Karel Šebek (1941-1995), 3 X Nulla, Cura e introduzione di Petr Král, Traduzione di Antonio Parente, Mimesis-Hebenon, Milano 2015, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: Un compiuto progetto poetico di azzeramento del sensorio

 

Foto Karel Teige

Karel Teige, collage

Commento di Petr Král

Karel Šebek, agente doppio di se stesso, castoro-conquistatore, protettore e protégé di sua nonna, usurpatore e liberatore segreto di Jilemnice, mascotte e fantasma degli Istituti di Dobřany, Sadská e Kosmonosy, guardiano notturno e scrivano che con la sua veglia ha impedito che la realtà si addormentasse per sempre.

Nato il 3 aprile 1941 a Jilemnice, misteriosamente scomparso nella primavera del 1995 (come lui stesso aveva predetto in un testo degli anni Sessanta Il mondo si punisce e piange: «I cani da caccia non fiutano ancora il luogo dove una volta mi smarrii del tutto»); dal momento che il suo corpo non è stato mai trovato, si può supporre si sia trattato di omicidio più che di suicidio, che in precedenza aveva invano tentato più volte. Cugino del poeta e psicoanalista Zbyňek Havlíček, fu grazie a lui che si avvicinò alla poesia e prese a conoscere i surrealisti di Praga, soprattutto i rappresentanti della «terza generazione surrealista», con i quali socializzò intensamente prima della partenza di alcuni di loro per l’esilio. Sempre con l’aiuto di Havlíček, divenne infermiere dell’ospedale psichiatrico di Dobřany, dal quale tentò di fuggire in Germania in compagnia di due ricoverati, e dove fece ritorno come paziente successivamente all’arresto del trio di fuggitivi da parte della polizia; soggiornò di nuovo a Dobřany anche prima della sua scomparsa, avendovi trovato l’anima gemella e protettrice (e anche co-autrice) nella dottoressa Eva Válková.

petr kral 1

petr kral

L’opera di Šebek fu influenzata da una serie di artisti surrealisti, da quelli – cechi o stranieri – che aveva conosciuto grazie alla sua opera di instancabile copista dei loro testi, a quelli che prese a frequentare di persona. Dai poeti che lo colpivano in modo particolare non esitava a prendere in prestito temporaneamente sia il tono sia l’intero stile figurativo, sviluppandolo, però, in  modo proprio e portandolo a nuove conclusioni e a scoperte di paesaggi sconosciuti. Nella sua poesia possiamo distinguere varie fasi; dopo i primi testi di inizio anni Sessanta, dove prevale soprattutto l’influenza di Zbyňek Havlíček e Vratislav Effenberger –  e dove il lirismo del primo si fonde con “l’immaginazione critica” dell’altro  –  nel 1963 rimane ammaliato dall’opera di Stanislav Dvorský (grazie alla lettura di Binari e poi anche dei testi che faranno parte di Gioco al recinto), sviluppandone gli impulsi in sistemi erratici personali, in monologhi “assurdi” e in statici microdrammi tra le quattro mura (Conversazione, 3 volte Jilemnice); verso la fine degli anni Sessanta riecheggiano nei testi di Šebek anche le poesie dell’estensore di questa nota, con il quale è in sistematica corrispondenza epistolare. Agli inizi degli anni Settanta, successivamente alla morte di Zbyňek Havlíček, nei testi di Šebek ricompare parzialmente il lirismo iniziale di Havlíček (soprattutto nel ciclo istigato dalla sua relazione con Hana K., conosciuta durante il suo soggiorno a Kosmonosy) e, contemporaneamente, aumenta anche il numero di immagini autodistruttive; per fortuna, però, l’umorismo rimane un tratto permanente di questi testi. Dopo diversi cicli di poesie scritti individualmente per vari amici, ai quali li invia come ripetute grida d’aiuto, scrive anche delle interpretazioni poetiche dei disegni di alcuni di essi, in particolare di Martin Stejskal (che Šebek stesso portò da Jilemnice introducendolo tra i surrealisti di Praga) e di Pavel Turnovský. Purtroppo crescono anche i suoi tentativi di suicidio e i soggiorni negli istituti, durante uno dei quali porta a termine, nel 1990 – prima di tale anno, a quanto pare, vi fu una lunga pausa nel suo lavoro, un silenzio durato vari anni – un testo esteso e, come lui stesso affermò, riscritto più volte, 3 x nulla, dove a suo modo fa i conti con Dio o con la propria “figura paterna”.

Il punto di vista delle poesie di Šebek muta nel corso degli anni, la fantastica obiettività delle immagini dei primi testi acquista successivamente un senso maggiormente psicologico, e alla fine i suoi scritti scadono in una confessione personale; František Dryje è l’unico critico ad evidenziare, a tal proposito, i limiti di un tale sviluppo, altri – come Jan Nejedlý – sottolineano invece in maniera abbastanza banale questa psicologizzazione. Ad ogni modo, le beffarde diagnosi del mondo nei testi di Šebek lasciano il campo ai resoconti sulle difficoltà che all’autore procura il vivere nel mondo; i testi vanno concentrandosi sempre più su poche permutazioni di motivi ossessivi,  mentre assistiamo ad una nuova ripresa lirica in quei testi scritti per la dottoressa Válková (o insieme a lei) che il poeta compone negli anni di poco precedenti la sua scomparsa. L’esperienza poetica delle prime composizioni e «corse», il cui sarcasmo e apertura al mondo per fortuna non scompaiono completamente nemmeno nelle confessioni successive, continuando così ad aprire anche alle scoperte poetiche impersonali e agli sguardi innovativi sulla realtà.

fotofilm realizzato da Cristina Boldrin e Disan Danilov Дисан Данилов per il Ponte del Sale

Contrariamente alle affermazioni di alcuni commentatori, anche gli scritti creativi iniziali di Šebek possono essere considerati poesia, ma quei testi improvvisamente crescono in ampiezza ed entrano in una particolare tensione con la prosa, alla quale a tratti si avvicinano; nei testi più lunghi di Šebek, inoltre, i brani di prosa sono intervallati da versi, mentre alcuni sono scritti completamente in prosa. Nel percorso dal delirio surrealista all’ossessione  “involta su se stessa” alla maniera di Dvorský, Karel crea anche un particolare stile ostinatamente descrittivo, con il quale gioca con i più piccoli dettagli di scenari e scene della vita quotidiana (Il giorno di scuola murato, Discussione) e al cui impatto coinvolgentemente mostruoso partecipa anche la costruzione della frase, anormalmente estesa (catene illimitate di complementi aggettivali e avverbiali) sommariamente dichiarata dai critici come mera goffaggine. Nei testi più tardi, all’oscillazione tra versi e prosa va aggiungendosi anche lo snodamento dei diversi significati oggettivi e simbolici delle espressioni usate, dove anche i più urgenti degli ultimi continuano a serbare la possibilità di un ritorno e la capacità di ritrasformarsi dalle immagini dell’ansietà di Šebek in un coltello o in una vespa veri e propri. Il verso del poeta, è vero, perde, con la sua tendenza alla confessione, l’estensione prosastica e si accorcia sensibilmente, ma anche in questo senso non chiude la via del ritorno: nelle interpretazioni delle opere di pittori suoi amici, nel testo dove alle visioni in libertà si alterna il loro commento autoriale “auto-critico” (Poche parole aggiuntive) o nella meditazione notturna 3 x nulla, il verso riacquista ampiezza e anche una struttura dettagliata, il monitoraggio dello sviluppo del pensiero poetico supera la sua sintesi figurativa.

I periodi più ispirati della sua opera sembrano essere gli anni 1962-1963, 1973-1974 e quelli a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. La seguente selezione dei suoi scritti è tratta dagli archivi personali di Stanislav Dvorský, Jan Gabriel e mio personale. Le uniche correzioni che ho apportato riguardano evidenti refusi ed errori grammaticali.

Giorgio Linguaglossa specchio (2)

Giorgio Linguaglossa in ascensore, Praga, hotel Bila Labut, 21 agosto 2018

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Un compiuto progetto poetico di azzeramento del sensorio – Una poesia composta interamente di «stracci»

«Come un pescatore che cattura se stesso con l’amo»

Nella poesia di Karel Šebek ci troviamo il «chiacchiericcio», una grandissima quantità di chiacchiericcio, discorsi strampalati, scombiccherati, casuali, variegati. Poesia magistrale nel suo sottrarsi a qualsiasi intentio comunicativa o comunicazionale, a qualsiasi intenzione suasoria, assertoria, assolutoria, consolatoria, ma anche rigorosamente severa nel suo ritrarsi dinanzi a qualsiasi reintroduzione del «senso» (parente del suasorio e del sensorio e quindi morfologicamente concetto conformistico). Karel Šebek è forse tra i poeti cechi che ho letto nelle traduzioni di Antonio Parente, l’autore più nichilistico il più drastico nel suo progetto di disimpegno nel disegno di una poesia priva di funzione poetica, di utilizzabilità. Una poesia infungibile e inutilizzabile che avrebbe mandato in visibilio Pasolini e avrebbe fatto infuriare Montale. Leggiamo qui:

«…in cortile crescono i surrealisti e fanno smorfie agli esistenzialisti mentre m metto in piedi davanti alla mia porta come se facessi la fila per la carne.

In realtà ho cominciato a trasformarmi in cane giù all’inizio del testo quando mi sono addormentato alla macchina da scrivere col metro in mano. Ma il mio abbaiare si sentirà solo tra un istante. Finora luccica al buio soltanto il collare, tempestato di mirtilli. le orme portano dalla porta al tavolo e poi continuano nelle singole pagine. Ce ne sono esattamente tante quante i residenti di questa casa. Per il momento non ci diamo fastidio l’un l’altro quando scriviamo anche se abbiamo tutti la stessa pelliccia.

(Le righe successive devono essere lette solo con gli occhi chiusi. Allo stesso modo sono anche state scritte. Chi non lo farà sia pronto a sopportare le conseguenze delle proprie azioni:)».

Noi sappiamo che nella poesia italiana che si fa oggi, ad esempio quella  che corre in certa editoria maggioritaria, si utilizza un «chiacchiericcio», un descrittivismo tipico dei chierici, un descrittivismo senza costrutto, senza teleologia, senza metafisica, a vanvera, una fraseologia-pretesto, senza contesto, che è la contraffazione della «chiacchiera» eliotiana, quella sì, di nobile ascendenza!. In Eliot c’è sì la chiacchiera, ma dietro di essa c’è una metafisica, è questa la differenza tra i poeti di rango e i versificatori di oggidì. Nella poesia neorealista che si fa oggi in Italia non c’è davvero niente da scoprire, non c’è nessun accadimento, non c’è evento. L’aspetto grottesco del neorealismo fraseologico nostrano è che i letterati domenicali vogliono apparire intelligenti, e invece la poesia tira loro un tiro mancino, li sgambetta, gettandoli sul lastrico della banalità.

In Šebek, dicevo, c’è un progetto poetico agguerrito, micidiale, perseguito con grande severità: quello di voler sottrarsi a qualsiasi utilizzazione del suasorio e/o dell’anti suasorio. La sua poesia è esteticamente inaccettabile, e tale vuole essere; vuole essere qualcosa di infungibile. Un progetto poetico serissimo che non concede nulla a nessuno, che chiude tutti i rubinetti all’ermeneutica su ciò che è del poetico e dell’anti poetico, o dell’anipoetico, su ciò che è sensato e su ciò che non lo è. Qui siamo veramente dinanzi ad una scrittura ridotta allo zero della significazione in sibemolle, neutralizzata in quanto consapevole del proprio effimero non-progetto.

Ora, dicevo, questo non-progetto, questo grottesco-non-grottesco, che è un progetto perseguito con grande determinazione, portato alle sue estreme conseguenze, ha qualcosa di grandioso e di serissimo. Un compiuto progetto poetico di azzeramento del sensorio. Una poesia composta interamente di «stracci», come noi della nuova ontologia estetica stiamo  propugnando da tempo. Come scrive Petr Král, Šebek «con la sua veglia ha impedito che la realtà si addormentasse per sempre».

Karel Sebek

Karel Šebek (1941?)

Poesie di Karel Šebek

Questa città è una purea pepata di tanto in tanto dai poliziotti
in libreria
la carta si rivolta
insieme allo stomaco
la carta è la coccinella dai sette punti lo stomaco perfettamente
vomitevole
da qualche parte sopra la ringhiera dell’alba
perché non voglio sottrarmi alla malattia mortale della notte
la sola a produrre i batteri fantastici della poesia
contagiosa come l’idea di se stessi in un film
visto attraverso lo spioncino nella camera da letto del lupo
è stato tanto tempo fa
sento ancora il colpo di martello
nel bel mezzo della mia nascita
quando al mio posto è giunta la peste e lo scorbuto
la peste è giunta come si è allontanata
sono la peste nelle arterie della salamandra
bombardata da tempo immemorabile da un sacco di bombi
sopra di me il boccale come la bandiera sul defunto
la cicoria della morte fiorisce lentamente
come si va sformando il tendone da circo sul mondo
e come forse una volta scomparirà per sempre il terribile spettro
dell’essere umano
il rumore infernale della macchina che mi fa la terza guerra
mondiale nella testa
alla quale romperei volentieri il muso che le manca così
dannatamente
come a me i trampoli alti centinaia di metri
in modo che conosca la delizia oltrenube della solitudine
in modo che possa finalmente liberarmi dalla catena maledetta
delle parole
e il mio amore non marcisca sul foglio
le frasi si intrecciano si annodano perciò invidio anche il gomitolo
di serpenti
sono veri compagni con i testicoli come se mandati dal cielo
ed è una frase la cui arguzia riempie la pancia fino a quando
non scoppia
nel pollaio del mio sistema nervoso
e una ragazza facile che mi rende difficile il cervello
mi canta sulla strada per l’incesto
fino al punto in cui arriva l’agognato lusso della guerra

(1978)

hebenon-18-sebek_copia
* * *

Lì dove sbocciano i fiori dei naufraghi
su una nave che è porto per se stessa
infido come una scure con la quale ho colpito il bagno
a mezzanotte
poiché conosco le lune e suoi pazienti
che contemplano la luna ad ogni luna
come fosse lo stipendio mensile
dopo questi roditori davvero non rimarrà più nulla
nemmeno il piatto in mano al cameriere
questo giocoliere con la sete e la fame
diverse da quello che ho in mente
è la somma delle bolle al naso
così come il latte è proprietà delle mucche
genero il testo come un idiota
nella cassa bucata della vita
come in un cappello in cui tuona
il fulmine tradisce la sorte
e io
omaggiato di ortica al posto del rasoio
osservo il feretro della città marciare in un unico luogo
lo sgambettio da zero all’infinito
i sorrisi impastati di fango
osservo l’essenza della realtà come di un cinghiale
e il manicomio è la mia seconda casa
non sono versi da recitare sul podio
ma chiodi per la vostra bara
nella bara c’è buio
e il buio è quello che mi è rimasto dall’infanzia
è malinconico e spezzerebbe anche il cuore di un orso
che un bel giorno ha demolito la classe scolastica e mi ha mangiato
la merenda
come mille diavoli appena rilasciati dal carcere
come un libro con migliaia di orecchie d’asino reale
che mi porta ad esplorare l’interno del mio occhio
finalmente vedo davvero dentro di me
vedo l’amo che lancia un messaggio di avviso alle carpe
l’infinita solitudine del pescatore la solitudine che possiede
quest’amo
e la nostra terra lebbrosa di idiozia
l’idiozia di cui sono formato
la scacchiera sparpagliata della verginità del comunismo
poiché è notte e la notte è solitudine bellezza e sangue
poiché è notte e io noto la notte
la notte sparviero

(1978)

* * *
I denti delle unghie nel cervello
di bambino con la tenerezza di leone
davanti alla gabbia come in gabbia
il bambino con la criniera di leone
quando la pioggia recita una poesia
sul vento che lo porta
dalla scuola costruita da scheletri di insegnanti
davvero dei crani nudi
la lama prende vita nelle mie mani
nell’isola di voce o in cima alla torre
appuntita e tagliente come la solitudine di una matita inutilizzata
e le sue labbra al di là di tutti i poeti e delle loro opere
mi trasformo in un cannibale baciando le labbra
e il compasso un tempo da qualche parte traccia la copia di
un’antica foresta
vado per funghi
e i funghi raccolti come la raccolta di opere del comunismo
richiedono tatto noto solo al carnefice
ultimo nel fiacchere della speranza
il carnefice muore nell’ultimo giustiziato
e lo stupendo volto del piatto
inghiotte la fame si rimpinza di fame
la torre della fame del pranzo
quando le rose cadono dal cielo
e il giardino si solleva nell’aria
e così ci incontriamo
anche se fosse col muso rotto
e la mia insonnia
adesca gli uccelli notturni
come i maccheroni di lombrichi
al centro della città c’è la città
nella casa la casa
il mio letto con tante porte e finestre
che non ho la risolutezza di andarmene
perché esiste una sola
isola nel mio occhio
dietro le sbarre delle palpebre
quando la mostruosità di cui sono composto dorme
e dall’abbandono sguscia la poesia come un uovo che cova
la gallina

(1978)

.

Vítězslav Nezval e Karel Taige in teatro

Vítězslav Nezval e Karel Teige in teatro

Quando l’ultima fiammella del sole morente si trasferirà nella mia
sigaretta
fumo come se si trattasse del padrenostro
ci sono diversi sport che possono essere praticati nell’armadio
un bel giorno sentirò il telefono nella foresta notturna
e constaterò che esiste l’amore
come esiste la lama o la margherita
la margherita come una lama
e le ombre della sera allungano ogni mestizia
quando non si riesce a rinchiudersi davanti alla vita
nella conigliera dove una volta vorrei proprio accomodarmi
quando sto finendo con la descrizione del cappello
il cappello
l’unica poesia che si può portare in testa

(1978)
A conclusione della poesia

Il testo inizia e finisce con una verticale sul letto in sogno
non ho mai voluto torturare le ore caricando la cremagliera
le assonnate recinzioni degli occhi si trascinano per le vie notturne
guardo me stesso dalla finestra nella stanza dove già mi staglio
stupidamente da anni interi
dove remigano le nuvole del letto e le nuvole del tavolo i nembi
della sedia
così mi ritrovo metà fuori metà dentro come se non sapessi dove
ficcarmi con la tempesta che si avvicina
ma è solo il lampo del tuo corpo quando ti spogli insieme alla notte
è solo il mio vecchio lanciamine della bocca per la cartapesta
della scatola di immagini da tempo infrante
allora quando per l’ossessione ti ho spogliata anche
della biancheria da letto
è la storia in realtà la storia delle posate del nostro amore
è la storia del nostro banchetto nuziale della nostra ostia nuziale
della nostra bestia nuziale
ma dal buco del soffitto già arriva il maestro di ogni ideologia
si tratta di un cruciverba senza soluzione di una soluzione senza
cruciverba come la vuotezza della piazza dei lebbrosi dove
nemmeno il cane rognoso mette piede
ma col dito non puoi fare un buco nel muro
anche se so bene che per un buco nella vita basta il portafoglio
della bocca spalancata
un buco nella vita la falla del pensiero e una puttana al posto
del cuore
non sono mai uscito dalla porta fuori di me

(1981)
I rumori del silenzio

Infilare le porte chiuse cento volte
è un cadere nell’ignoto della miseria della ricchezza
gli occhi portano altrove che i cammini
ma ogni cammino viene assegnato dagli occhi
e i ricordi sono solo un boomerang
getto la macchina da scrivere nella rete con i ragni
per liberare la mosca in segno della mia vita
e con lei questo intero mondo imputridito
l’orologio non mostra le ore ma il luogo e il tempo per l’amore
e l’ultimo a chiudere gli occhi
vedrà una donna bella come un bastone da passeggio
perdonami i versi precedenti
la risata dell’abisso della nudità del cuore le frecce di rabbia
non riesco a centrarti nemmeno la millesima volta
in alto sulla torre dove gli uccelli non arrivano
la povertà è un filo spinato
sfido questo inverno a duello
in modo che sia di nuovo la palla di un bambino nel parco e
le donne come fontane
fino a quando l’essere umano non alzerà l’ultima mano su una
delle ultime persone
l’opposto del paradiso l’opposto della beatitudine il fuoco di morte
hai giocato troppo a lungo seduto di fronte c’è un fiore
che non si svolge come questo romanzo
che non finisco di scrivere perché amo la notte
e oltre l’ultima palizzata
il treno trasporta lontano le mie idee le valigie il carbone
e le persone

(1982)

La sigaretta del testo

Cala il cappuccio della sera
posseduta dalla poesia di questa casa nefanda
in cui vivo per la morte
cala la notte sul cappuccio del prato
cala la sera e il mondo nella notte
in cui soggiornare in una signora è luce inestinguibile
quando la luna cala nella cuccia del cane
sarà di nuovo la stessa
notte sulla sedia sotto la supervisione di stelle in uniforme
con l’ondina che si sveste sul foglio
si tratta di uno striptease e non di poesia
lo striptease nello stagno della macchina da scrivere
guarda le labbra hanno occhi
e le orecchie parlano
mentre vi ripongo le parole
come un revolver per dormire se avessi un revolver
sarebbe un’altra poesia
un altro esplosivo di testo
e l’unico spiraglio che resta in questa impermeabilità
vi si vede la signora del bosco e le bambinaie dei campi
vi si vede la vaccheria dello stato
circondato dal filo spinato quando la respirazione è un privilegio
si vede l’occhio del fucile
puntato sul mio occhio
le automobili fino alla perdita d’occhio dell’idiota
e le persone competono tra di loro col lanciamine delle loro mani
i moschetti nascosti nei calzini
come argomento della giornata odierna e di questo testo
le mani posano i martelli delle mani sulle mani
con la mano sul vostro posteriore dove avvampa il vostro cuore
la mano come poesia come un tatuaggio sulle mani
scrivo
coperto dalle cicatrici del ghigno delle metafore
perché dietro le quinte c’è sempre il diavolo
in modo che la poesia sia perfetta
maledetta dal cielo
nell’ultima riga come nell’ultimo fossato

(1982, 1983)
* * *
La macchina da scrivere al ritmo del treno
rimanda la mia stanchezza e immobilità
sotto il cappello è la notte
il profondo lago della notte
quando mi ritrovo vittima del comandante dei pompieri
verso di me vola il tomahawk della mosca
Mirek Drozd legge tra sé il suo Proust
leggo negli occhi del diavolo i miei versi
verso significa la confusione della mezzanotte
verso significa una caduta dalle rocce
sul fondo del cucchiaino di miele
nelle grotte di lampioni
sulla via della cascata
una signora volante
siede alla testa di un signore volante
che vola su una bici volante verso l’inferno
ed è il momento in cui non ti vedo
mentre siedi pensierosa con le palpebre cucite da Lautréamont
mi disegno un bastone in mano
mi disegno una camicia sul petto nudo
i miei passi disegnano il cammino
lungo il quale incedo tra i detenuti della libertà
sulla via del caso e della giornata odierna

(1983)

* * *

ad Hanka Jüptnerová

Ho chiesto alla macchina da scrivere se sa ridere
e il bambino nascosto in lei
mi ha risposto qualcosa sull’inviolabilità della città e della poesia
della città che non è poesia e della poesia che non è una città
un giorno vivremo tutti lì
sotto lo stesso tetto sotto il sole delle parole
il gelo tatua il paesaggio
e vento e neve giocano a pallavolo
se solo avessi almeno un cappello
non solo per salutare
le mie quattro mani stanno per bruciare quello che ho scritto in due
giorni
e tra poco sto per andare dalla signora Hanka come se fosse una
liberazione
il gioco a scacchi delle figure per strada non mi interessa
ho perso tutte le uscite dal mio labirinto
e non è solo il gelo a portare freddo
anche la mano della parete di fronte a me
che si allunga verso di me quando dormo
da quando credo che tutto quello che scrivo è stilizzazione
quand’anche negativa
oramai scrivo solo quando non posso stare senza parole
cosa mai ho fatto per meritarmi il ventesimo secolo
cosa mai ho fatto per meritarmi questa città
cosa mai ho fatto per meritarmi la poesia
e se così non fosse indosserei una maschera rossa e deruberei
non solo immagini e parole
rubare a voi bella signora un po’ di felicità
tutti i giorni stirato e lavato e riscaldato vicino alla vostra cassa
di risparmio
i migliori sono già morti non più in vita
le loro tombe che non visito
nemmeno Zbyňek per lasciarlo in pace mi costerebbe un sacco
Vrchlabí non è città per il poeta
la fetida iena della città
ridacchia di me sono alla sua mercé
mentre mio padre nella stanza accanto
cucina il pranzo il giorno ride e nessuno sa della mia poesia
perché continueremo a scrivere nel cassetto e anche altrimenti
e nulla cambierà
ma per rassegnarmi non ho l’armatura metallica

(1984)

Annunci

7 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia ceca dl Novecento, Senza categoria

7 risposte a “Karel Šebek (1941-1995), 3 X Nulla, Cura e introduzione di Petr Král, Traduzione di Antonio Parente, Mimesis-Hebenon, Milano 2015, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: Un compiuto progetto poetico di azzeramento del sensorio

  1. fotofilm realizzato da Cristina Boldrin e Disan Danilov Дисан Данилов per il Ponte del Sale

  2. Nel “chiacchiericcio” di Karel Šebek e nella mancanza di costrutto, di cui si è detto, colgo la necessità di poesia per poter vivere. Da qui la mancanza di senso, o di pensiero metafisico, perché in un contesto di difficoltà pratiche ed esistenziali queste cose arrivano superflue, e il poeta potrebbe sentirsi menzognero.
    Poesia rivela l’aspetto nudo della sua necessità. E il surrealismo, con quelle analogie scoperte, che sembrano dettate da automatismo, pare la soluzione migliore, in quanto basta poco alla mente per tenere insieme un branco di pensieri.
    Francamente, io preferisco questo surrealismo a un certo altro che sento di maniera, infiocchettato di metafore appariscenti.
    A conti fatti, Karel Šebek a me sembra più un espressionista. Gli manca solo un maggior intervento formale, lo spezzettamento visivo del linguaggio… Ma queste poesie si fanno leggere, e anche questa è necessità.

  3. IN NOME DEL SILENZIO

    Certo, nel cielo giovane quei florilegi arpeggiano alti e biondi dai cantieri rosa.

    Le signore impagliano sorrisi tristi, ma le ragazzine sanno di tempeste di arcobaleni da scuotere le cassaforti.

    Molti dicono che la caccia è chiusa, che il museo degli squarci è svanito, ma contemplate la pietà discinta, il cuore che riconosce i codici dei boschi.

    Poi giungono le vesti serali, le nuvole moribonde, le oche ammalianti volano sul palco e la Dea si oscura per l’eterno.

    O gli spettri escono dall’incenso per comporre frasi floreali, come quando si uniscono i sogni per contrastare l’asfalto, e le statue fulve conducono fra fontane e rossori, nel cuore di quel Roseto che è il respiro dei tabernacoli.

    Ma l’orologio orgoglioso tuonò, i passanti mi confusero, i bisavoli mi trascinarlo sulla costa,

    e la sua voce…

  4. mi dispiace che le poesie di Karel Sebek abbiano riscosso così poco interesse, io invece sono dell’opinione che la poesia del poeta ceco sia di grandissimo merito… finalmente una scrittura che si disinteressa completamente della nozione volgare di «comunicazione», nozione così volgare e sciocca da rasentare l’anatema, ma poiché sono una persona educata mi limiterò a dichiarare e a ribadire per l’ennesima volta che una poesia che miri alla «comunicazione» è una poesia già nata morta… per comunicare delle sensazioni o dei messaggi la poesia non è il mezzo più idoneo, per quelle cose lì ci sono gli strumenti della comunicazione mediatica che espletano in modo eccellente quelle funzioni… le funzioni comunicative sono funzioni fisiologiche del linguaggio, sono le funzioni del minimo comun denominatore comuni a tutto il genere umano.

    Penso che soltanto liberandoci dell’idea banale e corriva di «comunicazione» la poesia italiana metterà le ali… ma riconosco che non è facile affatto.

    Ecco un pensiero del giovanissimo Beckett venticinquenne in proposito:

    «Il tentativo di comunicare, laddove nessuna comunicazione è possibile, è soltanto una volgarità scimmiesca, o qualcosa di orrendamente comico, come la follia che fa parlare coi mobili. […] Per l’artista che non si muove in superficie, il rifiuto dell’amicizia non è soltanto qualcosa di ragionevole, ma è un’autentica necessità. Poiché il solo possibile sviluppo spirituale è in profondità. La tendenza artistica non è nel senso dell’espansione, ma della contrazione. E l’arte è l’apoteosi della solitudine. Non vi è comunicazione poiché non vi sono mezzi di comunicazione».

    (Beckett, Proust)

    Ottima la poesia scritta da Carlo Livia…
    Copio e incollo questa poesia di Lucio Mayoor Tosi come esempio di composizione che si sottrae alla «comunicazione»:

    Lucio Mayoor Tosi

    Tra di noi

    Nessuno ci aveva avvertito, nessuno sapeva. Fu in prossimità della Luna Che cominciammo a dire parole senza senso, per Di Più cantando. Tutta colpa della gravità musicale Che Ronza Attorno al pianeta serra.
    Stai sorridendo. Chi, io? Sì tu. Già, sorrido.
    C’è qualcosa di Pericoloso su questo pianeta. Non Sarà stupefacente?
    Com’eravamo ingenui!

    L’infinito volo della farfalla Sfuma Nel tinello di una casa condominiale, e dentro l’acciaieria il bianco della sposa; la guancia di tuo figlio mentre solo scrivi e ti accarezzi la fronte infinita sponda, luce del mattino e richiamo delle cose come onde, come Tra le onde il pudore del mare.

    Nasco e muoio Tra il collo e le scarpe. Il collo per i colpi ricevuti, le scarpe Perché Già lo so Che saran di me l’ultima parte che se ne andrà. Qui la morte abbonda, non è Una rarità. La vita è breve e il tempo oscilla, d’un tratto son cinque anni, poi Cinquanta.
    Affonda Nel lavoro lo sterco della povertà. Perdona se l’epoca è questa ma son centinaia d’anni Che aspettavo. Non si muore in eterno.
    Come bolle d’aria nel vento, come sguardo senz’occhi, Nella matematica pura e l’economia del dare.

    E tu che Camminando danzi? Io no. Tu, sì. E’ il Corpo: come mi sta? Come ti senti?
    Mi tremano le gambe, tremo all’idea, tremo alla voce. Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente.

    (Candia Lomellina, gennaio 2015)

    • Commosso per questo ricordo. Ero giovane, tre anni fa, uscivo più spesso da casa. Ora moltiplico immagini virtuali, quelle in rete, quelle “reali” e le mie, quelle che non so davvero più da dove possono arrivare. E non faccio differenza; ci sono atomi osservanti, che possono vedere tutto ma non sanno fare null’altro che osservare, tutto e loro stessi. Non è solitudine, un sentirsi soli, qui nessuno è solo; c’è l’unico, l’unicità, un agglomerato di sostanza reattiva che ancora riesce a sorprendermi. Il resto sarebbe uno spettacolo. Ma c’è sempre chi rompe… “Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente”. Quando scrivevo così facevo uso di procedimenti informatici.
      Non vorrei essermi espresso male, in merito alle poesie di Karel Šebek. Le intendo per quell’ondeggiare di frammenti visivi. Appunto, ondeggiante, che pare adesso uno scherzo della libera frammentazione in verso libero, se scritto con fare di continuità. E’ un inganno che si può ben trovare nelle poesie di Gabriele, anche se queste non ondeggiano perché G. mette attenzione in ogni frammento. Mi pare che l’insieme non sia dovuto nemmeno alla sorveglianza. Da Karel Šebek s’è fatto qualche passo in avanti. Non io nel 2015, forse c’era quello che serve: una mente bislacca, piena di immaginazione, ma non sarebbe questo importante senza anche poesia. Spiace di non sapere nulla di Karel Šebek, e dovrei ancora rileggere: mi piacciono le chiusure perché sa finire in piedi, cioè senza fare la morale o spargere sentimento.

  5. gino rago

    Fondiamo ad alte temperature i versi di Transtromer e di Różewicz
    [ prelevati dall’e-book realizzato da Rossana Levati al liceo Alfieri di Asti con le sue allieve]:
    “L’abisso che vuol far visita agli uomini senza mostrare il suo volto”
    (T. Transtromer, “La lugubre gondola”)

    “non compongo un tutto sono stato infranto e scomposto
    chi mai si chinerà chi avrà interesse per questi frammenti”
    (Tadeusz Różewicz)

    e con ogni probabilità troviamo la chiave giusta per aprire la serratura della poesia-porta di Šebek almeno quando in questi versi egli dice

    “oramai scrivo solo quando non posso stare senza parole
    cosa mai ho fatto per meritarmi il ventesimo secolo
    cosa mai ho fatto per meritarmi questa città
    cosa mai ho fatto per meritarmi la poesia
    e se così non fosse indosserei una maschera rossa e deruberei
    non solo immagini e parole…”

    GR

  6. letizia leone

    “Se il mondo ha preso una piega delirante, bisogna assumere un punto di vista delirante”. Questa citazione della quale non ricordo più l’autore mi ha accompagnato nella lettura dei versi potenti di Sebek. Perché concordando completamente con l’esegesi di Linguaglossa e P. Kral il risultato finale di questo pseudo surrealismo, falso chiacchiericcio infra-psichico, nervoso, disautomatizzante o superficialmente insensato è potenza poetica dalla forte presa esistenziale/esistentiva:

    “il giorno ride e nessuno sa della mia poesia
    perché continueremo a scrivere nel cassetto e anche altrimenti
    e nulla cambierà
    ma per rassegnarmi non ho l’armatura metallica”

    Oppure:

    “come si va sformando il tendone da circo sul mondo
    e come forse una volta scomparirà per sempre il terribile spettro
    dell’essere umano
    il rumore infernale della macchina che mi fa la terza guerra
    mondiale nella testa “

    Allarmata alterazione degli eventi, continua provocazione del linguaggio per liberarlo da una sua malattia logica e funzionale (questa sì, forse, forzatura insensata) e grandi affondi obliqui sul presente e le sue incongruenze. Grazie per questa importante pagina dell’Ombra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...