Paolo Valesio, Esploratrici solitarie (Poesie 1990-2017), Raffaelli editore, 2018, p, 186 € 20 Commento  di Giorgio Linguaglossa

 

gIF MAN SMOKE

è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Mi chiedo:

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno       sull’avvenire e il presente della poesia?
3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

Tre domande terribili. La poesia di Paolo Valesio parte dal bisogno di rispondere a queste tre domande sotterranee, di ricostruire delle parentele e dei legami parentali con la metafisica, quasi che questa consanguineità potesse sopperire alla mancanza di sangue, alla assenza di una metafisica delle parole. Per certi versi e somiglianze anche stilistiche la poesia di Paolo Valesio mi rammenta quella di Laura Canciani, anche lei poetessa di finissima ispirazione cristiana, anche lei in viaggio alla ricerca del Santo Sepolcro. Sottratta al «luogo», alla «patria metafisica», la migliore poesia contemporanea tenta di ricostruire e riallacciare i rapporti con la grande tradizione del Novecento, va in cerca della sua «patria» dimenticata e rimossa. È questa, penso, la problematica mission della poesia di Valesio, quel cercare di riannodare il “filo rosso” delle parole dagli anni novanta ai giorni nostri.

Scrive Valesio nella premessa al volume:

«Ci sono poeti che sviluppano la loro opera in modo lineare e ordinato, con puntualità (quasi ogni anno, una nuova raccolta); e vi sono d’altra parte poeti più “irregolari”, le cui opere appaiono a intervalli più o meno lunghi. Per parte mia, col tempo ho scoperto… che il mio lavoro si sviluppa con un altro tipo di “irregolarità”… quando le poesie cominciano a cristallizzarsi intorno a un nucleo, mi viene spontaneo rileggere la lunga serie negli anni… e temporaneamente lasciate da parte, per ripensarle e per inserire nel libro quelle che si rivelino pertinenti al nuovo nucleo. E così può accadere che questa raccolta contenga gruppi di poesie risalenti agli anni Novanta… Non so se… si possa parlare del famoso “filo rosso”, o al contrario di quel “filo bianco”… Probabilmente, la situazione qui è intermedia. Ma io credo che un filo ci sia (E intanto restano pronte molte altre poesie più o meno antiche, che aspettano di cristallizzarsi in future raccolte)».

Quello che rimane oggi, a distanza di quasi cinquanta anni della poesia con impianto narrativo-autobiografico, una volta caduta l’impalcatura ideologica dell’epoca tardo modernistica, quella che va grosso modo da Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974) di Patrizia Cavalli al post-minimalismo delle scritture che uso definire «corporali» – in particolare delle scritture poetiche al femminile – si rivela essere una colloquialità corporale, ombelicale, post-utopica, che vuole officiare il rito di un simulacro di intimità, un dis-locamento del baricentro dell’«io» egolalico.
Ecco la risposta di Paolo Valesio:

Lo pterodattilo

Un uomo che si affidi solamente
alla sua intelligenza di pterodattilo
senza pensare che tutto
viene dall’alto
dovrebbe far ridere/piangere
anzi no – dovrebbe ispirare
una misura (da scuotere giù
con il resto della farina)
di compassione.

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Un uomo che si affidi solamente
alla sua intelligenza di pterodattilo

La poesia di Paolo Valesio ci dice che il dialogo con l’interlocutore è diventato una genere problematico, un rimuginare sulla problematicità di una forma dialogo non più recuperabile. Il ricorso alla retorizzazione del corpo della poesia femminile di moda oggi si risolve in un vestito linguistico che non può rivelare alcun contenuto di verità. E mi chiedo, è ancora possibile rappresentare un «contenuto di verità», con annesso un contenuto di «senso»?, che non sia posticcio, arbitrario e programmaticamente feticizzato?
La poesia italiana che va di moda oggi illustra bene che un ordine di simulacri si sostiene solo sulla presupposizione di un ordine anteriore di simulacri. La tradizione deve essere ridotta ad un ordine di simulacri, così può essere de-funzionalizzata. Il magrellismo che è andato di moda in questi ultimi decenni illustra bene il cracking, la rottura della catena molecolare che ancora formava la cultura poetica dell’età precedente, diciamo almeno fino agli anni settanta del novecento, fino alle generazioni dei Bigongiari, Luzi, Fortini, Pasolini, Moravia, Siciliano, Ripellino. In seguito, come ha spiegato bene Alfonso Berardinelli più volte, è accaduto come una combustione di sintesi, quelle molecole culturali che erano andate distrutte durante il crack del modernismo avvenuto negli anni settanta, si sono ricomposte in altre catene di sintesi molto più adatte alla proliferazione nella cultura mediatica dei nostri tempi: ed ecco lo stile cosmopolitico della proliferazione poetica attuale dove il linguaggio è una segnaletica di flussi di parole-segni e di connessioni di superficie che hanno sostituito la precedente cultura della profondità. Assistiamo ad una concatenazione di parole-flussi dalla quale è scomparsa la profondità della letteratura, della tradizione.

Ha scritto il compianto Luigi Reina nel risvolto di copertina del mio libro nel 2011, La nuova poesia modernista italiana (1980-2010):

«Se il linguaggio della post-avanguardia entrava in rotta di collisione con i linguaggi della scienza e della modernità, la Nuova Poesia Modernista prende atto della crisi irreversibile di ogni linguaggio fondato sulla “differenza”, sullo “scarto”, sullo “statuto ambiguo”; e prende atto della mancanza di un fondamento su cui sia possibile poggiare la costruzione poematica. La Nuova Poesia Modernista è il tipico e più maturo esempio di una poesia sopravvissuta dopo la bancarotta dell’ontologia, tra Heidegger e Wittgenstein. L’ontologia negativa di Heidegger, per il quale «Essere è ciò che non si dice», tendeva a spostare l’asse del logos poetico novecentesco più sul non-detto, sui silenzi tra le parole, ed infine, sul silenzio tout court. Il nichilismo era il precipizio entro il quale precipitava e periclitava tutta l’ontologia heideggeriana. Per contro, il linguaggio poetico novecentesco minacciava di periclitare, sull’orlo del nichilismo, nel compiuto silenzio della poesia post-celaniana. L’impossibilità di approdare ad una conclusione, in Heidegger, è totale: il pensatore è poeta, il silenzio è l’essenza del linguaggio, esso è il luogo atto a esprimere l’essenziale come non-dire».

Ecco di nuovo Paolo Valesio:

Dietro ai quattro elementi due si annidano:
il fiore e il sangue

*

Preghiera della torera, 1

Ti aspetto inginocchiata sull’arena
prego le mie mammelle
costrette nel corpetto
prego le mie spalle larghe
sotto lustrini e mostrine.
ecco irrompi, toro – locomotiva
della coscienza esterna e schiacciante.

Conclusioni provvisorie finali

Il modo di produzione della cosiddetta «poesia» ha assunto una velocità edittale forsennata, dinanzi alla quale non c’è Musa che tenga, che riesca a stare dietro a questa velocità ultrasonica. La Musa è lenta, ama la lentezza, è gentile, si deposita, giorno dopo giorno, sugli oggetti e le cose come polvere… bisogna far sì che la polvere si sedimenti… soltanto gli oggetti e le cose impolverate possono trovar luogo in poesia, soltanto le cose dimenticate… tutto ciò che ricordiamo, ciò che la dea (un’altra dea!) Mnemosine ci dice è frutto del calcolo e della cupidigia. Alla strategia di Mnemosine dobbiamo opporre una contro strategia, dobbiamo dimenticare i ricordi, dobbiamo dimenticare i falsi ricordi che l’Inconscio ci pone sotto gli occhi, dobbiamo scavare più a fondo. La Musa è nemica di Mnemosine, ed entrambe sono segretamente alleate con un loro progetto di raggiro e di deviazione della nostra mente… dobbiamo perciò porre in atto delle strategie di contenimento e di inveramento dei ricordi, delle rammemorazioni. Dinanzi alle sciocchezze imbarazzanti che la poesia dei nostri tempi ci propone rimango allibito, ma dobbiamo farci forza e sopportare con tenacia questa montagna di banalità…
Il fatto è che le parole sono diventate «fragili» e «precarie», si sono «raffreddate».

(Giorgio Linguaglossa)

Preghiera della torera, 2

In memoria di Victor Barrio, ucciso nella Plaza de
Toros di Teruel (Valencia) il 9 luglio 2016

Ognuno sente a tratti nella vita a momenti
(son quelli dirimenti)
l’impulso a far regalo di se stessa.
In questo taglio estremo d’orizzonte –
come la stretta striscia rosseggiante
che attraversa lo schermo abbrunente
quando la televisione
sta per morire di un guasto interno –
io prego le mie piccole mammelle
costrette nel corpetto rutilante
prego le larghe spalle, le platoniche,
coperte di mostrine e di lustrini
mentre cado in ginocchio nel centro
dell’“O” di sabbia.
Ecco la vivente
locomotiva che irrompe dalla cavea
sta per inclinare
senza malizia il corno e trapassarmi
ma prima c’è un istante
di equilibrio: le corna
son bracci che sostengono
simmetricamente
le mie braccia spalancate
nella posa prevista in eterno
dell’Uomo dei Dolori.
Beati e benedetti
l’uno contro l’altra inginocchiati
croce di carne incastonata
nella croce di corno.

Laghetto di Linsley

North Branford, Connecticut
25-29 luglio 2003

La binità (Risposta ai pre-socratici)

Dietro ai quattro elementi due si annidano:
il fiore e il sangue.

New Haven
St. Mary’s Church

(5 agosto 2003)

Lo pterodattilo

Un uomo che si affidi solamente
alla sua intelligenza di pterodattilo
senza pensare che tutto
viene dall’alto
dovrebbe far ridere/piangere
anzi no – dovrebbe ispirare
una misura (da scuotere giù
con il resto della farina)
di compassione.

(Bologna, 25 febbraio 2017)

 

Allettamenti

Per Stéphane Mallarmé

“Ayant peur de mourir lorsque je couche seul”
risulta ormai pensiero incomprensibile
per l’eremita delle città.
La morte è sempre un morbido sospetto,
sia in comune o solitario il letto.
(“Il letto è una rosa:
chi non dorme, si riposa.”)

Ma a questo punto di vita
dormire a fianco altrui
è così ossimorico –
dormire soli: plurale come illusivo
ombrello della coppia –
da esser quasi blasfemo.
È una disperdizione un brulichìo
febbricitante e banale
che può battere il colpo fatale.

Diverso,
il notturno viaggio in un letto
veramente solo e stretto:
il soggetto raccoglie le energie
nel principio del suo individuarsi.

 

Phoné

Il filo (che presto diviene
un canapo robusto)
della voce stabilisce
nel corpo della cantatrice invisibile
una asombrosa[1] continuità:
dall’ombroso triangolo del sesso
fino al vertice svettante
labbro-risonante.

Questo flusso vocale è una cascata
che disfida natura allargandosi
dal basso verso l’alto: dalla caverna
di Venere al cerchio superiore.
Come serpe incantata si disvincola.

 

Misura

Al lago vicino che dorme e che scintilla come acciaio
(Stefan George)

Il saggio (dice il Buddha) è come un lago:
puro, e profondo, e tranquillo.
C’è un piccolo lago a cinquanta
metri di fronte al suo cottage
ma appare a lui lontano
più che l’opposta costa
del paese vastissimo:
di tanto lui è distante
dalla saggezza.

[1] Asombro, in spagnolo, è: “spavento” ma anche “ammirazione”.

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17 commenti

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17 risposte a “Paolo Valesio, Esploratrici solitarie (Poesie 1990-2017), Raffaelli editore, 2018, p, 186 € 20 Commento  di Giorgio Linguaglossa

  1. Paolo Carnevali

    Un poeta Paolo Valesio che si è sempre confrontato con altre voci e non esistono confini nella sua poesia che è una continua esplorazione. Notevole del resto il suo lavoro alla “Italian Poetry Review” per non parlare alla Columbia University. Questa raccolta contiene versi inediti che al momento erano stati presenti in riviste.

  2. gino rago

    I versi di Paolo Valesio non celebrano la vita, questo poeta non celebra la vita nella sua arte della Parola, ma l’arte della Parola in Valesio è quella parte del poeta negata alla vita che ridiventa vita nella sua arte. Lo fa come rivelò il Linguaglossa in un suo studio sulla poesia valesiana partendo sempre da una Idea. L’Idea che in Valesio viene prima del problema del linguaggio e dello stile. Il Novecento, scrisse una volta qualcuno, inaugurato da grandi speranze, è finito nella più buia disperazione, segnato com’è stato dalla mattanza di guerre mondiali, da fabbriche dello stermino, da esperimenti di morte nucleare. Violenza. E la violenza è sempre la sconfitta dell’etica, la ferita alla dignità dell’uomo oltre che permanente attentato alla civile convivenza tra gli uomini. Ritornare all’etica anche in poesia, Caproni ad esempio lo fece con “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito./ il mio viaggiare/ è stato tutto un restare qua/ dove non fui mai…” nel Biglietto lasciato prima di non andare via; Valesio tenta di farlo tornando a guardare verso l’alto per ricomporre tra gli uomini il mosaico della com-passione. I poeti della NOE dal canto loro seguono altri sentieri ma nella consapevolezza che ogni poeta spesso è invisibile, destinato a partire in silenzio, ma forse il poeta resta sempre perché restano le sue parole, se la generazione del World wide web Www non si mette di traverso.
    GR

  3. Carlo Livia

    ” Imprimere al divenire il carattere dell’essere – è questa la suprema volontà di potenza. ” in questa constatazione-anelito di Nietzsche, nella “Volontà di potenza”, Heidegger ravvisa il compimento della metafisica – cioè la mistificante proiezione dell’Essere in un ente eterno, immutabile, incorruttibile, ” l’eidos platonico”, che Nietzsche realizza nell’inopinata cosmologia dell’eterno ritorno, con cui, credendo di sovvertire la metafisica platonica, finisce invece per farne la forma, il modello dell’ente universale, che diventa eterno, immutabile, ma privo di confine, di trascendenza: è questo, per Heidegger, il compimento del nichilismo, dell’hybris dello “pterodattilo”, il definitivo oscurarsi dell’orizzonte della verità, da cui ormai nessuna revisione, rettifica o intuizione ontologica o teologica , ma “solo un Dio ci può salvare”: troppo lungo e profondo è stato ” l’oblio dell’Essere “.
    La poesia di Valesio è la presa d’atto di questa vertigine d’assenza, in cui “non ci sono più fatti (verità) ma solo interpretazioni” , forse il suo limite è nell’eccessiva esplicitezza, denotazione del linguaggio, che risulta eteronomo rispetto alla scenografia da rappresenrtare, che richiede un codice sommerso, sognato, infefinibile e metamorfico, come in Celan, Char, Bonnefoy, Rosselli, ecc.

    DUBBI SULL’ACQUASANTIERA

    Quando fu aperto l’ottavo sigillo, vidi un Segno nel cielo; poi la Bestia vermiglia divorò quel Segno e sette vegliardi ciechi morirono in segreto.

    Sorse un tumulto di spose e l’ombra si mutò in una voce che disse: ” Voi che mi avete dimenticato resterete per sempre sul confine fra la tenebra e la luce. ”

    Apparve il Signore dell’oblio e sciolse le sue chiome: erano lingue di fuoco che arsero la Terra.

    La Vergine concepì il candore d’un altro universo, ma il testimone lo imbrattò di sangue e di dolore.

    Voci soccorrevoli gremivano i sogni, ma il pianto regnava supremo.
    L’Enigma riversò il suo calvario sulle strade e spense Inferno e Paradiso.

    L’ira del Padre vegliava da dieci precipizi morbidi.
    L’estasi ultramarina si perdeva in confutazioni.

    Un terrore di roseti oscurava i corpi delle fanciulle.
    L’attimo immobile risaliva la china, sempre più folle, e chiamava il suo nome ad ogni resurrezione.

    Quando scomparvi la mia ombra divenne divina,
    invano.

  4. Vorrei spendere qualche parola in difesa degli pterodattili, o di quel cervello che non capisce “l’alto”: intanto non è chiaro da quale luogo alto dovrebbe cadere il tutto, non è scontato il fatto che lo si sappia, non lo è più; poi perché le cose sembrano arrivare anche di lato, di traverso, di sotto, da dietro… nel tempo o in tempi distinti e separati; sicché l’adesso è un condensato; forse non il tutto ma certo ne è la risultante o, detto poeticamente, la fioritura.
    Scrivere è certo un modo tra i tanti possibili per conseguire la saggezza, ma è pur sempre un dire. A mio parere un saggio lo riconosci dal silenzio del suo ascolto. Per questa ragione si diceva che Buddha era un lago “puro, e profondo, e tranquillo”.

  5. gino rago

    Gino Rago
    Un elmo senza testa

    Il pescatore-filosofo del borgo parla da solo
    ma tutti lo ascoltano: «Non ho mai confidato a nessuno

    un episodio in biblioteca con il mio cane Hermes e le stelle.
    Nella sala di lettura è entrato un elmo senza testa

    verso di me. ho domandato:«Chi sei, da dove arrivi»
    «Qualcuno mi chiama il poeta-Cogito, vengo da Leopoli,

    sono amico di Milosz,..».
    «Perché sei qui, cosa hai da dire»

    «Di te, di me, di tutti resterà qualche lettera sparsa nella terra nera,
    qualche accento sul Nulla, e forse sulla polvere…»

    «Perché, perché qui, perché ora»
    «Perché qui e ora anche in questa Biblioteca

    ho visto la morte delle parole.
    E so che non c’è limite alla decomposizione»

    «Ma chi sei, avrai un nome»
    «Nella mia città assediata un tempo avevo un nome,

    mi chiamavano Zbigniew, Zbigniew Herbert»

    ————————————————————
    gr

  6. All’inizio del post sul libro di Paolo Valesio ho esordito così:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/15/paolo-valesio-esploratrici-solitarie-poesie-1990-2017-raffaelli-editore-2018-p-186-e-20-commento-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-38772
    1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
    2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
    3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

    Tre domande terribili, da far tremare i polsi.
    Penso che qui ci vorrebbe un filosofo per tentare di abbozzare una risposta. In mancanza di una risposta accettabile però si continua a fare poesia come se nulla fosse. Ecco, mi meraviglia la ingenuità dei poeti di oggi che scrivono poesia come si beve un caffè o come si fa un pacco regalo, capisco che la prima e la terza domanda sono davvero domande impossibili, epperò io penso che non si possa fare una poesia degna di questo nome se non si ha in mente una risposta a quelle due (tre) domande, almeno in forma implicita. Domani posterò alcune poesie di un poeta ceco che credo queste domande se le sia poste e che si sia dato una risposta. Un poeta consapevole dunque, consapevole di una consapevolezza molto alta di quello che scrive.

    Stamane nel dormiveglia mi è venuto in mente questo verso:

    La balena ha i denti bianchi

    È stato il mio inconscio a suggerirmelo, non ne dubito, perché non c’era nulla prima di quella frase, né dopo… è una frase venuta dal vuoto, dal vuoto del sonno del dormiveglia. So che da qualche parte quella frase finirà, o si svilupperà in una composizione, o forse non si svilupperà affatto e rimarrà così, monca, allo stato di frammento. Eppure, sono convinto che il mio inconscio, o meglio, la mia mente inconscia, abbia risposto con quella frase a quelle tre terribili domande poste in esergo, forse è l’inizio di una risposta che verrà nel futuro…

    Penso che il verso di Gino Rago:

    Nella sala di lettura è entrato un elmo senza testa

    sia in qualche modo una risposta a quelle tre domande…

  7. A me sembra che il verso “Nella sala di lettura è entrato un elmo senza testa” debba essere recepito come l’inizio di un racconto fatto da un bambino, altrimenti avrebbe valore simbolico o metaforico; di fatto è una immagine classicheggiante, aulica, che non necessita di ulteriori spiegazioni. Gino Rago è poeta della nuova ontologia estetica, il suo pensiero non segue un filo, non è lineare ma è di largo raggio. Nella dilatazione spaziale le parole possono arrivare capovolte specularmente, esattamente come l’inconscio nei sogni arriva a dire delle nostre esperienze coscienti, non sincere ma di verità, il che è di gran lunga più importante. Bastasse la sincerità non esisterebbe la psicanalisi.
    Le maglie strette della versificazione tradizionale, tesa a pronunciare un discorso, non offrono l’agio che dà lo spazio dilatato del verso interrotto, dell’immagine non prolungata descrittivamente, e soprattutto del vuoto che l’accompagna visibilmente. I continui scarti, le interruzioni, secondo me possono aprire voragini di collegamento verbale con l’inconscio. La ricaduta nell’inconscio avviene come se la Terra fosse davvero piatta e alla fine di un verso si cade – con parole – nell’inconscio. Non è sempre così ma accade facilmente se il percorso è di ricerca ontologica. Può andare come spiegazione?
    Il verso “La balena ha i denti bianchi” troverà presto le sue origini e i collegamenti, che potrebbero essere del tipo “dentifricio, specchio, Mozart”… Poniamo che sia così: quale tra queste tre parole può essere ritenuta significativa al punto da maritarsi di essere presa in considerazione in poesia? Lo specchio, Mozart o il dentifricio? Ma davvero fa grande differenza per la poesia? Sì, il limite da non oltrepassare resta l’insulsaggine. Ma questo limite non ci viene offerto dall’inconscio. L’inconscio non è selettivo.

  8. Alfonso Cataldi

    «Cambiare i piani nella disciplina della dentatura
    alleggerisce le aspettative della cena»

    Piero aggredisce il sentiero degli Appalachi
    come l’ultimo capitolo che non riesce a consegnare.

    Nel formicolio intorno ai giochi del parco
    Giacomo chiede «per favore, posso scivolare?»

    Ringrazia e corre tra le braccia della madre.
    Cosa resterà di una caduta sui pattini

    protetti da casco e ginocchiere?
    L’inconscia beatitudine della distrazione.

    -Gli arti assumono la forma dell’inconoscenza-
    annota Eudora Fletcher, a margine di una lacerazione.

    Mistero Hifeng turba l’ormai deserta Piazza del Duomo
    su Second Life, esponendo le sue sculture da otto euro l’una.

  9. Giovanni Ragno

    Gentili Signori,
    però io mi domando: dove sono in tutti questi versi qui pubblicati la musicalità e le visioni, insomma il canto?
    Credo anche che il contenuto sia la cosa più importante… più che versi sono, come dire, delle spiegazioni.
    Sarò antiquato e per questo motivo non capisco questo genere di poesia, che a me pare soltanto prosa, e nemmeno poetica.
    Scusatemi.
    Giovanni Ragno

  10. E’ pur vero che il sonno di un santo
    è popolato di prodigi e miracoli.
    E’ pur vero che il sonno di un soldato
    gronda sangue e uccisioni. Tutto ciò
    è vero. Ma il mio sonno, il mio sonno!
    ——
    Maria Rosanna Madonna

    E’ pur vero che possiamo parlare dell’inconscio. Ma del nostro, del mio, del tuo, che ne sappiamo? Nulla. Parole nel buio, segni indecifrabili.

  11. gino rago

    Lei non comprende, evidentemente esula dal Suo pensiero da fine impero,
    la sottigliezza fra prosa poetica e poesia in prosa. Si legga almeno a tal proposito qualcosa di Roland Barthes e continui a scrivere, caro Giovanni Ragno,i versi che è in grado di scrivere, senza la pretesa di imporre la sua come modello di scrittura ad altri.
    Nel suo commento il Linguaglossa pone queste 3 questioni nodali del far poesia in ‘altro’ modo:

    1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?
    2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?
    3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

    Sono anche per Lei questioni o problemi centrali,oggi, del continuare a far poesia ‘altra’ e non più epigonica quelle che Linguaglossa pone o sono come temo per lei lana caprina?

    E poi di grazia Lei che poesia fa, Giovanni Ragno?

    Buona malinconia ottobrina.
    Gino Rago

  12. Guido Galdini

    Ancora una variazione scherzosa.

    avevo una metafisica in tasca
    ma non mi riesce più di trovarla

    dev’essermi caduta per terra
    quando ho estratto di fretta un fazzoletto

    la scomparsa dei luoghi procura
    inderogabili raffreddori

    meno male che sta finendo l’impero
    il prossimo sarà di bigné

    c’è da spiegare agli epigoni e ai palombari
    il sorriso di pastafrolla delle balene.

  13. Ci si occuperà maggiormente della metafisica in essere. Ci si concentrerà sull’esperienza diveniente. Come dire che non riveste grande importanza il fatto che esista un fondamento assoluto e immutabile dell’essere degli enti, se non per la ricerca filosofica e, aggiungerei, religiosa.

  14. Giovanni Ragno

    Gentile Gino Rago,
    mi dispiace, ma non scrivo versi; mi piace leggerli, come amatore,come appassionato lettore, ecc.
    Non capisco poi quel “fine impero”: a cosa si riferisce. Poi non conosco Roland Barthes : mi informerò. Grazie
    Gio. Ragno

  15. La poesia non sembra trovare posto, un posto degno della sua storia, nel panorama odierno della comunicazione, semplicemente perché molti poeti non hanno stima della comunicazione. Ho idea che, oggi, qualsiasi messaggio si presenti come complicato, ermetico o prolisso, eccessivamente metaforico, non possa essere recepito dalla media attenzione perché non corrispondente ad alcune necessità basilari, quali la chiarezza espositiva, la capacità di sintesi quindi l’efficacia in breve, a sostegno dell’originalità del contenuto. Questo è per me il tempo del pensiero frammentato, non derivato dalla modernità novecentesca ma semplicemente – eh sì – dalla comunicazione in headline.
    Tomas Tranströmer ha scritto autentica poesia servendosi esclusivamente della prosa. Un esercizio per noi quasi inarrivabile perché non riusciamo a concepire poesia senza lirismo; senza lirica riusciamo a creare soltanto del realismo assai discutibile, oppure della bizzarra ma brillante comunicazione. Non riusciamo a trovare un «luogo», ma è principalmente per nostra mancanza.

  16. gino rago

    Gentile Giovanni Ragno,
    per atmosfera di ‘fine Impero’ intendo anche ciò che si verificò nella scrittura austro-ungarica di Finis Austriae, un Impero si sgretolava e Joseph Roth, Stefan Zweig, Franz Werfel, per citare i più importanti scrittori mitteleuropei caddero nello sconforto perché un intero mondo di riti, di misure, di certezze si frammentava e s sentirono sul ciglio di un baratro. Perché sentivano la necessità di una ri-fondazione di uno stile e di una forma nel loro scrivere ma non erano ancora pronti e forse si attardarono nel loro modo di scrivere che in cuor loro avvertivano come inadeguato e superato, ma non avevano la forza né la voglia di un ricominciamento. E’ ciò che succede alla nostra poesia ancora agglutinata intorno al culto dell’io piccolo-borghese, ai piccoli stati d’animo d’un io considerato negligentemente centro di misura del mondo. Nel suo commento sul post dedicato a Peter Kràl Lei stesso gentile Giovanni Ragno può verificare questa sacrosanta affermazione di Giorgio Linguaglossa: “La poesia di Kràl è cambiata perché è cambiato il mondo…”
    Il nocciolo della questione è questo.
    GR

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