Donatella Costantina Giancaspero, Lettura critica di alcune poesie di Kjell Espmark, da La creazione, Roma, Aracne Editrice 2017, traduzione di Enrico Tiozzo

Foto Jason Langer 1998 lo specchio

foto Jason Langer [Lei è dunque stata un’altra per otto anni/ senza saperlo]

Kjell Espmark, tra i più importanti scrittori svedesi, è nato nel 1930 a Strömsund, una suggestiva cittadina della Svezia centro-settentrionale. Professore di Letteratura comparata all’Università di Stoccolma, nel 1981 è stato nominato membro dell’Accademia di Svezia, dove, per molti anni, ha rivestito la carica di presidente del Premio Nobel.

Ancora studente presso l’Università di Stoccolma, Kjell Espmark esordisce come poeta nel 1956, con la raccolta L’uccisione di Benjamin, dove si coglie la netta influenza di T.S. Eliot, influenza che verrà superata, nelle opere successive, fino al raggiungimento di un suo personalissimo linguaggio. A questo lo condurrà la ricerca compiuta a partire dal 1970. Ciò che Espmark andava perseguendo in questi anni era una sorta di “traduzione dell’anima”, la sua “materializzazione” – ovvero come l’”interiore” diventa “esterno”–, ispirandosi alla tradizione del modernismo lirico internazionale (da Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, a Eliot e Breton) e, successivamente, a quella propriamente svedese (Ekelund, Lagerkvist, Södergran, Ekelöf, Thoursie e Tranströmer). La volontà di materializzare ciò che è interno è, infatti, una caratteristica sia del simbolismo, che dell’avanguardismo degli anni ’10 e del surrealismo.

Poco dopo aver ricevuto la cattedra (1978), Espmark inizia a lavorare a una nuova trilogia lirica culminante con Il pasto segreto (1984). La prospettiva s’era ormai allargata, centrando l’attenzione sull’Europa e, successivamente, sul mondo intero.

Dalla fine degli anni Ottanta al 1990, Espmark si afferma anche come romanziere. Il ciclo di sette romanzi, L’età dell’oblio, che rappresenta una delle opere fondamentali della letteratura svedese, offre un quadro sconvolgente del malessere e dell’angoscia del Novecento. Nel frattempo, pubblica altre due raccolte di poesia: Quando la strada gira (1992) e L’altra vita ((1998): traduzione a cura di Enrico Tiozzo.

All’attività di poeta e romanziere, Espmark unisce quella di drammaturgo e saggista, pubblicando, tra le altre opere, una monografia su Tomas Transtömer.

In totale, al suo attivo, egli annovera una sessantina di volumi, che gli hanno valso numerosi premi nazionali e internazionali.

Sul finire del Millennio, Espmark, ben lungi dall’esaurire la propria creatività, ha scritto alcune delle sue opere poetiche più grandi; non ultima quella composta nel 2002, dopo la scomparsa della moglie, I vivi non hanno tombe. Qui il testo è affidato interamente alla voce della moglie perduta, nella rievocazione di altre figure scomparse. Punto culminante della sua scrittura lirica è senz’altro Via lattea (2007), definita “la migliore raccolta di poesie pubblicate da un autore svedese nel 2000”.

Nel 2010 esce L’unica cosa necessaria, Poesie 1956-2009. Nello stesso anno I ricordi che si trovano. Del 2014 è Lo spazio interiore e, ultimo (2016), La creazione con la prefazione di Giorgio Linguaglossa è del 2017, libri pubblicati in Italia da Aracne Editrice, nella traduzione di Enrico Tiozzo.

(Donatella Costantina Giancaspero)

Foto Death Mask by Jason Langer

Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.

Ermeneutica di Donatella Costantina Giancaspero

Da Lo spazio interiore (2014)

La tradita: solo un contorno senza forza

Lei è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne pendolanti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
Il prezzo per la calma di tutti splendente come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Lei vomita tutta questa vita falsa
queste giornate dal tanfo di gusci di gambero.
Infine siede sul pavimento del bagno
del tutto messa a nudo. Nulla è rimasto degli otto anni.
Solo il sapore di metallo in bocca.
Dovete restituirmi i miei anni!
I bambini se la cavano, inaspettatamente adulti, imbarazzati
dalla retorica, da questi resti di disperazione
che nemmeno ha parole proprie.
E gli occhi dei vicini nelle maioliche del bagno!
Lei siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso.
Cerca di proteggere la sua povertà con la schiena contro tutti quelli che hanno saputo.

La traduzione di Enrico Tiozzo ci restituisce le parole di Kjell Espmark nella sua originaria profondità, nel suo inalterato spessore: profondità vertiginosa, a volte, di vuoto che pare risucchiarci, e spessore precario, di superficie irregolare, nel pericolo immanente dell’inciampo, tra rialzi e improvvisi avvallamenti dell’animo; profondità e spessore in quel concavo e convesso, inganno ostinato di lenti e di specchi, che riflettono, all’occhio del poeta e al nostro, la realtà in cui viviamo, quotidiana, ordinaria, focalizzando il dettaglio più insignificante. Una realtà deformata, dunque, interrotta, spezzata nel frammento delle immagini, che emergono da dentro, da fuori, da lontano; frammento di pensieri, che è frammento stesso della parola e del ritmo. E non distingue il poeta, o chi per lui, non riesce a vedere se quello «spacco» che «corre attraverso lo specchio» sia «nel vetro/ o nel mio occhio grigio di creta», come leggiamo in “Illuminazioni” (da Quando la strada gira):

[…]
Ci sono spacchi sul cielo e nelle strade.
Gli amici intorno a me
parlano il nostro venato quotidiano
con polvere di creta che scende dalla bocca.
Uno spacco corre attraverso lo specchio.
Non si riesce a vedere se è nel vetro
o nel mio occhio grigio di creta.

Si tratta di un’ «esistenza falsificata», che la donna di La tradita vede proiettata allo specchio in un volto «del tutto estraneo», mentre vomita nel lavandino i suoi «ricordi menzogneri». È la problematica dell’«autenticità», tema centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento, come ci fa osservare Giorgio Linguaglossa in una sua nota critica. Ce ne dà la motivazione: «sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale».

La poesia di Espmark si inserisce in questo quadro. Possiamo definirla, con le parole stesse di Linguaglossa, “una sobria e prosaica epopea dell’infelicità borghese del nostro tempo post-utopico. Emerge il ritratto di una società con Signore e Signori alla affannosa ricerca di un grammo di autenticità nell’inautenticità generale”. Se ne coglie il senso attraverso quella particolare «topologia» fatta di “interni domestici ripresi per linee diagonali, sghembe e in scorcio”, dove si collocano “le storie esistenziali della grande civiltà urbana delle società postindustriali” e prendono vita le vicende private, “sobriamente prosaiche di una prosaica vita borghese; non c’è nessuna metafisica indotta, ma una domesticità e una prosaicità dei toni e delle situazioni” (cit.).

Ma la «topologia» comprende anche gli esterni: il mare, ad esempio, i laghi, con le loro gelide profondità, o anche le sconfinate foreste avvolte dalle nebbie: “le terre del settentrione e degli iperborei, aperte senza soluzione di continuità all’oltre, al doppio, all’antimateria”, come scrive Paolo Ruffilli sul retro di copertina dell’edizione italiana di L’altra vita (2003, trad. di Enrico Tiozzo). Perché qui «ci manca la vita che viviamo» e siamo dunque “oscuramente attratti” dall’Altra vita. E la natura rappresenta il suo luogo privilegiato: “ecco riemergere in mezzo al terriccio, tra il verde dell’erba e del fogliame, nel fresco dell’acqua, tutte le figure finite nel buio e tenute in vita dalle parole dei vivi […] perché ovunque si leva una voce a chiedere: «Prestami un po’ di vita»” (cit.).

A questo punto, vale una riflessione: la natura con valenza metaforica è molto sentita dai poeti nordici: pensiamo a Tomas Tranströmer, Lars Gustafsson, Werner Aspenström, per citare solo tre grandi apparsi anche su L’Ombra delle Parole. Ma, in una prospettiva generale, possiamo dire che i luoghi – gli esterni così come gli interni – e le atmosfere che essi evocano, pur nelle diversità degli stili di ciascun autore, si presentano addirittura come una costante della letteratura scandinava nel suo insieme. La maniera di raffigurare, di sentire certi luoghi, quello di far parlare, o di far tacere le «cose», le persone; la complessità, l’introspezione che ne scaturiscono, tutto questo e altro ancora, direi che è così comune, diffuso, in quella letteratura, perché fortemente radicato nell’anima delle popolazioni nordiche: lo è per motivi forse anche geografici, comunque profondi, la cui genesi si colloca, a mio parere, perfino alle origini della mitologia norrena.

Ora, noi, volendo visualizzare ciò che abbiamo letto in Espmark e in altri poeti nordici contemporanei, potremmo fare riferimento alla filmografia di un grande Maestro del cinema svedese, ovvero Ingmar Bergman: dai primi lavori di esordio, anche in campo teatrale, alle opere che, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, lo porteranno al successo internazionale, come Il settimo sigillo e Il posto delle fragole. Ma altri film meritano di essere menzionati, quali Il volto, La fontana della vergine; Come in uno specchio, Luci d’inverno, Persona, Scene da un matrimonio; L’immagine allo specchio, Sinfonia d’autunno, e, l’ultimo, Fanny e Alexander. Ecco, già molti titoli ci dicono tutto: i temi di Bergman sono incentrati sui grandi interrogativi che riguardano la condizione umana (la Vita, la Morte, Dio), sulla conflittualità delle relazioni interpersonali, individuando nel sogno e nella memoria il mezzo per scandagliare la realtà.

Ne Il settimo sigillo, sembrano poesia alcune parole che il cavaliere Antonius Block pronuncia nel suo dialogo con la Morte:

“Il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare./ Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura”.

Queste parole ci riportano alla poesia di Espmark, alla sua straordinaria forza attrattiva. Giorgio Linguaglossa ne ha fatto un’analisi accurata, rilevando l’uso frequente delle frasi sincopate, «i repentini cambi di marcia, le impennate delle analogie, le perifrasi interrotte». La struttura del verso libero risulta tale da perdere, e far perdere continuamente in chi legge, la certezza dell’equilibrio, non essendo più riconoscibile un baricentro. Tuttavia, è proprio grazie a questa perdita che «la poesia si riassesta in un nuovo, benché precario, equilibrio». Proprio qui risiede il suo potere fascinatorio, nella perdita ritmica ottimamente resa nella traduzione di Enrico Tiozzo. Le parole affondano laceranti nella realtà quotidiana, nello «spazio interiore» e penetrano profonde in noi che leggiamo. Non possiamo sottrarci alla loro forza; e siamo tutt’uno, all’istante, con la sofferenza della donna, La tradita, «che siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso»; è nostro il disagio per «quel diaframma sottile/ che separa il mondo dal mondo/ e quel sorriso che fa così male/ perché è fatto per non essere notato»; nostra la costernazione per non avere più volto, più identità… Ma, ancora più forte, la costernazione con cui – come Antonius Block – siamo costretti a fissare quel vuoto. Forse, ormai, non provoca nemmeno più “disgusto”, non fa più “paura”. È  un dato di fatto inappellabile: «Devo accettarlo», scrive Espmark, «come la mancanza di un contatto linguistico/ con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione»

bello topologia tecniche di costruzione

topologia tecniche di costruzione

Illuminazioni, da Quando la strada gira

5.
Siedo sulla scala e «mi» rado.
L’acero che nasconde la strada e il mondo
è un litigioso romanzo russo
in cui c’è la storia di tutto il podere.
Nel capitolo di oggi c’è qualcosa in giuoco.

Tolgo uno strato di schiuma e barba:
non c’è alcun volto dietro.
Devo accettarlo
come la mancanza di un contatto linguistico
con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione:
[…]

Da La creazione (2017)

 La morte di Alessandria

Ho postato ne “La scialuppa di Pegaso” (FB) questa poesia di Kjell Espmark. È utile riproporla alla lettura di un pubblico qualificato, perché la ritengo consimile alla poesia che noi della «nuova ontologia estetica stiamo cercando». Una poesia che apre gli spazi. E apre il tempo. Si narra di un destino di «un figlio di contadini» saltando tutto ciò che è inessenziale e andando al nocciolo di quella cosa che si chiama «destino». In questa poesia non c’è nulla di ciò che si intende in Italia per poesia esistenzialistica,  nulla viene detto di quel «figlio di contadini che girò il mondo» di cui tratta la poesia perché, in fin dei conti, i dettagli di quella singola esistenza sono, per noi lettori, inessenziali, non ci rivelerebbero nulla di essenziale a noi uomini del presente evanescente posti in un futuro altrettanto evanescente. La poesia di Espmark narra per sommi tratti saltando da una strofa all’altra interi tragitti di esistenza, va per salti e traslati, per metafore e per metonimie come sa andare una grande poesia, come deve andare una grande poesia. Fino al diapason di quel distico con quella mirabolante immagine:

Un abbozzo contenuto in una cartolina scolorita
dove il francobollo mostra un re che cade.

*
Questa è Espnäs. Qui aspetta una poco illuminata
locanda da un secolo
più predicanti e agrimensori.

Che boschi brulli, a nord del nord.
Che freddo anche nell’urna del padre
che abbiamo appena immerso nel burbero mormorio
del controllato cimitero di Strömsund:
il figlio di contadini che girò il mondo e divenne
una manciata di esitante cenere
fra la scala e il rumore dei piuoli
che si spostano sempre laggiù.

Non ci siamo mai incontrati.
Le nostre frasi insieme cercavano
come gira l’amo con la mosca in infelice attesa
e lo scafo – prova un nocchiero sconosciuto:
un goffo capitolo con odore di benzina.
Ma anche attraverso un padre non allenato
può arrivare il brulichio di voci:
una locanda sottoterra
con porte che sbattono nel sotterraneo vento
e ospiti che non vogliono dire il loro nome.

Fu nel paese vicino al lago
un divorzio cambiò la creazione.
Qualcuno rubò la stessa volta celeste
e sottrasse tutte e due le sponde.
Spiega poi ad un bambino di quattro anni
che purtroppo è andato in rovina.
E non deve toccare la parola «casa».
Un abbozzo contenuto in una cartolina scolorita
dove il francobollo mostra un re che cade.

Io vivo ancora in un abbozzo –
non ho mai sprecato un minuto sulla domanda
«Chi sono io?». Sopporto lo specchio della camera d’albergo
esattamente per quei secondi
che occorrono per annodare la cravatta nera.

Porte di cenere sbattono nella corrente.
Ospiti di cenere vanno e vengono.
Di sera aurora boreale: va inflessibile
avanti e indietro, senza spiegazione.

(da Kjell Espmark, Quando la strada gira, Edizioni Bi.Bo. 1993. Traduzione di Enrico Tiozzo)

bello topologia volto 1

topologia costruzione del volto

Da La creazione (Aracne, 2017)

La morte di Alessandria

Ho visto la tua angustia discreta questa mattina
davanti allo specchio esperto della camera d’albergo:
chi ti veniva incontro
tranne te stesso?
Tanto più vecchio di te, così avvizzito –
l’ho visto dalle sue spalle insaccate.
Uno che si vede come la tua misura.

Qui giù nelle catacombe
dove greco, egizio e romano
litigano come inseparabili compagni di bisboccia
(il guardiano in toga e testa canina
il bue col sole attico fra le corna)
notiamo l’errore della cultura mescolata:
sulla tomba di famiglia l’uomo di pietra fa
un passo col piede sinistro verso la vita
mentre la donna che vuole specchiarlo
sporge avanti il suo piede destro
e rimane perciò nel buio.

A tutto capita di significare di più
di ciò che voleva significare.
La critica è più grande della poesia,
un malinteso terribile come la morte stessa.
E l’immagine che si dissolve nello specchio ha
a differenza del suo padrone un passaporto.
Il rumore del traffico
si sprofonda nel rumore del traffico.
Le immondizie frugano nelle immondizie.
E il vecchio che scende dal tram
con una parola di Kavafis sulle labbra
è ingiallito nel suo commento.

Questa è la città che se ne frega del vivere.
Questa è la città che parla della città:
un apparato di note che cresce sempre
raggiungendo i nostri fruscianti polmoni
e le nostre labbra sottili come carta.

Chi mi viene incontro nello specchio dell’ascensore
con una sicurezza che non è mia?

foto-gunnar-smoliansky-1976

foto di Gunnar Smoliansky-1976

Mi precipitai fuori, trasformata in fiamme
dalla biblioteca di Alessandria.
I nove rotoli di papiro in cui abitavo
ancora crepitanti di deluso amore,
mutarono in scintille e salienti schegge.
E morii per la seconda volta.

Frammenti di me rimasero come citazioni.
La mia parola per cielo s’impigliò in un dotto pedante –
Lui era fisso alla scrivania
Quando il blu di colpo divenne il blu profondo.
Un pronome usato in modo inusuale
stregò un grammatico. La parola
che scrisse se stessa in giallo e verde – uno scarabeo! –
aprì le sue elitre e si alzò
per portare il suo contesto attraverso i secoli.

Altri frammenti di ciò che era Saffo
rimasero come schegge sui passanti
per “richiamare chi a lungo amò”

*

Quando prendeste il largo
tra costellazioni spaventose
lasciandomi da questa parte del Giordano
portaste con voi una patria incompleta.

Divenni un mucchio di ossa abbandonate
rose da iene e avvoltoi
e rese lucide da vento e sabbia.
Ma i resti della gabbia toracica
trattennero ciò che il naufrago capì.

E ciò che veramente è io in me
non s’arrese. Questa tremula fiamma sperduta
ha vagato lungo vie polverose,
che non erano polvere né vie,
per cercare voi, i miei.

Volevo mettere la mia anziana parola
nei vostri sogni, senza destarvi. Sussurrare:
La creazione è ancora incompiuta.

*

Mi conoscete come Yan Zhenqing,
il maestro del pennello dritto.
Ma l’imperatore mi trovò altro uso.
Le rivolte allora squarciavano il regno.
I figli pugnalavano il loro padre
e le donne si sbudellavano come galline.
La realtà da noi ereditata cadde in pezzi.
Sì, la luna stessa fu ridotta in cenere.

Il mio valore durante la resistenza
mi aveva fatto diventare ministro.
Ma la mia aperta critica ai cortigiani corrotti
suscitò l’ira del primo consigliere.
Mi mandò a fare giustizia
del capo della rivoluzione Li Xili
pagando con la mia vita per l’oltraggio.

Ma Li voleva comprarmi. Si racconta
che accese un falò in giardino
minacciando di buttare un no nel fuoco.

*

La carta dell’Europa è macchiata di sangue.
Ma il violoncello insiste.
E il coro crea quell’ordine
che al mondo non è riuscito.

*

L’Ade sembra essere personale,
cucita su misura per ognuno.
Nella mia non ci si può alzare –
Il nero che qui è la parola per cielo
spinge al suolo. Io stesso gli
sono appiccicato come una pellicola.
Neanche la speranza può staccarsi
di un pollice dalla superficie.
Se fui portato qui a remi dalla città che guidai
la nave allora era sottile come una carta da gioco
e il trasbordatore piatto come un fante di fiori.

Il mio crimine era demolire la città vecchia –
come se avessi demolito un pezzo della Storia!
Ciò che ricordo è un portone scolpito del barocco
e una scala con le finestre dipinte – una scena
con la vergine e il suo incapace cavaliere.
Mi ricordo anche una chiusa fra le acque,
sagomata come una foglia di trifoglio.
Tutto sbriciolato da allegre scavatrici
che portarono con sé anche il resto del ricordo.

*

Dunque sono un “tipo” che ha destato interesse
presso l’istituto di Biologia della Razza,
e si può leggere tra le righe nel rapporto
“Tipi parzialmente misti ai lapponi, Espnäs”.
Su una foto c’è Karl-Erik cugino di mio padre
insieme con i fratelli Per e Jöns Herbert
con l’abito della festa, aiutati con la cravatta.
Maniche e calzoni sono corti in modo imbarazzante
e la stoffa della giacca tira sui bottoni
nel nervosismo prima della prova.
La piega dei calzoni è abbastanza ariana?
I fratelli stanno in piedi sulla paglia del fienile
davanti a un muro imbiancato di calce
che fa pensare all’Olocausto
e guardano seri dentro al nostro tempo.
L’anno è il 1931
e la Storia sta per fare un grande passo indietro.

Mio padre rimane fuori dall’immagine,
postumamente inorridito dei suoi
tratti di colpo razzialmente impuri.

*

Io sono scosso dalla diagnosi come tale,
un insetto fissato nella lente d’ingrandimento
del biologo della razza Herman Lundborg.
L’occhio blu metallico su cui batte la palpebra
dall’altra parte della lente è in dubbio
s’io debba essere ricacciato nella tenda lappone
o lasciato entrare nel prossimo capitolo
del Piano Millenario.

I cugini di mio padre rimangono sull’attenti
mentre la foto invecchia intorno a loro.
Aspettano la decisione dell’Istituto.
Come fossero stati appena scaricati sul binario.

[Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.]

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16 risposte a “Donatella Costantina Giancaspero, Lettura critica di alcune poesie di Kjell Espmark, da La creazione, Roma, Aracne Editrice 2017, traduzione di Enrico Tiozzo

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/28/donatella-costantina-giancaspero-lettura-critica-di-alcune-poesie-di-kjell-espmark-da-la-creazione-roma-aracne-editrice-2017-traduzione-di-enrico-tiozzo/comment-page-1/#comment-37441
    In una Danimarca travolta dalla peste e sprofondata nella disperazione torna dalle crociate il nobile cavaliere Antonius Block. Al suo arrivo sulla spiaggia trova ad attenderlo la Morte, che ha scelto proprio quel momento per portarlo con sé. Il cavaliere decide di sfidarla a scacchi: inizia una partita che sarà giocata nel corso di vari incontri, mentre Antonius e lo scudiero Jöns attraversano la Danimarca e incontrano molte persone, pronte a espiare con dure punizioni i propri peccati o a godere senza freni degli ultimi istanti. Il cavaliere s’imbatte anche in una famiglia di saltimbanchi, che sembrano non accorgersi della tragedia che li circonda, uniti dall’amore e dal rispetto reciproco… [sinossi]

    Quando l’agnello aprì il settimo sigillo,
    nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora
    e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio
    e furono loro date sette trombe.
    [Apocalisse, 8, I]

    Mi chiedo spesso, quando leggo una poesia o un romanzo italiani, a quale film della odierna filmografia italiana possa ragguagliarli e non trovo, ahimè, nulla, nulla cui possa ragguagliare quelle storie che ho letto. E allora, penso che qualche domanda dovremmo porcela, dovremmo chiederci perché l’odierna filmografia italiana è ricchissima di barzellette e di storie stereotipate raccontate con un linguaggio filmico stereotipato. Quando invece leggo una poesia di Kjell Espmark vedo in filigrana il grande cinema di Bergman. Non a caso. Forse, mi chiedo, la poesia italiana degli ultimi decenni non presenta nulla di importante? Di importante da poter interessare un regista? – Ricordo una frase di Milosz il quale commentando le poesie di Eliot dice che non si potrebbero comprendere i Film di Antonioni se non tenessimo conto di certe atmosfere de La terra desolata (1922) di Eliot. L’affermazione di Milosz mi colpì molto e cominciai a chiedermi se la poesia italiana che stiamo facendo, la nuova ontologia estetica, un giorno possa ispirare la regia di un regista del futuro. Io penso di sì, la nuova ontologia estetica richiede fortemente una nuova fenomenologia filmica per essere compresa. Ecco dunque che siamo arrivati al punto: una nuova estetica poetica richiede sempre l’accompagnamento delle arti sorelle: la filmografia, l’arte figurativa, la scultura, la musica di ricerca, la danza… Se leggiamo queste poesie di Kjell Espmark, autore svedese ormai novantaduenne non possiamo non pensare a certe atmosfere dei film di Bergman.

    Mi ha colpito molto il titolo di uno dei libri di poesia di Espmark: «Lo spazio interiore». Ecco, qui siamo all’interno di una concettualità che vorrei fosse la nostra casa comune, nostra dico della nuova ontologia estetica: creare spazi, creare tempi, moltiplicare gli spazi e i tempi, demoltiplicare le immagini, defondamentalizzare la costruzione sintattica, defondamentalizzare la colonna sonora della forma-poesia: eliminare il più possibile i verbi (che il più delle volte sono dei sostituti del nome), eliminare le soggettività (vuole e inutili) dell’io, raccontare sì ma senza l’ausilio scontato della ipostasi dell’io come collante e centro di tutte le cose. Dobbiamo porre in primo piano quando scriviamo una poesia, lo «spazio interno» e il «tempo interno», tutto il resto è secondario…

  2. Ecco un filmato ridicolo di Salvini che spiega agli italiani le imposte che lui toglierà quando andrà al governo. (capolavoro di filmografia)

  3. gino rago

    I versi che Espmark dedica ad Alessandria sono riconducibili al grande alveo della poesia del metodo mitico, con un occhio verso Kavafis e con l’altro verso T. S. Eliot.
    Lo stesso metodo ha condotto per esempio la Atwood a comporre il poemetto su Circe e la poesia dedicata a Elena che danza sul bancone. Questo stesso metodo mitico, che non è poesia mitopoietica, e che Costantina Donatella Giancaspero ben coglie nella sua ermeneuitica su N. Espmark, ha illuminato anche una mia stagione di ricerca poetica antiminimalista e antiintimistica, come questi versi che vorrei condividere con i lettori de L’Ombra.

    Gino Rago

    Il figlio di un eroe spaventa i vincitori

    Raschia la terra con le mani.
    Si lacera il seno dinnanzi al bimbo morto.
    Ecuba ripudia il vecchio corpo,
    evoca la voce dei defunti
    prima dei giorni della schiavitù.
    Noi con Ecuba attendiamo Aurora.
    […]
    La dea dalle ali bianche diffonde il giorno
    sulla città in fiamme,
    Le coste risuonano di morte.
    L’urlo di Priamo si strozza nella gorgia
    davanti alle sue terre a ferro e a fuoco.
    Noi siamo qui per Ecuba
    già nelle fiamme del rogo finale.
    Nuvole di polvere tagliano l’azzurro.
    […]
    Trono, palazzo, torri merlate:
    un tonfo di frammenti su macerie ardenti.
    Ilio è un nome scritto nella cenere.
    I Troiani senza numero periscono
    per i capricci di un’unica donna,
    nemmeno Astianatte viene risparmiato:
    il figlio di un eroe spaventa i vincitori.
    […]
    Noi siamo qui per Ecuba.
    Cos’altro ancora manca al suo disastro
    perché gli Achei lo sentano completo …?
    La dimora della Bellezza va in fumo.
    La casa dell’amore si sfarina.
    La fiamma greca incenerisce Troia.
    […]
    La Regina sul baratro maledice Atena,Thanatos
    e l’uniforme grido dai frantumi…
    GR,
    Roma, 2013/14

  4. gino rago

    Piccola scelta di esempi di
    Poeti e poesie del metodo mitico

    1- Kjell Espmark
    La morte di Alessandria

    “[…]Qui giù nelle catacombe
    dove greco, egizio e romano
    litigano come inseparabili compagni di bisboccia
    (il guardiano in toga e testa canina
    il bue col sole attico fra le corna)[…]”

    2- Margaret Atwood
    Elena di Troia balla sul bancone

    Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
    Come i predicatori, vendo visioni,
    come la pubblicità del profumo, desiderio
    o il suo facsimile. Come nelle barzellette
    o in guerra, è tutta questione di tempismo.
    Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
    che tutto abbia un prezzo,
    un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
    un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
    quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
    sono ancora uniti insieme.
    Quanto odio gli batte dentro,
    i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
    disperato amore. Vedendo la fila di teste
    e occhi rovesciati, imploranti
    ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
    capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
    le formiche. Mi muovo a ritmo,
    e danzo per loro, perché
    non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
    crepita come metallo riscaldato
    e brucia le narici
    o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
    come una città il giorno dopo il saccheggio,
    quando lo stupro è fatto,
    e la carneficina,
    e i sopravvissuti vanno in giro
    a cercare cibo
    fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.
    A proposito, è il sorriso
    che mi estenua di più.
    Il sorriso, e il far finta
    di non sentirli.
    Non li sento, infatti, perché dopo tutto
    sono straniera per loro.
    La loro parlata è ispida e gutturale,
    ovvia come una fetta di spalla cotta,
    ma io vengo dalla provincia degli dèi
    dove i significati sono lirici e obliqui.
    Io non mi svelo a tutti,
    se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
    Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
    Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
    È quello che diciamo a tutti i mariti.
    Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.
    Certo che qua dentro solo tu
    mi puoi capire.
    Gli altri vorrebbero guardare
    senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
    come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
    Spremere fuori il mistero.
    Murarmi viva
    nel mio stesso corpo.
    Vorrebbero leggermi dentro,
    ma non c’è niente di più opaco
    della trasparenza totale.
    Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
    Come fiato o aerostato, mi sollevo,
    lèvito a quindici centimetri da terra
    nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
    Pensi che non sia una dea?
    Mettimi alla prova.
    È una canzone torcia* la mia.
    Se mi tocchi bruci.

    3- Marina Cvetaeva,
    da The Pair

    Ci sono rime in questo mondo.
    Disgiungile, e il mondo trema.
    Eri un uomo cieco, Omero.
    La notte sedeva sulle tue sopracciglia.
    La notte, il manto del tuo cantore.
    La notte, sui tuoi occhi, come una persiana.
    Un uomo vedente non avrebbe forse unito
    Achille a Elena?
    Elena. Achille.
    Datemi il nome di una coppia meglio assortita.
    Perché, a dispetto del caos,
    il mondo fiorisce sulle armonie.
    Eppure, disgiunto (in armonia
    con la sua essenza) cerca vendetta
    nell’infedeltà coniugale
    e nell’incendio di Troia.
    Eri un uomo cieco, aedo.
    Hai gettato via la fortuna come fosse un rifiuto.
    Quelle rime sono state composte in quel
    mondo, e non appena le dividi,
    questo mondo crolla. Chi ha bisogno
    di armonia? Invecchia, Elena!
    Il miglior guerriero degli Achei!
    La dolce bellezza di Sparta!
    Niente se non il mormorio
    del mirto, il sogno di una lira:
    “Elena. Achille.
    La coppia tenuta separata.”

    (Traduzione a cura di Bianca Sorrentino)

    4- Iosif Brodskij
    Odisseo a Telemaco

    Telemaco mio,
    la guerra di Troia è finita.
    Chi ha vinto non ricordo.
    Probabilmente i greci: tanti morti
    fuori di casa sanno spargere
    i greci solamente. Ma la strada
    di casa è risultata troppo lunga.
    Dilatava lo spazio Poseidone
    mentre laggiù noi perdevamo il tempo.
    Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
    brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
    trasandato e dei sassi e una regina.
    Le isole, se viaggi tanto a lungo,
    si somigliano tutte, mio Telemaco:
    si svia il cervello, contando le onde,
    lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
    la carne acquatica tura l’udito.
    Com’è finita la guerra di Troia
    io non so più e non so più la tua età.
    Cresci Telemaco. Solo gli Dei
    sanno se mai ci rivedremo ancora.
    Ma certo non sei più quel pargoletto
    davanti al quale io trattenni i buoi.
    Vivremmo insieme, senza Palamede.
    Ma forse ha fatto bene: senza me
    dai tormenti di Edipo tu sei libero,
    e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

    (1972, da Fermata nel deserto, traduzione di Giovanni Buttafava)

    5- Giorgio Linguaglossa
    Il ritorno del Signor Cogito

    Si narra che davanti a Cartagine data alle fiamme
    Scipione si commosse, pensò che un giorno

    una sorte analoga potesse arridere anche a Roma.
    È mattino. La polizia segreta ha rilasciato il Signor Cogito.

    Adesso torna a casa il Signor Cogito.
    Apre la porta, chiude la porta a chiave,

    gira bene la chiave nella serratura,
    si siede in poltrona

    e apre il giornale. Legge le notizie del giorno.
    Ora può attendere un’epoca migliore.

    Sì, c’è sempre la speranza di un’epoca migliore.
    Fuori della finestra azzurra c’è un agente della polizia segreta

    che lo sorveglia. Passeggia. Fuma una sigaretta.
    C’è aria di primavera.

    Profumo di fiori di gelsomino. **

    6- Osip Mandel’stam
    NOTTE INSONNE ED OMERO

    Notte insonne, ed Omero. Vele tese sul mare,
    ho letto, delle navi, la lista per metà,
    questa fila di gru, lunga frotta che appare,
    che uscita un dì dall’Ellade, sull’onde se ne va.

    Cuneo di gru che salpa verso terre straniere,
    spuma che su regali teste, bianca, cadrà,
    dove andate? Se a Troia non doveste vedere
    Elena, o achei guerrieri, che vale la città?

    E Omero, e il mare, tutto dall’amor vien mosso.
    A chi darò più ascolto? Ed ecco, Omero tace
    ed ora un mare nero rumoreggia commosso,
    e sul cuscino, stridulo, mi si rovescia, e giace.

    trad. Serena Vitale

    6- Gino Rago
    Alla bellezza tutto si perdona

    Chi saprà dire a Ecuba
    la nuda verità su Elena di Sparta.
    Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
    la fuga, il rapimento, gli amplessi
    della spartana sul mare verso Troia?

    Prima fra le prime accanto a Menelao.
    Venerata da Paride al pari di una dea.
    Perdonata in patria da servi e da padroni.
    La colpa cancellata,
    il rispetto e l’onore riaffermati:
    festa per Elena presso gli Spartani,
    le donne vinte invece vegliano i cadaveri.

    Noi siamo qui per Ecuba.

    La sposa che mai accetterà gli scorni
    di quelle dee beffarde, gelose
    delle fattezze carnali di fanciulle
    contese dai guerrieri a suon di lame.
    La madre che tutto perde nell’inganno.
    Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
    Le bende strappate.
    I ramoscelli sacri nelle fiamme.

    La freccia lancinante, il dardo vero
    a insanguinare il cuore
    della Regina d’Ilio in mezzo al fuoco?
    È un’idea soltanto. La stessa
    da quando a corte Elena le rubò il trono:
    vinca la cenere, periscano gli eroi.

    Alla bellezza tutto si perdona.

    7- Costantino Kavafis
    Il dio abbandona Antonio

    Quando d’un tratto a mezzanotte si ode
    un corteo invisibile che passa
    con musiche sublimi e canti –
    per la tua sorte che s’incrina ormai, per i tuoi
    fallimenti, per i progetti della tua vita
    rivelatisi tutti errori, non piangere invano.
    Da uomo ormai pronto, da coraggioso,
    salutala l’Alessandria che ti sfugge.
    Soprattutto non ti illudere, non dire che
    si è trattato di un sogno, che ti ha tradito l’udito:
    non ti abbassare a tali vane speranze.
    Da uomo ormai pronto, da coraggioso,
    come si addice a te che fosti degno di una tale città,
    avvicinati con passo fermo alla finestra,
    e ascolta commosso, ma senza
    le suppliche e le lamentele dei vili,
    come estremo piacere, i suoni,
    i sublimi strumenti del corteo religioso
    e salutala l’Alessandria che tu perdi.
    —————————————————–
    Gr

    • gino rago

      Sul ‘metodo mitico’ ricevo e pubblico questa colta, raffinata, bene articolata nota critica di Letizia Leone intorno e su “Alla bellezza tutto si perdona “.

      Ringrazio sentitamente Letizia Leone per questa testimonianza
      ( Gino Rago )

      “La nuda verità su Elena di Sparta…”, scrive il poeta.

      Attenzione perché questa potrebbe essere storia contemporanea. Cronaca quotidiana dei nostri valori e disvalori, per quanto possa, ormai in tempo di pensiero debole, rivelarsi relativo il concetto di valore. Per quale bellezza dieci anni di sanguinosi massacri? La guerra di Troia che seminò lutti e devastazioni, lanciando attraverso i secoli il suo clangore d’armi, la sua maledizione imperialista, le ceneri calde degli incendi, delle esplosioni che ancora dilaniano le folle nei mercati e nelle metropolitane. Quale ideologia di bellezza può essere l’equivalente di una ideologia di morte?

      Eppure, pensandoci, i fascismi di tutti i tempi hanno sempre esaltato l’idea di forma, di ordine, di decoro, hanno amato le divise lustre, la conquista, tramutando la Forma in formalismo e segregando la vera Bellezza, l’Arte, ai margini della società, fino a impilare i libri per farne roghi, e fino a fare roghi di donne libere (e uomini liberi). Donne e ragazze portatrici del seme della Bellezza ma bruciate come streghe!

      (Eppure erano solo donne curiose, coraggiose e libere, contadine che cercavano le erbe e i fiori, realizzavano infusi per le guarigioni o per un profumo, per la bellezza di un aroma, di una fragranza sul corpo…). La storia è questa.

      La “nuda verità” passa anche per questo olocausto del femminile.

      Questo ci dice Gino Rago, la sua Ecuba!

      Di quale bellezza ci dice di diffidare il poeta? Le Sirene del materialismo, la seduzione del potere, lo sfruttamento incontrollato delle risorse…
      Elena è una chimera, il nostro Faust, la stella lucifera che abbaglia.
      Gino Rago vuole smascherare una menzogna. Questo è l’unico compito di un artista, colui che si occupa della Bellezza. Smascherare le menzogne, instillare il seme del dubbio e il pensiero critico.

      “Noi siamo qui per Ecuba…” dice il poeta schierandosi dalla parte delle diseredate, delle vittime, delle donne e delle bambine, le nostre vicine schiavizzate, murate vive dentro un sudario nero oppure massacrate dai loro uomini nelle nostre città perché non si lasciano “addomesticare”.
      Quale idea di mondo ci ha lasciato Elena? Una bellezza patologica certo se foriera di tante disavventure, un oltraggio al femminile se la sua immagine è vissuta senza profondità, svilita da un occhio guerriero e conquistatore. La riduzione del femminile al corpo.

      Perché Omero vuol farci credere che una singolare bellezza di quel genere (la donna più bella del mondo) sia portatrice di tale sventura? Semplicemente perché non esiste la donna più bella del mondo. Ma esiste la Bellezza delle donne. Del femminile nel mondo.

      Gino Rago con questa poesia straordinaria canta la bellezza della regina madre, delle donne anziane, che come le antiche foreste incubano la memoria, i semi, le idee. Come l’idea di Madre Terra (la bellezza del mondo dalla quale abbiamo depredato ogni incanto): “la terra scura che brilla di mica, radici nere filamentose e tutta la vita passata, frammentata in un fragrante humus” ( C. Pinkola Estés).

      La bravissima Eleonora Anselmo con la sua voce fa brillare queste antiche figure del mito, fa vibrare le parole della poesia amplificandole in una commovente e coinvolgente elegia musicale.

      E noi restiamo attoniti a riflettere su cosa sia diventata la Bellezza, la sua Idea, oggi nel nostro mondo.

  5. Possiamo fare nostra l’affermazione di Wittgenstein e applicarla alla poesia, al romanzo e all’arte nell’epoca del minimalismo.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/28/donatella-costantina-giancaspero-lettura-critica-di-alcune-poesie-di-kjell-espmark-da-la-creazione-roma-aracne-editrice-2017-traduzione-di-enrico-tiozzo/comment-page-1/#comment-37448
    Manchiamo di una visione d’insieme, di un territorio vasto come la terra ci ritagliamo il minuscolo orticello del nostro corpo e di lì parliamo delle nostre vicende private, della nostra biografia, di dettagli personali, che non interessano nessuno se non un voyeur. E così abbiamo trasformato il lettore in un voyeur. Bizzarra e orrifica metamorfosi! E non ce ne siamo accorti. Ci siamo talmente abituati a questa visione delle cose che pensiamo in buona fede che quella sia la poesia, il romanzo, l’arte del nostro tempo. Ma è una visione assolutamente fallace e riduttiva del mondo delle cose. Non resta che aprire gli occhi e guardare il mondo con altri occhi. Non li abbiamo? Allora dobbiamo immaginarceli.

    «Una difficoltà in filosofia è che manchiamo di una visione d’insieme. Ci imbattiamo nello stesso tipo di difficoltà che avremmo con la geografia di un territorio del quale non possediamo mappe, o solo una mappa di singoli posti. Il territorio del quale stiamo parlando è il linguaggio e la geografia è la grammatica. Possiamo percorrere il territorio senza grosse difficoltà, ma quando ne dobbiamo fare una mappa, ci sbagliamo. Una mappa mostrerà percorsi diversi che attraversano gli stessi luoghi; ne possiamo prendere uno alla volta, ma non due contemporaneamente, proprio come in filosofia dobbiamo occuparci dei problemi uno alla volta, sebbene in effetti ogni problema rimandi a molti altri. Dobbiamo attendere sino a che non siamo tornati al punto di partenza prima di poter discutere il problema che abbiamo affrontato in precedenza o procedere verso un altro. In filosofia le questioni non sono abbastanza semplici da poter dire «ne abbiamo un’idea sommaria», perché non conosciamo il territorio se non attraverso la conoscenza delle connessioni fra i percorsi. Così consiglio la ripetizione come un modo di indagare le connessioni».

    (L. Wittgenstein, [dichiarazione sul proprio metodo filosofico, rilasciata nel 1933], in Wittgenstein. Una biografia per immagini [2012], a cura di M. Nedo, trad. di A. Bernardi e M. Jacobsson, Roma, Carocci, 2013, p. 11).

    Gli anelli di Saturno di Alessandro Gaudio

    [Per fare dell’interdisciplinarità non basta prendere un “soggetto” (un tema) e intorno a esso chiamare a raccolta due o tre scienze. L’interdisciplinarità consiste nel creare un oggetto nuovo, che non appartenga a nessuno. (R. Barthes, L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III [1982], trad. di C. Benincasa, G. Bottiroli, G.P. Caprettini, D. De Agostini, L. Lonzi, G. Mariotti, Torino, Einaudi, 1985, p. 86)]

    Un dettaglio oscuro, esente da qualsiasi vanità intellettuale, uno scrupolo, etico oltre che estetico, che impedisca di sprofondare nella sabbia del proprio tempo e consenta per un attimo di capire, attraverso la letteratura, la filosofia, la psicoanalisi, l’antropologia, la storia dell’arte e la fotografia, ma anche la fisica e la matematica, l’ordine delle cose e il progetto cui esso si ispira. Come uno specchio rotto che, riflettendo una realtà atroce e irrilevante, fornisca sorprendentemente uno spunto o una scorciatoia per immaginare e per ridefinire teoricamente (e, spesso, dialetticamente) i rapporti tra le diverse discipline e che, comunque, si guarda bene dal trasfigurare il reale. Un battito di ciglia, quello con il quale si chiude un’epoca, un indizio dello sfacelo, della tacita rovina, un relitto della nostra civiltà offesa. Oppure un piccolo specchio d’acqua, un sogno, un miraggio, una piccola aberrazione decimale che accresca in noi la saggezza o la follia, ma comunque l’espressione di una quotidianità o di una strana mania: «Si tratta − spiegava Adorno nel 1947, concludendo i suoi Minima moralia − di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica». Tuttavia, pur prediligendo il frammento, non lo si riduce a esercizio di stile, disinteressato o impropriamente assolutizzato e chiuso, a «fortezza costruita con gli stuzzicadenti», diceva Leonardo Sinisgalli, il poeta delle ‘due culture’ (quella scientifica e quella umanistica, ovviamente).

    In sostanza, sono stati questi i principi cui ci si è attenuti negli scritti che ho proposto, con alcune varianti rispetto alla versione qui pubblicata, all’interno del mio spazio sull’«Eco dei monti», storica testata fondata a Nicosia, in Sicilia, nel 1905: rifacendomi al titolo di un noto romanzo dello scrittore tedesco Winfried Georg Sebald, lo spazio si è denominato Gli anelli di Saturno ed è stata l’occasione per cogliere il modo in cui il tempo o la superficie o le grandi questioni sulle quali si interroga la civiltà occidentale tardo moderna si siano infine ripiegate dentro di me.1

    1 da Alessandro Gaudio Gli anelli di Saturno (saggi ancora inediti)

  6. donatellacostantina

    A proposito di T. S. Eliot, Czesław Miłosz scrisse esattamente questo:

    «Certe scene dei film di Fellini e di Antonioni sembrano la traduzione di una poesia, spesso di una poesia di Eliot: basti citare la stanza dell’intellettuale ne la Dolce Vita di Fellini, che sembra tratta da “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” (In the room the women come and go / Talking of Michelangelo); e poco importa che autore o regista abbiano preso in prestito il tema direttamente o indirettamente. In tal modo anche le persone più digiune di poesia finiscono per riceverla, in forma facilitata, dal teatro o dal cinema…».

    Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock) non è una poesia d’amore, né tanto meno un canto d’amore. Fu composto da Eliot tra il 1910 e il 1911 con il titolo Prufrock tra le donne, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta Prufrock and Other Observations, dedicata all’amico Jean Verdenal, ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.
    È scritto in forma di monologo drammatico. Il personaggio è una controfigura del poeta e dell’intellettuale in genere, è una “maschera” narrante. Nel soliloquio, questa si esprime liberamente come se il proprio parlare fosse rivolto soltanto a se stessa. In tale discorrere solitario i pensieri emergono e si strutturano senza obbedire alle esigenze di compiutezza proprie di un racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile delle emozioni.

    Come epigrafe alla poesia, Eliot ha posto alcuni versi di Dante tratti dalla Commedia, che narrano dell’incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all’ottavo cerchio dell’Inferno.

    È interessante notare come questa poesia di T. S. Eliot abbia ispirato, nel 1967, al regista e sceneggiatore Nico D’Alessandria, la realizzazione di un mediometraggio sperimentale, nel quale le immagini scorrono deviate, accompagnate dalla recitazione del testo e da suoni distorti. La voce narrante è di Carmelo Bene, le musiche di Luciano Berio.

    *
    S’i’ credesse che mia risposta fosse
    a persona che mai tornasse al mondo,
    questa fiamma staria sanza più scosse.

    Ma però che già mai di questo fondo
    non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
    sanza tema d’infamia ti rispondo.

    Allora andiamo, tu ed io,
    Quando la sera si stende contro il cielo
    Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
    Andiamo, per certe strade semideserte,
    Mormoranti ricoveri
    Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
    E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
    Strade che si succedono come un tedioso argomento
    Con l’insidioso proposito
    Di condurti a domande che opprimono…
    Oh, non chiedere «Cosa?»
    Andiamo a fare la nostra visita.

    Nella stanza le donne vanno e vengono
    Parlando di Michelangelo.

    La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
    Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
    Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
    Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
    Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
    Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
    E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
    S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

    E di sicuro ci sarà tempo
    Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
    Strofinando la schiena contro i vetri;
    Ci sarà tempo, ci sarà tempo
    Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
    Ci sarà tempo per uccidere e creare,
    E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
    Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
    Tempo per te e tempo per me,
    E tempo anche per cento indecisioni,
    E per cento visioni e revisioni,
    Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

    Nella stanza le donne vanno e vengono
    Parlando di Michelangelo.

    E di sicuro ci sarà tempo
    Di chiedere, «Posso osare?» e, «Posso osare?»
    Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
    Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
    (Diranno: «Come diventano radi i suoi capelli!»)
    Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
    (Diranno: «Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!»)
    Oserò
    Turbare l’universo?
    In un attimo solo c’è tempo
    Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

    Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
    Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
    Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
    Conosco le voci che muoiono con un morente declino
    Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
    Così, come potrei rischiare?
    E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
    Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
    E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
    Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
    Come potrei allora cominciare
    A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
    Come potrei rischiare?
    E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
    Le braccia ingioiellate e bianche e nude
    (Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
    E’ il profumo che viene da un vestito
    Che mi fa divagare a questo modo?
    Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
    Potrei rischiare, allora?-
    Come potrei cominciare?

    . . . . . . . . . . . .

    Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
    Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
    D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

    Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
    Che corrono sul fondo di mari silenziosi

    . . . . . . . . . . . . .

    E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
    Lisciata da lunghe dita,
    Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
    Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
    Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
    Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
    Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

    Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
    Portato su un vassoio,
    lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
    Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
    E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
    E a farla breve, ne ho avuto paura.

    E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
    Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
    E fra la porcellana e qualche chiacchiera
    Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
    D’affrontare il problema sorridendo,
    Di comprimere tutto l’universo in una palla
    E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
    Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
    Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
    Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
    Dicesse: «Non è per niente questo che volevo dire.
    Non è questo, per niente.»
    E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
    Ne sarebbe valsa la pena,
    Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
    Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
    E questo, e tante altre cose? –
    E’ impossibile dire ciò che intendo!
    Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
    Ne sarebbe valsa la pena
    Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
    E volgendosi verso la finestra, dicesse:
    «Non è per niente questo,
    Non è per niente questo che volevo dire.»

    . . . . . . . . . . .

    No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
    Io sono un cortigiano, sono uno
    Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
    Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
    Deferente, felice di mostrarsi utile,
    Prudente, cauto, meticoloso;
    Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
    Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
    E quasi, a volte, il Buffone.

    Divento vecchio… divento vecchio…
    Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

    Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
    Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
    Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

    Non credo che canteranno per me.

    Le ho viste al largo cavalcare l’onde
    Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
    Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

    Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
    Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
    Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

    *

    Let us go then, you and I,
    When the evening is spread out against the sky
    Like a patient etherized upon a table;
    Let us go, through certain half-deserted streets,
    The muttering retreats
    Of restless nights in one-night cheap hotels
    And sawdust restaurants with oyster-shells:
    Streets that follow like a tedious argument
    Of insidious intent
    To lead you to an overwhelming question …
    Oh, do not ask, “What is it?”
    Let us go and make our visit.

    In the room the women come and go
    Talking of Michelangelo.

    The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
    The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
    Licked its tongue into the corners of the evening,
    Lingered upon the pools that stand in drains,
    Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
    Slipped by the terrace, made a sudden leap,
    And seeing that it was a soft October night,
    Curled once about the house, and fell asleep.

    And indeed there will be time
    For the yellow smoke that slides along the street,
    Rubbing its back upon the window-panes;
    There will be time, there will be time
    To prepare a face to meet the faces that you meet;
    There will be time to murder and create,
    And time for all the works and days of hands
    That lift and drop a question on your plate;
    Time for you and time for me,
    And time yet for a hundred indecisions,
    And for a hundred visions and revisions,
    Before the taking of a toast and tea.

    In the room the women come and go
    Talking of Michelangelo.

    And indeed there will be time
    To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
    Time to turn back and descend the stair,
    With a bald spot in the middle of my hair —
    (They will say: “How his hair is growing thin!”)
    My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
    My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin —
    (They will say: “But how his arms and legs are thin!”)
    Do I dare
    Disturb the universe?
    In a minute there is time
    For decisions and revisions which a minute will reverse.

    For I have known them all already, known them all:
    Have known the evenings, mornings, afternoons,
    I have measured out my life with coffee spoons;
    I know the voices dying with a dying fall
    Beneath the music from a farther room.
    So how should I presume?

    And I have known the eyes already, known them all—
    The eyes that fix you in a formulated phrase,
    And when I am formulated, sprawling on a pin,
    When I am pinned and wriggling on the wall,
    Then how should I begin
    To spit out all the butt-ends of my days and ways?
    And how should I presume?

    And I have known the arms already, known them all—
    Arms that are braceleted and white and bare
    (But in the lamplight, downed with light brown hair!)
    Is it perfume from a dress
    That makes me so digress?
    Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
    And should I then presume?
    And how should I begin?

    Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
    And watched the smoke that rises from the pipes
    Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows? …

    I should have been a pair of ragged claws
    Scuttling across the floors of silent seas.

    And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
    Smoothed by long fingers,
    Asleep … tired … or it malingers,
    Stretched on the floor, here beside you and me.
    Should I, after tea and cakes and ices,
    Have the strength to force the moment to its crisis?
    But though I have wept and fasted, wept and prayed,
    Though I have seen my head (grown slightly bald) brought in upon a platter,
    I am no prophet — and here’s no great matter;
    I have seen the moment of my greatness flicker,
    And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
    And in short, I was afraid.

    And would it have been worth it, after all,
    After the cups, the marmalade, the tea,
    Among the porcelain, among some talk of you and me,
    Would it have been worth while,
    To have bitten off the matter with a smile,
    To have squeezed the universe into a ball
    To roll it towards some overwhelming question,
    To say: “I am Lazarus, come from the dead,
    Come back to tell you all, I shall tell you all”—
    If one, settling a pillow by her head
    Should say: “That is not what I meant at all;
    That is not it, at all.”

    And would it have been worth it, after all,
    Would it have been worth while,
    After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
    After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor—
    And this, and so much more?—
    It is impossible to say just what I mean!
    But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
    Would it have been worth while
    If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
    And turning toward the window, should say:
    “That is not it at all,
    That is not what I meant, at all.”

    No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
    Am an attendant lord, one that will do
    To swell a progress, start a scene or two,
    Advise the prince; no doubt, an easy tool,
    Deferential, glad to be of use,
    Politic, cautious, and meticulous;
    Full of high sentence, but a bit obtuse;
    At times, indeed, almost ridiculous—
    Almost, at times, the Fool.

    I grow old … I grow old …
    I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

    Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
    I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
    I have heard the mermaids singing, each to each.

    I do not think that they will sing to me.

    I have seen them riding seaward on the waves
    Combing the white hair of the waves blown back
    When the wind blows the water white and black.
    We have lingered in the chambers of the sea
    By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
    Till human voices wake us, and we drown.

  7. Mediometraggio di Nico D’Alessandria, musiche di Luciano Berio, voce narrante Carmelo Bene. 1967

  8. gino rago

    1938- Hitler in Italia incontra il Duce
    2018- Orbàn a Milano incontra il Sultano-Ministro

    Gino Rago
    Per non dimenticare

    Lettera dalla sopravvissuta di Theresienstadt
    (per il giorno della Memoria, 27 gennaio 2018)

    “Caro Signor Treves, Cara Signora Bauer,
    Vi scrivo dal confine svizzero

    fra Como e Lugano
    perché da questo posto non mi sono più allontanata.

    Qui ho lasciato l’anima
    perché qui fui tradita

    venduta dai «passatori» per poche monete
    Qui mi hanno arrestata.

    L’anno 1944. Era primavera.
    Liberata a Theresienstadt nel 1945 [era di maggio]
    […]
    Da allora fui per tutti «la sopravvissuta».

    La «scampata» al fumo, ai forni.
    Fino al 7 del mese di maggio del ’45

    Da Fossoli ad Auschwitz verso l’ultimo campo
    Sono stata meno di un’ombra.

    Sono stata senza Parole. Ero nell’Ombra delle Parole.
    Vissi di Parole che non facevano più ombra.

    Perché mi rivolgo a Voi?
    Perché volete ridare la carne a nuove Parole.

    Perché nuove saranno le parole
    da ciò che l’Armata Rossa trovò nei vagoni,

    nei magazzini, negli hangar,
    la mattina del 24 gennaio del 1945

    840.000 capi di abbigliamento femminile. 44.000 paia di scarpe.
    400 arti artificiali. 7 tonnellate di capelli rasati, compresi i miei.

    Montagne di occhiali. Valigie. Denti. Giocattoli.
    Casacche a strisce con la stella nel fango.
    […]
    Caro Signor Treves, Cara Signora Bauer,
    la «sopravvissuta di Theresienstadt» amò le parole che non riuscì a dire.

    Ditele voi ora per lei. Pronunciatele voi nella nuova poesia
    quelle parole di cenci nel fango

    pigiami a righe, mutande, bretelle, pizzi, calzini, veli, borsette,
    spazzole, scarpe, pupazzi, rossetti, cappelli, magliette.
    […]
    Versi a seppellire «la cagna di Dachau»
    e i paralumi umani per la belva.

    Parole nuove da quegli stracci che ospitarono uomini,
    un tempo anch’essi uomini vivi.”

    Gino Rago

  9. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.]

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/28/donatella-costantina-giancaspero-lettura-critica-di-alcune-poesie-di-kjell-espmark-da-la-creazione-roma-aracne-editrice-2017-traduzione-di-enrico-tiozzo/comment-page-1/#comment-37459
    Nel momento attuale mi sento come quello scrittore che fugge dall’incendio della Biblioteca di Alessandria portando con sé sotto il braccio alcuni rotoli di pergamena con della scrittura all’interno. È riuscito a salvare dal fuoco soltanto quei rotoli. I pagani sono in fuga, e gli uomini del Pizzicagnolo, i parabolani sfondano le porte delle case e uccidono, sfregiano, incendiano, sono dappertutto. E fugge. Ma dove va quel singolo? Fugge, ritorna verso la propria casa. Ma, giunto alla propria casa, si accorge che anche lì i parabolani, i fanatici del vescovo Cirillo, il Pizzicagnolo, hanno appiccato il fuoco e che la sua casa brucia. Allora, il nostro ignoto poeta corre verso la casa di un suo amico, ma si accorge che anche quella casa è preda delle fiamme… Allora continua a correre verso la casa di un altro amico di un tempo. La casa è linda e pinta in mezzo ai fiori, il sole brilla sopra le sue tegole rosse. Sta per bussare a quella porta, ma un pensiero improvviso lo coglie da tergo. Il pensiero gli dice che se la casa è stata risparmiata dal fuoco vuol dire che il suo amico ha fatto ammenda, che è passato dalla parte dei parabolani e del Pizzicagnolo. E allora, di soppiatto, torna indietro… non sa dove andare, non sa se gli amici di un tempo sono ancora amici o sono passati dalla parte dei vincenti. Esita, Si interroga. Cammina senza un luogo dove andare, senza una direzione con i rotoli sotto il braccio…

    • Caro Giorgio,
      in questo caso, cosa ti ha trattenuto dallo scrivere in versi?
      Sono lunghi frammenti, forse inadatti al distico…
      Oltre tutto provo dispiacere per il tuo scoramento, spero ardentemente che presto si apra uno spiraglio di luce. E che sia evidente a tutti; sebbene poi tutti se ne prenderebbero il merito. E saremmo da capo.
      Io penso ancora a una società diversa da questa. Che poi tanto diversa non sarebbe: si tratta solo di guardare nel profondo quello che siamo, come viviamo… e averne coscienza.
      Nella società che immagino io, il PIL sarebbe una disciplina sportiva. Degna di campionato del mondo. La politica una cosa seria, amministrativa e funzionante. Potersi pagare un dentista… quelle cose lì.

  11. Non si odono le discordanze,
    sottili allineamenti di sorrisi
    che fremono nei rumori sordi
    dei suoni. Delle voci. E si rimane
    esterrefatti nei passaggi a raso,
    soltanto un culminare sordo
    di acuminate sponde. Lieve
    soprende lo spazio non più appartenuto.

    GRAZIE OMBRA.

  12. Svezia.

    Dunque si cercherà il soldo primitivo, lappone; osso di balena
    tra le stoviglie; poeti che deragliano le chincaglierie.

    Ve ne sono, nel circuito esistenziale, che vanno
    per lande sconfinate, morti alla mente non preoccupata.

    Il paziente quasi del tutto disciolto. Seduta interrotta.
    Angoscioso non vivere sottosopra, fuoridentro la gabbia

    ideale. Come da altre parti in frigorifero, il nulla immanente.

    Svezia, respiro bianco. Senza orpelli e barocchismi.
    E bella, da Carl Larsson a Ikea. Favolistica.

    Lascia a ciascuno la responsabilità di essere felice.
    Idea nichilista: meno poveri, piena e privata libertà.

    In un lembo di giardino le tombe allineate – d’inverno
    gli scampati altrove –. A terra un labirinto di frutti marci.

    Eva non ci sta. Dice che quello era un albero di fico.
    Mi emoziona l’ingiustizia. La morte certa sullo scaffale.

    I libri che la raccontano; di tutti nella via d’inverno, bianchi.
    Non futuri. Come onde. – Come saremo noi.

    Infelici, perché?

    Recapitate sei bottiglie di latte, profumo di Dio.
    In cucina dipinti da pensieri, pescatori nella bufera.

    Poesie.

    May-ago2018

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