Poesie di Giuseppe Talia, Roberto Bertoldo, Gino Rago, Mauro Pierno – La nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico – Dimorare nella ontologia debole implica la costruzione di una percezione distratta, diffratta, dislalica, disfanica. Il naufragio del linguaggio – Dialoghi e Commenti

 

Foto Famiglia Adams

porsi in diagonale, in posizione scentrata rispetto all’oggetto, scegliere un punto di vista non esplicito, marginale, laterale, costruirsi una percezione distratta, diffratta, dislalica, disfanica,

Giuseppe Talia

Parto per un viaggio.
Volo con una Musa Low Cost.

Destinazione l’immaginazione.
Un’applicazione ferma. Dove siamo?

Nel trittico del cane. Io, Es e Sé.
Nell’alternativo concept tra pianeti nani;

nella perduta via degli anelli planetari;
nel viaticum della storia allucinata.

Una toccata e fuga fugace.
Un pacchetto, una combinazione

sul planisfero di misura in misura.
Un raid in moto su Marte.

Una foto condivisa su Android.
Villaggi globali di misere capanne.

Un campo di guerra, d’ogive e di speranza.
Un resort di lusso con l’alluce sul capezzolo

di una qualsivoglia Venere o a stritolare ossa
Di bimbi-bambù. In ogni cosa che finisce

e inizia nel Mar Morto come un profugo.

.
Roberto Bertoldo

A tutte le donne che non ho potuto amare
dedico la miseria delle mie poesie
cosicché non abbiamo rimpianti –
le poesie sono la prova della mia mediocrità, lo spasimo ultimo
delle parole che restano nel fodero,
astratte, negli archivi della notte, sfibrati tuoni
della tempesta che mi ha reso l’amore
una querelle infinita. E ora raccontate
la povertà del mio cuore senza sapere lo stupro
che ha screziato di gabbia la pelle di un bimbo,
senza sapere del sole tramortito nelle mie vene.

.
Gino Rago

21ma Lettera a E. L. 

[Dismatriati]

cara Madame Hanska,

ieri ho parlato a lungo con la donna di Somalia
giunta da noi chissà per quali vie.

Se potesse prenderebbe un panno,
pulirebbe tutta la sua vita, cancellerebbe il viaggio,

getterebbe a mare la valigia che l’ha portata fin qui,
dice che ha perso in un sol colpo tutto il suo capitale.

Dio invece non è più tornato dal mio amico di Roma,**
dice di non sentirsi in forma, o forse si vergogna

perché se la spassa tutte le notti con Madame Jovanka,
e le sue damigelle presso l’albergo della felicità.

Si lamenta perché il mio amico**
si è rifiutato di scrivere la recensione sulla creazione…

ma, in fin dei conti, neanche lui si sente troppo bene,
e così prende la tintarella sulla spiaggia sul Tevere

dove l’amministrazione capitolina ha edificato uno stabilimento balneare,
dice che vuole ascoltare le parole del fiume,

quelle sì molto più interessanti della mega creazione.

(** È Giorgio Linguaglossa)

giorgio 1998

da sx Giorgio Linguaglossa, Antonella Zagaroli, Roma, pub di San Lorenzo, 1998 – Questo significa dimorare nella ontologia debole del nostro orizzonte degli eventi

Commento di Giorgio Linguaglossa

Dimorare nella ontologia debole non significa fare una poesia debole, significa porsi in diagonale, in posizione scentrata rispetto all’oggetto, scegliere un punto di vista non esplicito, marginale, laterale, costruirsi una percezione distratta, diffratta, dislalica, disfanica, osservare le cose come di sfuggita. Ecco, per esempio introdurre «Dio» nella poesia come fa Gino Rago e farlo andare in giro a chiedere una «recensione» al suo «amico di Roma», presentare «Dio» in vesti dimesse non significa dimidiarlo o mancargli di rispetto, anzi, il contrario, implica una restituzione di senso, un accettare la realtà delle cose, il reale pensiero degli uomini del nostro tempo i quali hanno retrocesso «Dio» sullo sfondo, in serie B. «Dio» non è più importante di qualsiasi altro disgraziato che calpesta il suolo della terra, ormai «Dio» può essere anche un nostro vicino di casa, ci possiamo anche andare al bar a prendere un caffè.

Questo significa dimorare nella ontologia debole del nostro orizzonte degli eventi.

Accedere alle cose stesse non significa aver da fare con esse come con oggetti, ma incontrarle in un gioco del naufragio del linguaggio nel quale l’esserci esperisce anzitutto la propria mortalità. Si accede alle cose per via della accettazione della propria finitudine, quando scopriamo il nostro essere relittuali, il nostro naufragio di relitti quali siamo. E questo lo testimonia lo Zerbrechen (l’infrangersi della parola) mediante il quale noi esperiamo la caducità e la finitezza del nostro essere mortali e l’essere la poesia un effetto di silenzio, tanto più quanto più il tono è sardonico e metaironico, come in questa poesia di Gino Rago, dove c’è un personaggio, nientemeno che «Dio» il quale interviene negli affari correnti dei mortali, e se la prende con «l’amico di Roma» che «si è rifiutato di scrivere una recensione sulla creazione», sommo oltraggio per il «Dio» il quale non è affatto «morto» come idiosincraticamente edittato da Nietzsche due secoli or sono ma è resuscitato ed ha preso luogo come mortale tra i mortali e costretto a mendicare una «recensione» al pari di un qualsiasi postulante di questo mondo.

«Le tecniche delle arti, ad esempio e prima di tutte, forse, la versificazione nella poesia, possono esser viste come accorgimenti – non a caso tanto minuziosamente istituzionalizzati, monumentalizzati anch’essi – che trasformano l’opera in residuo, in monumento capace di durare perché già fin dall’inizio prodotto nella forma di ciò che è morto; non per la sua forza, cioè, ma per la sua debolezza».1] Non accade a caso che una poesia riesca ad essere «monumento» (in senso heideggeriano) quando viene edificata con le parole anti monumentali, residuali, con situazioni e stati di cose corrivi, quando la paradossalità viene consegnata al lettore nella veste dimessa del relittuale, del residuo, del rimosso. La poesia riesce tanto più significativa quanto più appare dimessa, apatica, anti enfatica, come un accadimento casuale, un infortunio del pensiero distratto, una distrazione del pensiero.

  1. Vattimo La fine della modernità, Garzanti, 1985, p. 95

*

Franco Fortini La città nemica, 1939

Gino Rago

11 agosto 2018

Posto qui una mia poesia inedita dal libro di prossima pubblicazione in stile NOE

Lo scintillio del bronzo appena fuso

“Lo scintillio del bronzo appena fuso o le sue patine-fuochi d’artificio.
Non più.

Né la levigatezza del marmo senza vene.
La materia grezza. La pietra.

La colata di cera rappresa.
La ruggine sul ferro.

I rottami, gli avanzi, i detriti.
I rimasugli di fonderie. Gli scarti.

I vetri rotti negli angoli delle vie.
Gli scampoli nelle sartorie.

Le parole delle «nuove» poesie…
[Perché siamo uomini del dopo Hiroshima

in filiformi tralicci di gabbie].
Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.

Nessuno cerca il suono che manca,
a meno che il suono non significhi niente:

ni-ente, non-ente.
Tutti vogliono un nome,

perché ogni nome è una benedizione,
ma che cos’è un nome?

Un occhio che brilla tra passato e futuro.
E invece è una maledizione,

la nostra maledizione.
Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
La «nuova» parola? gli stracci.
[Tu apri la porta senza bussare:
un mucchio di cenci in un sacco di iuta].”

*

Lucio Mayoor Tosi

9 agosto 2018

Dopo Franco Fortini, Mario M. Gabriele. Molte cose cambiano in un meglio, in modo che Fortini non poteva immaginare; non tanto e non solo per il fatto che Gabriele non si serve dell’ideologia ma perché gli manca anche la sottile consolazione, la speranza, e un po’ anche l’ottimismo che erano di Fortini.
Insieme a questi “valori” cambia il verso risolutore; che per Fortini era l’approdare su una non meglio definita realtà, mentre per Gabriele, come penso gli altri poeti NOE, quel reale viene individuato con precisione nelle “cose”; sicché diventa reale anche una rivista con su Marilyn Monroe. Oggetto e mito sono in presa diretta. Nulla avrò a che fare con la speranza; se mai lo scorrere del tempo, il divenire, anche se non mancano le avvertenze: “Fotomontaggi e selfie non bastano a ricaricare il giorno.”

In questo viaggiare senza unica meta io non sento negatività, così come pare a me che la morte dell’arte sia ormai avvenuta. Siamo nel post mortem.
Dopo la disillusione – decesso dell’ideologia, messa in pausa dell’operatività marxista – la presa d’atto di vivere nel reale illusorio, coscienti dell’illusione. E nel continuo giocare di specchi rimbalzano numerose le comprensioni; senza categorie valoriali perché tutto è fuori serie. Si sta parlando di nuova poesia non della ripresa dal periodo del muto; anzi, viviamo ormai in un tale baccano che diventa meritoria l’azione di mettere ordine alle voci: disporne l’incoerenza diventa un mestiere non ancora riconosciuto. Lo sarà più avanti, quando parrà evidente a tutti il fenomeno dell’assemblaggio non conclusivo. Poesia è un aspetto di quel fenomeno, ha il suo ministero ma non è tutto.

Mauro Pierno

9 agosto 2018

Eppure si attorciglia al collo
il nodo di una formica.

A pose fatte
le congratulazioni ostruiscono

un nido all’alba
quanto un torrente, un cimelio o un cumulo

di ortiche,
quanto le nuvole rientrate

sulla bilancia
della ragione.

 *

Aldo_Moro,_Pier_Paolo_Pasolini_-_Venezia_1964

La nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico, così come una nuova politica richiede un nuovo linguaggio critico

Giorgio Linguaglossa

9 agosto 2018

 La nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico

Non è semplice costruirsi un nuovo linguaggio critico, ma penso che esso dovrà essere fatto con gli stessi materiali con cui è fatta la nuova poesia. La poesia della nuova ontologia estetica richiede il nuovo linguaggio critico, ma non è cosa semplice né automatica. Con tutta probabilità un nuovo linguaggio critico militante non vedrà mai la luce perché non è nell’interesse dei grandi gruppi editoriali e istituzionali favorire o avallare un nuovo linguaggio critico [del resto io stesso dico sempre che non sono un critico, né un tuttologo, tento di fare critica ma non sono sicuro affatto di riuscirci, sono consapevole dei miei limiti].

Un nuovo linguaggio ermeneutico deve prendere tutto da tutto, proprio come fa la poesia della nuova ontologia estetica, deve saper gettare a mare i vecchi linguaggi, la vecchia terminologia. Un nuovo linguaggio critico deve essere polittico, eclettico, ellittico, deve saper anche improvvisare, deve saper trattare i linguaggi di disparati campi, non escluso quello del giornalismo e quello filosofico e quello della moda, deve essere un conglomerato di esperienze e di stili, un concentrato di altri linguaggi, di iconologie, di fraseologie, deve saper parafrasare, deve essere rapido, inquieto, contraddittorio, deve saper accettare la contraddittorietà come elemento fondante del pensiero critico, deve saper anche auto confutarsi, essere polimorfo. Deve essere tutto tranne che parlare un linguaggio istituzionalizzato, istituzionale…

”Le parole della nuova poesia sanno di essere effimere, transeunti, fragili, entropiche. Le parole che vivono nel nostro mondo non possono che essere volatili. Il sostrato ontologico dell’Occidente del Dopo il Moderno è qualcosa di dis-locato, di volatile i cui componenti appartengono alla categoria dei conglomerati, fatti di giustapposizioni e di emulsioni, di lavorati e di semilavorati, materiali che si offrono alla costruzione, alla auto-combustione e alla entropizzazione. Il Moderno del Dopo il Moderno è ragguagliabile a un gigantesco conglomerato di elementi aerei, fluttuanti, effimeri dal quale sembra sia scomparsa la forza di gravità. Le parole sembrano allentarsi e allontanarsi dal rigore sintattico, appaiono volatili, frante. Ma qui interviene il rigore del poeta svedese, Tranströmer, che le tiene incatenate alla orditura sintattica del testo.

 .

Lucio Mayoor Tosi

9 agosto 2018

“Ma qui interviene il rigore del poeta svedese che le tiene incatenate alla orditura sintattica del testo”.
Il poeta svedese ha bene in mente come fare per mettere in prosa la sua idea di poesia. Peccato che l’immersione in apnea – inconscio in Land art – sia tanto breve. L’operazione può essere sempre ripetuta ma ne va del linguaggio e della comprensione – si diceva dell’incomprensibilità del surrealismo – In T. lo sforzo immaginativo è ridotto a zero, le immagini si evidenziano da sé. Appaiono. Il fatto che queste costruzioni siano ottenute con parole trovate per fiducia “nel caso” ha dell’incredibile.

.

Giorgio Linguaglossa

9 agosto 2018

caro Lucio,

tu scrivi: «così come pare a me che la morte dell’arte sia ormai avvenuta. Siamo nel post mortem.
Dopo la disillusione – decesso dell’ideologia, messa in pausa dell’operatività marxista – la presa d’atto di vivere nel reale illusorio, coscienti dell’illusione.»

La morte dell’arte è già avvenuta, è avvenuta (se vogliamo davvero dargli un anno di decesso) nel 1994, l’anno di pubblicazione di Composita solvantur di Fortini, l’ultimo poeta che insieme a Bertolucci e Luzi faceva ancora parte di una schiera di poeti intellettuali che avevano consapevolezza storica del novecento (in questo senso erano «storici»). I poeti che sono venuti dopo di allora avevano (ed hanno) una minore consapevolezza storica. Tutto qui, non mi sembra di dire delle enormità. Ciò che fa la stoffa di un poeta è la sua consapevolezza storica di integrarsi ed interagire con un tessuto anch’esso storico. Ecco, nei poeti che sono venuti dopo il 1994 si verifica una minore consapevolezza della propria storicità stilistica.

Questo fatto (però bisogna dirlo), porta con sé un certo numero di problemi «storici»; innanzitutto, una certa libertà di giocare con gli stili, la libertà di essere liberi dallo stile, dal problema dello stile, e quindi dai problemi estetici e, in questo senso, anche dai problemi politici, politici in quanto i problemi estetici non si presentano mai belli e nudi come estetici, tranne che per le anime belle e gli ingenui scaltriti dalla propria ingenuità.

Una flessione della consapevolezza storica porta con sé anche una minore attenzione per le problematiche ermeneutiche, critiche, retoriche, filosofiche che accompagnano il fare poetico, infatti non è un caso che dopo la generazione degli ultimi Grandi, i poeti che sono venuti dopo non sono mai stati al contempo poeti e critici, poeti e intellettuali, i poeti si sono limitati ad essere solo poeti, si sono occupati di incrementare la propria visibilità.

C’è stato, è indubbio, uno scadimento dell’orizzonte poetico, la poesia è diventata quella cosa che si fa in «privato», nel loculo dell’ascensore o sullo scrittoio di casa; la poesia è diventata una ancella minore, in diminuendo, delle faccende di casa, e infatti i poeti «nuovi» appartengono tutti a questa categoria: sono poeti fatti in casa, che si muovono in casa, che fanno poesia piena di spiritosaggini o di idilliche scempiaggini, tutte cose rigorosamente parlando rigorosamente «private». Ed ecco una lunghissima, interminabile schiera di poeti poeti, di poeti «privati»: Patrizia, Cavalli, Giampiero Neri, Lamarque, Jolanda Insana, Valentino Zeichen… Cucchi, De Angelis… fino ai più giovani Magrelli e i magrellisti. C’è stata, è chiarissimo, una «discesa culturale» (dizione di Berardinelli) della produzione poetica, discesa come sproblematizzazione di tutte le questioni «metafisiche».

Voglio dire che andando di sproblematizzazione in sproblematizzazione siamo arrivati ad un tipo di poesia disossata, ridotta al calco dell’io, che tratta dei problemi personali, privati, psicologici (rispettabilissimi problemi, non ne dubito, ma sicuramente non pertinenti alla forma-poesia).

La nuova ontologia estetica vuole essere una reazione netta e drastica a questa deriva interminabile verso la debolezza del debolismo della prassi e del pensiero del poetico.

franco fortini_pier paolo pasoliniLucio Mayoor Tosi

10 agosto 2018

Caro Giorgio,
si è mai data una definizione critica di “nuovo”, oltre a quella corrente di “nuovo” come vaga ma sempre valida ragione d’acquisto?

Un’opera d’arte è nuova se non contiene elementi del passato. Ma è il passato che ci fa dire se una cosa è da ritenersi bella oppure no, valida oppure no…
Di per sé l’opera nuova non è né bella né brutta. Il passato può giustificarne l’esistenza ma i parametri di giudizio non possono essere gli stessi di un tempo.
Il giudizio rivela che passato e futuro si aprono per prospettive diametralmente opposte. Difficile guardare avanti e indietro allo stesso tempo. La critica che guarda avanti dovrà avventurarsi per nuove prospettive. Il giudizio di valore non potrà essere lo stesso che ci viene offerto dal passato. Di fatto, per il nuovo, il passato sembra inutilizzabile. A meno che non si tentino operazioni di folle prospettiva, come porre a confronto un dipinto di Van Gogh con uno di Raffaello Sanzio, una poesia di adesso posta accanto a una qualsiasi terzina dantesca… In questo caso si utilizzerebbe un arco di tempo col passato a dir poco smisurato, vertiginoso; non il passato prossimo a noi, ché quello tutto sommato si trova a ridosso del nuovo… Non se ne verrebbe a capo.
Il nuovo si propone nella prospettiva “futura”. Il nuovo si propone come passato per un tempo futuro. Il nuovo è progettuale. Lo è sempre stato, fin dall’antichità…

Giorgio Linguaglossa

11 agosto 2018

«Gadamer cita un significativo passo di Dilthey su Schleiermacher, in cui Dilthey scrive:

“ognuno dei suoi Erlebnisse è compiuto in se stesso, è un’immagine particolare dell’universo sottratta a ogni connessione esplicativa”. Questo significato dell’Erlebnis romantico era però ancora legato a una visione panteistica dell’universo; l’Erlebnis della cultura del novecento, e dello stesso Dilthey, è del tutto soggettivo, privo di ogni legittimazione ontologica: in un verso, in un panorama naturale, in una musica, il soggetto sovrano distilla in modo del tutto casuale e arbitrario una totalità di significato, che resta priva di ogni connessione organica con la sua situazione storico-esistenziale e con la “realtà” nella quale egli vive.»1

Mi riallaccio a questo appunto di Vattimo perché è esplicativo del carattere auto referenziale delle citazioni e dei frammenti contenuti a iosa nelle poesie della nuova ontologia estetica, dove ciascuno dei frammenti congloba ed esaurisce in sé un Erlebnis sganciato da qualsiasi significato ontologico, in quanto privo di qualsiasi legittimazione ontologica. Ciò significa che la poesia della nuova ontologia estetica è costituita da una serie di atti arbitrari, arbitrari se visti dal punto di vista del soggetto, perché non si dà più un soggetto che è deputato a dare legittimità ai suoi predicati, e i predicati sono così liberi, svincolati dal soggetto, possono formicolare e trasmigrare dove vogliono o a caso…

1 Gianni Vattimo, La fine della modernità, 1985, Garzanti, p. 131

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21 commenti

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21 risposte a “Poesie di Giuseppe Talia, Roberto Bertoldo, Gino Rago, Mauro Pierno – La nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico – Dimorare nella ontologia debole implica la costruzione di una percezione distratta, diffratta, dislalica, disfanica. Il naufragio del linguaggio – Dialoghi e Commenti

  1. Ho diviso questa poesia di Antonio Sagredo in piccole poesie autonome. Il risultato lo lascio giudicare ai lettori:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/13/poesie-di-giuseppe-talia-roberto-bertoldo-gino-rago-mauro-pierno-la-nuova-poesia-richiede-un-nuovo-linguaggio-critico-dimorare-nella-ontologia-debole-implica-la-costruzione-di-una-percezione-di/comment-page-1/#comment-37137
    Ho solo in custodia i destini altrui e la mia condanna,
    l’eccesso di una via consolare e un passante in fuga,
    ma è finta la carta dei selciati orfana di zoccoli e di gridi.
    Epitaffi premortali insidiano codici e cifre.
    I sembianti sono smemorati, come bianchi acrostici.

    *

    Ho, di nuovo, e solo con vergogna inciso su un arco
    di trionfo il marmo di un evento e l’assurdo tempo
    non umano: un certificato che non cade mai in prescrizione.
    E ho il potere di violare quei destini e i sigilli
    chiusi col belletto di maschere piombate,
    con lettere e numeri indicibili – esilio e cicatrici
    nutrono la mia memoria in un tugurio spento da fanali.

    *

    Gioia prenatale di un mandorlo in fiore.
    Festa del dire e del disfare:
    questa è la Grazia che si converte
    nel dèmone di un rinascimento.

    *

    E sono come Cassandre queste contrade
    che tracimano astri e profezie in pozze – di miseria!
    Luride stelle decollate dai riflessi, e non più – regine!
    Scarnite creature senza gorgiere, né merletti d’ossa,
    che nulla cantano, nemmeno un’ingenua – profezia!

    Sagredo mi perdonerà…

  2. Due osservazioni al volo:
    – per Talia, se non mi manda al diavolo, a mio parere l’eccesso di articoli, specie gli indeterminativi, invece di creare vive presenze favoriscono la fredda l’elencazione.
    – Antonio Sagredo: apprezzo molto l’elegante interpretazione di Giorgio Linguaglossa, di una poesia in più poesie brevi. Ne risultano evidenziati versi altrimenti soggiogati dall’irruenza creativa del poeta brindisino.

    con lettere e numeri indicibili – esilio e cicatrici
    nutrono la mia memoria in un tugurio spento da fanali.

    • Giuseppe Talia

      Caro Lucio,
      capisco bene cosa intendi, e forse era quello l’effetto che volevo creare, una nuda elencazione, diretta e precisa. Il testo che Giorgio ha riproposto oggi risale al 2014, una versione ridotta a sei versi apre la raccolta La Musa Last Minute (Progetto Cultura, 2018). Ma qui è il senso di spaesamento introdotto dalla domanda “dove siamo?” a dare origine all’elenco di luoghi e situazioni che, come dice bene Cataldi, “si calano nei fatti correnti e dismessi dell’umanità”.

      Il problema degli articoli, che per me non è un problema, almeno non come forse lo intendi tu, l’ho trattato ampiamente in Thalia, con un uso abbastanza corposo soprattutto delle preposizioni articolate. In quel caso, articoli e preposizioni mi hanno permesso di mantenere un “canto minimo” e allo stesso tempo di prevedere ogni singolo verso come fosse un aforisma: tanti singoli aforismi incollati come stracci (direbbe Gino Rago), uno sull’altro. Quanto ai temi trattati, ritorna l’espressione di Cataldi sui “fatti correnti e dismessi”: news, spot, tweet, proclami, sentenze, fake news, che nascono e muoiono entro ventiquattr’ore.
      Tutt’altra storia in Salumida, dove invece gli articoli e gli aggetti sono ridotti al minimo e anche i verbi quasi del tutto inattivi.

      Mi piace la divisione in distici che Giorgio ha operato (Giorgio ormai è sempre più un influencer), e, sempre in tema, concordo ancora con Alfonso Cataldi, il testo di Rago sembra una continuazione dell’ultimo verso (nel Mar Morto come un profugo) attraverso una testimonianza diretta di uno di quei profughi (la donna di Somalia/giunta da noi chissà per quali vie).
      Allo stesso modo, si potrebbe dire del testo di Cataldi, laddove il Raid in moto su Marte, potrebbe essere benissimo “La semifinale di BMX”, oppure “un seno franciacorta” in “un resort di lusso con l’alluce sul capezzolo”.

      Vi è comunione. Vi è NOE.

  3. Alfonso Cataldi

    Entrambe le poesie, di Gino Rago e Giuseppe Talia, si calano nei fatti correnti e dismessi dell’umanità. «Dio» non solo ha rancore per una recensione non data, ma rimane attratto dall’ultima sventurata trovata capitolina. Il «Dio» in prima persona di Talia entra completamente nelle contraddizioni della contemporaneità. A questi voglio aggiungere il «Dio» Aboubakar di una mia poesia recente, testimonianza, voce “che racconta” il naufragio in cui si sta

    Stupida(mente)

    L’idolo dei tifosi locali usa precauzioni per niente rassicuranti.
    Raggiunge sempre il campo, raccontano i dossier,
    anticipando i risvolti settimanali dell’accoppiamento dei conigli nello spogliatoio.

    Il truccatore personale di Be Best rotola giù alla minima spinta,
    al primo dissapore tra un punto sulla retta
    e la gravità di una vertigine magneto-dipendente.

    Stupida(mente) la ruota non guarda mai dietro.

    La semifinale di BMX è un’esplosione muscolare che raccoglie mutazioni
    trasporta il fatto e il fittizio a ridosso della grata.

    Lo sguardo fisso della talpa non osa defluire
    dal soffitto basso

    oltre l’eclissi di luna, con i bordi stemperati
    annusa passifalsi.

    Le rotifere bdelloidee stanno silenziosamente riparando il dna

    strisciano indisturbate tra un seno franciacorta
    e l’umore circostante, in armi: sette volte gatto.

  4. Giuseppe Talia

    Caro Germanico, bisogna sistemare Caproni
    Spargere le ceneri di Gramsci nell’aria Satura

    Sotto il pitosforo nano del belletto minimal-chic
    Dove non cresce oramai che il trifoglio di Malvoglio.

    Tu sai, Germanico, quanto i Fortini della politica
    Discendenti di Ascanio, dalla Suburra abbiano

    Tratto giovamento fin dal regno di Numa Pompilio.
    Quanto il “finger food” e lo “street food” siano degni

    Del castrato in salsa di cipolla e tortelli di piccione.
    Bisogna sistemare Caproni, rileggere il sessanta

    E il settanta, capire perché sia fallita l’osteria familistica
    I buoni contorni una volta saltati in padella di ghisa

    Per l’odierna smania nervosa verso l’antiaderente.

  5. Giuseppe Talia

    Nell’applicare il linguaggio non si può ad esso attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del fonatore e del relativo muscolo cricotiroideo?

  6. caro Tallia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/13/poesie-di-giuseppe-talia-roberto-bertoldo-gino-rago-mauro-pierno-la-nuova-poesia-richiede-un-nuovo-linguaggio-critico-dimorare-nella-ontologia-debole-implica-la-costruzione-di-una-percezione-di/comment-page-1/#comment-37146
    ti scrivo questa missiva tra gli ozi di Capua
    e i negozi di Ercolano in compagnia del passito di Pantelleria.

    Germanico consuma fast food con Orestilla
    la figlia di quel coccodrillo di Fasullo

    che si è dato al commercio di schiavi
    mentre la sua amante, Gaia Priscilla, si gode

    un muscoloso negro d’Egitto, nipote dei Tolomei,
    dice il manigoldo, rampollo della nobile stirpe

    di Osiride e di Anubi. Che vuoi, l’impero è tanto grande
    che un frammento di esso occuperebbe

    il Circo Massimo e il Foro di Traiano dell’Urbe.
    A proposito, hai notizie del poeta Gino Rago?, sai

    sono un po’ preoccupato, ultimamente ha cambiato lo stile
    della sua poesia, adesso scrive in distici,

    ma la sua Musa risulta alquanto attempata e impettita
    come una mercenaria di infimo rango

    che impiega il belletto e il soffritto di alghe
    per i suoi capelli untuosi…

  7. Gabriele Fratini

    La poesia di Talia è piuttosto bella. Egli conserva ancora il suo tocco magico.

  8. gino rago

    Gino Rago
    2 inediti
    [a Giuseppe T., ad Alfonso C., a Giorgio L., a Mauro P., a Lucio M. T., a Roberto B., e ai poeti oggi non presenti su L’Ombra]

    1- Ciò che ci ha amato non ha una via di uscita

    L’onda esala odori di libeccio e nei marosi tremano i pontili.
    [A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità].

    Chi valica i fili degli ultimi orizzonti forse più non torna.
    Chi s’imbarca per l’esilio farà ritorno come un’ombra

    perché ciò che ci ha amato non ha una via di uscita

    2 – Parla il saggio [i marinai lo chiamano «il filosofo»]:

    «Meglio non partire,
    chi rimane ha sempre la certezza d’una tomba.

    Mette i suoi confini all’immensità.
    Una pergola fra gli orti.

    Un filare di pioppi fra l’avena e il grano.
    Un frangivento fra l’arancio e il cedro.

    Un canneto fra la marina e il mondo.
    Un muro a secco fra se stesso e l’altro.

    Tu mi chiedi a chi basta il mare?
    Il corallo trattiene le voci dei morti,

    la tolda nell’afa di agosto
    spande odori di boschi bruciati.»

    Ma sugli scogli nella bora insonne il mare mette ali all’anima.
    Il grido d’un gabbiano

    segno d’eterno fra la spuma e il cielo.

    Gino Rago

  9. Giuseppe Talia

    Caro Germanico,

    anche io preso dall’ozio dello Jonio con Nosside
    ed Afrodite che bevono una detox alla rucola.

    Parlano di Kavafis, “Ionio abbraccia Ionio”, dicono
    E ridono di Gallieno che in primavera si fa costruire

    Giacigli di rose e imbandisce la tavola con vasellame
    D’oro: “la memora è come morta”, va affermando

    Preso come sempre dalla Playstation e dal gioco
    D’azzardo, ironizza sul prossimo Decreto Dignità.

    Che serie danno stasera su Sky? Domanda Nosside
    L’Ispettrice Athena Licinia con quel gran pezzo di

    Claudio Marcello in un thriller nella Gallia Cisalpina?
    Afrodite, invece, si è fatta un nuovo tatuaggio

    Una banda nera all’altezza del braccio alla maniera
    di Dybala e come lui calcia cocomeri in giardino.

    Del poeta Rago non ho notizie certe tranne,
    qualche straccio che m’è rimasto in un sacco di iuta.

    A Marasà l’aspetto il Rago in distici e ditirambi

  10. caro Tallia,

    qui nell’Urbe malatempora currunt, il console Salvinus,
    quel bellimbusto padrone della Padania,

    che se la spassa con la sua Sofonisba (la terrona della Libia),
    a Milano Marittima, ha emanato un decreto di coscrizione obbligatoria

    per tutti i cittadini sfaccendati della città eterna,
    lo chiama, il becero, Decreto dignità…

    al fine, dice il manigoldo, di rinfoltire i ranghi
    delle legioni del Nord, dice il ribaldo che una nuova guerra

    si avvicina con le bande di germani e di alemanni
    che scorrazzano nell’impero fino ad Aquileia!

    Stattene nella tua Nosside, caro Tallia, qui rischieresti
    le legioni del Reno e del Danubio, i freddi fiumi

    invernali, le battaglie ingloriose contro i barbari,
    bèati dei sicomori e dei fichi secchi della Bitinia

    finché sei in tempo…

    • Alfonso Cataldi

      Caro Giorgio, Cari avventori,

      ho incontrato per caso la Musa dell’Ombra delle parole
      all’ufficio postale. Mentre scrivo, gesticola
      dietro lo sportello dei distici non ritirati.

      C’è un gran ressa, chi ha espletato la pratica
      riceve un biglietto omaggio per il foro Traiano.

      Tra mezz’ora è atteso il poeta Gino Rago
      che spiegherà le ragioni della conversione.

      Io non riuscirò a fare in tempo ed altro non so dirvi
      ho ancora trenta numeri avanti

      le pratiche sono lunghe, manca l’aria condizionata
      tutti hanno da spedire un alibi su cui posare il cappello.

  11. Guido Galdini

    piove e non piove qui sulle pietre del molo
    il cielo si è ridotto ad una frase

    le navi che partono hanno ciascuna
    una lettera di commiato scritta sopra le vele

    e noi dovremmo essere così coscienziosi
    da leggere anche le parole cancellate

    le navi che ritornano invece
    hanno scritte troppo sicure di se stesse

    ma questo non ci disturba, è da gran tempo
    che dobbiamo inventare i nostri alfabeti.

  12. La propaganda dei nostri sguardi intravede l’ozio delle parole tra nuvole filiformi di batteri incompresi. Questi mostri di discorsi che attraversano le mani.
    Nei gesti le estenuanti nude dichiarazioni.

    Questo fumo di vento
    Ha il volto perso.

    GRAZIE OMBRA.

  13. Sai, nel Dottor Zivago c’è il protagonista
    chiuso nella casa gelida immersa nella neve…
    fuori dalle finestre l’ululato dei lupi.
    E’ un poeta. –che cosa fa? –
    fa quello che fanno tutti i poeti: scrive poesie.
    Scrive poesie, poesie, poesie.
    Si deve sbrigare perché tra poco le guardie rosse
    lo verranno a prendere. Davvero,
    c’è così poco tempo per scrivere poesie.

    (M. R. Madonna)

    Se Maria Rosaria Madonna avesse saputo che per qualcuno, un giorno, Lei sarebbe stata d’avanguardia, chissà cosa avrebbe pensato. Sono tante e tali le somiglianze…
    Le poesie in neolingua sono capolavori, ma sono cosa a parte, sovrumane, fuori dal tempo e per me impossibili da ri-considerare. Ma gli inediti, le ultime poesie scritte nel 2002, insegnano chiarezza e irregolarità. Nel 2002 era già fuori, aveva fatto il salto… Neve inattesa. Sulla fronte. – Fa bene alla pelle.

  14. gino rago

    Pubblico 2 miei inediti commentati da Rossana Levati, magnifica interprete della mia ricerca poetica, che ringrazio per l’energia che mi dedica.
    E’ la mia maniera di dire ‘grazie’ anche Giorgio Linguaglossa, a Giuseppe Talia e ad Alfonso Cataldi per avermi citato nei loro versi. Versi in persuaso, pieno stile NOE. Grazie ancora.

    Rossana Levati commenta due inediti di Gino Rago
    [Dalla raccolta Fatelo sapere alla Regina… (di prossima pubblicazione)
    due inediti ]

    Gino Rago
    1- Decima Lettera a E. L.
    [il bacio]

    Cara Signora Jolanda W.
    Oggi Vienna fa scintille alla Paradeplatz.

    Il tram all’improvviso ferma la sua corsa,
    dal Belvedere arrivano gli strilli di Kokoschka

    è in polemica con Schiele per «ll Bacio» di Klimt,
    l’aria d’autunno si guasta.

    Il mio amico* ha scritto:
    «[…] due specchi si specchiano nel vuoto,

    illuminano il vuoto, specchiano il vuoto che è nel loro interno […]»
    Il vuoto dentro lo specchio è assenza o cruna nell’ago

    verso la più alta conoscenza?
    Non l’uomo ma un cane al buio sbraita alla luna.

    Dal vaudeville in fondo alla locanda:
    «un miliardesimo di miliardesimo della grandezza di un atomo

    è già luce dello sperma siderale».

    * il mio amico è Giorgio Linguaglossa

    1- Rossana Levati commenta Decima Lettera a E. L. [Il bacio]
    Non è certo un caso se la lettera si riferisce alla Vienna della cultura espressionistica, rievocando pittori che hanno dipinto figure umane contorte, estranee all’armonia delle proporzioni, gigantesche, o sproporzionate, o drammaticamente stagliate sul vuoto di uno sfondo dove nessun paesaggio le accoglie: ogni distico focalizza sempre più la scena e accompagna il lettore a un nuovo flash che determina progressivamente l’assenza di qualcosa; non solo, come dice il poeta, “l’aria d’autunno si guasta”, ma il mondo intero sembra uscire da un guasto profondo, totale, dove più nessuno ha qualcosa da dire o da mostrare.

    E’ proprio al centro della poesia che si colloca la rivelazione, emersa dall’incastro dei versi di Linguaglossa: lo specchio vuoto, specchio che non riflette più nulla, in cui l’uomo contemporaneo non trova più il suo volto e non potendosi specchiare non ha neppure notizia della sua identità (come non pensare ai personaggi pirandelliani e al loro controverso rapporto con lo specchio?). Manca qualcosa proprio al centro della visione, là dove dovrebbe esserci qualcosa, riflessa o capovolta, in qualche modo rispecchiata, o forse la sfida è di entrare in quel vuoto, come nella cruna dell’ago, esplorando l’indicibile e l’inconoscibile per raggiungere la conoscenza di sé.

    E’ il vaudeville non a caso, anonimo e lontano, che può riecheggiare, tra lo scherzoso e il serio, l’unica verità: quella della nostra piccolezza in una creazione cosmica che si rinnova, col movimento degli atomi, fiume incessante di vita nel tempo. Un vaudeville, non una tragedia: non ci sarebbe spazio per verità gridate o declamate in altro modo, ma solo per alleggerire il mondo senza pretendere risposte; chi potrebbe rispondere al latrato del cane sotto la luna?

    2 – Undicesima Lettera a E. L.
    [nei misteri della lingua]

    Cara Signora Jolanda W,
    Le scrivo dal Centro dell’Impero.

    Cerco in ogni luogo i frammenti della Signora Schubert
    come Roland Barthes faceva con la madre.

    La sua morte l’ho appresa dall’amica di Vienna,
    la città oggi è nella tristezza dell’autunno,

    piove da tre giorni.
    Entro al «Blumenstrasse»

    il Buffet caro alla Signora Schubert.
    I camerieri, il cassiere, i cuochi… Tutti la ricordano.

    Mi dicono il menù da lei desiderato:
    la sperlunga «Oktoberfest» di patate in tecia e crauti.

    Gnocchetti e gulash senza cumino in polvere.
    […]
    Viene da Innsbruck la donna senza memoria
    che lascia lo sgabello e parla:

    «L’ambasciatore d’Austria ci confonde, usa intrecci di parole,
    la storia della Signora Schubert è tutta nei misteri della lingua».
    […]
    È proprio vero, bisogna avere il caos dentro

    2- Rossana Levati commenta Undicesima Lettera a E. L. [nei misteri della lingua]
    Ancora Vienna, luogo dell’assenza. Frammenti di una vita dispersa, frammenti di ricordi ai quali ancorare un’amicizia scomparsa. Peccato che frammento è la vita anche dei viventi, indefinibile e inconoscibile in sé.
    Un viaggio all’indietro nel tempo, alla ricerca di tracce minime che possano conservare un po’ della vita di chi è perduto nel tempo, come Barthes con quell’indagare instancabile sulla figura materna.

    Rievocare gli oggetti concreti, i menù preferiti, sullo sfondo della pioggia implacabile che accompagna malinconia e tristezza. Oggettivo lo sfondo, precisi i luoghi, il menù: eppure qualcosa sfugge, l’essenza della persona rievocata non si coglie e non si svela, la lettera annuncia solo lo sforzo del cercare in ogni luogo ma non conclude nulla: la totalità non è la somma dei frammenti.

    Ciò che è indicibile rimane indicibile, sprofondato e allontanato nella lingua che rimane estranea, che vorrebbe avvicinare e invece allontana: giochi di parole, intrecci di parole fanno sprofondare la realtà, disattendono anziché rispondere al loro scopo e non restituiscono l’intero che si voleva afferrare, neppure i brandelli dei ricordi.

    La frase di Nietzsche che conclude la lettera è ancora l’unica risposta che il poeta può indicare: inattesa, slegata in apparenza da ciò che la precede. Nel caos della lingua che non ha più parole definitive, nel caos che entra dentro le persone quasi fosse la nuvola di smog di cui parla Calvino, ciò che rimane all’uomo è ancora la capacità di coltivare sogni, di indicare passaggi verso un altrove che non schiacci l’uomo e la sua fragile consistenza: una stella che danza, ma non potremmo vederla se non fosse il poeta a indicarcela ostinatamente.

    Rossana Levati, Asti luglio/agosto 2018

  15. di Fritz Hertz

    Tesoro_ un lupo ha trapiantatole ossa proprio in questa casa.
    Al di sotto del tavolo che fa da pianura all’ingresso solitario.

    Sembrava il gatto di Schrödinger. Un atomo di luce inserito
    nell’arredo della bianca scatola di gesso. Prima si è finto morto.

    Poi è resuscitato con il sorriso stampato sul pelo liscio. Tesoro_sa-
    rebbe utile comprare un po’ di carne. Il quarto di un bue senza nervi.

    Isolato. Intontito di amuchina.Con il marchio originale del macello.
    D’altronde gli daremo ancora da mangiare. Nell’ululato rude e continuo.

    Dalla grandine di tre parole in croce. Ne saremo sanguinosamente tutti felici.

  16. Salvatore Sciarrino:
    «…è come se io partissi a rovescio, immaginassi il punto di arrivo e poi studiassi come arrivarci, e questo secondo me rovescia un po’ il modo di procedere della composizione così come la conosco io attraverso la scuola… per me l’immaginazione sonora è la prima cosa, il che non vuol dire soltanto immaginare un suono ma immaginare il modo dentro il quale tu vai e che vuoi visitare e che contiene delle cose che ti attirano…»

  17. antonio sagredo

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa di aver riportato sul blog alcune strofe
    di alcune mie poesie, ma riguardo a un “nuovo” linguaggio critico la mia posizione per alcuni versi è detta in questo verso:

    “Così noi viviamo in un linguaggio che non sa chi noi siamo!”

    2

    E come in un mio verso antico mi riflettevo su Narciso
    Che gli angeli scannava come agnelli,
    Che spegneva i candelabri simili a patiboli
    E oscillavano fiammelle orripilanti…
    Fantasmi di quello spirito che scese non si da di dove
    Per diffondere una fede inesistente… i cieli barocchi
    Mi sono testimoni di coloro che s’attorcono come corde
    Per artigliare le coscienze e soffocarle nelle oscurità
    Delle credenze….
    Spazi celesti che fra preghiere, canti e corali occultano violente
    Perversioni e delitti innominabili
    E per ogni grano di rosario è pronto un assassinio quotidiano.
    E ancora anatemi
    Come milioni di stiletti per torturare fin dalla culla alati spiriti
    E nei cerebri infilare l’affezione a idoli gommosi,
    Liquami di corpi eterei, scarti di gesso e di cartapesta fra le navate
    In deliquio!…
    E me ne stavo mirando nei miei stessi occhi le contorsioni di cagne,
    Di madonne che nelle estreme voluttà dei loro corpi
    Sanguinolenti nemmeno ai demoni somigliano
    Nell’estasi!

    Chi ero io su quella Terra ora che Saturno m’accoglie
    coi suoi anelli?

    Mi ricordai, la testa ciondolante fra le mani, le future costellazioni di Psiche
    E della Terra snaturata le tenere catastrofi della materia.
    Miravo coronato di ghirlande artificiali le viuzze della maliarda
    salentina tracimare garofani come occhi insanguinati tra funebri corone;
    E solitario come un fognesco ratto grufolare nel piscio asinino
    Agli angoli sfatti delle cattedrali
    Per espiare su presunti roghi i fallimenti di carboniose lacrime…
    Siamo a Tolosa o no?

    Giravo fra i sobborghi, i miei passi schiacciati dal fandango
    e gli stendardi al vento.
    Mi crollavano sul capo dai doccioni torrenti di muco delle salamandre
    Estenuate – di pietra! – per un promesso fuoco che mai giungeva fatuo
    E per le mie frenesie dialettiche aride come le chimere minacciose,
    Una decorazione, dopo tutto!
    Che potevo fare, io, se il mio corpo era una squarciata bocca
    che urlava alle stagioni recidive le sue variopinte maschere?
    L’umido malumore delle foschie autunnali,
    Le mortali e desolate primavere dei lillà,
    Le terrifiche nevi che tracciano le assenze di abbandonate civiltà
    E i soli che liberati dai propri raggi la Terra divoravano come Saturno!

    E mi sentivo orfano degli applausi inesausti della stoica Natura,
    Come il defunto di un requiem qualsiasi…
    Sorella, tormentarsi?
    Perché davvero sappiamo chi siamo, ora!
    Come se le nostre destinazioni non più dal Nilo nacquero,
    ma dalle necropoli!
    E non più s’addice ai morti il libro se l’ibis e lo sciacallo lottano fra di loro!

    Mi afferravo agli anelli erranti che clementi come in una zana mi dondolavano
    E in quel cantuccio, sotto una nera scala di servizio come il poeta
    Vivevo e pensavo a ciò che dell’ignoto conoscevo…
    E non era un errore questo mio viaggiare con loro
    Come nel grembo la creatura si agita per il volto della madre che non sa
    E per questo già vive nel mistero… proprio lui che è mistero del segreto!
    Così noi viviamo in un linguaggio che non sa chi noi siamo!

    Costruiamo invano cattedrali perché alla loro ombra dissetiamo
    La nostra scienza, e il suo dire ci è caro come la bellezza di un numero
    Ci traduce in quegli spazi che beati crediamo saturi d’orrore…
    Recidivi siamo nell’errore…

    Macchine fanno mite la sofferenza, ma è un inganno!
    E questa offesa ci canta uno scabroso madrigale,
    Come se lontanasse da noi uno specchio offuscato che è la tenera rovina
    Di un trucco, e dietro la scena ignora il canto di un sospeso gesto…
    fra le quinte la maschera che io ho scelto mi travolge come una novella
    storia senza fine
    E io ritorno in una pozza nera di periferia
    Per un groviglio di dettagli nel mio volto
    E celebrare fra me e gli Universi
    Infine un armistizio…
    E siamo insieme…
    E insieme è questo vincolo…
    È la vera comunione come nell’infanzia la carezza inesauribile di una Madre…
    E di un padre tollerato.
    E la risposta sono gli occhi che con le mani cercano uno simbiotico Sguardo.

    Cercano e non sanno ancora la domanda che sulla pietra fossile è già data.
    Non cercavamo che un incontro, non d’anime materiali,
    Né di corpi immateriali,
    Cercavamo una intesa che fosse gioco inaudito,
    Disinvolta speranza fra gli anelli incontrare altre creature
    Che in fuga compresero l’abbandono e il canto,
    Da rifondare una terra
    Che non fosse eguale a quella,
    Che già per noi è l’ignoto che conoscemmo a fondo
    e non vorremmo mai più conoscere.

    antonio sagredo
    (da Parole Beate 1915-1916)

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