Roberto Bertoldo, Rifondazione dello scetticismo, Mimesis, Milano, 2017, pp. 92 € 7 con un Appunto ermeneutico di Giorgio Linguaglossa

Selfie Jean Aurenche, Marie Berthe Aurenche and Max Ernst

lo scetticismo  è una forma, un abito mentale, una attitudine dell’intelletto, una forma di ateismo, di anti-filosofia, di nullismo…

Appunto ermeneutico di Giorgio Linguaglossa

  Innanzitutto, lo scetticismo non coincide con il relativismo. Per Roberto Bertoldo lo scetticismo  è una forma, un abito mentale, una attitudine dell’intelletto, è ciò che consente la militanza nel post-contemporaneo: una forma di ateismo, di anti-filosofia, di nullismo, un modo di vivere fenomenognomico il nichilismo dell’età contemporanea, un modo di esperire la nullificazione di tutte le forme e di tutte le esperienze, una figura dell’esistenzialismo che dà per scontato il nulla come fondamento degli enti… tutte buone e sacrosante ragioni per scagliarsi contro il fondamento cartesiano dell’«ego cogito» che fonda le due varianti  del dogmatismo e del relativismo dei tempi attuali. Lo scetticismo è l’unica arma intellettuale che ci consente un argine contro il fondamentalismo nelle sue varianti occidentali del sovranismo e del nazionalismo. Bertoldo, da filosofo scettico e nullista, mette in stato di accusa l’Ego cogito cartesiano, sa che lo scetticismo per essere radicale non deve limitarsi ad essere meramente metodologico ma deve essere anche gnoseologico: non c’è nessuna verità che la ragione possa attingere e fondare come valore fondante, e quindi lo scetticismo è il limite della gnoseologia e il motore interno della ricerca esistenziale.

  Direi che lo scetticismo bertoldiano è un metodo di de-costruzione e di de-coincisione: le cose collidono, contrastano e mai coincidono, neanche per un istante di tempo, gli opposti collidono e mai coincidono, o meglio, la forma con cui si danno gli opposti è la coincidentia oppositorum che soltanto un pensiero scettico può modellare, concepire, afferrare e decostruire. Nel mondo che nietzschianamente «è diventato una favola», lo scetticismo viene incaricato di smascherarlo, di sciorinarne le nequizie; lo scetticismo per Bertoldo è un’arma appuntita e contundente volta a colpire ogni fondazione e ogni fondamentalismo, è la de-fascinazione in azione, la de-costruzione in azione, la de-fondamentalizzazione del soggetto in azione, è ciò che rimane del pensiero umanistico alle prese con l’organizzazione totale del mondo dominato dall’economia, è il coraggio supremo della filosofia giunta alla sua ultima spiaggia, al di là di esso non c’è che il vuoto. Lo scetticismo è il contro negativo in azione, un contro movimento in azione di quell’ente chiamato homo sapiens giunto alla estrema propaggine del nulla nella nostra epoca totalitaria.

  Per Cioran «lo scetticismo è un esercizio di de-fascinazione»1; «il coraggio supremo della filosofia è lo scetticismo. Al di là di esso la filosofia non riconosce che il caos».2 «Il vuoto, vicolo cieco infinito, aspira a fissarsi dei confini».3

Per Bertoldo l’esistenza è diventata falsificabile, replicabile, surrogabile, l’io ha cessato di coincidere con l’io, l’io è una semplice «funzione», l’uomo non è più nel tempo, e quindi nella storia, ma è caduto dal tempo, dalla tromba delle scale del tempo; il suo «nullismo», il suo «scetticismo» è il racconto filosofico di questa caduta dal tempo e dalla storia.

1 Il funesto demiurgo, Adelphi, 1986, p. 146
2 Lacrime e santi, Adelphi, 1990, p. 33
3 La caduta nel tempo, Adelphi, 1995, p. 85

shoah-selfie

shoah-selfie di turisti davanti ad Auschwitz

dalla Introduzione del libro di Roberto Bertoldo

La posizione scettica è stata giudicata spesso, per non dire sempre, foriera, per coerenza, di inattività. Giudizio precipitoso che ha liquidato lo scetticismo come atteggiamento irresponsabile, quando bastava osservare l’ininfluenza della traballante verità sull’assunzione contestuale, storica e relativistica degli accertamenti e delle conseguenti certezze.

Inoltre lo scetticismo, pur immerso nelle proprie perplessità, al pari delle altre dottrine non ripudia una verità logica indubitabile – ovviamente indubitabile secondo i crismi della  logica di riferimento (qui quella estensionale) –, che è per esso il cogito di provenienza cartesiana, la cui conseguenza, l’ergo sum, risulta essere una verità ontologica, la quale è, per limite gnoseologico, ipotetica.

Infatti «penso dunque sono» è, possiamo dire, una sorta di accertamento logico più che induttivo ed è un accertamento, e non una verità tout court, in quanto invece di determinare, come sembrerebbe a prima vista e come ritiene Cartesio, il fondamento ontologico dell’io, determina l’esistenza di un io che pensa, quindi di un io come soggetto fenomenico, funzionale, non immanente. Il “penso dunque sono” diviene insomma, in prima istanza, “penso dunque esisto”.

Tuttavia questo io funzionale rimanda con la sua accertata individualità esistente ad una causa fenomenognomica,[1] ossia prefenomenica e singolare, perché la sua esistenza è sostanziata – e ciò significa che è plausibile una sostanza produttiva come suo fondamento – dalla capacità di produrre pensiero.

Le contradictio in adjecto di cui parla Nietzsche riguardo la formulazione cartesiana e quelle simili ad essa non sono dunque tali,[2] sia per il fatto che la «certezza immediata» non riguarda la cosa in sé, e bisogna in ciò tenere conto della differenza tra certezza e verità, sia perché l’io non è necessariamente qualcosa di individuato o di individuabile ma è semplicemente una funzione. “Io” indica il soggetto dell’atto noetico, qualunque sia questo atto – di pensiero, di volontà, ecc. –. E non importa che l’atto richieda la consapevolezza e quindi perlomeno l’alterazione funzionale dell’io, che diviene così oggetto di se stesso, dunque che richieda perlomeno il riconoscimento di sé da parte dell’io, ossia la sua autocoscienza; quest’ultima è un atto successivo, che tra l’altro comprova – e anche questo è importante –, ‘comprova’ e non ‘determina’, la causalità, dunque il tempo. La causalità è nell’atto noetico iniziale stesso e viene portata all’esistenza dall’autocoscienza, ma proprio questo fatto giustifica, indirettamente, il fondamento fenomenognomico dell’attante, indipendentemente dalle qualità sempre solo apparenti di quest’ultimo.

Un’azione potrebbe non essere fenomenognomica, posso immaginarmi che il dato si muova o che io stesso mi muova, ma chi la compie o immagina che si compia o si immagina di compierla è necessariamente fenomenognomico. Così come lo è, conseguentemente, perlomeno il suo atto di pensare o immaginare.

La dichiarazione di fondamento fenomenognomico così ottenuta rappresenta sí una verità su cui il metodo scettico può poggiarsi più serenamente, ma ciò non le evita di essere una mera ipotesi. Le nostre idee infatti, per via dei campi culturali in cui sono immerse, risultano valide e non innegabilmente vere, perché subiscono l’influsso non solo della produzione culturale di questi campi, produzione che può anche essere in qualche modo calcolata e sottratta dal giudizio, ma anche della loro costituzione epistemica e logica, la quale non può essere messa a verifica con imparzialità in quanto gli strumenti epistemici e logici occorrenti sarebbero inevitabilmente gli stessi.

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vedremo come l’ipotesi fenomenognomica si completerà in ipotesi ontologica

In più, il genio maligno di cui parla Cartesio non è necessariamente qualcosa di esterno a noi, ma può essere una minorazione o peculiarità genetica, individuale o collettiva, presente nel nostro cervello.

Se si assume anche solo in via ipotetica questa verità logica e in seconda istanza ontologica (vedremo come l’ipotesi fenomenognomica si completerà in ipotesi ontologica), ossia che il fatto di pensare assicura chi pensa sulla propria presenza o coscienza sostanziate, non si può negare la presenza formale delle produzioni del “pensiero”, degli atti di coscienza. Ammessi questi atti noetici non si possono non ammettere i noemi, concreti o immaginari che siano. Sicuramente valorizzare l’atto di coscienza non significa ancora valorizzare il suo contenuto quando riguarda i dati esterni, non si può per esempio disconoscere il fatto che io veda il sole, mentre si può supporre che io veda male o che abbia un miraggio, tuttavia l’atto sancisce fermamente l’esistenza del mondo esterno, al di là della sua effettiva fisicità.

Se dunque riconosco di avere una posizione e funzione (di soggetto) nell’inquadrare la realtà, non posso disconoscere l’esistenza dell’oggetto, perlomeno quello intenzionale, ossia la positura di un dato. Nel momento in cui si pone sotto osservazione un dato, il dato è oggetto intenzionale e quindi c’è come forma, percepita o interpretata, anche qualora non ci fosse come contenuto fenomenognomico. È il caso dei dati meramente fenomenici, come le idee e i sentimenti. Questa condizione fenomenica è dunque ineccepibile, in quanto a esistenza. Naturalmente nulla sappiamo di vero sulla sua origine, che può essere materiale o ideale, e nulla di certo verificabile riguardo le sue apparenze (forma, colore, simpatia, ecc.).

In ogni caso l’oggettivazione formale è una realtà, suffragata appunto dal coscienzialismo cartesiano: la mia posizione soggettivista, già espressa in altro ambito,[3] non è meno idealistica di quella coscienzialista, la precede soltanto. Precedendola può però, in virtù di questa ineccepibile realtà fenomenica, che attualizza la spazio temporalità di cui si nutre la materia dinamica, porre pregiudizialmente, ma in modo più motivato di quello idealistico, la Materia come Essere.

Tale realtà fenomenica è l’esito di un accertamento, ossia di un procedimento ermeneutico che comincia con la sensazione. Questo accertamento produce appunto certezza, che si sviluppa unicamente a livello fenomenico. La fenomenizzazione degli accertamenti la dice lunga sulla debolezza ontologica d’essi, che infatti non rappresentano la verità fenomenognomica e ontologica, ma testimonia altresì del potere che queste certezze consentono a chi le possiede. Proprio le certezze rappresentano un sostegno insopprimibile dell’azione, oltre che la logica – logica e non empirica – conseguenza di un atto di coscienza.

A farla breve, il “penso dunque sono” di Cartesio è senz’altro una verità indiscutibile, anche se non ci dice niente su questo io e anche se le conseguenze che Cartesio deriva non hanno più lo stesso sentore di verità.

Ma la verità cartesiana pone un fondamento meno malfermo al metodo scettico, un fondamento che a ben vedere sostiene solo il metodo scettico, non lo scetticismo. E in effetti lo scetticismo è stato bollato avventatamente come inattuabile e destinato all’impraticabilità. Non è così, perché lo scettico ha certezze, ossia gli esiti degli accertamenti che attua quotidianamente, e anche se non le considera nel loro valore assoluto, ossia anche se esse non rappresentano per lui delle verità, se non ipotetiche, sono però fondamenti fenomenici e quindi dell’azione quotidiana. Per di più, alla base di questa alacrità dello scetticismo c’è una verità non accertabile che viene assunta come certezza e addirittura come verità ontologica, e quindi ipotetica, in virtù del suo carattere apriorico: il possibile. È questo possibile a validare, ben più della ontologica verità cartesiana, l’azione scettica. Il possibile è certo anche senza poter essere accertato, non si può negare che tutto possa accadere, quindi l’accadimento del possibile è vero fin quando non si accerta una verità assoluta che lo invalidi, cioè mai, perché il possibile non è invalidabile neppure dalla sua realizzazione, o non si determina una condizione che lo falsifichi, fatto improponibile in quanto il Possibile ontologico concede possibilità anche all’impossibile. Inoltre tutto ciò che è possibile è ipotizzabile, quindi la verità sull’Essere, essendo ipotetica, conferma l’Essere come Possibile.

Conseguenza di questo è che possediamo un’altra verità indiscutibile all’interno della logica estensionale: il possibile. Il quale, tuttavia, non essendo “falsificabile” (Popper) non rappresenta una verità scientifica ma metafisica, direi logico-metafisica. In ogni caso lo scetticismo si installa tra il regresso finito del dubbio cartesiano e il progresso infinito della Possibilità. Se vogliamo crearci a tutti costi un dio, questo dio è il Possibile, nel facsimile della Materia. Ed è una divinità potente e ausilio indispensabile dell’agire sotto l’egemonia dello scetticismo, il quale non potrà mai aderire al volto che essa assume di volta in volta – aderirà invece ai segni certi che essa lascerà man mano sulla carta fenomenica – ma che sarà sempre nutrito dalla sua generica sembianza.

Il certo non è il vero, e quindi lo scetticismo, che riguarda appunto la verità e non la certezza, che sa essere sempre relativa, permane inalterato, con la giustificabilità dell’azione. Si potrebbe obiettare che questo non è il vero scetticismo, ma perché mai? Lo scetticismo riguarda i fondamenti ontologici, non quelli fenomenici. Fenomenicamente lo scettico è giustificato nelle sue scelte e azioni dalla Possibilità. Ciò significa che lo scetticismo resta integrale nel momento in cui, nonostante i dubbi, lo scettico agisce, perché i suoi dubbi sono radicati ontologicamente e continuano a riguardare la verità, non in atto la certezza fenomenica, la quale è falsificabile ma fino a quel momento percorribile.

Lo scettico accetta, pur dubbioso sulla loro portata ontologica, gli accertamenti esistenziali. Tutto ciò che accerta, esiste, anche se forse non è o non è come appare. Il fatto che tutto è possibile avvalora lo scetticismo ma giustifica allo stesso tempo l’operare dello scettico. Il possibile scredita il certo quanto il vero, beninteso, ma proprio l’inesauribile Possibilità, facendo del vero un’ipotesi e del certo un compromesso falsificabile, stimola alla continua ricerca. Non solo: l’azione dello scettico non è minata dalla falsificabilità delle certezze, anzi a livello fenomenico tali certezze fungono da fondamento scientifico come fossero “il migliore dei fondamenti possibili”.

I grandi esiti dello scetticismo sono allora la tolleranza, la ricerca, l’antidogmatismo, la libertà, ecc. Lo scetticismo dona una ricchezza sociale ineguagliabile. Esso, ammettendo l’esistenza senza ammettere inevitabilmente l’essenza e la qualità dell’apparenza, ammettendo la soggettività senza dare per scontata la datività fenomenognomica dell’oggetto, ma concedendo in sua vece la datività fenomenica, consegna all’uomo tutte le potenzialità.

[1] Il mondo che nei miei libri ho chiamato fenomenognomico è, in breve, il mondo fisico, del darsi ancora inconsapevole delle forme materiali meramente sensorie.

[2] «Se scompongo il processo che si esprime nella proposizione “io penso” ho una serie di asserzioni temerarie (…) come per esempio che sia io a pensare, che debba esistere un qualcosa, in generale, che pensi, che pensare sia un’attività e l’effetto di un essere che è pensato come causa, che esista un “io”, infine che sia già assodato che cos’è caratterizzabile in termini di pensiero (…). Donde prendo il concetto del pensare? Perché credo a causa e effetto? Che cosa mi dà il diritto di parlare d’un io come causa dei pensieri?» (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano 1977, pp. 20-21; orig. Jenseits von Gut und Böse, 1885). 

[3] Cfr. “Coscienzialismo e soggettivismo”, nel mio Istinto e logica della mente, Mimesis, Milano 2013, pp. 39-70.

Roberto Bertoldo nasce a Chivasso il 29 aprile 1957 e risiede a Burolo (TO). Laureato in Lettere e filosofia all’Università degli Studi di Torino con una tesi sul petrarchismo negli ermetici fiorentini, svolge l’attività di insegnante. Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Nel 1996 ha fondato la rivista internazionale di letteratura “Hebenon”, che dirige, con la quale ha affrontato lo studio della poesia straniera moderna e contemporanea. Con questa rivista ha fatto tradurre per la prima volta in Italia molti importanti poeti stranieri. 
Dirige inoltre l’inserto Azione letteraria, la collana di poesia straniera Hebenon della casa editrice Mimesis di Milano, la collana di quaderni critici della Associazione Culturale Hebenon e la collana di linguistica e filosofiaAsSaggi della casa editrice BookTime di Milano.

Bibliografia:

Narrativa edita: Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; Ladyboy, Mimesis, Milano 2009; L’infame. Storia segreta del caso Calas, La vita felice, Milano 2010;

Poesia edita: Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000; L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006; Pergamena dei ribelli, Joker, Novi Ligure 2011;

Saggistica edita in volume: Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998; nuova edizione riveduta e ampliata, Mimesis, Milano 2011; Principi di fenomenognomica, Guerini, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006; Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009; Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011, Rifondazione dello scetticismo, Mimesis, Milano, 2017. Gli ultimi libri di poesia sono: Pergamena dei ribelli Joker 2011, Il popolo che sono, Mimesis Hebenon, 2016

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9 commenti

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9 risposte a “Roberto Bertoldo, Rifondazione dello scetticismo, Mimesis, Milano, 2017, pp. 92 € 7 con un Appunto ermeneutico di Giorgio Linguaglossa

  1. Tempo fa discorrendo con il poeta Gino Rago della crisi della poesia, gli dicevo: sì, la poesia della crisi; ebbene, quella crisi si è rivelata una autentica fortuna! – Direi che Roberto Bertoldo con questa sua digressione sul concetto dello «scetticismo» eredita dalla crisi lo stigma di quella prossimità, il problema della ricostruzione del ruolo dell’arte trovaq luogo anche all’interno di una filosofia dello «scetticismo». E indicavo quei due versi di Tomas Tranströmer che hanno cambiato il mondo, il mondo della poesia intendo, quelle righe de La lugubre gondola (1996) mentre le 17 poesie sono del 1954,

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

    Di quel Tranströmer del 1954 nessuno in Italia tradusse quelle poesie se non dopo quaranta anni. E così la poesia italiana ha continuato a fare poesia dell’io, poesia ideologicamente orientata o inorientata, poesia del suffragio universale, poesia dello scetticismo programmato, poesia della superficie superficiaria, poesia del diritto superficiario, di superfetazione letteraria e di giochi di prestigio verbali. Nella poesia che si è fatta in Italia dagli anni sessanta ad oggi la mancanza di principio è diventata una posizione di principio, una petizione di principio. La «nuova ontologia estetica» ha semplicemente preso atto dell’eclissi della poesia dell’io e ne ha tratto le conseguenze. Tutto qui. La «disseminazione» e la de-fondamentalizzazione del soggetto che ne sono scaturite, improvvisamente, alla luce della nuova ontologia estetica sono diventate una ricchezza imprevista; la distassia e la dismetria sono diventate una insperata risorsa e il linguaggio poetico, di colpo, si è rivitalizzato. Astuzia della ragione incolpevole! Quella che era la poesia in crisi, la poesia della crisi, ebbene, quella crisi si è rivelata una autentica fortuna! È paradossale dirlo, ma è stata la crisi della poesia che ha prodotto una nuova forma-poesia.

    Qualunque sia stata e sia la via prescelta dalla «nuova poesia»: sovrarazionalità, extrarazionalità o razionalità ultronea in senso stretto e/o largo, è che si è preso atto che la Ragione è a malapena sufficiente a fondare l’auto organizzazione di se stessa. Il funzionamento della tecnica, ecco il problema, il fatto che «la cosa funzioni», è un pensiero della communis opinio, la poesia non si dà per funzionalità e non è comunicazionale, la poesia non è la giustificazione dell’io. Non c’è una razionalità originaria che funzioni da giustificazione per la techné, l’inconscio agisce seguendo le proprie leggi che non sono quelle dell’io né quelle di una presunta «giustificazione» della Ragione assertoria, vocabolo che l’inconscio non conosce. È avvenuto che sia la «nuova» filosofia che la «nuova» poesia sono rimaste prive di norme, prive di normatività, a diretto contatto con l’impensato e l’impensabile, di qui gli odierni indirizzi della filosofia debole e della rifondazione di una filosofia dei segni o di una nuova ontologia su basi parmenidee…

    Filosofia debole, poesia debole, concetti equivocati in quanto è possibile fare poesia «forte» proprio a far luogo da una poesia «debole», a far luogo dalla nostra «debolezza», tutto sta nel pensarla in chiave di una ontologia estetica. Rimane però il dato di fatto che la «nuova» poesia dell’inconscio le norme deve costruirsele da sola, è da lì che bisogna ripartire, dal fatto che l’inconscio è il linguaggio dell’Altro, e che l’Altro parlerà un linguaggio che noi non conosciamo.

    Ecco perché la poesia che va di moda oggi è quella proposizionale, assertoria, posizionale cioè fondata sul proposizionalismo, sulla posizione, sulla giustificazione dell’io e della sua crisi, sull’ordine assertorio promulgato dall’io in quanto ogni proposizione si giustifica da sé, ha in sé una organizzazione perifrastica che corrisponde alla organizzazione dell’io giustificatorio. Si tratta di una poesia della giustificazione palesemente ideologica, della nuova ideologia che non vuole più mostrarsi come ideologia, ma che lo è, anzi, che è la peggiore delle ideologie perché non vuole presentarsi come tale. È una proposizionalità posta da quella istanza auto organizzatoria che va sotto il nome dell’io. Istanza posticcia ed effimera.

  2. Carlo Livia

    Grazie per questa riflessione, intensa e affascinante, che mette in luce il punto nevralgico, la svolta noetica in cui il pensiero occidentale diverge irreparabilmente dalla tradizione mitologica, presocratica: Cartesio sovverte la relazione tra pensiero e infinito, soggetto ed essere, la scepsi metodologica diventa così necessaria per orientarsi in un universo deprivato di senso che non sia strumentale alle necessità rappresentative e codificatrici del soggetto. Ma Nietzsche e Freud avvertiranno il senso della dismisura, l’hybris originaria che illude e inebria l’io, in realtà privo di ogni libertà di volizione e dominio sulla realtà e incapace di autentica conoscenza del vero. Da qui nasce la necessità di affidarsi al pensiero apofatico, che domina poesia e riflessione nel moderno, riportandolo all’innocenza dei miti religiosi e fantastici del passato, quando l’uomo era in grado di interloquire col divino immanente alla natura, senza il gesto orgoglioso e distruttivo della comprensione, cioè della riduzione e assoggettamento ai propri codici ed esigenze di dominio.
    E’ quello che avviene anche in profeti e poeti contemporanei, come il grande Emil Cioran, o il sommo poeta Paul Celan, capaci di preservare mistero e trascendenza, riannodando la relazione e l’intuizione ontologica su un piano diverso, più profondo, perchè il sentimento e l’intuzione precedono e autentificano, integrandolo, pensiero e linguaggio razionale.

    Non cercare sulle mie labbra
    la tua bocca,
    non davanti alla porta lo straniero,
    non nell’occhio la lacrima.

    Sette notti più alto erra il rosso verso il rosso,
    sette cuori più profondo
    batte la mano alla porta,
    sette rose più tardi
    sussurra la fontana.

    Paul Celan

  3. Qui si posa.
    Tra labbra oscure un giorno.

    Incompleta la sottoveste nera.
    Che ferms

  4. gino rago

    Sottoscrivo le meditazioni di Giorgio Linguaglossa contenute nel suo commento, apprezzo pienamente i pensieri di Carlo Livia e i versi laconici e icastici di Mauro Pierno. E invito tutti a ri-leggere Gli uomini vuoti, Un penny per il vecchio Guy di Thomas S. Eliot del 1925.
    Di quale uomo parlammo Giorgio Linguaglossa e io nel corso del colloquio da Giorgio ricordato nel suo commento?
    Dell’uomo che sta adottando come prassi di vita la pratica di morte, dell’uomo cui cresce il deserto dentro, dell’uomo vuoto, dell’uomo d’Occidente che ha già dimenticato Hiroshima e Auschwitz.
    Ma quando se ne vanno i poeti che rimane al mondo, chi nel mondo rimane?
    Quando vanno via i poeti arrivano i manager.
    GR

  5. Difficile entrare nel merito di questa dissertazione filosofica, specie tentare di posizionare lo “scetticismo” in luogo del dubbio, a metà strada tra teorizzazione e conoscenza empirica. Almeno così mi è parso di capire leggendo tra le poche righe.
    Francamente, una qualche riserva su “ismo” come suffisso per vocaboli astratti la avanzerei – si pensi anche a “Nullismo”, sempre di Bertoldo.
    Il filosofo può, il poeta ne sarebbe scontento.
    Tuttavia arrivo a capire che, in clima di post modernità, una riflessione sullo scetticismo si è resa necessaria. Forse si tenta un passo oltre il vecchio dubbio. Non so. Lo si capirà dal libro, dalla capacità di Roberto Bertoldo di saper mettere a fuoco; cosa non sempre facile per i filosofi.
    Trovo convincente la declinazione teoretica di Linguaglossa in campo letterario, sulla de-fondamentalizzazione del soggetto e gli esempi riportati; perché è vero che si sta nel campo gravitazionale dell’io.
    A questo proposito, siccome, ahimé, può capitare a tutti di svegliarsi con in testa il chiodo fisso di un’idea, e per tentare di rendermi utile nel commento, vorrei dire questo: che l’Io è inestinguibile. Per due ragioni. In primo luogo perché l’io è derivante da l’istinto congenito alla difesa, presente in tutti gli animali, uomo compreso. Poi perché l’Io è detto nel linguaggio, il quale è costitutivo del pensiero; e non si dà pensiero senza linguaggio (però, dire “penso quindi esisto” a me sembra una riduzione forzata delle nostre possibilità percettive ed esistentive).
    Il pronome “Io” è posizionato al primo posto in tutte le lingue del mondo. Sarebbe bastato metterlo nel gruppo, ad esempio al quarto, in quest’ordine: Noi, Voi, loro, Io, tu, egli/ella, e sarebbe stata diversa anche la storia dell’umanità. Scherzo, naturalmente.
    Faccio i miei auguri a Roberto Bertoldo per il suo nuovo libro. Spero avremo modo ancora di approfondire su questa rivista.

  6. Luciano Nanni

    Non si può che concordare – in senso lato – che nulla coincide.

    • Grazie, signor Nanni, non avevo capito nulla. Qui viene anche detto che è “ciò che rimane del pensiero umanistico alle prese con l’organizzazione totale (…)”. Dovremo volgere lo sguardo in altre direzioni.

  7. Vorrei rivolgere una domanda a Roberto Bertoldo.

    lo scetticismo si dà fin quando si dà una narrazione del reale, quindi, in una certa misura, lo scetticismo è ancora pur sempre una filiazione diretta di quel «reale», dipende da esso, ne è una appendice in quanto ne riconosce la potenza pur negandone la forza.
    Personalmente, penso di essere giunto in una condizione di «radura» che è al di là dello «scetticismo», e ciò mi consente una grande libertà di manovra e di pensiero proprio grazie al mio sganciamento dallo scetticismo inteso come l’ultima condizione-proiezione del «reale». Penso che oltre lo «scetticismo» ci sia un territorio che ho chiamato «radura», ed è qui che attualmente mi trovo. In questo territorio recintato sono esente anche dall’ultima soglia di scetticismo, mi sento libero di sottoporre tutto a critica immanente senza neanche un microsecondo di epoché, semplicemente perché intendo tutto il «reale» come una falsificazione, anzi, il «reale» (la narrazione del «reale») non si può porre (non si dà) senza al contempo porre la sua falsificazione, e allora non mi resta che prendere le distanze sia dal «reale» che dalla sua «falsificazione». In questo territorio di «in-differenza», paradossalmente, ritrovo in me delle energie che ritenevo sopite o depresse, delle energie che mi inducono a fortificare questa recinzione del mio «territorio» che è situato al di là dello scetticismo, diciamo in un territorio molto simile a quello descritto da Beckett in Finale di partita.

    Didascalia iniziale di Finale di partita (1961) di Beckett:

    Interno senza mobili. Luce grigiastra.
    Alle pareti di destra e di sinistra, verso il fondo, due finestrelle molto alte da terra, con le tende tirate. In primo piano, a destra, una porta, vicino alla porta, un quadro appeso con la faccia contro il muro. In primo piano a sinistra, ricoperti da un vecchio lenzuolo, due bidoni per la spazzatura, uno accanto all’altro.
    Al centro, coperto da un vecchio lenzuolo, seduto su una sedia a rotelle, Hamm.
    Immobile accanto alla sedia, Clov lo guarda. Faccia molto rossa. Va a mettersi sotto la finestra di sinistra. Andatura rigida e vacillante. Guarda la finestra di sinistra, rovesciando la testa all’indietro. Volta la testa, guarda la finestra di destra. Va a mettersi sotto la finestra di destra. Guarda la finestra di destra rovesciando la testa all’indietro. Volta la testa e guarda la finestra di sinistra. Esce, e subito ritorna con una scaletta, la piazza sotto la finestra di sinistra, vi sale, apre la tenda. Scende dalla scaletta,, fa sei passi verso la finestra di destra, torna indietro a prendere la scaletta, la piazza sotto la finestra di destra, vi sale, apre la tenda. Scende dalla scaletta, fa tre passi verso la finestra di sinistra, torna indietro a prendere la scaletta, la piazza sotto la finestra di sinistra, vi sale, guarda dalla finestra. Breve risata. Scende dalla scaletta, fa un passo verso la finestra di destra, torna indietro a prendere la scaletta, la piazza sotto la finestra di destra, vi sale, guarda dalla finestra. Breve risata. Scende dalla scaletta, si dirige verso i bidoni della spazzatura, torna verso la scaletta, la prende, ci ripensa, la rimette a terra, si dirige verso i bidoni, solleva il lenzuolo che li copre, lo piega accuratamente e se lo mette sul braccio. Solleva un coperchio, si china e guarda dentro il bidone. Breve risata. Richiude il coperchio. Lo stesso fa con l’altro bidone. Si dirige verso Hamm, solleva il lenzuolo che lo copre, lo piega accuratamente e se lo mette sul braccio. In vestaglia, il capo coperto da una calotta di feltro, un ampio fazzoletto macchiato di sangue spiegato sul volto, un fischietto appeso al collo, un plaid sulle ginocchia, spessi calzini ai piedi, Hamm sembra addormentato. Clov lo guarda. Breve risata. Va verso la porta, si ferma, si volta. contempla la scena, si volta verso il pubblico.

  8. Roberto Bertoldo

    Prima di tutto ringrazio Giorgio Linguaglossa, al cui ultimo quesito penso di rispondere in filigrana, per il continuo interesse che dimostra verso i miei libri, anche verso questo libello che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un saggio più corposo a cui sto lavorando ma da cui l’ho voluto scorporare affinché risaltasse l’apporto metodologico dello scetticismo [anche gnoseologico, come dice bene Linguaglossa, ma per me solo riguardo le presunte verità ontologiche], di uno scetticismo però rivisitato alla luce, come ho scritto, della «verità logica del cogito e di quella metafisica del possibile». Poi so bene che chi sviluppa una personale visione del mondo può non valutare tutte le conseguenze d’essa, conseguenze che, nel campo ancora meno oggettivo della filosofia, riguardano le interpretazioni. Non mi addentro dunque nelle varie considerazioni che sono seguite vertendo sul piano fenomenico, in particolare estetico, assente in questi termini nel mio libello. Ribadisco solo che io non mi oppongo al “Cogito ergo sum” cartesiano ma sostengo che esso è una dimostrazione fenomenica, e non ontologica come invece di norma si pretende, e come tale funge da fondamento al valore degli accertamenti, sia pure un valore provvisorio. Così come, a livello ontologico, a comprovare lo scetticismo è la possibilità che tutto accada, ma se questo mette in dubbio perpetuo la verità ovvero la conoscenza ontologica, non impedisce l’azione che si basa invece sulla falsificabilità della certezza ovvero della conoscenza fenomenica riguardo la quale intervengono il relativismo e il fallibilismo, che non hanno il potere dello scetticismo d’antan di sminuire, non per colpa sua ma a causa delle forzature dei dogmatici, l’intenzionalità. Insomma, lo scettico può benissimo uscire di casa con l’ombrello se certifica che piove, addentare un oggetto che giudica essere una mela, guardare nonostante la sua presunzione egotica a destra e a sinistra se giungono automobili prima di attraversare la strada, in quanto nel dubbio che tutto possa essere mera immaginazione il dubbio non distrugge comunque la possibilità, anzi la rivivifica. Liberato altresì il mondo ma non il pensiero dallo scetticismo, l’uomo può agire con rinnovata caparbietà e pensare con serena tolleranza. La rivalutazione mediana dello scetticismo, tanto quanto la presa di distanze dagli atteggiamenti fenomenologici, dal capitalismo, dai misticismi, ecc., sono gli atti essenziali di quel nullismo magari esteticamente poco piacevole ma che è la sola via, ravvisabile particolarmente in Leopardi e Camus, di superamento del nichilismo assiologico, la vera conseguenza deleteria della consapevolezza del nulla ontico e ontologico a cui apparteniamo.

    Roberto Bertoldo

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