Leopoldo Attolico – Poesie da Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016,  Marco Saya Edizioni, 2018 pp. 580 € 25 – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Attolico sbarca sulla luna delle follie quotidiane con il suo bagaglio di attrezzi ironico-istrionici

Foto animated blanca_suarezLeopoldo Attolico, (Roma, 5 Marzo 1946), ha pubblicato, a partire dal 1987, sei titoli di poesia e quattro plaquettes in edizioni d’arte, materiale confluito assieme a numerosi inediti nell’opera omnia Si fa per dire, Tutte le poesie, 1964-2016, Marco Saya Edizioni, 2018.

È dunque probabile che la poesia che viene in mente

al soggetto pensante, non scaturisca come le somme di un’addizione

su cui ci si sia affaticati dopo aver tirato una riga sotto gli addendi.

Questo è legittimo pensarlo per il pensiero ingenuo

che pensa una poesia come un’addizione

ma è illegittimo per un pensiero che si ponga criticamente davanti

alla sommatoria di due addendi

.

(Giorgio Linguaglossa)

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Ho letto di recente una decina di libri di poesia pubblicati da Einaudi, Mondadori. Che dire? Sono scritti in una koinè comprensibile e anche condivisibile, confortevole, una koiné internazionale che ha il passaporto europeo e quindi idonea all’esportazione di un materiale lessicale e stilistico confortevole, lodevole, europeista. Tutto ok, tutto politicamente s-corretto. Meraviglioso! Non c’è niente da dire, niente, dico, da critico e ermeneuta della poesia. Appunto, non c’è niente da dire su di essi, e questo lo trovo, appunto, meraviglioso. Che altro potrei dire? Sono stupefatto dalla bravura degli autori… costoro scrivono per la nicchia, per lo specchio della nicchia, scrivono e vivono per la nicchia dello specchio, della riconoscibilità assicurata.

Oggi che il «soggetto» periclita con collasso in quanto assediato dalle emittenti mediatiche, non può che parlare della propria debolezza, del proprio decesso, della propria invisibilità della propria urbana scorrettezza. Baudrillard scrive che «oggi la posizione del soggetto è diventata indifendibile». È davvero così? Siamo arrivati a questo punto? Al punto che la convulsione della soggettività, quella che un tempo si chiamava nevrosi, isteria, psicopatologia è scomparsa, affondata,  dissolta per sempre da quella che è stata definita la strategia della disparizione del soggetto?

Che cosa è accaduto? È accaduta la implosione della cultura del tardo novecento, quella cultura poetica che va da Patrizia Cavalli (Le mie poesie non cambieranno il mondo, 1974) e Valentino Zeichen (Area di rigore, 1974), e arriva ai giorni nostri,  quella cultura della inferenza dell’io e della retorizzazione del soggetto che ha avuto in Italia e in Occidente una grande visibilità, si è esaurita nelle frange minoritarie del post-minimalismo, nei fenomeni mediatici delle scritture superficiarie. La poesia di Leopoldo Attolico sta tutta dentro questa cultura del tardo novecento, se ne ciba in modo cannibalico.

Steven Grieco Giorgio LInguaglossa Letizia Leone 15 dic 2016La strategia della disparizione della scrittura poetica

La disparizione del soggetto ha portato con sé una emorragia della elocuzione, tutta la soggettività è stata divorata e si è riversata sulle superfici della cultura mediatica. Il segreto della strategia dell’oggetto è che non ha desiderio, non crede, non ha fede, non chiede, non esiste ma persiste ed insiste sopra il vuoto della comunità mediatica che aleggia. Direi che la poesia di Leopoldo Attolico (una volta sganciatosi dalla parentela tutela dalla poesia giocosa di cui il capostipite resta il compianto Vito Riviello), partecipa di questo sviamento, affondamento, esaurimento, affoltamento del soggetto nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Ciò che rimane invariata è la poesia maggioritaria che pronuncia i suoi riti apotropaici sempre più auto referenziali, sempre più pleonastici. Ed ecco le spiritose punture di spillo di Attolico nei riguardi della poesia maggioritaria: la poesia al «mitico peppino» (Giuseppe Conte) ne è un esempio gradevolissimo; al poeta Conte «di fronte ad una platea che pendeva dalle sue labbra», viene ricordata «la latitanza di quel significante». E come non avvedersi della puntura di spillo al mitico poeta «pecora»? E quella ad Asor Rosa? In verità, la poesia rischia di precipitare nel buco nero da cui vorrebbe evadere: la poesia del significante, dello stile derubricato in non-stile.

Con l’ironia e il sorriso un po’ demodè, Attolico ci conduce all’interno dei suoi tic, delle sue amnesie, delle sue ansie, delle sue elucubrazioni, delle sue nevrosi, ci racconta anche qualche parla della sua biografia: «Ero giovane, volonteroso, referenziato / timoroso di Dio; una perla rara: / proprio come desiderava l’annuncio di Famiglia Cristiana»; a Stefano Benni viene rinfacciato che «ha scritto una poesia bellissima», tutto qui. Il resto della poesia sono i commenti a margine di quella poesia. Altrove, è l’impianto di riscaldamento che non funziona: «Il tuo cuore è andato in blocco: / non si accende. / O forse si è acceso / ma l’acqua non ha la spinta necessaria, / non sale // Ti dico questo col garbo di un aggiustatore». Viene stigmatizzato che basta scalfire le «liturgie sotto controllo» degli usi mondani perché il mondo si rovesci ed esploda la reazione dell’oggetto contro il soggetto: «Ho scoperto che per fare imbufalire la gente / è sufficiente urtarle il gomito da tergo / mentre sorseggia la tazzulella ‘e cafè al bar / di prima mattina». E così, tra una «constatazione amichevole» e l’altra lo scontro tra il soggetto e l’oggetto trova le sue tregue; così, il soggetto scopre l’oggetto, ad esempio una bellissima ragazza che cammina: «Camminava sul vetro di un autobus / da sotto in su / diretta verso il cielo; / ma si fermò / d’un tratto…». In questa guerra, in questa eterna derisoria belligeranza tra il soggetto e l’oggetto, tra il «“poeta” così quaresimale / penitenziere e penitenziale» e il «mondo», non ci potrà mai essere uno stato di stasi o di requie, bisogna riuscire a «somatizzare» «per non continuare a far confusione fra Erba Gramigna e Malerba… le paturnie di ceronetti…», bisogna vivere e sopravvivere! Fatto sta che Attolico da poeta anti bucolico riesce esilarante quando la sua poesia può pungere i letterati egemoni, è qui che riesce davvero impareggiabile.

È la strategia di disparizione della scrittura poetica che il poeta romano mette in atto, la strategia del significante che scompare per poi subito dopo riapparire nei versi che seguono in un contesto semantico cannibalico. Attolico è complice della disparizione del significante e della disparizione del soggetto, sbarca sulla luna delle follie quotidiane con il suo bagaglio di attrezzi ironico-istrionici. Attolico stesso, il poeta medesimo è un significante che è trasmigrato sulla luna con la macchina desiderante della scrittura non-poetica la quale, contrariamente a quel che ne pensa qualche anima bella, si è inceppata, frantumata. Occorre subito ripararla, occorre un «antitodo» pensa Attolico. È «la realtà sofferta del comico» quella che emerge, la strategia comica della propria auto disparizione: Attolico dispare come un significante, come il ritorno del rimosso del significante; il poeta romano tratta di semafori, di buche della strada, di calzini sporchi, della spocchia dei letterati con casa con vista sul mare, tratta del mare, dell’insignificanza dell’esistenza degli uomini del suo tempo, abbassa tutto il regesto delle tematiche a trucioli, a tematismi, grilleggia e solfeggia il suo umore comico.

 

(grafica di Lucio Mayoor Tosi, da sx L. Attolico e G. Linguaglossa)

Forse un giorno

Ricordando l’Eugenio nazionale

Forse un giorno mi scapperà una poesia
fatta di erba e latte
di rossori e di luce
di parole fraterne, come si può e si deve.
Se la tivù non mi avrà rimbambito del tutto
tornerò al perlage che cresce dal profondo
al primo tempo di verve e di lentischio
alla sventata di passero improvviso
che scheggia nell’azzurro
e ti si porta via di frodo in Paradiso.
Farò tesoro dell’essere vissuto
con la botte e col cerchio
da bravo ragioniere mortodifame
-pardon, morto con la sua fame di vivo irriducibile
e resuscitato per caso col ballo di san vito
d’orgoglioso grafomane reiterato e cocciuto.
Dirò alla vita, con grande faccia tosta
che la palinodia è un esercizio vano
che m’illumino d’immenso soltanto a Capodanno
che la malia del sogno l’ho sempre frequentata
andandomene a letto col pigiama
e sognicchiando con un occhio solo.
Sarà poesia di lama e d’innocenza
e i calci negli stinchi
i topici furori allineati e coperti da una vita
si metteranno le mani nei capelli
vedranno i sorci verdi
nel leggermi una volta -come un tempo-
fittavolo del mondo che non muta

.

Arpeggio

A Bianca Menna

Può ben essere gioia
l’aggraziata misura della festa
-tutta interiore, in pelle in pelle
a un’ipotesi d’amore
quando una poesia va in buca
e centra l’anima

Ti può tirare su il morale
pensare che forse un disamore
è stato fatto sloggiare
dal comune senso del poetare
in soffice sbandata controllata,
quella che ti entra in casa
con la souplesse turbocompressa di un Tomaso Binga
baciata da un tango di violetera
concupita dal toro alle cinque della sera…

Ti può galvanizzare
quella valenza coloristica unitaria abbacinante
più unica che rara
dove ogni paesaggio è stato cancellato,
dove dissolto o remoto
è ogni referente che tu dici umano,
un bianco non di natura ma dell’incolore,
il glutine ammannito in alta definizione,
il tormentone dell’insignificanza asettica,
della vita che si consuma e si allontana
nell’autoemarginazione delatrice e puttana
amata dal poeta, la stessa che ti cammina dentro
come vertigine che ti vuole comunque innamorato,
arreso a questa pagina

Ma per fortuna la vita è una cosa serial
che non si ferma alla trecentesima puntata

.

Dispaccio Ansa

Siamo giunti finalmente all’anno zero
di quest’era catalettico/esplosiva.
La trebisonda impazza.
Ai cronisti son saltati i diverticoli:
la lavanda gastrica perde la faccia
e non è più energica ma blanda;
gira in zona Cesarini senza il pathos dell’energico
tipo sturalavandino manovrato da un bambino;
fa miracoli lo stesso.
I problemi sul tappeto si ribellano e si fanno siderei
svolazzano giulivi su plaid da quattro soldi
inseguiti dai telegiornali. Zatterin, depistatissimo
si è già perso nel galattico…
Il tunnel della crisi ha metabolizzato così bene
la sua tenebra di tunnel che adesso è diventato incandescente
come la tenebra di Caproni quando lasciò Genova:
ci si sta magnificamente, tutti ci vogliono entrare
ha un gadget per ogni bisogna; schiarisce le idee
senza scomodare le panacee di Ferrarotti e i mass media
si sono accorti (!) che è esistito Giorgio Caproni.
La Poesia -buon ultima
comincia proprio ora a dare i numeri migliori
dopo che Ceronetti ne ha sentenziata la fine:
isolata, disattivata, sciroccata al punto giusto,
restituita ad un altrove che si svuota
nell’assenza di contatto, di comunicazione,
ridotta ad un essenziale che è vicino al nulla
GODE DI OTTIMA SALUTE!
E’ la bocca di Riviello che saetta una linguaccia
quando il dentista dice
apra bene che vediamo cosa c’è da fare

.

Black out

Ma come caspita fa
-si chiedeva allarmatissimo Asor Rosa
in mancanza di corrente
a funzionare lo sciacquone?

PROFANATO dal dubbio
-e non poco risentito
nel bel mezzo della Lezione
agguantò il telefono e EX CATHEDRA
formò il numero dell’uscita di sicurezza
dei suoi quiz aristotelici:
Giulio Ferroni.
Ferroni
rabdomante dell’ordito letterario
nonché allevatore di formiche da corsa
compulsò testi
interpellò Cape Kennedy
buttò giù dal letto Paola Borboni
-il tutto in un quarto d’ora frenetico
poi emise il seguente (guarda caso)
ILLUMINATO responso:
lo sciacquone è omologo alla poesia
perché entrambi dirompono.
La poesia ha una precisa valenza
consentanea alla scarica elettrica.
L’unica cosa che può incepparla
sono le elucubrazioni dei poeti “mentali”
che si arrampicano sugli specchi per scriverla.
Chiaro che in mancanza d’ispirazione
manca anche la scarica elettrica
che la fa giungere a destinazione.
Laondeovepercui:
lo sciacquone funziona comunque
perché ispirato a sufficienza
dalla nobile incombenza;
la poesia gorgoglia, si arrabatta
ma non quaglia.
Rimane una scommessa inconcludente;
un transito di stelle sciroccate;
un corto circuito reticente
nell’orizzonte d’attesa del poeta

.

On the road

Sto ben attento
a non incrociare lo sguardo
delle donne che guardano
per vedere se sono guardate;
specialmente quando guido
e loro sono molto Dallas
molto guardare ma non toccare
perché credono d’avercela in esclusiva

E se a volte mi accade
di guardarle senza volerlo,
per non dargliela vinta
gli sparo
una linguaccia che le gela
e godo come un matto nel pensare
a un fremito di giarrettiera
a un orgasmo alla rovescia
al loro guardarsi intorno
per vedere se qualcuno se n’è accorto

.

Segreteria telefonica

SALVE !
Sono momentanea
mente assente
ma metapresente
con questo marchingegno
che mi sostituisce egregiamente!
Quindi non riabbassate
loquite, loquite pure senza inter
perché pur se latitante
sono qui, a vostra disposizione
non sono mica Giuseppe Conte che parte per la tangente
sono perfettamente presente nelle parole registrate
ben al di qua di qualunque gigionesco aldilà!
E onore al vero ullalà! Il mio
non è disimpegno cosa credete
ma solerte alterità via etere
che mi permette di comunicare
pur non avendo nessuna voglia di starvi a sentire!
Parlate dunque dopo il segnale acustico
e rilassatevi, non vi emozionate
non vi impappinate, non impastate la voce;
ricordate piuttosto che le vostre parole
sono sempre controllate dall’iterazione
delle due componenti contrapposte
-simpatica e parasimpatica-
del sistema nervoso centrale!
La simpatica presiede a quelle reazioni
che comportano mobilizzazioni di energia,
la parasimpatica presiede alle funzioni di recupero.
Un’attivazione della simpatica
determina piloerezione, dilatazione delle pupille,
azzeramento -totale o parziale- della salivazione,
aumento della pressione arteriosa e del tono vascolare,
per non parlare delle risposte endocrine
di tipo surrenale e metabolico: tic nervosi,
strabuzzamenti, singhiozzo e via dicendo!
Quindi considerate l’eventualità che alla simpatica
non gli sia simpatica la parasimpatica,
visto che vanno a simpatie e antipatie.
Ma state calmi che tutto andrà bene.
Tutto qui.
Ora parlate pure.
Bip!

.

Colloquio preliminare

Ero giovane, volonteroso, referenziato
timoroso di Dio; una perla rara:
proprio come desiderava l’annuncio di Famiglia Cristiana.
Mi presentai come domestico.
Ma tutto avevo di domestico fuorché lo sguardo
che sapeva di rapina e guardava in fondo al cuore
atterrando in percussione
con la delicatezza di una perforatrice

La padrona di casa se ne accorse
e si sentì aggredita, indagata, letta tra le righe
e da ultimo privata della biancheria (dell’anima).
Per dissimulare, maldestra
appoggiò le terga ad una tenda e andò a tappeto
con la tenda a rovinargli in testa un sipario
curiosamente trasformato, nel mio cuore
in saracinesca inibitrice delle mie velleità di domestico
e dei buoni uffici di Famiglia Cristiana
(che dio l’abbia in gloria)

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10 commenti

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10 risposte a “Leopoldo Attolico – Poesie da Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016,  Marco Saya Edizioni, 2018 pp. 580 € 25 – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Attolico sbarca sulla luna delle follie quotidiane con il suo bagaglio di attrezzi ironico-istrionici

  1. GRATO , caro Giorgio , anche per la scelta dei testi. Spero sempre ( non dispero ) che il “disimpegno impegnato” – intellettuale e linguistico- costituisca un momento di intrattenimento mai banale o effimero , ma stimolante nella ricerca di una possibile “verità” .
    leopoldo –

    • “Orgoglioso grafomane reiterato e cocciuto”:un’autocritica eccellente,che mette in bella luce l’osservatore ironico e intelligente,capace di evidenziare le innumerevoli cadute del nostro poetare claudicante,ma anche l’erba fresca che ci accoglie,quando ci sediamo,finalmente,sulle dolci pendici del Parnaso.

  2. Mirko Servetti

    Caro amico e Poeta inarrivabile.

  3. Giuseppe Talia

    Per l’allegria il pianeta nostro è poco attrezzato.
    Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri.
    (Majakovskij)

    E dunque Attolico esiste! “Metapresente”. E ben venga, anche “con la souplesse turbocompressa di un Tomaso Binga”.

  4. Oggi ci vogliono anche i poeti «normali», quelli che normalizzano la poesia «alta», la poesia «maggioritaria»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/15/leopoldo-attolico-poesie-da-si-fa-per-dire-tutte-le-poesie-1964-2016-marco-saya-edizioni-2018-pp-580-e-25-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-attolico-sbarca-sulla-luna-delle-follie-qu/comment-page-1/#comment-37846
    Non so se risulta chiaro ma nella mia disamina critica ho tentato di dare una giustificazione storiografica all’operazione poetica messa in atto da Attolico nei confronti della poesia del tardo novecento, diciamo, della poesia «alta», della poesia che sta nel bagagliaio sopra il sedile dove siedono le persone normali, i viaggiatori. In una storia letteraria c’è anche bisogno di persone «normali», non soltanto dei «geni», e Attolico è senz’altro una persona che possiamo definire «normale».

    Il fatto è che Attolico, è un poeta «normale», che tenta di rifuggire dagli stereotopi e dalla stereofonia del doppio binario, quello della «poesia lirica» e della poesia cosiddetta «anti lirica». È chiaro, Attolico è pur sempre un figlio del suo tempo, della sua cultura, quella cultura che ha predisposto il podio per il disimpegno sornione e l’ironizzazione delle tematiche «alte», quella cultura poetica della quale ho indicato due nomi, tanto per dare al lettore una utile cartografia.

    In questo tragitto, accade che la poesia di Attolico viva in modo cannibalico sul corpo semantico e lessicale della poesia che ho chiamato «maggioritaria», della poesia «alta», quella che il poeta romano punzecchia con un pungiglione da vespa ritardataria e ritardata; Attolico «fa il fesso», diciamo a Roma, fa il poeta piccolo per tirare la spugna ai «poeti grandi» di cui abbondano le patrie lettere. In questo modo, con questa strategia che ho chiamato della «disparizione», finisce che anche la sua poesia sparisca nella «pattumiera della storia letteraria». Voglio dire che ci sono epoche in cui tutto ciò che è stato prodotto finisce nella «pattumiera universale» che è la storia. È una categoria hegeliana, lo so, ma è utile riprenderla in considerazione perché è utilissima per far capire che un’epoca che non ha bisogno dei suoi oppositori, degli oppositori muniti di pungiglioni malefici, ebbene quell’epoca finisce tutta intera nella «pattumiera».

    Faccio un esempio: pensiamo per un momento se tutti i poeti di oggi scrivessero come impone il modello magrelliano o come impone il modello della poesia deangelisiana o cucchiana, ecco che accadrebbe che, molto semplicemente, non ci capiremmo più, parleremmo tutti lo stesso linguaggio, lo stesso lessico, la stessa sintassi, lo stesso simbolismo, lo stesso tono simbolismo. Sarebbe una ecatombe, non riusciremmo più a capirci, a comunicare, perché parleremmo lo stesso linguaggio! Parleremmo tutti con il linguaggio delle «didascalie in margine a un giornale» con le didascalie lessicali dei libri della poesia maggioritaria! Sarebbe un disastro, non riusciremmo neanche a dire una frase semplice semplice come «andiamo a prendere un caffè?» perché non ci capiremmo più, non sapremmo se parliamo come una didascalia, e quindi usiamo una domanda retorica, o se parliamo di un nostro bisogno esistenziale, e quindi di una cosa per «noi» importante.

    Questo concetto lo spiega molto bene un poeta oggi dimenticato, un poeta intellettuale di una generazione lontana, nato nel 1914, contemporaneo di Pasolini e di Moravia, che si poneva domande che nessuno oggi, dei poeti attuali dico, si pone, Piero Bigongiari il quale si chiede:

    «Linguaggio dunque come atto integrale dell’uomo prima che l’uomo accetti di dividersi nella parzialità delle proprie attività operative. È questa l'”attualità” che il linguaggio “improbabile” premette a ogni momento della prassi. Diciamo insomma che l’uomo può parlare in quanto i poeti parlano al limite dle possibile stesso del linguaggio, e ogni volta lo portano più in là, ogni volta con la difficoltà on cui mettono l’istituto linguistico aprono all’infinito per l’uomo la possibilità d’intendersi anche sul piano più comune e utilitario. Diciamo di più: se non esistessero i poeti, arriverebbe il momento in cui gli uomini, per usura, non riuscirebbero più a intendersi fra loro».1

    Bigongiari si pone qui un problema molto importante (che nessuno oggi si pone più), che una storia letteraria che dimentica la scrittura che la precede, o che, peggio vuole soffocarla e farla dimenticare, come accade ed è accaduto in questi ultimi decenni, dicevo che una storia letteraria che fa questo si pone nella condizione della «pattumiera della storia», precipita tutta intera nella insignificanza, nella letteratura di consumo e di vetrina…

    È chiaro che questa problematica sta molto a cuore alla «nuova poesia» della nuova ricerca che abbiamo chiamato la «nuova ontologia estetica», ed è questa consapevolezza che ci spinge alla ricerca di un nuovo linguaggio, di un nuovo sguardo sul mondo. E sarà la nuova poesia della nuova ontologia estetica che riscatterà, forse, un giorno lontano o non lontano, la poesia di oggi di precipitare anch’essa, tutta intera, con le scarpe e il maglione, nella «pattumiera della storia».

    1 P. Bigongiari La poesia come funzione simbolica del linguaggio, Rizzoli, Milano, 1972, p. 31

  5. Che bello ritrovarti su queste pagine caro Attolico.
    Un saluto, Mauro.

    Grande OMBRA. Grazie

  6. Leopoldo Attolico è poeta amico. E amico della lingua italiana, con la quale si diverte; e a quelli come me insegna perché tiene alta l’asticella da saltare – anche se qualche volta la abbassa apposta; appunto, perché è un amico. E mi diverte, anche se preferisco poesie scritte da menti che sembrano frantumate, bucate da spazi vuoti. Che deragliano.
    Di queste nuove poesie mi ha colpito (al cuore) “Forse un giorno”:

    Se la tivù non mi avrà rimbambito del tutto
    tornerò al perlage che cresce dal profondo

    Ma anche “Segreteria telefonica”:

    Tutto qui.
    Ora parlate pure.

  7. Sabino Caronia

    Onore a un poeta vero fra tanti poeti nominali.
    Sabino Caronia

  8. Gabriele Fratini

    Un gentleman della poesia, un Poirot della penna sciolta scova trame e intreccia versi parodiando luoghi comuni e stereotipi letterari (tipo questo qui!), scrutando il mondo tra le pieghe dei giornali e gli enigmi dei parolieri.
    Semplicemente l’arte della parola.
    Un caro saluto.

  9. La mia riconoscenza a quanti sono passati di qui . E la mia solidarietà all’annotazione di Linguaglossa : ” (…) un’epoca che non ha bisogno dei suoi oppositori , degli oppositori muniti di pungiglioni malefici , ebbene quell’epoca finisce tutta intera nella “pattumiera”; in uno con la riflessione di Bigongiari che ascrive un valore centrale alla rivisitazione in chiave moderna della Tradizione : oralità e scrittura

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