Aforismi a cura di Giorgio Linguaglossa – Poesie di Letizia Leone, Gino Rago, Lidia Popa, Bedin Mark, Alfonso Cataldi – Sulla Patria metafisica delle Parole – Dialoghi e Commenti di Lucio Mayoor Tosi

Gif pioggia in città

Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini

Aforismi sull’arte a cura di Giorgio Linguaglossa

La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza e si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.

L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconservazione quale regolo base del consorzio civile.

Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.

Non c’è alcuna ragione di produrre un libro in più o in meno, soltanto un libro necessario ha diritto all’esistenza. Ma anche l’esistenza degli uomini non ha alcun diritto che la garantisca perché non c’è alcun libro che la dice.

Il concetto di intelligibile resta una aporia. Così il concetto di necessità. Non si dà alcuna ragione veramente necessaria. È necessario soltanto il vuoto. È per questo che noi realizziamo una poetica del vuoto.

Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.

Il senza-stile o stile cosmopolitico o stile globale dei giorni nostri,  preannuncia e condensa in sé le leggi del mercato globale, del mercato unico. I tentativi di frapporre dazi e barriere allo svolgersi del mercato globale sono i colpi di coda del coccodrillo che mastica le sue prede con lacrime da coccodrillo.

Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia a prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande stasi che è già avvenuta e sta avvenendo.

La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.

La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione risiede invece nella esistenza, o meglio, nella non esistenza degli uomini.

La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.

Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.

Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale esso viene venerato.

Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.

Così anche la disperazione e l’angoscia sono le ultime ideologie, utilissime ai fini dell’autoconservazione.

Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.

La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.

L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini. (Adorno)
Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti. (Hegel)
Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco. (Adorno)

Steven Grieco Giorgio LInguaglossa Letizia Leone 15 dic 2016

Presentazione del libro di Steven Grieco Rathgeb, Entrò in una perla (Mimesis Hebenon), Roma, 2017, biblioteca N. Mandela, a dx Letizia Leone

Una poesia di Letizia Leone che mi sono preso la briga di suddividere in distici. Un esperimento. (g.l.)

Letizia Leone

Il monumento ebbro

La Porta.
Era da aprire al centro

Dell’immensa Agorà
Nel paesaggio svuotato dai mercati

Opaca e pesante. Volante come il culmine di una visione
Socchiusa sull’ala dello sprofondamento

Intanto che dai cardini fuoriuscivano cose a groppi
Esitanti piccolissimi animali e sagome d’uomini minuscoli

Moribondi anfibi o delfini – la Porta
Che nel riverbero di tutta quella luce rovente sulla piazza. La Porta

Immensa, non vedevamo.
Come i gusci, centinaia e centinaia di acini appesi alle ante

Tra le cotogne, grappoli e foglie carnose
(Avrebbe perfino pensato a una Rivelazione?)

Tanto era il vortice delle creature che schizzavano fuori
Disorientate. Ma a noi

E ai portatori
Premevano sul cuore certe cose di zolfo

Vive vivai gocce fiammiferi. Fosse stato anche solo il portato di un’illusione
Cervello e utero germinale nell’oscillazione di forme antiche che vomitava

La Porta.
Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano

Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca

Intanto che qualche altra cosa strisciava
Odore o sapore che aveva forma

Cifra o grillo, antimateria o polvere che aveva trovato il coraggio di uscire dal covo
Delle puzze e si ergeva ad animale di sangue nuovo malfermo

Su gambe su zampe ora eretto ora in ginocchio ma animale comunque incarnazione incontro alfine ricordo dell’uomo con la grande tartaruga in mano. O sotto i piedi, le tartarughe lente e orribili scarpe di un gigante a bordo. Navigavano le tartarughe. Scherzo ed oblio.
Con la potenza degli esorcismi intanto la Porta induriva conchiglie di viti giravano a velocità folle

E noi
Per il troppo bagliore un fuoco secco negli occhi accecati al centro della piazza cercavamo chi potesse dirci tutto di quel calice venereo che esalava. Corpi esplosi nuovo sangue.
Ci girammo verso i portatori ma erano già anneriti nel sole con l’obelisco in mano

Saldati nei loro gesti brevi
Di cavalieri di piombo.

(Roma, Fiera, 8 dic 2017)

Gif pioggia a Parigi

“Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo? (Parigi)

Una poesia di Gino Rago che ho suddiviso in distici. Caro Gino, scusami per questa libertà che mi sono preso ma credo che la tua poesia ci abbia guadagnato. (g. l.)

Gino Rago

(alla maniera di Ewa Lipska)

22 settembre 2017 alle 19:32

“Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?

Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
che produceva la vita d’oltretomba.

E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.
Ha riconosciuto la mia scrittura.?

Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?

Senza timori vada
al Quartier Generale dell’Aldilà.

Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
attigua alla abitazione di Dio.

Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto

e ciò che non faremo più.
Cara signora Schubert, e per conoscenza,

care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno

e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
assale i poeti alla stessa ora del mondo.

Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Leone, Giancaspero e Catapano,

la vita è un negozio di ferramenta.
E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

Al Quartier Generale dell’Aldilà
l’acqua si beve in bicchieri di plastica.

E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.

A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

Gino Rago

Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

“Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

la copia della Gioconda, il lillà
e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

abbiamo altro da fare, per esempio
ascoltare il canto degli uccelli

o il ronzio della Storia
nei bassifondi

ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo

smettessero per un pò di fare baccano,
coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

[anche gli dèi imparino a tenere il becco chiuso,
sono sull’Olimpo grazie alla poesia].

Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.

Gif Finestra e volto

…la «patria metafisica delle parole», dove le parole sostano in imbelle inazione, che non si offrono e non si danno, ma che dimorano nell’inedia e nell’inerzia, di esse noi non disponiamo di alcun indirizzo

Giorgio Linguaglossa

Sulla Patria metafisica delle Parole

Parlando del poeta e della poesia Heidegger (mi scusi Ennio Abate se cito il filosofo tedesco) scrive:

«L’esatto significato di erfahren è eundo assequi, camminando raggiungere qualcosa per via, raggiungere qualcosa camminando lungo una via. Che raggiunge il poeta? Non una semplice nozione. Egli giunge nel rapporto della parole con la cosa. Questo rapporto non è però una relazione fra la cosa da una parte e la parola dall’altra. La parola stessa è il rapporto che via via incorpora e trattiene in sé la cosa in modo che essa “è” una cosa.
Ma con queste considerazioni, per illuminanti che esse siano, ci siamo limitati a cogliere il risultato dell’esperienza che il poeta ha fatto della parole: non siamo penetrati nell’esperienza stessa. Come avvenne questa esperienza? La risposta alla domanda ce la suggerisce una breve parola, l’unica che abbiamo lasciato passare inosservata, quando abbiamo accennato all’ultima strofa:

Così io appresi triste la rinuncia:
Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca.

[…]
Nelle sei strofe (della poesia) parla l’esperienza che il poeta fa del linguaggio. qualcosa accade, lo colpisce, e trasforma il suo rapporto con la parola. È necessario quindi parlare prima di quel rapporto con il linguaggio, nel quale il poeta s’è trattenuto prima dell’esperienza
[…]
L’esperienza è il cammino lungo un sentiero. Questo conduce attraverso una regione. in tale regione si trova così la terra del poeta come la dimora della grigia norna, cioè dell’antica dea del destino. Questa abita al margine, al confine della terra della poesia, la quale, in quanto “marca”, è essa stessa terra di confine. La grigia norna sta a custodia della sua fonte, cioè della sorgente sul cui ultimo fondo ella cerca, per attingerli, i nomi. La parola, il linguaggio, si trova nell’area di questa regione misteriosa dove il dire poetico confina con la sorgente da cui scaturisce, destino e dono, il linguaggio.».1]

Quando un poeta trova il linguaggio è perché egli è già in cammino da molto tempo verso quel linguaggio… le parole appartengono al linguaggio ma sono nascoste da miliardi di altre parole e non c’è alcuna possibilità per un poeta di andarle a scovare, almeno se egli resta fermo nelle sue convinzioni che lo relegano nella condizione dell’io, nel concetto di «soggetto» della manifestazione della propria volontà di potenza. Le parole della volontà di potenza sono quelle dell’agorà, del politico, del mediatico… le parole di cui ha bisogno il poeta non si trovano belle e pronte, non sono a disposizione di tutti come le parole dell’informazione e del mediatico, le parole del poeta egli deve andarsele a cercare nella «patria delle parole», in quella landa che è per l’appunto la «patria metafisica delle parole», dove le parole sostano in imbelle inazione, che non si offrono e non si danno, ma che dimorano nell’inedia e nell’inerzia, di esse noi non disponiamo di alcun indirizzo. Per prenderle non c’è alcun amo disponibile, nessun raggiro le può catturare, ma, molto semplicemente, il poeta deve entrare in silenzio in una «patria metafisica» dove all’ingresso non ci sono guardiani, né belve furiose, né mitragliatrici… non c’è nulla di tutto questo. C’è forse molta nebbia, molta foschia, e non si vede nulla e siamo costretti ad andare a tentoni… Ma le parole, quelle «vere», non tradiscono, sono lì, pronte, da sempre e aspettano soltanto che venga un poeta a prenderle.

1] M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, trad. it. a cura di Alberto Caracciolo, Mursia, 1990 p. 135.6

 

Bedin Mark

25 agosto 2018 alle 12:08 

Volevo complimentarmi sinceramente con Mayoor Lucio Tosi per i suoi incantevoli testi. Poi, se m’è permesso, e qui già porgo le mie scuse nel caso non lo fosse, vorrei postare uno dei due miei testi scritti in questi giorni.

La becera mostra

Tiresia, nell’alcova s’ostina l’estasi d’una
predizione e fallisce se fallire è la becera mostra.
Si distende sullo scoglio lucente di sale.
I spelacchi del cane tendono nervi,
virgulti scampoli da offrire per un costume
al giorno dei morti.
Dalla feritoia del legno del balcone mangiucchiato
dagli insetti, un luce allarma sul televisore.
James Dean dice che non vale niente
l’amore a suo padre ne La valle dell’Eden.
Al taglio, riflesso l’animale, si rivolta
con la pallina serrata tra i denti e gambe all’aria
in gioco, come niente.
Il maggiore Tom si mise il casco e prese
le pillole cedendo alla Space Oddity.
Di contro Cristo venne crocefisso.
Ma Wagner ha messo un punto nell’entrata
degli Dei nel Valhalla.

Nulla è residuo di ciò che fu percepito al modo
dello shock al magnesio di volti figurati ch’è no,
e poi divenuti giallognoli.
La Divina Callas costringe in un ritmo sbronzo
l’ultima Thule a Parigi nel millenovecentosettantasette.
Ne la copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
Club Band, Aleister Crowley annuncia la legge
di Thelema a un pubblico più vasto.
Carmelo Bene si fa dire in un’opera alla Warhol
un perpetuare di io! Io! Io! Ha perso la testa.
Padre Karras dice d’uscire da questo corpo.
Al Supermarket residua tutto in icona e non v’è
sentore mortuaria.

Gli uccelli nordici iniziano l’ascesa variopinta
lacrimando ambra.
La contessa nella camera attende
il giovine amante con una leggere peluria sui capezzoli.
Saltò sul tram che lo portò in città forte di nebbia,
nel tepore; preda divenne d’una vaneggio che intuì,
da cui volle distrarsi.
Alla rinfusa romanzi di Dostoevskij e di Kerouac
e piatti sporchi di pasta al sugo.
Fu quando se ne andò che lei tentò un colpo
di pistola alla tempia.
Vladimiro e Estragone attendono Godot.
Si distende sullo scoglio lucente di sale
e in ebraico un abracadabra.

Gif-cool-occhiali

all’ingresso non ci sono guardiani, né belve furiose, né mitragliatrici… non c’è nulla di tutto questo. C’è forse molta nebbia, molta foschia, e non si vede nulla e siamo costretti ad andare a tentoni…

Giorgio Linguaglossa  25 agosto 2018 alle 15:33 

Caro Bedin Mark,

a giudicare dalla poesia che hai postato sopra vedo che stai sulla buona strada, la tua poesia rivela che sei indirizzato nella nostra stessa direzione, inoltre possiedi una notevole carica fantastica, sai fantasticare con grande agilità, sai usare il zig zag, sai scompitare da un rigo all’altro, sai impiegare la deviazione e lo skaz… solo, mi permetterei di darti un suggerimento: di tenere la fantasia sempre agganciata alla terra, al reale, alla forza di gravità, a volte ho come l’impressione che tu divaghi un po’ in eccesso e che ti piace divagare e guardarti allo specchio… invece le divagazioni devono essere solo e sempre apparenti. Bisogna poi essere capaci di riportarle tutte ad un unico comune denominatore: quella che io chiamo la forza di gravità. Per finire, io asciugherei un poco la poesia togliendo qualche frasario pleonastico non strettamente necessario alla significazione del testo. Provaci e postala di nuovo che la commentiamo, la vecchia e la nuova versione. Qui, come avrai capito, si fa officina, nessuno di noi si erge a maestro…

Lucio Mayoor Tosi  25 agosto 2018 alle 14:35

Ringrazio per il contributo. Per parte mia posso dire questo: che lo sguardo esterno, estroverso, andrebbe controbilanciato dal fattore tempo. In questo modo gli accadimenti verranno collocati all’interno di un evento. E si avrebbe bisogno di un’àncora, di un approdo su “cose” reali; esattamente come i tuffatori per lanciarsi nel vuoto si servono della piattaforma o di un trampolino, e poi di una sponda per riemergere.
Se pensiamo alle poesie di Mario M. Gabriele, è vero che si passa da una immagine all’altra con estrema agilità, ma le cose sono posate a terra e, alla fine, pur avendo la sensazione di avere assistito a una cronistoria irreale, per nessuna ragione al mondo metteremmo in dubbio che quanto viene narrato possa essere accaduto.
La questione dell’autenticità va ricercata, e spesso si trova al di fuori della narrazione; perché la realtà è indescrivibile, se non tentando con frammenti un’approssimazione – non può essere detta ma può essere recepita dal lettore. Nel dire tutto manchiamo il bersaglio, e non basteranno le sorprese, i fuochi d’artificio, le citazioni a renderci autentici. Magari bravi, ma non autentici.

Lucio Mayoor Tosi  25 agosto 2018 alle 14:47

Però complimenti per l’immaginazione. Senza questa non si va da nessuna parte.

A commento dello scritto di Bedin Mark, mi scuso per non averlo precisato. Scrivo in diretta… Ma vedo che il parere di Linguaglossa non è dissimile dal mio “di tenere la fantasia sempre agganciata alla terra, al reale, alla forza di gravità”.

Ringrazio per il contributo. Per parte mia posso dire questo: che lo sguardo esterno, estroverso, andrebbe controbilanciato dal fattore tempo. In questo modo gli accadimenti verranno collocati all’interno di un evento. E si avrebbe bisogno di un’àncora, di un approdo su “cose” reali; esattamente come i tuffatori per lanciarsi nel vuoto si servono della piattaforma o di un trampolino, e poi di una sponda per riemergere.
Se pensiamo alle poesie di Mario M. Gabriele, è vero che si passa da una immagine all’altra con estrema agilità, ma le cose sono posate a terra e, alla fine, pur avendo la sensazione di avere assistito a una cronistoria irreale, per nessuna ragione al mondo metteremmo in dubbio che quanto viene narrato possa essere accaduto.
La questione dell’autenticità va ricercata, e spesso si trova al di fuori della narrazione; perché la realtà è indescrivibile, se non tentando con frammenti un’approssimazione – non può essere detta ma può essere recepita dal lettore. Nel dire tutto manchiamo il bersaglio, e non basteranno le sorprese, i fuochi d’artificio, le citazioni a renderci autentici. Magari bravi, ma non autentici.

Lucio Mayoor Tosi  25 agosto 2018 alle 14:47

Però complimenti per l’immaginazione. Senza questa non si va da nessuna parte.

A commento dello scritto di Bedin Mark, mi scuso per non averlo precisato. Scrivo in diretta… Ma vedo che il parere di Linguaglossa non è dissimile dal mio “di tenere la fantasia sempre agganciata alla terra, al reale, alla forza di gravità”.

Lidia Popa
17 giugno 2018 alle 14:37

La divisione dei versi, secondo il sentire di ognuno, danno una sosta al respiro del lettore, creando quell’attimo di contemplazione. Riempie di gusto con l’esaltazione del palato di nuovi sapori – una bibita raffinata.

Non sono una mosca

Le mosche verde brillante
sono dovunque opportuniste per scelta.

Annusano la miseria umana da lontano.
Si prendono di mira l’obiettivo prefissato.

Spronando dei cavalli purosangue,
impazienti si collocano nello spazio

attirando con destrezza l’attenzione,
con punti di vista leggeri e formali.

Senza argomenti eternamente validi,
puntano per fare del male al prossimo,

infettando di siero ogni posto pulito.
Impara ad essere paziente

ed avrai il cielo ai tuoi piedi.
Non sono una mosca.

[Poesia “Non sono una mosca” – in origine “Essere una mosca” revisionata con l’esperienza d’oggi, fa parte del mio primo libro di poesie “Punto differente (essere)” con poesie scritte tra 2013 e 2015. Nella versione originale con titolo diverso, senza l’espressione “verde brillante” e la divisione dei versi.]

 

Alfonso Cataldi  25 agosto 2018 alle 19:03 

La porta di emergenza

Al che, senza che nessuno dei presenti avesse alzato la mano,
la controfigura fece scattare l’allarme della porta di emergenza.

Le maglie, dall’uno all’undici, presero la via di fuga dal processo-Haber.
Il Che è tornato nella roccaforte

la folla si riversa nelle piazze,
urla «Chi non salta Ferlaino è…»

Lo tira giù dalla stanza dell’albergo.
Lui doveva solamente dire:

«una buona azione non cancella un’azione sbagliata
ma la vita non è più in là delle paturnie».

Una microspia vigila le maree nella tazza della colazione
e la segretaria conserva il consiglio della carriera nel weekend da bollino nero.

13 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, Senza categoria

13 risposte a “Aforismi a cura di Giorgio Linguaglossa – Poesie di Letizia Leone, Gino Rago, Lidia Popa, Bedin Mark, Alfonso Cataldi – Sulla Patria metafisica delle Parole – Dialoghi e Commenti di Lucio Mayoor Tosi

  1. Gravi di percezione addolorano
    Il buio della risacca che accarezza

    l’ignoto. Il sorgere vano d’una risoluta
    sofferenza non cura che allegri

    presagi di insoddisfatta allegria.
    Rido d’ignota randagia ignominia.

    Addosso Il peso ridicolo degli anni.

    Il pensiero ridicolo
    sovrasta la stanza

    non coglie la vita che scorre;
    la stessa che immobile e nuda

    sorride, la stessa in bianche lenzuola,
    distesa, lei stessa riposa. Un rantolo strano

    accompagna la sorte. Di luce un sudario
    avanza deviando e dispiegando plana.

    GRAZIE OMBRA.

  2. gino rago

    Nella nuove forme propongo la terza Lettera e la quarta a E. L. e ringrazio Giorgio Linguaglossa per avere proposto i versi sul ‘dopo’ suddividendoli in distici.
    Importante e bello l’approdo poetico a “la porta di emergenza” di Alfonso Cataldi. Provo gioia poetica piena nel dirlo.

    Gino Rago

    1- Terza Lettera a E. L.
    [il dopo]

    Cara Signora Jolanda W.

    Ewa si chiede ancora dove andremo ad abitare «Dopo»?
    Dopo. Cioè là dove prima c’era la fabbrica

    che produceva la vita d’oltre tomba,
    inquinava le menti, avvelenava il mondo.
    […]
    Ha riconosciuto la mia scrittura?
    Sì sono io l’autore di tutte le lettere.

    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà

    numero civico 777- piano terzo- scala D,
    attiguo alla abitazione di Dio.
    […]
    Al Quartier Generale lo sanno.
    Il «Dopo» sarà tra ciò che non facemmo

    e ciò che non faremo più.

    2- Quarta Lettera a E. L.
    [bicchieri di plastica]

    Cara M.me Hanska,

    ieri ho scritto a Jolanda W.,
    Lo sa, a Cracovia cura tutte le carte di Ewa L.

    Vada anche Lei al Quartier Generale dell’Aldilà,
    attiguo al monolocale di Dio.

    Al numero civico 777/ Piano Terzo/ Scala B tutti sanno
    che l’onda d’urto dell’Oscurità

    assale i poeti alla stessa ora del mondo.
    […]

    Lo sa, i poeti delle ombre
    per amare hanno bisogno del deserto

    perché la vita è un negozio di ferramenta
    e Dio è un meccanico supino che stringe i lenti bulloni del mondo.
    […]
    Al Quartier Generale dell’Aldilà
    l’acqua si beve in bicchieri di plastica

    e non si fa poesia coi tacchi a spillo.
    Un caicco taglia il blu della laguna, il cielo è fermo

    a nessuno interessano i moti della bassa e dell’alta marea.

    GR

  3. Bedin Mark

    In risposta a Giorgio e a Lucio. Prendo considerazione di quel “vagare in eccesso”, figlio di una volontà ancora troppo presente, di un narcisismo non ancora deceduto. Per quanto riguarda il troppo fantasticare senza approdo alcuno, devo dire di non essere completamente d’accordo, in quanto, ho proceduto nei miei versi a continue corrispondenze negando la narrazione (ogni personaggio compie il suo movimento, non pensa nemmeno, e poi scompare). Ogni comparsa è oggetto, tra i più asettici, unica possibilità in quanto in deficit di un io. La forza di gravità, invece, nella mia testa era ben consolidata ma mi rendo pur conto che quel narcisismo m’ha fatto sfociare in versi fin troppo tirati e conseguentemente divenuti enigma per una futura critica. Ma forse mi sbaglio. Mi sbarazzerò della volontà! Grazie.

    Qui il testo:

    Tiresia, nell’alcova s’ostina l’estasi d’una
    predizione e fallisce se fallire è la becera mostra.
    Si distende sullo scoglio lucente di sale.
    Dalla feritoia del legno del balcone mangiucchiato
    dagli insetti, un luce allarma sul televisore.
    James Dean dice che non vale niente
    l’amore a suo padre ne La valle dell’Eden.
    Al taglio, riflessi, i spelacchi del cane tendono nervi,
    virgulti scampoli da offrire per un costume
    nel giorno dei morti.
    Il maggiore Tom si mise il casco e prese
    le pillole cedendo alla Space Oddity.
    Di contro Cristo venne crocefisso.
    Ma Wagner ha messo un punto nell’entrata
    degli Dei nel Valhalla.

    Gli uccelli nordici iniziano l’ascesa variopinta
    lacrimando ambra.
    La contessa nella camera attende
    il giovine amante con una leggere peluria sui capezzoli.
    Saltò sul tram che lo portò in città forte di nebbia,
    nel tepore; preda divenne d’una vaneggio che intuì,
    da cui volle distrarsi.
    Alla rinfusa romanzi di Dostoevskij e di Kerouac
    e piatti sporchi di pasta al sugo.
    Fu quando se ne andò che lei tentò un colpo
    di pistola alla tempia.

  4. Qui in questa poesia Letizia Leone ha scritto uno dei suoi capolavori. L’idea di una «Porta» in una piazza immensa… è formidabile: una «porta/ immensa [che] non vedevamo». Hai tratteggiato il nostro incubo collettivo, il prodotto di un incubo, quella cosa che «non vedevamo» pur trovandoci al centro di una piazza. E lo hai detto coniugando alla seconda persona plurale: «noi». È il linguaggio dell’Inconscio che ci parla, ci dice di una grande «Porta» solitaria che sta in una «immensa agorà». Ma la «Porta» non parla. Dice qualcosa, sembra dirci qualcosa che noi non possiamo comprendere. Eppure, parla di noi, di ciò che noi siamo, che noi siamo diventati, e che non riusciamo a vedere.

    La Porta.
    Era da aprire al centro

    Dell’immensa Agorà

    La tensione resta altissima per tutto il componimento con versi liberi alternati a brevi prose. Si dice di «lucciole» che fuoriescono non si sa da dove, ma forse da una fessura della «Porta». e infatti la porta parla con le immagini, le immagini dell’incubo, non con le parole, l’Inconscio profondo non ha parole, non conosce il linguaggio delle parole ma lo comprende molto bene, lo intende, quando noi (la coscienza) parliamo l’Inconscio capisce molto bene e risponde con delle immagini che a prima vista potrebbero sembrare folli, stravaganti, insignificanti… ma lì c’è una verità profonda che il «monumento» dell’io che abbiamo eretto non può, non vuole capire, pena il suo crollo. Il monumento di quella «Porta» al centro della piazza è come il cavallo di Troia in mezzo all’agorà dei troiani, loro parlano ma non capiscono il pericolo… così noi parliamo, il lettore può leggere, ma non potrà mai capire il pericolo che incombe e ci sovrasta.
    Ci sono le «lucertole» «incapaci di volo», c’è il «Grillo» che emette scricchi, c’è una «tartaruga»… tutti animali incapaci di articolare suoni, incapaci di volo, sordi e ciechi si direbbe…
    Questo, così, in due parole perché volevo sottolineare la drammaticità di questa tua poesia. Uno dei punti più alti di quello che noi stiamo chiamando nuova ontologia estetica.

  5. Credo si possa stabilire un luogo di intesa con il lettore, questo luogo è l’infanzia. Di cosa sia fatta l’infanzia non so dirlo, però so che i bambini in quell’area si trovano a meraviglia e si capiscono.
    Nella poesia di Gino Rago, questo verso è per me rivelatore:

    Ha riconosciuto la mia scrittura?
    Sì sono io l’autore di tutte le lettere.

  6. donatellacostantina

    Condivido le osservazioni che precedono, vorrei dire che la poesia di Letizia Leone è di un livello indubitabile come ha scritto Linguaglossa, perché raffigura una Cosa misteriosa, una Cosa che non si può spiegare con il discorso razionale. E la poesia deve essere questo: un inspiegabile, un mistero, un enigma… tutto quello che si capisce non è poesia, è prosa, racconto.

    Anche le due poesie di Gino Rago mi convincono appieno. Gino ha quel suo modo di dire cose importanti con quel tono trasandato e disincantato, con un lessico sobrio (pochissimi aggettivi, pochissimi verbi) con una scrittura nominale da lettera privata, in tono minore che riesce a dire cose importanti… in mezzo ad apparenti quisquilie, facendo scoccare scintille tra le quisquilie e le cose importanti, mescolando il sacro e il profano, il lessico medio e quello impegnato…

    Ha riconosciuto la mia scrittura?
    Sì sono io l’autore di tutte le lettere.

    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà

    numero civico 777- piano terzo- scala D,
    attiguo alla abitazione di Dio.
    […]
    Al Quartier Generale lo sanno.
    Il «Dopo» sarà tra ciò che non facemmo

    Oggi in Italia ci sono pochi poeti che come Gino Rago sanno impiegare i toni e i semi toni, il fraseggio basso misto con il tono colloquiale e quello salottiero… un contrappunto lessicale e tonale che crea da Sé lo sviluppo armonico del verso libero. E’ una capacità molto rara caro Gino che tu hai acquisito dopo lunghissime turnazioni in officina, accanto all’incudine e al martello da lavoro, durante lunghi anni.

  7. gino rago

    Mai la mia poesia, cara Costantina, è stata letta e interpretata con tanta intelligenza e tanto amore. Hai fatto irruzione, con competenza e con educazione alla lettura di poesia nella energia interna delle mie parole iperselezionate.

    Le quali sono l’effetto finale della mia ricerca di verità sempre delusa anche dalle menzogne della letteratura: anche la recente poesia mi ha dato sempre la sensazione di bere acqua proveniente da pozzi avvelenati, pozzi di acque torbide, di acque non sincere.

    E poi la Musa che di recente mi sta parlando rifiuta i tacchi a spillo, non vuole bicchieri di cristallo, usa vestiti fatti con gli stracci.

    Qualche giorno fa ho deciso di fare visita ad Ulisse, ha preso in affitto un monolocale a via Pietro Giordani, a Roma, ed è sotto l’appartamento di Giorgio Linguaglossa.

    Ho suonato a lungo il citofono ma nessuno ha risposto.

    Quindi ho suonato a Giorgio, nel suo appartamento sono di casa.

    “E’ inutile che suoni, Ulisse fa abuso di vino e di liquori. L’ho visto uscire anche stamattina quasi all’alba, di sicuro è andato al bar-pasticceria di via Gozzi… Pensa, Ulisse era in vestaglia, Ulisse è sempre in vestaglia e dice a tutti, anche quando non è ubriaco, che tutta l’Odissea è una grande menzogna… Anche io ho difficoltà ad andargli a fare visita…”. Poi Giorgio sempre al citofono ha aggiunto:

    “Credo che non abbia completamente torto, forse non soltanto l’Odissea ma tutta la letteratura è una grande menzogna, ma è una menzogna necessaria… forse aiuta a tenerci in vita, forse aggiunge un pò di sale al pane sciocco del vivere…”

    E poi, cara Costantina e caro Lucio, il poeta delle ombre invoca il deserto per amare. Perché? Perché è l’unico a sapere che “chi deve amare è sempre assente”.

    Ed è questa consapevolezza, cara Costantina e caro Lucio, che regge tutto il mio modo di fare poesia, chi dobbiamo amare è sempre assente.

    Non per narcisismo né per malattia di presenzialismo, (su L’Ombra delle Parole parlo sempre di altri poeti e dell’altrui poesia, non di me stesso né della mia poesia), ho bisogno di ri-proporre la “Quarta Lettera a E.L. [bicchieri di plastica]” nei cui versi sono comprese tutta la mia poetica e tutta la mia idea di poesia, poetica e poesia acquisite

    “[…]dopo lunghissime turnazioni in officina, accanto all’incudine e al martello da lavoro, durante lunghi anni”, come tu, Costantina cara, perfettamente affermi nel tuo severo e luminoso commento, ma accanto al Maestro dell’arte del ferro battuto che abita nell’appartamento a Roma sopra il monolocale di Ulisse, di Ulisse in vestaglia…

    Gino Rago
    Quarta Lettera a E. L.
    [bicchieri di plastica]

    Cara M.me Hanska,
    ieri ho scritto a Jolanda W.,

    Lo sa, a Cracovia cura tutte le carte di Ewa L.
    Vada anche Lei al Quartier Generale dell’Aldilà,

    attiguo al monolocale di Dio.
    Al numero civico 777/ Piano Terzo/ Scala B tutti sanno

    che l’onda d’urto dell’Oscurità
    assale i poeti alla stessa ora del mondo.
    […]
    Lo sa, il poeta delle ombre
    per amare ha bisogno del deserto

    perché chi deve amare è sempre assente,
    la vita è un negozio di ferramenta

    e Dio è un meccanico supino che stringe i lenti bulloni del mondo.
    […]
    Al Quartier Generale dell’Aldilà
    l’acqua si beve in bicchieri di plastica

    e non si fa poesia coi tacchi a spillo.
    Un caicco taglia il blu della laguna, il cielo è fermo.

    A nessuno interessano i moti della bassa e dell’alta marea.
    —————————————————-
    Gr

  8. “Il concetto di intelligibile resta una aporia. Così il concetto di necessità. Non si dà alcuna ragione veramente necessaria. È necessario soltanto il vuoto. È per questo che noi realizziamo una poetica del vuoto”.

    Scelgo questo tra gli aforismi concatenati di Giorgio Linguaglossa.
    Le risposte giungono dal vuoto, le domande dall’intelletto. Le risposte provenienti dalla ragione dovranno necessariamente essere valide per tutti. Ma queste sarebbero verità morte, che una volta accertate smettono di intrigare la mente. Le migliori domande, come quella di chiedersi quale sia il senso, per il fatto che si mantengono vive – irrisolte e irrisolvibili – hanno la proprietà di generare trasformazione.
    Perciò, la poetica del vuoto può anche dirsi poetica delle risposte che non hanno domanda.
    Il rapporto tra domanda e risposta è sempre sbilanciato. Per questo nel vuoto non si troveranno domande.

    Ma si potrebbe continuare all’infinito, perché questo è anche il modo e la ragione per cui nello zen si sono inventati i koan: per imbrigliare la mente, attorcigliarla su se stessa, quindi venirne fuori. Nel vuoto, appunto, che per lo zen è presenza.

    • Cari Lucio e Gino
      Dice un filosofo, Giacomo Marramao, che non c’è alcuna ragione sufficiente a che il mondo e l’universo e i molteplici e innumerevoli universi esistano, e che l’essere esista, perché porre l’esistenza di un universo è come porre l’esistenza di infiniti universi. È la stessa cosa. Non c’è alcuna ragione sufficiente che ci assicuri di ciò, e non c’è alcuna necessità che tutto quello che esiste esista. Che dio abbia creato il mondo è una bazzecola buona per i bambini. Dio non c’entra in tutto questo, dio non è un ente, oppure, se è un ente è come noi e allora siamo daccapo, in un corto circuito. Il concetto di necessità è un concetto buono per le allodole, e così il concetto di ogni cosa che esiste, tutti concetti buoni per le allodole e per gli specchi che le richiamano.

      Così, non c’è alcun concetto per la poesia perché non è un concetto che deriva da una necessità. essa si dà e non si dà, con pari ragione e con pari merito. È una deità (nel senso dei pagani) e in quanto tale è libera di manifestarsi o no. Chi cerca la poesia, di solito non la trova nel posto dove la cercava ma in un’altra direzione, ma se non cercherebbe non troverebbe nulla… E anche la poesia è un nulla di nulla, «solido nulla», per impiegare una dizione di Leopardi. Chi non parte da queste premesse radicali, potrà probabilmente fare una poesia del «pieno», del pieno di benzina, delle cose piene di cose, ma farà oreficeria, laccatura, doratura come quella che si fa oggi.

      Gino Rago sa

      che l’onda d’urto dell’Oscurità
      assale i poeti alla stessa ora del mondo.
      […]
      Lo sa, il poeta delle ombre…

      Che altro dire? Quando leggo le cose che scrivono i rinomati poeti italiani di oggidì, leggo delle cose piene, tentano in tutti i modi di «riempire» delle «cose» senza sapere nulla, senza chiedersi se ciò che scrivono sia del «vuoto» o del «pieno», scrivono perché così sentono, come un bisogno fisiologico… sentono delle «cose» che devono espellere… ma così facendo e pensando sbagliano perché non c’è nulla da espellere, le parole le possiamo e dobbiamo prendere dal bagagliaio delle rigatterie, lì ci sono miliardi di parole inutili, buttate, rifiutate. Ecco, è li che bisogna andare a cercare le parole…

      È per questo che noi realizziamo una poetica del «vuoto».

  9. gino rago

    Da Marforio, l’immaginario intervistatore di Montale, ricevo questa dichiarazione di poetica in versi:

    Il compito di Adamo

    Le vedi solo tu
    le Muse appollaiate sulla quercia…
    Fai la posta
    a un’altra alba a mare
    ma non ti attendi segni da nessuno.
    La masseria di Greco, l’ulivo a Capogrosso.
    Il tomolo alla Croce, le macchie delle Manche…
    Mai eguaglieranno la casa vecchia in piazza
    e l’orto del susino nel cuore del paese.
    […]
    Fanciullo anche tu dalle suole di vento
    senti che le pietre odorano di cedro.
    L’innocenza e la purezza offese
    dal peso di quell’aria senza attese
    spingono i compagni
    ben oltre gli steccati di carrubi.
    […]

    Da solo dai il nome a ogni cosa,
    ricordi a tutti il compito di Adamo.
    Curvi la piazza sempre a quello sguardo,
    leggi il mondo ancora con quell’occhio…
    Dici: “Padre, inizia il mio countdown
    verso la tua tomba”.
    GR
    ——————————————————————————

  10. Una persona mi ha scritto alla mia email chiedendomi di fargli un esempio di poesia del «pieno». Eddai, ho risposto, mi metti in difficoltà, ci sono miliardi di pseudo poesie del «pieno», che senso avrebbe esternare una sola poesia…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/26/aforismi-a-cura-di-giorgio-linguaglossa-poesie-di-letizia-leone-gino-rago-lidia-popa-bedin-mark-alfonso-cataldi-sulla-patria-metafisica-delle-parole-dialoghi-e-commenti-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-37427
    ma, insomma, forse è giusto, leggete qui una tipica poesia del «pieno», del «pieno» di presunta elegia, del «pieno» del cuore che si apre, del «pieno» della commozione (finta), dell’anima bella che si dichiara, il «pieno» del (finto) tormentarsi del poeta di fronte agli «anni nuovi», il «pieno» del coacervo di bei pensieri che rivelano l’atroce «pieno» di una volgarità malcelata, la volgarità del «poeta» che si mette in posa, magari anche con la foto di un fotografo che lo rappresenta con il volto corrucciato e pensoso:

    Ma voglio quegli anni o gli anni nuovi,
    Mi sorprendo a chiedermi: un
    Tuffo nell’ignoto o la strategia del noto?
    Da capo rivivendo quel nostro decennio
    Con la testa di oggi,
    O ritrovandomelo intatto a stordire?
    Si ripresenta la fuga del padre
    Perdutasi nel nulla verso oriente
    Dopo che conventi e osterie
    Bordelli e sacrestie
    Mi ebbero accolto e scacciato
    Nutrito e denunciato.
    Poi apparisti tu, …, e io…
    Fammi almeno risentire
    La tua lunga nota medievale,
    Con quella in mente
    Voglio trasmigrare.

    [Dimenticavo di dire che si tratta di un autore che ha pubblicato tutti i suoi libri nello Specchio Mondadori]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.