Boris Sluckij (1919-1986) letto da Evgenij Evtušenko – Poesie inedite Scelte – Ha aiutato la contemporaneità a diventare storia – a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova

Foto strada con neve

foto di Steven Grieco Rathgeb

“Adesso si può dire quello che, chissà perché, non si usa dire in vita. Sì, ne sono convinto: Sluckij era uno dei più grandi poeti del nostro tempo”.

                                     (Evgenij Evtušenko)

La gloria gli giunse ancor prima che uscisse il suo primo libro, subito dopo l’articolo di Il’ja Erenburg sui versi inediti di Sluckij. L’articolo fu pubblicato nell’estate del 1956 nella “Literaturnaja Gazeta” e suscitò uno scandalo letterario. Per quale ragione – per il verso non convenzionale, crudele, quasi antipoetico dello stesso Sluckij o la reputazione del suo estimatore? Bisogna dire che in quell’epoca di qualsiasi cosa Erenburg parlasse, si scatenava una protesta – persino quando l’argomento era Francois Villon o Stendhal.

Un anno dopo uscì il primo libro di Sluckij “La memoria” – l’autore aveva intorno ai 40 anni, aveva cominciato  a pubblicare nei periodici ancor prima della guerra, poi seguì un silenzio severo durato un decennio e mezzo. Non conosco una sola raccolta di versi, che avesse avuto un tale significato nel destino della poesia sovietica come questo – nemmeno “La pera triangolare” di Andrej Voznesenskij né il “Tamburino allegro” di Bulat  Okudžava né “La corda” di Bella Achmadulina. Si parlava in questo libro della guerra con una tale semplicità e forza come nessuno mai aveva fatto prima di Sluckij…

Lo stesso Sluckij – molti anni dopo, guardandosi dal di fuori – compose una poesiola epigrammatica “Sul libro ‘Il ricordo’”:

Come un cercatore di funghi, conoscevo i miei posti,
ho lavato la mia stessa vena.
Avevo uno stampo personale. Un mio marchio.
Un modo di scrivere con propria grafia.

Regalandomi il libretto con questi versi, cancellò l’ultima strofa e ne scrisse sopra una nuova, più precisa, sostituì la vecchia: ”Se è merda – è merda mia”. Effettivamente, anche se le scorie in questo processo creativo di Sluckij erano inevitabilmente molte, riconosciamo facilmente che non cambieresti i cattivi versi di Sluckij con i cattivi versi degli altri poeti.

Sebbene in senso anagrafico Sluckij fosse di pura razza ebrea, egli si sentiva nello stesso livello ebreo e russo, non c’era in questo contraddizione o lacerazione, non gli serviva un passaggio verso l’ortodossia per gettare una passerella sul baratro. Perché per lui il baratro non c’era. Gli ripugnavano qualsivoglia forma di nazionalismo, non c’era necessità di ripudiare l’essere ebreo a favore dell’essere russo o il contrario, entrambi i sentimenti erano stati da sempre assimilati con naturalezza. Tuttavia egli faceva una distinzione: l’essere russo era appartenenza alla storia, l’essere ebreo – un segno di origine, tipo un neo. Ed entrambi non appartenevano alla riga del  passaporto ma al destino, per il quale non era stata ancora inventata la riga. Proprio come ebreo, sentiva fortemente il suo legame col popolo russo…

Il legame tra il poeta e il lettore è sempre drammatico – in Sluckij più che negli altri. Non c’è un profeta nella sua patria – una popolarità universale accompagnava il verso più velocemente comprensibile e pseudo-popolare di Evtušenko di quanto non accadesse con la poesia realmente popolare di Sluckij, che durante la sua vita aveva un auditorio qualificato ma tuttavia assai limitato per gli standard sovietici.

È, pertanto, comprensibile la sua dedica: “Resta un po’ con i miei versi, resta almeno un’ora con me. Fammi sentire il tuo respiro, dietro la schiena”. E questa dedica non è ad un amico e nemmeno ad una donna. Qualsiasi dedica di Sluckij è per il popolo. Sluckij si interessò intensamente del lettore, concretamente del lettore popolare, eroe dei suoi versi che – ecco il paradosso! – amava totalmente un’altra poesia: che parlasse preferibilmente non di lui ma, quand’anche fosse, in una maniera trasformata, canzonettistica. Il lettore di massa preferiva allora la sdolcinatezza sentimentale, invece il verso di Sluckij era severo e scontroso come la stessa realtà.

Sluckij entrò per primo in guerra con il neoclassicismo staliniano in poesia e con il lettore ad esso assuefatto. Cioè col lettore che ormai rifiutava Lebedev-Kumach ma ancora amava Marschak. Prendendo le distanze dalla poetica ufficiale, dalla dolcezza piacevole, dall’ottimismo del patriottismo, Sluckij entrava in conflitto con la filosofia che ne stava dietro. Questa filosofia era stata da lui assimilata con serietà, poiché possedeva prove più persuasive dei versi che germogliavano nel suo terreno. Al chiacchiericcio idealistico della realtà Sluckij contrapponeva la realtà stessa: “Se vedrò, descriverò ciò che vedo, così come lo vedo. Quello che non vedrò, lo ometterò. Detesto la dietrologia”.

In poesia Sluckij fu “un realista” di genere e, sebbene non avesse fondato una “scuola realistica”, tuttavia influenzava interamente e concretamente il poetare di diversi poeti come Bulat Okudžava, Evgenij Evtuscenko, Vladimir Vysockij, Evgenij Rein, Stanislav Kuniaiev indiscutibilmente. Infine, Iosif Brodskij.

Su molti poeti ero in disaccordo con Iosif ma Brodskij  riteneva Sluckij, che chiamava Boroj, Boroch, Baruch, il più dotato tra i poeti russi viventi e recitava con foga a memoria molti versi.

In poesia eravamo d’accordo su Baratinskij, Sluckij e… Brodskij. Ed io ancora non so quale dei due ultimi amo di più e quale ritengo maggiore come poeta.

La disputa letteraria uscì dai confini degli anni a lui vicini, giacché – seguendo Nekrasov, Majakovskij, Chlebnikov – egli disputò con l’atteggiamento canonico verso le regole classiche del verso russo, rompendo la gerarchia e abbattendo le autorità. Ovviamente, tutto questo è intimamente connesso – la sensazione della fine della poesia classica, l’usura della sua ricezione, l’attiva diffusione del neoclassicismo epigonico tra i poeti sovietici, sia pure dotati.

La riforma poetica di Sluckij è duplice ma se si limitasse solo alla semantica, cioè soltanto al rinnovamento del contenuto, esisterebbe oltre la poesia, al di là dei suoi confini.

Io sento il suono e so esattamente dove si trova
e mi perdoni pure un romantico:
non di campane né di angeli né di demoni,
una rondine in catene
risuona di ferri…

Gif nevicata

E in un’altra poesia Sluckij da’ una immagine potente, che si rivolge allo stesso tempo verso la sua severa poetica e la sua missione storica: “Io sono un chiodo arrugginito, destinato alle bare…”

Farò adesso un confronto che può apparire forzato ma io sono certo della sua adeguatezza: la poetica di Sluckij è di tipo biblico. Anche Mezirov mi disse una volta che Sluckij  era un uomo del Vecchio Testamento. Esattamente allo stesso modo – in modo semplice ed elevato – sono descritti nella Bibbia i costumi, le abitudini e la storia dei vecchi allevatori di bestiame. Fatti prosaici risuonano là come storici, un conflitto familiare diventa storia universale. Un intenso storicismo è l’immanente caratteristica della poetica e della filosofia di Sluckij.

Sluckij scrive allo stesso modo sia sull’oggi che sul passato, assimilando la contemporaneità con la distanza storica: sul semplice soldato come sul monumento, su un bagno alle terme come su un avvenimento storico.  Il tran-tran dell’uomo sovietico effettivamente “è caduto pesantemente sulla bilancia della storia” e per questo il tempo per Sluckij, come si diceva anticamente è “immagine lontana“. Anche se quello che da lui viene descritto è avvenuto ieri, Sluckij lo sbircia ugualmente in un binocolo capovolto. Tuttavia, non ha bisogno di alcun binocolo, questa capacità di vista è la presbiopia: essa lo aiuta e lo confonde, a volte si a volte no. Sluckij analizza qualsiasi porzione di storia non di per sé stessa ma nei riflessi del passato e del futuro. Poggiandosi impaziente ora su una gamba ora sull’altra, egli aspetta quando la contemporaneità si trasformerà in storia giacché avverte non il movimento ma i grumi, non il processo ma il risultato.

Senza questa visione storica Sluckij non esisterebbe come poeta. Egli percepiva  anche la contemporaneità come crocevia della storia – diversamente non l’avrebbe semplicemente compresa, essendo presbite.

È facile essere trasparenti nell’epoca della trasparenza, la poesia di Sluckij è stata trasparente nell’epoca della totale oscurità, quando taceva non solo il popolo ma anche la musa terrorizzata.

La sua presbiopia funziona non solo sul giorno passato ma anche su quello successivo, che aveva azzeccato e profetizzato nella poesia dedicata alla mia generazione – quelli nati negli anni ’40 – agli amici Brodskij, Dovlatov, Schemyakin , a me e a Lena Klepikova.

Loro non hanno alcun ricordo della guerra, la guerra ce l’hanno solo
                                               nel sangue,
nelle profondità dell’emoglobina, nella miscela di ossa
                                               malferme.
Li hanno spinti nella luce divina, hanno ordinato:
                                               “Vivi!”
Nel 42, nel 43 e addirittura nel 44.
Si accingono ora a ricevere per intero
tutto quello che la guerra non ha dato loro al momento della nascita.
Non ricordano nulla ma avvertono quello che manca.
Non sanno nulla ma avvertono l’ammanco.
Per questo hanno bisogno di tutto: conoscenza, verità, successo.
Per questo crudele e breve è il discontinuo chiacchiericcio.

Ora, quando l’epoca sovietica si è immersa nel Lete, è comprensibile perché l’anticlassico Sluckij ne sia l’indiscutibile classico. E’ rimasto quello che era: un chiodo arrugginito destinato alla sua bara.

  1. Solov’ëv – Novaja Gazeta (24/02/16, in occasione del 30° anniversario della morte di Sluckij)

Poesie inedite di Boris Sluckij

La storia si è riversata su di noi.
Io mi bagnai sotto il suo rombante acquazzone
Ne subii l’ampiezza e la crescita repentina.
Ne avvertii il potere solenne.

L’epoca si scatenava sopra di me
come un acquazzone su una valle rasserenata
ora sotto forma di una duratura guerra giusta,
ora di una ingiustizia non duratura.

Volesse o non volesse la nostra età,
il nostro secolo fece un inventario, insegnava e sfrecciava e tormentava
la mole delle nostre anime e dei nostri corpi,
sì le nostre anime, non semplicemente inerti manichini.

In quale stoffa si stava intrecciando il nostro filo,
in quali tuoni risuonava la nostra nota,
ora è semplice spiegare tutto questo:
il destino – le sue folate e le sue lungaggini.

Con il marchio del destino sono annotate le colonne
dei questionari che in fretta riempivamo.
Il destino si afferrò, come una quercia, con le radici,
all’inizio, in mezzo e alla fine.

+++

Ognuno aveva le sue ragioni.
Alcuni – per amore della famiglia.
Altri – per motivi di interesse:
titolo, carica, rango.

Ma l’amore equivocato
per la Patria, per la fronte battuta*
nel Suo nome
ha spinto la maggioranza.

E quello che scriveva: “Noi non siamo schiavi!”
a scuola, sulla lavagna
non si mise ad andare contro il destino
che si scorgeva a poca distanza.

E dio, un decrepito vecchio stanco,
nascosto tra le nuvole,
era sostituito da uno dei suoi
che portava stivali di pelle cromata. **

*[Si allude all’abitudine ortodossa di chinare la fronte sulle icone durante la preghiera in segno di devozione (ndt)]
** [Parte dell’uniforme militare degli ufficiali sovietici]

++++

La coscienza, indiscutibilmente è stata
creata di notte, durante l’insonnia.
Perché si può litigare con sé stessi
soltanto in una notte senza sonno.
Perché si spezza il ferro
a questa filatrice che tesse il destino.

Perché, quando non riesci a prendere sonno,
trovi un giudice anche nell’anima.

++++

I VALORI

I valori dell’anno quarantuno:
non desidero che l’agevolazione,
non voglio che la corazza
si allarghino su di me.

I valori dell’anno quarantacinque:
non voglio fargli il saluto militare.
Non voglio farlo a nessuno.

I valori dell’anno sessantacinque:
la cosa non si risolve da sola.
Fatemi firmare una lettera.

I valori del giorno odierno:
svalutatevi, rivalutatevi,
riformatevi, deformatevi,
rendetevi ridicoli, degradatevi
ma senza di me, senza di me, senza di me.

+++

LE RAGIONI DI UN AMORE

Ecco perché amo i questionari: per la diretta
impostazione di domande indirette.
Per la riduzione quasi scientifica
di una lunga vita grazie a formule brevi.
Per la certezza che si può
Incasellare un uomo*
e che servono dieci caselle
per portarsi a casa i libri dalla biblioteca
o quaranta per lasciarti andare
verso un paese capitalista per due settimane.

L’uguaglianza di fronte al questionario,
di fronte ad occhi da pesce in barile
di tutte le sue domande
è di per sé uguaglianza.
Ed io – sono per l’uguaglianza.
Rispondere a tutte le domande,
con esattezza e compiutezza,
rispondere – lo sai o non lo sai –
c’è in questo un che
di uguaglianza e fratellanza.
Stavo quasi per dire:
libertà.

* [Si fa riferimento agli innumerevoli questionari che i Russi dovevano compilare per ottenere qualcosa (ndt)]

+++

SULLO SGUARDO DIRETTO

L’uomo onesto
deve guardare diritto negli occhi.
Il perché – non si sa.
E se all’uomo onesto
fanno male gli occhi e gli lacrimano?
E se il disonesto
possiede una vista eccellente?
Chissà perché nei servizi punitivi
di tante epoche e popoli
insegnano a provare la lealtà
e l’onestà in base alla fermezza dello sguardo.
Forse la polizia segreta,
diciamo di Silla, aveva il diritto
di distinguere i disonesti e gli onesti?

Forse il controspionaggio,
diciamo di Tamerlano,
era formato da moralisti?
Ogni vedente ha diritto
di correre frettolosamente con gli occhi
e deve essere giudicato non per lo sguardo,
non per l’olfatto e l’udito
ma per le parole e i fatti.

+++

Ormai non amano ascoltare della guerra
passata
e appena sbircio
dal palcoscenico in sala
si annoiano nella sala:
come dicessero, raccontaci qualcosa di nuovo.

Hanno pure paura di ascoltare sulla guerra
che verrà,
del suo azzurro
celeste.

con i funghi del colore della morte.
La guerra non ha ancora generato un poeta.

Non ha ancora morso il freno.
Non sono ancora chiare le date del suo avvento.
Non ha generato scrittori
ed oggi non nascono profeti.

+++

LA PARTENZA

Ho sognato che il mio amico parte,
che il mio vecchio, amico mio, si alza,
riempie lo scompartimento di fagotti
si lascia salutare.

Proprio lui, che amavo più della mia vita,
una volta, tempo fa…
e i suoi piccoli bambini
guardano dal finestrino.

Ma dove, dove va?
Verso quali sventure si affretta?
Come fossero in una svendita,
gli oggetti stanno sparpagliati qua e là.

Lui ascolta distrattamente,
non vuole capirmi
e una vecchietta garbata
singhiozza in un angolo – sua madre.

E il treno già inizia
la sua cantilenante canzone.
E il mio amico saluta nel finestrino
mentre io sto sulla banchina.

II

Quelli che partono –partono,
quelli che salutano – salutano
e soli, completamente soli
poi rimarranno.

Ruggisce appena la sirena della locomotiva,
l’aereo a reazione scatta –
la solitudine trasforma il freddo micidiale
in neve e ghiaccio.

Trasforma in tenebra e gran freddo,
in febbrai, gennai , dicembri.
E tutto questo succede proprio qui,
sulla banchina – guarda, guarda.

E la parola si trasforma in un tratto di penna.
E in silenzio – il suono.
E le persone si trasformano – in scrittura,
in lettere rade
nei giorni di festa.

+++

In primo luogo questa – è il tuo destino,
che non si sceglie
e in secondo luogo non è poi così brutta
codesta variante del destino,
e in terzo luogo splende il sole
e il bosco rumoreggia, il fiume gioca
a che pro’ pensare: “se”
e a che pro’ riflettere: “magari”.

Il secolo era scarlatto come una mela.
Il progresso si faceva più forte, tipo una gelata.
Fuoriuscire dai tempi impetuosamente –
che vanità, che prosa.
Ma siamo riusciti ad uscire dai tempi,
ci siamo scrollati dai piedi la cenere natale.
C’era questa linea
che ostinatamente seguivamo.

Loro ancora girano attorno
al pianeta, lungo il suo ciglio,
come un piccolo satellite col cagnolino Drug*,
morto da tempo, fra l’altro.
Da tempo è morto l’allegro cagnetto,
lui che era così ghiotto di salame
e si può, forse, soltanto mandare
un sospiro, dopo averne pianto il destino.

Piangiamo il destino
di tutti quelli che si sono staccati dalla terra,
dai dolori e dai divertimenti
e si logorarono, invecchiarono
e si arrabbiarono in lontananza
battendo una propria strada
dove vanno senza bagagli
e si guardano attorno con diffidenza.

* [Drug (amico) è un nome molto comune dei cani in Russia (ndt)]

+++

passigli_poesia Dal 2013 la casa editrice Passigli propone una collana interamente dedicata alla poesia russa del Novecento e contemporanea

Dal 2013 Passigli ha inaugurato una collana interamente dedicata alla poesia russa del novecento.

Le esplosioni delle avio-bombe ricordano gli alberi.
Gli scoppi atomici ricordano i funghi.
Oddio! Dalla semplicità verso la complessità
scaturisce il nomadismo
del nostro destino.

La prossima distruzione assomiglierà alla muffa,
sarà ugualmente ingenua e umidiccia –
semplice.
Ma dopo non ci saranno né paragoni, né canzoni
né un accidenti di niente.

+++

Ma il mio padrone non mi amava.
Non mi conosceva, non mi sentiva e non mi vedeva
eppure tuttavia mi temeva come il fuoco
e tetro, cupo mi detestava.

Quando chinavo il capo dinanzi a lui –
gli sembrava che io nascondessi un sorriso.
Quando mi obbligava a piangere –
gli sembrava che simulassi il pianto.

Io ho lavorato per lui tutta la vita,
andavo a letto tardi, mi alzavo presto,
lo amavo e per lui sono stato ferito.
Ma nulla mi è stato d’aiuto.

Ma io per tutta la vita portavo il suo ritratto,
lo appendevo nel rifugio, lo appendevo nella tenda,
guardavo, guardavo, non mi stancavo di guardare.
E anno dopo anno sempre più di rado, sempre più di rado
mi sembrava offensivo il disamore.
E oggi non mi rovina l’umore
questo fatto evidente che, da che mondo è mondo,
i padroni non amano
quelli come me.

+++

Gli Ebrei non seminano il pane,
gli Ebrei vendono nelle botteghe,
gli Ebrei diventano calvi prima,
gli Ebrei rubano di più.
Gli Ebrei – gente malvagia,
loro sono cattivi soldati:
Ivan combatte in trincea,
Abramo fa affari nella cooperativa sociale.
Ho sentito questo fin dall’infanzia,
presto invecchierò completamente,
ma non si trova riparo da nessuna parte
dal grido: “Ebrei, Ebrei!”.
Anche se non ho mai fatto affari,
anche se non ho mai rubato
porto dentro di me, come un contagio,
questa razza maledetta.
La pallottola mi ha risparmiato
perché si dicesse in verità:
“Gli Ebrei non sono morti in guerra!
Sono tornati tutti vivi!”

+++

Ogni mattina mi alzavo e mi rallegravo
per quanto sei buona, bella
per come in un raggiungibile piccolo raggio
respira la tua anima.
Più volte di notte
Prestavo l’orecchio:
forse dormi, leggi, sopporti forse
il dolore?
Non c’è stato in una lunga vita niente di meglio
di questa compassione, strazio, amore.
Per quanto ho potuto,
ho pagato al destino
perché non si spegnesse la linguetta del fuoco,
perché ancora restasse e contasse,
si diffondesse, come prima, la tua luce su di me.

+++

I CAVALLI NELL’OCEANO

                                        A Ilja Erenburg

I cavalli sanno nuotare.
Ma – non bene. Non in lontananza.

“Gloria” in russo si dice “Slava”.
Questo vi è facile ricordarlo.

La nave andava, orgogliosa del suo nome,
cercava di superare l’oceano.

Nella stiva, dondolando i musi miti,
mille cavalli calpestavano giorno e notte.

Mille cavalli! Quattromila ferri di cavallo!
Eppure non hanno portato fortuna.

Una mina squarciò la nave nel profondo
lontano, lontano dalla terra.

La gente salì sui canotti, si arrampicò sulle scialuppe.
I cavalli cominciarono semplicemente a nuotare.

E che altro potevano fare, poveretti,
se non c’era posto sulle barche e sulle scialuppe?

Nuotava lungo l’oceano un’isola color del rame.
Nell’azzurro del mare nuotava un’isola baia.

E dapprima sembrava fosse facile nuotare,
l’oceano sembrava loro un fiume.

Ma la riva di questo fiume non si vedeva,
mentre si esaurivano le forze equine

all’improvviso i cavalli si misero a nitrire, ribattevano
a quelli che nell’oceano li avevano mandati a picco.

I cavalli andavano giù e nitrivano, nitrivano sguaiatamente
finché tutti non andarono a fondo.

Ecco è tutto. Eppure io provo pena per loro –
ramati, che non hanno raggiunto la terra.

+++

[Le poesie qui presentate (ad eccezione delle ultime quattro) fanno parte della raccolta Il destino – versi di diversi anni (Sudbà- stichi raznich let) edita a Mosca, 1991. La poesia “Ogni mattino…” è dedicata all’amatissima moglie Tatiana morta nel 1997. Nei tre mesi successivi al suo decesso, Sluckij scrisse per lei un libro di versi e poi, come poeta, tacque fino alla fine della sua vita. (ndt)]

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27 risposte a “ Boris Sluckij (1919-1986) letto da Evgenij Evtušenko – Poesie inedite Scelte – Ha aiutato la contemporaneità a diventare storia – a cura di Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova

  1. gino rago

    Prose poetiche sottoforma di missive – Botta e risposta Giorgio Linguaglossa-Giorgio Mannacio-Gino Rago

    1- Giorgio Linguaglossa [Dal ciclo “lettere al Signor Gino Rago”].

    Gentile Signor Gino Rago,

    l’altra notte l’ho incontrata in un sogno, Lei non mi ha riconosciuto.
    Del resto, ha poca importanza. Siamo prossimi all’infinito, tanto vicini che ho dimenticato di imbucare la lettera anonima con cui denunciavo il suo delitto. Sì, il fatto che si occupa di poesia e scrive lettere ad una tal Signora Ewa Lipska. Però, sì, non c’è di che, può dormire sonni tranquilli, la polizia vaga ancora nel buio. Il valzer delle stelle bussava ai vetri della mia finestra…

    Nel sogno un tizio mi diceva che Gesù è stato crocifisso con i chiodi di garofano!, buffo, no?, mentre Barabba se ne è tornato a svaligiare le banche. In tutta franchezza, Le dirò: si sta bene qui, all’ombra del sicomoro; qui non ci sono sbirri e la sera si va in discoteca a ballare; sì, è vero, la memoria ci ha dimenticato, che farci?, che peccato però, Mimoza Ahmeti mi ha spedito una poesia da un sogno, però ha sbagliato sogno, non era il mio ma il Suo…
    Oh, non c’è di che, chiamerò al telefono la poetessa, le dirò di correggere il tiro… ma sì, di lasciare il mio sogno, e di entrare nel Suo…

    In un altro sogno, pensi un po’, c’era dio che bussa alla porta, che dice: «Posso aggiustare i rubinetti, lavare i pavimenti, tenere le stoviglie in ordine, posso fare qualunque cosa… purché…»

    F.to Giorgio Linguaglossa

    2- Giorgio Mannacio [da Poliscritture di Ennio Abate]

    Carissimo Gino ( Rago ),

    come potrei cominciare diversamente ? Ho letto il tuo messaggio – testimonianza e ti dico – senza retorica alcuna – che mi ha letteralmente commosso. Le ragioni sono molteplici , quasi equivalenti e solo l’esigenza tassonomica della grammatica mi costringe ad un elenco. Prima ragione: sei, come io sono, calabrese. Sono nato in un piccolo paese ( San Nicola da Crissa ) a due passi dal luogo natale del grande Diano del quale ho ricevuto uno scritto a cura dalla Biblioteca calabrese di Soriano Calabro.
    Saranno frottole ma le radici non si dimenticano.

    Seconda ragione: mi hai ricordato !
    E’ il massimo che potessi aspettarmi in un tempo di solitudine e dimenticanza. E mi hai ricordato citando un epigramma che segna il mio “ingresso “ ( si fa per dire) nel mondo della poesia. Esso fu pubblicato non nell’Almanacco dello Specchio ma ne Il Verri Sezione Diario minimo curata da Umberto Eco ( 1959 n. 5 ). Quanta acqua è passata sotto i ponti e quanti tram ho perduto da allora.

    Terza ragione ( penso la più importante ): la tua lettura
    ( partecipata e d acuta ) . Che la mia bottiglia con il messaggio cifrato sia capitata nelle tue mani è davvero una felice ricompensa. Ho potuto leggere qualche tua composizione e l’ho fatto con grande piacere ma con qualche fatica : tra i tanti frutti dell’età ho dovuto raccogliere anche una maculopatia all’occhio sinistro che mi rende difficoltosa la lettura dei testi scritti in caratteri minuti.

    Ho visto che anche tu frequenti sommessamente ma con decisione gli antichi sapienti ( Democrito, ad esempio mi è parso ben presente ).
    Anche questo aspetto mi avvicina a te[…].
    Un fraterno abbraccio.
    Giorgio (Mannacio)

    3- Gino Rago
    Caro Signor Giorgio Linguaglossa, Caro Signor Giorgio Mannacio,

    rispondo io alla missiva,
    collaboro con Gino Rago da poco, sono Annette,
    la pronipote di Simone Weil,
    Zia Simone per alcuni era la ‘mistica Simone’,
    per altri ‘Simone-la- filosofa’, per altri ancora la ‘rivoluzionaria’.
    Per me fu e rimane Zia Simone dai capelli sempre in disordine,
    la donna senza trucchi,
    pronta a spingere il suo corpo contro ogni tirannia.
    […]
    In questo momento G.R. non è nel bugigattolo
    che (per compiacerlo) anche io chiamo ‘il-suo-studio’.
    Si è precipitato per le scale per andare a sedare una rissa.
    Nella piazzetta sotto casa litigavano Virgilio e Omero sull’idea di tempo
    e sul verso alessandrino.
    Mi pare di avere notato fra i litiganti
    anche Dante Alighieri spiando dai vetri della finestra.
    Dava ragione a Virgilio, al suo concetto di movimento lineare,
    al suo modello lineare dell’esistenza:
    «Ha ragione Virgilio, altro che tautologia tra causa ed effetto e cerchi che si chiudono,
    altro che ritorno perpetuo alle origini. Enea non torna e non fa ritorno nemmeno il mio Ulisse…»
    […]
    Omero era furioso, Virgilio non scherzava sostenuto da Dante nella lite.
    Non so come finirà.
    Anzi, addirittura Dante ha urlato a squarciagola che Virgilio è il primo poeta cristiano dell’Impero di Roma,
    Omero non l’ha presa bene [“…il mio Ulisse fa ritorno a Itaca.
    E poi che significa ‘cristiano’…”]

    (G R)

  2. Lessi qualcosa di Boris Sluckij nel 1987 alla Biblioteca Nazionale di Roma: alcune poesie tradotte in inglese e il mio stupore fu grande, leggevo per la prima volta un poeta dell’età sovietica della generazione precedente a quella di Evtušenko. Ricordo ancora a memoria due versi che mi colpirono: «Si scrive meglio in mezzo al rumore della gente/ che nella solitudine più assoluta». È ovvio che in quei due versi c’era già tutta intera la poetica di Sluckij: la predilezione per la «gente», per una poesia che parlasse di nuovo alle persone normali, comuni e non soltanto ai poeti di professione del suo tempo che continuavano a fare poesia neoclassica, impettita e noiosa.
    Sluckij immette nella versificazione russa un nuovo metro, spezza il metro di Puskin, lo rende più elastico, abbassa il lessico, introduce il quotidiano e la cronaca, in una parola porta la poesia russa al livello della gente comune, tutto questo senza abbassare il livello estetico della poesia. Posso quindi comprendere l’ammirazione che Brodskij nutriva per la poesia di Sluckij.
    Leggendo Sluckij si capisce bene da dove Brodskij abbia preso l’idea di come mettere il quotidiano e i pensieri sul quotidiano in una cornice storica, questo perché ogni poeta significativo riceve il testimone da un altro poeta che lo precede, e così via… quando si interrompe la catena la forma decade, questo perché la crisi della prassi in arte trova la sua soluzione sempre e soltanto nella forma, nella forma la problematicità di un’epoca trova la sua abitazione.

    Trovo calzanti queste osservazioni di Evtušenko:

    la «capacità di vista è la presbiopia: essa lo aiuta e lo confonde, a volte si a volte no. Sluckij analizza qualsiasi porzione di storia non di per sé stessa ma nei riflessi del passato e del futuro. Poggiandosi impaziente ora su una gamba ora sull’altra, egli aspetta quando la contemporaneità si trasformerà in storia giacché avverte non il movimento ma i grumi, non il processo ma il risultato.

    Senza questa visione storica Sluckij non esisterebbe come poeta. Egli percepiva anche la contemporaneità come crocevia della storia – diversamente non l’avrebbe semplicemente compresa, essendo presbite.

    È facile essere trasparenti nell’epoca della trasparenza, la poesia di Sluckij è stata trasparente nell’epoca della totale oscurità, quando taceva non solo il popolo ma anche la musa terrorizzata.»

    Per fare un poeta c’è bisogno di una grande oscurità. Le epoche di oscurità favoriscono la poesia che, nella sua essenza, è qualcosa di affine alla luce. La qualità primaria di un poeta non è la miopia, egli deve essere presbite, deve poter guardare bene ciò che è lontano, anche a costo di non vedere affatto ciò che gli sta accanto nel presente.

  3. caro Gino Rago,

    leggo su fb la storia di Barry Friedman, un mio vecchio amico che viveva a New York, un bellimbusto… all’epoca faceva il giocoliere agli angoli della 33a Street… un illusionista di grande successo… ricordo che poi si dedicò al mestiere di dogsitter, ben più remunerativo, e infine fece il buttafuori o buttadentro all’Officina, quel locale notturno qui alla Piramide, frequentato da transgender e lesbiche… in seguito ne persi le tracce… so, per sentito dire, che divenne l’amante di Lady Malipierno che lo introdusse nelle segrete stanze della sua alcova e delle sue adiacenze…

    Ma poi, un giorno, un incidente gli ha scombussolato la vita.
    Leggi qui se vuoi saperne di più: link………………..

  4. Giuseppe Talia

    Ah, sì, conosco la storia di Barry Friedman. Lo conobbi all’epoca di quando faceva il dogsitter. Guadagnava molto. Sempre con qualche pelo attaccato ai vestiti e gli orli dei pantaloni maleodoranti. Ricordo una vota che tirò fuori dalla tasca una bustina di cacca di cane. S’era dimenticato di buttarla via: Barry raccoglieva sempre gli escrementi dei cani affidatigli. Aveva dovuto sottoscrivere un contratto con i proprietari per lo smaltimento: gente di medio-alta condizione, pariolini per lo più. Ricordo che mi diceva sempre che il marcio marcia su binari alti, mentre sullo sterrato arranca sempre la disperazione. E la disperazione alimenta i motori degli altiforni.

    Perse le tracce. Non sapevo facesse il butta dentro-fuori all’Officina. Però non ne sono sorpreso. Mi confidò degli incontri al buio che faceva con le coppie di scambisti. Mi confidò che s’era fatto una mappa mentale di tutti i crocicchi. Mi diceva: questo vale per tutti, etero, gay, bisex: gli attivi sono versatili, i versatili sono passivi e i passivi sono generosi. E poi ricorda sempre, il cazzo, c’è a chi piace e a chi non dispiace.
    Con una tale filosofia non mi sorprende frequentasse la Piramide.

    Non sapevo dell’incidente. Chi ne sa di più, per favore ne racconti.

  5. Si capisce qui che il poeta scrive per poi uscire la sera a leggere in qualche circolo; leggere al “popolo”, cosa che noi, allo stato attuale, non sappiamo cosa significhi. Cosa sia il popolo, voglio dire.
    La parola popolo la usavano anche i nostri comunisti. Oggi non più. Oggi sembra avere significato spregiativo, a.e. per dire dei populisti. Ma almeno Sluckij sapeva con chi parlare, ne aveva idea. Beato lui.
    Mi fermerei qui (per soffiarmi il naso), ma noto che in queste poesie viene anche molto usata la parola “destino”, forse per significare la storia; certo, in modo improprio, ma forse per i russi, per il popolo russo, le due cose vanno, o andavano tenute insieme.
    Non conoscevo la poesia di Sluckij – confesso di non avere approfondito tanto oltre i poeti citati nell’antologia di Ripellino…– ma bene: la poesia che inizia con “Quelli che partono –partono, / quelli che salutano – salutano (…) nei giorni di festa” mi è particolarmente, anzi, molto piaciuta. Il verso “Quelli che partono – partono” potrebbe fare ancora scuola, qui da noi. Grazie.

  6. gino rago

    Ognuno ha un personale modo di dire ‘grazie’ a chi ci illimpidisce, ci raffina,
    ci spinge a dilatare gli intimi orizzonti, come in questa pagina de L’Ombra han saputo fare Donata De Bartolomeo, Kamila Gayazova, Giorgio Linguaglossa per avere scelto e proposto il loro lavoro su questo poeta peraltro ben tradotto che, ha ragione Lucio Mayoor Tosi, ha nel ‘destino’ la sua parola-chiave.
    Il mio modo di dire ‘grazie’ è questo:
    Gino Rago
    I platani sul Tevere diventano betulle

    (a Donata De Bartolomeo, a Kamila Gayazova, a Giorgio Linguaglossa)
    ( I )

    Una stanza nel cuore della città.
    Un colore verde antico alle pareti
    (l’argento costa troppo). Un divano.
Uno scrittoio.
    Una credenza sormontata da uno specchio.
    Il poeta è un oracolo sul divano.
    La traduttrice entra nella stanza. Ha un carico
    di nevi sullo scialle. Guarda il poeta.
    Resiste al suo sguardo: «Quanto tempo è passato…»
    Il poeta le fa gli occhi piccoli: «Che tempo?… Quale tempo?
    Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…»
    «Ricordavo la dacia. Il giro con te intorno alla dacia…
    Noi due affondati nella neve. Il vento di ghiaccio».
    Il poeta non si scompone. Guarda la donna
    attonito come in una notte di stelle.
    «Lo sai, voglio dare amore più che accettarlo.
    Ma tengo te in me come un respiro…»
    […]
    Il poeta lascia la stanza. Accende lo sguardo
    sul travertino di Piramide Cestia.
    Va verso San Paolo fuori le Mura. Le nevi,
    la bufera, la dacia… Tutto sciolto nel nitrico del tempo.
    La traduttrice ammira i mosaici bizantini.
    Anche lei è a San Paolo. Si gira di scatto.
    Si trova nelle braccia del poeta…
    Roma per loro prepara il plenilunio.
    I platani sul Tevere diventano betulle.
    […]
    Bella Achmadùlina senza fruscii irrompe
    come lama di luce sugli affreschi e le palme:
    «Ho due vite in me. La tua e la mia…
    E il sapore delle mele che rimane sulle labbra».
    La traduttrice mira
    da Ponte Sisto il Tevere. Un ronzio insensato.
    Un attrito che rompe l’armonia delle sfere.
    Silenzio. Un silenzio non umano.
    […]

    Dal fiume si alza fra densi fumi un canto:
    «…Er bar-caro-lo và contro-corente…» [1]
    Il poeta è sull’altra sponda. Guarda
    senza luce se stesso, gli alberi, la donna
    sull’altro lungotevere: «So dove aspettarti.
    Un po’ più in basso del Paradiso…».
    Tutta la vita è un gioco d’azzardo.
    Il poeta si sveglia. È solo nello scompartimento.
    Il treno verso Udine profuma di cannella.
    Ombre visionarie e immagini di mare.
    Un tocco di zenzero, la donna, un fez.
    Costellazioni in fuga verso Istanbul…

    ( II )

    Lei scruta il poeta: «Il Bosforo è in te.
    Il mare ti attira come attira un gabbiano.
    Da quando?» Il poeta d’incanto invoca Majakovskij:
    Da quando “sei entrata tu – tagliente come un ‘eccomi’…” [2]
    […]
    La donna lo stringe nelle sue spire.
    È troppo forte in lei il profumo della vita.
    Un filo di voce. Un suono: « È la morte che ti turba…»
    Mai tanta luce. Mai tanto fuoco
    nello sguardo d’olio del poeta: «Non la morte
    ma il viaggio è il mio turbamento. Il Viaggio su quel mare.
    Mi turba il mare ignoto che verso lei conduce…».
    […]
    Alle spalle la morchia d’un mondo triviale.
    Innanzi al poeta paesaggi senza mostri,
    scenari senza abissi.
    Un lago. La pioggia sempre altrove. I fiori a un ramo.
    Qualcuno brucia libri nel giardino dei ciliegi.

    Nota [1]: parole tratte dalla canzone “Barcarolo Romano” (musica: Romolo Balzani, testo: Pio Pizzicaria – 1926)
    Nota [2]: dalla poesia “La nuvola in calzoni” (del 1914) di Vladimir Majakovskij.
    —————————————————————
    GR

  7. caro Gino,

    perché non provi a riscrivere la poesia in distici? Poi confrontiamo le due versioni e vediamo qual è la migliore.

  8. poesie di Iosif Brodskij (1940-1996)

    È palese che qui siamo ancora all’interno della tradizione della poesia elegiaca del novecento…

    Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.)

    Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie
    parole,
    no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
    com’è bizzarro rivivere un addio…)
    Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

    Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
    mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
    proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in
    solitudine.
    Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

    Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e
    soffrire…

    Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
    so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per
    la tenerezza
    della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
    per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

    Tutto quello che valichi e rimuovi
    tutto quello che lambisci e poi nascondi,
    tutto quello che è; stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
    di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
    o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

    Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
    un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in
    centinaia di varchi,
    sull’amicizia che hai voluto concedermi
    e che ti restituisco affinchè tu non abbia a perderti.

    Arrivederci, o magari addio.

    *
    Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
    per tutto io sono grato, per un osso
    di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
    ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
    Non importa se è nero. E non importa
    se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
    La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
    che sulla terra è esistita una volta,
    e quindi tanto più essa è dovunque.
    Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
    E può tenersi a un chiodo solamente
    ciò che in due parti uguali non si può dividere.
    Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
    può soltanto sognare un frammento! Una dracma
    d’oro è rimasta sopra la mia retina.
    Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

    (da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

    *

    Sono nato…

    Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
    onde grigie di zinco vengono a due a due;
    di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
    che fra queste si arriccia, come il capello umido;
    se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
    dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
    ma battiti di tele, di persiane, di mani,
    bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
    In questi piatti paesi quello che difende
    dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
    più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
    l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

    *

    Metti in serbo per le stagioni fredde
    queste parole, per le stagioni dell’ansia!
    Come il pesce sulla sabbia, l’uomo sopravvive:
    se si strascina agli arbusti e s’alza
    su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
    nelle viscere stesse della terra.

    Esistono leoni alati, sfingi col seno
    di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
    a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
    di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
    sono più cari degli zeri concentrici nati
    da parole gettate.

    *

    Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
    nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
    dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
    fra i gridi su una superficie di screziati specchi.

    Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
    In casa non c’è un cane e freddo nero è in branda.
    La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
    Poca terra, e non si vedono uomini.

    In queste ampiezze signora è l’acqua. Nessuno il dito
    punta nello spazio e “via di qui” strilla.
    L’orizzonte si rivolta come un cappotto,
    aiutandosi con queste ondate mobili.

    E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
    appesa – evidentemente, i tuoi sensi sono corti
    o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
    per dire, ritirando la mano: “sei risorto”.

    (da “Ninnananna da Cape Cod”)

  9. Caro Gino,
    in attesa, per curiosità, della versione in distici se verrà, provo io a trasmetterti un rapido feedback. E sono due le cose che mi sono annotato:
    “Il treno verso Udine profuma di cannella”.
    Se non è una citazione, è un verso che forse più degli altri mi rivela il fatto che si tratta di una poesia finta, nel senso buono e alto della critica NOE, una poesia di marzapane.
    Se così, allora al lettore non sembrerà strano che i fantasmi si dicano cose scritte, non parole che le persone, pure che si tratti di Majakovskij o della Achmadùlina, si direbbero normalmente (che poi l’autore arrangerà). Così come è chiaramente inverosimile che il poeta possa rispondere alla frase tanto semplice della traduttrice ” Quanto tempo è passato…” dicendo ” «Che tempo?… Quale tempo? / Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…». Nemmeno Montale con la sua amata Gina…
    Mi chiedo soltanto come fare per rendere ancor più ingannevole l’artefatto, così che al lettore non debba servire una critica delucidante. Ma in effetti, tutta la situazione narrata è irreale, tanto che non servirebbe contestualizzare. Solo a volte, ma devo essere io quello, ci si aspetta un’insensatezza verbale, anche uno scioglilingua… qualcuno che davanti al libro chieda com’è il tempo fuori…
    Con affetto, perché mi sei maestro.

  10. gino rago

    OBBEDISCO ALL’INVITO DI NATURA ESTETICA DI GIORGIO LINGUAGLOSSA E RIPROPONGO LA POESIA
    Iplatani su Tevere diventano betulle IN DISTICI
    Grazie a Giorgio L. per le fertili indicazioni, grazie a Lucio M. T. per l’attenta lettura.

    Gino Rago
    I platani sul Tevere diventano betulle

    (a Donata De Bartolomeo, a Kamila Gayazova, a Giorgio Linguaglossa)
    ( I )

    Una stanza nel cuore della città.
    Un colore verde antico alle pareti

    (l’argento costa troppo). Un divano.
Uno scrittoio.
    Una credenza sormontata da uno specchio.

    Il poeta è un oracolo sul divano.
    La traduttrice entra nella stanza. Ha un carico

    di nevi sullo scialle. Guarda il poeta.
    Resiste al suo sguardo: «Quanto tempo è passato…»

    Il poeta le fa gli occhi piccoli: «Che tempo?… Quale tempo?
    Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…»

    «Ricordavo la dacia. Il giro con te intorno alla dacia…
    Noi due affondati nella neve. Il vento di ghiaccio».

    Il poeta non si scompone. Guarda la donna
    attonito come in una notte di stelle.

    «Lo sai, voglio dare amore più che accettarlo.
    Ma tengo te in me come un respiro…»
    […]
    Il poeta lascia la stanza. Accende lo sguardo
    sul travertino di Piramide Cestia.

    Va verso San Paolo fuori le Mura. Le nevi,
    la bufera, la dacia… Tutto sciolto nel nitrico del tempo.

    La traduttrice ammira i mosaici bizantini.
    Anche lei è a San Paolo. Si gira di scatto.

    Si trova nelle braccia del poeta…
    Roma per loro prepara il plenilunio.

    I platani sul Tevere diventano betulle.
    […]
    Bella Achmadùlina senza fruscii irrompe
    come lama di luce sugli affreschi e le palme:

    «Ho due vite in me. La tua e la mia…
    E il sapore delle mele che rimane sulle labbra».

    La traduttrice mira
    da Ponte Sisto il Tevere. Un ronzio insensato.

    Un attrito che rompe l’armonia delle sfere.
    Silenzio. Un silenzio non umano.
    […]

    Dal fiume si alza fra densi fumi un canto:
    «…Er bar-caro-lo và contro-corente…» [1]

    Il poeta è sull’altra sponda. Guarda
    senza luce se stesso, gli alberi, la donna

    sull’altro lungotevere: «So dove aspettarti.
    Un po’ più in basso del Paradiso…».

    Tutta la vita è un gioco d’azzardo.
    Il poeta si sveglia. È solo nello scompartimento.

    Il treno verso Udine profuma di cannella.
    Ombre visionarie e immagini di mare.

    Un tocco di zenzero, la donna, un fez.
    Costellazioni in fuga verso Istanbul…

    ( II )

    Lei scruta il poeta: «Il Bosforo è in te.
    Il mare ti attira come attira un gabbiano.

    Da quando?» Il poeta d’incanto invoca Majakovskij:
    Da quando “sei entrata tu – tagliente come un ‘eccomi’…” [2]
    […]
    La donna lo stringe nelle sue spire.
    È troppo forte in lei il profumo della vita.

    Un filo di voce. Un suono: « È la morte che ti turba…»
    Mai tanta luce. Mai tanto fuoco

    nello sguardo d’olio del poeta: «Non la morte
    ma il viaggio è il mio turbamento. Il Viaggio su quel mare.

    Mi turba il mare ignoto che verso lei conduce…».
    […]
    Alle spalle la morchia d’un mondo triviale.
    Innanzi al poeta paesaggi senza mostri,

    scenari senza abissi.
    Un lago. La pioggia sempre altrove. I fiori a un ramo.

    Qualcuno brucia libri nel giardino dei ciliegi.

    Nota [1]: parole tratte dalla canzone “Barcarolo Romano” (musica: Romolo Balzani, testo: Pio Pizzicaria – 1926)
    Nota [2]: dalla poesia “La nuvola in calzoni” (del 1914) di Vladimir Majakovskij.
    —————————————————————
    GR

  11. gino rago

    Gino Rago
    On the Tiber the plane trees become birches
    [a Donata De Bartolomeo, a Kamila Gayazova, a Giorgio Linguaglossa)
    ( I )

    One room in the heart of the city.
    An antique green color on the walls

    (silver is too expensive). A couch. A writing table.
    A mirrored cupboard.

    The poet is an oracle on the couch.
    The lady translator enters the room. Alot

    of snow on her shawl. She stares at the poet.
    Resists his look: «Much time has passed …»

    The poet narrows his eyes: «What time?… Which time?
    You know that only the present exists. The present without memory…»

    «I remembered the dacia. The walk with you around the dacia…
    We two sunk in the snow. The icy wind».

    The poet is not shaken. Looks at the lady
    stunned as in a starry night.

    «You know, I want to give love more than receive it.
    But I hold you inside me like one breath…»
    […]
    The poet leaves the room. Lights up his look
    on the travertine of the Cestia Pyramid.

    Goes toward Saint Paul outside the Walls. The snows
    the blizzard, the dacia… All melted in the nitric of time.

    The lady translator admires the byzantine mosaics.
    She also is at Saint Paul. She suddenly turns.

    Finds herself in the arms of the poet…
    For them Rome prepares the full moon.

    Plane trees on the Tiber become birches.
    […]
    Bella Achmadùlina erupts with no sound
    like a light blade on the frescoes and the palms:

    «I have two lives in me. Yours and mine…
    and the taste of apples remaining on the lips».

    From Ponte Sisto the lady translator
    Admires the river Tiber. A sensless buzz.

    A grating destroys the balance of the spheres.
    Silence. A non-human silence.
    […]
    From the river a song arises among dense smoke:
    «…Er bar-caro-lo và contro-corente …» [1]

    The poet is on the riverside. He looks
    at himself without light, the trees, the lady

    on the opposite side of the Tiber: «I know where to wait for you.
    A little bit lower than Paradise …»

    All existence is a shot of the dice.
    The poet wakes up. Alone in the train compartment.

    The train towards Udine smells of cinnamon.
    Visionary shades and images of the sea.

    A tuch of ginger, a lady, a fez.
    Constellations in flight toward Istambul…

    (II)

    She studies the poet: «The Bosphorus is in you.
    The sea draws you like it draws a seagull.

    Since when?» The poet enchanted recalls Majakovskij:
    Since “you entered – cutting as a ‘here-I-am’…” [2]
    […]
    The lady withdraws inside her own spires.
    Too strong in her the pefume of life.

    A thread of voice. A sound: «It is life that upsets you…»
    Never so much light. Never so much fire

    in the oily eye of the poet: «Not death
    but the trip is my upsetting. The trip on that sea.

    The unknown sea where she’s leading me upsets me…».
    […]
    At my shoulders the sludge of a trivial world.
    Before the poet landscapes without monsters,

    scenes without voids.
    A lake. The rain always elsewhere. Flowers on the branch.

    Someone burns books in the cherry orchard.

    NOTE [1] Literary translation of the song line: “The boatman rows against the current…” (song: “Barcarolo Romano”; musica: Romolo Balzani, testo: Pio Pizzicaria – 1926)
    Nota [2]: from the Vladimir Majakovskij poem “The cloud in pants” (del 1915).
    © 2017 American translation by A. P. Nicolai and C. Cremisini
    of the poem “I platani sul Tevere diventano betulle” by Gino Rago.
    All Rights Reserved.

    ————————————————————————–

    GR

  12. Grazie Gino,

    devo dire che preferisco la poesia in distici, è più ferma, è come se ci fossero dei tiranti, degli stralli che la tirano, la stendono, la fanno entrare in tensione e la tengono in tensione. Uno dei segreti della poesia della nuova ontologia estetica è questo stato di tensione che il «materiale lessicale» è costretto a subire: non c’è mai una pianura, una discesa… tutto è sempre in salita. È questo il segreto della struttura in distici, che non è una struttura che viene dall’interno ma una gabbia che viene dall’esterno e questo, paradossalmente, invece di essere un difetto diventa un pregio. Inoltre, questa struttura ha il vantaggio non trascurabile che spezza il pendio elegiaco, elegia ben visibile per esempio nelle poesie di Brodskij che ho postato poco sopra. Quella elegia è da evitare, è la nobile elegia del novecento che la poesia di oggi, quella che stiamo facendo, deve evitare con tutte le proprie forze e a ogni costo. Mi piacerebbe conoscere anche il parere degli altri compagni di cordata: Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Giuseppe Talia, Letizia Leone… e di chi ci legge, ovviamente…

  13. Una stanza nel cuore della città.
    Colore verde antico alle pareti

    (l’argento costa troppo). Divano.
 Scrittoio.
    Una credenza sormontata da specchio.

    Il poeta, oracolo sul divano…

    Mi permetto questo levare di articoli, proprio perché “nominare le cose” forse, oggi, può bastare. E attenuerebbe la procedura a scatti, che per me è un difetto collaterale della scrittura per frammenti.

    Brodskij: “È palese che qui siamo ancora all’interno della tradizione della poesia elegiaca del novecento”. Ma questa tendenza al solenne, alla solennità della parola (del poeta), andrebbe rivista alla luce di un maggiore disperdersi; non tra la folla ma anche oltre. E’ probabile che il “tu” comporti l’imbarazzo di non sapere dove mettersi, o in quale posa…

  14. Giuseppe Talia

    Una stanza nel cuore della città.
    Un colore verde antico alle pareti.

    L’argento costa troppo. Un divano.
Uno scrittoio.
    Una credenza sormontata da uno specchio.

    Il poeta è un oracolo sul divano.
    La traduttrice entra nella stanza.

    Ha un carico di nevi sullo scialle. Guarda il poeta.
    Resiste al suo sguardo: «Quanto tempo è passato…»

    Il poeta le fa gli occhi piccoli: «Che tempo?… Quale tempo?
    Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…»

    Io apporterei queste modifiche, in modo che i distici siano più lineari, almeno questi primi cinque. Il resto va benissimo.

  15. gino rago

    Giuseppe, condivido… E ringrazio

  16. gino rago

    Omaggio ai poeti miei compagni di cordata

    Gino Rago
    I platani sul Tevere diventano betulle
    (a Donata De Bartolomeo, a Kamila Gayazova, a Giorgio Linguaglossa)

    ( I )

    Una stanza nel cuore della città.
    Un colore verde antico alle pareti.

    L’argento costa troppo. Un divano. Uno scrittoio.
    Una credenza sormontata da uno specchio.

    Il poeta è un oracolo sul divano.
    La traduttrice entra nella stanza.

    Ha un carico di nevi sullo scialle. Guarda il poeta.
    Resiste al suo sguardo: «Quanto tempo è passato..»

    Il poeta le fa gli occhi piccoli: «Che tempo?… Quale tempo?
    Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…»

    «Ricordavo la dacia. Il giro con te intorno alla dacia…
    Noi due affondati nella neve. Il vento di ghiaccio».

    Il poeta non si scompone. Guarda la donna
    attonito come in una notte di stelle.

    «Lo sai, voglio dare amore più che accettarlo.
    Ma tengo te in me come un respiro…»
    […]
    Il poeta lascia la stanza. Accende lo sguardo
    sul travertino di Piramide Cestia.

    Va verso San Paolo fuori le Mura. Le nevi,
    la bufera, la dacia… Tutto sciolto nel nitrico del tempo.

    La traduttrice ammira i mosaici bizantini.
    Anche lei è a San Paolo. Si gira di scatto.

    Si trova nelle braccia del poeta…
    Roma per loro prepara il plenilunio.

    I platani sul Tevere diventano betulle.
    […]
    Bella Achmadùlina senza fruscii irrompe
    come lama di luce sugli affreschi e le palme:

    «Ho due vite in me. La tua e la mia..
    E il sapore delle mele che rimane sulle labbra».

    La traduttrice mira
    da Ponte Sisto il Tevere. Un ronzio insensato.

    Un attrito che rompe l’armonia delle sfere.
    Silenzio. Un silenzio non umano.
    […]
    Dal fiume si alza fra densi fumi un canto:
    «…Er barcarolo và controcorente…»

    Il poeta è sull’altra sponda. Guarda
    senza luce se stesso, gli alberi, la donna

    sull’altro lungotevere:«So dove aspettarti.
    Un po’ più in basso del Paradiso…».

    Tutta la vita è un gioco d’azzardo.
    Il poeta si sveglia. È solo nello scompartimento.

    Il treno verso Udine profuma di cannella.
    Ombre visionarie e immagini di mare.

    Un tocco di zenzero, la donna, un fez.
    Costellazioni in fuga verso Istanbul…

    ( II )
    Lei scruta il poeta:«Il Bosforo è in te.
    Il mare ti attira come attira un gabbiano.

    Da quando?» Il poeta d’incanto invoca Majakovskij:
    «Da quando sei entrata tu – tagliente come un ‘eccomi’…»
    […]
    La donna lo stringe nelle sue spire.
    È troppo forte in lei il profumo della vita.

    Un filo di voce. Un suono: « È la morte che ti turba…»
    Mai tanta luce. Mai tanto fuoco

    nello sguardo d’olio del poeta: «Non la morte
    ma il viaggio è il mio turbamento. Il Viaggio su quel mare.

    Mi turba il mare ignoto che verso lei conduce…».
    […]
    Alle spalle la morchia d’un mondo triviale.
    Innanzi al poeta paesaggi senza mostri,

    scenari senza abissi.
    Un lago. La pioggia sempre altrove. I fiori a un ramo.

    Qualcuno brucia libri nel giardino dei ciliegi.
    ————————————————————————
    gr

  17. Giuseppe Talia

    Ricevo qualche sollecitazione da chi dal blog si aspetta commenti circa il soggetto presentato, il poeta o i poeti. In questo caso Boris Sluckij, poeta che non conoscevo affatto e che grazie all’Ombra ho potuto leggere ed apprezzare.
    Le sollecitazioni di cui sopra riguardano anche una supposta ingerenza nei commenti di testi propri, ignorando quasi del tutto il poeta presentato.
    Ho risposto che è proprio del laboratorio dell’Ombra lasciare lo spazio dei commenti libero e senza filtri. Essendo un laboratorio, anche psicologico, uno sportello aperto a chiunque, alla proposta della redazione del poeta presentato, ognuno può, nei limiti del buonsenso, decidere di commentare i testi proposti oppure aggiungercene di propri o di nuovi. Con molta umiltà, ci si mette in gioco.
    Va da sé che all’affermazione ” il tal poeta prima del tal poeta faceva lo stesso”, io personalmente, con grande rispetto del tal poeta e del talaltro, rispondo che per come la vedo io non ci sono monoliti ma una pluralità semantica. Uno sportello, (anche psicologico), un laboratorio. Chi ha coraggio si faccia avanti.

    Riguardo a Boris Sluckij come non apprezzare e riconoscerne la vicenda umana e poetica? Io, cresciuto nella sugna, come posso non rimanere incantato leggendo la poesie “Le ragioni di un amore”, quando l’unico questionario che io, e tutta la mia generazione occidentale, credo, abbiamo compilato in vita nostra , tratto da rotocalco, ci si chiedeva di trovare l’anima gemella, oppure quante calorie ingurgitiamo quotidianamente sulla base di una dieta ipocalorica: “Per la certezza che si può incasellare un uomo”
    L’occidente mi pare, si assesti sul prefisso “ipo”: meno di questo e meno di quello.
    E con i maestri come Boris Sluckij che si dovrebbe avere “la fronte battuta”.

  18. gino rago

    (Omaggio a tutti i poeti della NOE-Nuova Ontologia Estetica)

    Gino Rago
    Piazza dei Martiri

    Piazza dei Martiri. Il sole pigro non vuole tramontare.
    A destra il popolo in festa urla: «Dio salvi il Re…».

    A sinistra si leva un grido di guerra:
    «Dio salvi la Regina…».

    Il centro della piazza oscilla.
    Un urlo: «Dio salvi il Re e la Regina…»

    Mentre il boia lucida i legni dell’impianto
    Con la palla di grasso ottenuto dai cani morti.

    La corda con il cappio pende luccicante,
    Al sole del crepuscolo sembra più splendente.

    Un urlo unisce la piazza da destra a sinistra
    Passando per il centro: «Muoia il Re. E muoia la Regina».

    Passano cesti con pane bianco.
    La botte con il vino che zampilla.

    Il cappio in lontananza risplende più di prima.
    «Dio salvi il Re… Viva la Regina».

    Il poeta lascia Piazza dei Martiri.
    Non desidera il pane d’altri, rifiuta anche il vino.

    Non vuole il Re. Non vuole la Regina.
    Cento usignoli nel suo petto si destano. Si destano.

    ————————————————-
    GR

  19. copio e incollo questo commento di Antonio Sagredo:

    Cvetaeva, Mandel’štam…
    e a proposito del giudizio di Josif Brodskij sulla poetessa (che coincide col mio più o meno parzialmente) riferisco dalla mia nota 38, p. 15 al Corso su Mandel’štam di A.M.Ripellino del 1974-75, quanto segue:
    ———–
    “””” La Cvetaeva non ama le mezze misure, specie quando deve giudicare gli scritti di alcuni poeti russi suoi contemporanei di altissimo valore; in questo caso è Mandel’štam, che pure ammira molto e da cui è ammirata, a farne le spese 10 anni dopo il loro innamoramento e le poesie che si dedicarono reciprocamente; difatti, durante il soggiorno londinese (febbraio-marzo 1926), scrive in una lettera a D. A. Šachovskoj (1902-1989) del 18 marzo, [dove tra l’altro riferisce a questi di un suo saggio che sta scrivendo: “La mia risposta a Osip Mandel’štam”] che: “Me ne sto in casa e faccio a pezzi l’infame Rumore del tempo di Mandel’štam”.
    Ed è così violento il saggio che suo marito, S. Efron, la convince a non pubblicarlo.
    Cvetaeva è irritata con Mandel’štam per il modo irrisorio e ironico con cui ha trattato i combattenti Bianchi. Ne scrive all’amica praghese A. A.Tesková con una lettera del 24 marzo e, se ricordo bene, anche a Pasternàk.
    Il “Rumore del tempo” sarà dunque anche la causa del suo allontanamento dal grande critico dell’emigrazione D. P. S-Mirskij, e infatti così in una lettera del febbraio 1931 a Raisa Lomonosova, dichiara che lei, Marina “lo odia”
    (Mandel’štam), mentre Mirskij “lo adora”. (* >).
    In Marina Cvetaeva-Deserti luoghi, Adelphi 1989, p. 11 e nota 2 p. 378; e in Marina Cvetaeva, a cura di Simon Karlinsky, Guida 1989, p. 186. –
    – Lo Šachovskoj, poi, sarebbe divenuto arcivescovo all’interno della Chiesa ortodossa, in America.
    – Per l’attacco di Majakovskij contro la Cvetaeva (e la Achmatova) vedi nota 115 p. 40. – Nel giugno del 1916 la Cvetaeva scrisse la prima poesia di un ciclo dedicato alla Achmatova.–
    (* >) Il risentimento aspro e irriversibile della poetessa verso Mirskij (si erano frequentati durante i tempi dell’emigrazione) forse è nato quando indirettamente fu informata da quanto scrisse su di lei lo stesso Mirskij nella sua Storia della letteratura russa (A History of Russian Literture) edito a Londra nel 1926; (o lesse la poetessa direttamente?); non so chi la informò (se fu così); e non so quando la poetessa lesse la stronacatura della sua prosa; certo è che il giudizio del Mirskij verso la prosa della Cvetaeva fu spietato e crudele, incomprensibilmente insensibile; scrive il critico:” Siccome la Tsvetàeva è giovane (e”scalciante”, verrebbe voglia di aggiungere che la regola aut bene aut nihil non vale per lei, ed è giusto aggiungere che la prosa che ha scritto finora è la prosa più pretenziosa, sciatta, isterica, e insomma la prosa peggiore che sia stata mai scritta in russo” in: D. P. S- Mirskij, Storia della letteratura russa,. ed. Garzanti, 1965, p. 439.
    Ma la Cvetaeva da decenni è ai vertici della poesia mondiale, non solo femminile! –
    Mirskij fu strapieno giustamente di elogi verso Pasternàk (vedi pp.446-448) e Mandel’štam (vedi pp.436-437) e Achmatova (vedi pp. 434-437), ma la Cvetaeva non era invidiosa affatto verso questi tre poeti che amava sopra tutti gli altri.
    > Josif Brodskij (e non solo questi), al contrario di Mirskij, ha ridato infine alla prosa (e poesia), uniche!, della Cvetaeva il valore primario che le spettava a pieno titolo! –
    Nell’efficace articolo sul “drammatico ritorno” di Mirskij nella Russia Sovietica in Enthymema –XII 2015, pp.497-506, a cura di di E. Illarionova, è chiarito (p. 500) in parte del perché questo eccellente critico “eccentrico ed eclettico” ha una “sua maniera di dare giudizi perentori senza giustificarli, ma risultando sempre convincente”.
    Convincente parzialmente quando p.e. raffronta Puškin e Leopardi; non lo è affatto nel caso della Cvetaeva.
    Quel giudizio “sintetico” del Mirskij sulla poetessa è soltanto colpa della sua “ricerca dell’espressione sintetica e originale (che lo) porta il critico a cadere in facili aprossimazioni, prontamente criticate da altri letterati dell’ambiente”? – O c’è dell’altro?
    – D.P.S-Mirskij, questo critico pioneristico militante alla Vissarion Belinskij (“ingenuo” lo definisce M. Bachtin; ma fece conoscere (già prima del1926) per primo all’Occidente (Inghilterra) i grandi poeti russi; e per primo al lettore russo i grandi autori europei occidentali), finirà “disperato” i suoi giorni in un gulag presso Magadan il 6 giugno 1939.
    Chissà quante volte avrà riflettuto sul suo fatale errore di ritornare nella Russia sovietica: scontò con la morte la sua “ingenuità intelligent”, di colui cioè che non conobbe la vera “vita reale e che sceglie un’ideologia per capriccio”: ingraziarsi il potere sovietico coi suoi articoli non gli servì a nulla! (p. 503).
    – Per cuuriosità: a p. 501 è riferita la stima che Mirskij aveva per il giovane slavista Ettore Lo Gatto.

  20. antonio sagredo

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver pubblicato questo mio intervento.

    Inoltre aggiungo che Boris Sluckij fu inserito nell’antologia ripelliniana del 1961 (nel blog ne viene illustrata la copertina giustamente – e tra l’altro questo testo letto da me all’età di 17 anni segna la mia “introduzione” nei vari mondi linguistici e critici slavi, insomma la “slavistica in tutta la sua estensione). Essere stato inserito – per ogni poeta – in quella storica antologia significava per Ripellino aver rispetto per i versi e la poetica dell’autore; lo slavista era un risoluto esaminatore e selezionatore; negli anni successivi dedicò studi e ricordi per ogni poeta antologizzati; svettano in particolare maniera Evtušenko e Voznesenskij, anche perché incontrati più volte. Bisogna perdonare allo slavista – incolpevole assolutamente – l’assenza di alcuni poeti di gran valore, in primis Brodskij pochissimo noto all’epoca e molto giovane, pur sapendolo frequentatore di Anna Achmatova; e tanti poeti del samizdat. Ma le informazioni che gli giungevano allora non gli permetteranno mai di poter possedere materiale sufficiente per scriverne, un po’ perché frammentarie, altre in cui aveva poca fiducia, poi la sua malattia martellante, poi altre urgenze, cioè studi “di critica letteraria” e tanti autori ignoti da rendere urgentemente noti; o autori noti che meritavano più approfondimento.
    Per le poesie presentate – che non conoscevo – in questo blog e che ho letto attentamente – ringrazio Donata De Bartolomeo e Kamila Gayazova ; si evince dalla lettura analitica di alcuni versi di Sluckij il suo debito verso i più grandi che incolpevoli oscurarono non poco sia lui che tanti altri come p.e. Arsenij Tarkovskij, i quali Brodskij conosceva molto bene; e che fra l’altro ne cita tanti altri nell’intervista nel blog pubblicata. Questa grande lacuna è stata sufficiente colmata da giovani slavisti.
    a.s.

    • Donata

      Grazie a tutti voi, anche a.nome di l’amica, x la vostra attenzione nei confronti del nostro lavoro. Un ringraziamento particolare a Gino x la riproposizione della sua bella poesia e ad.antonio x il puntuale intervento.sul tema. Con kamila abbiamo tradotto un interessantisso articolo sui rapporti tra s. e brodskij con scambio di poesie tra loro.
      Spero che Giorgio lo proponga presto alla vostra lettura x approfondire la conoscenza.di questo autore, donata

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