Intervista in forma di poesia di Lucio Mayoor Tosi a Maria Rosaria Madonna (1942-2002), con un dialogo 

 

Foto fuga nel corridoio

Il distico è un’imposizione. Punto. Fattene una ragione.
Ora sei nella merda. Ma questo io non lo scriverei.

Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).
Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie.
Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle Parole, e su alcune antologie tra cui I Quaderni di Erato. E’ tra i  finalisti al premio Opera prima 2015 di Poesia 2.0.

a Maria Rosaria Madonna

Il distico è un’imposizione. Punto. Fattene una ragione.
Ora sei nella merda. Ma questo io non lo scriverei.

«L’ennesima azione inutile. Che non mi procurerà denaro.
Che inizio e non finirò».

Devo poter leggere mentre scrivi. Non esistono prima o poi.
Non avanzare scuse.

Invece che all’aeroporto mi trovo davanti alla stazione ferroviaria
in disuso. Indosso un cappellino beige, ho trent’anni.

Oltre all’ora segnata sull’orologio della stazione, ho in mente
i numeri di molte pagine. Libri e giornali.

5,5 – Pagina 5, a metà del quinto rigo: “Infatti decisi di pubblicare
senza indugio”.

Perché di monti e nuvole non resta un’impronta. Spariscono
anche i cadaveri. Nessun treno qui arriverà mai.

Aspetterò seduta in un bar immaginario, sorseggiando
il Tè dei morti scritto da quella tua amica.

E tu sbrigati ad arrivare.

«Di chi sei figlia, e di chi sei madre?»

Del vento in arrivo all’aeroporto. Non ho valige. Ho attraversato
velocemente il piazzale dei taxi. Un gatto.

Gli occhiali da sole nel taschino del blazer. Passato, futuro
e nel mezzo una croce.

Ti vedo malmesso. Hai piombato d’oscurità il tuo destino.
Non farlo con me.

Per me respira. Io sceglierò parole profumo di fiori del cimitero.
Finte banconote ti lascerò sul comodino

affinché ti possa disperare in libertà. E tu gli ultimi papaveri
di primavera. Ma cha siano veri.

Mentre si fa le unghie solleva lo sguardo paziente. Ironica.
Le gambe accavallate, con ai piedi dei mocassini.

Amelia Rosselli si vestiva con abiti pop anni ’60, logori
e fuori tempo. Quand’era in trasferta. Mangiava niente.

Le donne della tua vita, se sono andate una volta a Parigi
fu perché ce le portasti tu.

«Oh, ma io quasi non ricordo i luoghi dove sono stato.
Non una via, il nome di una piazza…»

«Solo imparo le immagini a memoria. La pietra bianca
di Montmartre; gli scalini perché ci scrissi una poesia».

«I miei alberghi non hanno stanze, solo porte d’ingresso.
In uscita tanti Mickey Mouse».

Quando si dice che la vita è un film! Prima che ci leghi
alla lingua un filo di ferro.

«Vogliamo parlare della suora che fosti?»

Sì, mi venisti a trovare ormai sono passati vent’anni.
Ero la donna che ancora dovrà nascere.

Al quartiere Blu. Mi chiamasti mentre eri in viaggio.
Venezia Torino. Sull’Aviocar coi comandi manuali.

«Scrissi una spiritosata». Avevo appena attivato il pavimento
autopulente. Mi ero concessa una vacanza dal lavoro.

Ma ti avvisai subito: ero in contatto con Madre come si chiama,
una devota. Mi insegnò molte cose, come filare la lana

e far crescere il basilico. Ma intanto il suo corpo
fremeva d’amore. Ti avevo avvisato, sai bene che…

«Non potevo immaginare che ci fossi anche tu.
Ne scrissi, ma solo di sfuggita».

Da quant’è che parli con chi vive fuori dal tuo tempo?
«Ho iniziato con il Bardo: quando decisi di farne pratica».

«Spero sempre che questi contatti durino lo stretto necessario.
Quando non guadagno denaro provo senso di colpa».

Mettiamo insieme parole. Fa con Mi e una pennellata.
Distogliamoci sovente, da una ringhiera con dentro

l’amore ovattato di una creatura ultraterrena firmata
Bambole di terracotta, trecento aperitivi l’anno

ogni volta una sorpresa. Rosmarina. A picco sull’orizzonte.
Baci tremendi e scatolette di medicinali. Supersex.

Io solo di notte, o almeno così ho dato a intendere. Sebbene
nelle parole australi di sole, non dicendolo, ne abbia messo.

Portata ovunque perché è stato come vivere in tram
dentro città coloniali che cadevano diritte su Roma antica.

Sempre a mezzogiorno. Come per finire un dipinto a ogni costo,
nella lava che ci portava via. Il Vesuvio.

Ho ancora qui – vedi? sulle costole l’insegna dei mariti
che mi sono venduta prima di affogare.

Mai divertita tanto.

Strilli Lucio Mayoor Tosi

Composizione grafica e versi di Lucio Mayoor Tosi

«Il tempo confonde. Io scrivo per miraggi».
«Avessi studiato, avessi almeno metà della tua cultura…»

Saresti perfetto. Vai, prendi il libro. Vibratile lingua et focum fero.
Ustioni di primo grado. Il palato defunto.

Per forza una marionetta. Preso al brefotrofio e calato
in vettura da Formula 1. Ma come si fa, ma come si può!

«Sì, be’, mancano molte parole. Del resto anche la mia bocca
come vedi è sdentata».

Suor come si chiama aveva in corpo il suo vocabolario.
Tu guardami e leggi.

A che pensi? «A un formichiere con le zanne rivolte. Un facocero?
«A un astronauta che si sta mangiando dell’uva».

Come le matrone romane. Quando pioveva e non avevano da fare.
I barbari sarebbero arrivati a bordo di carrozze senza cavalli…

«E presto anche senza le ruote».

Portami a fare una passeggiata.

(continua)

*

Strilli Lucio Ricordi

Composizione grafica e versi di Lucio Mayoor Tosi

Mario M. Gabriele :
23 luglio 2018 alle 11:37 am

Qui, caro Lucio, sei un maestro del distico-frammento. Sembra una cosa da niente, ma è un lavoro di ricerca immane. Bravo!. Sono punti di ricucitura linguistica tutte le volte che si interrompe il distico per sostituirlo con un altro..

Lucio Mayoor Tosi :
23 luglio 2018 alle 12:13 pm

È così, caro Mario. Non so alla lettura, perché temo la sonnolenza che sempre mi pervade quando leggo poesia in metrica. Però, facendo affidamento sul verso libero e sulla volontà di spezzare, sorprendere, ripartire, quindi confidando nella frammentazione, allora forse accade anche qui il miracolo di una scrittura viva. Almeno così spererei.
Grazie, ti voglio bene. In te trovo la leggerezza che serve, quel non prendersi troppo sul serio, e l’agilità: tutte cose che servono per affrontare queste che sono, diciamolo, anche gran fatiche!

Lucio Mayoor Tosi :
23 luglio 2018 alle 1:27 pm

Per ragioni che non so comprendere, il distico viene naturale agli autori che si rifanno alla poesia della Nuova Ontologia Estetica. Accade ed è accaduto anche a me. Fino ad oggi però ho alternato, versi singoli, distici e terzine, nel timore di irreggimentare la narrazione, perché mi è primaria l’esigenza di tenere sveglia l’attenzione dell’ipotetico lettore. D’altra parte, vorrei restare fedele alle variazioni di Tomas Tranströmer, il quale si è spinto coi suoi frammenti fino alla poesia haiku…
In questa poesia, che si sta facendo poema, sto praticando un transfert medianico con Maria Rosaria Madonna – poeta che mi piace immensamente – operazione già tentata parecchi anni fa, quando ancora non la conoscevo; allora mi misi in contatto con un improbabile me stesso che dovrebbe vivere tra una cinquantina d’anni; il fatto è che uno dei “fantasmi” che allora mi venne a trovare fu proprio una signora che se ne stava telepaticamente in contatto con una suora di clausura del sedicesimo secolo. Di quel testo non ho conservato nulla ma lo ricordo molto bene. Potete immaginare la mia sorpresa quando lessi le poesie in neolingua di Madonna! Mi è parso di averla ritrovata, o che Maria Rosaria avesse compiuto lucidamente lo stesso percorso, la stessa esperienza…
Ora, grazie alla sua presenza, perché Madonna è cento volte più colta di me e ferrata come pochi per scrivere poesia, col suo aiuto penso di poter sostenere questa… apparecchiatura in distici, che poco mi convince ma mi piace di scrivere. Perché, come ho detto, il distico può venire naturale a certi poeti, anche se non so perché.
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giorgio linguaglossa :
23 luglio 2018 alle 3:13 pm

Eccellenti composizioni. C’è qualcosa di strano qui: che di frequente i testi della nuova ontologia estetica vengono scritti in diretta, per corrispondenza, come missiva ad altri autori del movimento, o scaturiscono dal dialogo con i compagni di ricerca, oppure dal dialogo con autori come Maria Rosaria Madonna che sembrano aver preceduto il nostro percorso di trent’anni; infatti il primo e unico libro di poesia della poetessa infatti risale al 1992, Stige, libro riproposto con l’aggiunta di inediti da Progetto Cultura nel 2018, Stige. Tutte le poesie (1990-2002). Forse questa è la prova che la poesia della NOE nasce dal dialogo-ricerca con gli altri interlocutori. Davvero inspiegabile appaiono qui come altrove le modalità del distico e del frammento, modalità che parrebbero avere finalità apparentemente contraddittorie e conflittuali, che invece in questi testi convergono nel risultato di un mirabile rafforzamento della concentrazione semantica.

Nota
A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige e con la sigla editoriale “Scettro del Re” di Roma. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale che ha trovato luogo adesso con Progetto Cultura nel 2018, Stige. Tutte le poesie (1990-2002).

Strilli Gabriele2La tracciabilità delle Parole in presenza del «vuoto»

Quando abbozziamo alcune parole su un pezzo di carta o nella nostra mente, è come se mettessimo in fila delle note su un ipotetico e immaginario pentagramma, scriviamo mentalmente e corporalmente le parole come appese, aggrappate sulle linee del pentagramma. È un fatto del tutto naturale, tanto naturale che ce ne dimentichiamo subito dopo. Ma è indubitabile: noi scriviamo e leggiamo sempre le parole, messe in riga o su più righe, come se fossero incastonate in un pentagramma. Poi, chiamate questo pentagramma come volete: distico, terzina, strofa polivalente… il risultato non cambia: noi immaginiamo e scriviamo le parole sempre all’interno di una griglia, una struttura che le sorregge. Facciamo una ipotesi: questa struttura che sorregge le parole noi la chiamiamo lo spazio-tempo, e le parole sono i corpi di materia che abitano lo spazio tempo.

Il rischio qual è? Il rischio è che un poeta «ingenuo» scrive le parole senza avere contezza di scrivere le sue parole su un pentagramma già dato a priori, già posto. Mentre questo poeta ipotetico crede ingenuamente che le linee mentali siano delle linee poste di diritto, ecco che egli scrive le parole seguendo pedissequamente queste linee immaginarie, prendendole per buone, anzi, ritenendole ottime e ottimali. Facile. Ma il gioco non è esattamente in questi termini, altrimenti sarebbe tutto troppo facile. Nella nuova ontologia estetica, e in queste poesie di Lucio Mayoor Tosi non si dà mai uno spartito, un pentagramma già dato a priori che noi dobbiamo soltanto riempire di parole a mo’ di singole note, questa è una idea acritica che il bravo poeta in questione prende per oro colato e per vera. In realtà si tratta di illusione, di una precomprensione illusoria che ci fa credere nella esistenza «eterna» di questo pentagramma, questo sì metafisico, che governerebbe la tracciabilità delle parole messe sulla carta. Ma le cose non stanno così.

E la nuova ontologia estetica ne ha preso atto. La NOE non prende per vera a priori alcuna convenzione strofica e rimica, ricomincia da zero, inizia nel e dal «vuoto», come se non ci fosse alcun pentagramma, alcuno spartito già preformato e confezionato. E questo costruire nel e dal «vuoto» predispone le condizioni affinché la struttura sintattica e la scelta delle parole siano completamente libere, slegate dalle convenzioni comunemente accettate.

Questo nascere dal «vuoto» conferisce alle composizioni della nuova ontologia estetica quella particolarissima aura di instabilità e gassosità, e anche direi vulnerabilità…
Il poeta della nuova ontologia estetica è un frequentatore del «vuoto», del «vuoto» di legittimità delle convenzioni che nel passato erano comunemente accettate. Il «vuoto» di uno spartito inesistente. E questo è un Fattore decisivo che condiziona e determina tutta la costruzione di parole che costituisce la composizione di una poesia. Questo aspetto mi sembra indubitabile in queste composizioni di Lucio Mayoor Tosi.

(Giorgio Linguaglossa)

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31 risposte a “Intervista in forma di poesia di Lucio Mayoor Tosi a Maria Rosaria Madonna (1942-2002), con un dialogo 

  1. La tracciabilità delle Parole in presenza del «vuoto»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/24/intervista-in-forma-di-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-a-maria-rosaria-madonna-con-un-dialogo-1942-2002/comment-page-1/#comment-37363
    Quando abbozziamo alcune parole su un pezzo di carta o nella nostra mente, è come se mettessimo in fila delle note su un ipotetico e immaginario pentagramma, scriviamo mentalmente e corporalmente le parole come appese, aggrappate sulle linee del pentagramma. È un fatto del tutto naturale, tanto naturale che ce ne dimentichiamo subito dopo. Ma è indubitabile: noi scriviamo e leggiamo sempre le parole, messe in riga o su più righe, come se fossero incastonate in un pentagramma. Poi, chiamate questo pentagramma come volete: distico, terzina, strofa polivalente… il risultato non cambia: noi immaginiamo e scriviamo le parole sempre all’interno di una griglia, una struttura che le sorregge. Facciamo una ipotesi: questa struttura che sorregge le parole noi lo chiamiamo lo spazio-tempo, e le parole sono i corpi di materia che abitano lo spazio tempo.

    Il rischio qual è? Il rischio è che un poeta «ingenuo» scrive le parole senza avere contezza di scrivere le sue parole su un pentagramma già dato a priori, già posto. Mentre questo poeta ipotetico crede ingenuamente che le linee mentali siano delle linee poste di diritto, ecco che egli scrive le parole seguendo pedissequamente queste linee immaginarie, prendendole per buone, anzi, ritenendole ottime e ottimali. Facile. Ma il gioco non è esattamente in questi termini, altrimenti sarebbe tutto troppo facile. Nella nuova ontologia estetica, e in queste poesie di Lucio Mayoor Tosi non si dà mai uno spartito, un pentagramma già dato a priori che noi dobbiamo soltanto riempire di parole a mo’ di singole note, questa è una idea acritica che il bravo poeta in questione prende per oro colato e per vera. In realtà si tratta di illusione, di una precomprensione illusoria che ci fa credere nella esistenza «eterna» di questo pentagramma, questo sì metafisico, che governerebbe la tracciabilità delle parole messe sulla carta. Ma le cose non stanno così.

    E la nuova ontologia estetica ne ha preso atto. La NOE non prende per vera a priori alcuna convenzione strofica e rimica, ricomincia da zero, inizia nel e dal «vuoto», come se non ci fosse alcun pentagramma, alcuno spartito già preformato e confezionato. E questo costruire nel e dal «vuoto» predispone le condizioni affinché la struttura sintattica e la scelta delle parole siano completamente libere, slegate dalle convenzioni comunemente accettate.

    Questo nascere dal «vuoto» conferisce alle composizioni della nuova ontologia estetica quella particolarissima aura di instabilità e gassosità, e anche direi vulnerabilità…
    Il poeta della nuova ontologia estetica è un frequentatore del «vuoto», del «vuoto» di legittimità delle convenzioni che nel passato era no comunemente accettate. Il «vuoto» di uno spartito inesistente. E questo è un Fattore decisivo che condiziona e determina tutta la costruzione di parole che costituisce la composizione di una poesia. Questo aspetto mi sembra indubitabile in queste composizioni di Lucio Mayoor Tosi.

  2. Ho trovato nei distici di Mayoor Tosi sia l’ambito retorico,lo studio classico,e quindi citazionista,che quello di una
    “neo-neo-avanguardia”, un riproporre
    l’avanguardia.
    Impeccabile,pur nell’esperimento estremo,il verso binario.Esiste struttura
    anche quando si ” de-struttura”.
    Ugo Berardi.
    Poeta,critico,saggista,art-performer

  3. A tratti c’è un dialogo. Non si tratta esattamente di un’intervista. Lei sta qui, seduta sul davanzale della finestra – è aperta, abito al piano terra. Non so a cosa sta pensando, non mi interessa; ci piace stare nel “concreto” della poesia. Sappiamo entrambi che questi contatti possono durare mesi. La mia sola preoccupazione, e anche il mio piacere, sta nel pigiare sull’acceleratore delle parole. Come qui:

    l’amore ovattato di una creatura ultraterrena firmata
    Bambole di terracotta, trecento aperitivi l’anno

    ogni volta una sorpresa. Rosmarina. A picco sull’orizzonte.
    Baci tremendi e scatolette di medicinali. Supersex.

    …dove non dico niente e ci riesco. E’ in questi versi che si forma il vortice, che poi ci porterà a quello che stiamo dicendo. Di solito lei approva, ma in questi casi non dice niente. Ecco, se mai interviene quando mi avventuro per sentieri che non vanno da nessuna parte, dove c’è poco.

    Non so, è il testimone. Virgilio. Il fantasma di cui tanto si è detto in questa rivista. E’ qui per sperimentare, qui dove non c’è conoscenza.

  4. hai ragione Lucio,

    una costante della poesia che stiamo facendo, della nuova ontologia estetica, è questo dialogo immaginario con persone vive e/o morte: Ewa Lipska (nel caso di Gino Rago), Madonna (nel tuo caso), Herbert (nel mio), di un doppio (nel caso della Giancaspero), dei fantasmi di altri poeti (nel caso di Giuseppe Talia), dei fantasmi che hanno abitato i lager (nel caso di Letizia Leone), di una miriade di alter Ego (nella poesia di Mario Gabriele)… ciascuno di noi ha bisogno di rivolgersi ad un «fantasma»… chissà perché… io penso che forse per via della de-soggettivazione del soggetto, perché l’«io» ha perduto la sua centralità…

    • Sinceramente, a Madonna non avrei mai pensato; razionalmente dico. Abbiamo in comune alcuni vocaboli, i capelli ad esempio, e un certo modo di troncare. A me spaventava perché si capisce che lei è molto colta, mentre io non faccio altro che dimenticare (quel poco), svuotarmi la testa.
      Dev’essere come dici tu. Perduto l’io, e per non darsi sempre a un io fittizio (Pessoa) meglio affidarsi a una presenza. Del resto accade naturalmente, e spesso, più di quanto siamo disposti ad ammettere. Non mi addentro però nell’esoterico, che già la credibilità è poca. Ma sarebbero cose naturali. Alla fine, tutte le poesie dovrebbero poter viaggiare da sole.

  5. gino rago

    Qualunque sia il modo di accostarsi ai versi di Maria Rosaria Madonna (1947-2002) che in vita ci ha lasciato un solo libro di poesia, ‘Stige’, meritoriamente ripescato e riproposto di recente da Giorgio Linguaglossa per i tipi Progetto Cultura di Roma, 2018, non può eludere il giudizio critico
    dello stesso Linguaglossa sull’opera poetica della poetessa palermitana:

    “L’aspetto profondamente innovativo è nell’aver ideato una combustione a caldo di una linguisticità artificiale e nella velocità iperbolica delle connessioni lessematiche e fonologiche, tale da renderci una poesia ad altissima tensione metaforica e iperbolica, una esperienza linguistico-emotiva assolutamente singolare ed originale nel panorama della poesia italiana contemporanea».

    Anche per Maria Rosaria Madonna la permanente condizione di esilio è stato un evento linguistico personale ed inimitabile nella sua koinè posmodernista.
    E questo accostamento di Lucio Mayoor Tosi in forma di intervista sotto questi specifici aspetti è un lavoro degno di rispetto.

    GR

    • Caro Gino,
      in nessun modo avrei potuto accostarmi alle sue poesie in neolingua. Né ho mai pensato di giungere a una interpretazione risolutiva del suo operato. Ho trovato ispirazione nei suoi inediti, ci facciamo compagnia e badiamo all’operatività. Diciamo però che il suo giudizio mi sta accompagnando in questa avventura da apprendista stregone. Inoltre questi miei sono scritti ancora da rivedere. Giorgio mi ha fatto la sorpresa gradita di pubblicarli e in questo modo, come accade per i liquidi, che travasandoli più volte – dal mio computer al blog, dal blog alla rivista – si raffinano, così spero di arrivare presto a un risultato per lo meno soddisfacente. Grazie a voi tutti per il sostegno che mi date.

  6. A Maria Rosaria Madonna dovrebbe fare piacere se, grazie a Giorgio Linguaglossa, nuovi lettori giungono a scoprire la sua poesia. Alcuni suoi versi sono entrati nella poesia di altri, a cominciare dallo stesso Linguaglossa, e ora io, più modestamente, con queste poesie dedicate. E’ NOE a tutti gli effetti, peccato ci abbia lasciato un solo libro.

  7. Bedin Mark

    Volevo complimentarmi sinceramente con Mayoor Lucio Tosi per i suoi incantevoli testi. Poi, se m’è permesso, e qui già porgo le mie scuse nel caso non lo fosse, vorrei postare uno dei due miei testi scritti in questi giorni.
    LA BECERA MOSTRA.

    Tiresia, nell’alcova s’ostina l’estasi d’una
    predizione e fallisce se fallire è la becera mostra.
    Si distende sullo scoglio lucente di sale.
    I spelacchi del cane tendono nervi,
    virgulti scampoli da offrire per un costume
    al giorno dei morti.
    Dalla feritoia del legno del balcone mangiucchiato
    dagli insetti, un luce allarma sul televisore.
    James Dean dice che non vale niente
    l’amore a suo padre ne La valle dell’Eden.
    Al taglio, riflesso l’animale, si rivolta
    con la pallina serrata tra i denti e gambe all’aria
    in gioco, come niente.
    Il maggiore Tom si mise il casco e prese
    le pillole cedendo alla Space Oddity.
    Di contro Cristo venne crocefisso.
    Ma Wagner ha messo un punto nell’entrata
    degli Dei nel Valhalla.

    Nulla è residuo di ciò che fu percepito al modo
    dello shock al magnesio di volti figurati ch’è no,
    e poi divenuti giallognoli.
    La Divina Callas costringe in un ritmo sbronzo
    l’ultima Thule a Parigi nel millenovecentosettantasette.
    Ne la copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
    Club Band, Aleister Crowley annuncia la legge
    di Thelema a un pubblico più vasto.
    Carmelo Bene si fa dire in un’opera alla Warhol
    un perpetuare di io! Io! Io! Ha perso la testa.
    Padre Karras dice d’uscire da questo corpo.
    Al Supermarket residua tutto in icona e non v’è
    sentore mortuaria.

    Gli uccelli nordici iniziano l’ascesa variopinta
    lacrimando ambra.
    La contessa nella camera attende
    il giovine amante con una leggere peluria sui capezzoli.
    Saltò sul tram che lo portò in città forte di nebbia,
    nel tepore; preda divenne d’una vaneggio che intuì,
    da cui volle distrarsi.
    Alla rinfusa romanzi di Dostoevskij e di Kerouac
    e piatti sporchi di pasta al sugo.
    Fu quando se ne andò che lei tentò un colpo
    di pistola alla tempia.
    Vladimiro e Estragone attendono Godot.
    Si distende sullo scoglio lucente di sale
    e in ebraico un abracadabra.

    • Caro Bedin Mark,

      a giudicare dalla poesia che hai postato sopra vedo che stai sulla buona strada, la tua poesia rivela che sei indirizzato nella nostra stessa direzione, inoltre possiedi una notevole carica fantastica, sai fantasticare con grande agilità, sai usare il zig zag, sai scompitare da un rigo all’altro, sai impiegare la deviazione e lo skaz… solo, mi permetterei di darti un suggerimento: di tenere la fantasia sempre agganciata alla terra, al reale, alla forza di gravità, a volte ho come l’impressione che tu divaghi un po’ in eccesso e che ti piace divagare e guardarti allo specchio… invece le divagazioni devono essere solo e sempre apparenti. Bisogna poi essere capaci di riportarle tutte ad un unico comune denominatore: quella che io chiamo la forza di gravità. Per finire, io asciugherei un poco la poesia togliendo qualche frasario pleonastico non strettamente necessario alla significazione del testo. Provaci e postala di nuovo che la commentiamo, la vecchia e la nuova versione. Qui, come avrai capito, si fa officina, nessuno di noi si erge a maestro…

  8. Ringrazio per il contributo. Per parte mia posso dire questo: che lo sguardo esterno, estroverso, andrebbe controbilanciato dal fattore tempo. In questo modo gli accadimenti verranno collocati all’interno di un evento. E si avrebbe bisogno di un’àncora, di un approdo su “cose” reali; esattamente come i tuffatori per lanciarsi nel vuoto si servono della piattaforma o di un trampolino, e poi di una sponda per riemergere.
    Se pensiamo alle poesie di Mario M. Gabriele, è vero che si passa da una immagine all’altra con estrema agilità, ma le cose sono posate a terra e, alla fine, pur avendo la sensazione di avere assistito a una cronistoria irreale, per nessuna ragione al mondo metteremmo in dubbio che quanto viene narrato possa essere accaduto.
    La questione dell’autenticità va ricercata, e spesso si trova al di fuori della narrazione; perché la realtà è indescrivibile, se non tentando con frammenti un’approssimazione – non può essere detta ma può essere recepita dal lettore. Nel dire tutto manchiamo il bersaglio, e non basteranno le sorprese, i fuochi d’artificio, le citazioni a renderci autentici. Magari bravi, ma non autentici.

  9. Parlando del poeta e della poesia Heidegger (mi scusi Ennio Abate se cito il filosofo tedesco) scrive:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/24/intervista-in-forma-di-poesia-di-lucio-mayoor-tosi-a-maria-rosaria-madonna-con-un-dialogo-1942-2002/comment-page-1/#comment-37387
    «L’esatto significato di erfahren è eundo assequi, camminando raggiungere qualcosa per via, raggiungere qualcosa camminando lungo una via. Che raggiunge il poeta? Non una semplice nozione. Egli giunge nel rapporto della parole con la cosa. Questo rapporto non è però una relazione fra la cosa da una parte e la parola dall’altra. La parola stessa è il rapporto che via via incorpora e trattiene in sé la cosa in modo che essa “è” una cosa.
    Ma con queste considerazioni, per illuminanti che esse siano, ci siamo limitati a cogliere il risultato dell’esperienza che il poeta ha fatto della parole: non siamo penetrati nell’esperienza stessa. Come avvenne questa esperienza? La risposta alla domanda ce la suggerisce una breve parola, l’unica che abbiamo lasciato passare inosservata, quando abbiamo accennato all’ultima strofa:

    Così io appresi triste la rinuncia:
    Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca.

    […]
    Nelle sei strofe (della poesia) parla l’esperienza che il poeta fa del linguaggio. qualcosa accade, lo colpisce, e trasforma il suo rapporto con la parola. È necessario quindi parlare prima di quel rapporto con il linguaggio, nel quale il poeta s’è trattenuto prima dell’esperienza
    […]
    L’esperienza è il cammino lungo un sentiero. Questo conduce attraverso una regione. in tale regione si trova così la terra del poeta come la dimora della grigia norna, cioè dell’antica dea del destino. Questa abita al margine, al confine della terra della poesia, la quale, in quanto “marca”, è essa stessa terra di confine. La grigia norna sta a custodia della sua fonte, cioè della sorgente sul cui ultimo fondo ella cerca, per attingerli, i nomi. La parola, il linguaggio, si trova nell’area di questa regione misteriosa dove il dire poetico confina con la sorgente da cui scaturisce, destino e dono, il linguaggio.».1]

    Quando un poeta trova il linguaggio è perché egli è già in cammino da molto tempo verso quel linguaggio… le parole appartengono al linguaggio ma sono nascoste da miliardi di altre parole e non c’è alcuna possibilità per un poeta di andarle a scovare, almeno se egli resta fermo nelle sue convinzioni che lo relegano nella condizione dell’io, nel soggetto della manifestazione della propria volontà di potenza. Le parole della volontà di potenza sono quelle dell’agorà, del politico, del mediatico… le parole di cui ha bisogno il poeta non si trovano belle e pronte, non sono a disposizione di tutti come le parole dell’informazione e del mediatico, le parole del poeta egli deve andarsele a cercare nella «patria delle parole», in quella landa che è per l’appunto la «patria metafisica delle parole», dove le parole sostano in imbelle inazione, che non si offrono e non si danno, ma che dimorano nell’inedia e nell’inerzia, di cui non noi non disponiamo dell’indirizzo. Per prenderle non c’è alcun amo disponibile, nessun raggiro le può catturare, ma, molto semplicemente, il poeta deve entrare in silenzio in una «patria metafisica» dove all’ingresso non ci sono guardiani, né belve furiose, né mitragliatrici… non c’è nulla di tutto questo. C’è forse molta nebbia, molta foschia, e non si vede nulla e siamo costretti ad andare a tentoni… Ma le parole, quelle «vere», non tradiscono, sono lì, pronte, da sempre e aspettano soltanto che venga un poeta a prenderle.

    Aforismi

    La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza che si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.

    L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconservazione quale principio base del consorzio civile.

    Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.

    Il concetto di intelligibile resta una aporia.

    Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.

    Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia a prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande stasi che è già avvenuta.

    La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.

    La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione sta invece nella esistenza o nella non esistenza degli uomini.

    La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.

    Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.

    Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale va venerato.

    Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.

    Così anche la disperazione è l’ultima ideologia, utilissima ai fini dell’autoconservazione.

    Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.

    La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.

    L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini.
    Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti.
    Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco.

    Una poesia di Letizia Leone che mi sono preso la briga di suddividerla in gruppi di distici. Un esperimento.
    Letizia Leone

    Il monumento ebbro

    La Porta.
    Era da aprire al centro

    Dell’immensa Agorà
    Nel paesaggio svuotato dai mercati

    Opaca e pesante. Volante come il culmine di una visione
    Socchiusa sull’ala dello sprofondamento

    Intanto che dai cardini fuoriuscivano cose a groppi
    Esitanti piccolissimi animali e sagome d’uomini minuscoli

    Moribondi anfibi o delfini – la Porta
    Che nel riverbero di tutta quella luce rovente sulla piazza. La Porta

    Immensa, non vedevamo.
    Come i gusci, centinaia e centinaia di acini appesi alle ante

    Tra le cotogne, grappoli e foglie carnose
    (Avrebbe perfino pensato a una Rivelazione?)

    Tanto era il vortice delle creature che schizzavano fuori
    Disorientate. Ma a noi

    E ai portatori
    Premevano sul cuore certe cose di zolfo

    Vive vivai gocce fiammiferi. Fosse stato anche solo il portato di un’illusione
    Cervello e utero germinale nell’oscillazione di forme antiche che vomitava

    La Porta.
    Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano

    Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
    Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca

    Intanto che qualche altra cosa strisciava
    Odore o sapore che aveva forma

    Cifra o grillo, antimateria o polvere che aveva trovato il coraggio di uscire dal covo
    Delle puzze e si ergeva ad animale di sangue nuovo malfermo

    Su gambe su zampe ora eretto ora in ginocchio ma animale comunque incarnazione incontro alfine ricordo dell’uomo con la grande tartaruga in mano. O sotto i piedi, le tartarughe lente e orribili scarpe di un gigante a bordo. Navigavano le tartarughe. Scherzo ed oblio.
    Con la potenza degli esorcismi intanto la Porta induriva conchiglie di viti giravano a velocità folle

    E noi
    Per il troppo bagliore un fuoco secco negli occhi accecati al centro della piazza cercavamo chi potesse dirci tutto di quel calice venereo che esalava. Corpi esplosi nuovo sangue.
    Ci girammo verso i portatori ma erano già anneriti nel sole con l’obelisco in mano

    Saldati nei loro gesti brevi
    Di cavalieri di piombo.

    (Roma, Fiera, 8 dic 2017)
    Una poesia di Gino Rago che io ho suddiviso in gruppi di distici. Caro Gino, scusami per questa libertà che mi sono preso ma credo che così la tua poesia ci abbia guadagnato..

    Gino Rago
    (alla maniera di Ewa Lipska)

    22 settembre 2017 alle 19:32

    “Cara signora Schubert,
    ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?

    Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
    che produceva la vita d’oltretomba.

    E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.
    Ha riconosciuto la mia scrittura.?

    Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
    Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?

    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà.

    Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
    attigua alla abitazione di Dio.

    Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
    Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto

    e ciò che non faremo più.
    Cara signora Schubert, e per conoscenza,

    care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
    al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno

    e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
    assale i poeti alla stessa ora del mondo.

    Cara signora Schubert, e per conoscenza,
    care signore Leone, Giancaspero e Catapano,

    la vita è un negozio di ferramenta.
    E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

    Al Quartier Generale dell’Aldilà
    l’acqua si beve in bicchieri di plastica.

    E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
    Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.

    A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

    Gino Rago

    Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

    “Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

    la copia della Gioconda, il lillà
    e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

    abbiamo altro da fare, per esempio
    ascoltare il canto degli uccelli

    o il ronzio della Storia
    nei bassifondi

    ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
    e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo

    smettessero per un pò di fare baccano,
    coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

    [anche gli dèi imparino a tenere il becco chiuso,
    sono sull’Olimpo grazie alla poesia].

    Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
    il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.

    Lidia Popa
    17 giugno 2018 alle 14:37

    La divisione dei versi, secondo il sentire di ognuno, danno una sosta al respiro del lettore, creando quell’attimo di contemplazione. Riempie di gusto con l’esaltazione del palato di nuovi sapori – una bibita raffinata.

    Non sono una mosca

    Le mosche verde brillante
    sono dovunque opportuniste per scelta.

    Annusano la miseria umana da lontano.
    Si prendono di mira l’obiettivo prefissato.

    Spronando dei cavalli purosangue,
    impazienti si collocano nello spazio

    attirando con destrezza l’attenzione,
    con punti di vista leggeri e formali.

    Senza argomenti eternamente validi,
    puntano per fare del male al prossimo,

    infettando di siero ogni posto pulito.
    Impara ad essere paziente

    ed avrai il cielo ai tuoi piedi.
    Non sono una mosca.

    [Poesia “Non sono una mosca” – in origine “Essere una mosca” revisionata con l’esperienza d’oggi, fa parte del mio primo libro di poesie “Punto differente (essere)” con poesie scritte tra 2013 e 2015. Nella versione originale con titolo diverso, senza l’espressione “verde brillante” e la divisione dei versi.]

    1] M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, trad. it. a cura di Alberto Caracciolo, Mursia, 1990 p. 135.6

  10. Alfonso Cataldi

    La porta di emergenza

    Al che, senza che nessuno dei presenti avesse alzato la mano,
    la controfigura fece scattare l’allarme della porta di emergenza.

    Le maglie, dall’uno all’undici, presero la via di fuga dal processo-Haber.
    Il Che è tornato nella roccaforte

    la folla si riversa nelle piazze,
    urla «Chi non salta Ferlaino è…»

    Lo tira giù dalla stanza dell’albergo.
    Lui doveva solamente dire:

    «una buona azione non cancella un’azione sbagliata
    ma la vita non è più in là delle paturnie».

    Una microspia vigila le maree nella tazza della colazione
    e la segretaria conserva il consiglio della carriera nel weekend da bollino nero.

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  26. Può capitare un film malinconico, ricavato da sentimenti

    che si susseguono intrecciati. Un film senza fine.

    Intervallato con parole prese a prestito dalla sala giallo-arancio,

    un piccolo bar, deserto ma luminoso; situato sul camino spento

    di un vulcano, sulle tamerici salmastre. In realtà una latteria.

    «Fantasma sorella, tu tanto bella, e belli i tuoi bambini»

    Non è Frankenstein, è una poesia. Il dialetto di un cane
    
affamato. La rovina del pianerottolo. Centinaia di scale.

    Come può capitare che il film sia già finito. I fantasmi

    in punta di piedi se ne sono andati. Dormono le particelle.

    Da qui possiamo osservare lo svolgersi dell’apocalisse.

    Sul binario morto. Una sequenza di luci bancarie.

    Il primo uomo sulla terra. La bibbia dei comandamenti.

    La fuga dal tavolo da lavoro. Miseria e luna park.

    Un angelo tra le dita.

    may-ago2018

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