Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock – The Love Song of J. Alfred Prufrock – L’esistenzialismo del nuovo modernismo, da Eliot a Kjell Espmark, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e la nuova poesia. Commenti di Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa
28 agosto 2018

In una Danimarca travolta dalla peste e sprofondata nella disperazione torna dalle crociate il nobile cavaliere Antonius Block. Al suo arrivo sulla spiaggia trova ad attenderlo la Morte, che ha scelto proprio quel momento per portarlo con sé. Il cavaliere decide di sfidarla a scacchi: inizia una partita che sarà giocata nel corso di vari incontri, mentre Antonius e lo scudiero Jöns attraversano la Danimarca e incontrano molte persone, pronte a espiare con dure punizioni i propri peccati o a godere senza freni degli ultimi istanti. Il cavaliere s’imbatte anche in una famiglia di saltimbanchi, che sembrano non accorgersi della tragedia che li circonda, uniti dall’amore e dal rispetto reciproco… [sinossi]

Quando l’agnello aprì il settimo sigillo,
nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora
e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio
e furono loro date sette trombe.
[Apocalisse, 8, I]

Mi chiedo spesso, quando leggo una poesia o un romanzo italiani, a quale film della odierna filmografia italiana possa ragguagliarli e non trovo, ahimè, nulla, nulla cui possa ragguagliare quelle storie che ho letto. E allora, penso che qualche domanda dovremmo porcela, dovremmo chiederci perché l’odierna filmografia italiana è ricchissima di barzellette e di storie stereotipate raccontate con un linguaggio filmico stereotipato. Quando invece leggo una poesia di Kjell Espmark vedo in filigrana il grande cinema di Bergman. Non a caso. Forse, mi chiedo, la poesia italiana degli ultimi decenni non presenta nulla di importante? Di importante da poter interessare un regista? – Ricordo una frase di Milosz il quale commentando le poesie di Eliot dice che non si potrebbero comprendere i Film di Antonioni se non tenessimo conto di certe atmosfere de La terra desolata (1922) di Eliot. L’affermazione di Milosz mi colpì molto e cominciai a chiedermi se la poesia italiana che stiamo facendo, la nuova ontologia estetica, un giorno possa ispirare la regia di un regista del futuro. Io penso di sì, la nuova ontologia estetica richiede fortemente una nuova fenomenologia filmica per essere compresa. Ecco dunque che siamo arrivati al punto: una nuova estetica poetica richiede sempre l’accompagnamento delle arti sorelle: la filmografia, l’arte figurativa, la scultura, la musica di ricerca, la danza… Se leggiamo queste poesie di Kjell Espmark, autore svedese ormai novantaduenne non possiamo non pensare a certe atmosfere dei film di Bergman.

Mi ha colpito molto il titolo di uno dei libri di poesia di Espmark: «Lo spazio interiore». Ecco, qui siamo all’interno di una concettualità che vorrei fosse la nostra casa comune, nostra dico della nuova ontologia estetica: creare spazi, creare tempi, moltiplicare gli spazi e i tempi, demoltiplicare le immagini, defondamentalizzare la costruzione sintattica, defondamentalizzare la colonna sonora della forma-poesia: eliminare il più possibile i verbi (che il più delle volte sono dei sostituti del nome), eliminare le soggettività (vuole e inutili) dell’io, raccontare sì ma senza l’ausilio scontato della ipostasi dell’io come collante e centro di tutte le cose. Dobbiamo porre in primo piano quando scriviamo una poesia, lo «spazio interno» e il «tempo interno», tutto il resto è secondario…

Foto Descending Man, Photo by Jason Langer
Donatella Costantina Giancaspero
28 agosto 2018

A proposito di T. S. Eliot, Czesław Miłosz scrisse esattamente questo:

«Certe scene dei film di Fellini e di Antonioni sembrano la traduzione di una poesia, spesso di una poesia di Eliot: basti citare la stanza dell’intellettuale ne la Dolce Vita di Fellini, che sembra tratta da “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” (In the room the women come and go / Talking of Michelangelo); e poco importa che autore o regista abbiano preso in prestito il tema direttamente o indirettamente. In tal modo anche le persone più digiune di poesia finiscono per riceverla, in forma facilitata, dal teatro o dal cinema…».

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock) non è una poesia d’amore, né tanto meno un canto d’amore. Fu composto da Eliot tra il 1910 e il 1911 con il titolo Prufrock tra le donne, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta Prufrock and Other Observations, dedicata all’amico Jean Verdenal, ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.
È scritto in forma di monologo drammatico. Il personaggio è una controfigura del poeta e dell’intellettuale in genere, è una “maschera” narrante. Nel soliloquio, questa si esprime liberamente come se il proprio parlare fosse rivolto soltanto a se stessa. In tale discorrere solitario i pensieri emergono e si strutturano senza obbedire alle esigenze di compiutezza proprie di un racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile delle emozioni.

Come epigrafe alla poesia, Eliot ha posto alcuni versi di Dante tratti dalla Commedia, che narrano dell’incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all’ottavo cerchio dell’Inferno.

È interessante notare come questa poesia di T. S. Eliot abbia ispirato, nel 1967, al regista e sceneggiatore Nico D’Alessandria, la realizzazione di un mediometraggio sperimentale, nel quale le immagini scorrono deviate, accompagnate dalla recitazione del testo e da suoni distorti. La voce narrante è di Carmelo Bene, le musiche di Luciano Berio.

*

S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere «Cosa?»
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, «Posso osare?» e, «Posso osare?»
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: «Come diventano radi i suoi capelli!»)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: «Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!»)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: «Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente.»
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
«Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire.»

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

*

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question …
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes;
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair —
(They will say: “How his hair is growing thin!”)
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin —
(They will say: “But how his arms and legs are thin!”)
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

For I have known them all already, known them all:
Have known the evenings, mornings, afternoons,
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?

And I have known the eyes already, known them all—
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways?
And how should I presume?

And I have known the arms already, known them all—
Arms that are braceleted and white and bare
(But in the lamplight, downed with light brown hair!)
Is it perfume from a dress
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
And should I then presume?
And how should I begin?

Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows? …

I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.

And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep … tired … or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head (grown slightly bald) brought in upon a platter,
I am no prophet — and here’s no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it towards some overwhelming question,
To say: “I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all”—
If one, settling a pillow by her head
Should say: “That is not what I meant at all;
That is not it, at all.”

And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor—
And this, and so much more?—
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
“That is not it at all,
That is not what I meant, at all.”

No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.

I grow old … I grow old …
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me.

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

Giorgio Linguaglossa

Mediometraggio di Nico D’Alessandria, musiche di Luciano Berio, voce narrante Carmelo Bene. 1967

 

Possiamo fare nostra l’affermazione di Wittgenstein e applicarla alla poesia, al romanzo e all’arte nell’epoca del minimalismo.

Manchiamo di una visione d’insieme, di un territorio vasto come la terra ci ritagliamo il minuscolo orticello del nostro corpo e di lì parliamo delle nostre vicende private, della nostra biografia, di dettagli personali, che non interessano nessuno se non un voyeur. E così abbiamo trasformato il lettore in un voyeur. Bizzarra e orrifica metamorfosi! E non ce ne siamo accorti. Ci siamo talmente abituati a questa visione delle cose che pensiamo in buona fede che quella sia la poesia, il romanzo, l’arte del nostro tempo. Ma è una visione assolutamente fallace e riduttiva del mondo delle cose. Non resta che aprire gli occhi e guardare il mondo con altri occhi. Non li abbiamo? Allora dobbiamo immaginarceli.

«Una difficoltà in filosofia è che manchiamo di una visione d’insieme. Ci imbattiamo nello stesso tipo di difficoltà che avremmo con la geografia di un territorio del quale non possediamo mappe, o solo una mappa di singoli posti. Il territorio del quale stiamo parlando è il linguaggio e la geografia è la grammatica. Possiamo percorrere il territorio senza grosse difficoltà, ma quando ne dobbiamo fare una mappa, ci sbagliamo. Una mappa mostrerà percorsi diversi che attraversano gli stessi luoghi; ne possiamo prendere uno alla volta, ma non due contemporaneamente, proprio come in filosofia dobbiamo occuparci dei problemi uno alla volta, sebbene in effetti ogni problema rimandi a molti altri. Dobbiamo attendere sino a che non siamo tornati al punto di partenza prima di poter discutere il problema che abbiamo affrontato in precedenza o procedere verso un altro. In filosofia le questioni non sono abbastanza semplici da poter dire «ne abbiamo un’idea sommaria», perché non conosciamo il territorio se non attraverso la conoscenza delle connessioni fra i percorsi. Così consiglio la ripetizione come un modo di indagare le connessioni».

(L. Wittgenstein, [dichiarazione sul proprio metodo filosofico, rilasciata nel 1933], in Wittgenstein. Una biografia per immagini [2012], a cura di M. Nedo, trad. di A. Bernardi e M. Jacobsson, Roma, Carocci, 2013, p. 11).

Gli anelli di Saturno di Alessandro Gaudio

[Per fare dell’interdisciplinarità non basta prendere un “soggetto” (un tema) e intorno a esso chiamare a raccolta due o tre scienze. L’interdisciplinarità consiste nel creare un oggetto nuovo, che non appartenga a nessuno. (R. Barthes, L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III [1982], trad. di C. Benincasa, G. Bottiroli, G.P. Caprettini, D. De Agostini, L. Lonzi, G. Mariotti, Torino, Einaudi, 1985, p. 86)]

Un dettaglio oscuro, esente da qualsiasi vanità intellettuale, uno scrupolo, etico oltre che estetico, che impedisca di sprofondare nella sabbia del proprio tempo e consenta per un attimo di capire, attraverso la letteratura, la filosofia, la psicoanalisi, l’antropologia, la storia dell’arte e la fotografia, ma anche la fisica e la matematica, l’ordine delle cose e il progetto cui esso si ispira. Come uno specchio rotto che, riflettendo una realtà atroce e irrilevante, fornisca sorprendentemente uno spunto o una scorciatoia per immaginare e per ridefinire teoricamente (e, spesso, dialetticamente) i rapporti tra le diverse discipline e che, comunque, si guarda bene dal trasfigurare il reale. Un battito di ciglia, quello con il quale si chiude un’epoca, un indizio dello sfacelo, della tacita rovina, un relitto della nostra civiltà offesa. Oppure un piccolo specchio d’acqua, un sogno, un miraggio, una piccola aberrazione decimale che accresca in noi la saggezza o la follia, ma comunque l’espressione di una quotidianità o di una strana mania: «Si tratta − spiegava Adorno nel 1947, concludendo i suoi Minima moralia − di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica». Tuttavia, pur prediligendo il frammento, non lo si riduce a esercizio di stile, disinteressato o impropriamente assolutizzato e chiuso, a «fortezza costruita con gli stuzzicadenti», diceva Leonardo Sinisgalli, il poeta delle ‘due culture’ (quella scientifica e quella umanistica, ovviamente).

In sostanza, sono stati questi i principi cui ci si è attenuti negli scritti che ho proposto, con alcune varianti rispetto alla versione qui pubblicata, all’interno del mio spazio sull’«Eco dei monti», storica testata fondata a Nicosia, in Sicilia, nel 1905: rifacendomi al titolo di un noto romanzo dello scrittore tedesco Winfried Georg Sebald, lo spazio si è denominato Gli anelli di Saturno ed è stata l’occasione per cogliere il modo in cui il tempo o la superficie o le grandi questioni sulle quali si interroga la civiltà occidentale tardo moderna si siano infine ripiegate dentro di me.1]

1] da Alessandro Gaudio Gli anelli di Saturno (saggi ancora inediti)

Annunci

14 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, nuova ontologia estetica, Senza categoria

14 risposte a “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock – The Love Song of J. Alfred Prufrock – L’esistenzialismo del nuovo modernismo, da Eliot a Kjell Espmark, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e la nuova poesia. Commenti di Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    L’intelligenza e la cultura poetica sia della intervistatrice, Costantina Donatella Giancaspero, sia dell’intervistato, Giorgio Linguaglossa, fanno della intervista, apparsa su L’Ombra in questi giorni, una pagina di critica letteraria militante con la quale tutti gli operatori, dai poeti agli interpreti della poesia contemporanea, fino ai semplici pur competenti lettori di poesia, siamo/sono chiamati a fare i conti non tanto per comprendere pienamente ciò che finora è stata la nostra poesia, quanto per tentare di capire ciò che la stessa poesia potrà (dovrà) diventare…

    Gino Rago
    Terza Lettera non spedita a E. L.
    [l’eccesso di memoria]

    Cara Signora Rózewicz,

    So che conosce i confini tra poesia in prosa
    e prosa poetica,li conosceva Tadeusz, li conosce Ewa,
    li conoscono i poeti dell’ Ombra.
    […]
    Atene, Alessandria, Gerusalemme, Roma forse ancora le pietre miliari,
    ma l’amica di Cracovia non è in grado di tradurre le parole che non ha mai pronunciato.
    Jolanda W. e M.me Hanska sanno che dalla fabbrica dell’amore gli amanti non riescono più a toccarsi. Le mani scompaiono per eccesso di memoria… Le parole si impigliano in scuse puerili e due vacche nel prato emanano vapori.
    L’amministratore delegato della fabbrica corre sull’erba dello stesso prato come colpito da un fulmine.
    Sul fiume un vento da ponente, senza voci lo smalto del cielo, senza vetri le finestre della casa, vuote le stanze.
    La memoria?
    Si è alleata con il buio, litiga sul terrazzo con le stelle. Dice parolacce alla luna.
    La città nell’assedio è senza luci.
    […]
    L’eccesso di memoria può giocare brutti scherzi.
    Meglio mettere in vendita le case
    nelle città che lasciammo
    senza preavviso.
    Jolanda W. e M.me Hanska consultano
    gli dèi sempre di nascosto,
    ma le agenzie immobiliari non aprono i battenti.
    Nessuno compra case, non si trovano armadi,
    troppe valigie in giro per le foreste di Treblinka,
    a Varsavia nessuno più ne parla.
    ——————————————————————-
    GR

  2. luiginabigon@libero.it

    grazie, ora ricevo regolarmente.

    un caro saluto a tutti

    luigina bigon

    > WordPress.com

  3. Luciano Nanni

    Forse Luciano Berio ha voluto coscientemente seguire una linea più ‘popolare’ a confronto – per esempio – di un Maderna.

  4. Un Signore con la valigia si presenta all’Ufficio bagagli smarriti.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/09/03/il-canto-damore-di-j-alfred-prufrock-the-love-song-of-j-alfred-prufrock-lesistenzialismo-del-nuovo-modernismo-da-eliot-a-kjell-espmark-federico-fellini-michelangelo-anton/comment-page-1/#comment-37636
    – toc toc toc.
    – Chi è?
    – Sono dio.
    – Chi?
    – dio.
    – Ma non era morto, dio?
    – No, il Signor Nietzsche, quel mascalzone, è stato lui a mettere questa favola in giro…
    – Ma va là…
    – Avrei bisogno di mangiare…
    – Eh, hai fatto male i calcoli amico mio, dovevi pensarci prima, prima di prendere l’aspetto umano, no?
    – Posso aggiustare i rubinetti, lavare i pavimenti, tenere le stoviglie in ordine, posso fare qualunque cosa… purché…
    – Buonanotte, Lil (rivolgendosi a una persona dietro di lui) – Non abbiamo bisogno di extracomunitari qui, sa… la crisi economica… abbiamo dovuto licenziare alche alcuni angeli del suo consorzio…
    – Sì, ma io sono dio…
    – Mi dispiace amico. E poi tu ce l’hai il permesso di soggiorno?
    – No che non ce l’ho.
    – E allora vattene razza di rompiscatole. Vattene via! Pussa via razza di malvissuto!

  5. Giusto chiedersi se poesia possa avere una diversa destinazione. Non che il cinema non ne sia mai servito, citando e traendo dai versi; ma di questo si tratterebbe, in caso mutassero gli equilibri tra parola e silenzio, e la parola volesse tornare a farsi imprevista – come accade di fatto, e come i poeti qui riuniti hanno più volte sostenuto, perché fedeli alle cose della realtà vista da vicino.

    Cosa tieni nella borsetta?
    Le chiavi di casa, un biglietto della Trenord, un cerottino…
    Il libro della vita. A caso:

    “Mai chiedere spiegazioni, tempo un minuto
    non avremmo altro da dirci. Quindi baciarci
    ma solo per non restare nell’imbarazzo”.

    Krishnamurti diceva che l’amore tra le persone
    è soltanto ricerca del piacere. Che l’amore vero
    è mancanza di tutto. Ma senza mancanza.

    Quindi non ci manca il boulevard parigino.
    Per Antonioni l’orizzonte marino, posto anche sui condomini
    delle periferie urbane.

    L’ebrezza di Fellini in Totò Spider-man. Il cinema
    oltre confine di Bernardo Bertolucci. La prima parte
    de ”La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

    Ma i grandi temi ora vanno in lavastoviglie di marca
    nord europea. Joachim Trier, Segreti di famiglia e Thelma…
    Qui rischiamo di produrre solo barzellette.

    Fammi ridere.
    C’era una volta un topo, un piccolo topo…
    Un topolino.

    Poi è l’immagine di noi due
    osservati di soppiatto; perché le parole ormai
    sono famiglie.

    Amore, rima di lessico infranto. Spugna naturale.
    Il vaglio di quel che può capitare assecondando amore
    con amore.

    Quel poco che riusciamo a dirci in una lunga relazione
    costantemente interrotta. Qualcosa in Woody Allen.
    Per salvare i morti, sottobraccio.

  6. donatellacostantina

    La poesia…
    “Questa è proprio l’arte che preferisco, quella che penso servirà domani: un’arte chiara, netta, senza retorica, che non dica bugie, che non sia adulatrice.” (Marcello ne La dolce vita di Fellini)

  7. donatellacostantina

    “È la pace che mi fa paura. Temo la pace più di ogni altra cosa. Mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno”.

  8. donatellacostantina

    “Forse aveva paura di se stesso. Di noi tutti.”

  9. Giorgio Linguaglossa
    1 agosto 2018 alle 12:13

    Io un tempo lontano scrivevo poesie che avessero un «senso». Davvero, adesso un po’ me ne vergogno. Cercavo di dare un «senso forte» alle poesie che scrivevo. Ma sbagliavo. Un giorno incontro questa frase di Adorno tratta da Dialettica negativa:1 «Una vita che avesse senso non si porrebbe il problema del senso: esso sfugge alla questione».

    Fu allora che abbandonai l’abitudine di scrivere poesie con un «senso», perché mi resi semplicemente conto che «esso sfugge alla questione».
    Detto questo per dire che allontanandomi sempre più velocemente dalla poesia con posizione e proposizione suasoria, assertoria, unidirezionale, unitemporale, innocentemente non dubitatoria, sono approdato, insieme ad altri compagni di viaggio, alla «nuova ontologia estetica» (che è una posizione davvero instabile!)… ma non per invaghimento del dubbio e della scepsi, posta così la questione sarebbe da superficiali, ma, per amore della verità, posto anche qui per scontato il concetto di «verità», cosa che affatto non è. In seguito, incontrai un altro frammento di Adorno che diceva:
    «la coscienza non potrebbe affatto avere dei dubbi sul grigio, se non coltivasse il concetto di un colore diverso, di cui non manca una traccia isolata nel tutto negativo».2

    Fu allora che mi resi conto che la poesia che si scriveva in Italia da alcuni decenni era una poesia ingenuamente assertoria, anti sceptica, semplificatoria… mi resi conto che le cose non stavano affatto così…

    1] T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966 tra. it. Einaudi 1970 p. 340
    2] Ibidem, p. 341

    [Antonioni, Monica Vitti: Giuliana (Monica Vitti): Non sta mai fermo. Mai. Mai, mai. Io non riesco a guardare a lungo il mare. Sennò tutto quello che succede a terra non mi interessa più.]

    • Per quanto riguarda l’impiego in poesia dei «frammenti», così frequenti nella poesia della «nuova ontologia estetica», ecco quanto scrive Mario Praz in ordine all’opera di esordio di Eliot:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/19/petr-kral-poesie-traduzioni-di-antonio-parente-con-una-presentazione-di-donatella-costantina-giancaspero/comment-page-1/#comment-25443
      «Nel 1922, in The Waste Land, Eliot aveva dato espressione al consapevole disorientamento di un’epoca che, iniziatasi colla prima guerra mondiale, può dirsi duri tuttora e non si saprebbe meglio definire che col titolo di un volume dell’Auden, The Age of Anxiety, l’epoca dell’ansia. The Waste Land chiudeva il suo barbarico edificio con alcuni frammenti di poeti del passato, vestigia di una nobile e secolare tradizione di cultura, e con la dichiarazione: “Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine“. The Waste Land voleva essere insomma un edificio di bassa epoca deliberatamente eretto sull’Ultima Thule del pensiero europeo, proprio al limite della desolazione incombente che minacciava di travolgere ogni traccia d’una cultura secolare».

      Nel mondo post-metafisico dell’“organizzazione totale” fondata sulla tecnica, ogni cosa ha un posto definito, coincidente con la funzione strumentale assolta all’interno del sistema. Anche il linguaggio assolve questo compito, tecnicizzandosi. L’uomo interroga gli enti come oggetti esterni da cui determinare il senso dell’essere: il loro e il proprio. Ma la metafisica, così intesa, conduce all’oblio dell’essere, che si nasconde anziché rivelarsi, e all’utilizzo strumentale degli enti nell’orizzonte del mondo tecnicizzato. Anche l’uomo, segue la stessa sorte, diventa “ente”, oggetto, cosa, strumento. Il pensiero si riduce a servizio del sistema: strumento fra gli altri per la soluzione di problemi interni alla “totalità strumentale” in atto nelle società contemporanee. Occorre dunque ripristinare il contatto con le sorgenti dell’essere.

    • donatellacostantina

      Caro Giorgio,
      vorrei capire meglio (e, con me, altri lettori), anche con il supporto di qualche esempio concreto, che cosa intendi esattamente per poesia “suasoria, assertoria, unidirezionale, unitemporale, innocentemente non dubitatoria”, come scrivi. Parole affascinanti, suggestive, ma oscure da codificare… Che cosa vuoi dirci quando ci riveli che all’inizio della tua esperienza poetica cercavi di “dare un «senso forte» alle poesie”? Qual è di fatto questo «senso» di cui oggi ti vergogni? Poi, è arrivata la scoperta della Dialettica negativa di T. W. Adorno, un’opera fondamentale per te, perché la citi spesso e so che la tieni sempre sulla scrivania e te la porti anche in viaggio… Insomma, un’opera alla quale il poeta (prima o poi) dovrebbe accostarsi, io penso… sì, almeno un po’.
      Però, siccome le citazioni che ne trai potrebbero suonare troppo astratte, traducile in qualche esempio concreto, se puoi.
      Grazie!

  10. gino rago

    A.P*. è la mia amica di Roma, amica storica Alessandra Pannuti, grande artista dell’arte della ceramica. Si è spenta da poche ore, consumata in fretta da un male nero.
    Requiescat in pace

    Gino Rago

    In memoriam
    Lettera non spedita ad A. P.*
    [l’eccesso di memoria]

    Cara Signora Alessandra P.
    So che conosce i confini tra poesia in prosa
    e prosa poetica, li conoscevano i maestri della creta,
    li conoscono Alberto, Cristina, Giulio, Giulia, Giovanni e Carlo.
    […]
    Atene, Alessandria, Gerusalemme, Roma? Forse ancora le Sue pietre miliari,
    ma l’amica di Cracovia non è in grado di tradurre le parole che non ha mai pronunciato.
    Jolanda W. e M.me Hanska sanno che nella fabbrica dell’amore gli amanti non riescono più a toccarsi. Le mani scompaiono per eccesso di memoria… Le parole si impigliano in scuse puerili e due vacche nel prato emanano vapori.
    L’amministratore delegato della fabbrica corre sull’erba dello stesso prato come colpito da un fulmine.
    Sul fiume un vento da ponente, senza voci lo smalto del cielo, senza vetri le finestre della casa, vuote le stanze.
    La memoria? Cara Signora Alessandra P., soltanto Lei lo intuiva,
    specialmente negli ultimi giorni di silenzio anche nell’argilla:
    la memoria si è alleata con il buio, litiga sul terrazzo con le stelle. Dice parolacce anche alla luna.
    La città nell’assedio è senza luci.
    [Senza luci né suoni, come immagino Lei
    da sola ora in una bara].
    […]
    Cara Signora Alessandra P., a me sempre diceva:

    «L’eccesso di memoria può giocare brutti scherzi.
    Meglio mettere in vendita le case
    nelle città che lasciammo senza preavviso, il passato ci insegue,
    nessuno scherzi con il destino.
    So che Jolanda W. e M.me Hanska consultano
    gli dèi sempre di nascosto,
    ma le agenzie immobiliari non aprono i battenti.
    Nessuno compra case, non si trovano armadi,
    troppe valigie in giro per le foreste di Treblinka.
    Ma a Roma e a Varsavia nessuno più ne parla.
    Non potendo o sapendo modellare il mondo ho modellato me stessa
    a misura del mondo. L’ho fatto con l’argilla.
    Ho udito il mondo dai suoni dell’argilla,
    con l’occhio dell’argilla ho guardato il mondo.

    Lascio al mondo il frammento
    di me, di quel ‘me’ mio, tutto mio in fondo all’argilla
    che ora è solo fango…»

    Gino Rago, 3 settembre 2018
    —————————————————————

    • Venne quasi a bisbigliarmi
      un folle vento di tentacoli
      nella corsa mattutina assuefatta,
      fatta di alberi,
      stradicati. Balbettava e strideva
      tra i denti stretti
      tra le aiuole
      tra i vicoli delle onde, tutto frammentava.
      Nel quesito pose rigidi confini.Sbraitava.
      Nella polvere un’auriga volse il viso.

      Grazie OMBRA.
      Con te, caro Gino.

  11. Adriano Adrianos

    Questo sito segue due strade: la strada economica, assoluta che sembra far liberi, ma che rende schiavi è la strada dell’amore che sembra rendere schiavi e che invece è assoluta libertà:
    Uno è il percorso “manifesto per la rivolta globale” sotto forma di saggio.
    http://adriano53s.interfree.it/manifesto%20per%20la%20rivolta%20globale.htm
    l’altro “l’umano cantico dei cantici” in poesia.
    http://adriano53s.interfree.it/poesia/raccolta_di_poesia.htm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...