.

La Weltanschauung tragica

In primo luogo, si fa riferimento alle forme artistiche, al modo con cui queste vengono prodotte. A livello più profondo i saggi sembrano essere spunti per trattare il tema metafisico del rapporto tra particolare e universale, libertà e necessità, l’individuo e la storia, autenticità e inautenticità; queste opposizioni polari sono conciliabili? Le forme universali mantengono intatta l’identità dell’individuo? È implicito in tutta l’opera un confronto con la filosofia hegeliana della Versöhnung; da tale confronto viene fuori una Weltanschauung tragica: le forme svolgono lo stesso ruolo regolatore del destino, selezionano le cose importanti ed eliminano quelle inessenziali, «recingono una materia che altrimenti si dissolverebbe nel tutto».2 Pertanto, l’azione travolgente della forma, della totalità è per principio opposta al tentativo di emergere dell’individuo; semmai ci dovesse essere una conciliazione tra questi due poli, essa non può che essere un sublime eroismo dell’individuo che è consapevole di essere parte di un tutto che lo trascende e che, allo stesso tempo, cela la sua individualità.

Lukács stabilisce un’opposizione tra Spirito e Natura, che si risolve in quella tra Arte e Scienza, Poesia ed Empiria. La prima è finita, è chiusa, è fine, «è qualcosa di primo e ultimo, l’altra diviene superata ogni qualvolta si produce una prestazione migliore. In breve, l’una ha una forma, l’altra no».3 La forma è il «limite e il significato» che il poeta dà alla vita, la materia grezza che è l’oggetto della sua operazione artistica: da questa materia egli può ricavare «univocità dal caos, può temprare simboli dalle apparenze incorporee, può dar forma – cioè limite e significato – alle molteplicità disarticolate e fluttuanti».4

Sull’esistenza autentica

Da questa opposizione deriva ancora che l’«esistenza autentica» non è quella del senso comune, «l’esistenza reale non raggiunge mai il limite e conosce la morte soltanto come un che di spaventosamente minaccioso, assurdo, un qualcosa che tronca improvvisamente il suo flusso»; invece, l’esistenza autentica è quella che assume in sé il suo proprio limite, la sua stessa negazione, la morte, è l’esistenza vissuta tragicamente. «inautentica» è la vita vissuta per il mondo; «autentica» è la vita consapevole «del non-valore del mondo […] e della necessità del rifiuto radicale del mondo stesso».5 Non si può non vedere, qui, oltre ai richiami di Kierkegaard e Windelband, anticipazioni di problematiche che saranno svolte da Heidegger e dall’esistenzialismo.

Un’analisi approfondita viene compiuta da Lukács in Storia e coscienza di classe (1923) sul problema della reificazione (Verdinglichung, il diventare cosa delle coscienze), sviluppato nel saggio La reificazione la coscienza del proletariato, il cui spunto è dato dalle pagine dedicate da Marx ne Il Capitale sul «carattere di feticcio della merce» e la trasformazione, che avviene soltanto nella coscienza umana, dei rapporti sociali, che intercorrono tra gli uomini, in apparenti rapporti tra cose: come scrive Lukács, «una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’«oggettività spettrale» che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparente, conclusa e razionale, ogni traccia della propria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini».6 D’altra parte, nell’economia capitalistica, la capacità produttiva del lavoratore, la forza-lavoro, è una merce come ogni altra, e dunque è effettivamente una cosa: «questo trasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato e disumanizzante del rapporto di merce».7

Foto strada galaxy

l’altra notte l’ho incontrata in un sogno, Lei non mi ha riconosciuto. Eravamo in una automobile in corsa su una autostrada, un immenso ponte si slanciava nel vuoto del cosmo al centro del quale splendeva una galassia.

La critica di Adorno

Il gergo dell’autenticità (Jargon der Eigentlichkeit) è un’opera scritta da Theodor Wiesegrund Adorno nel 1964. Il «gergo dell’autenticità» è quella forma di linguaggio sorta dall’interpretazione di Essere e tempo. Il filosofo marxista denuncia la deriva semantica del linguaggio heideggeriano e analizza la terminologia filosofica di Essere e tempo cogliendo in essa la connivenza ideologica di Heidegger con il potere durante gli anni del nazismo e dopo la «svolta» (die Kehre) heideggeriana. Il linguaggio heideggeriano viene definito un «gergo» perché le immagini e le metafore adottate da Heidegger allo scopo di descrivere l’Essere rispecchiano ideologicamente una forma di vita sociale arcaica ed anacronistica come quella del mondo agrario, una società basata su un’economia autarchica, chiusa e destinata ad essere sorpassata dai moderni mezzi di produzione. La metafisica di Heidegger si rivela quindi complementare al bisogno ontologico, ovvero ad un bisogno ideologico di stabilità e di sicurezza.

Sulla base di questi assunti Adorno effettua una critica terminologica di alcuni concetti fondamentali di Essere e tempo, come la chiacchiera, la curiosità, l’angoscia e l’Essere-per-la-morte (Sein zum Tode) e l’autenticità. Capovolge la critica della cultura svolta da Heidegger in Essere e tempo. La condanna di Heidegger alla chiacchiera ed alla curiosità – due aspetti che caratterizzavano l’Esserci nello stato della sua quotidianità media – viene così interpretata da Adorno come un atto di violenza dell’identico sul non identico e come un’apologia dell’ordine sociale esistente. In una frase: «Non vi può essere vera vita nella falsa». (Dialettica negativa, Adorno)

Anche i concetti dell’angoscia e di Essere-per-la-morte non vengono interpretati da Adorno dal punto di vista esistenziale e metafisico, ma in un’ottica sociologica. Mentre l’angoscia corrisponde al timore della disoccupazione ed alla coscienza della superfluità dell’intellettuale borghese nel mondo contemporaneo, con il concetto di Essere-per-la-morte Heidegger sublima tale impotenza fino al suo limite più estremo.

Il progetto ontologico di Essere e tempo – che cercava di determinare il senso dell’Essere – si capovolge così nel non-senso, nell’apologia del «cattivo esistente» che si manifesta attraverso il tautologico linguaggio heideggeriano. Adorno mostra infatti come l’apparente impersonalità e neutralità del linguaggio heideggeriano, esemplificati in uno dei termini chiave di Essere e tempo – l’autenticità – in realtà rispecchino un atteggiamento ideologico e discriminatorio che sulla base della sola forma logica, isola ed esclude il momento del non-identico dalla continuità delle proposizioni.

L’esistenzialismo svedese

L’esistenzialismo tipicamente svedese presente nella poesia di Lars Gustafsson e in altri poeti svedesi della seconda metà del novecento corrisponde a livello sociologico alla crisi della socialdemocrazia  europea, è il sintomo di una inquietudine diffusa presente anche nelle società del welfare rispetto a un bisogno ontologico e ideologico che non può essere più tacitato da un ordinamento giuridico e istituzionale ispirato ai principi della stabilità sociale e della sicurezza pubblica. La dialettica dell’esistenzialismo prescinde dalla dialettica hegeliana, rifugge da ogni soluzione di sintesi, non sintetizza gli opposti, anzi li vuole esasperare, portare alle estreme conseguenze; le contraddizioni non vengono superate: restano sempre aperte, vive, operano nella vita dell’individuo di cui costituiscono il dramma inevitabile. L’esistenzialismo di Gustafsson è pur sempre e tuttavia un esistenzialismo squisitamente individualistico, legato al personale, al privato e alle adiacenze del personale, alla abbondanza e alla insignificanza delle cose nel quotidiano, al Selbstständigkeit delle cose. Potremmo dirla così: una sorta di «falsa coscienza» interiorizzata e personale che non ha alcuna possibilità di comunicazione con le altre «false coscienze»; terminus ad quem e a quo è sempre la vicenda privata dell’individuo isolato, scisso e cosificato delle società a economia capitalistica; l’incomunicabilità, il malessere e il disagio delle società opulente caratterizzate dalla scomparsa dall’orizzonte degli eventi di ogni possibilità di una esistenza autentica.

  1. C. Pianciola, L’anima e le forme e Teoria del romanzo, «Rivista di filosofia», 1, LV, 1964
  2. G. Lukács,  L’anima e le forme, Una lettera a Leo Popper
  3. G.  Lukács,  L’anima e le forme, p. 155
  4. Op. cit., p. 14
  5. L. Goldamnn, prefazione a G. Lukács, Teoria del romanzo, Milano 1962, p. 20
  6. G. Lukács, Storia e coscienza di classe, p. 108
  7. Ivi, p. 120

Lars Gustafsson

Poesie di Lars Gustafsson

Vita

La vita scorre attraverso il mio tempo,
e io, un volto non rasato,
dove le rughe sono profonde, analizzo le tracce.

Pensieri come bestiame,
avanzano sulla strada per bere,
estati perdute ritornano, ad una ad una,

profonda come il cielo viene la malinconia,
per la pianta di carice che fu,
e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

eppure so che tutto è uguale,
che tutto è come allora e irraggiungibile;
perché sono al mondo,

e perché mi prende la malinconia?
E gli stessi lillà profumano come allora:
Credimi: c’è un’immutabile felicità.

.

Il cane

«Verso casa in un paese più tranquillo»
Non c’è un paese più tranquillo di questo.

C’era il sole e camminavo sui ghiacci,
i grandi ghiacci aperti che il vento spazza,

ed era domenica. Allora vidi una cosa strana,
un cagnolino nero, completamente solo,

che correva più rapidamente possibile, avanti,
allontanandosi dalla riva e verso lo spazio aperto,

dove tutto spariva come nebbia all’orizzonte.
Correva rapidissimo e senza guardarsi intorno,

era come un gomitolo nero sul blu lucido,
che il vento ha sollevato e porta con sé.

Rimasi fermo a lungo e lo guardai,
ma non sembrò fermarsi e infine sparì.

Non c’è un paese più tranquillo di questo.

.
Ballata sui sentieri del Västmanland

Sotto la scritta visibile di stradine,
viottoli di ghiaia, passaggi, spesso con un pettine
d’erba nel mezzo tra profonde orme di ruote,
nascosta sotto i mucchi di rami secchi in zone nude,
ancora chiara nel muschio screpolato,
c’è un’altra scritta: i vecchi sentieri.
Vanno di lago in lago, di valle
in valle. S’affondano talora,
si rendono palesi e grandi ponti
di pietre medievali li trasportano sopra ruscelli scuri,
si sperdono alle volte sopra rocce nude,
li si smarrisce facilmente nei terreni paludosi, così
inavvertiti che un attimo ci sono,
e l’altro no. C’è una continuazione,
c’è sempre una continuazione, se solo
la si cerca, questi sentieri sono testardi,
sanno cosa vogliono e con la conoscenza
combinano una significativa astuzia.
Tu vai ad est, la bussola insistente mostra l’est,
il sentiero fedele segue la bussola, come una linea,
tutto è a posto, allora il sentiero svolta a nord.
A nord non c’è niente. Che vuole adesso il sentiero?
Presto arriva una palude gigantesca, e il sentiero lo sapeva.
Ci fa girare, con la sicurezza di uno
che là c’è stato prima. Sa dove si trova la palude,
sa dove la montagna diventa troppo ripida, sa
cosa succede a chi scambia il nord con il sud
del lago. Il sentiero ha fatto tutto
tante volte prima. È questo il senso
di essere un sentiero. Che lo si è fatto
prima. Chi ha fatto il sentiero? Carbonai, pescatori,
donne con braccia magre che raccoglievano la legna?
Gli inquieti, timidi e grigi come il muschio,
ancora in sogno col sangue del fratricidio
sulle mani. Cacciatori d’autunno sulle tracce
di fedeli bracchi col latrato di ghiaccio chiaro?
Tutti e nessuno. Lo facciamo insieme,
anche tu lo fai in un ventoso giorno, quando
è presto o tardi sulla terra:
noi scriviamo i sentieri, e i sentieri rimangono,
e i sentieri sanno più di noi,
e sanno tutto ciò che volevamo sapere..

.
Lo svasso maggiore

Nelle chiare pure sere d’autunno
in gruppetti davanti alla prua delle barche a motore.
E sparente senza timore, senza fretta,
solo perché questo,
lo sparire, è il suo ovvio tipo d’arte.

Ho spesso desiderato
di poterlo seguire
anche nella sua seguente fuga.
Vede lo specchio d’acqua
come un secondo cielo?
Com’è il suo pesante battito d’ala sotto l’acqua?

Crede d’essere
lo stesso uccello in due diversi spazi?
L’uno dominato dai venti,
l’altro da fresche correnti profonde?

L’albero con le foglie tremolanti.
I lunghi fili delle alghe alla corrente
dove dal fondo sgorga fredda fonte.

Come può portare
cose cosí diverse nella stessa vita?
Oppure crede d’essere
due uccelli
che un attimo s’incontrano

nella vertigine del confine muto sullo specchio d’acqua?

.
Lettera a un giovane poeta

La prima riga solitaria.
Il primo verso solitario sulla carta.

recano sempre una promessa. La più grande.

E i colori ritornano, uno dopo l’altro,
come in un’alba nel mese di giugno,

e prendono i loro posti senza indugio o dubbio.
Le cose sono così abili:

insieme ricordano i loro colori
dopo tutta la lunga notte.

Ed ecco un grido. Un chiurlo maggiore,
e là una cicogna.

Suoni di uccelli, suoni di acque.

Abitano in questa primissima cosa
ma troppo lontano per sapere.

Presso di loro l’attimo luminoso.

Il resto per lo più fastidio. Conferenze

dove tutti all’unisono testimoniano
su quanto tutti siano unici.

Impara a tenere i tuoi occhi lontani
dal telegrafo della Borsa. Ah queste strisce
buone soltanto da incollare sugli occhi delle mummie!

Quando il tempo cambia pelle (Perché il tempo è un serpente!)
i grandi poeti si rattrappiscono in foglie brune

trasportate da qualche fiume notturno verso la prossima curva.
E al di là di quella c’è una potente cascata.

Ah penna stanca, mano stanca, torna indietro adesso
alla prima luce, alla voce degli uccelli sull’acqua,

indietro all’attimo prima!

GUSTAFSSON LARS

Lars Gustafsson

Visita dall’oculista

I colori sono meno forti adesso?
Non so, io li vedo più netti.
Ma è negli occhi che comincia a fare scuro.

I titoli dei libri si ritirano nello scaffale
come volessero adesso starsene da soli.
La vite caduta è perduta senza scampo,

nella penombra sotto il banco. Le persone
d’altra parte, molto più nitide adesso.
Le persone della mia gioventù, vaghe ombre

dai contorni deboli nella periferia. Devo
avere guardato qualcos’altro.
Questo qualcos’altro adesso non si vede affatto.

.
Abitudini

Arrivano volando come uccelli.
E si accomodano.

Solo un modo di fare un cenno col capo agli sconosciuti.
Il bicchierino la sera. La corsa la mattina

uguali con ogni tempo. Le visite
alla spiaggia. Perché dare il pane alle anatre?

Non si sa mai per quanto tempo
o da dove arrivino.

Hanno così poco da spartire con noi.
Potremmo comodamente averne avute delle altre.

Ma quando alla fine si sono decise
a fermarsi qui, in questo bosco,

noi ne siamo materiati.
E ci si ricorderà di noi

come un fascio di abitudini.
E non colui in cui abitavano.

Vedo nelle neve le orme di mia figlia

Vedo nella neve le orme di mia figlia.
Sono così leggere, delle sue impronte resta

solo questo debole blu dove si ferma l’ombra.
Tutto rimane sospeso dove cammina mia figlia.

Nella passeggiata domenicale di un altro anno
mio padre che mi tiene per mano e capisce.

In modo così strano e capriccioso camminano i nostri orologi!
E la neve è l’unico resto delle orme.

.
Jardin des Plantes, Paris

Dov’è adesso il Leopardo di Rilke?
O mondo rettilineo
dove ogni pianta al suo posto
indugia per sempre,
in attesa dell’archiatra
che come Buffon
sa mettere in ordine per ascendenza
il Leone, il Rinoceronte e l’Elefante
orto d’erbe, dove il Fior di stecco pasquale
fiorisce sempre presto –
cosa vuole da noi il tuo ordine tassonomicamente casto
che senza ordine, senza nome, cresce
nei boschi dimenticati delle nostre vite?

.
Exit Jean Paul Sartre: Aprile 1980

Da tanto abbiamo preso appuntamento
con Pierre, un amico, in un caffè.
Lui non viene.
Tutti quelli che vengono,
e che non aspettiamo,
lui li rende irreali.

L’essere è sempre qualcosa di molto fragile.
E in ultima analisi è fatto da noi stessi.
Gli altri sono ombre,
a seconda delle condizioni;
la speranza o l’inferno.

Gli espulsi in barche che fanno acqua
arrivano a ondate nel nostro tempo:
estoni, lettoni, vietnamiti, cubani.
Tutto è in mare
e nessuno si fida di una terraferma.
Guardando meglio
troviamo sempre noi stessi in qualche barca.

Tutti prima o poi passano davanti a
questa osteria senza pretese.
Uno di loro non vuole venire.

.
I cani

Le loro zampe sono ferme e forti.
Le poggiano senza suono sul terreno.

I loro nasi sono freddi e umidi,
e sanno ogni odore sotto il tappeto delle foglie marce.

Vengono in molti e da tempo,
e nessuno sa da dove. Sono svelti.

Vengono di giorno e di notte.
E il male che fanno, non si può

separare dalle loro buone azioni.

I loro occhi sono dighe grigio piombo di
una stagione prima che ci fossero stagioni.

Nell’acqua nera cadono petali opachi
uno dopo l’altro. E non lasciano ombra,

che copra il muro della casa diroccata,
dove solo la lucertola sta immobile,

e attende il suo attimo.

Nelle giornate chiare s’ode il loro abbaiamento
che va da altura ad altura,

e scompare un attimo in qualche valle
troppo profonda per dare un’eco.

Immaginiamo la strada della caccia tra le alture
ma sappiamo che siamo noi che cercano.

Sono le nostre anime, annusanti e indaganti,
che una volta lasciammo in boschi quieti.

E ci cercheranno per sempre.

.
Vecchia campionessa

Gli ultimi giorni
è stata una vecchia campionessa quest’estate.

Saprà raccogliere le forze
e riuscirci un’ultima volta?

E all’inizio di settembre accade;
il cielo si schiarisce, bruciano le bacche del sorbo,

fa caldo un’ultima volta
e il tono del luppolo sale, borbotta come a maggio.

Pure non è proprio lo stesso.
Il blu è appena troppo blu

quando il vento fa rabbrividire l’acqua, brucia
un po’ troppo forte nelle cime degli alberi.

Qui è in agguato una retorica.

.
La moglie di Lot

Non fu così
che non mi si mise in guardia.
Al contrario, mi si disse varie volte
che non dovevo voltarmi.

Chi sa vedere la fine non può vedere l’inizio.
Lo feci lo stesso
e sento che i miei piedi
già sono troppo pesanti.

Il sale adesso si cristallizza in me,
e non può restare piú di qualche secondo.
Per alcuni è inevitabile
esitare all’ultimo minuto.

Per alcuni è inevitabile
guardare indietro con occhio gelido,
restare per sempre in una città natale
che allora non esiste più.

.
Epilogo

Fa scuro.
Prendi la mia mano.
Non è paura
che sento
ma il dolore
di aver abitato troppo di rado
con i buoni
nella terra dei buoni.

.
Le stradine

L’agente sulla bicicletta blu
aveva un orgoglio professionale.
Conosceva il paesaggio,
anche le strade piccolissime.
Quelle che fiancheggiavano il Canale
e dove il vento tra i pioppi
passava insieme con il suono dell’acqua,
prima quasi muto qualche chilometro
e poi potente e udibile
dove si aprivano le chiuse
attraverso viali alti
di pini spaventosamente alti
e dritti come scure chiese
e in quelli indicava la strada al ragazzo.
Sapeva dove c’erano le fragole di bosco
ma anche i cani aggressivi
che potevano correre per tutto un villaggio.
E mostrava tutto al ragazzo.
E il ragazzo imparava.
Senza sapere in realtà cosa imparava.

.
Com’erano gli inverni una volta

Quella fredda striscia verde
che era il mattino
non aveva niente in comune
con noi.

E il fumo dei camini saliva solennemente
dritto in su.
A qualche dio che amava
questi movimenti verticali.

E lo scricchiolio sotto i piedi!
O questo indescrivibile scricchiolio:

nessuno poteva avvicinarsi non udito
questo era poco ma sicuro.

E il sospetto che la vita
forse davvero fosse senza senso

e non solo in Schopenhauer
e negli altri arditi, vecchi tipi.

Ma anche qui
sotto i fumi bianchi del cielo.

.
Il castello di Maccastorna

Il castello di Maccastorna
dalle parti di Cremona
appartiene, da tempo, alla famiglia Bevilacqua.
Gli Appennini visibili
come ombre azzurre dalle finestre a ovest
e i calabroni sopra la polenta che ingiallisce
un giorno di tarda estate quando il vento soffia.

Rondini nel vortice sopra
la torretta interna
costruita più o meno nel Duecento
da un Visconti
che invitò i suoi vicini latifondisti
a una cena che non finiva mai.
Vale a dire: finì con la loro morte
inflitta dai rapidi pugnali dei servi.

Nelle molte stanze
che oggi mai s’adoperano
qua e là qualche scuro ritratto
di qualche dama col soggolo alto
coperto adesso da ragnatele e polvere.

In queste cupe stanze
dove la giornata estiva
è solo un suon di grilli
c’è un odore buono
di vecchio vino sparso
sementi asciutte
e polvere pulita.

.
E arrivai a una piazza

E arrivai a una piazza.
Era un tramonto di settembre.
Qualche ragazzo giocava a pallone
in mezzo alla strada
e il rumore del pallone echeggiava
tra i muri alti.
Ed era una specie di casa.
E poteva essere stato
quasi qualsiasi posto.

E io calciai indugiando
indietro questo pallone.
Tra i muri echeggianti.

.
Sulla ricchezza dei mondi abitati *

In alcuni mondi è stata confermata
la supposizione di Riemann sui numeri primi

In alcuni mondi si ottengono da
antichissimi funghi ampie confessioni

In qualche mondo il profondo buio è
illuminato da meravigliose pietre parlanti

In parecchi mondi l’estate dura
un secolo, e chi ha la sfortuna

di nascere nel secolo invernale
passa la vita in sonno

appeso nella parte impellicciata di
bozzoli color grigio chiaro

In alcuni mondi anche questa poesia è
già stata scritta da innumerevoli poeti

.
La lampada *

Prima che la lampada s’accendesse
stavamo completamente fermi.

La voce rude di una gazza
e il profumo improvviso del trifoglio

con un calore dolciastro
attraverso questo saliente buio.

L’uccello volò
il piú vicino possibile

sopra la sua ombra.
E il calabrone, di molte estati

il fedele amico,
urtò contro il vetro di una finestra

che era un muro del mondo
e il tuffolo volò di lago in lago.

Poteva essere tardi
o presto in diverse vite.

Poteva essere nell’ombra di una farfalla.
Nell’ombra di qualunque vita.

.
Le poesie sono tratte da:

Ballongfararna ( 1962): Vita.
En förmiddag i Sverige (1963): Il cane.
Fåglarna och andra dikter (1984): Jardin des Plantes, Paris; Exit Jean Paul Sartre: Aprile 1980; I cani; Vecchia campionessa; La moglie di Lot; Epilogo.
Förberedelser för vintersäsongen: elegier och andra dikter (1990): Lettera a un giovane poeta; Visita dall’oculista; Abitudini; Vedo nella neve le orme di mia figlia.
Valda skrifter, I (1998): Ballata sui sentieri del Västmanland; Lo svasso maggiore.
En tid i Xanadu (2002): Le stradine; Com’erano gli inverni una volta; Il castello di Maccastorna; E arrivai a una piazza.

* Poesie ancora inedite scelte da Lars Gustafsson per «Poesia».

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13 risposte a “Lars Gustafsson (1936-2016), Poesie Scelte, traduzione di Enrico Tiozzo – Considerazioni storiche sui concetti di «autenticità», «falsa coscienza», «esistenza autentica», «Anima», «Forme», «Struttura dinamica significante», «reificazione», e sull’esistenzialismo a cura di Giorgio Linguaglossa

  1. L’esistenza ridotta a «nuda vita», la «pancia» e la «Selbstständigkeit delle cose» nei paesi post-democratici dell’Occidente
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/07/lars-gustafsson-1936-2016-poesie-scelte-traduzione-di-enrico-tiozzo-considerazioni-storiche-sui-concetti-di-autenticita-falsa-coscienza-esistenza-autentica/comment-page-1/#comment-39428
    La traduzione di «Selbstständigkeit delle cose» è: Stabilità per se stesse delle cose. Fin quando le «cose» ci appaiono ferme e stabili, la nostra esistenza ci può apparire anch’essa ferma e stabile, siamo rassicurati nel nostro esserci, siamo consolati e avviluppati in questa stabilità e nei suoi codici. L’esistenza dell’esserci non potrebbe verificarsi se non fossimo certi della Selbstständigkeit delle cose, quelle cose che possiamo toccare ogni minuto, ogni giorno e rassicurarci che esse siano lì per noi, per sempre… e tra le cose ci sono le credenze, le ideologie, gli ideologemi, le opinioni, le religioni… tutto ciò che ci appare stabile in realtà non è stabile affatto, la stabilità che noi vediamo è un atto di auto illusione, un fantasma che ci rassicura. L’esserci vuole sempre essere rassicurato e curato dalle proprie credenze, l’esserci non può sopravvivere senza credenze, ogni comunità umana non potrebbe sopravvivere se privata delle sue credenze…

    Ma, all’improvviso, si apre il vuoto. Vuoto di senso, di significato, vuoto intorno alle parole, all’interno delle parole, vuoto all’interno del soggetto e dell’oggetto… e tutto sprofonda nel vacuum del vuoto. L’esserci ha terrore del vuoto, e cerca di riempirlo in tutti i modi e con tutti i mezzi: con le credenze (Trump, Orban, Putin, Salvini, papa Francesco, Cristianesimo, Islam, Lega, 5Stelle, PD, Unione europea, Cina, Russia, Mondo etc…)

    Oggi, nelle società post-democratiche dell’occidente l’esistenza dell’esserci è stata ridotta a «nuda vita», a vita vegetativa biologica, e il cosiddetto «privato» riflette questa condizione di animalità diffusa, dove l’esserci è stato ridotto alla condizione animale, non per nulla la politica dei paesi post-democratici fa riferimento alla «pancia» non alla «testa» degli elettori, è la «pancia» quella cosa che rende evidente la degradazione sub-umana a cui la vita nel mondo capitalistico e post-comunista è stata ridotta. La «nuda vita» corrisponde alla «pancia» e ai suoi appetiti perfettamente comprensibili. Nelle nostre società post-democratiche è la retorica che sa parlare alla «pancia», la retorica ridotta a sofisma e a «chiacchiera». Per esempio ciò che si legge nel romanzo e nella poesia di oggi altro non è che «chiacchiera della pancia», «chiacchiera» di esistenze ridotte a «nuda vita».

    Dice Giorgio Agamben in una recente intervista in proposito:

    «Una ricerca filosofica che non ha la forma di un’archeologia rischia oggi di finire nella chiacchiera. E non solo perché l’archeologia è la sola via di accesso alla comprensione del presente, ma perché l’essere si dà sempre come un passato, ha costitutivamente bisogno di un’archeologia. I due concetti che lei ha menzionato, avevano il loro posto e il loro senso in una ricerca archeologica sulla struttura del potere e non possono essere separati da questa. Certo, al loro apparire a metà degli anni novanta, questi due concetti suscitarono polemiche e scandalo, e faticai non poco per far capire in che senso la produzione della nuda vita definiva l’operazione fondamentale del potere e perché il campo e non la città fosse il paradigma politico della modernità. Oggi, negli spazi integralmente depoliticizzati delle nostre società postdemocratiche, in cui lo stato d’eccezione è diventato la regola, quei concetti sono diventati quasi banali. Comunque si preferisce spesso usarli in modo generico, al di fuori del contesto in cui erano stati creati e dal quale sono inseparabili; alcuni hanno perfino semplicemente rovesciato la nuda vita e la biopolitica in categorie positive, operazione quanto meno incauta.»

    Ecco una mia poesia. Sono almeno dieci anni che ci lavoro: ho eliminato l’io, i verbi, gli aggettivi, i sostantivi, le giunture… sono rimaste solo le frasi nude e crude. Adesso, forse, può andare… (inedito da Un treno Espresso attraversa la mia stanza all’Hotel Intercontinental)

    «Che c’è da ridere?»

    «che c’è da ridere?»
    «non c’è nulla da ridere»,

    «cosa vuoi che faccia?»
    «è che mi sono sbagliata»;

    «ho preso un abbaglio, tutto qua»
    «è come stare in trappola, in una stanza

    senza finestre, senza porte, un topo in trappola»
    «un’uscita?, c’è un’uscita?»

    «sciocca, se ci fosse sarei il primo io a tagliare
    la corda!, non ti pare?»

    «eppure, c’è», «ci dev’essere», «forse tu lo sai
    e non me lo vuoi dire»;

    «che cosa?»;
    «che c’è una via di uscita. che c’è».

    «allora, fai un passo indietro,
    su, fai un passo indietro… pensa, pensa…

    se fai un passo in avanti, vai giù»
    «dove giù?»

    «giù, nel tempo, nel senso del tempo»
    «capisci?»

    «non, non capisco, non voglio capire»
    «e allora resta là, sta dove sei, non ti muovere,

    resta così, resta così.
    per sempre»

  2. Fuoriuscito dal segno
    premuto da semplici didascalie
    così notturno, un domestico chopin
    con alone circostante. Uno scuro cerchio d’aria,
    l’aureola supposta della santificazione terrena.
    L’ultimo aggancio perduto. Un tubetto.
    L’espulsione complicata della sintassi dalle parole
    che si dilequano
    spargendosi sul tavolo.

    2a versione in distici, a cura di G. Linguaglossa

    Fuoriuscito dal segno
    premuto da semplici didascalie

    così notturno, un domestico chopin
    con alone circostante. Uno scuro cerchio d’aria,

    l’aureola supposta della santificazione terrena.
    L’ultimo aggancio perduto. Un tubetto.

    L’espulsione complicata della sintassi dalle parole
    che si dileguano

    spargendosi sul tavolo.

  3. Poesie straordinarie, queste di Lars Gustafsson; nella forma vicine alla nostra poesia della nuova ontologia estetica ma avvitate, se così si può dire, al senso quale mezzo per giungere a comprensione. E ci riesce sempre.
    Qualcuno mi ha fatto notare, non senza un po’ di ironia, che sono anche comprensibili; il che secondo me non guasta, perché il senso non andrebbe confuso con il dover dare spiegazioni. Voler essere chiari e semplici a me sembra un grande obiettivo; tanto più di questi tempi e proprio per le ragioni che si sono dette circa il venir meno della coscienza individuale.
    Francamente, non credo nella possibilità di un’esistenza assolutamente autentica; almeno finché non sapremo darci ragione del fatto che le case degli umani hanno porte, fatte per restare chiuse; perché significa che siamo fatti per stare soli, soli o in piccole unità famigliari. Comincio anche a credere che gli “spazi integralmente depoliticizzati delle nostre società postdemocratiche” siano dovuti all’impossibilità concreta di ricavare una polis dall’insieme di individui votati al nomadismo. Oggi si parla tanto di nomadismo culturale, postmoderno, ed è mia idea che corrisponda meglio alla nostra natura primitiva, di individui solitari, intimamente nomadi e indipendenti. Una società basata sulle infinite differenze individuali esisterebbe già ed è quella capitalistica, sennonché nel capitalismo questa componente viene esaltata, mentre invece basterebbe comprenderla come fatto ordinario di nostra appartenenza al mondo.

  4. Panoramica

    E’ il mondo nuovo
    di Huxley?

    Un brivido li scosse…

    C’è una luce laggiù.
    Bisogna solo scendere
    qualche gradino.

    Era un omphalos caduto
    dalla muraglia
    (quella trave non resse).

    Stavano per gettarsi

    Non lo faranno infine
    per aver visto
    il segno umano.

    Una poesia scritta da pochi giorni. Non so, ma mi sembra in una qualche sintonia con quanto sopra. Correggetemi se sbaglio. Bellissimo post. grazie
    Belle le poesie di Lars Gustafsson. Per me una scoperta.

  5. Una bellissima pagina. Un grande autore. Grazie e complimenti!!

  6. davvero meravigliose cose di Gustafsson..si assorbono con stupore e incanto….

  7. Una intervista del 20 novembre 2014 a Paul Craig Roberts
    da https://www.remocontro.it/2014/11/20/fu-accanto-a-reagan-ora-prevede-guerre-e-declino-americano/
    Geopolitica

    Fu accanto a Reagan. Ora prevede guerre e declino americano

    «L’unica cosa che ci si può aspettare dal prossimo presidente degli Stati Uniti è più guerra, più morti e più oppressione del popolo americano credulone. Persone disinformate e credulone come gli americani non hanno futuro. Gli americani sono un popolo finito che la Storia sta per travolgere».

    Paul Craig Roberts è un economista americano di 75 anni che nella vita ne ha fatte molte. Assistente Segretario del Tesoro nell’ amministrazione Reagan e co-fondatore della cosiddetta ‘Reaganomics’, la politica economica di quella presidenza. Tra i tanti ‘peccati’ ha scritto anche per Wall treet Journal e BusinessWeek

    di Costantino Ceoldo*
    Il dottor Roberts, oltre alla biografia nota, fu anche membro di un comitato segreto di controllo sulla CIA, istituito allo scopo di verificare le informazioni fornite dai servizi segreti Usa sul prosieguo della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica. È un profondo conoscitore dei meccanismi del potere a Washington e si è distinto per le sue analisi politiche, spesso discordanti rispetto a quelle del mainstream ufficiale.

    D. In un suo recente articolo lei afferma che esiste un Establishment interno sia al Partito Repubblicano che a quello Democratico, votato alla conservazione del potere ed ostile a qualsiasi figura presidenziale indipendente ed autorevole. Com’è si è arrivati a questa situazione?

    R. La capacità del governo di tassare, prendere in prestito e stampare denaro determina il controllo del governo sulle risorse private. Il beneficiario di queste risorse può essere, in determinate circostanze, il popolo stesso. Più spesso, i beneficiari sono i profitti di gruppi privati che sono alleati con il governo. Col passare del tempo questi gruppi si consolidano e diventano un Apparato. Negli Stati Uniti la struttura è composta da gruppi di interesse privati -come ad esempio il settore finanziario, il complesso militare e della sicurezza, la lobby israeliana, le industrie estrattive e agroalimentare- che scrivono le leggi che il governo poi promulga.

    Le correnti nei partiti servono questi interessi in cambio delle grandi donazioni necessarie per le campagne politiche che eleggono il governo. I due partiti politici degli Stati Uniti fanno a gara per essere la puttana dei gruppi di interesse privati, perché il partito con la maggioranza è in grado di fare più favori e ricevere quindi più benefici. Quando outsider politici come Jimmy Carter o Ronald Reagan, che possono essere tollerati fintanto che si limitano ad essere Governatori di uno Stato, conquistano la nomina presidenziale a danno dei candidati dell’Establishment e vengono eletti, mettono a repentaglio il controllo dell’Apparato.

    Ad esempio, quando l’Establishment Democratico si rese conto che Franklin D. Roosevelt non sarebbe sopravvissuto al suo quarto mandato, cacciò il suo popolare vice presidente, Henry Wallace ed installò al suo posto il non-entità e facilmente controllabile Harry Truman. L’Establishment è stato così in grado di utilizzare Truman per creare la molto redditizia Guerra Fredda, che ha mantenuto in salute per anni il complesso militar-industriale.

    D. Sbaglio o si è affermata a livello politico una sorta di “generazione Power Point”? Cioè un insieme di persone i cui schemi di pensiero sono estremamente semplificati, lineari e in cascata, privi quindi di una marcata capacità di pensiero laterale, oltre che di onestà?

    R. Non posso rispondere per tutti i Paesi. Negli Stati Uniti l’attuale potere è costituito dai Neoconservatori. Il loro nome è fuorviante. Non sono conservatori. I loro padri provengono dalla sinistra trotskysta. Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, i neocon hanno concluso che la Storia avesse scelto i capitalisti, non i lavoratori e che l’America fosse il Paese “eccezionale e indispensabile” il cui diritto era quello di esercitare egemonia sul mondo. Questo è simile alla teoria della rivoluzione mondiale di Trotsky, ma a favore del capitale americano, non dei lavoratori. Il perseguimento di tale politica degli Stati Uniti ha definito la politica estera dal regime Clinton. Le vite di milioni di persone hanno pagato per la supremazia del controllo americano.

    D. Possiamo quindi dire che l’attuale politica estera statunitense è il prodotto di questa generazione “a pensiero limitato”? Nel caso, secondo Lei quanto ne sono influenzati i vertici militari?

    R. Non credo che gli Stati Uniti siano più in grado di produrre leader. Il governo è semplicemente qualcosa da utilizzare mediante ordini del giorno. I capi militari traggono beneficio dalle mobilitazioni e dalla guerra, le promozioni sono più rapide e gli ufficiali in congedo hanno pensioni più elevate. Una volta raggiunto il grado di maggiore o tenente generale, abbondano le opportunità di consulenza private o del Pentagono come pure le direzioni di aziende militari o di sicurezza nel settore “difesa”. Le ricompense finanziarie rendono i generali complici nella propaganda di “minacce” sempre presenti, siano esse “terroristi”, musulmani, la “minaccia” russa o cinese.

    D. Alcune persone, qui in Italia, ritengono che l’attuale politica statunitense sia conseguenza della crisi di quello che loro stessi chiamano “Impero Americano”. Qui il termine “Impero” è usato in una eccezione diversa da quella che generalmente gli si attribuisce ma indica comunque una forma di governo autoritaria e liberticida. Qual è la Sua opinione al riguardo?

    R. Gli Europei sono responsabili per l’Impero Americano. Gli Europei sprofondarono nella Guerra Fredda, con la visione dell’Armata Rossa che dilagava in Europa stuprando tutte le donne in Germania, e assegnarono la loro difesa e la loro politica estera a Washington. Gli Europei non hanno avuto una politica estera indipendente dalla Seconda Guerra Mondiale. I Paesi Europei sono gli Stati vassalli dell’Impero americano e prendono i loro ordini da Washington. Nessun leader europeo è indipendente dal controllo di Washington.

    D. La situazione sociale attuale che vivono gli Stati Uniti e, in parte, il mondo Occidentale, può essere paragonata a quella vissuta negli ultimi tempi dalla Repubblica Romana con l’omicidio di Cesare come detonatore delle guerre civili e catalizzatore dell’Impero romano? Fino a che punto potremmo spingerci con questo paragone?

    R. La Repubblica Americana è stata distrutta nella cosiddetta Guerra Civile. Quella guerra riguardava un Impero, non la schiavitù. Lincoln stesso dichiarava che avrebbe sostenuto la schiavitù se avesse conservato l’Impero. Non appena i criminali di guerra dell’Unione ebbero distrutto il Sud, distrussero anche gli indiani delle pianure, aprendo così il West allo sfruttamento da parte di gruppi di interesse privati.

    D. Le recenti elezioni di medio termine hanno trasformato il Presidente Obama nella proverbiale “anatra zoppa”. Come ritiene si svolgeranno gli ultimi due anni della presidenza Obama?

    R. L’ “anatra-zoppa pensiero” è obsoleto. Obama rappresenta l’Establishment così come lo rappresenterà il suo sostituto. Gli attacchi dei Repubblicani contro Obama non sono altro che la loro speranza di essere la prossima puttana dei gruppi di interesse privati che governano l’America e che saranno i Repubblicani, invece dei Democratici, a riceverne le ricompense.

    D. Per concludere, secondo Lei che cosa ci dovremo aspettare dal prossimo presidente americano? Che si tratti di Jeb Bush o Hillary Clinton o anche di un improvviso outsider, che cosa cambierà e che cosa non cambierà nella politica americana?

    R. L’unica cosa che ci si può aspettare dal prossimo presidente degli Stati Uniti è più guerra, più omicidi e più l’oppressione del popolo americano credulone. Persone disinformate e credulone come gli americani non hanno futuro. Gli americani sono un popolo morto che la Storia sta per investire.

    *L’intervista è stata realizzata da Costantino Ceoldo che, per sua riservatezza, ama figurare come attento lettore di RemoContro

  8. gino rago

    1- Persone disinformate e credulone come gli americani non hanno futuro. Gli americani sono un popolo morto che la Storia sta per investire.*

    2- Quando il tempo cambia pelle (Perché il tempo è un serpente!)**
    i grandi poeti si rattrappiscono in foglie brune

    trasportate da qualche fiume notturno verso la prossima curva.
    E al di là di quella c’è una potente cascata.

    3- se fai un passo in avanti, vai giù»***
    «dove giù?»

    «giù, nel tempo, nel senso del tempo»
    «capisci?»

    4- C’è una luce laggiù.****
    Bisogna solo scendere
    qualche gradino.

    Era un omphalos caduto

    5- L’espulsione complicata della sintassi dalle parole*****
    che si dileguano

    spargendosi sul tavolo.

    Nota
    Mettendo insieme come tanti tasselli d’un mosaico immaginario i punti da 1 a 5 che troviamo?

    Troviamo questa glossa centrale nella nota linguaglossiana sulle poesie di Gustafsson, la precisazione che regge l’intera nota di Giorgio Linguaglossa:

    “[…]la vicenda privata dell’individuo isolato, scisso e cosificato delle società a economia capitalistica; l’incomunicabilità, il malessere e il disagio delle società opulente caratterizzate dalla scomparsa dall’orizzonte degli eventi di ogni possibilità di una esistenza autentica.”
    E torna anche per questa via il tema cruciale del fare poesia, oggi, e cioè
    l’autenticità.
    L’autenticità come luogo o polis della poesia, l’unica maniera da esperire e abitare per comprendere l’inganno delle stelle perché la luce che da esse brilla è segno della loro morte in un tempo lontanissimo da noi, anniluce.

    *dalla intervista a Roberts di Costantino Ceoldo
    ** Versi dalla lettera a un giovane poeta, di rilkiana memoria, di Gustafsson
    ***versi recentissimi di Giorgio Linguaglossa, un confronto serrato, un corpo a corpo senza timori con il senso del ‘tempo’
    ****versi di Paola Renzetti
    *****versi di Mauro Pierno
    GR

  9. «Il tentativo di comunicare, laddove nessuna comunicazione è possibile, è soltanto una volgarità scimmiesca, o qualcosa di orrendamente comico, come la follia che fa parlare coi mobili. […] Per l’artista che non si muove in superficie, il rifiuto dell’amicizia non è soltanto qualcosa di ragionevole, ma è un’autentica necessità. Poiché il solo possibile sviluppo spirituale è in profondità. La tendenza artistica non è nel senso dell’espansione, ma della contrazione. E l’arte è l’apoteosi della solitudine. Non vi è comunicazione poiché non vi sono mezzi di comunicazione».

    (Beckett, Proust)

    «Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…».

    (Adorno, Dialettica dell’Illuminismo)».

    «La sedia. C’è un vuoto. Lo vedi?».

    È una poesia nata da sola. È una forma autogenerantesi. È rimasta in embrione alcuni anni, poi, all’improvviso, la poesia si è svegliata dal suo sonno e ha richiesto l’aggiunta di frasi le quali mi richiedevano, a loro volta, l’inserimento di altri frasari che aprivano a loro volta dei vuoti che andavano riempiti, e allora sono intervenuto ripetutamente su quei vuoti con altre locuzioni (una sorta di proliferazione polifrastica) le quali però, a loro volta, aprivano altri vuoti. È stato un lavoro estenuante che mi ha meravigliato. La poesia mi ha imposto la sua nuova forma. La sua propria forma.

    Ho preso atto da tempo che la «Forma» è diventata «gassosa». Anche la «vita» è diventata «gassosa». La «Forma» oggi non può che parlare del «rumore delle parole», del «silenzio delle parole», dell’«ombra delle parole». La «Forma», che un tempo si faceva carico dei significati, oggi è ormai impotente, i significati si sono de-strutturati. Non soltanto non si realizzano, ma, nelle nuove condizioni linguistiche dell’evo mediatico, è probabile che mai si realizzeranno, sono diventati invisibili, non percettibili, non decrittabili. La «Forma» si è aperta per inglobare in sé l’eterogeneo, l’eteronomo. È diventata non più abitabile. Dopo Kafka e Beckett, la frammentarietà della «Forma» parla per se stessa, di se stessa, e indica, per via analogica, la impossibilità di leggere il reale, di parlare al reale e del reale. La «Forma» della poesia è diventata un contenitore di significanti e di significati de-strutturati. È priva di legislazione. E quindi libera, liberata, anche da se stessa, e dall’onere improprio di porsi come rappresentazione di un oggetto.

    Libera dalla servitù di designare un «reale». La «Forma» (tra virgolette) ha qui esaurito il mandato della secondarietà di porsi come ultimo baluardo al senso che non c’è, alla reificazione del senso. Stiamo in un mondo non più presentabile e rappresentabile (che non sta più davanti ad un soggetto che osserva), e quindi non orientabile in una «Forma», tantomeno chiusa o algebrica o aperta che sia. Non c’è nessuna matematica o lessematica applicabile a questa «Forma», se non una matematica per sottrazione, per diversione topologica (ma non toponomastica, perché è assente in questa poesia qualsiasi toponomastica, qualsiasi mappa per l’orientamento delle direzioni). E non c’è nemmeno un «viaggio» che sia rappresentabile e presentabile in termini di una edulcorata presentabilità borghese, con tanto di poetica della macchina fotografica. Insomma, la realtà non è più citabile se non per spot, per blog, per segnali semaforici; c’è una machinerie che gioca con macchine desuete, il vintage, e celibi alla Duchamp dove scorrono e si scontrano le biglie rumorose e indisciplinate della «memoria» nel «vuoto», come in un flipper, o un videogioco con tanto di mostri e supermen.

  10. Giuseppe Gallo

    Non so se quanto ho scritto in questi ultimi giorni possa corrispondere a quanto auspicato da Linguaglossa quando, a conclusione del suo ultimo intervento, afferma: “Insomma la realtà non è più citabile se non per spot, per blog, per segnali semaforici;…” Come al solito azzardo… leggete voi…
    Comunque, quello che mi premeva sottolineare delle questioni riguardanti la “stabilità” e il “vuoto” è che sono entrambi auto illusioni. Nella “stabilità” l’esserci, l’esistenza, la materia, il concreto, l’ordinatorio…; nel vuoto il limite, la morte, la fine, la dissonanza, il caos… E allora? Il problema è che nella contemporaneità o “evo mediatico” come ha suggerito ancora Linguaglossa, la democrazia tecnologica, ci sbatte da una parte all’altra, come l’alga montaliana, e noi non possiamo far altro che constatare, o avvertire, d’esserci e di non esserci, contemporaneamente. Regna “la vita”, ma nuda; domina la “morte” ma piena. Ecco allora il risorgere della retorica che funziona sempre più per il pieno e per il vuoto, per l’esserci e per il suo contrario. Serve perseguire la strada di quell’ Archeologia proposta da Agamben? L’abbiamo sempre perseguita. In ogni tempo e in ogni luogo. Freud non ha fatto l’archeologo?

    Ai tempi di Internet

    COLESTtab 10. Avvertimenti medici.
    Nessun io, nemmeno un dio.

    È inutile che cerchi divagando
    dentro il garage. È partita per Marrakech.

    Nel bagagliaio cianfrusaglie e riviste.
    La linguaccia di Einstein. Uragani di aguglie.

    Gli scarti dei lamenti e delle emicranie
    nelle scatole rosse e bianche degli scaffali.

    Gli effetti collaterali. I soffocamenti,
    la dispersione dei fonemi tra i rossori e i formicolii sulla pelle.

    Lilli ha nuovi fantasmi, nuovi inferni nella testa.
    Agiografie di martiri, le croci inginocchiate.

    Camule sul dorso di draghi
    pelurie sradicate sulla guancia di destra e di sinistra.

    Ai tempi di Internet
    la lastra a raggi x per l’enfisema già antiquata.

    LEGALON E
    Non escono all’aperto neanche i gatti dei cani

    Sui litorali i delfini, gli africani berberi insabbiati.
    Deficienza dell’orientamento.

    II robot nella sala d’attesa dello psicologo.
    Gli schemi, gli ologrammi. Gli angeli spiumati.

    Qui non si fanno favori né sconti alle emozioni.
    Siamo entrati in questa sala per vedere il niente.

    Era solo un precipizio di sentieri ininterrotti!
    Autostrade che procedono all’infinito contorcendosi su se stesse.

    In spirali anaformiche in dirottamenti periferici
    craking e dissonanze, convergenze casuali.

    Ai tempi di internet
    i sorrisi della giostra defunta.

    Lo specchio, una plastica, un fiore da incartare e poi scartare
    Eutirox ® 50 microgrammi.

    Delirare per una tazza d’azzurro.
    Desiderio di ombre senza polvere addosso.

    Ed il pensiero germina? Agonizza?
    O c’è qualcosa antecedente che lo costringe ad essere?

    “Brutta storia!”
    “Non brutta, bruttissima!”

    Ai tempi di internet obsolescenza programmata.
    Lapidi per chi inarca cavalli e insegue automobili.

    Forse resiste il gufo invisibile e oscuro
    e l’illusione del fuoco per continuare a bruciare…

    46

    • caro Giuseppe Gallo,

      mi sembra che tu abbia ben interpretato il senso della nuova poesia, tu che vieni dal magistero di trenta anni di poesia in dialetto, tu puoi ben misurare e constatare che qui siamo in un altro pianeta, siamo nel pianeta del Dopo il Moderno a «obsolescenza programmata»…

      Ad esempio il linguaggio del politichese che va di moda oggi, con i suoi verbi: «rottamare» con le sue frasi semplicizzate e semplicistiche: «calcolo dei costi e dei benefici» (come se Giulio Cesare prima della conquista della Gallia avesse fatto un calcolo dei costi e dei benefici!, o Hitler prima della invasione della Russia avesse fatto un analogo calcolo!, la verità è che il vero calcolo costi-benefici lo fa la strategia, il disegno politico non la lavagna di una operazione aritmetica) con il richiamo dei populisti al «popolo che ci ha eletti», con i conseguenti «la manovra del popolo» ed altri frasari privi di senso e di significato (come se chi non è eletto non avesse il diritto ad esprimere il proprio pensiero), tutto un universo linguistico che fa appello a una retorica semplicizzata, ecco, dicevo che tutto questo ha il suo contraltare nei romanzi e nelle poesie che si scrivono oggi tanto per riempire le pagine.

      In questa situazione di semplicizzazione e di «obsolescenza programmata», come tu dici, quello che rimane della retorica è l’antichissimo distico, e ci sarà pure un perché… io penso che il distico in poesia consente la massima concisione con il minimo dispendio di parole e di segni di punteggiatura, obbliga a pensare il dettato entro i confini di una struttura rigorosa…

  11. Abitiamo dialoghi disfatti.

    La teoria del tutto nella somministrazione quotidiana rafferma gli oggetti inesistenti
    ormai svuotati.

    L’opportunità del distico
    ci conforta. A metà gli oggetti tra le parole.

    Un tempo arrivò il rock and roll.
    Le nostre preghiere ancora senza tanta sofferenza e nelle ceste tanta manna.

    (Grazie Giorgio per la versione in distici.)

    Grazie OMBRA.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/11/07/lars-gustafsson-1936-2016-poesie-scelte-traduzione-di-enrico-tiozzo-considerazioni-storiche-sui-concetti-di-autenticita-falsa-coscienza-esistenza-autentica/comment-page-1/#comment-39452
    «La verità è l’inconscio dell’errore» dice Emanuele Severino.
    Capovolgendo questo assioma del filosofo avremo che «l’errore è il conscio della verità». Le nostre parole consapevoli sono il frutto avvelenato della nostra coscienza.

    Invece, la meraviglia è l’illusione in azione.

    Soltanto le parole dell’alienazione sono le parole consentite ai mortali,
    soltanto andando al fondo delle parole dell’alienazione possiamo non soccombere alle parole fascinose dell’illusione della verità. L’unica «patria metafisica delle parole» di cui disponiamo è quella che ospita le parole alienate, quelle parole che non suscitano in noi più alcuna meraviglia, perché la meraviglia è l’illusione in azione, perché quelle sono le parole che usiamo tutti i giorni nella nostra recita quotidiana. Quelle parole non destano in noi più alcuna meraviglia.

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