1 e 2 ottobre 2018, Dialoghi e Commenti – Poesie di Nunzia Binetti, Gino Rago, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono. (Lalie Lescorgot), Giorgio Linguaglossa

 

selfie Raymond Queneau

selfie Raymond Queneau

non c’è domanda che a un titolo o un altro non passi per i defilé del significante
[…]
l’Edipo però non potrà tenere indefinitamente il cartellone
in forme di società in cui
sempre più si perde il senso della tragedia

(Lacan)

Giorgio Linguaglossa
1 ottobre 2018 alle 13:37

Mi scrive una interlocutrice, Nunzia Binetti, in un messaggio:

Gentilissimo Giorgio, non conosco nei particolari il canone di Harold Boom, ma farò ricerca su questa teoria. Sto però ragionando… se ci sono attualmente solo epigoni, potremmo concludere che sia l’epigonismo la causa dell’allontanamento del lettore dalla poesia ed inoltre , come lei sostiene in più luoghi, che la poesia è morta. Il problema ( secondo me) è che tutto è stato detto o sperimentato ormai in poesia, pertanto sarà difficile trovare indirizzi inediti o fare innovazione nel modus poetandi. Personalmente trovo che alcuni poeti dei nostri giorni siano molto validi, anche se non propriamente innovativi ( non potendo essere innovativi !). Insomma io penso che la poesia non sia morta. Se riconoscessimo , poi, morta la poesia dovremmo riconoscere morta anche la critica letteraria relativa alla poesia e per due motivi :

1) perché la poesia è morta.
2) perché non esiste un metodo “scientifico”, quindi certo, con il quale stabilire cosa sia poesia e cosa non lo sia.

Diciamo pure che mi considero più ottimista di quanto lei mostra di essere. Condivido tuttavia – ed in blocco – il suo dire che la concorrenza tra poeti è terribilmente sleale (ne so qualcosa, per non parlare dei concorsi !!!) e che la poesia non può prescindere da una qualche filosofia che la conduca. Potrebbe essere proprio la filosofia quel tanto di scientifico necessario a legittimare la poesia ad essere tale ? La questione rimane aperta.
La ringrazio per la cortesia della sua risposta. Sempre con stima la saluto.

Secondo lei, Giorgio, esiste una poesia di genere ? Mi piacerebbe leggere il suo pensiero da qualche parte, se mai avesse affrontato questa tematica. Grazie.

Nunzia Binetti
24 settembre alle ore 01:18

Liberi dall’inerzia dell’indicibile
parlatemi di Potnia, del suo ventre
che più non feconda
e delle sue ginocchia genuflesse per usura.

Io parlerò di me
che scarto e ingoio pillole, ogni sei ore,
tentando di sanare la stortura,
la piaga ereditaria che consuma.

Dolore è il tempo
e lo chiamiamo Storia.

Foto Man Ray André Breton et Paul Eluard 1950

André Breton e Paul Eluard

Giorgio Linguaglossa
1 ottobre 2018 alle 17:44

cara Nunzia Binetti,

io direi di lasciare per il momento da parte il Canone occidentale di Bloom, quel canone appartiene alla storia. Noi oggi siamo usciti dalla Storia e siamo entrati nella post-storia, anzi, siamo nella post-istoria. Siamo nella storialità. Che significa? Detto così, siamo entrati in un mondo dove tutto il passato si allontana alla velocità dell’espansione dell’universo e il futuro sembra così vicino che possiamo toccarlo con mano. In questo spazio-tempo compresso noi non possiamo che abitare che le nostre «Stanze interiori», dal titolo di un prossimo libro di poesia di Tiziana Antonilli, queste «stanze», simili a piccole fortezze costruite con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli. Non abbiamo più una religio che ci tenga tutti uniti, né una ideologia entro la quale riconoscerci, anche le «Forme» sono scomparse, affondate, dipartite… siamo rimasti soli con il nostro foro interiore…

«Si tratta − spiegava Adorno nel 1947, concludendo i suoi Minima moralia − di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica». Tuttavia, pur prediligendo il frammento, non lo si riduce a esercizio di stile, disinteressato o impropriamente assolutizzato e chiuso, a «fortezza costruita con gli stuzzicadenti», diceva Leonardo Sinisgalli, il poeta delle ‘due culture’ (quella scientifica e quella umanistica, ovviamente)».

In questa situazione di estraneità reciproca alla quale ci ha condotti l’età della dimenticanza dell’essere, quella epoca che ha visto il dissolversi dell’essere nel «valore», dell’essere «che non ne è più nulla» diceva il tardo Heidegger invitandoci a «lasciar perdere l’essere». Drammatico, no? Viviamo sotto l’egida di Sua Maestà il valore di scambio, esso è il Regolo che regola e dirige le nostre esistenze, a noi la nostra epoca non ha dato altro che una stanza interiore fatta con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli, ci ha lasciato in eredità miliardi di «frammenti» che galleggiano sul mare della datità. Tutto quello che noi possiamo fare è aggrapparci a questi «frammenti» e tenerci a galla per un po’, in attesa di tempi migliori…

Gino Rago
1 ottobre 2018 alle 18:13

In tutti i commenti, come nei versi, della pagina odierna, ricca e colta, che Giorgio Linguaglossa raccoglie e propone oggi su L’ombra serpeggia anche se non esplicitato il rapporto poesia-potere, poeta-linguaggio poetico-lingua del potere… Vorrei dare un contributo con i miei versi magnificamente commentati da Rossana Levati.

Gino Rago

Piazza dei Martiri

Piazza dei Martiri. Il sole pigro non vuole tramontare.
A destra il popolo in festa urla: «Dio salvi il Re…».

A sinistra si leva un grido di guerra:
«Dio salvi la Regina…».

Il centro della piazza oscilla.
Un urlo: «Dio salvi il Re e la Regina…»

Mentre il boia lucida i legni dell’impianto
Con la palla di grasso ottenuto dai cani morti.

La corda con il cappio pende luccicante,
Al sole del crepuscolo sembra più splendente.

Un urlo unisce la piazza da destra a sinistra
Passando per il centro: «Muoia il Re. E muoia la Regina».

Passano cesti con pane bianco.
La botte con il vino che zampilla.

Il cappio in lontananza risplende più di prima.
«Dio salvi il Re… Viva la Regina».

Il poeta lascia Piazza dei Martiri.
Non desidera il pane d’altri, rifiuta anche il vino.

Non vuole il Re. Non vuole la Regina.
Cento usignoli nel suo petto si destano. Si destano.

Strilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secoloCommento di Rossana Levati

[In questa poesia, Piazza dei Martiri di Gino Rago] ogni distico rappresenta un momento a sé senza alcun riferimento storico preciso, il movimento di una rivoluzione. Può essere avvenuta in ogni tempo, potrebbe ripetersi oggi, tra il potere che preme con le sue esibizioni di forza e la repressione del pensiero e dell’indipendenza di giudizio. Nulla sappiamo sul tempo, solo il luogo è evocato con precisione, col riferimento a quella “Piazza dei Martiri” dove si allestisce il cappio sul patibolo del sacrificio.
La festa del primo distico allude a qualcosa di sinistro, diventa rapidamente grido di guerra al quale si adeguano gli urli di una folla che può tranquillamente augurare salvezza o morte, e che con indifferenza passa da questo a quel campo di forze politiche, ora unite, ora disgiunte, come mostra l’associazione e la dissociazione di Re e Regina nelle frasi.
Non a caso, dopo l’urlo della folla, tre distici collocati al centro della poesia alludono all’imminente esecuzione: un boia, l’allusione macabra al grasso ricavato dai cani morti, preludio ad altri morti –umani – di cui in anni successivi tutto si è depredato.
Il luccichio della corda, al centro della scena, emblema di morte e di servitù, ha qualcosa di sinistro, nel bagliore del crepuscolo che non illumina né annuncia alcunché di positivo. I segni dell’abbondanza, pane e vino (probabile allusione a un’abbondanza che è al tempo stesso sacrificio, come quello dell’Ultima Cena), rappresentano anche un banchetto umano, troppo umano, offerto in cambio della connivenza al male, qualcosa che sarebbe conveniente e decoroso accettare, pur di voltarsi dall’altra parte per non vedere il prezzo di quell’abbondanza così spudoratamente offerta a buon mercato.
Ancora una volta il poeta attira il nostro sguardo su quel cappio che splende, trappola che facilmente si annoda e attende le sue vittime. Solo uno nella piazza si oppone ai canti di gloria, a quelli di morte, al pubblico abbeveratoio offerto troppo a buon mercato, quel poeta che abbandona il luogo della folla, della contaminazione politica, conservando dentro di se’ il canto di cento usignoli, più che mai desti nel generale sonno della ragione.
Proprio la leggerezza è, come esprimevano i poeti classici o ellenistici, l’unica virtù del poeta, talora vecchio nel corpo ma giovane e leggero nella mente e nell’anima, associato a quei volatili esili come usignoli, api o cicale che nella loro leggerezza e insignificanza ben rappresentano la poesia che sa porsi alla giusta distanza dalla pesantezza della materia.

Strilli Busacca Vedo la vampaGiorgio Linguaglossa
1 ottobre 2018 alle 21:32

Ho riscritto in distici la medesima poesia che pubblicai nell’Ombra del 2014. Mi sembra che la struttura in distici metta in risalto la dialettica delle forze interne. Che ve ne pare?

Giorgio Linguaglossa

Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio

Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio.
E noi di qua dalle cancellate di filo spinato: i fortificati,

gli indigenti, i premorienti della cicatrice chiamata terra;
fitti e assiepati gli uni agli altri, guadagnammo infine gli stabilimenti dei dormienti.

(Erano costoro immersi in un sonno plumbeo).
I gendarmi li chiamavano «i copulatori del sonno».

I morienti furono sospinti con il calcio dei fucili,
assiepati e addossati gli uni agli altri.

Li chiamarono, ad uno ad uno, in correità, verificarono i loro documenti,
distinguevano i vivi dai morti, i morienti dai morituri,

i premorienti, gli irridenti, i plagiari,
proclamarono i responsi ai condannati e li divelsero dalla vita ultima,

dai falsi reggimenti, dalle ultime fondamenta,
dagli ultimi tentati stabilimenti.

Dai fondali lutei del fiume emersero le statue bianche
venute dalla cicatrice chiamata terra,

dichiararono che erano stati prigionieri del sonno,
che nulla era più come prima,

e che dopo il prima non ci sarebbe stato un dopo.
Una schiera di comandati a gettone si faceva avanti nella ressa.

Un gendarme guidava la dissoluzione dei lapidati dal sonno.
Chiesi al gendarme: «È un inizio o una fine?», ma non ottenni risposta;

intanto i maledetti cantavano alleluia e si battevano il petto
come appestati che chiedessero la grazia mentre si assiepavano

nel refettorio del dolore eterno…
ma erano anime ormai, nient’altro che anime.

«La risposta se c’è – dissero – è nei ripostigli della memoria».
All’improvviso, il ronzio d’un motore d’elicottero giunse dall’alto:

un tip tap incontinente, un bip, un tric insistente…
dall’alto, dagli altoparlanti una voce ci chiamava per nome ad uno ad uno.

I defraudati dal dolore, gli analgesici del sonno si fecero avanti
tra la schiera dei malnati e dei malvissuti;

una folla di cimiteriali malviventi vennero a noi portandoci
vivande borotalco… «mangiatene – dissero – e diventerete eterni»,

ma noi svoltammo nell’aria vetrosa del mattino dietro l’angolo del muro perimetrale.
C’era il sole eterno, accecante. Luce, luce.

I gendarmi officiarono il rito dell’iniziazione, ma era già tardi,
le statue bianche stavano con le spalle al muro, gli occhi bendati;

i malvissuti fuggivano in direzioni molteplici, dicevano
parole distanti, parlavano dei respingimenti,

degli accorgimenti, dei trucchi… ed apparivano
spaesati, inquieti…

(2014)

Mauro Pierno 1

Mauro Pierno

Mauro Pierno
2 ottobre 2018 alle 7:23

La distinzione in rustici (distici)

caro Giorgio,
(ma io scrivo distici, credetemi!) — [aperti fa più poesia, caro Tosi
sprigiona più pathos, più immedesimazione, meno struttura, più fragranza,almeno credo!? ] — nella composizione è la scarnificazione scenica del pensiero. Scena prima, rustico primo, scena seconda, rustico secondo…eccetera. La teatralità della poesia questo traspare dalla composizione.
Un frammento filmico. Una vera e propria sceneggiatura.
P.s. Provate a scrivere distico vi ritroverete un rustico.(non scherzo, questa è ricerca)

Grazie OMBRA, abbraccio tutti.

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 0:33

Diramazioni incorniciate mi arriva come ombra di una devastazione; poesia come ombra di realtà, qualunque essa sia. L’ombra di qualcosa è la cosa stessa resa indefinibile in tutto e per tutto tranne che nella sua presenza. Ho dedicato all’ombra diverse opere di pittura e, ancora oggi, essa rappresenta per me la migliore tra le testimonianze naturali che si possono dare dell’astrattismo.
Non ricordo di avere letto la versione del 2014, me ne spiace, ma posso immaginare la gran massa in verso libero che doveva essere; ed è un peccato, perché così, grazie al distico, del testo si riescono a cogliere molte preziosità visive, la narrazione incalza come evento che sembra darsi programmato, quasi avesse un fine, mentre invece vorrebbe semplicemente esaurirsi…
In questi giorni riflettevo sul distico, aperto e chiuso. Sono giunto a conclusione che la mia preoccupazione di fondo non era quella di scegliere tra una cosa e l’altra: tentavo semplicemente di portare il distico nella direzione di una maggiore poesia; e mi sembrava che il distico chiuso potesse farsi a tal fine più costrittivo; altrimenti, pensavo, nell’altro modo si apriranno troppo le porte al discorso prosastico, spesso troppo veloce per potersi dire poesia; poesia per come l’intendo io, naturalmente.
Oggi invece penso al distico aperto come a una soluzione, sì forse troppo aperta a compromessi, ma originale discendente del verso libero; che in sé è una conquista, e non da poco, ancora irrinunciabile. Ma, tra frammento e distico… eh, un po’ lo stiamo rivedendo.
Perché ero preoccupato? Perché mi sembrava di leggere buone poesie ma di poca poesia. Ma mi sono arreso; questo aspetto non si può “curare” intervenendo su elementi strutturali. È cosa un po’ più complessa.

Mauro Pierno
2 ottobre 2018 alle 6:49

L’ha ribloggato su RIDONDANZE e ha commentato:

Alfonso Cataldi

In un sussulto

«Lasciarsi alle spalle il bouquet
in un frangente di tiepido sole»

ammise il life coach, di ritorno
da un breve volo interno.

La curva vagabonda di lamiere e fiamme sorseggiava un drink
il maltempo fu deviato dai ritagli di giornale.

Un accumulo di ordini e contrordini
arrestò il malessere

l’attività della buca delle lettere
al culmine del dibattimento

è necessario svenire, fingere un collasso
nel covo inesplorato di corpo contundente
[…]
L’assistente si toglie il grembiule.
Esce fuori dallo story-telling

coi primi lampi del mattino
distrae il giro della morte

al Nürburgring. L’incubo d’oro è sotto controllo
tra lingue biforcute e calici serrati

si nutre dei rantoli di luce la chiaroveggenza
in un sussulto di selvaggia abnegazione.

alfonso_cataldi

Alfonso Cataldi

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 8:48

È passata un po’ sottotono la pagina sugli haiku, di qualche giorno fa. Anche se non guardiamo molto a questa tradizione dovremmo ammettere che tra haiku e frammenti, nonché ora con il distico, le somiglianze sono parecchie e sorprendenti.
Invece, caro Mauro, vorrei chiederti come mai non ti servi tanto della punteggiatura. Senza punteggiatura è vero ci si diverte, e forse dici bene quando fai cenno alla teatralità, ma ne viene una complicazione, quasi un astrattismo. Anche se la prosa aiuta a semplificare, il lettore deve fare salti mortali per vedere meglio. Il lavoro sul linguaggio, e nel nostro caso sul linguaggio inconscio, risente a mio avviso di quelle complicanze che erano dello sperimentalismo: questo non costringe l’autore a farsi eccentrico pur di tenere desta l’attenzione? E’ solo una domanda, le tue poesie mi piacciono. Ma forse il distico serve proprio a questo, a mettere ordine nel tutto, perché la sola punteggiatura potrebbe non bastare…

Alfonso Cataldi
2 ottobre 2018 alle 22:19

Grazie Mauro

.

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 8:23

Quando le persone sole
aprono il cancello, spesso non lo chiudono.
Non manca chi si lamenta.

L’inverno ha un suo calendario.
Qualcuno entra nel cappotto. Altri
lo vedono dalla finestra.

(may – sett 2018)

.

Giorgio Linguaglossa
2 ottobre 2018 alle 10:57

caro Lucio,
che ne diresti di questa variante in distici della tua poesia? Io preferirei la versione in distici.

Quando le persone sole
aprono il cancello, spesso non lo chiudono.

Non manca chi si lamenta.
L’inverno ha un suo calendario.

Qualcuno entra nel cappotto. Altri
lo vedono dalla finestra.

(may – sett 2018)

Permettimi di dirti che l’incipit e il finale sono straordinari nella loro semplicità e scombiccheratezza, dicono delle cose che non stanno né in cielo né in terra ma con la naturalezza di un turista, come se si trattasse delle cose più normali del mondo.

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 11:09

Così, su due piedi, mi pare che si complica. In questo caso la terzina è scelta per ricordare nel tono lo haiku. Dovrebbe avere quella secchezza, da istantanea… Invece nella poesia breve che ho postato poc’anzi mi sembra che il distico vada a meraviglia. Accade che la struttura influenza il concepimento della poesia, cioè quando la poesia è direttamente concepita in distico oppure in altro modo, allora non serve l’adattamento. Ma… ci stiamo lavorando.

Foto Man Ray, Portrait of Jean Cocteau, 1922

Man Ray in foto J. Cocteau

Giorgio Linguaglossa
2 ottobre 2018 alle 10:32

caro Lucio,
dici bene nel tuo commento («In questi giorni riflettevo sul distico, aperto e chiuso. Sono giunto a conclusione che la mia preoccupazione di fondo non era quella di scegliere tra una cosa e l’altra»); anch’io mi stavo facendo la stessa domanda e andavo alla ricerca di una risposta, e sono arrivato alla conclusione che gli spazi tra un distico e l’altro costituiscono una segnaletica (bianca) capace di fissare una traccia compositiva simile a ciò che in pittura può essere esperito facilmente mediante lo spazio della tela o del supporto materico tra le tracce dei segni e dei colori. Gli spazi che si intercalano e si rincorrono ogni due versi formano una traccia, una regolarità, che si replica con la prevedibilità d’un metronomo, indicano il tempo di scansione dei distici e delle interruzioni, costituiscono una strutturazione quasi plastica e volumetrica, incidono il «vuoto» che sta appena dietro la scrittura dei distici.

La presenza della scrittura seguita da una «assenza» che ritorna con regolarità tra una materia (il distico) e l’altra, incrementa il tasso di spazialità dello spazio bidimensionale della pagina scritta; le interruzioni replicantesi fanno sì che accada una accentuazione della replicabilità della scrittura e dei «vuoti» che si aprono un varco tra una scrittura e l’altra, fa sì che la spazialità bidimensionale della pagina scritta sia interrotta e solcata dalla regolarità delle spaziature e lasci affiorare il vuoto che sta appena dietro la scrittura in distici, proiettandosi verso il «nulla» che sta, contemporaneamente, davanti e dietro la scrittura.

In parole povere, la scrittura in distici esalta le potenzialità semantiche del testo mediante l’impiego semantico delle spaziature, che impersonerebbero le tracce del «vuoto» che si apre prima e dopo ogni scrittura. inoltre, il distico può essere usato sia in maniera «costrittiva» come tu dici e ad esempio fa Gino Rago nella sua poesia postata intitolata “piazza dei Martiri”, sia in maniera «liberale», come invece faccio io e anche altri autori come Mauro Pierno e Alfonso Cataldi e adesso anche Carlo Livia, lasciando alla scrittura la libertà di esondare tra un distico e l’altro superando in un certo senso lo spazio della spaziatura per potersi ricollegare al distico successivo quasi fosse un enjambement.

La struttura in distici opererebbe come una inferriata semantica che offre una resistenza mediante le sbarre e lascia vedere cosa c’è al di là della inferriata stessa mediante le spaziature del vuoto tra le singole sbarre semantiche.

In un articolo di Gillo Dorfles (scomparso nel 2018 e nato nel 1910) sulle composizioni di Lucio Fontana (1899-1968) che mi ha fatto leggere Donatella Costantina Giancaspero, il critico scriveva:

«È sintomatico che Fontana, già attorno al 1947, avvertisse l’urgente necessità di proclamare l’insufficienza del “quadro a cavalletto”, della distinzione tra quadro e statua, e sentisse per contro l’importanza di creare un’arte capace di trascendere gli angusti limiti della superficie della tela per estendersi in una dimensione più vasta, tale da diventare oltretutto una “creatrice di atmosfera”, una integratrice dell’architettura, una futura arte “trasmissibile nello spazio” mediante i nuovi ritrovati della scienza e della tecnica. L’arte spaziale di cui Fontana ragionava (e non si dimentichi che proprio in quegli anni l’artista si era anche accostato ai lavori dell’altro gruppo milanese: il MAC, fondato nel 1948 da Munari, Soldati, Monnet e Dorfles) comprendeva oltre alla pittura e alla scultura anche la trasmissione televisiva, la grafica luminosa, la plastica “spaziale”.
Ma Fontana – non a torto – ha sempre insistito sull’importanza di non considerare più il “quadro” e la “statua” come le due mete essenziali dell’arte visuale odierna e futura: per sopravvivere la pittura e la scultura devono non soltanto integrarsi all’architettura, ma devono acquistare una “statura” che non sia più soltanto quella del quadro da cavalletto e del soprammobile.
Dopo il fondamentale periodo dei buchi e quello dei tagli, un altro episodio è stato quello dei “quanta”: tele di forma e dimensione irregolare, spesso trapezoidali percosse dai consueti tagli e disposte in un ordine-disordine molto variato una accanto all’altra così da creare sulla parete una sorta di costellazione imprevedibile.»

Ecco, io direi, per parafrasare quello che scrive Dorfles, che la poesia non deve più essere pensata come una poesia «da cavalletto e del soprammobile», come è avvenuto per la poesia degli ultimi decenni che si è fatta in Italia (con l’eccezione dei tagli semantici in neolingua di Maria Rosaria Madonna con Stige, del 1992); la poesia che noi stiamo cercando e pensando è una forma che abbia l’aspirazione ad integrarsi con lo spazio esterno, con l’architettura, e con gli spazi interni delle cose che stanno al di fuori della poesia. E, credetemi, non sto affatto parlando di una utopia ma di qualcosa che è già presente nelle poesie che noi stiamo scrivendo. Certo, per cogliere questi aspetti ci sarebbe bisogno di una nuova critica, di una critica che seguisse un altro percorso culturale: non critica di opere da cavalletto o da soprammobile ma di opere che si situano all’interno dello spazio esterno e all’esterno dello spazio interno. Una critica che avesse un nuovo apparato categoriale ed ermeneutico.

Alfonso Cataldi
2 ottobre 2018 alle 22:14

Io trovo efficace “l’esondazione tra due distici” quando si ha necessità di accentuare i saltellamenti di cui parla M. Gabriele.

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 10:47

Al supermercato del terzo piano
le insegne a comprare sono frecce.

Qui l’acqua minerale da viaggio.
Specificare quantità e provenienza.

Musica stenografica. Andina l’etichetta.
In bolla o bicchiere.

“Dermobenessere, come bambini.»
La parola di oggi è CALLO.

Poteva andare peggio. Ho scritto
BRETAGNA. Il server ha approvato.

(may – ott 2018)

.
Gino Rago
2 ottobre 2018 alle 11:11

Intervista, Poeta A,  Poeta B, Studio televisivo
Perché la poesia, oggi?

[…]
L’intervistatore, alla risposta-domanda del poeta A, notò in un angolo dello studio un altro poeta, diciamo B, che chiuso in un’aria meditabonda e soltanto in apparenza distaccata, alzò per un attimo lo sguardo e incrociò quello dell’intervistatore.
Il quale, da esperto conduttore radiotelevisivo, colse al volo l’occasione e anche al poeta B pose la stessa domanda: ” Lo chiedo anche a Lei. Perché la poesia oggi? Cosa c’entra la poesia oggi?”

Il poeta B, come nell’antica forma del dialogo platonico, rispose:

” Io direi questo: che nonostante l’epoca sia nera, così nera, e difficile, piena di falsi teologi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto né il suo valore, né la sua efficacia… Forse l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno illusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia, anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di sapere e poter abbracciare diverse cose insieme…
Questo suo dono della analogia, della metafora, larga, che abbraccia l’universo.
Ora, in un universo che tende a restringersi nella miseria, e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia che cerca di abbracciarlo, di rendere viva l’unità del mondo, di tenere,diciamo… a bada la morte…”

L’intervistatore non pone più domande né al poeta A, né al poeta B.
Lascia lo studio senza salutare né A né B.

.

Lucio Mayoor Tosi
2 ottobre 2018 alle 11:59

… un vero maleducato. L’intervistatore. In fondo alla morte noi diamo dei semi affinché possa essa stessa esistere. Grazie Gino. E grazie Mauro.

.

Francesca Dono
2 ottobre 2018 alle 14:14

Non importa se gli occhi vedono un rigo di silenzio. L’erba dimenticata in alto. Alla fine niente cambia. Il tuo corpo di lana passerà ad un altro.

Il gomitolo di lana alle lunghe sciarpe invisibili. È troppo imbastita la bianca lingerie del fondale. Si infila placida sotto la pelle .Al giro del vuoto.

Nello stesso movimento del protone ordinario. Tremante. Un dettaglio free of charge che indossi ogni volta ravvicinato. Dal lato improvviso del crepuscolo.
di Lalie Lescorgot

.
Mauro Pierno
2 ottobre 2018 alle 14:44

È strano. Ma nelle poesie della Dono avverto profumi.Una tecnica di raffinazione olfattiva. Un odore vero, che traspare dal solo uso delle parole! Un orditura con trama di profumi e allacci semantici odorosi. Sintetizzati in parole. Si resta sospesi nelle sue enunciazioni poetiche. Catturati dal profumo sonoro.
Che forza!
GRAZIE Dono, grazie Ombra.

.

Giuseppe Talia
2 ottobre 2018 alle 22:59

Noi di rustici ce ne intendiamo.
I prìncipi sono gli arancini.
I migliori quelli sulle Caronte:
navi di collegamento
navi di scollegamento
tra Scilla e Cariddi.
Vos et Ipsam arancini benedicimus,
e se non ci sono i piselli nel ragù
non benedicimus.

Quando Ulisse venne a Messina
e vide le tonnare con il pennacchio,
“pigghialu, pigghialu ‘u pisci spada”,
aveva ancora gli ear monitor di cera
con le sirene alla calcagna.

.

Mauro Pierno
3 ottobre 2018 alle 7:25

Culinaria

Punto, punto e virgola, due punti…che poi dicono che siamo provinciali. Lo sguardo
sfitto, ed è ridicolo di come commissionano parole. Ai fornelli si attaccano brighe rilevanti.

Vuoi mettere le chiette con le cime di repe!? Assiduamente penso ad Alfredo
lui direbbe la parola fune per l’Europa.

intravederebbe il marcio, lo estirperebbe.
Ma tant’è dalla cortina fumosa della Grande

Patria il passo è breve. Dalla fortezza
che trasborda quel radar consumato della Rivoluzione scevica che sovrasta! Attendono

di slacciare scarpe, sospendere forniture,
allacciare confini, senza nulla a pretendere

invadere competenze. Ma il debito chi lo paga
e ci portano fiori, fuori.

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7 commenti

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7 risposte a “1 e 2 ottobre 2018, Dialoghi e Commenti – Poesie di Nunzia Binetti, Gino Rago, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono. (Lalie Lescorgot), Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    Boris Chersonskij

    Qualcuno mi ha detto
    che l’arte dei mosaici
    non è altro che un gioco,
    un antenato del puzzle.

    Strano perché a me
    i primi mosaici cristiani

    sono sempre sembrati
    il tentativo più perfetto
    di mettere insieme
    il mondo frantumato.

    Traduzione di Claudia Scandura, allieva di Angelo Maria Ripellino
    (da Poeti e Poesia, Rivista Internazionale N.44 – agosto 2018,
    Diretta da Elio Pecora.
    Segnalo sulla stessa Rivista Internazionale Poeti e Poesia il Saggio a pagina 134 “Sulla de-fondamentalizzazione della poesia italiana di Giorgio Linguaglossa)

    GR

    • Nunzia Binetti

      Carissimo Giorgio, tutto ciò che sostieni nella gentile risposta al mio primo quesito del 2/ 10 / 2018 , lo comprendo e lo condivido, ma le debolezze che attribuisci al mondo poetico di questo momento storico potrebbero essere interpretate in modo diverso forse anche più ottimistico e rivalutare la poesia di oggigiorno, assolvendola da una condanna definitiva, priva di una possibilità di ricorrere in appello. Mi riferisco in particolar modo a quella dimenticanza dell’Essere , di cui giustamente parli, e a quelle stanze interiori , “fortezze” che ingabbiano il poeta; alle forme scomparse o alla assenza di ideologie, che possano attribuirci una identità e ci aggreghi . Sono, queste, problematiche tutte davvero esistenti, ma alle quali vorrei dare la seguente lettura, partendo da alcune mie considerazioni, giuste o sbagliate che siano.
      La poesia ha notevoli affinità con la filosofia; si domanda chi siamo, perché esistiamo, dove andiamo. Si domanda perché esistano gioia , dolore , amore, bellezza , il senso del creato, e se esso è stato creato . Si domanda se ci conosciamo , se esiste una vera conoscenza . La poesia invita a pensare , a osservare il mondo, ovvero l’esperienza altrui , la realtà oggettiva , ma anche l’ esperienza stessa di chi la scrive, divenendo auto- osservazione e -in tal caso – prodotto finito di un processo rappresentazionale di natura intrapsichica , capace anche di contaminare e ipostatizzare la stessa osservazione della cosiddetta realtà fattuale o oggettiva . Al contrario della filosofia , tuttavia, penso la poesia non dà risposte ad alcuno dei quesiti sopraesposti e non ha nulla da insegnare , tant’è che da alcuni è ingiustamente ritenuta cosa” inutile”, ma senza comprendere che il potere e la forza che essa possiede sono legate indissolubilmente a quella sua presunta inutilità, tra l’altro solo apparente , poiché essa non ha fini utilitaristici e pratici- e tantomeno fini pedagogici . La poesia inoltre non è scienza e non essendolo, non è mai stata sufficientemente accreditata come fonte di sapere e sempre sarà così, se non si ammetterà l’importanza di ogni forma d’Arte. E l’arte poetica è senza dubbio strumento di conoscenza dell’umano , a mio avviso, ma anche ricerca linguistica ed espressiva metastorica , vicina pertanto alla scienza. E’ attraverso la poesia che ci è permesso ed è stato permesso di eludere significativamente norme di natura linguistica , in quanto essa è tensione del linguaggio, che va oltre il linguaggio, ponendo in crisi il modo in cui ordiniamo la nostra esperienza. E’ spinta creativa; sceglie la parola , l’ articola per costruire contenuti ed esprimere l’inesprimibile, anche strutturando assai spesso un contesto sintattico “ beante” che può farsi veicolo di un messaggio difficile e oscuro tutto da decodificare e tuttavia capace di coinvolgere le facoltà cognitive del lettore- fruitore . La poesia può istituire un proprio autonomo linguaggio , inventando neologismi , recuperando arcaismi , osando licenze alle quali la prosa non può aspirare . La poesia è vita linguistica in itinere , passata, presente, e futura ma soprattutto – io dico-“ Epifania dell’Essere”, ontologicamente complesso , ma con quella sua eterna vocazione ad un irrinunciabile valore : la libertà
      Ti ringrazio, Giorgio, per avermi dato questa opportunità di scambio di vedute su temi ai quali sono molto interessata e sui quali non smetto di riflettere, aperta come sono ad ogni confronto per crescere. Un caro saluto. Nunzia Binetti

  2. Riprendo un mio commento del 5 agosto 2018 in margine ad alcune poesie di Mario M. Gabriele.

    agosto 5, 2018 at 8:04 pm
    Scrive Gianni Vattimo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/03/1-e-2-ottobre-2018-dialoghi-e-commenti-poesie-di-nunzia-binetti-gino-rago-mauro-pierno-alfonso-cataldi-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-francesca-dono-lalie-lescorgot-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-38302
    «Credo sia facile mostrare che nella storia della pittura, o delle arti visive, meglio, e la storia della poesia di questi ultimi decenni non hanno senso se non sono poste in relazione con il mondo delle immagini dei mass-media o con il linguaggio di questo stesso mondo. Si tratta, ancora una volta, di relazioni che in generale possono andare sotto la categoria heideggeriana della Verwindung: relazioni ironico-iconiche, che duplicano e insieme sfondano le immagini e le parole della cultura massificata, non solo, comunque, nel senso di una negazione di questa cultura. Il fatto che, nonostante tutto, oggi si diano ancora vitali prodotti “d’arte” dipende probabilmente da ciò, che questi prodotti sono il luogo in cui giocano e si incontrano, in un complesso sistema di relazioni, i tre aspetti della morte dell’arte come utopia, come Kitsch, come silenzio. La fenomenologia filosofica della nostra situazione si potrebbe dunque completare così, con il riconoscimento che l’elemento della perdurante vita dell’arte, nei prodotti che si differenziano ancora, nonostante tutto, all’interno della cornice istituzionale dell’arte, è proprio il gioco di questi vari aspetti della sua morte… Si tratta di un insieme di fenomeni con cui l’estetica filosofica tradizionale si misura con difficoltà».1]

    La tua poesia è l’esatto duplicato di questa situazione, diciamo, aporetica in cui si trova l’arte e la poesia di oggi: che la tua poesia eredita di sana pianta: l’elemento della morte dell’arte e il suo susseguente silenzio; l’elemento del Kitsch; l’elemento delle frequentissime citazioni dai mass-media. Nella tua poesia questi tre elementi si trovano nella promiscuità più assoluta, confliggono e fibrillano creando una contestura semantica febbrile ed effervescente, quella che ho definito l’effetto bollicine dell’acqua minerale.

    1] Gianni Vattimo, La fine della modenità, Garzanti, 1985, p. 66, 67

    Giorgio Linguaglossa says:
    agosto 5, 2018 at 10:19 pm

    La formula di Hölderlin resta sempre valida: «Ciò che rimane lo fondano i poeti» (Kein Ding sei wo das Wort gebricht) «Nessuna cosa sia dove la parola manca». Ma ciò che rimane è polvere, frantumi, frammenti, schegge, pulviscolo di un mondo che li ha prodotti. Dunque è ciò che resta del circuito della produzione e della distruzione che fonda l’«ontologia del frammento e della derelizione», come l’ultima ontologia possibile per un poeta di oggi costretto a raccogliere dalla discarica pubblica le fraseologie spurie che infestano la nostra civiltà. Le fraseologie presenti nella tua poesia sono eloquenti di per sé, eloquenti nel loro affollarsi verso un orizzonte degli eventi dove la parola poetica risulta spuntata, debole, indebolita, irriconoscibile. Ciò che inaugura la tua parola poetica è un mondo irriconoscibile, privo di senso, che ammicca ad un orizzonte destinale che verrà, che annuncia con trombe di plastica e di poliuretano una fine improvvida e ingloriosa.

    Considerazioni finali di un impolitico

    In questi ultimi giorni ho letto alcuni libri di poesia di vari autori. Che dire? Sono scritti in un buon italiano, un italiano accettabile, nulla quaestio, ci sono dei giri frastici al punto giusto, degli incisi morbidi, l’a-capo è sempre (o quasi) azzeccato, non ci sono indugi, né incertezze, ci sono delle belle strofe con le spaziature per far sembrare interessante l’acqua corrente. Tutto è a posto, sono scritture con i tacchi a spillo e la cravatta, ma non c’è il tema, non c’è quello che il titolo delle poesie indica. Si vede che non c’è un «Progetto» (scusate la parola maiuscola), si vede che gli autori non si sono mai posto alcun problema di cosa vuoi farci con il linguaggio, che cos’è la composizione poetica, se è una chiacchierata dell’io che sciorina le sue afflizioni o altro che con le afflizioni non ha niente a che fare… c’è una ingenuità di fondo sui fondamentali, su ciò che si intende debba essere una poesia… mi trovo in imbarazzo… non saprei proprio che cosa dire di questi libri, tranne che mi sembrano scritti in base ad un impulso irrefrenabile dell’io che vuole presentarsi sul palcoscenico…

  3. caro Giorgio,

    rifondare la poesia su una piramide linguistica eretta su tutto il Novecento, non è cosa facile. Lo conferma il battesimo di libri di giovani autori che a volte, si propongono senza un bagaglio culturale, tale da far passare come novità le loro proposte.Ma non è il solo caso che si presenta in fatto di scrittura. Spesso questo vulnus lo si nota anche in autori di lungo corso. Un altro problema riguarda l’uso della metrica, del verso lungo e del verso corto, del distico, della terzina, e delle figure grammaticali, ma anche come ci si espone sul piano uditivo e percettivo dei versi da affiancarsi alla migliore poesia internazionale.Scriveva Marina Cvetaeva,”Per fare importante un poeta basta un’importante dote poetica è poco, occorre un’equivalente dote di personalità: della mente, dell’anima, della volontà: e l’indirizzamento di tutto questo insieme verso un obiettivo definito, ossia una organizzazione di tutto l’insieme” (Almanacco dello Specchio n. 4- 1975- pag.39).Molto dipende anche da come abbiamo metabolizzato la poesia nel corso della nostra esistenza, perchè ogni proposta è il risultato finale di una rivitalizzazione della parola attraverso l’estetica. Tutto il lavoro di un poeta non è altro che il riflesso di una spiritualità o di un conflitto interiore sempre in forte tensione. Riportare tutto questo è chiarire le fonti di percezione della realtà, come plausibile Verità di Luce o di Assenza, a seconda di come si è nutrito il nostro spirito di osservazione, nel corso della nostra esistenza.

  4. Siamo senza parole ammirati per la carta regalo dov’è scritto cosa poesia è; perché non tutto è da buttare, sia chiaro. Come non essere d’accordo con la signora Nunzia Binetti.

  5. Pare che in un primo momento, Leonardo pensò di intitolare “Giovinezza” il ritratto di Mona Lisa.
    Fake news! Se l’avesse fatto, non è da escludere che oggi quel capolavoro potrebbe stare tra altre opere nei corridoi del Louvre; per non dire della semiotica dell’arte, fin dove si sarebbe spinta a immaginare…
    Gustave Courbet dipinse una pastorella con mucca e la intitolò “Donna che fa pascolare una mucca”. Se l’epoca fosse stata diversa, quel titolo avrebbe fatto ridere – come sto ridendo io. Ma sono sicuro che anche Courbet…
    Basta cambiare il titolo di un’opera d’arte visiva che subito si aprono nuove possibilità interpretative, nuove prospettive. Ecco, per Courbet “La poverella”… l’arte avrebbe cambiato percorso, mi spingo a dire che forse non avremmo avuto nemmeno l’Impressionismo.
    Ma questo è il senso, il significato: un percorso del tutto illusorio che sembra fatto apposta per non mandare in tilt lo spettatore.
    Mi chiedo se non sia così anche per gran parte delle poesie a senso unico.
    Il poeta scrive come cavallo da tiro il suo significato; non si distrae, non si guarda attorno, spesso non si permette nemmeno una pausa; il lettore dovrà pendere dal suo giudizio, non avere immaginazione, solo essere d’accordo quando infine la poesia chiude con saggezza o butta lì, immancabile, una illuminazione. Oggi magari una semplice battuta.

    Il senso è nella parola data. La parola data crea il discorso. Quando il discorso cambia, cambia l’idea, cambia l’immagine. E allora un’altra parola, non più quella dell’inizio: è cambiata la prospettiva. Da una stanza all’altra, da un universo all’altro. Questo a me sembra il senso liberato delle cose.

  6. gino rago

    Alla maniera degli Epigrammi di Franco Fortini:

    al Puzzone

    Giorgio Linguaglossa

    “Al Puzzone non piacciono i miei versi.
    Va in giro nottetempo con la fiaccola per il Circo Massimo

    a dirlo ai quattro venti e al tempio di Vesta.
    Ai miei versi non piace il Puzzone.

    Uno solo forse vale dei miei versi, dice il Puzzone.
    Va bene, dagliene la metà con un cartoccio

    di olive della Sabina!”

    Giorgio Linguaglossa

    “Il Puzzone scrisse una volta dei versi
    in onore della cicoria calabrese.

    Li lesse il poeta Raboni e gli disse che li avrebbe pubblicati
    se li avesse conditi con l’olio della Tuscia”

    Gino Rago

    Gli epigrammi che Giorgio Linguaglossa rivolge al “Puzzone”
    sembrano quella “cosa” caduta su Hiroshima

    nei primi giorni d’agosto del 1945.
    Non so chi sia il “Puzzone”. Ma se lo conoscessi

    gli segnalerei l’esistenza di ottimi rifugi antiatomici,
    in Svizzera o altrove. Così lascerebbe nella pace sacra

    il Circo Massimo, il Tempio di Vesta
    e chi fa davvero Poesia…

    Giorgio Linguaglossa

    “caro Gino Rago
    Il Puzzone è quel mentecatto che si è fatto candidare

    al premio Nobel da una banda di anchilosati mentali.
    Il poetastro se ne va in giro a sbandierare le virtù della cicoria

    condita con l’olio di Custolanium e ce l’ha con i poeti
    di Mediolanum perché, dice, non riconoscono la sua opera scrittoria:

    il De bello calabro, opera meritoria che si estende
    per tremila rotoli di pregiato papiro egizio.

    Che vuoi, caro amico, mala tempora currunt.”

    Gino Rago

    “L’autore – il Puzzone – del De bello bruzio
    forse è d’altra razza, ama se stesso più di tutto il retro

    utilizza i sette mila rotoli di pregiato papiro egizio
    per nettarsi il di dietro. Come tu scrivi:

    forse non distingue il papiro dalla carta igienica
    né dalla carta del pizzicarolo.

    —————————
    GR

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