Anna Ventura, da 21 poesie inedite, con una  Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

foto il vuoto della folla

è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti, di buche, un cunicolo sotterraneo che non si vede ma che c’è, nascosto dal folto della vegetazione delle merci linguistiche

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi nel 1936. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate, a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV. Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin, traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 Il «passaggio», per Heidegger, è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti, di buche, un cunicolo sotterraneo che non si vede ma che c’è, nascosto dal folto della vegetazione delle merci linguistiche. Nella situazione storica  della poesia italiana dagli anni settanta ad oggi è avvenuto questo: che un poeta della generazione venuta dopo quella di Pasolini (nato nel 1922) come Anna Ventura (nata nel 1936), nel breve arco di anni che separa la morte di Pasolini nel 1975 dall’esordio poetico della Ventura nel 1978, si è compiuto in Italia un vero e proprio genocidio della poesia, ma non perché i poeti siano morti ammazzati quanto perché i poeti sono stati costretti a sopravvivere in una sorta di stato sonnambolico o catatonico di morte apparente e di vita apparente.  Nella situazione degli anni settanta-ottanta ad un poeta che vivesse in periferia e che non fosse allineato con gli slogan delle parole d’ordine di allora di Roma e di Milano non era concesso udienza o attenzione. Questo va detto per spiegare il fatto di come la poesia della Ventura non  sia stata recepita e, tranne alcune eccezioni di riguardo, resterà inesplorata. Ecco la ragione che ha costretto la Ventura ad imboccare una via laterale, un Umweg, ed a percorrere un lungo tragitto esperienziale e stilistico per giungere fino a noi con il suo «nuovo» vestito degli ultimi due decenni.

Tuttavia, percorrere un Umweg per raggiungere un luogo non significa girarvi attorno invano, allungare il percorso – l’Umweg non è un Irrweg (falsa strada) e nemmeno un Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco), un sentiero interrotto – è una strada che comprende in sé una innumerevole quantità di altre strade diverse. È questo, penso, l’accezione che vorrei dare a queste poesie inedite di Anna Ventura. La poetessa abruzzese ha dovuto percorrere, fin da Brillanti di bottiglia, l’opera d’esordio del 1978, una gran quantità di strade comunali e di stradine laterali prima di immettersi nel grande alveo della poesia europea. Il lunghissimo tragitto non è accaduto per caso, è stato necessitato dalla oggettiva situazione di inflazione linguistica di poliscritture che si è verificata in Italia a partire dagli anni settanta fino ai giorni nostri ma non soltanto perché la «dritta via» era smarrita, oscura e impenetrabile, quanto perché nel mondo mediatico di oggi quella «via», come scriveva Wittgenstein, è una via «permanentemente chiusa». Non v’è alcuna strada, maestosa e tranquilla, come nell’epos omerico e ancora in Hölderlin e Leopardi, che sin da subito mostri la «casa», il luogo dal quale direttamente partire per ritrovare la patria da dove gli dèi sono fuggiti per sempre. Gli dèi sono stati dimenticati, e anche di «dio» se ne sono perse le tracce, non se ne sa più niente, ed oggi è una questione che interessa gli speleologi e gli archeologi. Oggi non c’è più una «siepe» che delimita lo sguardo, non c’è più qualcosa di solido che ostruisce l’ingresso e il viaggio, tutte le vie sono possibili e compossibili, statisticamente tutte le vie sono interscambiabili perché tutte condurranno, alla fine dei tempi, a Roma, alla mancanza di un fondamento stabile. C’è questa chiaroveggenza nella poesia di Anna Ventura che con il passare degli anni e dei decenni diventa sempre più consapevole. La tradizione nelle nuove condizioni della società mediatica, si allontana sempre più velocemente. Ed ecco che in queste poesie inedite che presentiamo, la poetessa può affermare con candore e semplicità «Siete qui, maestri/ Ascoltati ieri… Finalmente so… La barbarie che è fuori la porta/ Non mi fa più paura./ Attraverso un tempo lunghissimo,/ oltre lo spazio stretto del reale,/ oggi siete chiarissimi/ concreti».

 

Nel «nuovo» mondo di oggi «i maestri» sono scomparsi irrimediabilmente e la poesia è diventata una questione «privata», una questione privatistica da regolare con il codice civile e da perorare con un linguaggio polifrastico, un linguaggio «interno» che ammicca ad un «metalinguaggio» o «superlingua» qual è diventata la poesia che va di moda oggi. La questione «tradizione» oggi non fa più questione. I linguaggi poetici sono metalinguaggi  prodotto di proliferazione di altri linguaggi polifrastici. Oggi un critico di qualche serietà non avrebbe nulla da dire di questi linguaggi polifrastici o polinomici. Rispetto a tali linguaggi la poesia della Ventura spicca per la sua «nudità», è un linguaggio «nudo» in quanto indifeso, non è un metalinguaggio è un linguaggio.

In un suo saggio su Pasolini, la Ventura ricorda il parere di Moravia:

«Le idee di Pasolini sull’imborghesimento universale e sulla svolta antropologica del consumismo non derivavano da un’osservazione oggettiva della realtà sociale; ma erano l’espressione di un mito con il quale lui con gli anni aveva finito per identificarsi: il mito della età dell’oro della cultura contadina.

…Era inutile che io, per esempio, gli dicessi che i mali di Italia venivano non già dall’industrializzazione e dal consumismo… che, insomma, l’Italia lungi dall’essere distrutta dall’industria non era abbastanza industrializzata e lungi dall’essere troppo consumista, non consumava abbastanza; era inutile, cioè mettergli sotto gli occhi il Paese reale: lui vi sovrapponeva subito il suo mito e facilmente mi dimostrava che la mia diagnosi andava capovolta e che tutto il male dell’Italia veniva dal suo, ahimé, così effimero e ristretto benessere. Adesso mi si chiederà come mai questa razionalizzazione sia pure geniale di un mito letterario e poetico abbia incontrato tanto favore.

Penso che il successo della presa di posizione di Pasolini sia dovuto al momento storico in cui si è fatto avanti come polemista.

Egli ha interpretato la nostalgia di tanti italiani per una età dell’oro situata in un passato imprecisabile ma sicuramente agrario, nostalgia peraltro fatta soprattutto di sgomento di fronte al colossale fallimento storico di questo Paese come Paese moderno».1

È emblematica questa attenzione della Ventura per un poeta da lei tanto dissimile. Solo quattordici anni separano le date di nascita di Pasolini da quella della Ventura, ed è in questi anni che si consuma il divario tra la vecchia Italia contadina e la nuova che sta vivendo la sua industrializzazione a tappe forzate.

In un certo senso è qui il segreto della cifra stilistica della poesia venturiana: la poetessa abruzzese ha vissuto nella nuova Italia della industrializzazione compiuta e del post-sperimentalismo, nel momento in cui il post-moderno era già in via di esaurimento e stava venendo alla luce una società che voleva a tutti i costi chiudere la parentesi della modernizzazione accelerata. Il suo stile segna una sorta di ritorno alla semplicità del pensiero poetante dopo la ubriacatura del post-sperimentalismo e le vezzosità della poesia agrituristica e delle adiacenze dell’io che prenderà piede in Italia già durante gli anni ottanta e che continua fino ad oggi.

Redazione-Officina Pasolini e Franco Fortini, due scomodi compagni di strada

Redazione della rivista Officina, Pasolini e Fortini, due scomodi compagni di strada

La Ventura ritorna ad una poesia fatta di «cose», di «res».

Scrive Remo Bodei:

«Qualcosa… avviene nel nostro rapporto con le cose, specie nel campo dell’arte. Sul suo esempio, la filosofia è stata chiamata a comprendere la trasformazione degli oggetti in cose, a restituire loro l’eccedenza di senso sottratta dall’usura dell’abitudine e dallo sguardo oggettivante. Entrambe, arte e filosofia, combattono quindi la desemantizzazione cui il nostro mondo quotidiano, ridotto a “deserto del reale”, è stato sottoposto e invitano, nello stesso tempo, a rinvenire nelle cose quell’aura che ce le avvicina, pur mantenendone la distanza [cfr. Benjamin 1966, 23-24].
È ora possibile intendere il territorio della fantasia artistica come atopia, luogo inclassificabile, irriducibile allo spazio della res extensa, che non appartiene né al dominio della realtà assoluta, e a quello – che ne è l’opposto speculare – dell’utopia, del non-esistente per definizione. È una zona insituabile in cui il desiderio, cognitivo e affettivo insieme, trova il suo più intenso appagamento (almeno per quel tempo limitato della “domenica della vita” in cui Hegel aveva racchiuso la fruizione dell’arte, sottraendola ai giorni feriali del lavoro e delle preoccupazioni dell’esistenza). Si manifesta in essa la paradossale lontananza prossima rappresentata dalla “patria sconosciuta”, di cui parlano Plotino e Novalis, o quell’arrière-pays intravisto da Yves Bonnefoy, spazio simbolico in cui non siamo mai stati, ma che ci sembra di conoscere da sempre…»2]

È lecito affermare che la migliore poesia contemporanea si occupa di «cose» e non di «oggetti»? È lecito dire, più in particolare, che il luogo della poesia sia in quel limen che divide gli «oggetti» dalle «cose» e che ci racconta il misterioso tragitto che trasforma gli «oggetti» in «cose»?  Anna Ventura in una sua poesia scrive che dobbiamo mantenere «la distanza dalle cose», ed è vero, dobbiamo difenderci da un infoltimento di «cose» ma dobbiamo al contempo anche sollecitare in qualche modo questo «ritorno delle cose», perché soltanto esse ci possono parlare, anche se in una lingua che non comprendiamo; le «cose» possono dirci qualcosa di significativo che la merceologia dei discorsi comuni tende ad oscurare. In qualche modo, tutta la poesia della nuova ontologia estetica si trova lungo questa linea di consonanza con il linguaggio delle «cose». Le «cose» stanno lì a guardarci dal loro luogo atopico, ci parlano e ci parlano, ci fanno intravvedere una eccedenza di senso, ci familiarizzano con un ordine simbolico che conferisce significato alla nostra esistenza. In questa direzione, la lettura della poesia di Anna Ventura ci sorprende per l’acutezza con cui ha saputo indagare in tutta la sua opera il luogo delle «cose» e la loro lingua misteriosa.

1] A. Ventura La multiforme unità di Pasolini, Quaderni di Rivista Abbruzzese, 8, Lanciano, 1977, p. 15

2] Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, 2009, pp. 86-87

Foto Jason Langer, Mannequins, 1993

Finalmente so/ che cosa mi avete insegnato./ Siete nella tazza di caffè/ vuota sul tavolo,/ nelle carte sparse, nel cerchio/ di luce della lampada

Poesie inedite di Anna Ventura
I MAESTRI

Siete qui, maestri
Ascoltati ieri
col timore rapace
dell’ultimo dei discepoli.

Finalmente so
che cosa mi avete insegnato.
Siete nella tazza di caffè
vuota sul tavolo,
nelle carte sparse, nel cerchio
di luce della lampada.

La barbarie che è fuori la porta
Non mi fa più paura.
Attraverso un tempo lunghissimo,
oltre lo spazio stretto del reale,
oggi siete chiarissimi,
concreti.
Tutta l’erba del mondo

Disperdere la nuvolaglia
addensata per anni sul mio capo
da pazienti artefici del grigio
è impresa
da non tentare nemmeno.

Però per me
una foglia verde
coi mobili orli trinati
è ancora
tutta l’erba del mondo.

La natura è la mosca
che a piccoli passi percorre
ostinata la costa del quaderno,
poi al margine si volta
e torna indietro,
la passeggiata è finita.

.
Tu quoque

Cesare nei boschi nordici, d’inverno.
Dorme poco, mangia niente;
se non combatte, scrive. La parola
si affila come un’arma. Come un’arma
è infallibile. Cesare sa
che sarà il padrone del mondo,
ma ora è solo,
nel bosco innevato. Le guardie
dormono, il fuoco
si va spegnendo in piccole lingue
rosse e gialle. Cesare
non ha rimorsi,
non ha rimpianti,
non ha paura. Ma a Roma,
nelle quiete stanze
di una casa patrizia,
lì dove si aggrumano
tutti i rimorsi,
tutti i rimpianti,
tutte le paure,
lì dove il condottiero
nessun pensiero indirizza,
lì un pugnale si affila.

.
In nome dello spirito

“E parlerai a tutti quelli che hanno sapienza in cuore,
i quali ho ripieni di spirito d’intelligenza”
(Es.28,2)

Questi piccoli fogli bruceranno
Con tutto il resto, se è già scritta
L’ora dello sterminio. Ma,
poiché ancora ci è data la parola,
pronunciamo il dissenso.

.
La neve di ovatta

Da bambina accendevo
le candeline vere
sull’alberello vero;
ci mettevo anche la neve di ovatta,
col rischio di bruciare la casa;
la stufa di terracotta emanava
un calore buono, mentre,
fuori,
l’aria tagliava come una lama.
Oltre i vetri incrostati di ghiaccio,
c’era il cielo, carico di stelle ;qualcuna,
ogni tanto, si staccava,
precipitava verso la terra buia.
Aspettavo di crescere,
aspettavo di non essere più bambina
per uscire da quella prigione di ghiaccio.
Il viaggio è stato
più lungo del previsto.

 

Tu ne quaesieris

Il Poeta sedeva ancora a tavola,
all’aperto,
dopo la sobria cena;
un coniglio uscì dalla cucina,
corse verso la campagna. Un bambino
piccolissimo lo seguì,
nell’illusione di raggiungerlo. Poi,
sempre dalla cucina,
uscì la madre del bambino,
corse tanto da riacciuffare entrambi. Ora
tornava indietro, il terzetto; la madre
salutò il padrone, con un piccolo inchino
grazioso, forse un invito.
Come era facile, l’amore,
fuori dagli intrighi di Roma!
Troppo facile; Orazio
avrebbe voluto ben altro. Il Soratte
dormiva il suo sonno millenario,
il sonno degli avi,
che si aggiravano quieti
intorno a lui, l’erede
che li avrebbe resi illustri.
E poi c’era l’ombra di Mecenate, mentre
la punta di un coltello girava
nel cuore del poeta, inutile scrivere
sulla tavoletta di non voler sapere,
perché è male sapere. Il cuore
sa sempre tutto, inutile
tentare di ingannarlo.

foto donna con ombrello

Se potessi,/ vorrei un bambino cinese./ La sua umiltà orientale

Il bambino cinese

Se potessi,
vorrei un bambino cinese.
La sua umiltà orientale,
trasmessa dai geni della stirpe,
specchiata al mio silenzio occidentale,
conseguito in anni di esercizio.

Lui crescerebbe pianissimo
per discrezione e per discrezione anch’io
invecchierei lentamente.
Come nella favola del crisantemo,
allungheremmo il tempo
sminuzzandolo in petali di fiore.

Non avrò mai questo bambino cinese,
ma nel mio spazio lui esiste:
stendo sul piano le sue piccole mani,
leggo nei suoi primi disegni,
gli pareggio la frangia dei capelli.

E non lo mando a scuola:
il fatto che non esista
ci consente questa evasione felice.

.
Res

Res è cosa,
e cosa rimanda
al ruvido, al grezzo, al colore
paglierino oppure ocra o marrone,
di forma semplice e tonda,
di consistenza solida,
senza odore, a temperatura normale.

Cosa è un uovo o una pietra,
un sacco pieno di grano,
un cavallo di legno.
Anche la terra è cosa,
e così la sedia, la ruota,
la brocca di coccio, il sale.
Cosa è la zappa e il falcetto,
la trappola per il lupo e il remo.

E così elencando,
per tutta una serie di oggetti
connessi con la vita,
il lavoro e la morte,
il ciclo eterno dell’uomo,
immutabile, inevitabile.

Che poi le cose, res,
divengano res gestae, res adversae
o res secundae
ci interessa meno, come
non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
l’anima della parola è all’origine,
nel fulcro antico del mondo,
quando la selce fu oggetto e arma,
il fuoco, dono degli dei.

.
La noce

Durante un concerto
si addormentarono tutti;
anche i suonatori.

Quando si svegliarono ognuno
Guardò l’orologio e vide
Che erano passate tre ore,
ma nessuno osò confessare la cosa
e tantomeno i sogni che aveva fatti.

Solo il bambino che aveva sognato
di essere una noce
lo disse alla mamma e lei
rispose che sogno più bello
mai era stato fatto.

Il mattino seguente
la donna che puliva la sala
trovò una noce
sotto a una poltrona
e se la mise in tasca.

Lì la trovò il suo bambino, la prese,
la mangiò e la trovò buonissima.
Quella noce fu l’unico pegno
Che il tempo lasciò per tre ore
Rubate a quei nobili spiriti
Raccolti nella conchiglia sonora
Di un caldo Auditorium,
fu l’unico oggetto
sottratto al mondo dei sogni
di un bambino da un altro bambino.

.
Il poeta

Capriccioso Nerone,
maleavvezzo. Non ci fu Seneca
capace di piegarlo. Fece uccidere
sua madre, che pretendeva che le fosse figlio.
Incendiò Roma
perché era una città
perfetta per bruciare.
Una cosa sola voleva:
essere detto poeta.
Per la stessa ambizione,
la storia registra
crimini altrettanto efferati.

.

Le rose

La monaca Tasia
litigò col vescovo
circa l’uso della sua dote:
lei la voleva dare ai poveri, lui,
al potere temporale. Tasia chiese
di riavere la dote.
“Te la restituisco – disse il vescovo –
se mi fai subito un miracolo.”
Era inverno e il roseto languiva
sotto un palmo di neve.
Tasia sfiorò appena i rami secchi
con la sua manina,
e le rose fiorirono tutte,
rosse in campo bianco.
Il vescovo ci rimase male.

.
Il mare è una coperta nera

Il mare è una coperta nera
con le frange bianche di schiuma
che lambiscono la sabbia. La sabbia
è scura, bagnata, percorsa
da cani e gallinelle di mare. Già il Gran Sasso
è carico di neve,
tra poco le colline verdi
si strieranno di bianco
come zebre. Non ricordare
gli inverni dell’infanzia,
tanto tristi da lasciare il segno:
sette paia di scarpe di ferro ho consumate
per arrivare a questo approdo,
un dono della malasorte.

.

Uscire

Uscire dal labirinto
di siepi di bosso,
tutte ben pettinate.
Uscire dalle sabbie mobili,
nella consapevolezza
che nessuno ti offrirà il braccio
per fare il salto sull’asciutto. Uscire
dall’illusione facile,
dal “noli me tangere” degli eletti,
dalla superbia dei rapporti esclusivi.
Uscire perché la verità è altrove,
ed è fatta di cose solide e semplici,
alla portata di ognuno.
Ma chi ha detto
che si vuole uscire?

19 commenti

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19 risposte a “Anna Ventura, da 21 poesie inedite, con una  Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Sono felice per questa ottima scelta di poesie che Giorgio Liguaglossa ha fatto per me;basta, da sola,a rappresentarmi pienamente, a propormi a chi avrà la bontà di volermi avvicinare.Il grande critico conosce non solo l’opera che propone, ma anche la potenziale aspettativa del futuro lettore dell’opera stessa:Il quale,nella migliore delle ipotesi,non cerca la luna, ma una parola che in qualche modo si avvicini alla sua realtà di uomo,suggerisca qualche risposta ai suoi quesiti esistenziali, a quel bisogno di dialogo umano che certe scellerate complicazioni finiscono con l’annullare.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/30/anna-ventura-da-21-poesie-inedite-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37488
    Vorrei proporre qui sotto alle poesie di Anna Ventura, un poeta della nuova generazione, Simone Carunchio, per rendere evidente come il lavoro di alcuni autori giovani risulti oggettivamente lontano dalla poesia di Anna Ventura e dalla tradizione del novecento. Che cosa dobbiamo dedurre? Che la poesia degli autori giovani sia qualcosa di totalmente Altro? Io penso che la tradizione del novecento si sia allontanata irrimediabilmente, le parole nel frattempo si sono raffreddate, svuotate… (come abbiamo ripetuto tante volte su queste colonne) e allora un giovane non può fare a meno che tentare di trovare delle scorciatoie, adoperare il linguaggio dei linguaggi, il linguaggio mediatico e fare con quello qualcosa. Io penso che sia una illusione e una trappola, e lo dico al caro Simone Carunchio, illusione perché l’operazione si mantiene sulla superficie dei linguaggi, si pensa ancora in termini di manutenzione e maneggiabilità del linguaggio, si pensa al linguaggio senza pensare che le parole, tutte le parole, abitano in una patria linguistica e che non si possono staccare da essa come fa il dentista quando estrae un dente ad un malcapitato; ogni parola è conficcata in una patria linguistica e di lì non si smuove neanche con la bomba atomica.
    E allora, mi direte voi, che fare?
    Penso di aver già detto troppo.
    Ecco la poesia.

    Simone Carunchio
    DANNATI NEI LORO CAMERIERI

    Il cameriere, in livrea cortese,
    ai cui pantaloni erano appese,
    come imploranti figlie,
    delle bianche biglie,
    per primo, nella consapevolezza che sarà l’ ultimo,
    chiese:
    «chi?»

    Alcuni gli risposero che il Poeta
    è un redentore dalla A alla Z
    Altri gli aggiunsero che:
    «C’ est trop vrai! Il Poeta è
    maledetto dal primo dei suoi giorni all’ ultimo»
    L’ esteta
    e
    quel profeta, il primo magro, e grasso
    l’ altro, affermarono, come calando un asso:
    «Il Poeta finge l’ amaro
    nel dolce, mentre, ignaro,
    qualcuno gli prepara con metodo il suo ultimo,
    lasso e
    ma
    ispirato, respiro, affinché possa, poi,
    resuscitare, ripercorrendo corridoi
    di luce, mentre noi
    lo aspettiamo a voi
    venire» Si presentò infine in affanno quell’ ultimo
    – suoi
    i
    segreti delle verità – il quale proclamò,
    con un miracolo che qui ripetere non so:
    «Il mio messaggio, che quaranta dì
    solamente durò, per essere tradito in ultimo,
    li segnò
    e
    questionò, quei sensibili Poeti
    che, come me, si aggirano per gli uliveti
    meditando la condanna
    della scrittura tiranna,
    che con violenza asservisce alla legge e, in ultimo,
    dei preti
    è la legge stessa, come anche di chiunque»
    E le parole dette si sparsero ovunque
    E un nuovo venuto,
    in apparenza svenuto,
    abbronzato, professando aseità e pensando a quell’ ultimo,
    comunque
    e
    dovunque primo – secondo le sue stesse
    parole – meditando la sua condanna spesse
    volte, decise, attento,
    che l’ addomesticamento,
    unico possibile, era tentare il suo ultimo,
    – per esse
    il primo – paradosso e un bell’ alibi
    trovarsi: far poesia nel bell’ alibi
    di proporre una nuova
    oralità con una nuova
    scrittura (non sarebbe stato né il primo né l’ ultimo)

    Alibi,
    il
    cameriere dalla livrea cortese
    (questo il suo nome dalle mille sorprese)
    annuendo concordò e
    depose l’ accoglienza (che
    come un’ arma teneva nascosta dentro l’ ultimo
    tirolese
    e
    antico pastrano), davanti al tavolo
    da carteggio, che, come un ricco diavolo,
    esercitava con cura,
    amico della scura
    progenie della scrittura poetica che l’ ultimo
    avolo
    gli
    aveva appeso ai pantaloni come
    delle belle biglie screziate, le cui some
    dovevano, chissà perché,
    essere portate finché
    gli angeli della baia non avessero in ultimo
    – siccome
    e
    quali libellule – sfiorato silenti
    la superficie delle acque risplendenti

    Per intanto i Poeti
    scrivevano e quieti
    e colpevoli, beati dell’ opera paradosso ultimo,
    contenti
    e …

  3. gino rago

    Dall’e-book realizzato dal Liceo Classico ‘Vittorio Alfieri’ di Asti estraggo questo omaggio di Rossana Levati e di Margherita Marchiando alla poesia di Anna Ventura

    UN ALTRO LUOGO, NESSUN LUOGO: A. VENTURA, “UTOPIA”

    “si giunge a un punto
    dove si schiudono i confini
    anzi
    dove tutto diviene confine”
    (T. Transtromer, “Mari baltici”)

    Anna Ventura, Utopia (inedito)

    Utopia è il luogo
    in cui vorremmo essere nati,
    ma siamo nati altrove.
    Utopia è il luogo
    in cui avremmo voluto crescere,
    e scoprire il mondo,
    ma siamo vissuti altrove,
    e il mondo ci si è rivelato da solo,
    spietato e inevitabile,
    pericoloso.
    Utopia è il luogo in cui, forse,
    non ci sarà nemmeno concesso di morire:
    perché anche questo sarebbe un privilegio.
    Lungo il percorso
    tanto ci siamo compromessi,
    con la durezza del mondo reale,
    da perdere le ali necessarie
    a volare tanto in alto.
    Ma abbiamo imparato a camminare.

    Commento di Margherita Marchiando, classe V B

    Il termine utopia che dà il nome a questa poesia può essere inteso in due diversi modi: come derivante dal greco eutopeia composto da eu (buono) e topos (luogo) oppure da outopeia composto da ou (non) ed topos (luogo), per questo può essere inteso come buon luogo oppure non luogo, cioè luogo inesistente.
    Questo è uno dei motivi su cui si gioca la poesia, in cui si narra infatti di un posto ideale (l’ottimo luogo), pur mettendo in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).
    L’ utopia per Anna Ventura è il luogo dove vorremmo essere nati ma dove purtroppo non siamo nati, dove avremmo voluto vivere ma non abbiamo potuto farlo. Noi abbiamo dovuto invece vivere in questo mondo spietato che non abbiamo potuto scegliere ma ci è stato imposto e dal quale secondo lei non è possibile scappare. Nell’utopia secondo l’autrice non potremmo neanche morire perchè anche questo sarebbe un privilegio troppo grande: ormai infatti ci siamo compromessi vivendo in questo mondo pericoloso, con la durezza di questo mondo abbiamo perso ormai le ali e non siamo in grado di volare tanto in alto, anche se abbiamo però imparato a vivere su questa terra. Il motivo grazie al quale abbiamo imparato a vivere è l’umiltà che ci ha permesso di comprendere la nostra condizione e da un lato ci ha fatto rassegnare, dall’altro ci ha costretti a non sperare in una realtà migliore ma a vivere questa realtà come fosse l’unica possibile.
    Da questa poesia si evince molto bene cosa pensa la poetessa della vita e la sua visione pessimistica: per lei infatti siamo condannati a vivere in questo mondo da cui è impossibile evadere. Siamo ormai diventati servi di questa quotidianità ma al tempo stesso possiamo, con un briciolo di speranza, conservare nel cuore l’immagine di un posto migliore che almeno nella nostra mente nessuno ci potrà togliere.
    Il pessimismo può anche diventare motivo di ottimismo, come il “ma” del verso finale ci fa capire. L’autrice infatti riesce sempre a indicarci un lato positivo nelle cose: se non possiamo più volare verso mete irraggiungibili o troppo lontane, possiamo però camminare, con i piedi per terra: non avremo più illusioni ma sapremo cosa aspettarci e come affrontare il mondo che ci circonda, senza rinunciare però a una speranza segreta da tenere tutta per noi.

    GR

    • Apprezzo molto la lettura della giovane Margherita Marchiando, che intuisce bene ciò che i miei versi vogliono dire, e anche ciò che non dicono.senza per questo voler essere oscuri,Intuisce che c’è una “speranza segreta tutta per noli”.Io ho il dono di questa speranza, e vorrei comunicarlo anche agli altri.Eccellente l’iniziativa di Gino Rago ,che propone ai giovani lettori una partecipazione attiva;anche perchè l’innocenza, spesso, vede più lontano dell’esperienza specializzata.

  4. …in fondo è per sopravvivenza.
    I trastulli dei linguaggi fanno a gara con la precarietà economica: CAMERIERE.
    —Non so mi porti in sala…—
    La precarietà delle parole ha un trastullo
    fonetico. Senza riconoscere sponde.
    “Ritornare alla patria delle parole.”
    Dopo una battaglia.
    Un pranzo, dopo il cinema.
    Dopo la pizzeria.
    Nella sacca pochi spiccioli. Hai coperto appena la lista delle spese, un conto inesauribile.Le mance!
    A incartartamento ridotto.
    —E le parole dette si sparsero ovunque—
    —Finalmente so
    che cosa mi avete insegnato.
    Siete nella tazza di caffè
    vuota sul tavolo,
    nelle carte sparse, nel cerchio
    di luce della lampada.—

    Grazie OMBRA.

  5. Ringrazio Mauro Pierno per aver citato i miei versi “Siete nella tazza di caffè vuota sul tavolo,,,,”,che esprimono la mia (nostra) gratitudine per certi insegnamenti dei grandi maestri, che sono riusciti a rompere il ghiaccio della nostra solitudine esistenziale,e tornano a confortarci nei passaggi più duri della nostra esistenza.

  6. donatellacostantina

    “Le vie verso la verità sono sentieri interrotti”. La famosa frase di Nietzsche ha goduto di una fortuna straripante nel linguaggio filosofico occidentale di questi ultimi decenni, e a ragione…, non solo la verità conosce i “sentieri interrotti” ma anche la soggettività è un sentiero interrotto, lo stile, la forma-poesia sono sentieri interrotti, anche la via verso l’oggetto è un sentiero interrotto… a chi pensa di poter accedere ad una quale che sia verità come ad un deposito bancario delle verità, non possiamo dire altro che rivolgersi al primo trafficante di droga. La verità è oggi considerata alla stregua di una droga, chi pensa di avere con la verità una frequentazione assidua, non si rende conto di andare dritto verso la chincaglieria dello spirito.

    Il postino della verità non passa né due volte né una volta, non passa mai. Non c’è alcuna verità nella soggettività, non c’è alcuna verità nel canto degli uccelli nel bosco che tanto piaceva all’estetica kantiana. Oggi, in pieno ardore consumistico con l’implosione calorifera del pianeta e l’erosione dei ghiacciai del polo Nord, parlare del canto degli uccelli come fa la poesia agrituriistica oggi in Europa è un atto non solo di consolazione ma anche di barbarie e di falsa coscienza. Vale più quel verso terribilmente sconsolato di anna Ventura:

    Siete nella tazza di caffè
    vuota sul tavolo,
    nelle carte sparse, nel cerchio
    di luce della lampada

    che migliaia di versi che si fabbricano oggi che ci ragguagliano delle virtù del canto degli uccelli, magari appollaiati in un bosco ceduo, con tanto di margheritine bianche a far da corona all’evento Quella frase: “Siete nella tazza del caffè” è semplicemente terribile, vale da sola un intero poema agrituristico.

    La Ventura sa, in quanto lo ha compreso sulla propria pelle, quanto dolore, disinganno, disillusione, quanta dolcezza ci siano in quella frase, la dolcezza che nessuno può capire se non si pone dinanzi a quel verso come ci si pone dinanzi ad una verità sepolta o a una deità dimenticata… è che noi oggi viviamo in mezzo al kitsch e alle verità seppellite, ed è difficile anche ad un poeta del livello di Anna Ventura trovare le parole giuste, le parole della sua personalissima patria metafisica.

    • Grazie, cara Donatella, per l’acuta lettura dei miei versi; spesso chi legge, specialmente se ha ha-come nel tuo caro-una sensibilità particolarmente raffinata, può cogliere anche quel”non detto” che, spesso, conta più di quanto dichiarato.Ma non c’è rammarico, in ciò che dico; la vita mi ha insegnato a contentarmi di poco,ad accettare la sconfitta, a diffidare della speranza, a sentirmi sempre “in itinere”,lieta se ho la fortuna di incontrare buoni compagni di viaggio.Un caro abbraccio,e auguri per il tuo intenso e utile lavoro , Anna Ventura

  7. Sono sicuro che se Anna Ventura si prendesse la briga di riscrivere molte poesie del repertorio italiano ne vedremmo delle belle. Niente più lirismo, le metafore fuori, a prendere aria… Non so immaginare quanto lavoro, quanta ostinazione siano servite ad Anna per giungere a questa semplicità discorsiva, sapiente e funzionale alle sue doti di gioiosa creatività; che qui traspaiono linde, dense di insegnamenti e saggezza. Mi chiedo se sia così, perché a volte i poeti si sentono gettati in quello che riconoscono come proprio linguaggio e a questo si mantengono fedeli… e che il gran lavoro spetta alla critica. Non è vero che la critica del poeta è svolgimento della stessa, mentre il lavoro si compie? E allora, quali sono state le sue letture di allenamento, quali gli autori? Se penso a Buzzati di Barnabò, al realismo magico – non per incasellare ma così per accostamento spontaneo – so che andrei fuori strada. E tuttavia non è piatto realismo: c’è un abisso tra queste poesie e altre che si scrivono oggi, della quotidianità… qui saggezza filosofica ed empirismo, sapienza capacità euristiche vanno a braccetto. E io sorrido soddisfatto. Anche perché avrei tanto desiderato una moglie cinese… ma sarà per la prossima vita.

  8. Tempo fa scrivevo intorno alla poesia che prende spunto dal concetto di «diafania», scrivevo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/30/anna-ventura-da-21-poesie-inedite-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37513
    Adotto la parola «diafania» per indicare una procedura compositiva «nuova» propria di alcuni poeti della nuova ontologia estetica. La parola è composta dal prefisso «dia» che significava originariamente «fra», «attraverso», cioè l’azione che si stabilisce tra due attanti, tra due o più soggetti, che passa attraverso di loro, e Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanês, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica.
    Il termine «diafania» mi è venuto in mente leggendo le poesie di Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele e di Donatella Costantina Giancaspero; ho ripescato questo termine dalla significazione teologica che ne ha dato Teilhard de Charden e l’ho riproposto in chiave secolarizzata attribuendogli una nuova significazione, nuova in quanto suggerita dalla lettura di alcune poesie dei poeti dianzi citati. Sappiamo che una nuova poesia deve essere letta e interpretata con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie cartografie euristiche non sono più adatte alla comprensione del «nuovo».

    Avevo dimenticato di indicare la prima poetessa che, in ordine temporale, in Italia ha impiegato con grande perizia la procedura diafanica per scrivere poesie, e questa è senz’altro Anna Ventura. Per poter scrivere in modo «diafanico», bisogna innanzitutto rinunciare alla predicazione di un soggetto che legifera, il soggetto, se c’è viene spostato di lato, o messo sotto traccia, derubricato. Ciò che appare è una costruzione nominale priva o quasi di verbi dove le «cose» emergono in primo piano. Ed è appunto quello che volevo raccomandare ad un giovane poeta come Simone Carunchio nel mio commento precedente, quello di evitare di accentrare troppo attorno all’io una composizione. Il modello ideale della procedura «diafanica» è quello della Ventura. Se leggiamo una sua poesia capiremo il perché:

    Anna Ventura
    Uscire

    Uscire dal labirinto
    di siepi di bosso,
    tutte ben pettinate.
    Uscire dalle sabbie mobili,
    nella consapevolezza
    che nessuno ti offrirà il braccio
    per fare il salto sull’asciutto. Uscire
    dall’illusione facile,
    dal “noli me tangere” degli eletti,
    dalla superbia dei rapporti esclusivi.
    Uscire perché la verità è altrove,
    ed è fatta di cose solide e semplici,
    alla portata di ognuno.
    Ma chi ha detto
    che si vuole uscire?

    Vedete? Qui chi parla è un «io» che parla con un verbo all’infinito ripetuto per ben cinque volte: «uscire». Uscire «dalle sabbie mobili», «Uscire
    dall’illusione facile», «dalla superbia», «Uscire perché la verità è altrove», «Uscire dal labirinto». L’atto dell’«uscire» è l’atto di varcare la soglia, superare la linea, andare oltre, dismettere gli abiti. È un atto di dismissione e di remissione. È una indicazione di un nuovo Inizio. Un verbo ripetuto per cinque volte: potrebbe sembrare una poesia bruttissima, e forse lo è per gli «eletti» che hanno i palati raffinati, ma la poesia ha una sua bellezza recondita che gli «eletti» non potranno mai comprendere, una bellezza timorosa di apparire, di offrirsi, di manifestarsi, una bellezza senza trucco, spoglia, povera, fatta di stracci, composta con un verbo ripetuto per cinque volte all’infinito.

    Lo stile nominale è quello che vuole mettere le «cose» in primo piano, che chiama le «cose» con il loro nome e cognome.

  9. Sabino Caronia

    Onore ad Anna Ventura, poetessa per tutte le stagioni, perchè la vera poesia è per tutte le stagioni. Ricordo un bel titolo di Elsa Morante in occasione della morte di Saba. “Il poeta di tutta una vita . Ad maiora!
    Sabino Caronia

    • Grazie, Sabino: conosco la tua perizia e la tua onestà critica, perciò ìl tuo parere mi è particolarmente caro. Onore, sempre, al tuo lavoro ininterrotto di studioso, di prosatore ,di poeta.La nostra serena convivenza nell’ambito della NOE è la prova di come si possa camminare serenamente insieme,costruendo senza avere la pretesa di essere costruttori.

  10. Grazie a Lucio e a Giorgio per il loro approfondimenti sulla mia poesia, che mi confortano e mi spronano a continuare,ad accettare nuovi suggerimenti e nuove sfide, a tentare di esprimere una partecipazione alla realtà concreta, alla Storia di cui tutti dovremmo essere non solo spettatori, ma protagonisti.

  11. Simone Carunchio

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver reso nota, ivi, sulle pagine di questa rivista-blog tanto apprezzata, una delle mie poesie. Si tratta di una di quelle che definisco neo-sperimentali sulla falsa riga della categoria di critica letteraria che utilizza Pasolini in “Passione e ideologia”. Proprio quel Pasolini che, in sostanza, viene tacciato dal Montale di romanticismo, se così si può dire, almeno per gli aspetti nostalgici e di meccanismo di giudizio di questa corrente di pensiero in cui la creatività era anche vita e non asettico pensiero estetico – ossia quando l’estetica si fa etica e poi, soprattutto, soprattutto, morale. Ma il Montale (con tutto il suo male di vivere) era immune da questa deriva del pensiero? In Italia è possibile esserne immuni? “Si stava meglio quando si stava peggio!” è un ritornello molto conosciuto…
    Ringrazio inoltre Mauro Pierno per aver citato un mio verso e per aver intuito almeno due elementi portanti della poesia. Il primo concerne proprio la costatazione della precarietà (economica, culturale, ecc.) di chi tenta di trasformare i pensieri inutili in pensieri utili. Il secondo è invece l’intuizione che la poesia è una poesia di introduzione che vuole aprire le porte su una o più stanze. Si tratta infatti dell’introduzione del libro sul quale sto lavorando (anche grazie a Giorgio Linguaglossa) che trova come filo rosso quello della aseità o destrutturazione dell’io quale estetica ed etica da applicare; ma che ovviamente tratta anche di numerose altre tematiche, quali per esempio quella della memoria, il tempo, l’amore, la religione, delle prese di posizione politiche, delle metafore e dei personaggi storicizzati che possono assurgere a simbolo della (mia? nostra?) epoca.
    [Ad esso vorrei fornire un seguito in cui si parla e si testimonia della situazione in cui una persona destrutturata, ossia non-persona, si trova a mettere in pratica, in morale, quell’etica (in una società estremamente egotica) nel caso in cui le esigenze di sopravvivenza non sono solo quelle proprie ma anche quelle del gruppo – ma questa è un’altra storia]
    Per sinteticità riporto una frammento della poesia speculare a quella citata, ossia una delle poesie di chiusura del libro al quale sto lavorando:

    Eccoci così piccoli Eneadi
    senza più origine né struttura
    reduci di una fredda guerra
    dai mille e più nomi dimenticati
    di morti non sempre ammazzati
    in un futuro tutto da costruire
    chi più chi meno in preda agli eventi …
    con esigui continentali punti di riferimenti
    (e quei pochi anche spesso avversati)
    e sulle spalle avi anchilosati
    ancora attaccati alle categorie
    della cultura cancellata

    «Tutto per raccontarsi una storia
    unico senso
    forse la propria
    che non finisce?»
    «Può darsi» rispose Alibi
    «Però attento!» continuò profetando
    «Pagherai con l’impotenza nei pagamenti
    le tue scelte ideali»
    E poi incatenò saccente
    «Sappi piccola monade presuntuosa
    piccola iena dal naso camuso
    che ascolti le profezie del deifico delfino
    che fai parte di una società
    in cui la cultura dominante
    è quella dell’umano che si mangia l’umano
    e che col leopardo hai poco a che spartire
    salvo la felinità
    Attento!»

    Orbene, quest’esperienza di vita (ossia quella della destrutturazione dell’Io), oltre quanto appena indicato sinteticamente, mi ha posto su un piano – anche esistenziale e filosofico – in cui le cose si sono ridotte a oggetti. In questo senso non posso comprendere quanto più volte detto sulle colonne della rivista che l’elisione dell’io possa far ‘tornare’ gli oggetti a cose: almeno per me è stato il contrario… Per altro verso mi sorprende che il mio linguaggio sia percepito quale mediatico: nel mio quotidiano, infatti, sono ormai decenni che non guardo la televisione, non vado al cinema, sento pochissima musica, sostanzialmente non frequento i social, non faccio sport né ne seguo come spettatore nessuno … mi sembra di stare dentro la canzone dei CCCP … 😉

    Ma qui cito una poesia di Boris Vian
    LA VIE C’EST COMME UNE DENT

    La vie, c’est comme une dent
    D’abord on y a pas pensé
    On s’est contenté de mâcher
    Et puis ça se gâte soudain
    Ça vous fait mal, et on y tient
    Et on la soigne et les soucis
    Et pour qu’on soit vraiment guéri
    Il faut vous l’arracher, la vie.

    Ma chi saranno quei fantasmatici personaggi-personalità della poesia?

  12. Posto qui una straordinaria poesia di Peter Kral, poeta ceco che ho incontrato con Costantina Giancaspero a Praga, allo storico Slavia Caffè, dove abbiamo parlato un po’ di tutto, di poesia, di politica, di Europa, di sovranismo, di comunismo italiano, di Berlinguer, di Traströmer, anzi, Petr mi ha fatto una domanda chiave: “come mai voi partite nei vostri discorsi sulla poesia dalla poesia di Tomas Tranströmer?” – La domanda mi ha sorpreso, Kral ha capito da subito che noi partiamo da un punto della poesia europea e che da lì abbiamo srotolato una linea di pensiero che necessariamente travalica, esce fuori dall’alveo della poesia italiana la quale notoriamente all’estero non gode di nessuna attenzione particolare, nonostante che ciascuno si sbracci a farsi tradurre in inglese e in altre lingue… Ecco la poesia:

    Peter Kral
    Eurolines

    Oltre il confine guardo dall’autobus, nella pioggia mattutina
    cammina per strada un uomo nudo,
    nient’altro, non ha nemmeno il telefonino,
    nell’incerto territorio della frontiera può davvero accadere di tutto
    (penso),
    un uomo nudo, forse si è ubriacato e forse lo hanno derubato,
    quotidiana apocalisse di fine epoca,
    forse basta dirsi che anche ciò fa parte del mondo, un uomo nudo
    sotto la pioggia del mattino
    al confine come un baluardo avanzato del nuovo giorno, un uomo
    intensamente nudo
    e dietro di lui il vago tremore di un caso sconosciuto,
    il suo breve o lungo cammino fin qui,
    verso il baluardo avanzato del giorno e dell’epoca,
    la donna del chiosco dispone già con prudenza da qualche parte il
    pacco di giornali, altrove c’è una stanga, piove,
    un uomo nudo, anch’egli ha una madre da qualche parte, una
    palazzina distante o un mucchietto rinsecchito, qualcuno ride e
    indica col dito
    nella nebbia, nudo e solo come da qualche parte in Russia (solo
    che lì sarebbe più strano, più sigillato
    in se stesso, la pioggia più fitta e il caso più intricato), qui e ora
    soltanto un uomo
    come un fatto crudo, un Marziano quotidiano e uno scampanellio
    che si trascina intensamente per la mattina nuda
    da nessuna parte –
    (Hm ovvero Le misure dell’errore, 2002)

    Petr Král, Tutto sul crepuscolo (Mimesis Edizioni, 2014)

  13. Scrive Giuseppe Cornacchia in poesiafutura.wordpress.com ponendosi delle domande affatto rituali:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/30/anna-ventura-da-21-poesie-inedite-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-37523
    Informazioni

    Ho qualche centinaio di libri di poesia e critica letteraria, residuo di una vita passata. Prima di stiparli in un cartone o donarli a qualche biblioteca, li riguardo e ne scrivo brevemente, in relazione all’idea di poesia futura che avevo infine maturato:

    Che destino ci toccherà, umanamente e artisticamente? Quello di Zadig in “Il cane e il cavallo”, di Voltaire (Zadig ou La destinée, histoire orientale, cap. 3): Zadig usa l’ingegno per legare fatti apparentemente sconnessi in ricostruzioni che si dimostrano reali partendo verosimili. In base a che principio? Principio di economia, senza alcuna creatività o istinto divinatorio. Ergo: la poesia sarebbe la massima economia di stringhe in una sintassi assegnata. Chi assegna la sintassi? Come detto, pare sia innata nel cervello: è il solco, la forma materiale. Ma la pragmatica, il mondo che assegna valore alle stringhe? Del mondo a questo punto non importa, se non come condizionamento ambientale e soggettivo (non condivisibile!) che plasma il solco strutturale. Fra innatismo platonico e tabula rasa aristotelica, scegliamo il primo.

    Sarebbe bello dividere la semiotica in sintattica, semantica e infine pragmatica (rapporto dei segni con i loro interpretanti), ma queste cooperano triadicamente. Dove entra la pragmatica (il mondo: la coercizione della tradizione, la storia dei tabù, l’umanità in senso lato) finisce però l’economicità delle stringhe. La poesia tradizionalmente intesa sarà quindi la differenza tra pragmatica e massima economicità? Il problema è che la pragmatica è strettamente personale, quindi utilitaristica; o ideologica se l’utilitarismo è di gruppo. Dunque, di nuovo, non condivisibile.

    E il lettore? A lui conoscere e condividere l’enciclopedia delle sintassi, dopo di che ragionerebbe sulle stringhe. L’adozione della “stringa economica” quale natura base dell’espressione poetica, circoscriverebbe la poesia al modo di dire le cose senza parole inutili e costituirebbe un punto d’arrivo fisiologico prima che pragmatico. Ermetici (iniziati), gnostici (esiliati), alchimisti (simbolici), ermeneuti (interpreti), sociologi (giudici) sarebbero tutti fuori gioco, giacché nel mondo fattuale regna il principio di economicità, rigidamente ma liberamente sintattico, agonistico, comparativo rispetto alle isotopie possibili e precedente le elaborazioni della pragmatica.

    (da: Mi costruisco un sistema di pensiero (e una poetica), v3.0, Marzo 2008, postfazione teorica a Giuseppe Cornacchia, Tutte le Poesie (1994-2004), Lampi di Stampa, 2010)

  14. gino rago

    Dall’e-book realizzato al Liceo Classico ‘Vittorio Alfieri’ di Asti, perfettamente curato da Rossana Levati, estraggo l’ omaggio della giovane Irene Gado alla esperienza poetica di Anna Ventura.

    Pubblico anche l’Indice dei nomi dei poeti antologizzati nello stesso e-book e i titoli delle poesie scelte da Rossana Levati e dal suo gruppo di lavoro.

    (Gino Rago)

    INDICE

    Cappello P.L., D’inverno
    Cappello P. L., Mandate a dire all’imperatore
    Cappello P. L., Ombre
    Cappello P. L., Parole povere
    Cappello P. L., Uno che parte

    Caproni G., Ad portam Inferi
    Caproni G., Determinazione
    Caproni G., Lasciando Loco
    Caproni G., L’Idalgo

    Gabriele M., Alla tredicesima ora

    Giancaspero D. C., E’ domani
    Giancaspero D. C. Il risveglio
    Giancaspero D. C., Ripieghiamo in direzione del bar

    Linguaglossa G., Cogito è in viaggio su un treno blindato
    Linguaglossa G., Giocavano a dadi con i meteci
    Linguaglossa G., La dama esce dal quadro
    Linguaglossa G., La notte è la tomba di Dio
    Linguaglossa G., Marco Alvino Getulio

    Merini A., Ho conosciuto Gerico
    Merini A., Io come voi
    Merini A., Le più belle poesie
    Merini A., Lamento di un morto
    Merini A., Rattratta contro un muro
    Merini A., Se la mia poesia mi abbandonasse

    Montale E., Ai tuoi piedi
    Montale E., Botta e risposta I
    Montale E., Divinità in incognito
    Montale E., La mia Musa
    Montale E., La lingua di Dio

    Raboni G., Canzone della nuova era
    Raboni G., Imbarcadero
    Raboni G., Molto semplicemente
    Raboni G., Quando in un punto del suo giro

    Rago G., 16 Ottobre 1943
    Rago G., Fatelo sapere alla Regina
    Rago G., Lettera della sopravvissuta di Theresienstadt
    Rago G., Sei poeta

    Romagnoli F., Bevitore
    Romagnoli F., Falsa identità
    Romagnoli F., Lattiera di smalto
    Romagnoli F., Lui

    Ventura A., Hic et nunc
    Ventura A., Il giardino
    Ventura A., La pagina bianca
    Ventura A., L’armadio delle meraviglie
    Ventura A., Non ditelo a Cartesio
    Ventura A., Storie nuove
    Ventura A., Utopia

    L’IO A DISTANZA DA SE’ E DAL MONDO:
    A. VENTURA, “LA PAGINA BIANCA”

    “E di sera sono un vascello
    a luci spente, a giusta distanza
    dalla realtà” (“La cima”, T. Transtromer”)

    Anna Ventura
    La pagina bianca ( da “Nostra Dea”, 2001)

    Lascio me stessa
    seduta davanti alla finestra
    della casa di campagna, la vista
    aperta su un paesaggio
    di colline innevate,
    boschi neri,
    comignoli cadenti.
    Qui dovrei scrivere il libro
    Che risolva ogni dubbio,
    che mi dia la pace che dà
    solo ciò che è necessario.
    Ma è già tardi e bisogna tornare
    In città, nella vita concreta.
    Ti lascio qui,
    nel freddo,
    avvolta in uno scialle a colori,
    mentre nella cucina grande
    già si spegne il camino, dal cielo
    cadono le ombre, la pagina bianca
    è ancora da scrivere.

    Commento di Irene Gado, classe V B, Liceo Classico ‘V. Alfieri’

    In questa poesia Anna Ventura riprende l’immagine del poeta diviso tra il “sè” creativo e comune, che è dibattuto sul linguaggio da usare e su come comprendere ed apprezzare quel mondo che gli è estraneo.
    La scena vede la poetessa seduta all’interno della sua casa di campagna, dietro una finestra dalla quale scorge un paesaggio invernale ed innevato; questa finestra è simbolo di distanza e distacco tra lei ed il mondo che le appare, in cui non si riconosce e che non comprende, in quanto la finestra si interpone come schermo, rifugio creatosi tra lei e tutto il resto. Questa finestra è fortemente significativa per la poetessa, perché è ciò che la protegge dalla società cittadina e dall’estraneità che teme.
    Per queste ragioni, ella decide di recludersi nel suo personale mondo “protetto” e domestico, lontano dalla mondanità, creando un confine, per scrivere “il libro che risolva ogni dubbio, / che mi dia la pace che dà / solo ciò che è necessario.”; usa un condizionale (“qui dovrei scrivere il libro”), perché non riesce nel suo intento: non ha trovato le parole adatte e necessarie da usare per raccontare la sua storia, lei come tanti poeti della sua epoca che si trovano impotenti davanti all’unico strumento che possiedono per esporsi e che hanno scelto come mezzo di comunicazione ed espressione personale.
    Decide, dunque, di fermare tutto, di posticipare la creazione di questo libro il quale potrebbe riguardare la sua vita oppure essere la sua prossima opera, un libro, in ogni caso, biografico di cui ha tentato più volte la scrittura, un libro continuamente rimandato.
    Abbandona il progetto e torna in città, forse perché l’idea l’ha sfiorata e già abbandonata ed ora preferisce ripristinare la vita stabile e quotidiana o forse perché sommersa dalla sua parte “creatrice”, poetessa, che l’ha inebriata e resa troppo viva; in ogni caso “è già tardi”, tutto ripone in ordine, ritorna alla vita concreta e saluta la sua metà, o meglio il suo doppio, che, mi immagino, rimanga a guardarla dal davanzale della finestra avvolta nel suo “scialle a colori”, colori del tessuto come quelli delle parole che avrebbe potuto scrivere su quella pagina bianca su cui cadono le ombre delle nuvole, dei comignoli, giunta la sera che, però, non è colorata di significanti e significati ma è ferma ad aspettare il ritorno della sua autrice.
    La donna è consapevole che la poesia non è morta, infatti continua a cercarla, ma nel frattempo medita davanti a questa pagina bianca, vuota di parole ma piena di idee, che ha le potenzialità di essere un grande capolavoro ma che ora rimane bianca e silenziosa.

    ————————————————————————-
    gr

  15. copio e incollo:

    Una poesia inedita di Gino Rago
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/11/steven-grieco-rathgeb-disfanie-poesie-e-prose-selezione-e-introduzione-di-chiara-catapano-un-nuovo-modo-di-intendere-lagire-poetico/comment-page-1/#comment-32672
    Ti lascio le parole senza suono.
    Ti lascio le schegge.
    Ti lascio il sole.
    Ti lascio la grandine, la pioggia, il vento.
    Ti lascio i cascami radioattivi.
    La ricchezza del mondo in poche mani.
    Le macromolecole dei veleni.
    Ti lascio la plastica. Le segature. Le vernici
    e il grafene.
    Le parole senza suono. Le vie del dolore,
    le vie della mano sinistra,
    il catrame.
    Le maschere. L’alluminio a lamine sottili.
    Le segature. I trucioli. Le colle.
    Ti lascio.
    Ti lascio le stelle che brilleranno.
    Ti lascio il fango.

    parlavo un’ora fa con Steven Grieco Rathgeb intorno a quella nuova parola, “disfanie”…
    Ecco, come accade una parola nuova? Da dove cade? E verso dove cade? Una nuova parola indica una nuova cosa, una cosa che non esisteva prima, e se non esisteva è perché nessuno ne aveva sentito il bisogno. Una nuova parola viene incontro ad un nuovo bisogno, una necessità. Anche questa poesia di Gino Rago indica qualcosa di nuovo, che qualcosa di nuovo è avvenuto a nostra insaputa, mentre eravamo distratti e non ci avevamo fatto caso; indica l’atto della dis-missione, la dis-proprietà, la dis-appropriazione, il lasciar andare ciò che fino a un minuto fa ci sembrava importante. E all’improvviso ci accorgiamo che tutte quelle «cose» che credevamo importanti e determinanti, di cui non potevamo fare a meno, adesso non sono più importanti, perché è cambiato il metro dei valori, la scala gerarchica entro cui quelle cose trovavano il loro posto. Semplicemente, quelle «cose» hanno traslocato, hanno cambiato domicilio, e noi non siamo più con loro; perché anche noi abbiamo cambiato domicilio, noi siamo sempre alla ricerca di un domicilio più accogliente, di un posto dove le parole possano attecchire e albergare perché il vecchio domicilio è stato dismesso, quel domicilio dal quale siamo stati sfrattati e siamo stati costretti a sgomberarlo e a gettare nella discarica le vecchie masserizie, le vecchie inutili suppellettili… La dis-appropriazione implica la rinuncia a qualcosa che non ci appartiene più, che non è più di nostra proprietà, che qualcosa ci è diventata estranea e che non la riconosciamo più; mediante questo atto mentale della dis-appropriazione diventiamo più leggeri, gettiamo a mare l’ingombrante zavorra di «cose» per noi non più utili e le lasciamo andare a fondo… e torniamo a respirare, ci scopriamo più leggeri… In fin dei conti, la dis-appropriazione è affine al dis-allontanamento, è un percorso inverso, indica sempre un allontanamento da ciò che siamo stati fino ad un momento prima e un avvicinamento a ciò che siamo adesso, a ciò che stiamo per diventare. Questa dis-appropriazione indica la nostra nuova scala temporale, che siamo entrati in un tempo dis-propriante e dis-allontanante, ci dice che i tempi sono maturi per gettare tutto alla rinfusa nell’immondezzaio della discarica delle parole inutili.

    Il linguaggio poetico è diventato «poroso»

    «Le vie verso la verità sono sentieri interrotti», scriveva Nietzsche. C’è oggi una poesia che sa di essere in un sentiero interrotto, che non conduce ad alcun approdo, che «vuole» parlare tramite un linguaggio non-poetico, «poroso», un linguaggio da carta assorbente, che annette i linguaggi stracci del mediatico, i robivecchi, i vintage, i rottami, i frantumi, ciò che resta del riciclo dei materiali semantici esausti e combusti. Parlare in arte con un linguaggio artistico «rotondo» oggi è una rimembranza del mondo antico. Ma anche il linguaggio «poroso» di per sé non garantisce alcun risultato. I linguaggi artistici sono costretti a sopravvivere in un sottilissimo limen: di qua la comunicazione, di là la incomunicazione. È come se un filosofo volesse parlare in filosofia con un linguaggio non filosofico, contaminato dalle scorie e dai resti del linguaggio della comunicazione. Dobbiamo accettare l’idea che oggi il linguaggio poetico è diventato un «luogo» aporetico per eccellenza, che in esso trovano luogo come non mai le antinomie del Dopo il Moderno.
    Vero è che un certo linguaggio poetico, mettiamo quello di Andrea Zanzotto e di Edoardo Sanguineti, entra in crisi di identità quando il marxfreudismo di Sanguineti e lo sperimentalismo del significante di Zanzotto vengono superati e fatti collassare dal ’68. Sono i sommovimenti sociali epocali che fanno collassare i linguaggi poetici e filosofici.
    Oggi che alla crisi è succeduta la post-crisi, è avvenuto che al minimalismo sia succeduto il post-minimalismo. Ciò che un osservatore «interno» vede è la crisi, ad un osservatore esterno la crisi non appare affatto come crisi ma come se fossimo fuori dalla crisi. È paradossale dirlo, ma oggi la crisi si è stabilizzata, la crisi governa se stessa; i linguaggi artistici, e quelli poetici in particolare, sono diventati tanto «deboli» da essere invisibili e quindi, proprio per questo, invulnerabili in quanto marginali; questi connotati, tipici del nostro tempo non devono affatto meravigliare, sono i connotati dello Zeit-Raum che è diventato un contenitore vuoto, contenitore di altro vuoto. I linguaggi poetici contengono un linguaggio invisibile, poroso, adiposo, inseguono la comunicazione e così si scavano veramente la fossa quindi. È come se la legge di gravità che tiene insieme le parole fosse diminuita e le parole esondassero. In queste condizioni dobbiamo accettare un’arte «debole», che si fonda su una «ontologia debole», occorre respingere al mittente le categorie «forti» proprie di un concetto «rotondo» del fare arte; forse dovremmo accostumarci all’idea della «debolezza ontologica dei frammenti». Ed è quello che tenta di fare la ««nuova ontologia estetica», che sorge quando i linguaggi epigonici collassano sotto il peso della propria insostenibilità, della propria leggerezza e gassosità; quando evaporano non per un sommovimento sociale e politico come accadde nel ’68, ma per un sommovimento epocale, dal fatto che la crisi è diventata ormai una istituzione utile a governare i processi sociali, politici e artistici. La conseguenza è la messa in liquidazione dei linguaggi poetici «rotondi» del lontano novecento. Con tutta probabilità, oggi i linguaggi artistici, e quelli del poetico in particolare, possono sopravvivere soltanto se diventano «porosi», se accettano di venire ibridati da disfanie e da distopismi.

    Donatella Costantina Giancaspero

    17 marzo 2018 alle 21:13

    Nella presentazione a un libro di Ferdinando G. Menga (La passione del ritardo), a cura di Fabio Ciaramelli, ho trovato la citazione di un testo di Heidegger, “Il sentiero di campagna”. Ne sono riportate alcune frasi conclusive:
    “A lungo, quasi esitando, si affievolisce, nella notte, il suono di undici rintocchi. […] Con l’ultimo rintocco la quiete diventa ancora più silenziosa. Raggiunge anche coloro che in due guerre mondiali sono stati sacrificati prima del tempo. Il Semplice è diventato ancora più semplice. Il sempre Medesimo desta meraviglia e libera. La benevolenza del sentiero di campagna è ora del tutto chiara. Parla l’Anima? Parla il Mondo? Parla Dio?
    Tutto parla della rinuncia nel Medesimo. La rinuncia non prende. La rinuncia dona: dona la forza inesauribile del Semplice. La benevolenza rende familiare in una lunga provenienza.”

    A spiegazione di questa riflessione di Heidegger (peraltro molto suggestiva), Ciaramelli scrive: “Nella quiete silenziosa della notte, quando finalmente «le cose che sono» tacciono, si lascia intendere la semplicità dell’essere, cioè quella risonanza verbale che nella vita quotidiana viene per lo più occultata dalle maschere ontiche del linguaggio identificante. Solo rinunciando al molteplice, la sua provenienza lontana può rendersi familiare: solo allora ci si sente a casa nella semplicità dell’originario”.
    Nella “quiete silenziosa” del sentiero di campagna caro al filosofo, in quell’atmosfera di sospensione in cui «le cose che sono» tacciono, io penso si collochi la cosiddetta “disfania” di cui parla Chiara Catapano, ovvero l’intervallo tra due manifestazioni epifaniche.
    La tesi filosofica alla base di questa descrizione è dunque la seguente: “il semplice, e solo il semplice, è l’originario.” (cit.).

    Nella poesia di Steven Grieco-Rathgeb, così come in quella di altri autori della NOE, si percepisce il bisbiglio del “dire originario” che risiede appunto nelle e tra le “disfanie”.
    Il linguaggio della Nuova Ontologia Estetica è estraneo “alle maschere ontiche del linguaggio identificante” (Ciaramelli), anzi, vuole essere la negazione di quel linguaggio identificante.
    Quel senso di vuoto che spesso si percepisce nei testi dei poeti della NOE (anche in quelli fintamente gioiosi di Giuseppe Talia) equivale al Niente di Heidegger; tuttavia, non si tratta di un “nihil absolutum”, ma di una realtà posta né nel mondo, né fuori da esso. Il Niente, ossia quella “soglia”, il “limen” che si rivela nell’Angoscia, vale a dire in quel senso sospeso di spaseamento, dove «tutte le cose e noi stessi sprofondiamo, in una sorta di indifferenza […] non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi […] non rimane nessun sostegno» (Heidegger).

  16. Non mutano e le sorprendenti
    ombre divergono sostanza, hanno un alito

    protratto. Figurano le nuvole.
    E nel baleno stropicciano le danze.

    Le scoverebbero ungheresi, bulgare, ucraine.
    Rotanti, nel bel mezzo dell’Europa.

    In una sorta di attenta collazione.
    La gara solidale e al centro della comunità

    Messico & Musica! Croissant and mouse,
    del tanto peggio, tanto meglio.

    E poi gli inchini ad Est e le suddidanze,
    dieci ragazzi per voi posson bastare.

    (La Ventura, La Giancaspero, Il Linguaglossa, Il Tosy, La Dono, Il Panetta, Il Rago,Il Rathgeb, La Catapano, La Leone…e tutti gli altri che abbraccio!)

    GRAZIE OMBRA.

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