Edmond Jabès (1912-1991) POESIE SCELTE – a cura  di Donatella Bisutti – traduzioni di Donatella Bisutti e Giorgio Linguaglossa – Anche la scrittura è Memoria

Edmond Jabès

Edmond Jabès

Edmond Jabès (Il Cairo, 16 aprile 1912 – Parigi, 2 gennaio 1991) è stato un poeta francese. Figlio di ebrei italiani fu cresciuto in Egitto, dove ricevette un’educazione francese di stampo coloniale. Cominciò ad essere pubblicato già in giovane età, peraltro fu fatto cavaliere della Legion d’onore nel 1952 per i suoi meriti letterari. Quando l’Egitto decise di espellere dai suoi territori la popolazione di origine ebraica in seguito alla Crisi di Suez, Jabès fuggì a Parigi, che aveva già visitato per la prima volta negli anni trenta. Qui strinse amicizia con la cerchia dei surrealisti, senza tuttavia entrarne mai a far parte formalmente. Egli ottenne la cittadinanza francese nel 1967, lo stesso anno in cui ebbe l’onore di essere uno dei quattro scrittori francesi (insieme a Jean-Paul Sartre, Albert Camus e Claude Lévi-Strauss) a presentare le proprie opere all’Esposizione universale di Montreal. Seguirono ulteriori riconoscimenti – Il Premio della Critica nel 1972 e una commissione come ufficiale nella Legion d’Onore nel 1986. Nel 1987 ha ricevuto il Grand Prix national de la poésie. La cerimonia di cremazione di Jabès è avvenuta alcuni giorni dopo la sua morte – all’età di 78 anni – nel cimitero di Père Lachaise.

 Presentazione di Donatella Bisutti

 La memoria e la mano (1987) abbandona strutturalmente la misura del «poema ininterrotto» cui Edmond Jabès ci aveva abituato ne Le Livre del Questions, Il libro delle interrogazioni (1963-1972) e anche in volumi successivi ad esso idealmente connessi, per ritornare, si direbbe, ai modi lirici della sua prima raccolta, Je bâtis ma demeure (poèmes 1943-57): casa in costruzione sotto cui un terremoto dall’epicentro molto profondo aveva aperto continue, successive crepe. Ritorno tuttavia apparente: la «circolarità del cammino», tema ricorrente nell’opera di Jabès, ancora una volta si rivela piuttosto spirale, cioè simbolo/struttura in cui movimento centripeto e centrifugo coincidono. La memoria e la mano testimonia infatti come, partito da un’incessante interrogazione sulla parola e sulla scrittura, luogo di un’impossibile rivelazione e di un suo finale coincidere con il Nulla, Jabès abbia in certo modo capovolto la prospettiva riportando la sua meditazione al di qua della scrittura. Ma solo per rendere più evidente quel rapporto con l’esistere di cui la Poesia, unica tra le sue varie forme di linguaggio, può mettere allo scoperto le radici e che, sembra dirci Jabès, può, pur nella sua connaturata contraddittorietà con l’essere, esprimere l’essere.

Ne Le Livre des Questions Jabès aveva infatti messo a confronto la millenaria dimensione del religioso e il nichilismo del pensiero contemporaneo come due serie di segni corrispondenti e reversibili, attraverso una riflessione sulla parola in quanto incapace di coincidere con l’originaria Parola divina – il Logos. Incapace tuttavia anche di coincidere con il flusso dell’esistente in quanto l’istante, appena colto dalla scrittura, cessa di essere tale e si ripropone continuamente solo per fissarsi in un’immobilità che equivale alla morte. Ma ciò che in Derrida, e nello stesso Blanchot, è riflessione sul senso della letteratura, in Jabès diviene sostanza di una poesia che, come la mitica Fenice, continuamente rinasce dalle sue ceneri. E anche recupero metaforico di quella venuta messianica continuamente profetizzata e continuamente rinviata di cui si nutre il pessimismo ebraico, della sua nozione di un Dio che si sottrae nel momento stesso in cui si manifesta. Nella Parola, nel Verbo Jabès ha individuato il punto di intersezione fra la più antica tradizione del pensiero occidentale – l’ebraismo – in cui tutto è segno, ma segno che rinvia allo Spirito, e lo sbocco ultimo e forse esausto di questo stesso pensiero che, avendo rinunciato allo Spirito, conserva come sua unica zattera il segno, ma un segno che non rinvia ad altro che a sé e, non significando nulla, è pura funzione.

Foto fuga nel corridoio

Nozioni apparentemente identiche, in realtà capovolte – il segno, la scrittura – sono dunque assunte da Jabès come l’alfa e l’omega del cammino intellettuale dell’Occidente e gli consentono di porre la Poesia nella Storia, che diventa storia di questo capovolgimento, e insieme di assegnare alla Poesia il compito di dare conto della Storia, cioè di questo stesso capovolgimento. Egli legge dunque tale cammino come uno svuotamento della parola, o meglio uno scollamento fra la parola come espressione verbale e il suo referente, fra quello che i linguisti chiamano il significante e il significato. Sul piano dell’Essere, il capovolgimento coincide con la rivendicazione che il pensiero fa della sua autonomia non accettando più alcun referente al di fuori di sé, una sua qualsiasi «dipendenza» dal divino. È questo il processo per cui l’uomo diventa, come dice Jabès, «immortale per la morte».

Moltiplicando senza fine la contraddittorietà implicita nella scrittura, impedendo la fissazione del senso con lo spostarne incessantemente i limiti più in là e con l’operare una continua rottura sul vocabolo, sulla frase, nei sei libri Des questions e nei successivi Jabès è andato così nella direzione di uno smantellamento del testo che arriva a farlo esplodere dall’interno, tendendolo fino alle estreme possibilità del linguaggio. Ma, all’opposto, ha anche concepito la sua opera come un’immensa costruzione – di cui metafora potrebbe essere una vuota cattedrale – fatta per durare (per entrare nella durata), riprendendo così, non  a caso, il senso del titolo di quella sua prima raccolta, Je bâtis ma demeure.

Muovendo dallo scacco mallarmeano della parola nei confronti dell’assoluto, egli riafferma il compito grandioso della poesia, se pur letto in una filigrana del negativo: quello di consentirci di fare in qualche modo esperienza di un segno che altrimenti sarebbe pura astrazione.

Ne La memoria e la mano, che è uno dei suoi ultimi testi, è come se in qualche modo Jabès compisse un percorso inverso, risalendo il millenario cammino dell’uomo verso il suo punto di partenza originario. Qui la sua meditazione sulla scrittura – se consideriamo la traccia sulla carta come un sottile crinale – si sposta dal versante di ciò che è scritto (la Parola, il Libro) a quello di ciò che scrive (la Memoria, appunto, la Mano). Passando, dunque, dalla scrittura come «oggetto» alla scrittura come «soggetto», da una scrittura «agìta» a una scrittura «agente».

E se nel primo caso egli ha cercato di cogliere nel percorso della penna sul foglio, nel formarsi della lettera sulla carta, l’attimo inafferrabile del passaggio dall’astrazione e dall’immaterialità del pensiero al suo limite di fallimento e di morte, in questo libro si sofferma piuttosto sulla scrittura come potenzialità ancora racchiusa nella materia – quindi come carnalità, esistenza – e si interroga sull’attimo del passaggio in cui questa carnalità è sul punto di cessare di essere tale, in cui, prima di perdere la sua concretezza, la parola è ancora parola incarnata. e sul mistero di tale incarnazione.

In tale mistero è il senso della mano: mano di carne che, posandosi sul foglio, dà origine alla scrittura. Prolungamento del filamento dell’inchiostro, o nei fitti segni tipografici, del percorso del sangue nel corpo, nelle dita. La mano è dunque il luogo dove l’energia dell’universo cambia di segno: il luogo dove il corpo si trasforma.

Ne Le livre des Questions Jabès aveva meditato a lungo su un altro «luogo» del corpo: la bocca – dove la parola prende forma – in quanto sede di una possibile intersezione fra il Corpo e lo Spirito, momento di una possibile coincidenza. Ma la bocca è anche sede della phonè, cioè di quel grido originario, simbolo della rottura fra la Parola di Dio e la nostra parola, che indica lo spezzarsi dell’armonia dell’uomo con l’universo. Grido che segna la nascita del linguaggio, inutilmente teso a recuperare quella parola perduta, e al tempo stesso fa per sempre dell’uomo un «separato». Grido che accompagna l’infrangersi delle Tavole. Così, non solo l’origine della parola, ma anche l’origine della scrittura veniva indicata simbolicamente da Jabès in una lacerazione drammatica, in una prima ferita esistenziale di cui solo un suono inarticolato contiene l’esperienza. Senso e perdita di senso coincidono per lo spazio di un attimo, prima di separarsi definitivamente, in una voce che è espressione immediata della carne e della sua sofferenza.  Da quel momento non solo la parola non conterrà più la Parola, ma non potrà neppure contenere più nella sua interezza il grido. Il passaggio dalla Parola alla parola avviene necessariamente attraverso il grido e resta necessariamente univoco. Da questo grido ha inizio la Storia e al tempo stesso esso tutta la racchiude nella suprema sintesi di un istante.

La mano invece non è luogo della coincidenza, reale o virtuale, fra Corpo e Spirito, ma luogo della metamorfosi. Lo Spirito viene prima, è all’origine: ed è attraverso la mano che cerca, successivamente, di ritrasformarsi in Spirito, in Logos. L’esistenza (quindi la materia, la carne, il corpo) non è dunque estranea allo Spirito, ma contiene lo Spirito: «lo Spirito sta rannicchiato nella mano». Questa è la Provocazione, e la Rivelazione. e una volta che si tenga conto di questa Rivelazione, tutta la lettura di La memoria e la mano ne appare esemplificazione e conferma.

Certo rimane l’impossibilità del Logos: cioè del Senso. Ma questo limite Jabès lo sposta al di qua: sul fronte del Divenire, e non tanto, o almeno non più in prima istanza, su quello dell’essere. In che modo dunque la materia può rapportarsi allo Spirito? Che cos’è la mano?

Se, quando il Talmud fu messo finalmente per iscritto, ci fu chi disse che se ne distruggeva così la qualità vivente, che cos’è questa qualità vivente? se la dimensione dello Spirito è il fallimento dell’aspirazione dell’uomo, che non può risalire oltre il momento in cui l’Eternità spezza nel tempo, qual è la dimensione della carne? Se l’infinito è un continuo punto di fuga, che cos’è allora il finito? qual è la dimensione della Storia? Qual è il rapporto fra la Mano e la Storia, fra il vivente e la Memoria?

La mano, a differenza della bocca, o dell’occhio, è emblematica di tutto l’uomo. La mano è scambio: essa cura la ferita, consola come un «tiepido spessore» d’ombra. È comunicazione: la mano si «spalanca» al mondo. È realizzazione di sé: senza mani «si muore».

foto donna con ombrello

È simbolo cosmico: il giorno e la notte sono i suoi «due poli». Le due mani a coppa contengono il mattino, e l’ombra. Così come segna il Tempo, essa segna lo Spazio: è «orizzonte», «frontiera». È appartenenza: a sé, agli altri, alla propria stirpe, al mondo. Tutta l’esistenza umana è dunque, in realtà e in simbolo, nella mano: amore pietà sofferenza tenerezza solidarietà dolore morte. E questo coincidere in essa della realtà e del simbolo la differenza dalla scrittura, che è solo simbolo.

Ma, soprattutto, la mano è al tempo stesso passato e avvenire: stele che sovrasta le tombe e, aperta a metà, traccia i caratteri della testimonianza collegando così la morte – il passato – alla vita futura. È dunque Memoria, Storia che scrive se stessa.

Anche la scrittura è Memoria.

Ma prima ancora di essere traccia di parola, la Memoria, attraverso la mano, si rivela come ciò che si è incarnato: non memoria della Mente, ma memoria del Corpo. essa è prima di tutto immagine, cioè realtà introiettata, assimilata, trasformata in carne, sangue, ossa: residuo sì, ma residuo concreto, che si aggiunge alla creazione del mondo, lo sostanzia a sua volta. Non rappresenta più quindi, come la scrittura, il momento della perdita di un senso che si sottrae all’interrogazione, ma, al contrario, il momento della continuazione attraverso il vivente, l’esistente.

Questo è, concretamente, la materia, e la mano che incarna la Memoria: veicolo. L’esistente, che essa insieme rappresenta e simboleggia, non è più allora solo limite, opacità, adombramento del senso, ma anche veicolo del senso. In essa trascorre, sia pure inafferrabile, il senso, nel suo andare dal Logos originario a quel tentativo umano del Logos/scrittura che deve obbligatoriamente fallire. Se incarnazione del Logos non può dunque essere la Parola, può forse, nell’estrema meditazione di Jabès, esserlo in qualche modo la Mano, in cui simbolo e materia si toccano, ed è la materia a divenire segno.

La Poesia non è più allora, come prima, storia di un capovolgimento del senso nel non-senso, ma testimonianza e intuizione del profondo radicarsi dell’essere nel Divenire. Attraverso la mano, cioè attraverso la pienezza dell’esistente, l’essere si manifesta infatti come Divenire fino alla sua apparente consumazione. Destino questo non solo umano, ma cosmico. Infatti: «il cielo è poco sopra la terra» e anche la «luce di polvere» è destinata a divenire «polvere di luce». e non sembra sufficiente riscatto che in questo andare dalla polvere alla polvere permanga la nozione di luce. È vero che nel cielo cosmico la notte, ch’è simbolo della morte, non è solo termine ma anche intervallo – «preludio» – e presuppone una ripresa della vita: ma la direzione della vita – della mano – resta, inevitabilmente, quella che va «dall’alba al crepuscolo». La ripetizione è ripetizione ogni volta rinnovata di un cammino verso la fine: un aumento progressivo di inerzia ci spinge verso la morte. Non c’è, almeno nei termini della nostra esperienza, riscatto definitivo nella luce.

La ripetizione, se intesa come uno sfuggire al limite rappresentato dalla morte, è solo illusione: e da questa illusione nasce la scrittura. Perciò la mano «illusa» si abbatte sulla pagina sgualcita.

Così la mano, alla fine, si trasforma in un punto: questo punto è il trou, quel buco vertiginoso della morte che tutto inghiotte.

Ma il vuoto resta «al di qua». Il punto, cioè l’abisso della fine, della morte, è infatti, nonostante le sue connotazioni negative, un «ingresso visibile».

Allusione ad una inattingibile trascendenza? Non credo.

Ci sarà una mano, si chiede Jabès, per accompagnarci alla morte? Più precisamente: per accompagnarci all’orlo di quel punto/buco? Dove la nozione di punto come «ingresso visibile» è più importante di quello della morte. e quindi la leggerei così: la mano, cioè il nostro divenire, la nostra esistenza potranno capovolgersi in rivelazione? Avremo cioè la rivelazione inoppugnabile, la consapevole e finalmente appagante certezza che questo divenire, questo esistente, questa materia e carne e sangue sono essi stessi manifestazione dell’essere? La contraddizione si risolverà finalmente accettando fino ad annullarla ogni opposizione e raggiungendo la coincidenza perfetta? la nozione di eternità ci apparirà allora come contenuta intera nel Divenire? La rivelazione non può essere infatti quella di una, per Jabès impossibile, trascendenza, ma solo quella dello Spirito che «sta rannicchiato nella mano», del suo poter essere contenuto nell’imperfezione del finito. Rivelazione che non potrà mai avvenire attraverso la scrittura, ma solo a patto di passare attraverso l’esperienza (cioè la Memoria, la Mano). L’esperienza ultima, assoluta che coincide con la spoliazione di sé: la caduta simboleggiata e insieme rappresentata appunto dalla morte. Anche solo – o soprattutto – dalla consapevolezza della morte. È allora che il limite può iscriversi nell’«illimitato della fine».

Questo mi appare il traguardo estremo – che pure nel suo continuo movimento a spirale egli avrebbe certo continuato a spostare – della ricerca profondamente religiosa di Jabès (nell’energia che è simboleggiata dall’oceano, dalle sue onde «in delirio». L’Il tende junmghianamente a divenire «un’isola al di sopra dell’isola», cioè a raggiungere l’unità del Sé che assomma Il e Ile: allora finalmente potrà essere «liberato».

Solo la separazione permette lo sbocciare della coscienza: la consapevolezza è la sua condanna e il suo retaggio, mentre «la vela ignora la sua rivale» e «il sole è al riparo dai suoi raggi».

In questo testo – sia pure aperto, che proustianamente vuole rivelare il lettore a se stesso – Jabès ha esplorato forse più esplicitamente del solito il rapporto fra l’Io e il Tutto e fra le diverse e opposte parti dell’io. Se pure sottolineare una maggiore esplicitazione tematica non deve impoverire Racconto di quella continua «sottrazione in avanti» che caratterizza l’opera di Jabès. Ancora una volta filosofia e poesia si fondono senza scorie proprio perché, come ogni possibile risposta è ritrasformata in domanda, così ogni metafora diventa punto di partenza per una metafora ulteriore, creando quell’irripetibile effetto di miraggio di cui l’immaginario di Jabès è debitore forse proprio alla contemplazione del deserto – lui che finché visse in Egitto nel deserto usò spesso trascorrere le notti in solitudine.

Nell’ambito di un fluire sempre asistematico e di uno sviluppo del testo per propagazioni successive così tipico del suo Autore, Racconto può dunque essere letto come premessa a quel cammino verso un convergere di essere e coscienza, di cui La memoria e la mano rappresenterà il più compiuto tentativo.

Nella Lettera a M.C. che segue Racconto come una postilla e stilisticamente ritorna invece a collegarsi, nel suo andamento di prosa poetica, a Le Livre des Questions e ai cicli successivi, il topos del «punto», culmine scintillante («tete de clou»), pare anticipare il tema in qualche modo salvifico che ne La memoria e la mano diverrà centrale.

foto a distanza

Poesie tradotte da Donatella Bisutti

Tutti i diamanti per il mattino.
Spoglia la notte di ogni suo avere.
Le tocca in sorte la povertà.

Solo l’ombra traccia il cammino.

O pienezza! una stella giace
dentro gli occhi dei nostri morti.

*

Pour le matin, tous les diamants.
La nuit est dépossédée de son bien.
La pauvreté serait son lot.

Seule l’ombre trace le chemin.

O plenitude! une étoile git
dans les yeux des nos morts.

*

(E disse – ma a chi si rivolgeva?
«Sui vostri corpi messi a nudo, fratelli,
la luce fu ferro arroventato.»)

(Ed ella disse per lui:
«Il cielo era sereno
e la mano per frontiera.
Violenza, cieca violenza.»)

«Quale fine stagione potrebbe menar vanto
di tanto amore?
E quale passata stagione accontentarsi di altrettanta
cenere?» disse il viandante.

*

(Et il dit – mai à qui s’adressait-il?
«Sur vos corps exposés, o mes frères, la lumière
ne fut que fer porté au rouge.»)

(Et elle dit pour lui:
«Il y eut un ciel serein
et la main pour frontière.
Violence, aveugle violence.»)

«Quelle arrière-saison pourrait s’enorgueillir
de tant d’amour?
Et quelle saison dernière s’accommoder d’autant
de cendres?» dit le passant.

*

Aurora, quale voce straniera
vi si potrebbe arrischiare, infiltrare?
infanzia senza ammissioni.

*

Aurore, quelle voix ètrangère
s’y risquerait, s’y infiltrerait?
L’enfance est sans aveu.

*

«Notte e chiarità del mondo
hanno origine da uno stesso
delitto», diceva.

Abbagliante profondità.
Il sole ne è l’ostaggio.

*

«Nuit et clarté du monde
ont, pour origine, le meme
meurte», disait-il.

Eblouissante profondeur.
Le soleil en est l’otage.

*

Quattro poesie tradotte da Giorgio Linguaglossa

Nomade ou marin, toujours, entre l’étranger et l’étranger, il y a – mer ou désert – un espace délinéé par le vertige auquel l’un et l’autre succombent.
Voyage dans le voyage.
Errance dans l’errance.
L’homme est, d’abord, dans l’homme, comme le noyau dans le fruit, ou le grain de sel dans
l’océan.
Et, pourtant, il est le fruit. Et, pourtant, il est la mer.

*

Nomade o marino, sempre, tra lo straniero e lo straniero, c’è – mare o deserto – uno spazio delineato dalla vertigine alla quale l’uno e l’altro soccombono.
Viaggio nel viaggio.
Erranza nell’erranza.
L’uomo è, innanzitutto, nell’uomo, come il nocciolo nel frutto, o il grano di sale nell’oceano.
E, tuttavia, è il frutto. E, tuttavia, è il mare

In Un étranger avec, sous le bras, un livre de petit format, © Gallimard, 1989, p.18

*

Je suis un silencieux. Je me demande, grâce au recul que je prends, maintenant, avec ma vie,
si ce goût prononcé pour le silence n’a pas son origine dans la difficulté qui, de tout temps,
fut la mienne, de me sentir d’un quelconque lieu.
Avant de connaître le désert, je savais qu’il était mon univers. Seul le sable peut accompagner
une parole muette jusqu’à l’horizon.
Écrire sur le sable, à l’écoute d’une voix d’outre-temps, les limites abolies. Voix violente du vent ou, immobile, de l’air, cette voix vous tient tête. Ce qu’elle annonce est ce qui vous agresse ou écrase. Parole des abyssales profondeurs dont vous n’êtes que l’inintelligible bruit; la sonore ou l’inaudible présence.
S’il fallait une image au Rien, le sable nous la fournirait.
Poussière de nos liens. Désert de nos destins.

*

Sono un silenzioso. Mi chiedo, grazie al passo indietro che faccio, adesso, con la mia vita, se questo gusto pronunciato per il silenzio non abbia la sua origine nella difficoltà che, in ogni tempo,

fu la mia, di sentirmi in qualunque luogo.
Prima di conoscere il deserto, sapevo che era il mio universo. Soltanto la sabbia può accompagnare una parola muta fino all’orizzonte.
Scrivere sulla sabbia, all’ascolto d’una voce d’oltre-tempo, i limiti aboliti. Voce violenta del vento dove, immobile, dall’aria, questa voce ti tiene testa. Ciò ch’ella annuncia è ciò che ti assale o schiaccia.
Parola delle abissali profondità di cui voi non siete che l’inintellegibile brusio; la sonora o l’inaudibile presenza.
Se occorresse una immagine al Niente, la sabbia ce la fornirebbe.
Polvere dei nostri legami. Deserto dei nostri destini.

Ibid p. 32 et 33
*

J’ai quitté une terre qui n’était pas la mienne,
pour une autre, qui non plus, ne l’est pas.
Je me suis réfugié dans un vocable d’encre, ayant le livre pour espace,
parole de nulle part, étant celle obscure du désert.
Je ne me suis pas couvert la nuit.
Je ne me suis point protégé du soleil.
J’ai marché nu.
D’où je venais n’avait plus de sens.
Où j’allais n’inquiétait personne.
Du vent, vous dis-je, du vent.
Et un peu de sable dans le vent.

*

Ho lasciato una terra che non era la mia,
per un’altra, che più non è.
Mi sono rifugiato in un vocabolo d’inchiostro, avendo il libro per spazio,
parola di nessun luogo, quella oscura del deserto.
Non mi sono coperto la notte
Non mi sono protetto dal sole.
Ho marciato nudo.
Da dove venivo non aveva senso.
Dove andavo non inquietava nessuno.
Dal vento, vi dico, dal vento.
E un po’ di sabbia nel vento

Ibid p. 107

*

Il avait – lui semblait-il – mille choses à dire
à ces mots qui ne disaient rien ;
qui attendaient, alignés ;
à ces mots clandestins,
sans passé ni destin.
Et cela le troublait infiniment ;
au point de n’avoir, lui-même, plus rien à dire,
déjà, déjà.

*

Lui aveva – gli sembrava – mille cose da dire
a queste parole che non dicevano niente;
che attendevano, allineate;
senza passato né destino.
E ciò le turbava infinitamente;
al punto di non avere, lei stessa, più niente da dire,
già, già

In L’appel (1985-1988), dans Le Seuil le Sable, Poésie-Gallimard, 1990, p. 396

Donatella Bisutti 1

Donatella Bisutti

Donatella Bisutti è nata e vive a Milano. È giornalista professionista. Ha collaborato in particolare alla collana I grandi di tutti i tempi (Mondadori) con volumi su Hoghart Dickens e De Foe e ha tenuto per otto anni una rubrica di poesia sulla rivista Millelibri (Giorgio Mondadori editore). Nel 1984 ha vinto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito con il volume Inganno Ottico (Società di poesia Guanda,1985). Nel 1990 è stata presidente della Association Européenne pour la Diffusion de la Poésie a Bruxelles. Di poesia ha poi pubblicato Penetrali (ed.Boetti & C 1989), Violenza (Dialogolibri, 1999), La notte nel suo chiuso sangue (ed. bilingue, Editions Unes, Draguignan, 2000), La vibrazione delle cose (ed. bilingue, SIAL, Madrid, 2002), Piccolo bestiario fantastico,(viennepierre edizioni , Milano 2002), Colui che viene (Interlinea, Novara 2005, con prefazione di Mario Luzi). È in via di pubblicazione a New York l’antologia bilingue The Game tradotta da Emanuel di Pasquale e Adeodato Piazza Nicolai (Gradiva Publications, New York). La sua guida alla poesia per i ragazzi L’Albero delle parole, è stata costantemente ripubblicata e ampliata dal 1979 e attualmente edita nella collana Feltrinelli Kids (2002). Il saggio La Poesia salva la vita pubblicato nei Saggi Mondadori nel 1992 è negli Oscar Mondadori dal 1998. Nel 1997 ha pubblicato presso Bompiani il romanzo Voglio avere gli occhi azzurri. Fra le traduzioni il volume La memoria e la mano di Edmond Jabès (Lo Specchio Mondadori 1992), La caduta dei tempi di Bernard Noel (Guanda 1997) e Estratti del corpo sempre di Bernard Noel (Lo Specchio Mondadori 2001).Il suo testo poetico “L’Amor Rosa” è stato rappresentato come balletto al Festival di Asti con musica del compositore Marlaena Kessick. Ha curato per Scheiwiller l’edizione postuma delle poesie di Fernanda Romagnoli, dal titolo Il Tredicesimo invitato e altre poesie (2003). È nel comitato di redazione della rivista «Poesia» di Crocetti per cui cura la rubrica «Poesia Italiana nel Mondo», nella redazione delle riviste «Smerilliana» e «Electron Libre» (Rabat, Marocco), tiene una rubrica di attualità civile, «Il vaso di Pandora», sulla rivista «Odissea» e una rubrica di interviste «La cultura e il mondo di oggi» sulla rivista di Renato Zero «Icaro». Collabora a diversi giornali e riviste, tra cui l’Avvenire, Letture e Studi Cattolici, Fonopoli, Leggendaria, La Clessidra, Semicerchio. È membro dell’Associazione Culturale Les Fioretti a Saorge in Francia. Tiene corsi di scrittura creativa per adulti, corsi di aggiornamento per insegnanti anche a livello universitario e laboratori di poesia per le scuole. Ha ideato e dirige la collana di poesia autografata “A mano libera” per le edizioni Archivi del ‘900 in cui sono apparsi finora testi di Luzi , Spaziani e Adonis. È tra i soci fondatori di “Milanocosa”.

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9 risposte a “Edmond Jabès (1912-1991) POESIE SCELTE – a cura  di Donatella Bisutti – traduzioni di Donatella Bisutti e Giorgio Linguaglossa – Anche la scrittura è Memoria

  1. Carlo Livia

    Come in un altro grande ebreo agnostico-eterodosso, Kafka, in Jabes l’essenza dell’umano si rivela nell’inesausto interrogare che non trova risposta, nell’essere questa domanda assurda, inesausta, disperata, sempre gettata sul ciglio dell’infinito silenzio. Come in Giobbe, il valore performativo della scrittura-preghiera può ritrovarsi solo nel rovesciamento della prospettiva che, da inquisizione e ricerca di verità, si muta in ascolto e accoglienza della trascendenza e del silenzio che preserva il verbo divino dall’inevitabile tradimento e degrado che consegue alla completa rivelazione. Non è casuale che questa poesia-riflessione, intrisa di agnizioni di misticismo e nichilismo, fondi la sua dimora in una dimensione attigua, ma estrinseca al surrealismo. Come la scrittura analitica di Maurice Blanchot, o il poema “polverizzato” di Renè Char, sospeso tra incanto onirico e meditazione meta-linguistica, Jabes rinnega la dimensione – tipica del surrealismo – profanatoria, sacrilega, iconoclasta, l’umorismo ignito e ulcerante che, come in Rimbaud e Lautreamont, dissacra e fa deflagrare codici e paradigmi etico-estetici fino ad allora intoccabili, per creare scenari numinosi e accenti mistici di assoluta orginalità che, come nella parallela teologia apofatica o atea di Paul Tillich e Dietrich Boenheffer., percorrono sentieri eteronomi dalla tradizionale speculazione scolastica, consapevoli dell’illusoria identificazione di logica e ontologia, codici linguistici e strutture dell’essere e del divino.

    IL FULMINE PRIGIONIERO

    Quando taci il tuo dolore il pavido universo ti abbandona: dagli un segno,
    indica la via, non chiedere perdono.

    Cerca il lampo nel cuore del serpente, nessuno conoscerà il tuo segreto.

    Non seguire la strada degli estinti, impara ad essere l’unico.

    Una sola preghiera vince il silenzio del tuo creatore:
    quella che gli giunge dopo la tua fine.

    Non legarti ai sentieri dell’aurora, il loro riflesso è falso,
    il tuo destino è più profondo.

    La notte si spoglia del suo cupo mantello di preghiere
    e ti dona un gioiello splendente della tua angoscia.

    La felicità che svanisce al tuo apparire è la sola che ti resterà fedele.

    Il sogno più lontano dice il vero: fanne la tua fede.

    La valle femminile, col suo miele celeste, ti ha donato l’abito per scomparire;
    non gettarlo via per una menzogna più grande.

    Accetta il dono del folle dominatore,
    non lasciargli per ricordo la tua ansia di schiavitù.

    Sulla via del taciuto si ricompongono tutti gli errori.

    Un battito d’ali e una spiaggia senza cielo:
    è tutto quello che possiedi per sopravvivere al diluvio.

    Non mostrarti in compagnia degli specchi invidiosi.

    Non cercare la salvezza fuori dell’istante fuggito: resta fedele al mistero.

    Per risplendere il Paradiso deve restare vuoto del tuo pensiero.

    Esulta con le foglie che accompagnano il vento.

  2. «verso una metafisica metastabile». È interessante questa prospettiva di ricerca della filosofia contemporanea di Luca Taddio, una metafisica non più assunta nel suo fondamentun inconcussum, intesa nella sua stabilità eterna, ma una metafisica da costruire con gli elementi in-stabili del nostro mondo…

  3. Mio fratello mi ha inviato questa poesia di Robert Frost perché mi voleva dire che a volte dobbiamo riconoscere di aver imboccato, tanto tempo fa, una strada per il bosco che si è rivelata sbagliata.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/23/edmond-jabes-1912-1991-poesie-scelte-a-cura-di-donatella-bisutti-traduzioni-di-donatella-bisutti-e-giorgio-linguaglossa-anche-la-scrittura-e-memoria/comment-page-1/#comment-39029
    Ecco, in un certo senso, aver preso per anni, e magari per una vita intera un sentiero sbagliato ci fa capire una cosa: di aver fatto la scelta errata, di aver gettato tutta una esistenza fidandoci di un abbaglio… Ma chi ci dice che anche se avessimo imboccato l’altro sentiero nel bosco non avremmo fallito egualmente? Non ne abbiamo la certezza. Possiamo solo fare delle ipotesi. E una di queste ipotesi è per l’appunto l’aver tracciato la strada per una poesia diversa con la «nuova ontologia estetica», una strada per una poesia che si poggi su fondamenta instabili, su una metafisica metastabile. Qualcuno mi chiederà: come si fa a fare una poesia fondata su una metafisica metastabile? Domanda legittima. Ecco, dobbiamo fare un passo indietro per poter fare due passi in avanti, ritornare indietro per riconoscere dove e quando la poesia italiana ha imboccato un sentiero sbagliato, e da lì fare una conversione ad “U” anche in violazione del codice della strada.

    Per esempio, nella poesia postata sopra di Carlo Livia ci sono delle aperture tipiche della vecchia metafisica: Iniziare la poesia con l’avverbio «Quando», pone tutta la composizione sul pentagramma dell’elegia, riducendone così la portata innovativa. Ad esempio, io suggerirei a Carlo di provare a cassare il «Quando» e i verbi definiti con cui spesso iniziano i versi, e anche a cassare certi aggettivi perché connotano con troppa precisione certi versi che avrebbero bisogno di un «largo», di una indeterminazione… Infine una ultima annotazione: di provare a raggruppare la poesia in distici, accorpando i versi isolati. A mio avviso la composizione ne guadagnerebbe

    Robert Frost
    La strada non presa

    Due strade divergevano in un bosco d’autunno
    e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
    essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
    fissandone una, più lontano che potevo
    fin dove si perdeva tra i cespugli.

    Poi presi l’altra, che era buona ugualmente
    e aveva forse l’aspetto migliore
    perché era erbosa e meno calpestata
    sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.

    Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
    che nessun passo aveva annerito
    oh, mi riservai la prima per un altro giorno
    anche se, sapendo che una strada conduce verso un’altra,
    dubitavo che sarei mai tornato indietro.

    Lo racconterò con un sospiro
    da qualche parte tra molti anni:
    due strade divergevano in un bosco ed io –
    io presi la meno battuta,
    e questo ha fatto tutta la differenza

  4. Cosa promettono le Sirene ad Odisseo? La falsa felicità della conoscenza totale, del presente, del passato e del futuro. Ma Odisseo non cade nella trappola, non va verso le Sirene, non oltrepassa la soglia, ma resta sulla soglia… ascolta il canto mellifluo e melodioso delle sirene… sa che quel canto promette delle mirabilie, ma sa che quel canto è un falso…

  5. Una poesia sulla “mano” di Kikuo Takano

    Il treno

    Mi capita talora di prendere un treno
    e di andare volentieri verso un luogo
    del tutto sconosciuto,
    e lì capita che bambini senza nome
    in fila sull’argine ignoto, ci salutano,
    sventolano le mani senza che nessuno risponda
    al saluto subito dimenticato.

    Ed io penso:
    «Ma le mani non dimenticano».
    Non dimenticano quelle mani di essere mani,
    e dunque parto ancora una volta,
    voglio ancora incontrarle
    con le guance rosse per la mia età.

    Ma cosa è questa mano?
    Compro il biglietto con questa mano misteriosa.
    e cosa è quella mano?
    Corro a scovare quelle mani misteriose
    per avere certezza di incontrare ogni altra mano
    e di vergognarmi di queste mie mani.

  6. Carlo Livia

    Caro Giorgio, gli elementi che determinano le scelte e i paradigmi estetici, in ogni arte, non solo esulano da qualunque asservimento ideologico e strumentale al potere, come ci ha mostrato Kant, ma rispondono a istanze e necessità inconsce, spesso non controllabili e valutabili dalla coscienza: è il mondo dell’emozione, del sentire e reagire inconsapevolmente, in cui libertà e necessità coincidono. Personalmente non vedo nell’atmosfera elegiaca, cioè impregnata di tristezza e nostalgia, un residuo passatista da eliminare: questa atmosfera è presente, ad esempio, nella poesia di Frost, o, mutato di segno, nelle tue poesie recentemente pubblicate, in cui adoperi rime e eufonie in senso provocatorio e liberatorio: ma sempre creando un impasto sonoro, un timbro giocoso funzionale alla creazione di un’atmosfera emozionale, una scenografia di sensazioni, senza la quale si scade ineluttabilmente nella prosa che, decomposta e priva di potere seduttivo e di coinvolgimento narrativo, diventa futile e noiosa.
    Quello che bisogna superare, secondo me, non è il colore, l’incanto emotivo, ma la volontà di “descrivere”, “riferire” i sentimenti, tentando di chiarirli, tradurli in concetti; questo è quello che rende obsoleta la poesia, facendo sorgere quel tanfo di muffa che Lord Chandos avvertiva nelle parole, che non servivano più a relazionarlo alla realtà. Ma l’emozione, la pietas per gli animali uccisi che scorge nella campagna, riescono ancora prodigiosamente a ricomporre il logos, in un’agnizione olistica, che non separi ragione e sentimento. La differenza con la peggiore poesia, sentimentalistica e uggiosa del passato, consiste, credo, non nel descrivere, ma nel provocare, far sorgere l’emozione, creando una scenografia iconica inattesa, un mosaico di segni e simboli che rivela e fa scaturire una nuova relazione con la verità e l’essere, libera dalle prigioni della vecchia concettualizzazione, come avviene ad esempio in Celan e Char.

    Con alterna chiave
    apri la casa, in cui
    la neve del taciuto fluttua.
    A seconda del sangue che ti sgorga
    da occhio o bocca o orecchio
    cambia la tua chiave.

    Cambia la tua chiave, cambia la parola
    che può fluttuare coi fiocchi.
    A seconda del vento che ti spinge,
    attorno alla parola si addensa la neve.

    Paul Celan

    Non cercare i confini del mare.
    Sono già in te.Ti sono stati dati, in uno con la tua vita che svapora.
    Il sentimento, lo sai, è figlio della materia:
    ne è lo sguardo mirabilmente vanescente.

    Renè Char

    Ancora una volta sei il lume dove s’inabissano le tenebre
    intorno a un nuovo insorto –Tu, sotto la sferza che incrudelisce
    al tuo piangente chiarore.

    René Char

  7. gino rago

    Donatella Bisutti interpreta e traduce magnificamente Jabès e mi pare che stabilisca con il poeta interpretato e tradotto in italiano una sorta di affinità elettive sul modo di sentirsi e di sentire il mondo, un modo che la Bisutti stessa ci confida in un verso della poesia sulla bicicletta della raccolta La Rosa Alchemica: “affrontavo la vita per paura”, mentre i piedi del poeta roteando incontravano i pedali… ,mentre da una delle 4 poesie brevi di Jabès tradotte da Giorgio Linguaglossa apprendiamo una verità lacerante

    “[…]L’uomo è, innanzitutto, nell’uomo, come il nocciolo nel frutto, o il grano di sale nell’oceano.
    E, tuttavia, è il frutto. E, tuttavia, è il mare”
    per convergere, Bisutti e Linguaglossa, nella poetica della memoria e della mano e dell’io come parte del tutto, il nocciolo nel frutto, la scaglia di sale nel mare… Ed è la mano, la mano del poeta [come fu per Mandel’stam verso l’abitatore con i baffi del monastero del Cremlino] che può smpre armarsi con “8 distici di pietra nella fionda”

    Gino Rago
    Otto distici di pietra nella fionda

    Una nave sta per uscire in mare aperto dopo il piccolo cabotaggio. Coloro che soffrono il mal di mare
    scendono a terra. Con i marinai della Nuova Ontologia Estetica la poesia esce di nuovo in mare aperto. Molti dei passeggeri forse saranno costretti a dire addio a questa tolda. (Li vedo già con le loro valigie, Fermi sulla passerella gettata verso la riva. Quanto sarà prezioso ogni nuovo passeggero che metta piede in coperta è proprio nel momento in cui altri scende.
    […]
    Ma con chi parla il poeta nell’affievolita coscienza della lingua?
    Beckett: «Parla con il niente».
    Poeta lirico: «Con il niente …? Perché con il niente..?»
    E Beckett:«Perché niente è più reale del niente».
    Sbanda senza nessun appoggio il poeta incosciente dell’io frantumato.
    Ora Beckett affonda la sua lama.
    Beckett sferra il colpo finale:«Tu non hai coscienza del mio ‘niente’. Perché tu sei poeta lirico. E fra te stesso e la verità del mondo Tu scegli sempre te stesso».
    […]
    Mandel’stam: «Se governi lo spazio domini il tempo, entri nell’eternità. Architettura e vuoto. Tempo e totalità. La pietra come colomba. La coscienza della costruzione. Poeta-artifex.
    Il poeta non vola, ma può salire sulla torre che egli stesso ha costruito. Tutto il resto scompare.
    Soltanto spazio. Silenzio. Stelle.
    Davide affronta Golia nel monastero del Cremlino con 8 distici di pietra nella fionda».
    GR

  8. Il nesso scomposto dell’osso della parola
    invano.Ricordi che nemmeno più appartengono.Vento, dimenticanza. Edmond
    Jabès: du vent, vous dis-je, du vent.
    Dal vento, vi dico, dal vento.
    Senza alcun rimpianto soltanto la voce,
    oltre il bivio, oltre la strada.

    (Che bella scoperta! Grazie OMBRA.)

  9. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    J’ai quitté une terre qui n’était pas la mienne,
    pour une autre, qui non plus, ne l’est pas.
    Je me suis réfugié dans un vocable d’encre, ayant le livre pour espace,
    parole de nulle part, étant celle obscure du désert.
    Je ne me suis pas couvert la nuit.
    Je ne me suis point protégé du soleil.
    J’ai marché nu.
    D’où je venais n’avait plus de sens.
    Où j’allais n’inquiétait personne.
    Du vent, vous dis-je, du vent.
    Et un peu de sable dans le vent.

    *

    Ho lasciato una terra che non era la mia,
    per un’altra, che più non è.
    Mi sono rifugiato in un vocabolo d’inchiostro, avendo il libro per spazio,
    parola di nessun luogo, quella oscura del deserto.
    Non mi sono coperto la notte
    Non mi sono protetto dal sole.
    Ho marciato nudo.
    Da dove venivo non aveva senso.
    Dove andavo non inquietava nessuno.
    Dal vento, vi dico, dal vento.
    E un po’ di sabbia nel vento

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