Dialoghi e Commenti  del 29 e 30 settembre 2018 sul Punto di vista, la poesia monocratica, la nuova ontologia estetica, la nuova poesia – Poesie di Eugenio Montale, Keepsake, Carlo Livia, Alfonso Cataldi, Mauro Pierno

 

Cose Scarpa

Scrive Lucio Mayoor Tosi:

«La scarpa da donna dipinta da Maria Rosa presenta un vistoso errore: dal punto di vista compositivo è decentrata a sinistra. Maria Rosa non ha tenuto conto della superficie da occupare, non la ha preventivamente organizzata, e ha certo disegnato in modo frettoloso. Pare il fotogramma di una carrellata cinematografica scelto a caso. Tuttavia a me è piaciuta proprio per questo errore: è possibile che la scarpa si trovasse alla sua sinistra, a sinistra del tavolo dove Maria Rosa stava disegnando. Anche nella scrittura a frammenti può capitare che la “cosa” si presenti nel posto sbagliato, a interrompere un pensiero, oppure per creare una situazione imperfetta, casuale.

Credo si possa dire che la casualità è una delle componenti estetiche della Nuova ontologia estetica. Ovviamente si tratta di casualità voluta, composta con elementi estranei al discorso. Parole e cose decentrate, esattamente come la scarpa di Maria Rosa, concorrono a creare quell’anarchia compositiva che è parte costitutiva della scrittura viva. Così come appare nella percezione, la realtà è autentico disordine.»

Giorgio Linguaglossa

caro Lucio,

il problema è molto semplice. Il problema è: se noi osserviamo il mondo dal punto di vista della logica dell’identità, tutti gli oggetti, tutta la variabilità del mondo ci appariranno da quel punto di vista identitario: il punto di vista dell’identità che risponde alla logica di un «soggetto» monocratico che legifera attraverso le parole e la sintassi e le regole retoriche. Il fatto molto semplice che i poeti di fede non riescono a capire che il mondo è composto da una infinita quantità di variazioni e di variabili e voler ridurre tutta questa variabilità ad un discorso monocratico è un atto di sciocchezza estrema e di arroganza illimitata (le due cose vanno insieme)… quella «anarchia compositiva» cui tu accennavi, è una autentica fortuna, infatti Maria Rosa deve ringraziare l’errore del «punto di vista» se ha fatto un dipinto interessante… un pittore più professionale non avrebbe commesso quell’errore e avrebbe raffigurato una «scarpa» che rispondesse alla logica di un soggetto monocratico e identitario…

Quello che noi stiamo cercando di spiegare in tutti i modi a chi ci legge è che anche nella poesia le cose non cambiano: se si accetta senza pensare il pregiudizio, la logica del punto di vista unico, monocratico, identitario, si finisce inevitabilmente per scrivere una poesia monocratica, forzosa, forzata a rispondere alla logica identitaria, cioè una poesia già scritta una infinità di volte…

Il poeta, il pittore, lo scultore, l’architetto etc se fanno professione di fede, se compiono un atto di fede, creeranno delle cose che fanno tutti e che saranno presto dimenticate, cose antiche, antichizzate, replicate miliardi di volte…

Mario M. Gabriele

caro Giorgio,

ero indeciso se inviarti una mail per ringraziarti di questo tuo ulteriore intervento sulla mia poesia perché tutto rimanesse in forma privata. Poi ho ritenuto che tutto si svolgesse alla luce del sole e alla conoscenza dei lettori dell’Ombra. Devo confessarti una cosa: tu hai ricoperto il vuoto che la critica ufficiale del Secondo Novecento ha lasciato sulla mia poesia, fatta eccezione per Giuseppe Zagarrio che mi ha inserito nel suo Repertorio della poesia italiana degli anni 1970-1980. e di altri riscontri critici, svolazzanti di qua e di là. Non è, sia ben chiaro, che io li richiedessi. Non me ne sono mai interessato. L’unica cosa a cui tenevo era produrre una buona poesia per me e gli altri. Forse, alla fine, ci sono riuscito, non lo so.Certo è che mi trovo a mio agio con un postmodernismo linguistico che fa da ponte con i miei sensori psichici,con un notturno metafisico che giustamente e con grande sensibilità Carlo Livia ha messo in evidenza in un precedente post, rispetto alla poesia di Eliot. Per questo ho un grande debito con te, che mi accompagna nel corso della giornata. Sta qui l’elemento di riconoscenza che non si dissolve nel tempo e che diventa motivo in più per non dimenticare. Grazie.

Strilli RagoStrilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assentiCarlo Livia

Sentieri Interrotti

per Mario Gabriele

Ogni fanciulla è un rifugio dell’amore.
Ogni amore un fiore del tempo.

E il tempo è un pensiero di Dio.
Un pensiero d’amore.

Nessuno volle più abitare il silenzio.
Preferirono il nulla.

Quando nasce la musica
l’eternità lascia le rovine del sonno

Chi mi ama prende la mia forma
e siede sull’orlo del precipizio.

Fra la moltitudine dei paradisi
scegliamo sempre il più lontano.

Il mondo che mi aveva visto sparire
si coprì d’una pallida tenerezza.

Mi fermai per sempre nel cuore del mistero
e tutti gli sconosciuti mi chiesero perdono.

Un sospiro fra altre grida:
il Signore muto mi fece cenno.

 

Mario M. Gabriele

Che dire, gentile Carlo Livia, del suo testo poetico? I distici risuonano di una musica verbo-iconica che si armonizza con l’uso del frammento. Lei opera con disinvoltura anche sul piano della nuova ontologia estetica, inserendo scatti esistenziali e metafisici all’interno di una scrittura poetica che si lascia leggere volentieri. Con cordialità e grazie.

 

Alfonso Cataldi

In un sussulto

«Lasciarsi alle spalle il bouquet
in un frangente di tiepido sole»

ammise il life coach, di ritorno
da un breve volo interno.

La curva vagabonda di lamiere e fiamme sorseggiava un drink
il maltempo fu deviato dai ritagli di giornale.

Un accumulo di ordini e contrordini
arrestò il malessere

l’attività della buca delle lettere
al culmine del dibattimento

è necessario svenire, fingere un collasso
nel covo inesplorato di corpo contundente

[…]

L’assistente si toglie il grembiule.
Esce fuori dallo story-telling

coi primi lampi del mattino
distrae il giro della morte

al Nürburgring. L’incubo d’oro è sotto controllo
tra lingue biforcute e calici serrati

si nutre dei rantoli di luce la chiaroveggenza
in un sussulto di selvaggia abnegazione.

Mario M. Gabriele

Oggi è sabato e molti lettori forse non sono presenti perché già in vacanza.Non se ne può fare una colpa. Leggo questo testo innervato di schizzi cellulari e frammentati, dove anche il plurilinguismo coabita molto bene con la lingua italiana, ritenendo che per giungere a questi risultati, Alfonso Cataldi abbia metabolizzato ciò che da tempo gli autori della NOE stanno elaborando, come proposta disgiunta da ogni forma estetica tradizionale. Qui non esiste più il genere lirico, in quanto sono assenti le emozioni, sostituite da un saltellamento di fatti ed eventi come prodotti maggioritari.

 

Alfonso Cataldi

Caro M. Gabriele,
questo riconoscimento al mio percorso “nell’antro della NOE”, al raggiungimento di una maggior naturalezza con il “saltellamento”, è per me molto prezioso. Ancora più prezioso è l’ascolto, la lettura, la frequentazione costante di questo posto.

 

Paola Renzetti

L’analisi del dipinto di Maria Rosa (lo cito anch’io così) è pienamente condivisibile, per la fuzione dell’errore che spiazza e conduce oltre, verso strade mai percorse (forse). C’è da dire che in quella scarpa si vede e si sente anche il peso dell’impronta umana (peso del corpo), come nella giara di Wallace Stevens, forse si può sentire il peso della forma data dall’uomo alla “cosa”. Ma davvero il legame con il mondo naturale è irrimediabilmente compromesso? Scarpa e giara non sarebbero state possibili, senza il mondo naturale. Recidere del tutto questo legame, dove può condurre artisticamente? Non si corre il rischio di una eccessiva razionalizzazione? I miei sono solo dubbi e vedo che le poesie sopra scritte, danno un senso di percorso a scatti, dove non si sa che cosa c’è nel precipizio sottostante. Questo attrae…ma il cammino sembra incerto e si è tentati di cercare un riferimento, un orizzonte, diciamo… nella tradizione. Non c’è il rischio della coazione a ripetere formule, nell’adeguamento a una visione poetica teorizzata e codificata?

 

giorgio linguaglossa

La poesia con «saltellamenti» di Eugenio Montale, Keepsake del 1929 da Ossi di seppia

cara Paola Renzetti,

come ben evidenziato dall’esempio della scarpa dipinta da Maria Rosa, (una allieva del corso di pittura diretto da Lucio Mayoor Tosi il quale aveva dato ai suoi allievi appunto un tema, quello di dipingere degli oggetti), dicevo che qui è evidente che l’«errore» del punto di vista dal quale si guarda l’oggetto ha determinato un esito felice, perché è proprio grazie all’errore che lo sguardo di chi guarda viene attirato verso l’oggetto ritratto. E questo è proprio quello che deve fare una poesia: attirare l’attenzione del lettore, anche mediante un errore del punto di vista, o meglio, anche mediante l’applicazione di più punti di vista, anche contraddittori. Non c’è nessuna ragione divina che ci impone di guardare un oggetto da un unico punto di vista, non l’ha stabilito il medico, anzi, è vero il contrario, se pensiamo alla nostra vita quotidiana noi cambiamo punto di vista continuamente, continuamente ci spostiamo anche all’interno della nostra abitazione: dalla sedia al tavolo di cucina, dal soggiorno alla camera da letto, dalla scrivania al terrazzo, e da questi luoghi intratteniamo con gli oggetti delle relazioni molteplici e disparate. Perché mai in una poesia o in un romanzo o in una pittura dovremmo dare degli oggetti una rappresentazione legata ad un unico punto di vista? Si tratta di una sciocchezza e di una falsificazione di ciò che avviene nel mondo reale di tutti i giorni. La nuova ontologia estetica ha scoperto delle evidenze auto evidenti, dice semplicemente di ricominciare a guardare gli oggetti e il nostro interno da disparati punti di vista. Facendo questo esercizio scopriamo che la realtà è multi sfaccettata e ricchissima. E perché mai dovremmo restringere e chiudere la realtà dentro la scatola vuota di un unico punto di vista?

Quindi, non soltanto mixare i luoghi ma anche mixare i tempi e, perché no?, anche i personaggi, introdurre delle deviazioni, dei moltiplicatori, degli entanglement, dei ribaltamenti (le peritropè). Quando Alfonso Cataldi scrive:

L’assistente si toglie il grembiule.
Esce fuori dallo story-telling

ci accorgiamo che con un colpo di bacchetta magica ci si dice che il personaggio dell’«assistente» «esce fuori dallo story-telling», cioè dal racconto, e prende parte attiva alla costruzione della poesia. È un espediente di sklovskjiana memoria per disautomatizzare ed estraniare fin dalla prima battuta gli addendi della narrazione, la quale non è più la narrazione della tradizione poetica italiana che da cinquanta anni ci ripropone la medesima noiosissima falsariga del punto di vista unico che coincide con il soggetto-guida della poesia (il che tra l’altro è una semplice convenzione).

E poi, chiediamoci, che cos’è la tradizione? La tradizione bisogna saperla leggere. Ecco un notissimo esempio di poesia con «saltellamenti», con deviazioni, con snodi, con moltiplicatori. Una poesia di Montale tratta da Ossi di seppia (1925), in realtà la sua stesura risale al 1929. Peccato soltanto che questa poesia di Montale sia stata considerata dalla critica come una cosa minore, quando invece per la novità del procedimento introdotto può, anzi deve, essere considerata una poesia che «apre» ad ulteriori sviluppi tematici e compositivi che invece la poesia italiana del novecento non ha mai ripreso e sviluppato. Rileggiamo la poesia:

Strilli Král A tratti un libro ripostoKeepsake

Fanfan ritorna vincitore;Molly
si vende all’asta: frigge un riflettore.
Surcouf percorre a grandi passi il cassero,
Gaspard conta denari nel suo buco.
Nel pomeriggio limpido è discesa
la neve, la Cicala torna al nido.
Fatinitza agonizza in una piega
di memoria, di Tonio resta un grido.
Falsi spagnoli giocano al castello
i Briganti; ma squilla in una tasca
la sveglia spaventosa.
Il Marchese del Grillo è rispedito
nella strada; infelice Zeffirino
torna commesso; s’alza lo Speziale
e i fulminanti sparano sull’impiantito.
I Moschettieri lasciano il convento,
Van Schlisch corre in arcioni, Takimini
si sventola, la Bambola è caricata.
(Imary torna nel suo appartamento).
Larivaudière magnetico, Pitou
giacciono di traverso. Venerdì
sogna l’isole verdi e non danza più.

Ecco cosa ne scrive Maria Silvia Assante nella sua tesi di dottorato rinvenibile in rete:

“Brano ritenuto marginale, certamente inferiore per vena lirica, quasi estraneo al filo del racconto della raccolta, esso è, invece, figlio dello stesso procedimento: un gioco di corrispondenze, di citazioni che evocano qualcosa che non ci è dato di comprendere se non attraverso il filtro del poeta.

Parafrasando Pier Vincenzo Mengaldo:

estrema e paradossale conseguenza della “sistematica”, la poesia anticipa una pratica di conversione degli oggetti, finanche ridotti a nomi, in segni magici.1
Non il rimando a un brano, non una melodia, Keepsake è però un’esperienza di ascolto e di visione interiorizzata e ridotta ad istantanea, a quello che si è salvato nel tempo, a gesto che il poeta ha introiettato e legato a qualcosa di proprio.
Un poeta contemporaneo scrisse, anni fa, una breve lirica che consisteva semplicemente in un elenco di personaggi di vecchie operette, colti e rappresentati in quell’unico gesto caratteristico che li aveva conservati nella memoria dell’autore. Nulla fu più facile e breve comporre quei pochi versi; nulla riuscì più arduo far comprendere l’estrema naturalezza del procedimento seguito. Takimi e Surcouf, Fatinitza e Fanfan, Tonio e Cicala …: Carneade e soci, chi erano costoro?2

Montale, in questo articolo del 1949, reticente a parlare di sé in prima persona, dice di un poeta contemporaneo che ha scritto una breve poesia nel 1929, Keepsake per l’appunto, così semplice eppure così incomprensibile.
L’oscurità della lirica non è data solo dalla complessità formale, quanto piuttosto dall’oggetto stesso che essa rappresenta: l’operetta. I confini del
genere sono tracciati dallo stesso poeta:

«Dapprima l’operetta francese, alla quale appartiene anche il tedesco Offenbach, più tardi quella viennese e ungherese, in ultimo, nel periodo dell’estrema decadenza, quella made in Italy su ricette viennesi; l’unica che non abbia dato nulla di veramente buono».3”

Dunque: stile nominale, quasi didascalico che riprende i personaggi dell’operetta, quasi un «sottoprodotto dell’operetta», infilzati l’uno di seguito all’altro in modo quasi automatico mediante un repechage dalla memoria. Questa poesia di Montale la considero rivoluzionaria per quanto riguarda la sua metodologia di composizione, peccato soltanto che lo stesso Montale non sviluppò nel prosieguo della sua ricerca questo nuovo modo di composizione. E così la tradizione di un nuovo modo di concepire la forma-poesia è stata interrotta e abbandonata.

Ecco cosa ne dice lo stesso Montale in una sua nota al testo del 1929:

«Keepsake: Ridotti a pura esistenza nominale, flatus vocis, tornano qui personaggi delle seguenti operette: Fanfan la Tulipe, La Geisha, Surcouf, Le campane di Corneville, La Cicala e la Formica, Fatinitza, La Mascotte, I Briganti, Il marchese del Grillo, Primavera scapigliata, Il campanello dello speziale, I moschettieri al convento, La principessa dei dollari, La figlia di Madama Angot, Robinson Crusoe».

1 P.V. Mengaldo, Per una cultura linguistica, cit., p. 319.
2 E. Montale, il tempo delle «soubrettes», ASM, p. 1484-85.
3 Ivi, p. 1486.

 

Giuseppe Gallo

Ho letto KEEPSAKE di Montale del ’29 seguendo l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa… poi prendo in mano “Le occasioni” nell’edizione de Lo Specchio della Mondadori, vado a pagina 21 e la trovo cosparsa di parole a penna, frettolose e sintetiche:

(Ricordo.
Memoria, cimelio
Per la NOE)

Caro Giorgio Linguaglossa, anch’io avevo ritrovato in questa “memoria” qualcosa di mostruosamente diverso dall’usuale procedere poetico di Montale… e segnalavo a me stesso tale intuizione… le tue osservazioni la confermano in pieno.

Onto Mario Gabriele_2

 Paola Renzetti

Sì, capisco la possibilità (necessità) di leggere e rendere la realtà da diversi punti di vista che si incontrano e si scontrano anche simultaneamente (avviene così in molte forme espressive), ma se una comprensione più compiuta a livello di contenuto per opere di questo genere, è data soprattutto dal filtro dell’autore stesso, allora il protagonista dell’opera è lui e vanno offerte in vario modo (da lui stesso o da altri) le coordinate necessarie alla comprensione.
La sola opera non è abbastanza, occorre fare un percorso, che però rischia di rimanere elitario. Capisco che il tema rischia di essere stucchevole e forse già affrontato. Quello che conta sembra essere l’impatto, in definitiva il risultato: le operette di Montale a livello comunicativo, sono meno efficaci della giara di Wallace.
Credo (almeno per quel che riguarda la mia esperienza) che nel percorso compositivo, la cosa più difficile sia mantenere una certa coerenza formale e contenutistica. Grazie ancora per l’ approfondimento.

 

Mauro Pierno

Cercando un Luogo

Tutto presuppone una condivisione. Un lascito culturale.
Una memoria condivisa. Scorgo la deriva intravista dalla Renzetti.

Un ammanco di parole, una fotosintesi retrò.
Sposto lo sguardo oltre la Scarpa Rosa, un po più a destra, più a destra,

Sul limite estremo del bordo, sulla parete di profilo, Luciosul limite invisibile piatto a
destra. La cosa invisibile diventa la nostra conoscenza. Sfilettiamo immagini

che di rado riusciamo a comprendere. Ci sporgiamo inutilmente.
Abbaiamo. Non vediamo. Non di rado in compromesso faccio a meno,

punto piano in ascensore alle rime col compressore.
Non lascio alibi, telefono, sterilizzo. Fa lo stesso.

 

Lucio Mayoor Tosi

Quando l’autore dice troppo, e lo dice complicando il linguaggio, giustamente le signore Renzetti si domandano quale sia, se c’è, un senso recondito; mentre invece basterebbe vedere, in semplicità; ché il senso, come nella vita manca; fa la sua comparsa e fugge via. Quindi poesia è in quel che resta costruito, malgrado tutto, nell’ologramma… come quell’unica emozione che resta dopo aver letto un voluminoso romanzo. Si assiste alla creazione di senso, perché non è dato in partenza; ma nei frammenti, come in tanti condomini abita poesia. Quanto alla parola, credo, nessuno può farci nulla perché ogni parola, la sua

Strilli Lucio Ho nel cervelloDonatella Costantina Giancaspero

oggi è domenica le persone sono state fuori per il week end ma per chi vuole capire qualcosa della nuova poesia forse non deve fare altro che leggere un po’ l’Ombra. Capisco le prevenzioni di Paola Renzetti, lei pensa ad una poesia che debba contenere un “senso” e che debba esplicitarlo, renderlo univoco… questa concezione è del tutto comprensibile perché dopo tanti decenni di poesia giustificatoria che si è scritta in italia, di poesia che pensa ad un senso di cui farsi portatrice, trovarsi di fronte alle poesie di Carlo Livia, Alfonso Cataldi e Mauro Pierno si rischia davvero di perdere la bussola e con essa l’orientamento. Che volete che dica, forse è bene per un giovane poeta che quell’orientamento lo si perda, anzi lo si lasci ad ammuffire con le “piccole cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria, la poesia del diluvio di questi ultimi cinquanta anni ha fatto tabula rasa della poesia vera, di quella che si è scritto e si scrive in Europa, da Tranströmer a Petr Kral e Michal Ajvaz (tanto per fare dei nomi)… ben venga “il filtro” di cui parla la Renzetti, quando questo “filtro” è un progetto poetico non auto giustificatorio come è quello della nuova ontologia estetica. Il miglior modo di ripensare la tradizione è essere attuali, soltanto tentando di essere attuali potremo comprendere meglio la “tradizione”, rileggere poesie come Keepsake di Montale, capire le possibilità di sviluppo rimaste inesplorate per riprenderle e rilanciarle…

 

Mario M. Gabriele

Non ci sarà mai una conciliazione tra poesia tradizionale e poesia innovativa, proprio perché il Novecento ci ha abituati a convivere con le metanarrazioni, l’elegia, e soprattutto con le emozioni senza le quali il concetto di poesia non esiste. Da qui la messa in opera di una nuova ontologia, attraverso la pratica dell’indebolimento e del depotenziamento delle categorie forti, e qui il concetto di pensiero debole di Vattimo ci soccorre in tutta la sua inconfutabilità. Resta, in ultima analisi, il problema del senso in poesia, che emerge negli interventi di Paola Renzetti alla quale invito cortesemente di approfondire il discorso su l’Ombra del 5 Aprile 2016 con l’incipit: “Intervista a Mario M. Gabriele. Dialogo tra Mario M. Gabriele e Giorgio Linguaglossa su alcune questioni aperte”:

https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/

in particolare alla settima domanda relativa all’effetto di superficie dove il senso, secondo Deleuze è “assenza di Fondamento” e di frammento in rovina. Questa indicazione ha il solo sopo di approfondire il discorso riguardante il senso, visto anche da altri interlocutori.

 

Mauro Pierno

Un po’ è fuggire.
Rischiarare le metastasi. Arrischiare

un profilo di alluminio di incarto.
Le note in sottofondo percepite, stuprate.

Con radar in posizione. Attenti.
Le mani supine nell’estasi d’ascolto

infondo a quell’orecchio insensibile,
giaciuto nella morta estasi. Dunque

parvenu. D’un solo sibilo, della creazione
disattenta che non intossica. In ammanco.

Annunci

24 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, Senza categoria

24 risposte a “Dialoghi e Commenti  del 29 e 30 settembre 2018 sul Punto di vista, la poesia monocratica, la nuova ontologia estetica, la nuova poesia – Poesie di Eugenio Montale, Keepsake, Carlo Livia, Alfonso Cataldi, Mauro Pierno

  1. Mi scrive una interlocutrice, Nunzia Binetti, in un messaggio:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/10/01/dialoghi-e-commenti-del-29-e-30-settembre-2018-sul-punto-di-vista-la-poesia-monocratica-la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-poesie-di-eugenio-montale-keepsake-carlo-livia-alfonso/comment-page-1/#comment-38206
    Gentilissimo Giorgio, non conosco nei particolari il canone di Harold Boom, ma farò ricerca su questa teoria. Sto però ragionando…se ci sono attualmente solo epigoni, potremmo concludere che sia l’epigonismo la causa dell’allontanamento del lettore dalla poesia ed inoltre , come lei sostiene in più luoghi, che la poesia è morta. Il problema ( secondo me) è che tutto è stato detto o sperimentato ormai in poesia, pertanto sarà difficile trovare indirizzi inediti o fare innovazione nel modus poetandi. Personalmente trovo che alcuni poeti dei nostri giorni siano molto validi, anche se non propriamente innovativi ( non potendo essere innovativi !). Insomma io penso che la poesia non sia morta. Se riconoscessimo , poi, morta la poesia dovremmo riconoscere morta anche la critica letteraria relativa alla poesia e per due motivi : 1) perché la poesia è morta. 2) perché non esiste un metodo “scientifico”, quindi certo, con il quale stabilire cosa sia poesia e cosa non lo sia. Diciamo pure che mi considero più ottimista di quanto lei mostra di essere. Condivido tuttavia- ed in blocco- il suo dire che la concorrenza tra poeti è terribilmente sleale( ne so qualcosa, per non parlare dei concorsi !!!) e che la poesia non può prescindere da una qualche filosofia che la conduca. Potrebbe essere proprio la filosofia quel tanto di scientifico necessario a legittimare la poesia ad essere tale ? La questione rimane aperta.
    La ringrazio per la cortesia della sua risposta. Sempre con stima la saluto.
    nunzia

    Secondo lei, giorgio, esiste una poesia di genere ? Mi piacerebbe leggere il suo pensiero da qualche parte ,se mai avesse affrontato questa tematica. Grazie.
    Nunzia Binetti
    24 settembre alle ore 01:18 ·

    Liberi dall’inerzia dell’indicibile
    parlatemi di Potnia ,del suo ventre
    che più non feconda
    e delle sue ginocchia genuflesse per usura.

    Io parlerò di me
    che scarto e ingoio pillole, ogni sei ore,
    tendando di sanare la stortura,
    la piaga ereditaria che consuma.

    Dolore è il tempo
    e lo chiamiamo Storia.

  2. cara Nunzia Binetti,

    io direi di lasciare per il momento da parte il Canone occidentale di Bloom, quel canone appartiene alla storia. Noi oggi siamo usciti dalla Storia e siamo entrati nella post-storia, anzi, siamo nella post-istoria. Siamo nella storialità. Che significa? Detto così, siamo entrati in un mondo dove tutto il passato si allontana alla velocità dell’espansione dell’universo e il futuro sembra così vicino che possiamo toccarlo con mano. In questo spazio-tempo compresso noi non possiamo che abitare che le nostre «Stanze interiori», dal titolo di uun prossimo libro di poesia di Tiziana Antonilli, queste «stanze», simili a piccole fortezze costruite con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli. Non abbiamo più una religio che ci tenga tutti uniti, né una ideologia entro la quale riconoscerci, anche le «Forme» sono scomparse, affondate, dipartite… siamo rimasti soli con il nostro foro interiore…

    «Si tratta − spiegava Adorno nel 1947, concludendo i suoi Minima moralia − di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica». Tuttavia, pur prediligendo il frammento, non lo si riduce a esercizio di stile, disinteressato o impropriamente assolutizzato e chiuso, a «fortezza costruita con gli stuzzicadenti», diceva Leonardo Sinisgalli, il poeta delle ‘due culture’ (quella scientifica e quella umanistica, ovviamente)».

    In questa situazione di estraneità reciproca alla quale ci ha condotti l’età della dimenticanza dell’essere, quella epoca che ha visto il dissolversi dell’essere nel «valore», dell’essere «che non ne è più nulla» diceva il tardo Heidegger invitandoci a «lasciar perdere l’essere». Drammatico, no? Viviamo sotto l’egida di Sua Maestà il valore di scambio, esso è il Regolo che regola e dirige le nostre esistenze, a noi la nostra epoca non ha dato altro che una stanza interiore fatta con gli stuzzicadenti e gli zolfanelli, ci ha lasciato in eredità miliardi di «frammenti» che galleggiano sul mare della datità. Tutto quello che noi possiamo fare è aggrapparci a questi «frammenti» e tenerci a galla per un po’, in attesa di tempi migliori…

  3. gino rago

    In tutti i commenti, come nei versi, della pagina odierna, ricca e colta, che Giorgio Linguaglossa raccoglie e propone oggi su L’ombra serpeggia anche se non esplicitato il rapporto poesia-potere, poeta-linguaggio poetico-lingua del potere… Vorrei dare un contributo con i miei versi magnificamente commentati da Rossana Levati.

    Gino Rago
    Piazza dei Martiri

    Piazza dei Martiri. Il sole pigro non vuole tramontare.
    A destra il popolo in festa urla: «Dio salvi il Re…».

    A sinistra si leva un grido di guerra:
    «Dio salvi la Regina…».

    Il centro della piazza oscilla.
    Un urlo: «Dio salvi il Re e la Regina…»

    Mentre il boia lucida i legni dell’impianto
    Con la palla di grasso ottenuto dai cani morti.

    La corda con il cappio pende luccicante,
    Al sole del crepuscolo sembra più splendente.

    Un urlo unisce la piazza da destra a sinistra
    Passando per il centro: «Muoia il Re. E muoia la Regina».

    Passano cesti con pane bianco.
    La botte con il vino che zampilla.

    Il cappio in lontananza risplende più di prima.
    «Dio salvi il Re… Viva la Regina».

    Il poeta lascia Piazza dei Martiri.
    Non desidera il pane d’altri, rifiuta anche il vino.

    Non vuole il Re. Non vuole la Regina.
    Cento usignoli nel suo petto si destano. Si destano.

    Commento di Rossana Levati

    [In questa poesia, Piazza dei Martiri di Gino Rago] ogni distico rappresenta un momento a sé senza alcun riferimento storico preciso, il movimento di una rivoluzione. Può essere avvenuta in ogni tempo, potrebbe ripetersi oggi, tra il potere che preme con le sue esibizioni di forza e la repressione del pensiero e dell’indipendenza di giudizio. Nulla sappiamo sul tempo, solo il luogo è evocato con precisione, col riferimento a quella “Piazza dei Martiri” dove si allestisce il cappio sul patibolo del sacrificio.

    La festa del primo distico allude a qualcosa di sinistro, diventa rapidamente grido di guerra al quale si adeguano gli urli di una folla che può tranquillamente augurare salvezza o morte, e che con indifferenza passa da questo a quel campo di forze politiche, ora unite, ora disgiunte, come mostra l’associazione e la dissociazione di Re e Regina nelle frasi.

    Non a caso, dopo l’urlo della folla, tre distici collocati al centro della poesia alludono all’imminente esecuzione: un boia, l’allusione macabra al grasso ricavato dai cani morti, preludio ad altri morti –umani – di cui in anni successivi tutto si è depredato.

    Il luccichio della corda, al centro della scena, emblema di morte e di servitù, ha qualcosa di sinistro, nel bagliore del crepuscolo che non illumina né annuncia alcunché di positivo. I segni dell’abbondanza, pane e vino (probabile allusione a un’abbondanza che è al tempo stesso sacrificio, come quello dell’Ultima Cena), rappresentano anche un banchetto umano, troppo umano, offerto in cambio della connivenza al male, qualcosa che sarebbe conveniente e decoroso accettare, pur di voltarsi dall’altra parte per non vedere il prezzo di quell’abbondanza così spudoratamente offerta a buon mercato.

    Ancora una volta il poeta attira il nostro sguardo su quel cappio che splende, trappola che facilmente si annoda e attende le sue vittime. Solo uno nella piazza si oppone ai canti di gloria, a quelli di morte, al pubblico abbeveratoio offerto troppo a buon mercato, quel poeta che abbandona il luogo della folla, della contaminazione politica, conservando dentro di se’ il canto di cento usignoli, più che mai desti nel generale sonno della ragione.
    Proprio la leggerezza è, come esprimevano i poeti classici o ellenistici, l’unica virtù del poeta, talora vecchio nel corpo ma giovane e leggero nella mente e nell’anima, associato a quei volatili esili come usignoli, api o cicale che nella loro leggerezza e insignificanza ben rappresentano la poesia che sa porsi alla giusta distanza dalla pesantezza della materia.

  4. Ho riscritto in distici la medesima poesia che pubblicai nell’Ombra del 2014. Mi sembra che la struttura in distici metta in risalto la dialettica delle forze interne. Che ve ne pare?

    Giorgio Linguaglossa

    Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio

    Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio.
    E noi di qua dalle cancellate di filo spinato: i fortificati,

    gli indigenti, i premorienti della cicatrice chiamata terra;
    fitti e assiepati gli uni agli altri, guadagnammo infine gli stabilimenti dei dormienti.

    (Erano costoro immersi in un sonno plumbeo).
    I gendarmi li chiamavano «i copulatori del sonno».

    I morienti furono sospinti con il calcio dei fucili,
    assiepati e addossati gli uni agli altri.

    Li chiamarono, ad uno ad uno, in correità, verificarono i loro documenti,
    distinguevano i vivi dai morti, i morienti dai morituri,

    i premorienti, gli irridenti, i plagiari,
    proclamarono i responsi ai condannati e li divelsero dalla vita ultima,

    dai falsi reggimenti, dalle ultime fondamenta,
    dagli ultimi tentati stabilimenti.

    Dai fondali lutei del fiume emersero le statue bianche
    venute dalla cicatrice chiamata terra,

    dichiararono che erano stati prigionieri del sonno,
    che nulla era più come prima,

    e che dopo il prima non ci sarebbe stato un dopo.
    Una schiera di comandati a gettone si faceva avanti nella ressa.

    Un gendarme guidava la dissoluzione dei lapidati dal sonno.
    Chiesi al gendarme: «È un inizio o una fine?», ma non ottenni risposta;

    intanto i maledetti cantavano alleluia e si battevano il petto
    come appestati che chiedessero la grazia mentre si assiepavano

    nel refettorio del dolore eterno…
    ma erano anime ormai, nient’altro che anime.

    «La risposta se c’è – dissero – è nei ripostigli della memoria».

    All’improvviso, il ronzio d’un motore d’elicottero giunse dall’alto:
    un tip tap incontinente, un bip, un tric insistente…

    dall’alto, dagli altoparlanti una voce ci chiamava per nome
    ad uno ad uno.

    I defraudati dal dolore, gli analgesici del sonno si fecero avanti
    tra la schiera dei malnati e dei malvissuti;

    una folla di cimiteriali malviventi vennero a noi portandoci
    vivande borotalco… «mangiatene – dissero – e diventerete eterni»,

    ma noi svoltammo nell’aria vetrosa del mattino dietro l’angolo del muro perimetrale.
    C’era il sole eterno, accecante. Luce, luce.

    I gendarmi officiarono il rito dell’iniziazione, ma era già tardi,
    le statue bianche stavano con le spalle al muro, gli occhi bendati;

    i malvissuti fuggivano in direzioni molteplici, dicevano
    parole distanti, parlavano dei respingimenti,

    degli accorgimenti, dei trucchi… ed apparivano
    spaesati, inquieti…

    (2014)

    • La distinzione in rustici (distici)caro Giorgio

      (ma io scrivo distici, credetemi!) —[ aperti fa più poesia, caro Tosi
      sprigiona più pathos, più immedesimazione, meno struttura, più fragranza,almeno credo!?]—
      nella composizione è la scarnificazione scenica del pensiero. Scena prima, rustico primo, scena seconda, rustico secondo…eccetera. La teatralità della poesia questo traspare dalla composizione.
      Un frammento filmico. Una vera e propria sceneggiatura.

      P.s. Provate a scrivere distico vi ritroverete un rustico.(non scherzo, questa è ricerca)

      Grazie OMBRA, abbraccio tutti.

  5. Diramazioni incorniciate mi arriva come ombra di una devastazione; poesia come ombra di realtà, qualunque essa sia. L’ombra di qualcosa è la cosa stessa resa indefinibile in tutto e per tutto tranne che nella sua presenza. Ho dedicato all’ombra diverse opere di pittura e, ancora oggi, essa rappresenta per me la migliore tra le testimonianze naturali che si possono dare dell’astrattismo.
    Non ricordo di avere letto la versione del 2014, me ne spiace, ma posso immaginare la gran massa in verso libero che doveva essere; ed è un peccato, perché così, grazie al distico, del testo si riescono a cogliere molte preziosità visive, la narrazione incalza come evento che sembra darsi programmato, quasi avesse un fine, mentre invece vorrebbe semplicemente esaurirsi…
    In questi giorni riflettevo sul distico, aperto e chiuso. Sono giunto a conclusione che la mia preoccupazione di fondo non era quella di scegliere tra una cosa e l’altra: tentavo semplicemente di portare il distico nella direzione di una maggiore poesia; e mi sembrava che il distico chiuso potesse farsi a tal fine più costrittivo; altrimenti, pensavo, nell’altro modo si apriranno troppo le porte al discorso prosastico, spesso troppo veloce per potersi dire poesia; poesia per come l’intendo io, naturalmente.
    Oggi invece penso al distico aperto come a una soluzione, sì forse troppo aperta a compromessi, ma originale discendente del verso libero; che in sé è una conquista, e non da poco, ancora irrinunciabile. Ma, tra frammento e distico… eh, un po’ lo stiamo rivedendo.
    Perché ero preoccupato? Perché mi sembrava di leggere buone poesie ma di poca poesia. Ma mi sono arreso; questo aspetto non si può “curare” intervenendo su elementi strutturali. E’ cosa un po’ più complessa.

  6. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Alfonso Cataldi

    In un sussulto

    «Lasciarsi alle spalle il bouquet
    in un frangente di tiepido sole»

    ammise il life coach, di ritorno
    da un breve volo interno.

    La curva vagabonda di lamiere e fiamme sorseggiava un drink
    il maltempo fu deviato dai ritagli di giornale.

    Un accumulo di ordini e contrordini
    arrestò il malessere

    l’attività della buca delle lettere
    al culmine del dibattimento

    è necessario svenire, fingere un collasso
    nel covo inesplorato di corpo contundente

    […]

    L’assistente si toglie il grembiule.
    Esce fuori dallo story-telling

    coi primi lampi del mattino
    distrae il giro della morte

    al Nürburgring. L’incubo d’oro è sotto controllo
    tra lingue biforcute e calici serrati

    si nutre dei rantoli di luce la chiaroveggenza
    in un sussulto di selvaggia abnegazione.

    • E’ passata un po’ sottotono la pagina sugli haiku, di qualche giorno fa. Anche se non guardiamo molto a questa tradizione dovremmo ammettere che tra haiku e frammenti, nonché ora con il distico, le somiglianze sono parecchie e sorprendenti.
      Invece, caro Mauro, vorrei chiederti come mai non ti servi tanto della punteggiatura. Senza punteggiatura è vero ci si diverte, e forse dici bene quando fai cenno alla teatralità, ma ne viene una complicazione, quasi un astrattismo. Anche se la prosa aiuta a semplificare, il lettore deve fare salti mortali per vedere meglio. Il lavoro sul linguaggio, e nel nostro caso sul linguaggio inconscio, risente a mio avviso di quelle complicanze che erano dello sperimentalismo: questo non costringe l’autore a farsi eccentrico pur di tenere desta l’attenzione? E’ solo una domanda, le tue poesie mi piacciono. Ma forse il distico serve proprio a questo, a mettere ordine nel tutto, perché la sola punteggiatura potrebbe non bastare…

    • Alfonso Cataldi

      Grazie Mauro

  7. Quando le persone sole
    aprono il cancello, spesso non lo chiudono.
    Non manca chi si lamenta.

    L’inverno ha un suo calendario.
    Qualcuno entra nel cappotto. Altri
    lo vedono dalla finestra.

    May – sett 2018

    • caro Lucio,
      che ne diresti di questa variante in distici della tua poesia? Io preferirei la versione in distici.

      Quando le persone sole
      aprono il cancello, spesso non lo chiudono.

      Non manca chi si lamenta.
      L’inverno ha un suo calendario.

      Qualcuno entra nel cappotto. Altri
      lo vedono dalla finestra.

      May – sett 2018

      Permettimi di dirti che l’incipit e il finale sono straordinari nella loro semplicità e scombiccheratezza, dicono delle cose che non stanno né in cielo né in terra ma con la naturalezza di un turista, come se si trattasse delle cose più normali del mondo.

      • Così, su due piedi, mi pare che si complica. In questo caso la terzina è scelta per ricordare nel tono lo haiku. Dovrebbe avere quella secchezza, da istantanea… Invece nella poesia breve che ho postato poc’anzi mi sembra che il distico vada a meraviglia. Accade che la struttura influenza il concepimento della poesia, cioè quando la poesia è direttamente concepita in distico oppure in altro modo, allora non serve l’adattamento. Ma… ci stiamo lavorando.

  8. caro Lucio,

    dici bene nel tuo commento («In questi giorni riflettevo sul distico, aperto e chiuso. Sono giunto a conclusione che la mia preoccupazione di fondo non era quella di scegliere tra una cosa e l’altra»); anch’io mi stavo facendo la stessa domanda e andavo alla ricerca di una risposta, e sono arrivato alla conclusione che gli spazi tra un distico e l’altro costituiscono una segnaletica (bianca) capace di fissare una traccia compositiva simile a ciò che in pittura può essere esperito facilmente mediante lo spazio della tela o del supporto materico tra le tracce dei segni e dei colori. Gli spazi che si intercalano e si rincorrono ogni due versi formano una traccia, una regolarità, che si replica con la prevedibilità d’un metronomo, indicano il tempo di scansione dei distici e delle interruzioni, costituiscono una strutturazione quasi plastica e volumetrica, incidono il «vuoto» che sta appena dietro la scrittura dei distici.

    La presenza della scrittura seguita da una «assenza» che ritorna con regolarità tra una materia (il distico) e l’altra, incrementa il tasso di spazialità dello spazio bidimensionale della pagina scritta; le interruzioni replicantesi fanno sì che accada una accentuazione della replicabilità della scrittura e dei «vuoti» che si aprono un varco tra una scrittura e l’altra, fa sì che la spazialità bidimensionale della pagina scritta sia interrotta e solcata dalla regolarità delle spaziature e lasci affiorare il vuoto che sta appena dietro la scrittura in distici, proiettandosi verso il «nulla» che sta, contemporaneamente, davanti e dietro la scrittura.

    In parole povere, la scrittura in distici esalta le potenzialità semantiche del testo mediante l’impiego semantico delle spaziature, che impersonerebbero le tracce del «vuoto» che si apre prima e dopo ogni scrittura. inoltre, il distico può essere usato sia in maniera «costrittiva» come tu dici e ad esempio fa Gino Rago nella sua poesia postata intitolata “piazza dei Martiri”, sia in maniera «liberale», come invece faccio io e anche altri autori come Mauro Pierno e Alfonso Cataldi e adesso anche Carlo Livia, lasciando alla scrittura la libertà di esondare tra un distico e l’altro superando in un certo senso lo spazio della spaziatura per potersi ricollegare al distico successivo quasi fosse un enjambement.

    La struttura in distici opererebbe come una inferriata semantica che offre una resistenza mediante le sbarre e lascia vedere cosa c’è al di là della inferriata stessa mediante le spaziature del vuoto tra le singole sbarre semantiche.

    In un articolo di Gillo Dorfles (scomparso nel 2018 e nato nel 1910) sulle composizioni di Lucio Fontana (1899-1968) che mi ha fatto leggere Donatella Costantina Giancaspero, il critico scriveva:

    «È sintomatico che Fontana, già attorno al 1947, avvertisse l’urgente necessità di proclamare l’insufficienza del “quadro a cavalletto”, della distinzione tra quadro e statua, e sentisse per contro l’importanza di creare un’arte capace di trascendere gli angusti limiti della superficie della tela per estendersi in una dimensione più vasta, tale da diventare oltretutto una “creatrice di atmosfera”, una integratrice dell’architettura, una futura arte “trasmissibile nello spazio” mediante i nuovi ritrovati della scienza e della tecnica. L’arte spaziale di cui Fontana ragionava (e non si dimentichi che proprio in quegli anni l’artista si era anche accostato ai lavori dell’altro gruppo milanese: il MAC, fondato nel 1948 da Munari, Soldati, Monnet e Dorfles) comprendeva oltre alla pittura e alla scultura anche la trasmissione televisiva, la grafica luminosa, la plastica “spaziale”.

    Ma Fontana – non a torto – ha sempre insistito sull’importanza di non considerare più il “quadro” e la “statua” come le due mete essenziali dell’arte visuale odierna e futura: per sopravvivere la pittura e la scultura devono non soltanto integrarsi all’architettura, ma devono acquistare una “statura” che non sia più soltanto quella del quadro da cavalletto e del soprammobile.
    Dopo il fondamentale periodo dei buchi e quello dei tagli, un altro episodio è stato quello dei “quanta”: tele di forma e dimensione irregolare, spesso trapezoidali percosse dai consueti tagli e disposte in un ordine-disordine molto variato una accanto all’altra così da creare sulla parete una sorta di costellazione imprevedibile.»

    Ecco, io direi, per parafrasare quello che scrive Dorfles, che la poesia non deve più essere pensata come una poesia «da cavalletto e del soprammobile», come è avvenuto per la poesia degli ultimi decenni che si è fatta in Italia (con l’eccezione dei tagli semantici in neolingua di Maria Rosaria Madonna con Stige, del 1992); la poesia che noi stiamo cercando e pensando è una forma che abbia l’aspirazione ad integrarsi con lo spazio esterno, con l’architettura, e con gli spazi interni delle cose che stanno al di fuori della poesia. E, credetemi, non sto affatto parlando di una utopia ma di qualcosa che è già presente nelle poesie che noi stiamo scrivendo. Certo, per cogliere questi aspetti ci sarebbe bisogno di una nuova critica, di una critica che seguisse un altro percorso culturale: non critica di opere da cavalletto o da soprammobile ma di opere che si situano all’interno dello spazio esterno e all’esterno dello spazio interno. Una critica che avesse un nuovo apparato categoriale ed ermeneutico.

    • Alfonso Cataldi

      Io trovo efficace “l’esondazione tra due distici” quando si ha necessità di accentuare i saltellamenti di cui parla M. Gabriele.

  9. Al supermercato del terzo piano
    le insegne a comprare sono frecce.

    Qui l’acqua minerale da viaggio.
    Specificare quantità e provenienza.

    Musica stenografica. Andina l’etichetta.
    In bolla o bicchiere.

    “Dermobenessere, come bambini.»
    La parola di oggi è CALLO.

    Poteva andare peggio. Ho scritto
    BRETAGNA. Il server ha approvato.

    May – ott 2018

  10. gino rago

    Poeta A, Intervistatore, Poeata B, Studio televisivo
    Perché la poesia, oggi?

    […]
    L’intervistatore, alla risposta-domanda del poeta A, notò in un angolo dello studio un altro poeta, diciamo B, che chiuso in un’aria meditabonda e soltanto in apparenza distaccata, alzò per un attimo lo sguardo e incrociò quello dell’intervistatore.

    Il quale, da esperto conduttore radiotelevisivo, colse
    al volo l’occasione e anche al poeta B pose la stessa domanda: ” Lo chiedo
    anche a Lei. Perché la poesia oggi? Cosa c’entra la poesia oggi?”

    Il poeta B, come nell’antica forma del dialogo platonico, rispose:

    ” Io direi questo: che nonostante l’epoca sia nera, così nera, e difficile, piena di falsi teologhi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto né il suo valore, né la sua efficacia… Forse l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno illusivamente – un ultimo miracolo che
    ci resta – è forse la poesia, anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di sapere e poter abbracciare diverse cose insieme…
    Questo suo dono della analogia, della metafora, larga, che abbraccia l’universo.
    Ora, in un universo che tende a restringersi nella miseria, e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia che cerca di abbracciarlo, di rendere viva l’unità del mondo, di tenere,diciamo… a bada la morte…”

    L’intervistatore non pone più domande né al poeta A, né al poeta B.
    Lascia lo studio senza salutare né A né B.
    GR

  11. Non importa se gli occhi vedono un rigo di silenzio. L’erba dimenticata in alto. Alla fine niente cambia. Il tuo corpo di lana passerà ad un altro.

    Il gomitolo di lana alle lunghe sciarpe invisibili. È troppo imbastita la bianca lingerie del fondale. Si infila placida sotto la pelle .Al giro del vuoto.

    Nello stesso movimento del protone ordinario. Tremante. Un dettaglio free of charge che indossi ogni volta ravvicinato. Dal lato improvviso del crepuscolo.

    di Lalie Lescorgot

    • È strano. Ma nelle poesie della Dono avverto profumi.Una tecnica di raffinazione olfattiva. Un odore vero, che traspare dal solo uso delle parole! Un orditura con trama di profumi e allacci semantici odorosi. Sintetizzati in parole. Si resta sospesi nelle sue enunciazioni poetiche. Catturati dal profumo sonoro.
      Che forza!

      GRAZIE Dono, grazie Ombra.

  12. Giuseppe Talia

    Noi di rustici ce ne intendiamo.
    I prìncipi sono gli arancini.
    I migliori quelli sulle Caronte:
    navi di collegamento
    navi di scollegamento
    tra Scilla e Cariddi.
    Vos et Ipsam arancini benedicimus,
    e se non ci sono i piselli nel ragù
    non benedicimus.

    Quando Ulisse venne a Messina
    e vide le tonnare con il pennacchio,
    “pigghialu, pigghialu ‘u pisci spada”,
    aveva ancora gli ear monitor di cera
    con le sirene alla calcagna.

  13. CULI INARIA.

    Punto, punto e virgola, due punti…che poi dicono che siamo provinciali. Lo sguardo

    sfitto, ed è ridicolo di come commissionano parole. Ai fornelli si attaccano brighe rilevanti.

    Vuoi mettere le chiette con le cime di repe!? Assiduamente penso ad Alfredo

    lui direbbe la parola fune per l’Europa.
    intravedrebbe il marcio, lo estirperebbe.

    Ma tant’è dalla cortina fumosa della Grande
    Patria il passo è breve. Dalla fortezza

    che trasborda quel radar consumato della Rivoluzione scevica che sovrasta! Attendono

    di slacciare scarpe, sospendere forniture,
    allacciare confini, senza nulla a pretendere

    invadere competenze. Ma il debito chi lo paga
    e ci portano fiori, fuori.

    GRAZIE OMBRA.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...