Una poesia inedita di Donatella Costantina Giancaspero da Al quadro manca una ragione con il commento di Gino Rago e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa 

Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro

 

Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

*

Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
Dietro lo schermo sbavato di case.
Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
scampata al massacro dei ricordi –.

Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri
Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
Rasentano gli occhi.

***
Commento di Gino Rago

“La remora, piccolo per statura e grande per la Potenza, costringe le superbe fregate del mare a fermarsi; avventura che, come ci racconta Plinio, toccò alla quinquereme dell’imperatore Caligola.
Mentre questi ritornava dall’Astura ad Anzio, il pesciolino, lungo mezzo piede, si attaccò succhiando al timone della nave, provocandone l’arresto.
Plinio non finisce mai di stupirsi del potere della remora.
La sua meraviglia evidentemente impressionò gli alchimisti al punto di indurli a identificare il pesce rotondo del nostro mare proprio con la remora.
La remora divenne così il simbolo dell’estremamente piccolo nella vastità dell’inconscio.
Che ha un significato tanto fatale: esso è infatti il Sé, l’Atman, quello di cui si dice che è il più piccolo del piccolo, più grande del grande.”
Carl Gustav Jung, Ricerche sul simbolismo del Sé

In questi tuoi versi recentissimi, Costantina cara, mostri di avere sconfitto la remora. Brava.

Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa 

L’enigma non può essere sciolto da un atto di padronanza categoriale, può solo essere rivissuto.

La poesia è un enigma ma un enigma è un labirinto che contiene innumerevoli percorsi, che non può essere sciolto da un atto di padronanza categoriale ma può soltanto essere percorso. La poesia indica questo, indica il percorso da seguire per risolvere l’enigma. Ed il percorso ha la struttura dell’esistenza, una struttura labirintica, soltanto esistendo si può sciogliere l’enigma. L’esistenza è sostanzialmente un vedere, capacità visiva, potenza della capacità visiva. Non è un caso che la poesia termini con l’accenno ai «gabbiani» i quali «sforano la luce», essi che «dall’alto ci sorvegliano», che hanno una suprema capacità di visione, e «scendono in picchiata», ci «rasentano gli occhi».

La poesia rappresenta l’impossibilità di vedere l’Altro,1] di vedere, afferrare il reale con occhio frontale. L’Altro come luogo della parola, è il luogo del reale. È impossibile vedere il reale guardandolo dritto negli occhi, previo il suo svanire. Non si può cioè fare del linguaggio l’oggetto di una visione diretta in quanto «il linguaggio è esso stesso quel presupposto che consente la visione». Il linguaggio, ci dice Giorgio Agamben,2] è ciò che deve necessariamente presupporre se stesso. Il che significa che, come tale, esso è ciò che in ultima istanza manca di presupposto, e questo mancare si dà come esperienza irriducibile, come condizione stessa affinché via sia linguaggio. Dire che non c’è metalinguaggio significa così affermare che ogni dire – e lo stesso ordine significante – si smarrisce una volta posto di fronte ai suoi presupposti.

È qui che ci viene in aiuto la nozione lacaniana di «fantasma», nozione singolare e alquanto oscura che Lacan introduce per descrivere la natura più profonda del desiderio umano, e cioè quel suo essere «desiderio di nulla» che presto si rovescia in un «nulla di desiderio», quel nulla in cui la parola scava la sua dimora e in cui il soggetto fa esperienza della sua propria mancanza a essere. Il soggetto della poesia scopre il proprio svanire come soggetto nel momento in cui vede per la prima volta il «reale», ma, per farlo deve necessariamente sogguardarlo da «dietro lo schermo», dal riparo di un nascondiglio.

Un pensiero ricorrente, ricorsivo, si presenta, anzi, si insinua nella soggettività «da qualche giorno», e con esso il «sospetto che il mare è là dietro», che la soggettività sia un nonnulla, un vuoto che si riempie con gli sguardi. E infatti, l’io si trova a sbirciare da dietro una «persiana»: «qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto». La poesia ci dice che c’è una «scala di ferro battuto [che] sale a chiocciola». È un preciso frammento di realtà. Una indicazione segnaletica. Soltanto un frammento può illuminare un altro frammento. È possibile sogguardare un frammento di «reale» sostando in un altro frammento del «reale». Tra i due «reali» c’è un collegamento: il soggetto, che si scopre vuoto, che evanesce una volta posto sotto l’imperio dello sguardo, del significante. La poesia deve sfuggire all’imperio dello sguardo-significante e, per far questo, deve procedere come se la parola fosse muta, come un sogno, o meglio, un incubo silenzioso.

La rappresentazione è nitida e precisa come una pittura iperrealista, il lettore deve solo seguire i nessi e ripercorrere il percorso dello sguardo.
Pensiero ed essere sono reciprocamente estranei, non possono comunicare se non da una distanza abissale. La poesia ci narra questa distanza abissale, l’assenza del pensiero. Infatti il pensiero è nello sguardo, fuori dello sguardo il pensiero semplicemente non esiste, non c’è, in quanto l’essere del soggetto appartiene all’esperienza della parola, che è l’esperienza della mancanza. Il soggetto è cioè costantemente rimandato al di là, per la natura stessa del linguaggio, dello sguardo, alla ricerca di una significazione che lo racchiuda. Il suo essere non è, pertanto, lì dove la soggettività pensa, non è lì dove il soggetto si dice e si afferma come cogito, ma lì dove non c’è, dove si dà allo stato come mancanza, come mero sguardo.
[…]

Ecco come risponde Vincenzo Vitiello ad una mia domanda.

Domanda: Lei scrive che «noi abitiamo lo spazio, ma non siamo-nello-spazio; noi abitiamo il tempo, ma non siamo-nel-tempo; e cioè: abitiamo il mondo, ma non siamo-nel-mondo – è ben antica: la si legge in forma concisa e straordinariamente efficace in un testo che è all’origine della nostra civiltà, della civiltà dell’Occidente: «autoì en tô kósmo eisín […] ouk eisìn ek toû kósmou» («essi sono nel mondo […] ma non sono dal mondo»).

Ciò vuol dire che l’uomo è un essere quadri dimensionale, che è il solo essere vivente che vive nelle quattro dimensioni perché si muove nella dimensione temporale della memoria? Ma come possiamo «abitare» il mondo se non siamo nel tempo e non siamo nello spazio?

Risposta: S’aggiunga poi che il mondo moderno, la Neuzeit, l’età nuova – che è pur sempre la “nostra età”, pur quando questa si definisce, per contrasto, “post-moderna” – l’ha ripresa e radicalizzata nella forma di una (metodologica, epperò “possibile”) Weltvernichtung. Quest’ultimo riferimento ci impone di chiarire subito che la tesi, or enunciata, non ha nulla a che fare con la disputa sull’“Io puro”, il “soggetto weltlos”, et similia, non foss’altro perché riteniamo che all’origine di tale disputa vi sia un radicale fraintendimento dell’epoché cartesiana e husserliana del mondo. Anticipiamo pertanto anche la conclusione del saggio: se l’abitare indica la cura per le cose del mondo, quindi il vincolo che ci lega al mondo, il non-essere-nel-mondo sta a significare che questa cura non ci “appartiene”, non è nostra “proprietà” (Eigentlichkeit), non viene da noi, non è-per-noi (ek hemôn), ma viene da “altri”, è per-“altri” (ek állon). Anzitutto: viene da “altro”, è-per-“altro” (ek hetérou).
Se qualcosa non di “nuovo”, ma di “diverso” il lettore può aspettarsi da questo saggio, che riprende questioni antiche e moderne, non è, pertanto, la via percorsa, ma il modo di percorrerla. Diverse non sono le domande. Diversa è la prospettiva da cui vengono poste.

Domanda: Perché il nesso dello spazio col tempo? Perché non possiamo uscire dal circolo dell’interrogazione? Quel circolo dal quale non possiamo uscire con la domanda e la risposta ma che la poesia ci indica allusivamente?

Risposta: Le domande, dunque: a) perché il nesso dello spazio col tempo? b) chi sono gli autoí, i “noi” che abitano spazio e tempo, il mondo, e non sono-per-sé nello spazio e nel tempo, nel mondo? E chi gli “altri”, per i quali abbiamo un mondo, abitiamo spazio e tempo? E chi, o “che” è l’“altro”? La seconda domanda, chiaramente, investe quegli stessi che pongono la domanda. Piega la domanda sull’interrogante. Quanto, allora, la domanda e la risposta, che le vien data, dipendono dallo stare nel circolo dell’interrogazione su se stessa ri-flessa? E non ha senso dire che il problema non è di uscire dal circolo, ma di saper muoversi in esso in modo appropriato, perché anche il giudizio sull’“appropriatezza” del movimento dipende dall’essere-già nel circolo.

Non resta, dunque, altro da fare che… iniziare avendo già iniziato. Non resta, cioè, che muoversi nel circolo in cui già da sempre siamo, e da dove siamo. Senza però la pretesa di porsi dal punto di vista del circolo. Come in fondo pretese Heidegger, che si pose dapprima nella prospettiva del “chi” si muove nel circolo, in seguito – un seguito già previsto e annunciato nel primo movimento – nell’opposta “visione” dell’“Es”, del neutro esso che muove il circolo.

Ci stiamo muovendo in circolo. Purtroppo in un circolo non virtuoso, anzi vizioso, viziosissimo.

il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore, volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia – può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

***

Dall’alto ci sorvegliano./ Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata./ Rasentano gli occhi.

Gino Rago: La poesia è un Enigma?
(…)
Per J. Derrida «Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio».

In ultima analisi, la poesia è un Enigma. Quando qualcuno parla, parla l’Enigma […] Sicchè nella sua chiosa Linguaglossa traccia un solco fra «poesia-Enigma» e «linguaggio-comunicazione», ovvero l’uso del linguaggio per scopi contingenti o per fini socialmente necessari, utili soltanto alla comunicazione reciproca fra gli uomini di una stessa comunità.

Inoltre, sempre per Derrida «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto».3

Risposta di Giorgio Linguaglossa: La poesia è un Enigma. Ogni poesia è il tentativo di impadronirsi di una refurtiva, un tentativo di scasso, e ha senso soltanto se tenta, rischia di sottrarre alle parole del linguaggio comune il senso recondito del significato.

Gino RagoDa queste premesse alla «metafora silenziosa» (come quel qualcosa che sta prima del linguaggio) il passo è breve. Ci puoi chiarire questo aspetto?

Risposta di Giorgio Linguaglossa: La metafora silenziosa forse è la più alta forma di metafora, la più pura. È quella che non si fa vedere, che preferisce l’inappariscenza, che si mostra simile a ciò che metafora non è. La metafora per Bataille è un «istante privilegiato», l’istante in cui appare il «sacro», che serve a dare «un senso al resto degli istanti senza privilegio» della scrittura. L’apparizione della metafora spezza la normalizzazione del linguaggio. «Questa craquelure spazio-temporale circonda la pointe dell’istante privilegiato, e dimostra in crisi l’ubi consistam, insomma la sostanza, quel qualcosa che sta sotto, a cotesto istante».4

Penso che il linguaggio della nuova poesia sorge quando muore il linguaggio del secondo Montale e di Zanzotto. Penso che questa poesia della Giancaspero sia la sconfessione radicale di quel linguaggio, la sua negazione.

1] Si veda, J. Lacan, Écrits, Édition de Seuil, Paris 1966; trad. it. a cura di G. B. Contri, Scritti 2 voll., Einaudi, Torino 1970; in particolare Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, pp. 815-16: “Partiamo dalla concezione dell’Altro come luogo del significante. Ogni enunciato d’autorità non trova in esso altra garanzia che la sua stessa enunciazione, perché è vano che la cerchi in un altro significante, che in nessun modo potrebbe apparire fuori da questo luogo. Cosa che formuliamo col dire che non c’è un metalinguaggio che possa esser parlato o, più aforisticamente, che non c’è Altro dell’Altro ”. deve necessariamente presupporre se stesso. Il che significa che, come tale, esso è ciò che un ultima istanza manca di presupposto, e questo mancare si dà come esperienza irriducibile, come condizione stessa affinché via sia linguaggio. Dire che non c’è metalinguaggio significa così affermare che ogni dire – e lo stesso ordine significante – si smarrisce una volta posto di fronte ai suoi presupposti

2] G. Agamben, La potenza del pensiero. Saggi e conferenze, Neri Pozza, Milano 2004, p. 28

3] J. Derrida La scrittura e la differenza trad. it. Einaudi, 2002 p. 177
4] P. Bigongiari La poesia come funzione simbolica del linguaggio, Rizzoli,
Milano, 1972, p.165

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20 commenti

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20 risposte a “Una poesia inedita di Donatella Costantina Giancaspero da Al quadro manca una ragione con il commento di Gino Rago e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa 

  1. *Dovrai gridarlo qui.
    Da questa rupe informe.
    Da questo tempio esatto del disincanto.
    E come cogliere velocemente more ed
    insanguinarsi
    ed imbrattare il tempo.
    Moderatamente a breve sopraggiungere.
    Questa distesa è bianca, inappagabile.

    Un post spettacolare! E non l’ho ancora approfondito.
    Questa è L’Ombra!
    GRAZIE SIGNORI.
    Grazie OMBRA.
    ( *una dichiarazione di intenti)

  2. Luciano Nanni

    La poesia potrebbe essere quasi un racconto: forse la differenza sta nelle immagini o comunque nell’invenzione.

  3. Giuseppe Gallo

    “Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto” constata Donatella Costantina Giancaspero. È la condizione di ogni vero poeta! Solo chi ha scovato crepe, squarci, maglie che non tengono, può avventurarsi nel labirinto dell’enigma come suggerisce Linguaglossa. Ma cosa intravede veramente la poetessa? Solo la cornice della fessura? No! Una scala di ferro che sale. “A chiocciola. Dal cortile al terrazzo condominiale”. E si presuppone che la scala si stata percorsa se sullo stesso terrazzo non solo i gabbiani appaiono “più grandi”, ma la loro visione ha la forza intrinseca di evocare “Una perfezione fonda, inconoscibile…” di un mondo che è oltre ogni parvenza. Gabbiani di luce, che hanno sforato la luce per raggiungerci… bisogna avere un bel coraggio per sollevare gli occhi sulla loro presenza! Un bel coraggio per chiedersi, ancora una volta, da quali altri squarci siano giunti sui nostri terrazzi limitati condominiali! Quali itinerari hanno inseguito? Possiamo noi uomini ritornare con loro, su quelle stesse ali, alla loro e alla nostra origine? La risposta è netta. Decisa. Ancora un no! A noi non è concesso di conoscere nessun tragitto a ritroso! E il massacro continua… guai a ipotizzare intenzioni! I loro sguardi sono più penetranti dei nostri! Su chi osa “Scendono in picchiata”. È vero! Ormai non abbiamo più la possibilità di uno sguardo totale su ciò che ci circonda. Però… però… non dobbiamo accecarci da soli. La sfida continua. Sono solo gabbiani, sono solo fantasmi, sono solo nostre costruzioni mentali… “Rasentano gli occhi” ma rimangono sempre fuori dalle nostre pupille… Grazie, poetessa!

  4. Carlo Livia

    Gentile Donatella Costantina Giancaspero, la seducente dilatazione-dissoluzione semantica, enigmatica allusività, misteriosa ierofania del suo testo è ciò che definisce la paradossale, inattesa connotazione mistica, apofatica della poesia odierna, implicita denuncia dell’inanità della mistificante identificazione fra logica e ontologia che da Cartesio pone al centro e all’origine dell’essere il soggetto pensante-locutorio. Equivoco che perdura fino al 900: perchè “il linguaggio è la casa dell’essere” (Heidegger)? E non il contrario, cioè l’essere il luogo in cui abita, prende forma il pensiero-linguaggio, come più plausibilmente dovrebbe essere? Questa ipertrofia e sopravvalutazione dell’ “eidos”, che risale a Platone, viene drammaticamente violata e trasgredita dal pensiero esistenzialista e analitico, che ribalta e dissolve i valori della metafisica platonica.
    La luce enigmatica che promana dal suo testo è anche un’implicita denuncia dell’ obsolescenza di una lettura di testi poetici che ancora privilegi contenuti semantici o valori ideali chiari e precisi, dopo un secolo e mezzo dal simbolismo di Mallarme’ – ad esempio – che ha condotto all’estremo la deliberata sconcretizzazione semantica, creando – o meglio mettendo in luce – l’abisso ontologico che separa segno e significato, usando un linguaggio in cui la denotazione tende a zero e la connotazione all’infinito, per cui la poesia non è più veicolo di materiali concettuali ma sorgente di suggestioni emozionali, come la musica, con un imprevedibile gioco di strutture formali, strategie iconiche, trasgressioni e decomposizione logico-sintattiche. Ma non è vero che questo provochi la scomparsa d’ogni referenza ideologica, di motivazioni e contenuti soggettivi, solo che lo strumento espressivo non è più la lingua convenzionale, magari adorna di leggi metriche e armonie esteriori, come nella poesia tradizionale, che in Italia arriva fino al 900, con Pascoli e Pasolini: il simbolismo, in fondo, non è altro che la versione poetica del nichilismo filosofico, ma esprimerlo in metafore così misteriose, che promanano e destabilizzano l’inconscio, come in Celan, Beckett o Kafka, significa percorrere un altro sentiero, diverso da quelli inevitabilmente “interrotti” della filosofia, tentare di rigenerare il pensiero, reintegrandolo alle sue radici emotive, fondare un’altra patria metafisica, abitare una vigilia.
    Tutte illusioni? Forse, ma anche il recanatese in fondo ne è vissuto.

    TEODICEA

    Ci fu un mattino
    Che ebbe per voce una musica smarrita
    Ci fu un peccato
    Che ebbe per cielo una tristezza infinita
    Ci fu un cielo divelto
    Che raccolse con le mani
    Frammenti di nostalgia divina
    E di amori lontani
    Ci furono voci di lontane divinità
    In un dormiveglia di malati
    E grida di statue impazzite
    In un corridoio di sogni dimenticati
    Ci fu un confine di lacrime felici
    Un’eternità in abito da sposa
    Un tabernacolo colmo di millenni
    E un Dio scomparso nel sogno d’una rosa
    Si vide un paradiso rinchiuso
    In un vecchio appartamento vuoto
    E un guanto dell’Enigma dimenticato
    Sul letto d’un angelo ignoto
    Apparve una sera fatta di sorrisi
    Violata da un desiderio senza fiato
    E un volto di donna che rischiarava
    L’ultimo istante smisurato

    • Ricevo alla mia email e pubblico qui questa poesia di Lorenzo Pompeo.
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/13/una-poesia-inedita-di-donatella-costantina-giancaspero-da-al-quadro-manca-una-ragione-con-il-commento-di-gino-rago-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37901
      Lorenzo Pompeo

      Bisanzio

      Sulla torre delle mura
      una sentinella si congeda
      dalle liturgie del giorno
      che sfiorisce sullo Stretto.
      Affiora nella trama
      dell’Eterna Metropoli
      il riflesso di fiaccole e lanterne.

      Davanti al soldato
      in quel misterioso mosaico
      risplendono i contorni dorati
      del vero, così in cielo come in terra,
      in eterna Gloria del Signore,
      del quale egli si finge
      una singola, misera tessera.

      Ma quando la notte,
      avvolta dal suo nero sudario
      si posa accanto a lui,
      dalle porte della città mondana
      si riversa un torrente
      di dame e cortigiane,
      ruffiani e baronesse,
      giocolieri e prostitute,
      un carosello di grasse duchesse,
      scheletrici domestici impomatati,
      e ballerine parigine
      con l’ombrellino parigino,
      un corteo di mezzo avvocati-mezzo imputati,
      notai, usurai, avvoltoi,
      e scosciate scimmiette civettuole.

      Il povero soldato,
      travolto dal fiume di ombre,
      come scoiattolo impaurito
      impreca e implora
      nel ventre di preghiera
      il Creatore e le Sue creature
      di restituirgli la pace.
      Il fato trasuda
      dal suo sistema linfatico
      geometrie di sguardi
      rifratti e segmenti di danze
      che scendono lungo l’arteria:
      il suo intero organismo
      è il centro del sistema solare,
      ascesa e declino,
      rumore e silenzio
      buio avvolto nella luce,
      luce svelata dal buio.
      L’essere è una spina
      fuori e dentro il tempo.

      Il primo raggio di sole
      trafigge la sentinella
      con un orecchio alle sfere celesti
      e l’altro al mondo di schiamazzi,
      un piede davanti al muro di icone
      e l’altro nel mezzo di una transazione
      tra fantocci e fantasmi.
      Nella chiarezza del giorno
      risplende la filigrana dell’Impero:
      ai piedi della torre
      ceneri di assalti barbari
      respinti col ferro e col fuoco,
      con l’oro e con l’inganno,

      in eterna Gloria del Signore.

  5. Mi piace l’espressione di Livia,”abitare una vigilia”.Si apre ad ogni meraviglia,perfino a quella di un evento negativo; perchè tutto è, in fondo, un’attesa,seguita da un tentativo di dare una risposta all’attesa stessa .Bisogna avere la pazienza di aspettare, di cercare di capire meglio,di farsi capire meglio. Ma,se l’equivoco perdura, lasciamolo perdere; il tempo va speso in modi migliori.

  6. donatellacostantina

    Un’autentica sorpresa, oggi, la pubblicazione di questo mio testo inedito. E sorprendenti tutti i commenti, le riflessioni che questo testo ha sviluppato.
    Allora rivelerò che la poesia di oggi è stata modellata su un testo vecchio di vent’anni: pochi versi, brevi, minimali, in sostanza l’abbozzo di quello che avrei scritto dopo, ovvero oggi, nella consapevolezza di una Nuova ontologia estetica. Certo, a quel tempo mai avrei immaginato tale evoluzione…
    Però, già all’epoca, in quei primi esperimenti, mi erano chiari alcuni intenti. Li avevo sintetizzati in uno scritto che riporto qui.
    Sì, cari lettori, anch’io voglio farvi una sorpresa.

    ***
    Appunti sui miei testi poetici

    Questi testi traggono spunto, per lo più, da situazioni reali, ma non mirano al racconto del fatto accaduto, né descrivono luoghi e persone. Il tono discorsivo è dunque ingannevole: sembra dire e invece riferisce appena qualche dettaglio di ciò che è o che è stato, insiste su elementi minimi, di poco conto, brevi frammenti di una storia mai del tutto narrata, di una realtà che resta per sempre dietro alle parole scritte.

    Anche il “tu”, assai presente, è motivo di ambiguità: non rivela mai l’identità del soggetto, che resta senza volto, nome, età; solo in qualche rara occasione, se ne riconosce o intuisce il sesso, maschile o femminile. Se il “tu” sia riferito a una persona reale o immaginaria, se coinvolga più persone, oppure sia un semplice artificio letterario per mascherare l'”io” di chi scrive, al lettore non è dato sapere. Del resto, questa indeterminatezza è coerente con il carattere vago, incerto, poco comunicativo dei testi.

    I luoghi, come ho detto, non sono descritti. Se ne accenna rapidamente. Si tratta di interni: un bar, ad esempio, oppure i locali di un appartamento: una cucina o, più genericamente, una stanza, non meglio identificata, mai nominata, ma lasciata intuire dalla presenza di una finestra, oggetto della vita quotidiana sul quale si posa l’occhio, elemento che divide e unisce la realtà interiore e quella che sta fuori. Proprio guardando dalla finestra, spesso vengono colti i frammenti dei luoghi esterni: la facciata di una casa, o un ritaglio di cielo. Il cielo, testimone di ciò che accade, “infinito occhio”, come lo definisco in un verso, che vede e sa; il cielo che si rasserena, quale metafora di una “tregua” finalmente concessa; il cielo cittadino, che si riempie di voli di gabbiani, voli “inquietanti” di uccelli ostili che “sovrastano”, “assediano”, “sorvegliano” le intenzioni, i desideri di chi guarda da fuori, da un “angolo escluso” della città, e pensa altrove “una perfezione azzurra/ fonda/ inconoscibile”.

    A volte, i pensieri e alcuni episodi minimi si inseriscono in un tempo, quello trascorso e rievocato, attraverso qualche riferimento alle stagioni: l’estate, reale o illusoria; la primavera, stagione per definizione serena, che volge in negativo e diventa metafora dell’abbandono, dell’assenza; l’inverno, viceversa, visto in positivo, che accoglie gli aspetti felici del vivere.
    Il tempo è rappresentato anche dai vari momenti della giornata, con riferimento vago, però (“a un’improbabile/ ora del giorno”), o di poco più preciso: “il giorno fatto”, il giorno “che dilaga/ oltre le otto/ di sera”. La sera, momento finale, che chiude la giornata; quando ormai non ci aspettiamo più nulla, ecco che accadono gli eventi più sorprendenti: un ritorno imprevisto e improvviso, la meraviglia di un gesto, il manifestarsi inatteso di qualcosa.

    La forma scarna e frammentaria del verso, il ritmo, la musicalità, che intendo imprimere al testo con la scelta di un lessico sorvegliatissimo e di una costruzione sintattica molto lineare, sono fattori che concorrono a esprimere il carattere essenziale della mia poetica; una poetica che attinge all’aneddotica, ma solo per trasferire sulla pagina, sotto forma di immagine disadorna, di ricordo appena delineato, soltanto il segno, la traccia, che quella immagine, quel ricordo, hanno inciso nel profondo.
    Così, mi pare che i testi appaiano pervasi, qua e là, da un sentimento sfumato di malinconia; vorrei che si sentisse emergere tra le parole, l’idea di un rammarico vago, inesprimibile; che la lettura emanasse una sensazione di assenza, di perdita, anche se il testo non ne riportasse un esplicito riferimento.

    Per tutte queste ragioni, nella dizione, nulla di più la voce potrà e dovrà aggiungere alle parole scritte.
    Alcune di queste parole si sono prestate ad essere musicate mediante brani appositamente da me composti. Tale musicabilità delle parole ha rappresentato nel mio intento, oltre che un rafforzamento dei motivi estetici ed espressivi, anche un verifica, una riprova dell’esistenza, sul piano strettamente formale, di quel ritmo, di quella musicalità cui accennavo prima, che pare connaturata nel testo.

    (Roma, 1997)

  7. Sabino Caronia

    Grazie Donatella di questo bellissimo regalo che si pone tra i momenti alti della tua produzione. Sto appunto rileggendo Il bel saggio di Susan Sontag,uscito nel 1966,intitolato “Contro l’interpretazione” e mi chiedo con la Sontag, di fronte a tanta produzione esegetica, se l’ipertrofia interpretativa del nostrotempo non nuoccia gravemente all’arte. Ancora complimenti. Sabino Caronia

  8. «l’arte che non fa anticamera non è arte» ha scritto Adorno
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/13/una-poesia-inedita-di-donatella-costantina-giancaspero-da-al-quadro-manca-una-ragione-con-il-commento-di-gino-rago-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37819
    Che la poesia sia restata in cantiere, un cantiere aperto, per venti anni non mi meraviglia affatto, «l’arte che non fa anticamera non è arte» ha scritto Adorno nella Teoria estetica, con ciò volendo intendere che un’opera d’arte ha un tempo di incubazione che non può essere manipolato o governato dal suo creatore. Il poeta può solo porre le condizioni affinché un certo linguaggio gli pervenga da un indirizzo sconosciuto. Sicuramente nel 1997 si viveva e si respirava ancora l’atmosfera vischiosa e paludosa della poesia epigonica, non era possibile per un poeta, anche il più accorto e intelligente, creare una composizione che non risentisse in qualche modo delle mode letterarie del tempo.

    Mi fa piacere che Costantina Giancaspero abbia candidamente ammesso che l’incontro con la «nuova ontologia estetica» sia stato per lei una sorta di terremoto e di catalizzatore, un serbatoio nel quale le tensioni linguistiche e stilistiche della sua ricerca ventennale hanno trovato una loro sistemazione, un equilibrio e una formalizzazione; occorreva un poderoso lavoro collettivo (quello che la NOE ha fatto e che sta facendo) di svecchiamento e di dismissione di tutte le categorie su cui si reggeva la poesia maggioritaria (maggioritaria solo di nome, di fatto non c’è una distinzione tra la poesia maggioritaria e la minoritaria se non per il fatto che una certa poesia viene stampata da alcuni editori e non da altri). Donatella Costantina ha compreso perfettamente che «je» è «le rien», che l’«io» è «il nulla», e che continuare ad usare il pronome personale significa cadere nel tranello della finzione del linguaggio, poiché il vero soggetto è il linguaggio, il soggetto della soggettività che è assenza.

    La poesia della Giancaspero ruota tutta attorno a questo grande vuoto soggettivo, a questa cavità costitutiva… E allora scopre che proprio facendo ruotare la composizione attorno a questa «vuotità» è possibile entrare in consonanza con il linguaggio e con la memoria. Se le leggiamo con attenzione, scopriremo che le sue poesie sono di fatto una serie di composizioni che si reggono sul «vuoto», ogni proposizione o immagine si regge sulle proposizioni-immagini che precedono in modo da comporre una costruzione instabile e fragilissima che trae la propria forza di resilienza proprio da questa connaturata debolezza.

    Lacan si domanda: «Che sono io? – Io sono nel posto da cui si vocifera che l’universo è un difetto nella purezza del Non-essere» […] «Questo posto si chiama Godimento, ed è ciò il cui difetto renderebbe vano l’universo».1]

    1] J. Lacan op. cit. p. 823

  9. Togliendo l’io se ne va anche l’esistenzialismo. Così sembra. Un abbraccio a Donatella. Complimenti anche per questa poesia.

  10. Spaventarsi dell’atto della creazione.
    Avvedersi del precipizio.Limitare il creato. Infondere il dubbio,l’incertezza, l’indeterminazione.
    Non causare appigli, nessun alibi.
    Un tempo imperfetto. Figure e contropiani
    reali.Questo nostro contemporaneo vivere.
    in sovraesposizione.

    “Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
    Rasentano gli occhi.”
    (TI PROIBISCONO DI ILLUDERE)

    —Non infondere illusioni poeta! —Il monito.

    L’imperfezione non lascia scampo.

    (Che bella !
    Grazie Costantina Donatella Giancaspero)
    GRAZIE OMBRA.

  11. La poesia è la presentificazione della «traccia» che rivela l’impostura delle maschere ontiche del pensiero identificante
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/13/una-poesia-inedita-di-donatella-costantina-giancaspero-da-al-quadro-manca-una-ragione-con-il-commento-di-gino-rago-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37824
    Noi sappiamo da Freud che «nel nostro apparato psichico permane una traccia (Spur) delle percezioni che si accostano a noi, traccia che possiamo chiamare traccia mnestica (Erinnerungsspur). Infatti chiamiamo “memoria” la funzione che si riferisce a questa traccia».1

    Che cos’è la «traccia»? La traccia è un qualcosa che agisce anche dopo che l’«orma» è stata cancellata. Infatti, la memoria agisce in questo modo: cancella le «tracce» in modo da far posto alla memoria che così può accumulare una gran quantità di ulteriori «tracce». La memoria è nient’altro che questo immenso accumulo di «tracce» che il tempo si incarica di cancellare. Ma quand’anche fosse interamente cancellata la «traccia» resta come un qualcosa di inintelligibile che continua ad «agire».

    Una volta ho chiesto a Donatella Costantina Giancaspero se le immagini delle sue poesie fossero frutto di fantasia o se fossero reali, cioè desunte da ricordi, e lei mi rispose candidamente che tutte le immagini proposizioni che lei impiegava si riferivano a situazioni reali, quelle che noi chiamiamo ricordi, che non erano solo ricordi ma ricostruzioni attive della memoria, erano delle tracce mnestiche che corrispondevano a situazioni emotive originarie che la poesia si incaricava di rieditare, quello che comunemente si intende per «significato» era questa ricostruzione ad opera della mente intesa come edificazione della «presenza» del «non-presente».

    Ed è ovvio che in questa presentificazione del «presente» essendo chi agisce una debole «traccia», questa agisca autonomamente, in assenza del soggetto, anzi, al di sopra e al di sotto del soggetto, lo circumnaviga, lo depista, agisce come se il soggetto «io» non ci fosse, lo elide. Ecco la ragione del perché nella poesia giancasperiana i verbi non si trovano che molto raramente, essendo i verbi una funzione del soggetto, una azione che il soggetto compie sul mondo dirimpetto, una funzione-finzione perché afferisce alla idea di un soggetto legiferante e determinante. È ovvio che qui siamo all’interno della concezione del pensiero identificante, delle maschere ontiche del pensiero identificante. Chi segue supinamente questo pensiero, prima o poi andrà a sbattere contro il muro della funzione-finzione del soggetto legiferante e identificante.
    Leggiamo la poesia:

    Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
    Dietro lo schermo sbavato di case.
    Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

    Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
    Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
    scampata al massacro dei ricordi –.

    Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
    Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri
    Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

    Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
    Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
    Rasentano gli occhi.

    Così, in assenza dei verbi, entra in azione il pensiero rammemorante, entra in azione la «traccia», il cui pensiero non sarà mai legiferante e identificante, il cui pensiero si sottrae alla volontà di potenza di chi vuole costruire gli enti per l’interpretazione. Qui il soggetto si è talmente indebolito da non essere più in grado di opporre l’attività censoria alla emersione presentificante della «traccia». La poesia è questa emersione presentificante della «traccia», è l’emersione della preistoria che, in quanto preistoria, assume lo svolgimento scenico della ripetibilità, della abreazione di una energia psichica del profondo. La poesia è un susseguirsi di accadimenti in assenza di attività censoria.
    L’evento, ciò che è accaduto, la «traccia mnestica» a livello psichico, si dà nella configurazione della eventualità che opera sul filo della «presenza» documentabile e rintracciabile a livello del linguaggio.
    La poesia è la presentificazione della «traccia» che rivela l’impostura delle maschere ontiche del pensiero identificante.

    Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Torino, Boringhieri, 1966, p. 491

  12. ” La poesia è un susseguirsi di avvenimenti in assenza di attività censoria”: magari fosse così!Purtroppo. il nostro bagaglio di conoscenze, esperienze,confronti, non consente una tale leggerezza; restiamo tenacemente afflitti da un bagaglio di pregiudizi ,tanto più efficaci quanto più tenacemente respinti.

  13. griecorathgeb

    Una poesia gremita di varchi, di passaggi dentro uno spazio che non è più minimamente esistenziale, ma ormai solo astratto, ontologico: verso i grandi spazi cavi di idee da tempo abbandonate. Le fessure, la scala a chiocciola, I gabbiani sono simulacri di un curioso non-essere, in cui non vi è nessun intento ad evocare situazioni reali, ma soltanto il silenzio delle cose. In questo senso, la poesia fa un servizio davvero importante: spazza via le parole e I versi che sono solo “insostanziali” e quindi in fondo solo superficiali, con le parole e I versi di un vuoto reale.
    Il commento di Livia, come spesso accade, del tutto illuminante!

  14. Giuseppe Talia

    Un testo molto controllato, questo di Costantina, con alcuni versi veramente di pregio e in generale i fotogrammi dei ricordi affastellati trovano una sinergia tra un passato fatto di scale a chiocciola e un presente di gabbiani. Roma è fatta anche di gabbiani che rasentano gli occhi. Costantina fotografa un mare di cui se ne sente la presenza oltre lo spazio chiuso dei palazzi, quasi un sospetto, “Dietro lo schermo sbavato di case“, e una persiana le cui fessure lasciano intravedere il reale e l’immaginario.

    Le terzine sono sospese nel tempo, “da qualche giorno”, per poi materializzarsi in un avverbio di luogo “qui” dove però si trova un ricordo, un massacro di ricordi per finire con una dubitatio “Ma”, e subito una negazione, un divieto “non è concesso”.
    Va da sé che il ricordo sia a-temporale e che quindi il luogo indicato non può essere il luogo reale (o forse lo è?).
    C’è uno sfasamento spazio-temporale tra le terzine, un andirivieni di soggettività emozionale e materialità sensibile.

    Ho riletto più volte il testo e la terza terzina con la ripetizione del terrazzo condominiale mi lascia perplesso: “Lo lasciano intendere i gabbiani. Sforano la luce”.

  15. griecorathgeb

    Nel commento di Talia viene sollevata una questione interessante, quale sia la relazione o la non-relazione, o altro ancora, fra il luogo indicato in una scrittura e il (presunto) luogo reale, al quale noi come lettori non possiamo non associarlo. Giustamente Talia non cerca di sviscerare la questione teoricamente, o invocando gli Heidegger, Lacan etc. La questione non può in realtà mai avere una sua stabilità teorica, può solo essere “risolta” da uno scritto creativo, come appunto la poesia di D. C. Giancaspero. E poi da un altro scritto creativo, e poi da un altro ancora. Il che non garantisce alcuna stabilità, ma solo una realtà fluttuante, inafferrabile. Come appunto questa poesia di Costantina. La stabilità non può essere raggiunta in modo definitivo. E’ un continuo rimettere in gioco. Ma solo nella dimensione creativa. Questa, signori, È POESIA.

  16. caro Steven,

    come sai, sono stato a Praga il mese scorso e ho acquistato una bellissima piantina della città. Costantina mi ha chiesto: «Che te ne fai adesso di quella bella piantina?»; io le ho risposto che non lo sapevo ma che sapevo di certo che se un giorno vorrò ambientare un romanzo o un racconto o una poesia in qualche strada di Praga ne avrò bisogno, per aiutare la mia memoria, così scadente ormai…

    Ecco il punto, Costantina parte sempre da un luogo reale infisso nella sua memoria, ma poi nello svolgimento della sua poesia il luogo viene infirmato, complicato e arricchito da una gran quantità di cose accennate, non dette, intuitive o intuite.
    Riepiloghiamo la poesia:

    Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
    Dietro lo schermo sbavato di case.
    Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

    Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
    Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
    scampata al massacro dei ricordi –.

    Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
    Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri
    Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

    Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
    Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
    Rasentano gli occhi.

    La stranezza compare ad inizio del terzo verso (da notare che la composizione è strutturata in terzine con verso libero): «Tra loro»; ma «loro» chi?, non viene detto, però quel «loro», messo lì ex abrupto ci vuole far intendere che ci sono altre persone, persone che non si vedono, che forse stanno di lato, o al di fuori della cornice. Infatti, la composizione è da intendere in senso musicale, come una composizione musicale, essì perché Costantina ha studiato composizione musicale per cinque anni e lei istintivamente raggruppa le parole come se fossero delle note da scrivere su uno spartito vuoto, usa frasi e fraseggi, refrain e riprese (con cambiamenti e deviazioni), impiega ribaltamenti di voci, di personaggi e di azioni… ma tutto, rigorosamente, in terza persona… l’io è scomparso, o si è assottigliato, si è affievolito talmente che non si sa più dove sia e se davvero sia in qualche luogo della poesia, o fuori della poesia.

    La grande novità di questa come di altre poesie di Giancaspero è che essa cessa di essere «poesia» per diventare una «composizione», un porre-con, un porre-insieme. In tal modo le sue composizioni prendono forma, al pari di un mosaico le cui tessere devono combaciare ma che se non combaciano perfettamente è anche meglio, il risultato di 4+4 non è più 8 ma 9, o 7; il risultato è sempre qualcosa di diverso che non ti aspetti, che il lettore non si aspetta. È questa la grande novità di questa procedura. Cambiando il concetto di «composizione» cambia tutto ciò che c’è all’interno: la posizione dell’io (che non c’è) la posizione dei personaggi (di solito di lato, in posizione laterale e marginale, o sullo sfondo, o dietro le pareti), la posizione dei luoghi (che saltano, si ribaltano) la posizione degli sfondi (come in un teatro dove ad ogni scena cambiano anche le quinte). Tutti questi Fattori sono presenti, agiscono in prima persona con il risultato che l’«io» viene esonerato dalla «composizione» e prendono parte attive i luoghi, le persone…

    Per esempio, all’inizio del terzo verso si ha: «Una perfezione fonda»; ma «fonda» è qui un aggettivo o un verbo? È la «perfezione» che è fondante? che fonda? o è un aggettivo che vuole dirci qualcosa circa la «profondità» o «fondatezza» della «perfezione». Come si vede da questi pochi accenni il metodo compositivo impiega spesso una leggera discrasia o diversione tra attante sostantivo e attante verbale o aggettivale così da renderli irriconoscibili e da accostare in modo irrituale i due attanti. Ecco, questa è la procedura tipo che la poetessa impiega nei suoi «componimenti», ma si sbaglia se si continuasse a parlare di «ambiguità» semantica, qui siamo in un diverso territorio, qui non c’è niente di ambiguo nell’uso del linguaggio ma è il linguaggio stesso che appare nella sua mobilità semantica e nella ricchezza dei suoi significati reconditi. Qui appare la labirinticità del linguaggio.

    • Copio e incollo questo commento di Steven Grieco Rathgeb giunto alla mia email:

      Caro Giorgio, intanto trovo il tuo aver comprato una piantina della città di Praga cosa eccellente. Non saprei dire esattamente perché, ma questo gesto apparentemente innocuo e ripetuto milioni di volte, può acquistare una gestualità e ironica significatività che di colpo la rende unica. Come dire una fotografia può essere unica nell’oceano di selfie. Spero fortemente che il tuo gesto porti ad una tua prosa su Praga, partendo proprio dalla unicità che nasce dal gesto che si distacca dai milioni di suoi compagni. Mi spiego meglio con Tarkovskij, il quale dice che in arte è proprio la tipicità che rivela l’unicità. Strano ma vero. Ma non così strano, e quindi ancora più vero: gli indimenticabili protagonisti di Gogol’, Tolstoj e Dostoyevskij erano tutti tipici prodotti della loro società, la grigia società russa sotto Nicola I.
      Per quanto riguarda la poesia di Costantina Donatella Giancaspero, mi sembra che siano le case che si sostengono fra loro. Non ho sentito la presenza di persone fisiche. Ma ovviamente posso sbagliarmi.

      Penso che tu dica bene: essendo questa una “composizione” nel senso anche propriamente etimologico della parola, la prima cosa che vi rileviamo è assenza di “io”. In qualche modo, questa e anche altre poesie di C. D. G. riprendono il senso di straniamento che abbiamo sentito anche nei poeti cechi, in cui il surrealismo riflette un disagio di tempo-spazio-io di cui i surrealisti francesi e greci avevano solo un minimo sentore. Il disagio ceco era molto più profondo e soprattutto assurdo, straniante. E già prima del 1946 e l’instaurazione del governo comunista. Il soldato Schweik insegna. In fondo, Warhol era ceco, e ha stravolto e rovesciato, in senso straniante, tutta l’arte visiva dagli anni 50-60 in poi. Non per caso. La civiltà dei consumi la si sarebbe potuta leggere in tanti altri modi: lui ha voluto metterne in risalto l’agghiacciante e assurda ripetibilità. Ricordate il rancio orrendo che veniva servito alle truppe dalle cucine dell’esercito imperial-regio? Ecco da dove viene Warhol, almeno in parte
      Qualcosa di questo sento in questo pezzo della nostra poetessa. Sarà molto interessante vedere le prossime poesie che lei posterà qui.

  17. gino rago

    Una stanza, Jorge Luis Borges, un’arancia sul tavolo, il padre di Borges che vuole colloquiare con suo figlio. Il padre chiede a Jorge Luis: «Secondo te il gusto di arancia di questa arancia è nell’agrume o nella bocca di chi l’assaggia?».
    Ciò che in quella precisa occasione Borges riuscì a comprendere è che il senso delle cose non sta dentro le cose stesse ma nel rapporto con chi le percepisce: il sapore dell’arancia viene determinato soltanto nell’incontro del frutto con il palato di chi l’assaggia, altrimenti il sapore rimane chiuso per sempre nell’agrume. Perché? Perché il mondo è fatto di relazioni, di relazioni tra le cose e di noi con le cose.
    Se alla luce di tale consapevolezza rileggo questi versi di Costantina Donatella Giancaspero :

    “Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
    Dietro lo schermo sbavato di case.
    Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

    Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
    Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
    scampata al massacro dei ricordi –.

    Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
    Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri
    Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

    Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
    Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
    Rasentano gli occhi.”

    noto che Costantina dissemina di ‘cose’ il tessuto poetico della composizione [il mare, della cui reale presenza però non si ha certezza; le case che si cercano e si sorreggono; la persiana, il ferro battuto, la chiocciola, i gabbiani… ] ma esse, tali cose nominate con chiarezza, non dicono nulla, non significano nulla se non si relazionano tra di loro e soprattutto se non stabiliscono relazioni con noi, collocandosi nel grande quadro delle relazioni del mondo e con il mondo.

    Costantina Donatella Giancaspero in questa poesia ne è consapevole e trascina il suo lettore nel flusso dinamico, vitale con le cose disseminate nei suoi versi attribuendo allo stesso lettore un ruolo decisivo con la sua poesia, un ruolo attivo con i suoi versi. Ed è questa osmosi permanente poeta-lettore un’altra cifra della NOE.

    Gino Rago

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