La storicità debole nella quale oggi ci troviamo – Poesie e Commenti di Maria Rosaria Madonna, Giuseppe Talia, Mauro Pierno, Guido Galdini, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Fritz Hetrz, Francesca Dono, Antonio Sagredo, Alfonso Cataldi, La distruzione della ontologia è già stata compiuta nel novecento, ciò che resta spetta ai poeti fondarlo. Ciò che resta della metafisica come destino si è già compiuto

Foto New York traffico

La storicità debole nella quale oggi ci troviamo – Il pensiero poetico e filosofico non ha più alcun oggetto se non l’erranza della metafisica

la Redazione augura a tutti i lettori buon Ferragosto, la rivista riprenderà i suoi lavori il 28 agosto. Nel frattempo, saranno postati articoli già apparsi.

Giorgio Linguaglossa

14 agosto 2018

La storicità debole nella quale oggi ci troviamo

Scrive Lucio Mayoor Tosi:

«Quanto alle parole non so. Per il fatto che oggi ti vengono date gratis, sembra non abbiano alcun valore; però, scegliendo e accostando “scarti”, rifiuti, qualche rimanenza d’epoca, ecco, riprendono vita. Sembrano altre. Certo, si noteranno i rappezzi, i rammendi, le cuciture, ma forse un giorno non lontano proprio di quest’arte del riutilizzo – contraria agli sprechi e alla sovrabbondanza – si parlerà positivamente. Per quel che NON si ha da dire, queste componenti vanno benissimo.»

Parlando della poesia e dei poeti venuti dopo Composita solvantur di Fortini (1994) ho fatto dei nomi di autori delle generazioni seguenti e li ho definiti come coloro che hanno «minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione. Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento. Ecco, io credo di averlo già spiegato. Cercherò di ripetermi, questo è un punto fondamentale per poter afferrare il concetto secondo cui tutta la poesia che è venuta dopo l’ultima opera di Fortini è in qualche modo «minore», minore in quanto non più saldata nella tradizione del novecento. È questo il punto. Non volevo essere offensivo nei confronti dei poeti venuti dopo il 1994, anzi, capire questo punto è indispensabile per acquisire consapevolezza storica della propria «debole storicità». Non ho voluto affatto essere intimidatorio o diseducato, volevo soltanto essere franco, schietto. E ripartire da qui.

Mi ci metto ovviamente anch’io tra coloro che si trovano in una «condizione di debole storicità», io che sono nato nel 1949, mi trovo coinvolto a pieno titolo in questa condizione di «debolezza ontologica», io come tutti, come tutti voi, nessuno escluso. Così, spero di avere escluso dalle mie parole qualsiasi intento diminutorio e/o intimidatorio.

Il problema una volta posto sul tavolo di dissezione, bisogna vivisezionarlo, osservarlo con attenzione prima di fare una diagnosi e una prognosi. Noi le nostre diagnosi e prognosi le abbiamo fatte con la «nuova ontologia estetica», una piattaforma che segna un momento di ripresa di consapevolezza, una ripresa «forte» pur nell’ambito di una condizione di «debolezza ontologica» della nostra condizione attuale. Quale sia l’orizzonte degli eventi di questa condizione di «debolezza ontologica» lo ha bene illustrato il pezzo di Lucio Mayoor Tosi citato all’inizio.

Il pensiero poetico e filosofico non ha più alcun oggetto se non l’erranza della metafisica, l’eclissarsi della metafisica, con annesso e connesso il bagaglio degli strumenti retorici ed ermeneutici che quella metafisica portava con sé. Ciò comporta una presa di consapevolezza che quella metafisica non è più utilizzabile, che dobbiamo andare al fondo della crisi di quella metafisica per poterla abbandonare nella sua interezza. Soltanto abbandonandola in piena consapevolezza possiamo alleggerirci e andare oltre, oltre il novecento. Noi possiamo soltanto raccogliere quegli «stracci» che il novecento ci ha lasciato in dono, in eredità, ma con la consapevolezza che si tratta, appunto, di stracci, di relitti e che è con queste «cose» che noi dobbiamo edificare.

I classici dell’ottocento e del novecento ci appaiono sempre più lontani, estranei, perdono la loro aura di modelli, di costrittività, di esemplarità. Sono pensati come un relittuario di presenze-assenze, di simulacri, di ordini di valori conchiusi, lontani, inaccessibili, un ordine di valori devalutati, appartenenti ad un passato già passato che è inutile perlustrare, ripercorrere, indagare, che forse è più utile porre tra parentesi, dimenticare.

Dobbiamo intendere la Tradizione come distinzione  di Tradition e Ueberlieferung (trasmissione). La trasmissione dei valori si è interrotta, si è inceppata, e non vale più il volerla rimettere in moto come se fosse un guasto al motore. A mio avviso, è qualcosa di più di un «guasto», qualcosa di diverso: siamo entrati tutti in un «nuovo orizzonte di eventi», in una condizione di «storicità indebolita», di «consapevolezza indebolita», di un ulteriore «indebolimento dell’essere». Con le parole di Heidegger: «ciò di cui non ne resta più nulla», in cui, nella scia di un pensiero post-metafisico, non resta altro da fare che una rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza, di una ri-memorazione, di una ripresa, di un ri-pensamento di ciò che è scomparso, sprofondato nella latenza… nella forma del frammento, di uno specchio vuoto che riflette un altro specchio vuoto, di un vuoto contenuto in un altro vuoto. La «distruzione della ontologia» è già stata compiuta nel novecento, ciò che resta spetta ai poeti fondarlo. Ciò che resta della metafisica come destino si è già compiuto. «Che cosa pensiamo, allora, quando ri-memoriamo l’essere? Possiamo pensare l’essere solo come gewesen, solo come non (più) presente»,1 ciò che è latente ma che dalla latenza ci chiama e ci ri-chiama al nostro essere-qui, adesso. Da qui, da questa consapevolezza, è nata la «nuova ontologia estetica».

 

1] G. Vattimo La fine della modernità, Garzanti, 1985, p. 182

[La trasmissione dei valori si è interrotta, si è inceppata, e non vale più il volerla rimettere in moto come se fosse un guasto al motore]

.

Ho diviso questa poesia di Antonio Sagredo in piccole poesie autonome. Il risultato lo lascio giudicare ai lettori:

Antonio Sagredo

Ho solo in custodia i destini altrui e la mia condanna,
l’eccesso di una via consolare e un passante in fuga,
ma è finta la carta dei selciati orfana di zoccoli e di gridi.
Epitaffi premortali insidiano codici e cifre.
I sembianti sono smemorati, come bianchi acrostici.

*

Ho, di nuovo, e solo con vergogna inciso su un arco
di trionfo il marmo di un evento e l’assurdo tempo
non umano: un certificato che non cade mai in prescrizione.
E ho il potere di violare quei destini e i sigilli
chiusi col belletto di maschere piombate,
con lettere e numeri indicibili – esilio e cicatrici
nutrono la mia memoria in un tugurio spento da fanali.

*

Gioia prenatale di un mandorlo in fiore.
Festa del dire e del disfare:
questa è la Grazia che si converte
nel dèmone di un rinascimento.

*

E sono come Cassandre queste contrade
che tracimano astri e profezie in pozze – di miseria!
Luride stelle decollate dai riflessi, e non più – regine!
Scarnite creature senza gorgiere, né merletti d’ossa,
che nulla cantano, nemmeno un’ingenua – profezia!

.

Lucio Mayoor Tosi

13 agosto 2018

Due osservazioni al volo:
– per Talia, se non mi manda al diavolo, a mio parere l’eccesso di articoli, specie gli indeterminativi, invece di creare vive presenze favoriscono la fredda l’elencazione.
– Antonio Sagredo: apprezzo molto l’elegante interpretazione di Giorgio Linguaglossa, di una poesia in più poesie brevi. Ne risultano evidenziati versi altrimenti soggiogati dall’irruenza creativa del poeta brindisino.

con lettere e numeri indicibili – esilio e cicatrici
nutrono la mia memoria in un tugurio spento da fanali.

 .

Giuseppe Talia

13 agosto 2018

Caro Lucio,
capisco bene cosa intendi, e forse era quello l’effetto che volevo creare, una nuda elencazione, diretta e precisa. Il testo che Giorgio ha riproposto oggi risale al 2014, una versione ridotta a sei versi apre la raccolta La Musa Last Minute (Progetto Cultura, 2018). Ma qui è il senso di spaesamento introdotto dalla domanda “dove siamo?” a dare origine all’elenco di luoghi e situazioni che, come dice bene Cataldi, “si calano nei fatti correnti e dismessi dell’umanità”.

Il problema degli articoli, che per me non è un problema, almeno non come forse lo intendi tu, l’ho trattato ampiamente in Thalia, con un uso abbastanza corposo soprattutto delle preposizioni articolate. In quel caso, articoli e preposizioni mi hanno permesso di mantenere un “canto minimo” e allo stesso tempo di prevedere ogni singolo verso come fosse un aforisma: tanti singoli aforismi incollati come stracci (direbbe Gino Rago), uno sull’altro. Quanto ai temi trattati, ritorna l’espressione di Cataldi sui “fatti correnti e dismessi”: news, spot, tweet, proclami, sentenze, fake news, che nascono e muoiono entro ventiquattr’ore.
Tutt’altra storia in Salumida, dove invece gli articoli e gli aggetti sono ridotti al minimo e anche i verbi quasi del tutto inattivi.

Mi piace la divisione in distici che Giorgio ha operato (Giorgio ormai è sempre più un influencer), e, sempre in tema, concordo ancora con Alfonso Cataldi, il testo di Rago sembra una continuazione dell’ultimo verso (nel Mar Morto come un profugo) attraverso una testimonianza diretta di uno di quei profughi (la donna di Somalia/giunta da noi chissà per quali vie).
Allo stesso modo, si potrebbe dire del testo di Cataldi, laddove il Raid in moto su Marte, potrebbe essere benissimo “La semifinale di BMX”, oppure “un seno franciacorta” in “un resort di lusso con l’alluce sul capezzolo”.

Vi è comunione. Vi è NOE.

.

13 agosto, 2018

Entrambe le poesie, di Gino Rago e Giuseppe Talia, si calano nei fatti correnti e dismessi dell’umanità. «Dio» non solo ha rancore per una recensione non data, ma rimane attratto dall’ultima sventurata trovata capitolina. Il «Dio» in prima persona di Talia entra completamente nelle contraddizioni della contemporaneità. A questi voglio aggiungere il «Dio» Aboubakar di una mia poesia recente, testimonianza, voce “che racconta” il naufragio in cui si sta

Stupida(mente)

L’idolo dei tifosi locali usa precauzioni per niente rassicuranti.
Raggiunge sempre il campo, raccontano i dossier,
anticipando i risvolti settimanali dell’accoppiamento dei conigli nello spogliatoio.

Il truccatore personale di Be Best rotola giù alla minima spinta,
al primo dissapore tra un punto sulla retta
e la gravità di una vertigine magneto-dipendente.

Stupida(mente) la ruota non guarda mai dietro.

La semifinale di BMX è un’esplosione muscolare che raccoglie mutazioni
trasporta il fatto e il fittizio a ridosso della grata.

Lo sguardo fisso della talpa non osa defluire
dal soffitto basso

oltre l’eclissi di luna, con i bordi stemperati
annusa passifalsi.

Le rotifere bdelloidee stanno silenziosamente riparando il dna

strisciano indisturbate tra un seno franciacorta
e l’umore circostante, in armi: sette volte gatto.

[nella forma del frammento, di uno specchio vuoto che riflette un altro specchio vuoto, di un vuoto contenuto in un altro vuoto]

.

Giuseppe Talia

  1. 13 agosto 2018

    Caro Germanico, bisogna sistemare Caproni
    Spargere le ceneri di Gramsci nell’aria Satura

    Sotto il pitosforo nano del belletto minimal-chic
    Dove non cresce oramai che il trifoglio di Malvoglio.

    Tu sai, Germanico, quanto i Fortini della politica
    Discendenti di Ascanio, dalla Suburra abbiano

    Tratto giovamento fin dal regno di Numa Pompilio.
    Quanto il “finger food” e lo “street food” siano degni

    Del castrato in salsa di cipolla e tortelli di piccione.
    Bisogna sistemare Caproni, rileggere il sessanta

    E il settanta, capire perché sia fallita l’osteria familistica
    I buoni contorni una volta saltati in padella di ghisa

    Per l’odierna smania nervosa verso l’antiaderente.

     
    .

    Lucio Mayoor Tosi

    13 agosto 2018

    Complimenti.
    Anche per le precisazioni. Ma non avevo dubbi, sei per me uno scrittore poeta di pennino – termine preso in prestito dalla pittura – capace di segni inaspettati e forti.

     Giuseppe Talia

    13 agosto 2018

    Nell’applicare il linguaggio non si può ad esso attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del fonatore e del relativo muscolo cricotiroideo?

    .

     Giorgio Linguaglossa

    13 agosto 2018

    caro Tallia,
    ti scrivo questa missiva tra gli ozi di Capua
    e i negozi di Ercolano in compagnia del passito di Pantelleria.

    Germanico consuma fast food con Orestilla
    la figlia di quel coccodrillo di Fasullo

    che si è dato al commercio di schiavi
    mentre la sua amante, Gaia Priscilla, si gode

    un muscoloso negro d’Egitto, nipote dei Tolomei,
    dice il manigoldo, rampollo della nobile stirpe

    di Osiride e di Anubi. Che vuoi, l’impero è tanto grande
    che un frammento di esso occuperebbe

    il Circo Massimo e il Foro di Traiano dell’Urbe.
    A proposito, hai notizie del poeta Gino Rago?, sai

    sono un po’ preoccupato, ultimamente ha cambiato lo stile
    della sua poesia, adesso scrive in distici,

    ma la sua Musa risulta alquanto attempata e impettita
    come una mercenaria di infimo rango

    che impiega il belletto e il soffritto di alghe
    per i suoi capelli untuosi…

    .

    Gino Rago

    Due inediti

    [a Giuseppe T., ad Alfonso C., a Giorgio L., a Mauro P., a Lucio M. T., a Roberto B., e ai poeti oggi non presenti su L’Ombra]

    1- Ciò che ci ha amato non ha una via di uscita

    L’onda esala odori di libeccio e nei marosi tremano i pontili.
    [A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità].

    Chi valica i fili degli ultimi orizzonti forse più non torna.
    Chi s’imbarca per l’esilio farà ritorno come un’ombra

    perché ciò che ci ha amato non ha una via di uscita

     

    2 – Parla il saggio [i marinai lo chiamano «il filosofo»]:

    «Meglio non partire,
    chi rimane ha sempre la certezza d’una tomba.

    Mette i suoi confini all’immensità.
    Una pergola fra gli orti.

    Un filare di pioppi fra l’avena e il grano.
    Un frangivento fra l’arancio e il cedro.

    Un canneto fra la marina e il mondo.
    Un muro a secco fra se stesso e l’altro.

    Tu mi chiedi a chi basta il mare?
    Il corallo trattiene le voci dei morti,

    la tolda nell’afa di agosto
    spande odori di boschi bruciati.»

    Ma sugli scogli nella bora insonne il mare mette ali all’anima.
    Il grido d’un gabbiano

    segno d’eterno fra la spuma e il cielo.

     
    [non resta altro da fare che una rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza]

    .

    Giuseppe Talia

    13 agosto 2018

    Caro Germanico,

    anche io preso dall’ozio dello Jonio con Nosside
    ed Afrodite che bevono una detox alla rucola.

    Parlano di Kavafis, “Ionio abbraccia Ionio”, dicono
    E ridono di Gallieno che in primavera si fa costruire

    Giacigli di rose e imbandisce la tavola con vasellame
    D’oro: “la memora è come morta”, va affermando

    Preso come sempre dalla Playstation e dal gioco
    D’azzardo, ironizza sul prossimo Decreto Dignità.

    Che serie danno stasera su Sky? Domanda Nosside
    L’Ispettrice Athena Licinia con quel gran pezzo di

    Claudio Marcello in un thriller nella Gallia Cisalpina?
    Afrodite, invece, si è fatta un nuovo tatuaggio

    Una banda nera all’altezza del braccio alla maniera
    di Dybala e come lui calcia cocomeri in giardino.

    Del poeta Rago non ho notizie certe tranne,
    qualche straccio che m’è rimasto in un sacco di iuta.

    A Marasà l’aspetto il Rago in distici e ditirambi

     

     caro Tallia,

    qui nell’Urbe malatempora currunt, il console Salvinus,
    quel bellimbusto padrone della Padania,

    che se la spassa con la sua Sofonisba, la terrona
    della Libia, ha emanato un decreto di coscrizione obbligatoria

    per tutti i cittadini sfaccendati della città eterna,
    lo chiama, il becero, Decreto dignità…

    al fine, dice il manigoldo, di rinfoltire i ranghi
    delle legioni del Nord, dice il ribaldo che una nuova guerra

    si avvicina con le bande di germani e di alemanni
    che scorrazzano nell’impero fino ad Aquileia!

    Stattene nella tua Nosside, caro Tallia, qui rischieresti
    le legioni del Reno e del Danubio, i freddi fiumi

    invernali, le battaglie ingloriose contro i barbari,
    bèati dei sicomori e dei fichi secchi della Bitinia

    finché sei in tempo…

    .

    Alfonso Cataldi

    14 afosto 2018

    Caro Giorgio, Cari avventori,

    ho incontrato per caso la Musa dell’Ombra delle parole
    all’ufficio postale. Mentre scrivo, gesticola
    dietro lo sportello dei distici non ritirati.

    C’è un gran ressa, chi ha espletato la pratica
    riceve un biglietto omaggio per il foro Traiano.

    Tra mezz’ora è atteso il poeta Gino Rago
    che spiegherà le ragioni della conversione.

    Io non riuscirò a fare in tempo ed altro non so dirvi
    ho ancora trenta numeri avanti

    le pratiche sono lunghe, manca l’aria condizionata
    tutti hanno da spedire un alibi su cui posare il cappello.

    .

    Guido Galdini
     

    14 agosto 2018

    piove e non piove qui sulle pietre del molo
    il cielo si è ridotto ad una frase

    le navi che partono hanno ciascuna
    una lettera di commiato scritta sopra le vele

    e noi dovremmo essere così coscienziosi
    da leggere anche le parole cancellate

    le navi che ritornano invece
    hanno scritte troppo sicure di se stesse

    ma questo non ci disturba, è da gran tempo
    che dobbiamo inventare i nostri alfabeti.

     
    .

    Mauro Pierno

    14 agosto 2018

    La propaganda dei nostri sguardi intravede l’ozio delle parole tra nuvole filiformi di batteri incompresi. Questi mostri di discorsi che attraversano le mani.
    Nei gesti le estenuanti nude dichiarazioni.

    Questo fumo di vento
    Ha il volto perso.

    .

    Maria Rosaria Madonna

    da Stige. Tutte le poesie (1990-2002), Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 150 € 12

    Sai, nel Dottor Zivago c’è il protagonista
    chiuso nella casa gelida immersa nella neve…
    fuori dalle finestre l’ululato dei lupi.
    E’ un poeta. –che cosa fa? –
    fa quello che fanno tutti i poeti: scrive poesie.
    Scrive poesie, poesie, poesie.
    Si deve sbrigare perché tra poco le guardie rosse
    lo verranno a prendere. Davvero,
    c’è così poco tempo per scrivere poesie.

    .

    Se Maria Rosaria Madonna avesse saputo che per qualcuno, un giorno, Lei sarebbe stata d’avanguardia, chissà cosa avrebbe pensato. Sono tante e tali le somiglianze…
    Le poesie in neolingua sono capolavori, ma sono cosa a parte, sovrumane, fuori dal tempo e per me impossibili da ri-considerare. Ma gli inediti, le ultime poesie scritte nel 2002, insegnano chiarezza e irregolarità. Nel 2002 era già fuori, aveva fatto il salto… Neve inattesa. Sulla fronte. – Fa bene alla pelle.

    (citata da Lucio Mayoor Tosi)

    .

14 agosto 2018

di Fritz Hertz

Tesoro_ un lupo ha trapiantatole ossa proprio in questa casa.
Al di sotto del tavolo che fa da pianura all’ingresso solitario.

Sembrava il gatto di Schrödinger. Un atomo di luce inserito
nell’arredo della bianca scatola di gesso. Prima si è finto morto.

Poi è resuscitato con il sorriso stampato sul pelo liscio. Tesoro_sa-
rebbe utile comprare un po’ di carne. Il quarto di un bue senza nervi.

Isolato. Intontito di amuchina. Con il marchio originale del macello.
D’altronde gli daremo ancora da mangiare. Nell’ululato rude e continuo.

Dalla grandine di tre parole in croce. Ne saremo sanguinosamente tutti felici.

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31 commenti

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31 risposte a “La storicità debole nella quale oggi ci troviamo – Poesie e Commenti di Maria Rosaria Madonna, Giuseppe Talia, Mauro Pierno, Guido Galdini, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Fritz Hetrz, Francesca Dono, Antonio Sagredo, Alfonso Cataldi, La distruzione della ontologia è già stata compiuta nel novecento, ciò che resta spetta ai poeti fondarlo. Ciò che resta della metafisica come destino si è già compiuto

  1. Presto la tastiera comporrà i nostri pensieri con frasi
    tratte da programmi intelligenti. Con metro o in verso libero.

    Quando non sapremo che dire, sarà divertente
    lasciar fare alla tradizione. Scrivere sarà come viaggiare.

    Basterà digitare “Amore” e subito dopo “Tazza di tè”.
    Oppure “Amore” e “clavicembalo”. Clavicembalo e Poker.

    Strada in discesa, paesaggio, volo. Shakespeare, Shuttle,
    Nostalgia. Davvero, avremo di che meravigliarci. Bimba,

    Caleidoscopio.

    May- ago2018

  2. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Lucio Mayoor Tosi:

    «Quanto alle parole non so. Per il fatto che oggi ti vengono date gratis, sembra non abbiano alcun valore; però, scegliendo e accostando “scarti”, rifiuti, qualche rimanenza d’epoca, ecco, riprendono vita. Sembrano altre. Certo, si noteranno i rappezzi, i rammendi, le cuciture, ma forse un giorno non lontano proprio di quest’arte del riutilizzo – contraria agli sprechi e alla sovrabbondanza – si parlerà positivamente. Per quel che NON si ha da dire, queste componenti vanno benissimo.»

  3. gino rago

    Gino Rago commenta “Ma io sono esule” di

    M. Darwish

    “[…] In questi versi di Darwish, scolpiti nella storia dell’umanità,
    il bisogno di ri-costituzione di una identità, al di là delle discontinuità e delle rifrazioni dell’esilio, trova espressione nello sforzo del poeta, che diremmo epico, di trasformare la poesia della «perdita» nell’indefinitamente differito «dramma del ritorno».

    In pochi versi questo poeta descrive la propria sensazione di condizione di “senza dimora” adottando la forma di una elencazione o di una lista chiara e semplice di cose da un lato incompiute e dall’altro incomplete.

    Il pathos dell’esilio che qui si coglie consiste nella perdita di contatto con «la solidità e la gratificazione della terra» per cui tornare a casa è fuori discussione.”
    (Gino Rago)

    M. Darwish
    Ma io sono l’esule.

    Sigillami con i tuoi occhi. Prendimi ovunque tu sia.
    Restituiscimi il colore del viso
    E il calore del corpo
    La luce del cuore e dell’occhio.
    Il sale del pane e il ritmo,
    Il sapore della terra… la Patria.

    Fammi scudo con i tuoi occhi.
    Prendimi come una reliquia dalla tenuta del rimpianto.
    Prendimi come un verso dalla mia tragedia;
    Prendimi con un giocattolo,
    O con un mattone dalla casa,
    Così che i nostri figli ricordino di tornare.

    ————————————
    GR

  4. Mi permetto di fare un altro esperimento. Ho riscritto in distici questa bellissima poesia di M.R. Madonna. Che ve ne pare?

    Maria Rosaria Madonna

    da Stige. Tutte le poesie (1990-2002), Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 150 € 12

    Sai, nel Dottor Zivago c’è il protagonista
    chiuso nella casa gelida immersa nella neve…

    fuori dalle finestre l’ululato dei lupi.
    E’ un poeta. – che cosa fa? –

    fa quello che fanno tutti i poeti: scrive poesie.
    Scrive poesie, poesie, poesie.

    Si deve sbrigare perché tra poco le guardie rosse
    lo verranno a prendere. Davvero,

    c’è così poco tempo per scrivere poesie.

    [Madonna ha scritto in tutta la sua vita relativamente poche poesie. Per essere un poeta non c’è bisogno di scrivere tanto…]

  5. Niente piu’ ti lega a questi luoghi.
    Neanche questi fiori azzurri.

    Via, via.
    Neanche questo tempo grigio.

    Pieno di musiche.
    E di uomini che ti son piaciuti.

    Ah, it’s wonderful
    It’s wonderful
    It’s wonderful!

    Good luck my baby.

    Confido si capisca che il testo non è mio, ma di Paolo Conte.
    May 15ago 2018

  6. donatellacostantina

    ho visto in facebook e in internet che molti auto poeti o sedicenti poeti si sono precipitati a scrivere e a postare le loro poesie in rete ispirandosi alla tragedia del crollo del ponte di Genova. Anche questo è un triste segno dei tempi, dei tempi di facebook e di internet, la corsa sfrenata alla visibilità, alla pubblicità, senza alcun riguardo al lutto, come se fosse naturale per questi sedicenti poeti che si debba scrivere poesia, o meglio pseudopoesia, a ridosso di eventi tanto tragici. Senza alcuna misericordia, senza alcuna decenza, senza alcuna vergogna.
    Anche questo è un segno dell’indebolimento generale dell’essere: la mancanza di dignità, del senso della pudicizia, del senso del decoro, della ragione minima, del buon senso minimo che dovrebbe consigliare a questi sedicenti poeti un minimo di pudore e di silenzio…

    • Cara Donatella quelli che hanno scritto sfruttando gli eventi non hanno mai conosciuto la tragedia e il dolore altrimenti avrebbero un minimo di rispetto per le persone coinvolte. Questo ennesimo evento tragico dovrebbe far riflettere chi di dovere, perché la vita è un dono che non si può sprecare con la superficialità e mancanza di responsabilità. Il sacrificio umano andava bene per i credenti nel Medio Evo, ma ora bisogna essere responsabili in tutto perché le tragedie umane non succedano.
      Molto tempo fa per degli eventi simili scrissi questa poesia, che vi propongo che adesso ho rivisitato in distici, perché questa mania di essere visibili a tutti costi mi fa venire un miscuglio tra rabbia, ironia e forse saggezza (dico forse perché se sarebbe da riscrivere la poesia userei altre espressioni, e sarei molto più critica). La poesia anche se scritta in prima persona è una riflessione non egocentrica. Io, essere, potrebbe essere chiunque di noi.

      Essere è vita
      (Testo tratto dal libro
      Punto differente (essere) di Lidia Popa
      2016 Aletti Editore)

      Ci sono persone che vivono solo di visibilità
      invece di farsi valere come esseri.

      Essere una voce è esperienza, è vita.
      Il gioco che pretende di essere e non di apparire.

      Un re nella forestaè sempre a casa sua.
      Però in riva al mare il gioco si fa duro,

      ed il re delle favole deve imparare a nuotare.
      Tra onde di pensiero obliqui come lance,

      non può aspirare all’infinito, senza respirare,
      senza guardare oltre l’orizzonte, verso l’ignoto.

      La vita scorre anche sulla sabbia del deserto,
      ed il fermento è sempre più pregnante dentro.

      Basta aprire il cuore e lo sguardo verso l’altro
      per capire quanto sei solitario e non addomesticabile.

      Essere una etichetta che mostri le commisurazioni
      è più importante di uno sguardo sereno, intenso e felice?

      O uno tenero sorriso che illumina il viso delle persone?
      Conta più l’idea di apparire di quella di essere?

      Mi guardo nello specchio e vedo delle rughe sul volto,
      che me le conservo come le conquiste della vita.

      Non è cambiato nulla dentro solo l’esterno involucro.
      Ho fatto degli errori. Ho pagato i miei prezzi.

      Ma sono rimasta sempre la stessa pensando come sempre.
      Il prezzo da pagare non è mai troppo alto.

      Se pensi che il superbo non sei tu, ma gli altri.
      Se vedi una possibilità di felicità per te…

      Anche in una palla di fuoco che scende dal cielo,
      cogli l’occasione e sii felice nell’attimo miracolato.

      Ho consumato miei pensieri come uno zaino e le mie scarpe.
      Potrei essere come tu mi vorresti. Sono malleabile.

      Ascoltando parole che non dico, tra molte parole acquisite.
      Conquistando con il coraggio di spogliarmi dalle abitudini.

      Non contando apparire, ma essere umano a tutti gli effetti.
      La vita mi ha preso a frustate varie volte, che non dimentico.

      Sono tornata pronta, in questa società che mi ha rigettata.
      Nonostante colpi allo stomaco. Camminando a testa alta.

      Per ristorare la mia anima creo intorno a me la bellezza,
      e mi nutro di essa con il contagocce per farla durare.

      Al di là dalla finestra è un mare di persone che mi aspetta.
      Quando la vita fa male canto ed incanto con la mia sinfonia.

      Di parole ne ho tante e nasceranno come germogli di smeraldo,
      ogni volta che mi toccherà di essere felice di vivere.

      Riemergo dal fondale della vita in superficie
      senza possibilità di modifiche dell’essenziale.

      In una continua rinascita intellettuale, ricercando nello studio.
      Si nasce, si cresce, si prende voce.

      Si cammina per compiere un sogno, una meta
      da raggiungere. Un unico scopo: essere.

      Ascoltando parole che non dico, tra molte parole acquisite.
      Conquistando con il coraggio di spogliarmi dalle abitudini.

      Non contando apparire, ma essere umano a tutti gli effetti.
      Le etichette temporanee prive di stile, cadono come foglie dopo la tempesta.

      Essere si impara ballando il tango in riva al mare
      Come uno tenero bambino che ha fame, urlando dai polmoni la vita.

      Desiderio di essere accolto tra le braccia di una madre.
      Riattivando l’amore del mondo nel suo complesso.

      Essere una voce è esperienza, è vita.
      Essere è vita.

      L’evento di Genova come molte alte tragedie successe nel tempo mi ricordano sempre la Ballata popolare del Mastro Manole riportata dal poeta rumeno Vasile Alecsandri con il nome “Monastero del Arges”. Ogni edificazione richiede un sacrificio peccato che il sacrificio avviene sempre molto tempo dopo e non prima quando una tragedia può essere evitata. Stesso anno che scrissi la poesia “Essere è vita” ho fatto una ricerca è una traduzione in italiano di quale vi soppongo un frammento a sostegno di quanto affermato.

      In Romania l’Assunzione di Maria in cielo è un’importante festa del calendario romano-cattolico ma anche di quello ortodosso, celebrata il 15 agosto in tutte le comunità cattoliche e ortodosse. Con questa festa a partire dal VI secolo la Chiesa celebra il dogma secondo cui Maria, finita la vita terrena, ascese in Paradiso sia con l’anima che con il corpo.
      In Romania è conosciuta in ortodossia come la “Dormizione della Vergine” e si riferisce alla festa che ricorda quella che si ritiene essere il trasporto miracoloso di Maria, in forma corporea, al cielo dopo la sua morte. Nelle chiese si fanno in questo giorno delle celebrazioni e preghiere dedicate ai defunti.
      Questo giorno in particolare è considerato la festa patronale della città di Curtea de Arges, una cittadella di antiche origini ortodosse dove per tre giorni la gente del luogo festeggia con balli, musica e antichi riti pagani di divertimento che si tramandano dal passato. Vi racconto questa leggenda che nella mia infanzia l’ho approfondita studiando e ascoltando i racconti dei miei nonni materni che sono originari da quelle parti della Romania.
      La leggenda del Monastero Arges
      Verso il basso il fiume Arges, in un posto bellissimo, come il più famosa leggenda rumena (La leggenda del Maestro Manole) dice, il Re Nero (Negru Voda o Basarab 1°) si fermo con con i suoi soldati e, incantato dai dintorni, decide di scegliere questo luogo per costruire un monastero – il più bel monastero mai visto in tutta la Valacchia.
      Secondo la storia, il monastero di Arges è stato costruito in un periodo di tre anni (1515 – 1517) durante il Re Neagoe Basarab, sul posto della ex Mitropolia di Valacchia costruita nel 1359 durante il periodo di Re Nero.
      Il monastero non è grande (lunghezza 18 metri, larga 10 metri e alta 25 metri), ma è uno dei più bei monasteri in Romania. Come curiosità, i naos e il pronao non sono separati da una porta, ma dal telaio di una porta, posto tra due colonne. Il suo giorno patronale è la “Assunzione della Vergine” il 15 agosto. I dipinti all’interno della chiesa sono stati eseguiti dal Maestro Dobromir durante il regno del Re Radu di Afumati, nel 1526. Nel pronao sono stati sepolti grandi sovrani di Romania: Neagoe Basarab re e sua moglie Despina, Radla regina Elisabeta, il re Ferdinando e la regina Maria.
      Curtea de Arges è il luogo in cui “La leggenda del Mastro Manole” è nato. Secondo la leggenda, un giorno, un re valacco molto ricco e religioso, il Re Nero, ha mandato con nove scalpellini e il loro mastro Manole per trovare un posto e costruire una chiesa più bella di chiunque possa aver visto prima. Hanno fondato un posto molto bello e gli scalpellini hanno iniziato a lavorare, ma ogni volta che quasi raggiunto verso l’alto, le pareti crollerebbero prima che potessero mai finire. Dopo un sogno di Manole, hanno deciso e ha fatto un voto che le prime donne viste da loro di essere sacrificate al fine di vedere il loro lavoro svolto. E così è accaduto la moglie del Manole si è mostrata a portare il pranzo del marito. Manole pregò Dio per iniziare una tempesta e girare la moglie di schiena, ma nonostante il forte vento e la pioggia, Ana, la moglie di Manole, è arrivata al suo marito. Manole, tormentato da un lato dalla passione per la creazione e dall’altro dall’amore per Ana, accetta impotente il sacrificio della sua sposa. Comincia con lei una sorta di gioco macabro e, fingendo una sorta di scherzo, inizia a murare viva lei e il bimbo che Ana portava in grembo. Questa è la parte più drammatica e angosciante della leggenda, perché invoca il dolore fisico, il pianto della creatura che Ana portava dentro di sé ed il presentimento della sua fine, quando si rende conto di essere condannata.
      Manole piange e continua a costruire, seppellendo la moglie tra le mura, “fino alle caviglie, fino ai polpacci, fino al grembo, fino alle spalle, fino al volto…”. Quando non si vede più il volto di Ana, si sentono ancora forti i suoi lamenti.
      Alla fine, Manole si inginocchia e abbraccia il muro, che finalmente non crolla più.
      Il luogo di questa immolazione è ancora visibile tra due pareti del lato anteriore sud della chiesa. Questo era il modo in cui il monastero poteva essere finito, e il principe era contento di scoprire che era la più bella che mai ha visto.
      Dopo, il principe che non voleva Manole per costruire un’altra chiesa che poteva essere più bella ha ordinato di rimuovere l’impalcatura, che ha lasciato Manole incagliato sul tetto. Nel tentativo di fuggire, Manole si è fatto un paio di ali, da assicelle di legno, ma erano di alcuna utilità, e cosi andò a sbattere a terra come Icaro e morire. Al suo incidente, in quel luogo, una fonte si è scaturita. Sul luogo dove Manole precipita nasce una sorgente che a oggi non si è non è mai prosciugata. La leggenda dice che, addolorata, la terra fece spuntare un filo di acqua, una sua lacrima. Davanti alla Fontana di Manole si fermano affascinati i viaggiatori di tutto il mondo, alcuni gettano qualche moneta ed esprimono un desiderio. Poi, si fermano incuriositi davanti alla parete sulla quale possono leggere una scritta, con lettere in rosso-sangue, che indica il luogo dove sarebbe stata murata Ana. Qualche monaco si avvicina e racconta a bassa voce, sussurrando, che ancora oggi, qualche volta si sentono i suoi gemiti.
      Questo posto è conosciuto anche per
      Un’altra leggenda che riferisce a sante reliquie di Santa Filofteea. Le reliquie di una ragazza di 12 anni che si trovano nella cappella del monastero. Si dice che la ragazza trasportava il cibo per i lavoratori assunti dal padre. Ma un giorno ha dato il cibo per i mendicanti incontrati nel suo sentiero. Poi il padre l’ha uccisa con un colpo d’ascia. Il cadavere della ragazza è potuto essere revocato soltanto quando il nome di Curtea de Arges è stato menzionato. Questo è il motivo per cui i sacerdoti hanno deciso di mettere le reliquie in questo monastero.
      A Curtea de Arges ci si può anche visitare i resti del primo Re di Valacchia nella Chiesa Reale di Valacchia, terminata nel 1352, dove è sepolto il Re Nero (Basarab 1°) il fondatore della Valacchia.
      Sono stati sepolti nella Chiesa Reale di Curtea de Arges la Regina Ana e Re Michele 1° di Romania.

      Ballata popolare del Mastro Manole
      trascritta di Vasile Alecsandri
      come “Monastero di Arges”

      traduzione dal rumeno © Lidia Popa
      Su Arges in giù,
      Su una bella spiaggia,
      Negru Voda passa
      Con dieci compagni:
      Nove grandi maestri,
      Operai e muratori
      E Manoli – dieci,
      A competergli.
      Camminano assieme su viale
      Per scegliere nella valle
      Posto di monastero
      Per la memoria.
      Qui, come andava
      A modo giungeva
      Un povero pastore
      Cantando il flauto.
      E come lo vedeva,
      Il Signore le diceva:
      – Bel Pastore
      Dal flauto cantore,
      Su Arges in su
      Con la mandria sei andato,
      Su Arges in giù
      Con la mandria sei stato.
      Affinché non si è visto,
      Dove sei andato,
      Un muro abbandonato
      E non terminato,
      A luogo truciolato
      Di verde nocciolato
      -Sì, ho visto Signore,
      Dovunque sono andato,
      Un muro abbandonato
      E non terminato,
      Canni, come si vede,
      A lui s’avvinghiano
      E latrano a deserto
      E urlano a morte.
      Come lo ha sentito,
      Il Signore gioiva,
      E presto lasciava
      Per la presa del muro
      Con nove muratori,
      Nove grandi maestri
      E Manoli – dieci,
      Per competergli.
      – Ecco il mio muro!
      Ho scelto qui
      Luogo di monastero
      Per la memoria.
      Quindi voi, grandi maestri,
      Operai e muratori,
      Presto sbrigatevi
      Lavoro ad iniziare
      Per me ad alzare
      Qui a me durare
      Monastero alto
      Come affatto c’era un altro,
      Che vi do la ricchezza,
      Vi farò boiardi,
      E se no, poi
      Forse murerò voi,
      Forse vi murerò da vivi
      Anche nella fondazione!
      Gli operai si affrettavano,
      Spaghi allungavano,
      Luogo misuravano,
      Grandi trincee zappavano
      E sempre lavoravano
      La parete alzavano,
      Ma qualsiasi lavoro,
      Di notte, crollava!
      Il giorno successivo di nuovo,
      Il terzo giorno di nuovo,
      Quarto giorno di nuovo
      Hanno lavorato invano!
      Signor gli chiedeva
      Poi a riprendere,
      E allora grave
      Gli ha minacciato
      Mettergli da vivi
      Anche nella fondazione!
      I grandi maestri,
      Operai e muratori
      Lavorando in agitazione,
      Lavoravano con tremore
      Lungo giorno d’estate
      Dall’alba fino a sera;
      E Manoli stava in piedi
      La cosa non funzionava più,
      Ma lui s’addormento
      E un sogno, sognò
      Poi si svegliava
      E tale parlava:
      – Nove grandi maestri,
      Operai e muratori,
      Sapete cosa ho sognato
      Dal momento che ho dormito?
      Un sussurro dal alto
      Sempre mi ha detto
      Che qualsiasi cosa facciamo,
      La notte sarà spazzata
      Fin quando decidiamo
      Nella parete a murare
      La prima moglie,
      La prima sorella
      Che comparirà
      Domani all’alba,
      Portando cibo
      Al marito o al fratello.
      Quindi, se volete
      Per impresa
      Del Santo monastero
      Per la memoria,
      Poniamo noi tutti
      Con una congiura
      E un legame
      Tenerlo un mistero;
      A noi tutti una moglie
      Qualsiasi sorella
      Domani all’alba
      In primo luogo arriverà,
      Su di essa un sacrificio sarà,
      Nel muro sarà murata!
      Ecco, nell’alba,
      Manea si svegliò
      Poi salendo
      Sul canniccio,
      E soprattutto sui ponteggi,
      E nel campo guardò,
      Cercando la strada.
      Quando, ahimè! Che poteva vedere?
      Chi veniva?
      Sua moglie
      Fiore del campo di girasole!
      Lei era vicino
      E li ha portato
      Pranzo per mangiare,
      Vino per bere.
      Come poteva vedere,
      Il suo cuore saltò,
      In ginocchia lui cado
      Piangendo e dicendo:
      – Oh, Signore, da al mondo
      Una schiuma pesante,
      Per rendere i flussi,
      Per scorrere ruscelli,
      Le acque aumenti
      La mia donna fermala
      La giù nella valle
      Ritornala sulla strada!
      Il Signore aveva pietà,
      La preghiera ascoltava,
      Le nuvole si riunivano
      Il cielo s’oscurava.
      E improvvisamente scorreva
      Spumeggiante pioggia
      Che fa insenature
      E gonfia i corsi d’acqua.
      Ma come caduta
      La donna non s’arrende,
      Ma lei continuava
      E s’avvicino.
      Manea mi la vedeva,
      Il suo cuore piangeva
      E ancora si chinava,
      E mentre pregava:
      – Soffia, Signore, un vento
      Soffia sulla terra,
      Pini a saccheggiare,
      Sicomori piegare,
      Monti a rovesciare,
      La mia donna ritornare
      Lasciala sul viale,
      Portala a valle!
      Il Signore pietà fecce,
      La sua richiesta ascoltò
      E il vento soffiava,
      Un vento sulla terra,
      Sicomori piegava,
      Pini spogliava,
      Monti rovesciava,
      Però Ana
      Nessuno ritornava!
      Lei veniva sempre,
      Sulla strada esitò
      E s’avvicinava
      E, ahi amaro,
      Che qui arrivava!
      I grandi maestri,
      Operai e muratori
      Più gioivano
      Se la vedevano,
      E Manea turbava
      La donna bacio,
      In braccia la prendeva,
      Su un ponteggio salirono,
      La mise sul muro
      E scherzando le diceva:
      – Aspetta, mia fierezza,
      Non ti preoccupare,
      Vogliamo scherzare
      E te immurare!
      Ana si fida
      Allegra rideva.
      E Manea sospiro
      E afferero
      Muro costruire,
      Il sogno compiere.
      Il muro saliva
      E la includeva
      Fino alle caviglie,
      Fino ai polpacci.
      E lei, purtroppo per lei,
      Nemmeno rideva,
      Ma sempre diceva:
      – Manoli Manoli,
      Mastro Manoli!
      Giunga tuo scherzare,
      Non va bene, tesoro.
      Manoli Manoli,
      Mastro Manoli!
      Muro fa male mi stringe,
      Corpo mi rompe!
      E Manea silenzioso
      E sempre lui costruiva;
      E la includeva
      Fino alle caviglie,
      Fino ai polpacci,
      Fino alle costole,
      Fino al petto.
      Ma lei, ahimè,
      A piangere sempre
      E sempre diceva:
      – Manoli Manoli,
      Mastro Manoli!
      Muro fa male mi stringe,
      Petto mi piange,
      Bambino mi rompe!
      Manoli turbava
      E sempre lavorava.
      Muro saliva
      E la includeva
      Fino alle costole,
      Fino al petto,
      Fino alle labbra,
      Fino agli occhi,
      Che, ahimè,
      Non più si vedeva,
      Ma si udiva
      Dal muro che ha detto:
      – Manoli Manoli,
      Mastro Manoli!
      Muro fa male mi stringe,
      La mia vita si spegne!
      Su Arges in giù,
      Su una bella spiaggia
      Negru Voda arrivava
      Per adorazione
      Al monastero
      Pareti torreggianti,
      Monastero alto,
      Come affatto ci fu un altro.
      Il Signore guardava
      E gioiva
      E così parlò:
      – Voi, mastri muratori,
      Dieci grandi maestri,
      Ditemi la legge,
      Con la mano sul petto
      Se avete la maestranza
      Per fare a me
      un altro monastero
      Per la memoria,
      Molto più luminoso
      E più bello?
      E quei grandi maestri,
      Operai e muratori,
      Come sedevano sul truciolato,
      Sul tetto,
      Gioiosi pavoneggiavano
      E poi rispondevano:
      – Come noi grandi maestri,
      Operai e muratori,
      O che gli altri sono
      Su questa terra!
      È che noi sappiamo
      Sempre costruire
      Un altro monastero
      Per la memoria,
      Molto più luminoso
      E più bello!
      Il Signore gli ascoltava
      E in pensiero stava,
      Poi ha ordinato
      Ponteggi rovinato,
      Senza scale lasciarli,
      E quelli muratori,
      Dieci grandi maestri,
      Ha permesso di lasciarli,
      A marcire
      Li, sul truciolato,
      Sopra, sul tetto.
      Gli mastri pensavano
      E hanno fatto per loro
      Ali volanti
      D’asticelle leggere.
      Poi le hanno allungato
      Saltando in aria,
      Ma invece cadere
      E dove picche,
      Corpo si spacco.
      E il povero Manoli
      Mastro Manoli
      Quando provo
      A buttarsi,
      Qui che senti
      Dal muro terminato
      Una voce trasudata,
      Una voce amata,
      Che difficile lamentava
      E sempre diceva:
      – Manoli, Manoli,
      Mastro Manoli!
      Muro fa male mi stringe,
      Il petto mi piange,
      Bambino mi rompe,
      La mia vita si spegne!
      Come poteva sentire,
      Manea è stato perso,
      I suoi occhi si coprivano;
      Il mondo si frastornava,
      Le nuvole giravano
      E da là su dal truciolato,
      Da sopra tetto,
      Povero cadeva morto!
      E dove cadeva
      Che altro stava facendo?
      Una fontana liscia
      Con un po’ d’acqua,
      Con acqua salata
      Con lacrime bagnata!
      I grandi poeti scrivono anche delle tragedie umane ma non per mettersi in mostra, solo per testimoniare l’accaduto. Cosa un po’ differente da quello che, ahimè, delle volte si legge.

      Un caro saluto a tutti voi dell’Ombra, sperando in un futuro ferragosto senza tragedie. Grazie.

  7. gino rago

    Saggezza, prudenza, sapienza, i tre pilastri – che mai crolleranno, né sotto i colpi del tempo, né sotto l’azione del salmastro – che sostengono queste meditazioni di verità di Costantina Donatella Giancaspero.
    GR

  8. gino rago

    Tutta la potenza e la profondità dell’Io per liberare l’io da sé stesso, forza visionaria al massimo grado, emorragia di immagini-sensazioni, liquida emotività ed energia di trasfigurazione in Dino Campana di Genova.
    (Gino Rago)

    Dino Campana
    GENOVA

    Poi che la nube si fermò nei cieli
    Lontano sulla tacita infinita
    Marina chiusa nei lontani veli,
    E ritornava l’anima partita
    Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
    mente illustrato del giardino il verde
    Sogno nell’apparenza sovrumana
    De le corrusche sue statue superbe:
    E udìi canto udìi voce di poeti
    Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
    Benigne un primo oblìo parvero ai proni
    Umani ancor largire: dai segreti
    Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
    Bianco nell’aria: innumeri dal mare
    Parvero i bianchi sogni dei mattini
    Lontano dileguando incatenare
    Come un ignoto turbine di suono.
    Tra le vele di spuma udivo il suono.
    Pieno era il sole di Maggio.

    *

    Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna
    cinerea
    Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
    Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
    Come le cateratte del Niagara
    Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al
    mare:
    Genova canta il tuo canto!

    *
    Entro una grotta di porcellana
    Sorbendo caffè
    Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
    Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
    Frutti di mare con rauche grida cadenti
    Su la bilancia immota:
    Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
    Su per l’erta tumultuante
    Verso la porta disserrata
    Contro l’azzurro serale,
    Fantastica di trofei
    Mitici tra torri nude al sereno,
    A te aggrappata d’intorno
    La febbre de la vita
    Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
    Instornellato de le prostitute
    E dal fondo il vento del mar senza posa.

    *

    Per i vichi marini nell’ambigua
    Sera cacciava il vento tra i fanali
    Preludii dal groviglio delle navi:
    I palazzi marini avevan bianchi
    Arabeschi nell’ombra illanguidita
    Ed andavamo io e la sera ambigua:
    Ed io gli occhi alzavo su ai mille
    E mille e mille occhi benevoli
    Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
    Quando,
    Melodiosamente
    D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
    Grazia
    Come dalla vicenda infaticabile
    De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
    Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
    Dentro il vico chè rosse in alto sale
    Marino l’ali rosse dei fanali
    Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
    Che nel vico marino, in alto sale
    Che bianca e lieve e querula salì!
    «Come nell’ali rosse dei fanali
    Bianca e rossa nell’ombra del fanale
    Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
    Ora di già nel rosso del fanale
    Era già l’ombra faticosamente
    Bianca. . . . . . . .
    Bianca quando nel rosso del fanale
    Bianca lontana faticosamente
    L’eco attonita rise un irreale
    Riso: e che l’eco faticosamente
    E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
    Di già tutto d’intorno
    Lucea la sera ambigua:
    Battevano i fanali
    Il palpito nell’ombra.
    Rumori lontano franavano
    Dentro silenzii solenni
    Chiedendo: se dal mare
    Il riso non saliva. . .
    Chiedendo se l’udiva
    Infaticabilmente
    La sera: a la vicenda
    Di nuvole là in alto
    Dentro del cielo stellare.

    *

    Al porto il battello si posa
    Nel crepuscolo che brilla
    Negli alberi quieti di frutti di luce,
    Nel paesaggio mitico
    Di navi nel seno dell’infinito
    Ne la sera
    Calida di felicità, lucente
    In un grande in un grande velario
    Di diamanti disteso sul crepuscolo,
    In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
    Il battello si scarica
    Ininterrottamente cigolante,
    Instancabilmente introna
    E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
    Corrono i fanciulli e gridano
    Con gridi di felicità.
    Già a frotte s’avventurano
    I viaggiatori alla città tonante
    Che stende le sue piazze e le sue vie:
    La grande luce mediterranea
    S’è fusa in pietra di cenere:
    Pei vichi antichi e profondi
    Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
    Velario d’oro di felicità
    È il cielo ove il sole ricchissimo
    Lasciò le sue spoglie preziose
    E la Città comprende
    E s’accende
    E la fiamma titilla ed assorbe
    I resti magnificenti del sole,
    E intesse un sudario d’oblio
    Divino per gli uomini stanchi.
    Perdute nel crepuscolo tonante
    Ombre di viaggiatori
    Vanno per la Superba
    Terribili e grotteschi come i ciechi.
    Vasto, dentro un odor tenue vanito
    Di catrame, vegliato da le lune
    Elettriche, sul mare appena vivo
    Il vasto porto si addorme.
    S’alza la nube delle ciminiere
    Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
    Dei cordami s’addorme: e che la forza
    Dorme, dorme che culla la tristezza
    Inconscia de le cose che saranno
    E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
    Affaticato e si sente
    La nube che si forma dal vomito silente.

    *

    O Siciliana proterva opulente matrona
    A le finestre ventose del vico marinaro
    Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
    Classica mediterranea femina dei porti:
    Pei grigi rosei della città di ardesia
    Sonavano i clamori vespertini
    E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
    Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
    Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
    Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
    Ch’era la notte fonda.
    Mentre tu siciliana, dai cavi
    Vetri in un torto giuoco
    L’ombra cava e la luce vacillante
    O siciliana, ai capezzoli
    L’ombra rinchiusa tu eri
    La Piovra de le notti mediterranee.
    Cigolava cigolava cigolava di catene
    La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
    E dentro il cavo de la notte serena
    E nelle braccia di ferro
    Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
    La finestra avevi spenta:
    Nuda mistica in alto cava
    Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

    ——————————
    gr

  9. Guido Galdini

    Un altro doveroso omaggio a Genova (tra l’altro il suo autore è già presente in un commento di questo articolo).
    Buon ascolto.

  10. gino rago

    Gino Rago- breve commento
    Un piccolo mito della libera sensualità, d’una sensualità piena di gioia. La donna abbronzata, snella, reca in sé, e lo porta nel suo passo, tutto il profumo di Genova.

    Con la donna genovese, costruita come mito nella sua personalissima mitologia, Dino Campana immagina un rapporto d’amore diverso dall’amore consueto, un amore, (che il poeta chiude in questa poesia breve in numerosi endecasillabi), nel quale il mondo stesso nelle mani di questa divinità di mare è in grado di farsi più a misura d’uomo e più leggero…

    L’aggettivazione enfatizzante di Campana,, sia in Genova sia in Donna Genovese, non ha nulla da spartire con l’aggettivazione ipertrofica a servizio dell’io narcisistico di tanta poesia nostrana contemporanea…

    Con Giorgio Linguaglossa e con l’acuta e colta Redazione de L’Ombra delle Parole, Mario Gabriele, Costantina Donatella Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi in testa, siamo d’accordo: la poesia moderna del Novecento poetico italiano comincia con Campana-Sbarbaro-Rebora, mentre Carducci-Pascoli-D’Annunzio chiudono l’Ottocento poetico dell’Italia giolittian-sabauda.
    (gino rago)

    Dino Campana
    DONNA GENOVESE

    Tu mi portasti un po’ d’alga marina
    Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
    Che è corso di lontano e giunge grave
    D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
    -Oh la divina
    Semplicità delle tue forme snelle-
    Non amore non spasimo, un fantasma,
    Un’ombra della necessità che vaga
    Serena e ineluttabile per l’anima
    E la discioglie in gioia, in incanto serena
    Perchè per l’infinito lo scirocco
    Se la possa portare.
    Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

    —————————————–
    gr

  11. Nelle mie sprovvedute analisi, Dino Campana appare come più romantico di Leopardi e più realistico dei romantici. Quindi di un arco di tempo smisurato, che oltrepassa un secolo. Non posso non ricordare qui l’ineguagliata interpretazione che ne fece Carmelo Bene, proprio della poesia “Genova”, come non posso non pensare ai poeti che negli anni ’80 scrissero versi immaginando che C. Bene li potesse interpretare. Scritti per quella sua voce. Errore madornale ma comprensibile.

  12. gino rago

    Estraggo dal mio archivio personale, dalle mie carte segrete, questo brandello che è parte direi di esordio del magistrale e-book realizzato dalle alunne del Liceo Classico ‘V. Alfieri’ di Asti, sotto la guida illuminata di Rossana Levati, sulla poesia italiana contemporanea.
    Ho deciso, vincendo non poche resistenze mentali, di condividerlo con tutti/tutte Voi de L’Ombra delle Parole. Una confessione:
    le mie 2 poesie antologizzate nella prima parte dell’e-book sono state commentate da Noemi Papa, alunna che non conosco né prima conoscevo.
    La mia ammirazione, sicché, si almeno raddoppia; e se considero che Noemi è studentessa di IV Liceo, dunque in fondo una adolescente, la sua capacità
    di interpretazione dei miei versi è ancora più sorprendente. Sono i miracoli che la Scuola può rivelare come inattese epifanie quando a guidare i nostri giovani sono competenza e sapienza, cultura e passione di fare le cose, come quelle di Rossana Levati, professoressa del Liceo Classico “Alfieri” di Asti, i cui interventi critici su L’Ombra ci hanno ampliato gli orizzonti di gusto e di conoscenza, illimpidendo versi, meditazioni,ricerca estetica.
    Gino Rago

    Dall’e-book del Liceo Classico ‘Vittorio Alfieri’ di Asti realizzato da Rossana Levati nel giugno 2018 con le Sue Alunne.

    PREFAZIONE
    Questo lavoro nasce come piccolo percorso di approfondimento, nel corso dell’anno scolastico 2017/2018.
    Durante l’ora settimanale di Materie Opzionali, un gruppo di alunne del quarto e quinto anno del Liceo Classico “V. Alfieri” di Asti ha seguito un corso sulla poesia contemporanea.

    Una vera sfida, sia per l’esiguità del tempo a disposizione, sia per la difficoltà di selezionare testi ed autori cercando in qualche modo di scegliere i percorsi più rappresentativi della poesia contemporanea, sia per la difficoltà generale di un percorso cognitivo ancora in costruzione: le alunne infatti hanno seguito le lezioni sulla poesia contemporanea senza aver acquisito già una conoscenza sulla poesia del primo Novecento, per ragioni legate al curricolo scolastico e ai tempi di svolgimento del programma di letteratura italiana.
    Questo è stato per altro anche un vantaggio, perchè ha consentito alle alunne di affrontare le spiegazioni e le letture degli autori in totale libertà, senza aver già formulato giudizi di valore o disvalore sui testi presentati.

    Il metodo seguito è consistito in una prima fase di lettura e presentazione del contesto storico, dei temi e degli autori principali della poesia contemporanea, che fossero rappresentativi di diverse tendenze e istanze artistiche che vanno dalla espressione individuale all’esigenza più articolata di proporre un rinnovamento della poesia italiana; a questa prima fase ne è seguita un’altra di rielaborazione autonoma da parte delle alunne di alcuni dei testi presentati, scelti liberamente secondo il proprio gusto, talora anche proposti spontaneamente e aggiunti rispetto alla prima selezione di testi proposta e analizzata in classe.

    Abbiamo deciso di inserire gli autori e i testi in alcuni “capitoli” dedicati all’ispirazione artistica, al linguaggio, alla presenza o assenza dell'”io poetico”, ai luoghi caratteristici e ricorrenti nella poesia, a particolari temi rappresentativi del nostro tempo come l’indagine su Dio o la riflessione sul mondo.

    In ogni capitolo abbiamo inserito un’epigrafe di un poeta europeo contemporaneo, per cogliere meglio la relazione tra la poesia italiana, oggetto della nostra indagine, e la poesia europea alla quale i vari autori italiani hanno fatto riferimento, contribuendo con la loro opera ad esprimere nella nostra lingua gli orientamenti, le problematiche e gli esiti della migliore poesia europea, di cui tutti hanno condiviso le istanze, le angosce, le difficoltà lessicali in un mondo sempre più uniformato e soggetto alla omologazione culturale.

    Il nostro punto di partenza è stata la raccolta “Satura” di Montale del 1970: in essa abbiamo riconosciuto l’origine di un percorso culturale decisivo nella cultura italiana, sia per la presenza di un linguaggio non aulico, anzi borghese ed anche eccessivamente intellettualistico, sempre a metà quindi tra due istanze opposte, di avvicinamento al pubblico e di involuzione e specializzazione del linguaggio, sia per la presenza evidente di tematiche di riflessione sul mondo contemporaneo e sugli aspetti della trasformazione dell’individuo e della società che ne sono specifici: ci è sembrato che da “Satura” in poi tutto il panorama poetico italiano fosse cambiato e ne fosse stato, nel bene o nel male, condizionato, anche e soprattutto dove per reazione a “Satura” alcuni autori contemporanei hanno orientato la propria poesia.

    In copertina: Giorgio de Chirico, Le Muse inquietanti (1916-1918)

    MUSE, PAROLE, ISPIRAZIONI
    “Quanta forza occorre per sussurrare
    nell’orto degli ulivi malgrado la sorte
    verdetti della storia iniquità umana- tacita notte”
    (Z. Herbert, “Lettera a R. Krynicki”, da “Rapporto della città assediata”)

    In questo capitolo ci proponiamo di presentare come alcuni poeti dal secondo Novecento ad oggi abbiano affrontato la questione dell’ispirazione poetica. Come infatti sia possibile scrivere ancora poesia dopo Auschwitz, in un mondo segnato dalla violenza della guerra e/o dominato dalla legge di mercato che impone l’utile sopra ogni cosa, è questione primaria nella poesia del nostro tempo.

    La Musa non è più sacra, nè intangibile, nè vive al di fuori del tempo e delle condizioni storiche: alcuni poeti hanno infatti recepito l’inadeguatezza dell’ispirazione tradizionale e dichiarato come ad una Musa “abbassata” e demistificata dovesse accompagnarsi un nuovo linguaggio, oltre che una nuova ricerca di immagini da proporre come emblema poetico.

    La riflessione teorica sull’ “ars poetica” tuttavia non è stata così frequentemente presentata o esplicitata nei versi dei poeti italiani: la questione dell’ispirazione e delle sue nuove forme espressive è infatti centrale ma al tempo stesso scomoda e impegnativa; paradossalmente, è stato più facile per alcuni poeti scrivere versi che dare conto del come farlo e con quali immagini o quali parole.

    Proponiamo, nel capitolo introduttivo, tre esempi:
    1- Eugenio Montale, poeta all’origine di questa riflessione sulla degradazione del linguaggio nel mondo odierno e sulla perdita dell’assolutezza
    2- Gino Rago con la sua proposta di parole-frammenti o “stracci”, residui di un mondo privato della sua unità
    3- Pier Luigi Cappello, con la sua poesia eternamente sospesa tra la parola epica e l’agguato del silenzio.

    […]

    LE NUOVE PAROLE: LE PAROLE STRACCI DI G. RAGO
    “Ora, vedendo la morte delle parole, so che non c’è limite alla decomposizione. Di noi resteranno lettere sparse nella terra nera. Accenti sul nulla e sulla polvere”
    (Z. Herbert, “Episodio in biblioteca”, da “Hermes, il cane e la stella”)

    Gino Rago
    Lettera dalla sopravvissuta di Theresienstadt (inedito)

    “Caro Signor Treves, Cara Signora Bauer,
    Vi scrivo dal confine svizzero

    fra Como e Lugano
    perché da questo posto non mi sono più allontanata.

    Qui ho lasciato l’anima
    perché qui fui tradita

    venduta dai «passatori» per poche monete
    Qui mi hanno arrestata.

    L’anno 1944. Era primavera.
    Liberata a Theresienstadt nel 1945,era di maggio
    […]
    Da allora fui per tutti «la sopravvissuta».
    La «scampata» al fumo. Ai forni.

    Fino al 7 del mese di maggio del ’45
    [da Fossoli ad Auschwitz verso l’ultimo campo]

    sono stata meno di un’ombra.
    Sono stata senza Parole. Ero nell’Ombra delle Parole.

    Vissi di Parole che non facevano più ombra.
    Perché mi rivolgo a Voi?

    Perché volete ridare la carne a nuove Parole.
    Perché nuove saranno le parole

    da ciò che l’Armata Rossa trovò nei vagoni,
    nei magazzini, negli hangar,

    la mattina del 24 gennaio del 1945.
    [840.000 capi di abbigliamento femminile. 44.000 paia di scarpe.

    400 arti artificiali. 7 tonnellate di capelli rasati, compresi i miei]
    Montagne di occhiali. Denti. Spazzolini. Giocattoli.

    Cenci di pigiami a strisce con la stella gialla nel fango.
    […]
    Caro Signor Treves, Cara Signora Bauer,
    la «sopravvissuta di Theresienstadt» amò le parole che non riuscì a dire.

    Ditele voi ora per lei. Pronunciatele voi nella nuova poesia
    quelle parole di cenci nel fango

    [pigiami con la stella gialla, mutande, bretelle, pizzi, giocattoli].
    […]
    Versi nuovi da quegli stracci che ospitarono uomini
    un tempo furono anch’essi “uomini vivi”

    Commento di Noemi Papa, classe IV B

    Questo componimento è immaginato e presentato dal poeta in forma epistolare, come una lettera di una donna sopravvissuta del campo di concentramento di Theresienstadt. Nel corso della poesia l’autore più volte cita nomi di poeti e persone tipicamente ebraici, che sembrano appunto i destinatari cui la lettera è rivolta.

    La sopravvissuta venne tradita da dei passatori svizzeri, che in cambio di soldi, la denunciarono e consegnarono ai servizi segreti nazisti. Anche dopo la liberazione, la donna non è più capace di trovare parole per esprimere l’accaduto, proprio come il poeta moderno.

    L’elenco di oggetti “abbandonati”, trovati dall’Armata Rossa, allude agli esseri umani cui appartenevano, esattamente come le persone internate nei campi nazisti venivano abbandonate a sé stesse e costrette a vivere nell’estremo degrado.

    Rago sceglie l’utilizzo di parole “crude” e impoetiche per spiegare come le persone venivano ridotte a cenci, stracci. Nel medesimo modo in poesia devono essere utilizzate parole “cenci, stracci” perché determinate situazioni non possono essere cantate e celebrate con le parole tradizionali, della vecchia poesia di un mondo che non aveva conosciuto queste stragi terribili.

    I nazisti, spogliando le persone dei propri vestiti, dei loro averi, dei loro effetti personali, le hanno spogliate delle loro parole, delle loro espressioni, le hanno private del proprio essere, della propria identità.

    Dal momento che rimangono solamente questi “stracci” (riferito agli oggetti, alle persone, ai ricordi), è necessario ripartire da questi per poter ricominciare ed andare avanti: anche in poesia bisogna inventare un nuovo linguaggio, che è fatto dei resti di quello precedente, sopravvissuto a un mondo che amava la retorica e le belle parole; nel finale, è proprio la sopravvissuta (senza nome) che assegna una missione agli uomini di oggi: “ditele ora voi per lei” è l’invito a riprendere le parole che lei non ha potuto dire e pronunciarle al posto suo, con l’augurio che dagli stracci della sua vita possano nascere “versi nuovi”.

    Gino Rago, 16 Ottobre 1943 (inedito)

    16 ottobre 1943. Al Ghetto si scatena la caccia agli Ebrei.
    1024 anime nella catastrofe. Senza strepiti. Senza perché.

    In tanti non trovano il tempo neanche di cominciare a vivere.
    Tornano in sedici dall’inferno dei forni.

    15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
    Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.

    Non odono da tempo voci umane.
    Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.

    Dentro le svastiche. Negli stivali sempre luccicanti.
    Non dimenticano i fili di fumo che tagliano il cielo.
    […]
    I migliori colori (Lefranc. Oxford. Taalens. Schminke).
    I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.

    Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi sbiaditi.
    Un mondo muore quel giorno con loro.

    Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
    Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.

    La memoria umiliata. L’identità derisa.
    La spoliazione. La musica forzata sulla fossa.

    Lo strazio delle separazioni. La babele di lingue.
    (…)
    Lasciano alla ruggine dei fili spinati con la corrente brandelli di carne.
    Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.

    Segatura impastata con colla di pesce. Stoppa. Smalti. Vernici.
    Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.

    Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.
    I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.
    […]
    I materiali poveri della disperazione. Il disastro di un popolo
    disastrosamente ingenuo di fronte ai fatti grandi.

    Riparte da qui la Poesia. Da nuove parole di resti di stoffa.
    Questi versi di scampoli e stracci sono i grumi di quel sangue.

    Su queste parole-cenci già piovono i fiori dai ciliegi.

    Commento di Noemi Papa, classe IV B

    Il 16 ottobre del 1943 è la data in cui tutti gli ebrei del ghetto di Roma vennero arrestati dai nazisti e deportati nei vari campi di concentramento e sterminio. Delle mille persone arrestate solo sedici furono i sopravvissuti, dei quali una sola donna.

    Costoro non parlano, sono senza parole, molti sopravvissuti proveranno per tutta la vita un terribile senso di colpa nei confronti delle vittime, per non essere morti con i loro compagni, e molti porranno fine a tali sofferenze suicidandosi.

    Per loro le scene di vita quotidiana descritte nella seconda strofa rappresentano il mondo della normalità perduta, ciò che all’interno del campo ricordavano ogni giorno della loro vita passata. Le case del ghetto prima del 16 ottobre erano decorate e curate, mentre dopo l’arresto vennero depredate e spogliate di ogni avere, private di ciò che apparteneva ai proprietari, proprio come accadde alle persone e come il poeta esprime nei suoi versi: “Le cose dell’io frantumato.

    La coscienza calpestata. L’identità derisa.”. Anche “la babele di lingue” colpisce il lettore perchè l’espressione vuole indicare il caos della violenza e della incomunicabilità dei campi di concentramento, dove confluivano da tutta Europa deportati di nazionalità diverse, che si è sostituito all’ordine della vita normale; “Babele” è poi il luogo simbolo del caos e del disordine morale dell’uomo che ha perduto e tradito il messaggio di Dio.

    Anche questa poesia è un esempio di un nuovo tipo di linguaggio, che fa dell’elenco di ciò che è rimasto e ciò che è sopravvissuto il punto di partenza per una nuova poesia concreta: al mondo degradato corrisponde un linguaggio degradato e quando nel mondo di oggi si cerca di fare poesia bisogna ripartire da lì, dalle parole spezzate e lacerate come le persone, per tentare ancora la strada di una nuova arte.

    Il poeta chiama le sue parole appunto “parole-cenci”, facendone il parallelo delle persone calpestate, ridotte a cenci e “brandelli di carne” dalle sofferenze e dalle ingiustizie della Storia.
    ———————————————————————-
    Grazie a Rossana Levati, grazie a Noemi Papa.

    Gino Rago

  13. “Su queste parole-cenci già piovono i fiori dai ciliegi”.

    I quali fiori sarebbero, nel triste contesto, la novità. Il nuovo non è dato dal sopravvivere di qualcosa, forse è veramente nuovo ciò che si sarebbe potuto fare se la storia lo avesse impedito; perché, penso, il nuovo non è esente da continuità. Di cenci e stracci è fatta anche gran parte della cultura televisiva e massmediatica; la quale non avrebbe più la caratteristica di essere esclusiva ma, all’opposto, si presenta come forzatamente inclusiva…

  14. Fine della linearità sintattica e della linearità temporale in poesia

    Scrive Carlo Rovelli:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/15/la-storicita-debole-nella-quale-oggi-ci-troviamo-poesie-e-commenti-di-maria-rosaria-madonna-giuseppe-talia-mauro-pierno-guido-galdini-gino-rago-giorgio-linguaglossa-fritz-hetrz-francesca-dono/comment-page-1/#comment-37206
    «I campi si manifestano in forma granulare: particelle elementari, fotoni e quanti di gravità, ovvero, “quanti di spazio”. Questi grani elementari non vivono immersi nello spazio: formano essi stessi lo spazio. Meglio: la spazialità del mondo è la rete delle loro interazioni.La spazialità del mondo è la rete delle loro interazioni. Non vivono nel tempo: interagiscono incessantemente gli uni con gli altri, anzi esistono solo in quanto termini di incessanti interazioni; e questo interagire è l’accadere del mondo: è la forma minima elementare del tempo, che non è né orientata, né organizzata in una linea, né in una geometria curva e liscia come quelle studiate da Einstein. È un interagire reciproco dove i quanti si attualizzano nell’atto stesso di interagire rispetto a ciò con cui interagiscono.
    La dinamica di queste interazioni è probabilistica. le probabilità che qualcosa accada – dato l’accadere di qualcos’altro – sono in linea di principio calcolabili con le equazioni della teoria».1]

    Uno degli assunti su cui si basa la nuova ontologia estetica è appunto la questione dello spazio e del tempo. La fisica contemporanea ha prodotto un nuovo concetto di spazio e di tempo. Si è chiusa l’idea di uno spazio contenitore e di un tempo contenitore dei puntini dell’esistenza, spazio e tempo sono creati dalla loro interazione reciproca, non esistevano prima della loro interazione e non esisteranno neanche dopo la loro interazione, è soltanto l’interazione reciproca che crea lo spazio e il tempo…

    Certe categorie retoriche come quella della linearità sintattica che segue il modello della linearità temporale, è saltata. Nella NOE non si dà più una linearità nell’esposizione dello spazio e del tempo. Se leggiamo una poesia di un autore NOE ci accorgiamo che passato e presente, personaggi e locuzioni di cose del presente e del passato remoto sono mixati senza alcun riguardo della verosimiglianza mimetica rispetto al «reale», qui il «reale», ovvero lo spazio e il tempo, è prodotto dalla interazione tra passato e presente, tra locuzioni del presente e del passato. Leggiamo l’inizio della poesia postata sopra di Giuseppe Talia:

    Caro Germanico, bisogna sistemare Caproni
    Spargere le ceneri di Gramsci nell’aria Satura

    Sotto il pitosforo nano del belletto minimal-chic
    Dove non cresce oramai che il trifoglio di Malvoglio.

    Tu sai, Germanico, quanto i Fortini della politica
    Discendenti di Ascanio, dalla Suburra abbiano

    Tratto giovamento fin dal regno di Numa Pompilio.
    Quanto il “finger food” e lo “street food” siano degni

    Del castrato in salsa di cipolla e tortelli di piccione.
    Bisogna sistemare Caproni, rileggere il sessanta

    E il settanta, capire perché sia fallita l’osteria familistica
    I buoni contorni una volta saltati in padella di ghisa

    Per l’odierna smania nervosa verso l’antiaderente.

    «Germanico» sta qui per il sottoscritto in quanto in una mia precedente poesia mi ero dato questo appellativo ed ero entrato in contatto con un tal «Tallia» (nome che avevo dato all’amico poeta Giuseppe Talia nel nostro scambio di poesie in forma di lettera). Ecco, se continuiamo la lettura ci accorgiamo che «Germanico» è messo assieme a «Caproni» (il noto poeta di secondo novecento) ed insieme interagiscono come se fossero due personaggi reali ed entrano in contatto-conflitto con «le ceneri di Gramsci» (titolo arcinoto di una raccolta di Pasolini) e quest’ultimo entra in rotta di incontro collisione semantica con un’altra opera capitale della poesia del novecento: «Satura», e viene nominato anche un certo «Malvoglio», distorsione di «Malvolio», personaggio shakesperiano ripreso da Montale per stigmatizzare in senso offensivo e derisorio la persona di Pasolini con il quale era caduto in alterco a seguito di una recensione negativa delo stesso Pasolini a Satura di Montale. E poi di seguito «Germanico» viene associato ad un altro poeta del secondo novecento, «Fortini»… Talia tratta i personaggi in questione come tessere vuote di un mosaico anch’esso vuoto, vuoto di significato, gioco inoffensivo in quanto anche l’ironia e il paradosso giocano a favore del «reale» contundente della «realtà», e la poesia viene ridotta a gioco inoffensivo e gratuito, prodotto di allegria di un nubifragio che, in verità, non avviene, che è sempre posticipato, prorogato non si sa da quale governo Lega-5Stelle in azione morigerata. Cosicché, il dramma finisce in commedia, la commedia dell’impotenza della forma-poesia a reggere l’urto del «reale».

    1] C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017, p. 108

    • Sempre Carlo Rovelli scrive:

      «il mondo è come un insieme di punti di vista in relazione gli uni con gli altri, “il mondo visto dal di fuori” è un non senso, perché non c’è un “fuori” dal mondo […]
      Questo è il mondo con cui cerco quotidianamente di fare i conti, nei due sensi dell’espressione. È un mondo inusuale, ma non un mondo senza senso […]
      In una teoria di questo genere, spazio e tempo non sono più i contenitori o forme generali del mondo. Sono approssimazioni di una dinamica quantistica che di per sé non conosce né spazio né tempo. Solo eventi e relazioni- È il mondo senza tempo della fisica elementare».

      Per il mondo della psiche, nel mondo dell’inconscio non si dà uno spazio e un tempo come li conosciamo nella organizzazione della nostra vita quotidiana, durante la nostra vita di relazione, cosciente. Alla realtà dell’inconscio noi possiamo accedervi soltanto tramite la mediazione di un linguaggio non più strutturato secondo la linearità sintattica temporalmente unidirezionale, adottare quella linearità sintattica sarebbe già tradire in partenza il mondo dell’inconscio. La poesia è lo strumento, insieme all’arte figurativa e alla musica, con il quale noi possiamo accedervi più agevolmente, a patto però che mettiamo da parte tutte le nozioni della retorica così come le abbiamo apprese a scuola. Semplicemente, dobbiamo ripensarle all’interno di un pensiero poetico non più lineare e temporalmente direzionato. Dobbiamo pensarle all’interno di un pensiero poetico che di per sé non riconosce alcuna priorità dello spazio e del tempo. O meglio, dove non vige la linearità temporalmente direzionata, dove lo spazio e il tempo sono gli eventi che si determinano, sono la forma psichica che assumono gli eventi.

  15. “Parlando della poesia e dei poeti venuti dopo Composita solvantur di Fortini (1994) ho fatto dei nomi di autori delle generazioni seguenti e li ho definiti come coloro che hanno «minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione. Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento. Ecco, io credo di averlo già spiegato. Cercherò di ripetermi, questo è un punto fondamentale per poter afferrare il concetto secondo cui tutta la poesia che è venuta dopo l’ultima opera di Fortini è in qualche modo «minore», minore in quanto non più saldata nella tradizione del novecento. È questo il punto.” (Giorgio Linguaglossa)

    Gentile Giorgio Linguaglossa,
    sebbene lei abbia glissato sul mio commento critico (qui: https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/permalink/2174782372773256/) e vi accenni ora parzialmente senza nominarmi («Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento»), voglio ancora intervenire sul tema Fortini, da lei trattato qui: https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/05/franco-fortini-1917-1994-lultimo-poeta-storico-del-novecento-analisi-di-una-sezione-di-composita-solvantur-sette-canzonette-1994-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-lettura-nostalgico-utop/.

    Sarà anche vero che molti giovani o giovanissimi abbiano oggi ««minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione». Non credo però che ciò possa dirsi per me, per lei e molti collaboratori de L’Ombra. Forse rispetto a Fortini, Pasolini, Sereni o a tanti altri, anche noi – oggi sessantenni-settantenni venuti dopo di loro – abbiamo tutti «minore consapevolezza storica», ma quella acquisita è stata sufficiente per *scegliere* sia nel corso della seconda metà del Novecento che in questi primi decenni del XXI secolo. Ed, infatti, abbiamo scelto.

    Io vorrei soltanto insistere sul fatto che, pur in un contesto storico molto mutato, le *scelte* correnti (di poeti, critici, letterati, ecc.) dipendono ancora in buona parte dalle *tradizioni*, comunque contrapposte del Novecento, malgrado i si dice sulla possibilità di essere «né di destra né di sinistra» , le effettive e non trascurabili «zone grige», sempre presenti anche nei momenti storici di altissima conflittualità, e le pretese di «andare oltre, oltre il novecento».

    No, la “saldatura” in un certo senso con le tradizioni (non *la* tradizione) del Novecento c’è ancora. Ed, infatti, la vostra «nuova ontologia estetica», pur pretendendo di essere « un momento di ripresa di consapevolezza, una ripresa «forte»» e pur cogliendo la discontinuità con il passato (rilevante o totale? questo è un punto dubbio e rimasto in sospeso, malgrado l’intenso dibattito su modernità, postmodernità o ipermodernità, condotto in anni recenti da Ceserani, Luperini, Donnarumma…), è, a conti fatti, ben ancorata alla tradizione filosofica heideggeriana, che si è imposta anche in Italia a partire dagli anni Ottanta. Molti di voi o hanno sostituito Heidegger con Marx (se prima un po’ di marxismo l’avevano masticato tra gli anni Sessanta e Settanta) o hanno continuato ad “abitare” il linguaggio heideggeriano (basta vedere la frequenza di certi riferimenti: Vattimo ad esempio…) avvolti dalla nascita (culturale) nelle sue “ombre”.

    È, dunque, solo in base a questa vostra *scelta* (spero consapevole) a favore del filosofo autodefinitosi «post-metafisico» ma ben piantato nei conflitti del Novecento e dalla parte nazista, come dimostrano le nuove ricerche sulla sua opera e in particolare sui suoi «quaderni neri» (https://www.ibs.it/heidegger-ebrei-quaderni-neri-libro-donatella-di-cesare/e/9788833927367?gclid=EAIaIQobChMIjMD7gszu3AIVBEPTCh2YCADvEAAYASAAEgK0T_D_BwE) ) che si possono sentire i classici dell’Ottocento e del Novecento «sempre più lontani, estranei». O collocare genericamente, superficialmente ed enfaticamente (sempre secondo me) l’opera di pensatori come Marx (o quella di un Fortini) entro «un relittuario di presenze-assenze, di simulacri, di ordini di valori conchiusi, lontani, inaccessibili, un ordine di valori devalutati, appartenenti ad un passato già passato che è inutile perlustrare, ripercorrere, indagare, che forse è più utile porre tra parentesi, dimenticare».

    Ognuno, dunque, ha fatto le sue scelte. Ed io, senza salire su alcuna cattedra, con quel commento e questa precisazione, mi permetto solo di dare un consiglio: se siete heideggeriani e vi trovate a vostro agio nella «rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza, di una ri-memorazione, di una ripresa, di un ri-pensamento di ciò che è scomparso, sprofondato nella latenza… nella forma del frammento, di uno specchio vuoto che riflette un altro specchio vuoto, di un vuoto contenuto in un altro vuoto», lasciate perdere Fortini (e, tra l’altro, anche Alfonso Beradinelli, che tra i pochi meriti, ha avuto almeno quello di aver sempre preso le distanze da Heidegger e ironizzato sulla “ombrosità” del suo linguaggio). Tutto qua.

    • caro Ennio Abate,

      che ti devo dire, grazie del «consiglio» che ci dai (in verità, non ho capito bene che cosa ci vuoi consigliare, forse di non utilizzare le categorie heideggeriane e di riprendere quelle di Marx?). Che dire?, tu ci metti tutti nel sacco «heideggeriano» (secondo te siamo tutti heideggeriani) e lo getti nel fiume perché ti dichiari marxista ortodosso… io non capisco: dovremmo abbandonare le categorie di Heidegger? Tutte? E per quale motivo? (se è lecito). Poi scrivi: «lasciate perdere Fortini», come dire qualcosa che non vorresti profferire; ma, insomma, i tuoi retropensieri non mi interessano. Andiamo avanti. Tu riprendi una mia categoria: «la rinegoziazione» con il passato, la tradizione, e ci passi sopra con grande leggerezza. Io ritengo di aver fatto un discorso che non si può liquidare con una battuta di spirito, come tu fai. Tu dici di non voler salire «in cattedra» e poi sali sul podio, e da lì ci sciorini «consigli» e investiture: Sì Marx, no Heidegger, sì Fortini, ma non per voi; no Vattimo perché troppo a destra, sì Donnarumma, sì Luperini, sì Ceserani perché più a sinistra, un po’ più ortodossi. Beh, io, caro Ennio, insieme ad alcuni poeti italiani di indubbio valore, a questo giochetto (questo sì, questo no) non posso starci (non ci stiamo), non ci sto, (non ci stiamo) io faccio un discorso serio (facciamo un discorso serio), non battute di spirito, dico delle cose credo importanti quando spiego che la poesia italiana è ferma da cinquanta anni ad una poesia «dell’informazione», ma tu (mi spiace dirtelo) su questa cosa ci passi sopra con una ruspa (mi sembri un pentastellato!), non ti avvedi (non vuoi o forse non sai) delle problematiche importanti che ci sono sotto alcune parolette (ci sono centinaia di post dove abbiamo approfondito le problematiche), ti sfugge completamente il concetto di «rinegoziazione», di «informazione», getti alle ortiche la «nuova ontologia estetica» perché la parola ti fa venire l’orticaria, ti lasci prendere all’amo dalla fobia per gli «heideggeriani» (quali noi siamo?), sei terrorizzato che qualcuno possa dare della poesia di Fortini una lettura che tu non ritieni ortodossa, o meglio che tu ritieni «superficiale» e eretica. Insomma, io il gioco degli aggettivi applicativi, il gioco degli avverbi per liquidare dei ragionamenti, questo gioco lo trovo stucchevole e mi annoia. Tutto qui.

      • Poco gentile Giorgio Linguaglossa,
        la sua replica al mio «consiglio» sembra quella di un buttafuori, tuttavia la ringrazio per avermi finalmente chiamato per nome e cognome. Intervengo un’ultima volta. Per darle modo di correggere (se l’onestà intellettuale ha ancora senso oggi) i suoi troppi travisamenti della mia posizione e aiutare i lettori de L’Ombra a valutare meglio il nocciolo critico di questa nostra polemica.
        Brevemente e schematicamente:

        1.
        «ti dichiari marxista ortodosso».

        No, è lei che mi etichetta così. Pur in una situazione molto cambiata, io non mi disfo della lezione del *marxismo critico* di Fortini, Cases, Adorno ed altri; e ragiono nel solco di pensatori marxisti niente affatto ortodossi che hanno tenuto presente la «crisi del marxismo» (da Rossanda a Revelli, La Grassa, Preve, Negri, Finelli, Kurz, ecc.);
        2.
        «Sì Marx, no Heidegger, sì Fortini, ma non per voi; no Vattimo perché troppo a destra».

        No, non sono così dogmatico come lei mi dipinge. I pensatori non sono intercambiabili o sovrapponibili. È evidente a chiunque che Marx o Fortini non si conciliano con Heidegger o Vattimo; e, anche se volessimo avere un atteggiamento eclettico (mai disprezzabile a priori), bisogna tener conto delle *differenze* tra loro, per non ingurgitare o somministrare ad altri minestroni indigeribili.

        3.
        « sì Donnarumma, sì Luperini, sì Ceserani perché più a sinistra, un po’ più ortodossi».

        No. Ancora una volta l’ortodossia non c’entra con questi critici. Li ho nominati esclusivamente in riferimento al dibattito su modernità, postmodernità, ipermodernità; e per sottolineare la *problematicità* delle loro analisi e conclusioni abbastanza diverse da quelle che lei predica. (Tra l’altro, negli ultimi anni, il modernismo, su cui lei insiste positivamente, l’ha rivalutato lo stesso Luperini).

        4.
        « fobia per gli «heideggeriani».

        Ancora no. È un dato di fatto che nei suoi numerosi interventi su L’Ombra lei si richiama e parafrasa in continuazione (spesso scolasticamente, se posso dirle il mio parere) testi di Heidegger. E non mi pare che aver definito la sua posizione come heideggeriana sia un insulto. Né ho chiesto di « abbandonare le categorie di Heidegger». Ho parlato di *scelte*: «Ognuno, dunque, ha fatto le sue scelte». Le sue, che non mi turbano né demonizzo, mi sento di avversarle; come faccio, quando capita, con vari amici heideggeriani o simpatizzanti di Heidegger; e, del resto, chiarire le distanze con i propri interlocutori, è un atto doveroso e preliminare al confronto. Cosa ha poi da temere dalla mia supposta “fobia”, se tre quarti del mondo accademico e para-accademico hanno promosso o subìto la “rinascita heideggeriana”? Dovrebbe stare tranquillo: è in ottima e fin troppo numerosa compagnia.

        5.
        « sei terrorizzato che qualcuno possa dare della poesia di Fortini una lettura che tu non ritieni ortodossa».

        No. Non sono l’esecutore testamentario di nessuno. Di Fortini mi sono occupato spesso in questi anni, anche insieme ad altri; e i miei interventi su Poliscritture dimostrano a sufficienza che l’ho fatto al di fuori di qualsiasi logica di ortodossia. Dunque, il mio ««lasciate perdere Fortini» era consiglio ironico. Come dire: ma se avete trovato il vostro Nume (Heidegger), non fate finta ogni tanto di occuparvi anche di Fortini, che sta su un’altra sponda. Perché inevitabilmente lei lo *scotomizza* (per usare un parolone anch’io). E questo gliel’ho argomentato ed esemplificato:

        « Fortini non è *mai* autore che si limiti allo *stile* (come fa invece Linguaglossa). «Composita solvatur» non si riduce alle sue «canzonette» [del Golfo] con il loro « tono ironico e lirico» e la «cadenza da ballatetta». Centrale è il monito severissimo e non certo ironicamente postmoderno del «Proteggete le nostre verità». Le quali, inoltre, non riguardano soltanto le verità della poesia. E il messaggio di Fortini non è stato di sicuro indirizzato ai soli poeti. Né ammette – pur nel ripiegamento – la « insopprimibilità dei rapporti di produzione», riconoscimento che s’insinua invece proprio nell’interpretazione forzata (e in tal senso strumentale) di Linguaglossa, troppo desideroso di confermare che « il declino del soggetto «forte» trascina con sé anche la possibilità eventuale che si possa ancora scrivere poesia sulla base di un soggetto «forte». È davvero paradossale che persino il titolo (dialettico) della raccolta (Composita solvantur) venga usato a favore di una interpretazione antimarxista e antifortiniana».

        «Retropensieri»? Nessuno. Semmai un certo fastidio nasce da un *pensiero*, da me espresso e non lasciato in nessun retrobottega, quando vedo che lei tende – appunto – a ridurre Fortini a “precursore” (un po’ cieco) della nuova “alba Noetica” e a confinarlo nel «relittuario» del Novecento.

        6.
        «getti alle ortiche la «nuova ontologia estetica» perché la parola ti fa venire l’orticaria».

        No. Negli ultimi anni ho letto di tanto in tanto alcuni delle « centinaia di post » che L’Ombra ha dedicato alla NOE. Ne avevo anche selezionato e mi ero ripromesso di approfondirne il contenuto per intervenire ed esprimere un mio dissenso ragionato. Non ci sono riuscito. E né le sue reazioni né quelle dei suoi silenti sodali, appena mi affaccio su L’Ombra per commentare, sono incoraggianti. Tengo però a chiarire che, in questa situazione caotica (in poesia e nella vita sociale e politica) a me tutti quelli che navigano a vista anche su gommoni o carrette del mare stanno bene; e che non sono mai intervenuto per dire: “Non salite sull’Arca di NOE”. Le mie riserve, semmai, nascono dal vedere accolte in essa solo alcune limitate specie di “animali poetici”. O dal notare l’ossequio e la lode convenzionale dei commentatori di fronte a qualsiasi brano che lei pubblica. O dal cogliere un certo “spirito di gruppo inter nos”, che si autoalimenta con reciproci incensamenti. E devo dirle che mi lascia di stucco, specie se ripenso alla idiosicrasia per il *fare gruppo* che lei esprimeva ai tempi del Laboratorio Moltinpoesia e della nostra breve e infelice collaborazione. Insomma, depurato il vostro un linguaggio da una terminologia spesso inutilmente oscura e sacralizzante e dalla spocchietta che vi spinge ad autoinvestirvi del titolo di iniziatori della « nuova poesia italiana» o a definire banali tutti gli altri discorsi che oggi si tentano in poesia, anche a voi lunga vita. E buona navigazione nell’ ombra delle parole.

        • Caro Ennio,
          scusa se mi intrometto ma penso che il contributo di una visione critica marxista non dovrebbe scadere nel personale. Anzi, verrebbe utile alla discussione che qui stiamo laboriosamente portando avanti da mesi, anni; utile nel valutare una nuova possibilità espressiva che ambirebbe ad essere espressione di un cambio di paradigma nel farsi della poesia italiana. Tu che ne pensi, ti sono chiari i termini della questione NOE? O preferisci che si parli di schieramenti, di gruppi autoreferenti, di poeti che si incensano l’un l’altro e fermarti a questa superficie… dai, non è da te. E qui non servirebbe a niente. Sarebbe come entrare in un monastero e mettersi a discutere del campionato di calcio.
          Che tra te e Giorgio vi sia dell’incompatibilità questo mi era evidente fin dai tempi di Moltinpoesia, anche se non all’inizio di quella vostra breve collaborazione. Non entro nel merito, per me fu decisiva la questione estetica, che so quanto sta a cuore anche a te come poeta, ma nei dibattiti tu la tenevi un po’ in disparte rispetto alla poesia di contenuto. Sono scelte, a ben vedere nemmeno tanto in opposizione tra loro; a meno che non si voglia considerare la famigerata realtà, che qui non solo non viene vista come un monolite (la storia) ma non viene nemmeno tanto creduta; si arriva all’assurdo di parlare di spazio e tempo, e di tempo interno ed esterno… e si vorrebbe tentare di scrivere, ma si è fatto, secondo nuovi criteri; che per alcuni tanto nuovi non sono, e avrebbero ragione se amassero la poesia di Tomas Tranströmer, o di Alfredo De Palchi – dico questi perché qui sono cavalli di battaglia – al punto di volerne trarre degli insegnamenti; se vuoi, è un po’ come fai tu con Franco Fortini. Che c’è di strano in tutto questo? Senti la presenza di una critica invasiva, fuorviante per i singoli, e non disinteressata? Ma abbiamo ormai tutti passata la mezza età, qualcosa ne capiamo…
          Heidegger: io sarei favorevole alla pubblicazione di Essere e tempo in dispense. Qualcosa che si possa leggere anche dal parrucchiere. Che male fa sapere dell’essere e dell’esserci, capirne le dinamiche, specie dopo che si è letto e riflettuto sulla morte di Dio? Quanto a Fortini, fate voi, però a me sembra che G. Linguaglossa abbia valutato Fortini all’interno di una critica complessiva sulla poesia del novecento, che poi è quella sua, di Giorgio: piaccia o no, serve alla concretezza di scrivere adesso…

          • @ Mayoor

            Credo di contenere a sufficienza le mie passioni personali quando polemizzo; quindi sbagli ad accusarmi di «scadere nel personale» e a parlare genericamente di «incompatibilità»(di carattere? di visione politica o culturale?) tra me e Linguaglossa. Si tratta, come ho sottolineato di inconciliabilità delle nostre visioni del mondo o, almeno, delle tradizioni culturali di riferimento. Visto poi che hai seguito abbastanza il lavoro di Poliscritture e avevamo discusso tra noi due sia della questione Heidegger che di quella “estetica”, se volevi intrometterti positivamente, avresti potuto far notare a Linguaglossa l’inconsistenza delle sue accuse di dogmatismo o “sinistrismo” nei miei confronti.

            • Niente “ismo”. Diciamo allora che ti irrigidisci facilmente quando qualcosa non ti torna, o non torna negli schemi. Il volerci ragionare non basta a significare un’apertura.

              • Ma cosa non torna? Hai letto la replica di Linguaglossa del 17 agosto 2018 alle 10:28? Dov’è l'”apertura”? E il fatto di avergli io replicato punto per punto ti pare irrigidimento?
                La tua arte della mediazione, sempre meglio del silenzio precedente, andrebbe indirizzata come minimo ad entrambi.

  16. Il fatto è che i ragazzi, forse come ogni altro al mondo, non si scelgono un linguaggio; usano quello di appartenenza generazionale, che è loro per slancio e svegliezza. Un linguaggio che tende all’abbreviazione telematica. Non praticabile in poesia in quanto quelle loro non sono considerate parole. Ma per i ragazzi lo sono. La comunicazione quindi non può avvenire tramite il linguaggio, se mai grazie a quello slancio e a la svegliezza.

  17. 2 h
    ANCORA UNA REPLICA A Giorgio Linguaglossa A PROPOSITO DI FRANCO FORTINI

    “Parlando della poesia e dei poeti venuti dopo Composita solvantur di Fortini (1994) ho fatto dei nomi di autori delle generazioni seguenti e li ho definiti come coloro che hanno «minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione. Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento. Ecco, io credo di averlo già spiegato. Cercherò di ripetermi, questo è un punto fondamentale per poter afferrare il concetto secondo cui tutta la poesia che è venuta dopo l’ultima opera di Fortini è in qualche modo «minore», minore in quanto non più saldata nella tradizione del novecento. È questo il punto.” (Giorgio Linguaglossa)

    Gentile Giorgio Linguaglossa,
    sebbene lei abbia glissato sul mio commento critico (qui: https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/permalink/2174782372773256/) e vi accenni ora parzialmente senza nominarmi («Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento»), voglio ancora intervenire sul tema Fortini, da lei trattato qui: https://lombradelleparole.wordpress.com/…/franco-fortini-1…/.

    Sarà anche vero che molti giovani o giovanissimi abbiano oggi ««minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione». Non credo però che ciò possa dirsi per me, per lei e molti collaboratori de L’Ombra. Forse rispetto a Fortini, Pasolini, Sereni o a tanti altri, anche noi – oggi sessantenni-settantenni venuti dopo di loro – abbiamo tutti «minore consapevolezza storica», ma quella acquisita è stata sufficiente per *scegliere* sia nel corso della seconda metà del Novecento che in questi primi decenni del XXI secolo. Ed, infatti, abbiamo scelto.

    Io vorrei soltanto insistere sul fatto che, pur in un contesto storico molto mutato, le *scelte* correnti (di poeti, critici, letterati, ecc.) dipendono ancora in buona parte dalle *tradizioni*, comunque contrapposte del Novecento, malgrado i si dice sulla possibilità di essere «né di destra né di sinistra» , le effettive e non trascurabili «zone grige», sempre presenti anche nei momenti storici di altissima conflittualità, e le pretese di «andare oltre, oltre il novecento».

    No, la “saldatura” in un certo senso con le tradizioni (non *la* tradizione) del Novecento c’è ancora. Ed, infatti, la vostra «nuova ontologia estetica», pur pretendendo di essere « un momento di ripresa di consapevolezza, una ripresa «forte»» e pur cogliendo la discontinuità con il passato (rilevante o totale? questo è un punto dubbio e rimasto in sospeso, malgrado l’intenso dibattito su modernità, postmodernità o ipermodernità, condotto in anni recenti da Ceserani, Luperini, Donnarumma…), è, a conti fatti, ben ancorata alla tradizione filosofica heideggeriana, che si è imposta anche in Italia a partire dagli anni Ottanta. Molti di voi o hanno sostituito Heidegger con Marx (se prima un po’ di marxismo l’avevano masticato tra gli anni Sessanta e Settanta) o hanno continuato ad “abitare” il linguaggio heideggeriano (basta vedere la frequenza di certi riferimenti: Vattimo ad esempio…) avvolti dalla nascita (culturale) nelle sue “ombre”.

    È, dunque, solo in base a questa vostra *scelta* (spero consapevole) a favore del filosofo autodefinitosi «post-metafisico» ma ben piantato nei conflitti del Novecento e dalla parte nazista, come dimostrano le nuove ricerche sulla sua opera e in particolare sui suoi «quaderni neri» (https://www.ibs.it/heidegger-ebrei-quadern…/e/9788833927367…) ) che si possono sentire i classici dell’Ottocento e del Novecento «sempre più lontani, estranei». O collocare genericamente, superficialmente ed enfaticamente (sempre secondo me) l’opera di pensatori come Marx (o quella di un Fortini) entro «un relittuario di presenze-assenze, di simulacri, di ordini di valori conchiusi, lontani, inaccessibili, un ordine di valori devalutati, appartenenti ad un passato già passato che è inutile perlustrare, ripercorrere, indagare, che forse è più utile porre tra parentesi, dimenticare».

    Ognuno, dunque, ha fatto le sue scelte. Ed io, senza salire su alcuna cattedra, con quel commento e questa precisazione, mi permetto solo di dare un consiglio: se siete heideggeriani e vi trovate a vostro agio nella «rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza, di una ri-memorazione, di una ripresa, di un ri-pensamento di ciò che è scomparso, sprofondato nella latenza… nella forma del frammento, di uno specchio vuoto che riflette un altro specchio vuoto, di un vuoto contenuto in un altro vuoto», lasciate perdere Fortini (e, tra l’altro, anche Alfonso Beradinelli, che tra i pochi meriti, ha avuto almeno quello di aver sempre preso le distanze da Heidegger e ironizzato sulla “ombrosità” del suo linguaggio). Tutto qua.

  18. gino rago

    Sempre dalle mie carte segrete, dal mio archivio personale, estraggo un altro capitolo del magistrale e-book del Liceo Classico ‘V. Alfieri’ di Asti realizzato da Rossana Levati e dalle sue esemplari alunne.

    IL POETA E IL POTERE: GINO RAGO
    Fatelo sapere alla Regina

    continueremo quindi
    a coltivare
    il nostro quadrato di terra
    il nostro quadrato di pietra

    (Z. Herbert, “Da in cima alle scale”, da Rapporto della città assediata)

    Gino Rago
    Fatelo sapere alla Regina
    (inedito di prossima pubblicazione)

    Fatelo sapere alla Regina, ditelo
    anche al Re: non abbiamo

    bisogno di niente, né per la carne
    viva né per lo spirito del tempo.

    Siamo ricchi di noi,
    dei profumi del sole nelle primavere.

    E’ questo mare aperto
    il poema di parole

    sull’acqua, ci basta lo sciabecco
    a sollevare spume.

    Olio e ferite, vino e fatica,
    festa e camicia pulita,

    vento fanciullo a danzare
    nell’erba, amore nelle mani

    quando cercano
    altre mani, oblio d’anemoni

    sui nervi delle pietre,
    mulinelli di zagare all’alba.

    Ditelo alla Regina, fatelo
    sapere anche al Re:

    non ci servono rubini alle corone
    né domandiamo le monete

    d’oro: siamo ricchi di noi
    per i canti nel cuore, la saggezza

    del pane, la quieta sapienza del sale:
    per le sciabole rosse dei papaveri nel grano.

    Commento di Ginevra Cornero, classe IV C

    La poesia sfrutta il linguaggio di carattere mitico per veicolare una critica della realtà.

    Gino Rago proclama l’autonomia dell’arte poetica rispetto al potere politico, trasportando il suo componimento in un periodo monarchico e facendo appunto riferimento ad un Re e a una Regina, simboli del potere politico. La scelta di ambientare la poesia in un tempo passato, o meglio mitico, consente all’autore di dare una valenza atemporale alle idee da lui espresse.
    La poesia, per Rago, non è assoggettata alla politica perché gli ambiti di competenza di queste due arti sono diversi. La politica infatti si occupa di situazioni concrete, problemi da risolvere, della gestione dell’economia, chi sperimenta la pratica di questa arte è vittima degli affanni e delle preoccupazioni.

    A questa condizione pressante il poeta oppone invece una visione ideale del mondo fondata sul piacere delle piccole cose e una ricchezza puramente interiore, che solo la poesia può offrire: questa ricchezza trova i simboli che meglio la rappresentano in un paesaggio naturale visto come dono che nessuno può togliere all’uomo; così quello che nella realtà è il mare aperto diventa nell’arte un “poema di parole”, leggero come le spume delle onde, i “mulinelli di zagare”, nella realtà mossi dal vento, esprimono la leggerezza e la libertà delle parole del poeta; sono i papaveri nel grano, con il loro tocco di colore rosso che sembra una sciabolata di luce, a rappresentare meglio di ogni cosa la vera ricchezza dell’uomo, e il semplice “pane” e una presa di sale, associati alla sapienza e saggezza popolare, rievocano alla nostra mente tanti epigrammi greci e latini che invitano l’uomo ad “accontentarsi del poco”.

    *
    Grazie a Rossana Levati, grazie a Ginevra Cornero per la sua ermeneutica di alta caratura, è oro fino.
    Gino Rago

    [mi sono permesso di suddividere in distici la poesia di Gino Rago. g.l.]

  19. gino rago

    Dal Capitolo “Il POETA E DIO” dello stesso e-book estraggo la parte con la poesia Giocavano a dadi con i Meteci di Giorgio Linguaglossa, commentata come meglio non si può da Rossana Levati

    LA SCOMPARSA DI DIO di Giorgio Linguaglossa

    Giorgio Linguaglossa

    Giocavano a dadi con i meteci

    (da La belligeranza del tramonto, 2006)

    Un angelo zoppo ci venne incontro
    e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

    Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
    a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.

    Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
    Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.

    A quel tempo dall’ Albero vennero i bastardi
    con le risposte pronte e gonfiarono le vele

    e gettarono le ancore.
    lo fissavo il loro occhio di vetro …

    Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
    se la spassavano con le troiane,

    ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
    A quel tempo facevo l’infiltrato e la spia,

    passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d’oro
    e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte

    alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
    lo a quel tempo me la spassavo nella Suburra,

    tiravo con l’arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
    Un angelo gobbo ci venne incontro

    e disse, senza guardarci: “dimenticatevi il nome di Dio.”

    Commento di Rossana Levati

    In questo testo, volutamente privo di riferimenti temporali precisi, sembra esserci proposta una Babele di luoghi e di lingue: meteci della storia ateniese, iloti della storia spartana, la Suburra, il quartiere popolare e degradato dell’antica Roma, le troiane che compaiono appena in un verso, i persiani ai quali la voce narrante dichiara di aver passato informazioni come spia, in cambio di talleri d’oro, i “bastardi” sbarcati da una nave con i quali il protagonista dice di giocare a morra: una mescolanza di lingue che rende gli uni incomprensibili agli altri ma nelle quali viene espresso il messaggio di maledizione o dimenticanza del nome di Dio.

    Pertanto, non appena il lettore pensa di poter localizzare il racconto in un momento storico preciso, il particolare del verso successivo fa capire che il tentativo è fallito e che la localizzazione pensata era sbagliata: non siamo lì dove credevamo di essere ma altrove, ad indicare che tutte queste connotazioni storiche sono in realtà solo provvisorie e ciò che conta è probabilmente solo l’annuncio, dato dall’ “angelo zoppo/gobbo”: “Dimenticatevi il nome di Dio”.

    Dalla poesia emerge quindi il disorientamento di una ricerca impossibile, ma anche la sovrapponibilità di “quel tempo” indistinto e remoto, cui sembrerebbe alludere il poeta, col nostro tempo. La stessa voce narrante sembra passare attraverso più vite: “a quel tempo” la sua vita era impegnata nelle operazioni che la poesia ci descrive, ma è “in questo tempo” che egli prende voce per raccontarcele, come se fosse passato attraverso varie epoche e molteplici vite e ora, solo ora, si fosse avvicinato a noi e ci rivelasse la sua esperienza e il suo insegnamento.

    Il luogo è indefinito, il bar-luogo provvisorio degli incontri e conversazioni dei nostri tempi, dove si compie l’azione comune del bere caffè: qui avviene il grande annuncio della sparizione di Dio data dal suo contro-messaggero, l’angelo zoppo.

    Significativamente, questa “deformazione fisica” dell’angelo si dilata a tutti i personaggi della vicenda, come un contagio: tutti prendono a zoppicare vistosamente, “oscenamente”, senza potersi sottrarre a questo claudicare. Ed è proprio questo marchio che, indirettamente, restituisce a tutti una lingua comune che sostituisce quella non più storicamente condivisa.

    Parallelamente, alla deformazione dei piedi corrisponde la deformazione della schiena, perchè l’angelo nel finale del testo assume un nuovo aggettivo, “gobbo”, e la gobba che spunta dalle spalle a tutti gli avventori del bar può ricordare la nascita delle ali che spuntano sulla schiena: ma potrebbero essere non ali di angeli ma di demoni-pipistrelli o di creature del male, forse angeli “imbastarditi” o demoni che portano il loro annuncio nel mondo.

    Un altro elemento particolare è l’assenza di sguardo, rimarcata due volte dall’autore: “senza guardarci” l’angelo porta il suo annuncio, all’inizio e alla fine della poesia; uno sguardo indiretto che evita ogni coinvolgimento personale; e “di vetro” è anche l’occhio degli avventori, fissato dall’io narrante, l’unico al quale è riferita l’azione del guardare in modo diretto. Può essere, questo, il riferimento al vedere come forma di coscienza critica del mondo: solo lo sguardo che fissa e scruta (quello del poeta) può associarsi a un giudizio e a un bisogno di “leggere” il mondo e capirlo.

    Infine l’Albero, con la maiuscola, dal quale provengono i “bastardi”, ultimi avventori del bar: non un albero qualsiasi dunque, ma potrebbe essere un’allusione all’Albero del Bene e del Male, o all’Albero della Conoscenza, da cui la vita umana si è distaccata dando inizio alla storia dell’umanità.

    Nota.
    Mi sono preso la libertà, per un innegabile innalzamento della resa semantico-estetica della composizione linguaglossiana proposta, estraendola dall’e-book di Rossana Levati e delle sue allieve liceali.
    Gino Rago

  20. gino rago

    Dal Capitolo l‘Io e il poeta dell’ebook di Rossana Levati e delle sue Allieve del Liceo Classico ‘V.Alfieri’, estraggo il brano che contiene il capolavoro poetico in stile NOE di Costantina Donatella Giancaspero, con il commento di fine critica letteraria di Rossana Levati

    L’ECLISSI DELL’IO:
    Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

    Donatella Costantina Giancaspero
    Ripieghiamo in direzione del bar (dal libro di prossima pubblicazione, Al quadro manca una ragione)

    Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
    Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
    e smottamenti di luce tra le crepe.

    Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
    verso l’inverno.
    Camminano con noi fino alla meta. Poi,
    li lasciamo andare.
    Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
    in quell’istante che apre la porta agli occhi rievocativi
    e agli specchi.

    Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
    senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

    Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
    vado un po’ per tentativi…

    Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
    E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
    Nel fondo, resta il dubbio.

    Commento di Rossana Levati

    Mentre in molti testi del secondo Novecento l’io lirico si impone al centro della scena, attirando su di sé l’attenzione del lettore al quale la vicenda del soggetto viene presentata come esemplare, in questo testo l’io risulta eclissato, sostituito da un “noi” collettivo di cui è una semplice componente. Solo nel finale del testo riemerge la prima persona, ma in una forma dubitativa “Non sono più tanto sicura” che attenua l’individualità, presentandola come una semplice conferma di una incertezza già ampiamente proposta, nei versi precedenti, come incertezza collettiva.
    La scena descritta avviene ai margini spaziali e temporali, come se quei margini fossero il residuo in cui cercare una propria consistenza: siamo nella zona di confine di un autunno ormai prossimo all’inverno, e alla fine di una giornata opaca, dove la luce filtra e si insinua tra le crepe del selciato.

    E’ un andare quasi automatico, dove “le suole obbediscono al selciato” che pare tracciare una direzione obbligata, insieme ad anonimi passanti, provvisori compagni di viaggio che si intrattengono temporaneamente al nostro fianco e che poi abbandoniamo a un’altra meta, “li lasciamo andare” incontro ad una vita che li porta altrove, lontano da quella che hanno brevemente intrecciato con la nostra, condividendo con noi solo una parte di strada.

    Quando anche “il rifugio delle tasche” viene abbandonato, improvvisamente ci si ritrova soli e ancora più incerti; il luogo dove il viaggio si è concluso è un bar, dove si giunge a bere un caffè ma dove tutto è duplicato, segno della doppiezza del mondo: un io che si capovolge nella lastra un po’ annebbiata dietro il bancone, e che sorride tristemente; una domanda banale, “quanto zucchero?”, che rimbomba nel vuoto e nonostante la sua semplicità non trova risposta nè soddisfazione e che fa emergere un retrogusto di incertezza, quasi la tazzina di caffè fosse stata la conferma della propria provvisorietà. Specchi e lastre di vetro, il doppio di una vita in bilico, rimandano indietro il dubbio, unico residuo che rimbalza dallo specchio e ritorna a galla dal fondo della tazza: ma questo dissolversi dell’io nell’incertezza e nella perdita di un orizzonte, tra gente che va e gente che viene, tra chi ci ha accompagnato fino a quel luogo e chi si è perduto per strada, non ha avuto bisogno di essere nominato perché ci diventasse comprensibile.

    Siamo giunti così ad una dimensione del soggetto lirico totalmente estranea alla poesia novecentesca.

  21. Ascoltiamo le parole di un maestro della musica contemporanea, Salvatore Sciarrino, sulla «composizione»:
    «…è come se io partissi a rovescio, immaginassi il punto di arrivo e poi studiassi come arrivarci, e questo secondo me rovescia un po’ il modo di procedere della composizione così come la conosco io attraverso la scuola… per me l’immaginazione sonora è la prima cosa, il che non vuol dire soltanto immaginare un suono ma immaginare il modo verso il quale tu vai e dentro il quale tu vuoi visitare e che contiene delle cose che ti attirano e ti danno la voglia di prenderle con te e mostrarle agli altri… se non avviene dentro di noi uno sforzo molto forte di superare, non gli ostacoli, ma proprio di bucare i muri… aprire porte dove non ci sono porte, noi non otteniamo nessun risultato. Un pezzo di musica in più o in meno non ci serve, noi abbiamo bisogno di cose che ci sorprendono, che ci rapiscano e ci trasformino. Quindi, la prima fase ideativa, è decidere in quale parte dell’universo noi ci stiamo recando… dentro quale parte ci vogliamo avventurare, questa è la prima cosa, il resto è già scontato, perché se c’è la immaginazione di una nuova opera, il resto riguarda più i dettagli o come realizzarla»

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