Tre domande impossibili ai poeti. Poesie-cartoline postate di Alfonso Cataldi, Carlo Livia, Guido Galdini, Giorgio Linguaglossa

Gif Sole naif.gif

Giorgio Linguaglossa

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno       sull’avvenire e il presente della poesia?
3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Tre domande terribili, da far tremare i polsi.
Penso che qui ci vorrebbe un filosofo per tentare di abbozzare una risposta. In mancanza di una risposta accettabile però si continua a fare poesia come se nulla fosse. Ecco, mi meraviglia la ingenuità dei poeti di oggi che scrivono poesia come si beve un caffè o come si fa un pacco regalo, capisco che la prima e la terza domanda sono davvero domande impossibili, epperò io penso che non si possa fare una poesia degna di questo nome se non si ha in mente una risposta a quelle due (tre) domande, almeno in forma implicita. Domani posterò alcune poesie di un poeta ceco che credo queste domande se le sia poste e che si sia dato una risposta. Un poeta consapevole dunque, consapevole di una consapevolezza molto alta di quello che scrive.

Stamane nel dormiveglia mi è venuto in mente questo verso:

La balena ha i denti bianchi

È stato il mio inconscio a suggerirmelo, non ne dubito, perché non c’era nulla prima di quella frase, né dopo… è una frase venuta dal vuoto, dal vuoto del sonno del dormiveglia. So che da qualche parte quella frase finirà, o si svilupperà in una composizione, o forse non si svilupperà affatto e rimarrà così, monca, allo stato di frammento. Eppure, sono convinto che il mio inconscio, o meglio, la mia mente inconscia, abbia risposto con quella frase a quelle tre terribili domande poste in esergo, forse è l’inizio di una risposta che verrà nel futuro…

Penso che il verso di Gino Rago:

Nella sala di lettura è entrato un elmo senza testa

sia in qualche modo una risposta a quelle tre domande… mi viene una domanda: ma l’inconscio pensa a colori o in bianco e nero?

Foto Omino pop

Alfonso Cataldi

«Cambiare i piani nella disciplina della dentatura
alleggerisce le aspettative della cena»

Piero aggredisce il sentiero degli Appalachi
come l’ultimo capitolo che non riesce a consegnare.

Nel formicolio intorno ai giochi del parco
Giacomo chiede «per favore, posso scivolare?»

Ringrazia e corre tra le braccia della madre.
Cosa resterà di una caduta sui pattini

protetti da casco e ginocchiere?
L’inconscia beatitudine della distrazione.

-Gli arti assumono la forma dell’inconoscenza-
annota Eudora Fletcher, a margine di una lacerazione.

Mistero Hifeng turba l’ormai deserta Piazza del Duomo
su Second Life, esponendo le sue sculture da otto euro l’una.

Gif Balletto in microgonna

Carlo Livia

Quando fu aperto l’ottavo sigillo, vidi un Segno nel cielo; poi la Bestia vermiglia divorò quel Segno e sette vegliardi ciechi morirono in segreto.

Sorse un tumulto di spose e l’ombra si mutò in una voce che disse: ” Voi che mi avete dimenticato resterete per sempre sul confine fra la tenebra e la luce. ”

Apparve il Signore dell’oblio e sciolse le sue chiome: erano lingue di fuoco che arsero la Terra.

La Vergine concepì il candore d’un altro universo, ma il testimone lo imbrattò di sangue e di dolore.

Voci soccorrevoli gremivano i sogni, ma il pianto regnava supremo.
L’Enigma riversò il suo calvario sulle strade e spense Inferno e Paradiso.

L’ira del Padre vegliava da dieci precipizi morbidi.
L’estasi ultramarina si perdeva in confutazioni.

Un terrore di roseti oscurava i corpi delle fanciulle.
L’attimo immobile risaliva la china, sempre più folle, e chiamava il suo nome ad ogni resurrezione.

Quando scomparvi la mia ombra divenne divina,
invano.

Gif Donna excaliburGuido Galdini

avevo una metafisica in tasca
ma non mi riesce più di trovarla

dev’essermi caduta per terra
quando ho estratto di fretta un fazzoletto

la scomparsa dei luoghi procura
inderogabili raffreddori

meno male che sta finendo l’impero
il prossimo sarà di bigné

c’è da spiegare agli epigoni e ai palombari
il sorriso di pastafrolla delle balene.

Gif disteso al mare

Giorgio Linguaglossa

…una spiaggia, un ombrellone a spicchi rossi, il mare, il sole, il baobab… il cielo è azzurro e il mondo sembra di burro, un uomo sotto l’ombrellone aspetta il solleone… di lontano, un naviglio a vapore, sembra fermo ma non lo è. un’onda, due, tre

Gif paesaggio onirico

Giorgio Linguaglossa

…c’era questa poesia nascosta nell’oblò
una casetta in cadillac, un fiume azzurro, il mare che se ne va, la rana canticchia sul cocuzzolo, di là, le nuvole lillà e la luna di qua prendono il tram per la felicità, felci azzurre in quantità, mirabilie e morbidità.

Foto Bambino e lunaGiorgio Linguaglossa

La balena ha i denti bianchi
…avevi un piede sulla luna che stava sotto alla ringhiera, c’era il lampione, la luce gialla tra i palazzi illuminati e i fili elettrici, le antenne delle tv, il cielo violetto, la luna lillà, io sto di qua, tu di là, la parola sa dove andrà, nell’aldilà, nell’aldiqua, nessuno lo sa…

Foto divano albero vaso cinese

Giorgio Linguaglossa

Il corvo è nero perché parla
…un divano rosso sulla parete verde, il vaso cinese con figure azzurre e un mazzo di fiori, iris, girasoli e margherite giganti, un gatto sul divano e un ippocampo, laggiù c’è una giostra, ma non si vede, perché c’è la parete, oltre la parete c’è un altro divano rosso, e un corvo nero…

Gif grattacieli dall'alto

Giorgio Linguaglossa

… rinchiuso in una stanza cinese, mangio con avidità una caprese, e brindo con Moet Chandon, chiuso in una stanza caprese mangio una cinese con un bloc notes e una bic… fuori bandiere, primavere, un sofà sull’altalena e un pappagallo giallo: cric cric cric

Gif traffico car

… il treno sulla sopra elevata passa via… una car, un pedone, striscia bianca, la ferrovia… la balena bianca ha i denti bianchi, la balena rossa ha i denti rossi, la biancheria è bianca e bianca è la felicità, chissà chi lo sa… la pagina della felicità è il treno che passa sulla biancheria bianca, sulla banca bianca, sulla tromba bianca… chissà, mi chiedo, dove andrà quel treno là…

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10 commenti

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10 risposte a “Tre domande impossibili ai poeti. Poesie-cartoline postate di Alfonso Cataldi, Carlo Livia, Guido Galdini, Giorgio Linguaglossa

  1. La «fine della metafisica» è la fine di ogni «esperienza»
    Guido Galdini:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/19/tre-domande-impossibili-ai-poeti-poesie-cartoline-postate-di-alfonso-cataldi-carlo-livia-guido-galdini-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-38898
    avevo una metafisica in tasca
    ma non mi riesce più di trovarla

    Il Novecento ha inizio con una dichiarazione di «bancarotta» della parola. Data 1902 la Lettera di Lord Chandos (“Ein Brief”) con cui il poeta e drammaturgo austriaco Hugo Von Hofmannsthal (librettista “fedele e geniale” di Richard Strauss) trafigge in termini emblematici la condizione di crisi, angoscia, solitudine, impotenza e afasia dell’uomo del novecento: questo breve ma intenso scritto, che si finge una missiva scritta nel ‘600 da Lord Philipp Chandos all’amico Francesco Bacone, rappresenta – come nota Claudio Magris – un «manifesto del deliquio della parola e del naufragio dell’io nel convulso e indistinto fluire delle cose non più nominabili né dominabili dal linguaggio». Non a caso la Lettera è fittiziamente ambientata in epoca barocca, allorché il mondo si estende a dismisura (a causa delle scoperte geografiche e scientifiche) e l’uomo prova lo sgomento del “silenzio eterno degli spazi infiniti” avvertendo che la terra (già centro del cosmo tolemaico) è stata cacciata ai margini dell’universo: la realtà, così, finisce per debordare dalle cornici razionalistiche, mostrandosi complessa attraverso le “feritoie” comunicanti del macroscopico e del microscopico. Le radici del Novecento affondano dunque nella grande crisi che spalanca l’abisso sotto i piedi agli uomini del Seicento.

    Lord Chandos avverte che la retorica (quella del Barocco, così come quella degli autori classici, greci e latini) è impotente a «penetrare nell’essenza delle cose», proprio in quanto artificioso tentativo di ordinamento armonico del mondo. Tale constatazione induce a uno stato di scoramento e debolezza, una malattia spirituale che distacca insuperabilmente Lord Chandos da ogni forma letteraria. E insomma la forma, nella compiutezza plastica del suo “limite”, non funge più da baluardo contro la seduzione del vuoto ineffabile, del non essere, del non conoscersi, dove in fondo “dolce” è naufragare. Lord Chandos non si accontenta più della forma «per convenzione»: cerca una Forma autentica al di là della retorica, capace cioè di aderire all’infinita multipolarità della vita. Tende dunque all’individuazione di questa forma, ovvero di «quella profonda, vera, intima forma, che si può intuire solo di là dal gioco degli artifizi retorici, quella di cui nulla più si può dire, se non che ordina la materia che essa penetra, la eleva e genera a un tempo poesia e verità, un contrappunto di forze eterne, una cosa meravigliosa come la musica e l’algebra».

    La Lettera segna – individuando la frattura catastrofica tra un “prima” e un “dopo” – lo scacco epistemologico del Simbolismo (cui Hofmannsthal pure appartiene): ovvero di una visione del mondo e dell’arte che coltiva ancora l’ambizione di racchiudere, in linguaggio esoterico, la chiave segreta delle essenze. Lo stesso Lord Chandos è un simbolista “fallito”: un tempo egli viveva «in una sorta di costante ebbrezza» grazie a cui tutto l’esistente gli appariva come una «grande unità» di mondo fisico e spirituale, veicolata dal flusso circolante della natura, dove proiettava (e poteva riconoscere) se stesso: «e così era per tutto quanto la vita abbracciava, da ogni lato; in tutto ero coinvolto profondamente (…). Oppure intuivo che tutto era identità, e ogni creatura la chiave per un’altra, e mi sentivo come colui che doveva essere in grado di afferrarle una dopo l’altra e di schiuderne tante altre con essa, quante quella ne potesse disserrare».

    Ora invece il linguaggio della letteratura è diventato «estraneo»: dinanzi alla deflagrazione di una realtà non più afferrabile, i concetti sfuggono e le bocche, di conseguenza, ammutoliscono, siamo passati dalla comunicazione all’afasia. Nel primo novecento il tema dell’impotenza linguistica si riverbera, in echi e in esiti diversi, tra prove letterarie di ambito mitteleuropeo come I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910) di Rainer Maria Rilke, L’Uomo senza qualità (1930), ancora di Musil, e Auto da fé (1935) di Elias Canetti, La coscienza di Zeno(1923) di Italo Svevo. Innovativa è la struttura del romanzo, costruito ad episodi e non secondo una successione cronologica precisa e lineare. Il narratore è il protagonista, Zeno Cosini, che ripercorre sei momenti della sua vita all’interno di una terapia di psicoanalisi. Nel romanzo di Svevo si assiste alla decomposizione de-costruzione della forma-romanzo che non è più incentrata sull’io del protagonista bensì sulle sue razionalizzazioni, sulle giustificazioni che il protagonista da a se stesso circa le sue azioni. Zeno Cosini ha perduto la facoltà del pensiero razionale, ogni sua azione è invischiata nella falsa coscienza della sua intera struttura psichica che organizza per ogni azione una giustificazione ad hoc. Ovviamente, si tratta di una giustificazione deformata, adattata alle esigenze del suo inconscio che gli detta i pensieri e le azioni in modo incontrovertibilmente ambiguo e sibillino.

    Anche Lord Chandos ha perduto «ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento». È una specie di infezione del linguaggio e del pensiero: le parole gli si disfano sulle labbra, c’è solo il silenzio intricato di «segni» coi suoi filamentosi, molteplici, infiniti significati. La realtà è diventata indicibile, ogni giudizio diventa problematico. Lord Chandos avverte la profonda ipocrisia di ogni definizione, di ogni semplicizzazione. I concetti, anche quelli più elaborati e raffinati, non colgono la parte più profonda della coscienza umana, che è sempre qualcosa di insondabile. Le parole sono irritanti, imperfette e incerte: possono solo vagamente approssimarsi alle cose che indicano. Il pensiero non corrisponde alle parole, è inadeguato a racchiudere il fiotto spumeggiante della «Vita». La realtà che di attimo in attimo la rappresenta (ovvero il «presente più pieno e più vero») ha una complessità che «non entra» negli schemi con cui si cerca invano di ridurla, di contenerla. La realtà va sempre al di là degli schemi convenzionali, si moltiplica ad infinitum attraverso ingrandimenti progressivi quanto più la si guarda; così come accadde in epoca barocca, quando si uscì dal “chiuso” della cornice prospettica rinascimentale, per affrontare in campo aperto il grande Vuoto. Scrive Lord Chandos-Hofmannsthal:

    «Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto».

    Ecco il vuoto fondamentale che attende il poeta, oltre le fragili paratie della parola. La percezione è «sopraffatta dalla sfibrante e ininterrotta epifania che l’assale da tutte le parti», per cui non ci si trova più dinanzi a un cosmo gerarchicamente ordinato o linguisticamente ordinabile, ma a un proliferante e caotico «brulicare di essenze incoercibili ad ogni sistemazione» (Magris). La totalità dell’Essere può epifanizzarsi, quando accade, anche attraverso un semplice dettaglio:

    «Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione. Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili, su cui l’occhio suole scivolare con naturale indifferenza può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore nobile e toccante, che nessuna parola mi pare atta a rendere».

    L’agguato degli eventi che si rivelano, aprendo la scorza del proprio fenomeno, obbliga il poeta a sciogliere ogni forma di resistenza riduttiva, in un movimento di resa al dato che conduce a una «smisurata partecipazione» dove è evidente che la prima a sgretolarsi è l’architettura della frase, cioè la sintassi organizzata in base al predominio del soggetto sulle cose, e poi le parole, che “esplodono” poiché incapaci di fronteggiare la totalità simultanea della Vita. Le cose si animano di «meraviglioso» rispondendo a una «misteriosa, tacita, sconfinata esaltazione»: la presenza dell’infinito nel finito fa rabbrividire Lord Chandos «dalle radici dei capelli fino al midollo»:

    «In tali momenti una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo intristito, una carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa vengono a significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella più felice delle notti. Queste creature mute, talvolta inanimate si levano verso di me con una tale pienezza, una tale presenza d’amore, che il mio occhio letificato non riesce a scorgere dattorno nulla che sia morto».

    Il poeta non sa più spiegare con parole sensate «in cosa sia consistita questa armonia che compenetra me e il mondo intero e in qual modo mi si sia palesata». Le forme convenzionali sono totalmente insufficienti ad afferrare il senso. Lord Chandos decide di entrare nella pienezza del silenzio: rinuncia a scrivere, dichiara l’impotenza del linguaggio a significare alcunché di significativo. Forse l’ultima speranza sarebbe quella lingua nuova «di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto». Ma si tratta di una utopia fallace.

    È trascorso più di un secolo dalle riflessioni di Hofmannsthal, siamo arrivati al punto che non sappiamo più neanche che cosa sia una «esperienza», tanto meno «significativa»; oggi non abbiamo più alcuna metafisica, disponiamo di parole-gettoni del tutto superflue e inidonee per qualsiasi significazione. Non sappiamo neanche più se vi siano davvero delle «esperienze» e quale sia la loro ubicazione, se nell’inconscio, nel preconscio o nella coscienza; non abbiamo la minima cognizione di che cosa sia parlare in poesia, e quale sia il luogo e la funzione della poesia. Problemi enormi. Operiamo nel buio più assoluto, andiamo a tentoni, senza nessuna certezza e, paradossale!, senza neanche avere dei dubbi. L’incertezza è diventata l’unica certezza. Forse, nel «buco nero» deve pur esserci una «singolarità» dove le leggi della fisica classica cessano semplicemente di avere vigore. Forse, dobbiamo ribaltare daccapo tutte le nostre idee sulla questione della «singolarità» in poesia. Forse la poesia è quell’«oggetto impossibile» di cui si invaghì Penrose che in gioventù lo scoprì, un oggetto denominato «tribar» (un «oggetto impossibile» è una figura solida che non può esistere perché include elementi contraddittori)…

  2. Guido Galdini

    Eccolo qui, il tribar, il triangolo di Penrose:

    https://it.wikipedia.org/wiki/Triangolo_di_Penrose

    Vorrà dire qualcosa che una sua rappresentazione spaziale, vista da due punti di osservazione, dia l’illusione della sua esistenza?
    Bisognerà trovare, anche per la poesia, il giusto punto d’osservazione?

  3. Scrive Penrose:

    «…non comprendiamo la natura dello spazio alla scala assurdamente piccola di 1/00000000000000000000 (10 elevato a 20) delle dimensioni delle particelle fondamentali note, anche se a dimensioni maggiori di questa la nostra conoscenza è presumibilmente adeguata. Non sappiamo se l’universo nel suo complesso abbia estensione finita o infinita – nello spazio e nel tempo – anche se tali incertezze sembrerebbero non avere alcuna incidenza sulla fisica alla scala umana. Non comprendiamo la fisica che deve operare al centro dei buchi neri né all’origine dell’universo stesso nel big bang. Tutti questi problemi sembrano però remotissimi da quella scala “quotidiana” (o un po’ più piccola) che è pertinente per il funzionamento del cervello umano…».1]

    Posto quanto sopra, non comprendo perché non dobbiamo accettare l’idea che non sappiamo nulla di che cosa sia una «esperienza» in poesia. Penso che dobbiamo presupporla nel senso inteso dalla fisica probabilistica, come un esito che può avverarsi e, se accade, non interrogarci ulteriormente su ciò che avviene alla nostra limitata scala umana… intendere il concetto come mera possibilità che qualcosa accada… ed è già molto…

    1] R. Penrose, op. cit. p. 23

  4. gino rago

    Un tentativo di risposta alle 4 domande di Giorgio Linguaglossa:
    1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
    2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
    3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?
    4) …L’inconscio sogna in bianco e nero o a colori?

    Il tentativo di risposta è riposto in alcune parti della missiva ricevuta da Cracovia a firma di Jolanda W..
    Jolanda dice di essere la collaboratrice più stretta di Ewa Lipska
    Ho pregato Lorenzo Pompeo, in partenza per Cracovia, di verificare l’esattezza o l’attendibilità delle dichiarazioni di Jolanda W.

    Gino Rago
    Le domande, i refusi

    Caro Signor G.R.,
    Sono Jolanda W., Le scrivo ancora io,

    la Signora Lipska non è a tutt’oggi presente a Cracovia,
    ha l’ossessione dei refusi, li considera come virus.

    Attraversano le pagine scritte, attaccano le parole,
    ne contagiano il senso.

    Da quando ha conosciuto la donna che pensava di essere una data
    Ewa non è più quella di prima.
    […]
    Qui è giunta l’eco delle invettive del Suo amico*
    contro quelli che ancora non sanno che la paura può perdere l’udito,

    che il Tempo si può distrarre, che l’incendio è esperto di termochimica,
    che gli indirizzi delle città che lasciammo possono inseguirci.

    E che ogni guerra si può desiderare dalla testa ai piedi.
    Le invettive del Suo amico sono desiderio di parole

    di carne-ossa-cervello-apparato respiratorio-cuore.
    Sono desiderio di parole vive

    chi di quelli che scrivono poesie ricorda la pupilla che Venezia dilata
    sul blu-di-Prussia della laguna,

    le offese del bianco sul nero a Manhattan,
    le voci dei cesari nei gorghi del fiume?
    […]
    Parlerò di Lei e delle Sue lettere alla Signora Lipska,
    ora Ewa porta in giro la sua vita in un baule.

    Ma non smetta di farsi domande:
    «Chi erediterà questo mondo?

    Come si fa a entrare nella storia?»

    * E’ G. Linguaglossa

  5. Il corvo è nero perché parla
    …un divano rosso sulla parete verde, il vaso cinese. Figure azzurre con mazzo di fiori, iris, girasoli e margherite giganti. Un gatto sul divano e un ippocampo. Laggiù c’è una giostra, ma non si vede, perché c’è la parete. Oltre la parete c’è un altro divano rosso, e un corvo nero…

    Ore 07:30
    Caro Giorgio, non trovi che senza punti questa tua poesia andava di fretta? Non si dava il tempo per vedere. Grazie ai punti se ne vanno quei noiosi articoli… a meno che tu non ci tenga, come fatto distintivo.
    Puoi dire qualcosa in merito a questa tua… bizzarra operazione?
    Grazie

  6. caro Lucio,

    mi fa piacere questa tua domanda, perché mi permette di esplicitare le ragioni che stanno alla base di questa procedura. Innanzitutto, questa operazione è affine a quella che tu hai fatto con gli «Strilli» dove dei versi extrapolati dalle poesie di alcuni poeti sono andati a finire in riquadri monocromatici colorati. La cosa funziona, rende i versi abbaglianti e ne accentua l’estraneazione dalla struttura originaria della poesia. Gli conferisce visibilità, come si dice oggi.

    Mi sono trovato davanti a delle gif o delle immagini (di pittura o di fotografie abilmente assemblate in un montaggio libero), e mi sono messo a fare quello che avrebbe fatto un pittore, mi sono messo a colorare certi dettagli, certi indizi, solo che io ci ho messo le parole. Ho fatto, insomma, delle poesie-cartolina, senza alcuna pretesa di adire al linguaggio poetico per la porta di ingresso in pompa magna con tanto di «io» che governa gli umidori delle proprie albagie, ma preferendo di entrare nella forma-poesia dalla finestra, o da un oblò posto nel soffitto, dalla scala a chiocciola dalla quale si discende dal terrazzo di sopra.

    Una poesia-cartolina tutta colorata, e ci ho messo a fianco la illustrazione di partenza: la gif o la immagine. È stato un gioco. Il che mi ha permesso anche di recuperare i giochi fonici delle rime, anzi, della rima più facile, quella che finisce con la «à» accentata o tonica. Mi sembrava che fosse un bel modo di uccidere quella cosa già morta che è la rima in poesia, e di farla resuscitare. In fin dei conti scrivendo poesia noi usiamo «le parole morte», come ci diceva Tiziano Scarpa, e in effetti anche i giochi di rime sono cose da « morto», anch’essi sono «morti».

    Penso che anche questi brevi «schizzi» possano essere un esempio dello sviluppo della poetica che noi abbiamo denominato «nuova ontologia estetica». Penso che anche moltissimi versi (anzi la totalità dei versi) di Mario Gabriele, di Alfonso Cataldi, di Carlo Livia, dei tuoi e di quelli degli altri poeti che ci seguono possano annoverarsi come poesie-cartoline…

    Quanto all’inserimento dei punti in luogo delle virgole, hai ragione, qualcosa ci si guadagna, ma si perde qualcos’altro… resto incerto sul da farsi…

  7. Un gatto ha messo la dentiera. Due guanti da box sulle zampe potenti. Una sedia saltella a fianco. Nel segnale Wow entrato dall’imbuto di altre crepe.
    Gli uccelli bianchi stanno sugli alberi. Con le noci americane che assaltano il fogliame stretto alla corteccia. Davanti all’alzata lunare. Per 50 volte di seguito in ogni mare cricket-club. Senza onde. Mai integrato alle spiagge di Marzo.

  8. Anche questa poesiola di Fortini tratta dalla sezione “Sette canzonette” di Composita solvantur (1994) può essere ascritta al proto genere della poesia-cartolina:

    Se la tazza mi darai
    che mi piace, la mia tazza
    con il manico marrone,
    gentilissima ragazza,
    tu felice mi farai.

    Il suo manico ha il colore
    del più vivo e ricco tè
    ma riflette anche il turchino
    del leggero cielo se
    è leggero come te.

    Potrebbe sembrare una poesiola minore, fatta per gioco e per ischerzo, ma non è così, è un piccolo capolavoro, rappresenta il crollo dell’ultimo «soggetto forte» della poesia italiana del novecento; dopo quest’opera fortiniana la poesia del novecento imboccherà a tutta velocità la discesa senza freni di una poesia epistemologicamente dimidiata.

  9. Una poesia di Edith Dzieduszycka, alla maniera di…

    L’erba della cantina è diventata
    rossa
    di vergogna o di sangue
    l’inchiesta arranca
    nera
    sotto il turbante ha i pidocchi
    lo sceriffo il giornalista
    è sparito

    i pompieri accorsi dopo tre
    settimane con lance troppo
    corte piegati da singulti colpiti da morbillo
    tra conati e febbre hanno suonato a vanvera
    la tromba
    delle scale facendo terra bruciata
    se questo è musica siamo
    Sciostakovic
    proclamavano ebbri
    ormai affezionati rimasero sul posto
    a lungo e in largo
    a mangiare la foglia a sputare
    nel piatto
    vedevo ogni cosa ma rimanevo muta
    facendo finta di dormire

    dalla lunga criniera un sorcio al galoppo
    apparve all’improvviso cacciò via
    i pompieri mi venne
    incontro sexy in calzamaglia
    viola
    mi baciò sulla bocca in fondo alla bara
    sussurrando dolcezza è tanto
    che ti cerco ma se questa è
    poesia rimani a dormire

  10. gino rago

    A questi nuovi versi di
    Edith Dzieduszycka, alla maniera di… (forse Peter Kràl?), a questo altro divertissement di Edith, ma anche a quello di Francesca Dono, estraggo dalla Sez. 4 del mio prossimo libro poetico, questa Lettera mai spedita a…
    nella sua forma definitiva, non senza complimentarmi con Guido Galdini per la serietà del suo mini-saggio sulla metafisica che gli è caduta dalle tasche.

    Gino Rago
    L’Utopia

    Cara Signora Edith Dzieduszycka,
    ogni Suo verso è una impronta digitale,

    noi siamo i lettori delle Sue impronte.
    Entrando nella Cripta della Signora Schubert

    si udiva la Marcia di Radetzky
    dalle finestre aperte della Villa dei Von Trotta.

    Ma forse inciampiamo anche noi due
    nella cava degli intrecci delle date.

    Entriamo nella clinica della folla,
    qualcuno vi guarisce, altri vi muoiono,

    una Lavendelfrau offre a tutte le coppie
    i suoi mazzetti di fiori di lavanda.

    Lei chiede:«E l’utopia…?»
    Un foulard-arcobaleno si avvolge

    intorno al collo di Giorgio Linguaglossa
    sotto il ritratto di Adelina Bloch-Bauer*,

    la tela 138 per 138, il quadrato della Secessione.
    «Già, i due amanti di Vienna fin de siècle,

    la liaison arte-vita nei vortici di un valzer
    come fra Michele e me

    parlando di avant gard, di teorie freudiane,
    di tracce antisemite fin dalla Finis Austriae…»

    *la Musa e amante di Klimt
    ————————————————————-
    gr

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Mario M. Gabriele

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Francesca Dono ilgrovigliodeirampicanti

al poeta l'ignoto e un'ombra nascosta in ogni stanza

LA PRESENZA DI ÈRATO

La presenza di Èrato vuole essere la palestra della poesia e della critica della poesia operata sul campo, un libero e democratico agone delle idee, il luogo del confronto dei gusti e delle posizioni senza alcuna preclusione verso nessuna petizione di poetica e di poesia.

Un'anima e tre ali - Il blog di Paolo Statuti

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