Poesia scritta a sei mani – Una poesia di Giuseppe Talia, Mauro Pierno, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Commenti di Giorgio Mannacio, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero e altri – Uno stralcio sul frammento di Alessandro Alfieri

Aldo_Moro,_Pier_Paolo_Pasolini_-_Venezia_1964

Aldo Moro e P.P. Pasolini, Venezia, 1964

Giuseppe Talia
6 settembre 2018 alle 18:07

Presumo un apriscatole usato fino all’alba
che gira nelle mani

e non affonda. Le macchie
hanno un calibro distinto.

Ricoprono una maglia di giostra e di dolore.

[Potessi farei un pingback di questi versi di Mauro Pierno]

 

Giorgio Linguaglossa
4 settembre 2018 alle 8:38

Ripubblico qui uno stralcio di un articolo già pubblicato nell’ottobre del 2017 che inquadra il «frammento» dal punto di vista filosofico. 

Scrive Alessandro Alfieri sul n. 28 della rivista Aperture del 2012:

«Il frammento può venire compreso come la cifra caratteristica della modernità; il mondo moderno, infatti, si pone sotto il segno della dispersione, della deflagrazione del senso, della moltiplicazione delle prospettive… differenti modi per riferirsi alla secolarizzazione e alla laicizzazione della vita sociale avvenuta nella cultura occidentale compiutasi nel XIX secolo, e che ha trovato nella filosofia di Friedrich Nietzsche la più piena espressione. La morte di Dio, e la fine della visione platonico cristiana, è difatti la scomparsa del centro, la decadenza della verità assoluta, l’impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad un’unità di senso.
Il prospettivismo nietzschiano può venire interpretato come una promozione della frammentarietà di contro alle tesi di ordine metafisico, che rivendicano di venire recepite in una loro presunta verità indiscutibile e dogmatica. Infatti, è a partire proprio dalla filosofia di Nietzsche che, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del Novecento, alcuni autori svilupparono determinate e peculiari “filosofie del frammento” in grado di restituire dignità alle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno.
[…]
(Per Walter Benjamin) il filosofo, o come era solito dire lui, lo “storico materialista”, il critico o anche l’artista, deve puntare il suo sguardo su oggetti apparentemente non degni di attenzione, deve farsi “pescatore di perle” per concentrarsi però sugli stracci, sugli elementi trascurati dagli accademismi ufficiali, sui frammenti dispersi e abbandonati ai margini delle strade e cacciati dalle teorie rigorose. Benjamin interpreta perciò frammenti, e il luogo privilegiato dove a dominare sono frammenti è proprio la metropoli moderna, con le vetrine dei suoi passages e le sue luci a gas, capaci di investire il passante con choc percettivi continui.
Le nostre metropoli, che proprio negli anni in cui scrive Benjamin stavano assumendo la fisionomia e l’assetto di quelle che sono diventate oggi, si caratterizzano per la velocizzazione inaudita dei ritmi di vita, dove a venire sacrificata è l’esperienza effettiva di ognuno di noi può fare del mondo, della realtà e dell’altro. Il mondo moderno è un mondo di frammenti impazziti, che alla “contemplazione” ha sostituito la “fruizione distratta” (…) Tale dimensione è in Benjamin sinonimo di rivoluzione: possibilità di riscatto da parte delle masse
[…]
In Benjamin distrazione e attività non sono in contraddizione: i fenomeni che sembrano costringere ciascuno, per volontà del capitalismo, all’omogeneizzazione e alla passività generalizzata, sono gli stessi che possono condurre l’uomo alla sua tanto sospirata rivincita e affermazione. I frammenti sono perciò da un lato prodotti della cultura del consumo, della moda, della meccanizzazione dell’agire, ma su un altro livello sono anche promessa di futuro, possibilità offerta agli uomini di scardinare la storia dei vincitori e il tempo mitico del sempre-uguale.

La frammentarietà che caratterizza il mondo moderno, oltre ad essere il contenuto ovvero il tema di gran parte della produzione benjaminiana, è al contempo anche fondamento formale e stilistico; Benjamin non ha più alcuna fiducia per il trattato esauriente e per il sistema, ed è la sua stessa produzione a essere espressione della medesima frammentarietà di cui parla, prediligendo per esempio la struttura saggistica su determinati argomenti e autori. Ma è soprattutto nella sua ultima grande opera, rimasta incompiuta, che tale frammentarietà assurge alla sua più piena espressione, ovvero i Passages, un “montaggio” di impressioni, idee, citazioni, riferimenti, “stracci” appunto, che nel loro accostarsi fanno emergere significati inediti, elementi che contribuiscono a sconfiggere quella fantasmagoria seduttiva in grado di anestetizzare il pensiero critico.
Qui assume un ruolo essenziale il concetto di “immagine dialettica” dominante proprio nei Passages; l’immagine dialettica, che si oppone all’epochè fenomenologica, vive del suo perpetuo relazionarsi all’altro da sé. Non v’è possibile ontologia dell’immagine nell’assenza di relazione, anzi, è la stessa immagine che, affinché possa sopravvivere, pretende di essere messa in rapporto ad altro. È nell’immagine dialettica che temporalità ed eternità si fondono insieme, passato e presente si amalgamano:

“Non è che il presente getti la sua luce sul passato, ma l’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo in cui le si incontra è il linguaggio”.1]

Cogliere nel turbinio incessante e frenetico della modernità dei momenti di stasi improvvisi, delle “epifanie di senso”, capaci di illuminare di una luce differente ciò che invece ci sfugge repentinamente nella vita quotidiana dominata dalle regole del consumo: questo è il compito del filosofo dialettico e del critico della cultura; fissare lo sguardo sui frammenti per farne delle immagini dialettiche che rivelino i processi che li hanno determinati, le loro intenzionalità profonde, i loro valori allegorici e le opportunità che da esse si sprigionano.
[…]
Ontologicamente, ed anche da un punto di vista logico-semantico, l’immagine può dire qualcosa, ha un senso e può comunicare con noi solo perché è da subito a contatto con altre immagini, in rapporto di identità o differenza con esse. D’altronde, è la conoscenza stessa che opera in questa maniera, affidandosi alla “relazione” e non alla “cosa in sé”. Per comprendere questo punto, torniamo a Nietzsche: “Le proprietà di una cosa sono effetti su altre ‘cose’; se si immagina di eliminare le altre ‘cose’, una cosa non ha più proprietà; ossia: non c’è una cosa senza altre cose, ossia: non c’è alcuna ‘cosa in sé’”.2]
L’immagine rinvia continuamente a ciò che è altro da sé, slitta il suo senso ad un’altra immagine che rimanda a sua volta ad altre innumerevoli immagini. In questo terreno multiforme e frammentato, in assenza di un punto centrale e statico, la riflessione è demandata continuamente al suo passo successivo; questo processo consente al pensiero di vivere, di non esaurirsi in una risposta conclusiva, e di tenersi aperto all’indeterminato.

1] W. Benjamin, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino, 2007, p. 516
2] F. Nietzsche, La volontà di potenza Bompiani, Milano, 2005, p. 308

Giorgio Linguaglossa
4 settembre 2018 alle 9:34

A proposito di una poesia scritta a 6 mani

Qualche tempo fa, sulle pagine dei Commenti di questa rivista è stato fatto un esperimento molto interessante, è stata creata una poesia a sei mani a partire da un verso lasciato lì per caso da un commentatore. Ecco, io vorrei sottolineare questo evento perché ne è uscita fuori una poesia non riconoscibile. Imprevista e imprevedibile. Finalmente, è stato creato un qualcosa che nessuno di noi si aspettava.
Ecco la poesia composta da frammenti a 6 mani, da Ubaldo De Robertis, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppina Di Leo. Beh, che ve ne pare? Non sarà una «bella poesia» nel senso tradizionale del termine, ma almeno c’è della elettricità dentro. Qualcosa che vibra.
.
Come la luce passerà su quel vetro o si rifletterà.
M’è dolce leggere ascoltando e vedendo.
Mi raccomando: acqua in bocca!
glu glu glu
In principio non sembrò un problema.
Betta cavalcava la pinna dello squalo
sembrando compiaciuta.
Tre squali bianchi nuotano nella vasca.
Brillano i bambini sul vetro dei bicchieri.
Manca sempre l’oliva, disse lo squalo.
Ignari
suonano con tutte le acque

.

Giuseppe Talia
4 settembre 2018 alle 18:30

.       . A Petr Král

Non c’è alcun dubbio, me lo ha detto lui.
E lui chi è? E’ l’albero. Ma non so con quale
parte dell’albero ho parlato: radici, tronco,
rami, foglie, fiori, frutto o con le cime?
Chi o cosa mi ha parlato? E chi o cosa
dell’albero mi ha risposto che non vi è dubbio?
Buon compleanno.

Gino Rago
4 settembre 2018 alle 18:42

Riflessioni e poesia di Giorgio Mannacio.

(da Poliscritture)

Giorgio Mannacio

“[…]
Da tempo ho una mia opinione – ovviamente non pretendo che sia quella giusta – che mi permette un certo orientamento o disorientamento. Non si può neppure iniziare un discorso sulla Poesia ( maiuscolo per indicare un categoria di esperienza ) se non affrontando in qualche modo la nostra struttura sociale. Da parte mia mi sono convinto che la “ democratizzazione “ della cultura come esperienza di vita ( che si fraziona nelle diverse forme del pensiero e delle arti ) abbia comportato una decisa trasformazione del rapporto tra poeta e società. Il primo ha perso la qualità di “ vate “ ( legata – a mio giudizio – ad una riconosciuta o pretesa“ superiorità “ del poeta rispetto al “ vulgus “ ); la seconda – posta l’equivalenza delle persone ( “ uno vale uno nella vulgata del politicamente corretto ) comporta l’equivalenza dei linguaggi e l’indifferenza degli uni rispetto agli altri. Veramente vogliamo privilegiare il linguaggio poetico in una società in cui “ per “ è sostituito da X ? Cosa può importare a questa società il verso “ è questa l’ora che volge il disio “ se può scrivere ( può scrivere = è capita ) 1/2fisica al posto di metafisica ? Viviamo sotto la “ dittatura dell’ignoranza “ come scrive Giancarlo Majorino in un suo libretto utilmente provocatorio ? Abbiamo perduto la tensione verso il “ sublime “ come scrive Zagajewski a favore dell’ordinarietà ? Non sarebbero domande “ capitali “ se non si scontrassero con l’esperienza esistenziale del “ poeta persona “ che investe nella propria esperienza tutto o quasi tutto se stesso sacrificando a volte la propria vita ( Nadia Campana ? ). Allora quello che ho chiamato “ orientamento “ ( che conduce alla fine ad una sorta di agnosticismo e rassegnazione o vuoto senso di superiorità ) si converte in disorientamento nel quale lascio[…] gli amici che mi leggono.”

 

Mauro Pierno
4 settembre 2018 alle 9:54

L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:

“Oggi, probabilmente, non si può scrivere, in Europa, una poesia veramente moderna, senza fare riferimento, in qualche modo, al retaggio del surrealismo: il surrealismo inteso come allontanamento consapevole del referente e dal referente. In Italia, nella tradizione poetica di questi ultimi decenni (con l’ottima eccezione della poesia di Angelo Maria Ripellino e di Maria Rosaria Madonna e a parte, ovviamente, gli autori della «Nuova ontologia estetica»), non c’è davvero molto del surrealismo: siamo ancora invischiati e raffreddati dentro un concetto di verosimiglianza con il «reale» che ha finito per impoverire la gamma espressiva della poesia italiana.”
(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa
4 settembre 2018 alle 10:08

Alcune considerazioni aggiuntive per l’ermeneutica della poesia di Petr Kral:

Il linguaggio della poesia comunica e nasconde. Parlando produciamo inconscio e non solo intenti razionali e lineari. Il linguaggio agisce ma è soprattutto agito da una parte di noi che rimane sconosciuta. Mentre utilizziamo la parola per dire il nostro voler dire, per prescrivere il giusto, il consono, nella parola si insinua sempre qualcosa che la scardina, che le fa dire qualcos’altro, che le impedisce di ancorarsi saldamente ad un significato, qualcosa dell’ordine della mancanza, qualcosa che distorce la nostra intenzione significante. Se l’inconscio freudiano parla, è perché ha qualcosa da dire, e questo qualcosa si colloca a livello del non sapere: l’individuo parlante non sa cosa dice. Si può dire con Lacan che nella catena significante il senso insiste, ma non consiste.

La parola poetica è detta in funzione della comunicazione con altri, per i quali la parola diventa a sua volta una cosa, un significato che ha bisogno d’essere afferrato attraverso un significante, cioè un’altra parola. Questa può anche essere la medesima della prima, ma con questa entra in un rapporto di indeterminazione indistinta analogo a quello che legava la prima parola alla cosa significata. In altri termini, il linguaggio umano è una gamma di innumerevoli spazi intermedi, di comprensioni incerte, di fiducia carente, di equivoci, di menzogne, di inganni, di sospetti inevitabili.
Dal punto di vista linguistico, la «metonimia-spostamento-cut-up» indica la combinazione tra un significante ed un altro, mentre la «metafora-condensazione-fold-in» si costituisce come un movimento di sostituzione nel quale un significante prende il posto di un altro significante producendo un effetto di significazione, un dipiù di senso. La metonimia produce una fuga del senso, un suo scorrimento resistente alla significazione (una parte significante per il tutto, che scivola di significante in significante per definire sempre lo stesso tutto sfuggente). Direi che la poesia di Petr Král obbedisce alla legge della catena significante.

Lucio Mayoor Tosi
4 settembre 2018 alle 12:03

Mi riconosco in Petr Kral per quella sua volontà di penetrare il “noi” con istanti di cruda verità, non sottintesa, come a voler sfatare, e sfidare, il sentire collettivo. Percepisco che c’è dell’intenzionalità, e potrebbe essere questa la ragione per la quale si meriterebbe il plauso collettivo, anche di noi italiani.

Quando al modo di scrivere, qui mi fermerei al fatto che Kràl restituisce frammenti di vita, sepolti nella memoria, ma pronti a balzare fuori al richiamo di una parola-immagine; esperienze anche minimali ingigantiscono, come se l’inconscio fosse lente di ingrandimento. Da qui possiamo capire quanto profonda ed estesa sia la sensibilità di ciascuno e, per contro, quanto sia fallace e irrisoria la percezione collettiva. Ecco perché la poesia unidirezionale, come sottolinea Linguaglossa, fallisce: proprio nel cercare di interpretare, ricostruire per rendere una verosimiglianza; del vero, appunto, che vero non è, né può esserlo completamente.

Ho molto apprezzato nel commento di Donatella C. Giancaspero, quando scrive:
“Quello che appare come un esercizio stilistico è in realtà un esercizio spirituale, una pratica ascetica, una via laica verso l’ascesi della composizione poetica”.
Mi trovo pienamente d’accordo con questa valutazione, per due motivi: uno, perché ne viene una poesia viva, che sembra farsi mentre la si legge – quindi che ha senso della precarietà dello stare al mondo. Due, perché non riconosco divisione tra spiritualità e fisicità, che per me sono la stessa cosa. Per questa ragione considero spirituali le poesie di Petr Král; “via laica verso l’ascesi”, ove per ascesi si intenda il superamento della percezione conscia in senso orizzontale, non verticale, come invece accade per le credenze religiose.
Con gioia mi unisco alla combriccola nel fare gli auguri a Petr Král per il suo compleanno. Ringrazio tutti per avermi fatto conoscere la sua poesia.

Gino Rago breve commento
su
Giorgio Mannacio

Ad majora
Dopo la luce al neon
hanno inventato un cilindro
di sego o cera vergine che avvolge uno stoppino.
Acceso getta luce: lo chiamano candela.
Dice la gente in dubbio:
dove andremo a finire ?

(Da L’Almanacco dello specchio 1977 n. 6)

Giorgio Mannacio sembra che sia passato davanti alla vetrina crepuscolare, osservandone attentamente le novità legate allo spirito di quella stagione lirica; ma entra nella bottega e ne acquista da esperto soltanto pochi oggetti di valore.
Nella lirica scelta questo poeta, fedele alla sua lingua poetica ( com’egli medesimo con candore confidava a Giorgio Linguaglossa bussando alla sua porta) sbarbarianamente ci confida che la sua scommessa letteraria non è l’urlo patologico – né il pianto catartico – ma il tentativo di capire pianissimo, con poco suono, la sorte dell’uomo nelle dinamiche del mondo, visto che alla vita – fragile, breve, delicata come un cristallo di neve – “la morte nulla toglie”.
Credo che Giorgio Mannacio, nella sua formazione umana e culturale abbia incrociato al largo di sua vita la grande lezione di Carlo Diano, anche lui calabrese di nascita (Vibo V.), cogliendo il punto d’intersecazione fra Achille- Forma e Ulisse- Evento, quando nella sua scrittura, tutta da scoprire, adotta “l’abbassamento dei registri lessicali e semantici”, come ci segnala Giorgio Linguaglossa nella sua densa nota critica che accompagna e illumina un’antologia poetica mannaciana fitta di pepite d’oro…
Una rarità da custodire, da proteggere, da valorizzare nel balbettio linguistico del nostro tempo. Perché Giorgio Mannacio mostra d’avere compreso pienamente la doppia natura della poesia, in sintesi estrema da intendere come arte del linguaggio e come arte della conoscenza… Come arte del linguaggio la poesia si radica nella lingua, come arte della conoscenza si colloca nella Storia… Più Giorgio Mannacio si nasconde più l’ammirazione per lui lievita in me.

Giorgio Linguaglossa
5 settembre 2018 alle 10:31

L’uguaglianza assiologica del linguaggio poetico rispetto al linguaggio comune

Preferisco non adottare fraseologie come «dittatura dell’ignoranza» riguardo alla società mediatica di oggi, o come l’altra dicitura di Zagajewski secondo il quale «abbiamo perduto la tensione verso il sublime». Entrambe le locuzioni presuppongono una superiorità assiologica del poeta (il quale sarebbe colui che ha l’esclusiva di trattare del «sublime» preclusa agli altri esseri umani) rispetto alla assiologia degli altri esseri umani. Io sono animato dalla convinzione di dover abbandonare questa posizione di superiorità o di presunto privilegio che il poeta avrebbe sugli altri esseri umani, penso invece che dobbiamo ripartire ponendo in discussione queste interpretazioni categoriali. Io penso che il «poeta» non ha alcun diritto di rivendicare per sé una diversa nomologia rispetto a quella di tutti gli altri esseri umani. Quella di Majorino e di Zagajewski è ancora un tardo prodotto di una cultura della riappropriazione e della rivendicazione assiologica, è ancora il prodotto di una visione elitaria, di casta chiusa, una visione da controbattere e da abbandonare. Quella visione non ci ha portato da nessuna parte.

Penso che dobbiamo imparare a guardare alla poesia del nostro tempo, la migliore, quella di Petr Kral ad esempio, come ad una poesia che si fa in mezzo alla folla. Quello che mi ha colpito della poesia di Petr Kral e di Michal Ajvaz è che la loro scrittura poetica sembra scritta da un uomo della folla, potrebbe essere stata scritta da una persona qualsiasi, addirittura, a leggerla bene, sembra totalmente esente dal «sublime» (che ancora si percepisce nella poesia di Zahajewski), sembra totalmente estranea a qualsiasi forma di rivendicazione o di riappropriazione assiologica… voglio dire che le frasi di quelle poesie di alcuni poeti cechi (di Kral e di Ajvaz) sembrano quasi essersi fatte da sé, non si percepisce alcuna forzatura del linguaggio, il loro linguaggio poetico non differisce in alcun modo dal linguaggio degli uomini «normali» di tutti i giorni. È questa, io penso, la situazione cui deve tendere la poesia italiana e che io vedo accadere ad esempio nella poesia di Anna Ventura, di Mario Gabriele o di Gino Rago (non tanto in quella del ciclo di Ecuba quanto nell’altro ciclo delle poesie indirizzate a Ewa Lipska, la poesia del ciclo degli «stracci») e, in genere, mi sembra questa la direzione presa dalla poesia della nuova ontologia estetica, una poesia fatta di scampoli, di rottami, di stracci, di eccedenze degli altiforni, di scorie, di frantumi, di lessemi sfuggiti alla combustione del Moderno.
Lì ci sono le parole che noi cerchiamo, si sono rifugiate lì, nella patria linguistica delle parole volgarmente rottamate ed espulse. Penso che dobbiamo andarle a cercare lì le parole «nuove», ma senza alcuna alterigia o altezzosità, senza alcuna spocchia di superiorità assiologica.

Giorgio Linguaglossa
5 settembre 2018 alle 11:46

La poesia italiana si è ritirata da alcuni decenni sull’Olimpo. Adesso bisogna scendere (o si scende o si precipita con tutto l’ascensore), non c’è altro modo che riprendere a scrivere non come una élite ma come persone comuni: calzolai, falegnami, muratori, elettricisti, idraulici… della poesia.

Lucio Mayoor Tosi
5 settembre 2018 alle 12:17

Bisogna avere fiducia nella “poesia” perché è ormai una qualità umana che nel tempo sa complicarsi, e perfezionarsi, da sola. Nessuno che scriva per diletto ne viene risparmiato.

Mauro Pierno
7 settembre 2018 alle 6:58

Come è vero caro Lucio.
Un abbraccio.

Giorgio Linguaglossa
5 settembre 2018 alle 17:20

Dal ciclo “Missive al Signor Gino Rago”.

Gentile Signor Gino Rago,

l’altra notte l’ho incontrata in un sogno, Lei non mi ha riconosciuto.
Del resto, ha poca importanza. Siamo prossimi all’infinito, tanto vicini che ho dimenticato di imbucare la lettera anonima con cui denunciavo il suo delitto. Sì, il fatto che si occupa di poesia e scrive lettere ad una tal Signora Ewa Lipska. Però, sì, non c’è di che, può dormire sonni tranquilli, la polizia vaga ancora nel buio. Il valzer delle stelle bussava ai vetri della mia finestra…

Nel sogno un tizio mi diceva che Gesù è stato crocifisso con i chiodi di garofano!, buffo, no?, mentre Barabba se ne è tornato a svaligiare le banche. In tutta franchezza, Le dirò: si sta bene qui, all’ombra del sicomoro; qui non ci sono sbirri e la sera si va in discoteca a ballare; sì, è vero, la memoria ci ha dimenticato, che farci?, che peccato però, Mimoza Ahmeti mi ha spedito una poesia da un sogno, però ha sbagliato sogno, non era il mio ma il Suo…

Oh, non c’è di che, chiamerò al telefono la poetessa, le dirò di correggere il tiro… ma sì, di lasciare il mio sogno, e di entrare nel Suo…
In un altro sogno, pensi un po’, c’era dio che bussa alla porta, che dice: «Posso aggiustare i rubinetti, lavare i pavimenti, tenere le stoviglie in ordine, posso fare qualunque cosa… purché…»

F.to Giorgio Linguaglossa

Gino Rago
5 settembre 2018 alle 20:11

Gentile Signor Giorgio Linguaglossa,

Sono Annette, una pronipote di Simone Weil,

da poco tempo collaboro con Gino Rago
e fatico a tenere in ordine il buco che si ostina

a chiamare “il mio studio”. Non ho il coraggio
di riportarlo alla nuda realtà.
[…]
Il Suo amico mi creda è cambiato
da quando gli ho parlato della decreazione,

l’ossessione di mia zia Simone…
L’atto della creazione per quanto sublime

è limitativo: Dio è molto di più della sua stessa creazione.
E’ inutile che Dio gli chieda continuamente una recensione
alla sua creazione.
[…]
Lo sa, mia zia comprava i libri ai suoi studenti poveri,
teneva corsi gratuiti agli operai,

portò il suo corpo dappartutto, in ogni luogo senza verità.
La sua unica preghiera fu lo studio, dormì per terra,

si nutrì di frutti selvatici.
Un coraggio estremo attratto dall’impossibile.
[…]
Ho un’impressione, mia zia Simone
ha forse rivoltato la poesia di Gino Rago,

ma Lei signor Giorgio Linguaglossa non lo dica in giro,
aspettiamo ancora prima di affermarlo.

Zia Simone parlò di bellezza una volta sola,
quando la tubercolosi la spinse a 34 anni

in quell’ ultima stanza d’un sanatorio:
“è bella, è bella per morirci”.

Mauro Pierno
6 settembre 2018 alle 17:45

A futura traduzione.
Presumo un apriscatole usato fino all’alba

che gira nelle mani
e non affonda. Le macchie

hanno un calibro distinto.
Ricoprono una maglia di giostra e di dolore.

(omaggio a Petr Kral
Grazie OMBRA.)

È un verso singolo. Di non appartenenza.
Adesso detto ma subito sfuggito. Sono immagini quelle di Petr Kràl colte nell’univoca
sostanza: detto/fatto e subito annientato!”il tetto si riapre con un solo sbadiglio”.
Lo stordimento drammatico è un flusso incessante, una sorta di amaca
Einsteiniana. Una sorta di gravità che precipita.
Nel vuoto della direzione puramente storica:

“E già i reggimenti penetreranno i cancelli, per spegnere la radio
e prendervi il martello.”

(Grandi Versi!)

Donatella Costantina Giancaspero
6 settembre 2018 alle 19:53

complimenti a Mauro Pierno,
questa tua poesia è davvero kraliana, contiene all’interno di ogni singola proposizione una slogatura, una disforia, un disformismo semantico che sposta di lato la significazione, la centrifuga, la mette nel frullatore della significazione, nell’oblò della lavatrice e le proposizioni ne escono lavate nella candeggina, più bianche del bianco…

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16 commenti

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16 risposte a “Poesia scritta a sei mani – Una poesia di Giuseppe Talia, Mauro Pierno, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Commenti di Giorgio Mannacio, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero e altri – Uno stralcio sul frammento di Alessandro Alfieri

  1. Guido Galdini

    Proseguo nel mio vizio di commentare le fotografie di questi post:

    il farfallino di Pasolini basta e avanza
    per volare troppo più in alto
    della cravatta soddisfatta di Moro.

  2. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Tuttuunaparola, NOE!

  3. Un antico “gioco” surrealista. Un espediente che stimola la creatività, ma soprattutto un gioco.

  4. carlo livia

    MADRE SOLITUDINE

    Le sacre capigliature di flauto sono sfinite
    Non dovremo aspettare ancora per molto

    I lavatoi celesti sono completamente vuoti
    E senza speranza
    Anche se molti ammirano
    Il meraviglioso color pervinca
    Di queste nuvole così vicine
    Ai camerini di Dio

    Se rivedrai quel volto
    Non dartene pensiero
    Continua a fingere una ragione
    Mentre attraversi i prati di plastica vermiglia
    Fra lontane finestre malinconiche
    O ti addormenti nella tua antica prigione

    Ormai il Paradiso è così facile
    Da raggiungere o da dimenticare

  5. Aforismi.

    Nello svincolo delle parole
    dove la tela del ragno lascia passare la nostra infelicità
    e quella degli altri.

    Possiamo renderci invisibili,
    pensare di non essere nati. Crederci pura energia.
    Sfuggire ai moderni rilevatori intenzionali.

    Come Gesù. Quasi Dio.
    Il grado massimo della bontà. O nascosti dietro le sottane
    di Maometto.

    Nel rilevatore meccanico la proprietà privata
    è al primo posto tra le barriere intoccabili. La madre, finché c’è.
    Il padre finché comanda.

    La posta elettronica
    è controllata. Le parole fuori posto, quelle che ci rovinano.
    Anche muri hanno orecchi.

    Gesti incontrollati.
    Per quelli scariche elettriche che tramortiscono.
    Basta uno sguardo.

    L’uomo e la donna infedeli
    verranno cancellati dalla memoria. Gli altri premiati da matrimonio.
    Schiavi per tutta la vita.

    Gli amici dell’uomo
    e le amiche delle donne. Buona volontà
    e continue menzogne.

    Il piacere di stare insieme
    è ormai diventato obbligatorio. Il sesso un sotterfugio. Amore
    sempre violento.

    Tutti possono dire di noi
    che siamo una bella coppia. Abbiamo anche figli,
    alcuni in catene.

    Siamo stati figli anche noi.
    E’ obbligatorio essere figli, fare i figli. E’ naturale.
    Anche gli animali.

    L’odio mascherato,
    le società miste ma fino a un certo punto. E’ normale
    che ci si uccida.

    Teniamo stretti in pugno
    moltiplicatori energetici che devono funzionare
    come elettrodomestici.

    Centrifugare a meraviglia,
    espellere le impurità, finire quando il lavoro è fatto.
    Poi uscire dalla mente.

    Le nostre tane
    sono case e palazzi. Strade per scorribande
    d’assalto.

    Il tempo di arrivare, colpire con buoni affari.
    Congiungerci stringendo mani in appositi tubolari
    di luce spenta.

    Liberi di sentirci infelici, scontenti.
    Tentare entro certi limiti il suicidio; se non siamo al mare
    con la famiglia.

    In barca, a tu per tu con onde e vento,
    o su una collina a mitragliare con lo sguardo ogni cosa
    di qua dall’orizzonte.

    Odio per vivere.
    Onesta sopraffazione. Desiderio di morte
    intorno.

    Abbiamo smesso di strappare unghie,
    mozzare lingue, scuoiarci vivi. Si fa prima a buttare
    bombe.

    A patto che non vengano usati gas,
    armi batteriologiche. Ma ci arriveremo presto.
    Distruggeremo il pianeta!

    La Bibbia, un mare di sangue.
    Dio, l’antico spazzino delle nevi; il primo sulla Luna, quello
    che non c’è, non c’è mai stato.

    E voglio vedere adesso
    se non ci crolla in testa il soffitto. Se è vero
    che possiamo sperare.

    Un angelo sterminatore,
    più bravo di noi, che ci sappia fare. Uno che arrivi da lontano,
    da Mercurio o Plutone.

    Sentirci trattati
    come noi trattiamo i maiali, con qualche differenza di luce:
    quelli per Natale e quelli di ogni giorno.

    Ai poeti andrà tolta la lisca.
    Ai preti l’ingessatura. Ai ragazzi ogni possibilità di fuga.
    Alle donne l’uomo, all’uomo la vista.

    Molta più logica da dare ai filosofi.
    Correttivi qui e là. Come sugli altri pianeti, piano piano,
    gradatamente. Quant’è bella verità.

    Così parlano i martiri:
    Gengis Khan, Napoleone, il mio vicino di casa, il medico,
    l’oste, il piastrellista. E anche il cane.

    May. Sett. 2018

  6. Innanzitutto, ripuliamo dai detriti il Ponte di Genova della poesia che è crollato e diamo il benvenuto a Giuseppe Cornacchia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/09/poesia-scritta-a-sei-mani-una-poesia-di-giuseppe-talia-mauro-pierno-giorgio-linguaglossa-gino-rago-commenti-di-giorgio-mannacio-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-e-altri-uno/comment-page-1/#comment-37768
    che ha avuto parole di incoraggiamento e riconoscimento per il lavoro fatto dalla rivista, questo per noi è un valore aggiunto per il lavoro diuturno che stiamo facendo al almeno un paio di anni se non di più. La rivista ha avuto una sua naturale evoluzione: da generalista a rivista di ricerca in una direzione, e precisamente la direzione della più evoluta poesia europea da Tranströmer di 17 poesie (1954) a Kjell Espmark.

    Che cosa è successo caro Giuseppe Cornacchia in questi ultime due decadi alla poesia italiana? È successo quello che è accaduto a Genova: è crollata la credibilità della poesia italiana, è crollato il ponte Morandi. È inutile girarci attorno: la poesia italiana è rimasta per troppi decenni senza un serio lavoro di ricerca e di rinnovamento delle forme espressive, le conseguenze sono rinvenibili nella superfluità del linguaggio della poesia.

    Che cosa è successo alla poesia italiana? Penso che è successo qualcosa di simile a una perdita di memoria collettiva di una tradizione, di una linea di continuità.

    Ho letto di redente una decina di libri di poesia pubblicati da Einaudi, Mondadori. Che dire? Sono scritti in una koinè comprensibile e anche condivisibile, confortevole, una koiné internazionale che ha il passaporto europeo e quindi idonea all’esportazione di un materiale lessicale e stilistico confortevole, lodevole, europeista. Tutto Ok, tutto politicamente s-corretto. Meraviglioso! Non c’è niente da dire, niente, dico, da critico e ermeneuta della poesia. Appunto, non c’è niente da dire su di essi, e questo lo trovo, appunto, meraviglioso. Che altro potrei dire? Sono stupefatto dalla bravura degli autori… costoro scrivono per la nicchia, per lo specchio della nicchia, scrivono e vivono per la nicchia dello specchio, della riconoscibilità assicurata.

    Ho ascoltato una intervista a Nicola Zingaretti il quale si è presentato come candidato alla segreteria del Partito del PD al prossimo Congresso. Zingaretti ha parlato di «discontinuità» rispetto alla linea recente del passato del PD. Ecco, penso che anche alla poesia italiana sia necessaria una «discontinuità» rispetto alla poesia diciamo maggioritaria… ed è il lavoro che stiamo facendo…

    Genova è la città che ha segnato l’estate con la sua tragedia. Avete visto in Tv l’immagine di quel ponte sospeso nel vuoto? E i magazzini dove si affollano le famiglie in shopping, i curiosi che scattano selfie, i camion che trasportano detriti, macerie sotto sequestro come reperti giudiziari, il silenzio irreale che rimbomba dai palazzi sfollati, i segnali autostradali oscurati perché quel tracciato non porta più a nulla? Avete visto tutto ciò? Bene, se lo avete visto, è questo il paesaggio che resta della poesia italiana maggioritaria: un cumulo di macerie, cavi di acciaio arrugginito, lamiere contorte, rifiuti, palazzi vuoti…

  7. gino rago

    Dall’archivio segreto delle Lettere a E. L., scritte di nascosto e mai spedite,
    estraggo queste 2 ormai dimenticate

    1- Prima Lettera a E. L.
    [cani randagi]
    Cara Mme Hanska,

    non posso più indirizzare le mie lettere alla Signora Schubert,
    un’amica di Vienna mi ha informato del suo decesso.

    La signora Schubert è morta all’improvviso. Povera e sola.
    Non più di cinque persone al suo funerale,

    senza pianti né fiori.
    […]
    La mia amica di Vienna mi ha consolato.
    Non più di cinque persone al funerale della Signora Schubert,

    ma la Bahnhofstrasse si fermò al passaggio del carro senza fiori.
    Nessuno beveva vin brûlé o cioccolata calda.

    La Signora Ewa L. gode di ottima salute.
    Scrive poesie come impronte digitali e sintetiche

    come fuochi d’artificio.
    Con poche amiche passeggia intorno al lago artificiale.

    Parla della vita, del caso, del destino,
    sa che i nostri versi sono cani randagi,

    ululano alla poesia come i lupi alla luna.

    2- 37ma Lettera a E. L.
    [Il liquido reagente]
    Cara Signora Jolanda W., Cara Signora Fischer,

    Il mio Amico di Roma*
    dice che possediamo il Liquido Reagente.

    Ma chi davvero svela all’Occidente l’enigma dell’Occidente
    e il messaggio di aiuto nella bottiglia?

    Lei parla con saggezza del Prodotto Interno della Felicità,
    del fatturato della Felicità in vigore nel Butan.

    Forse nel Butan era un sogno
    e il rompicapo di misurare il PIF non finiva con la luna piena.

    Anche Lei conosce le cene cifrate, i segreti delle scarpe
    che si toccano sotto il tavolo.

    Sa, il motore della sofferenza dei poeti gracchia sempre
    nello stesso istante del mondo,

    questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”
    perché se ne infischia delle nostre domande.
    ———————————————————————
    GR

  8. gino rago

    Chiedo scusa a Giorgio Linguaglossa e a tutta la Redazione de L’Ombra delle Parole per questa mia ‘iniziativa’:

    50 anni, sono passati 50 anni dalla Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene. Invito Antonio Sagredo a tracciarne un ricordo, anche personale, sugli effetti e sull’impatto dell’Opera beniana sulla Cultura di quel tempo e su quella dei nostri giorni che, come ha ben visto Giorgio Linguaglossa nel suo drammatico ma vero commento precedente, ha il suo correlativo oggettivo nello sfarinarsi a Genova del Ponte Morandi e nelle macerie che ne sono derivate.
    gr

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