Franco Fortini (1917-1994), L’ultimo poeta storico del novecento. Analisi di una sezione di Composita solvantur, Sette Canzonette, (1994). Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: Lettura nostalgico-utopica della crisi del soggetto e della cultura umanistica. Il manierismo è una forma indebolita del soggetto forte

 

Redazione-Officina Pasolini e Franco Fortini, due scomodi compagni di strada

redazione di “Officina”, Fortini e Pasolini, due scomodi compagni di strada

 Franco Fortini, pseudonimo dello scrittore Franco Lattes (Firenze 1917 – Milano 1994); rifugiatosi durante la guerra, per ragioni razziali, in Svizzera, partecipò alla Resistenza in Val d’Ossola. La sua opera poetica, nata all’insegna dell’ermetismo, riuscì negli anni a conferire alla scontrosa severità di una ispirazione civile e politica una classica misura: Foglio di via e altri versi (1946); Una facile allegoria (1954); la raccolta complessiva Poesia ed errore, 1937-1957 (1959); Una volta per sempre (1963); Questo muro (1973); l’altra complessiva Una volta per sempre. Poesie 1938-1973 (1978); Paesaggio con serpente. Versi 1973-1983 (1984). Rare le sue prove narrative: Agonia di Natale (1948; col tit. Giovanni e le mani, 1972); Sere in Valdossola (1963); La cena delle ceneri (1988). Nel ruolo di coscienza inquieta degli intellettuali di sinistra, dai tempi del Politecnico di Vittorini, del quale fu redattore, fino ai Quaderni piacentini, F. costituì un sicuro punto di riferimento per le giovani generazioni, applicando l’intelligenza penetrante del saggista a temi non soltanto letterarî ma anche politici e culturali: Dieci inverni: 1947-1957 (1959); Verifica dei poteri (1965); I cani del Sinai (1967); Ventiquattro voci (1969); Saggi italiani (1974); Questioni di frontiera (1977); Insistenze (1985); Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine (1990). Tradusse Proust, Éluard, Brecht e Goethe; una sua raccolta di traduzioni apparve con il titolo Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia (1982). Del 1990 è l’ampia silloge di Versi scelti: 1939-1989, in cui F. riunì il meglio della sua produzione poetica. Si devono inoltre ricordare la raccolta degli scritti in versi e in prosa di carattere epigrammatico e satirico (L’ospite ingrato: primo e secondo, 1985), il recupero di due racconti rimasti a lungo inediti (La cena delle ceneri & Racconto fiorentino, 1988) e alcune raccolte di saggi (Nuovi saggi italiani, 1987; Non solo oggi: cinquantanove voci, a cura di P. Jachia, 1991; Attraverso Pasolini, 1993). Nel 1994 apparve il suo ultimo libro di poesie, Composita solvantur. Numerose le pubblicazioni postume, a partire dal volumetto di Poesie inedite (1997, già apparso in edizione fuori commercio nel 1995), curato da P. V. Mengaldo. Sono seguiti: Breve secondo Novecento (1996; nuova ed. 1998); i due volumi di Disobbedienze (1º vol. Gli anni dei movimenti: scritti sul Manifesto, 1972-1985, 1997; 2º vol., Gli anni della sconfitta: scritti sul Manifesto, 1985-1994, 1998); i quattro studi raccolti in Dialoghi col Tasso (a cura di P. V. Mengaldo e D. Santarone, 1999); Il dolore della Verità: Maggiani incontra Fortini (a cura di E. Risso, 2000), un’intervista del 1983 allo scrittore M. Maggiani; le conversazioni radiofoniche del 1991 pubblicate col titolo Le rose dell’abisso: dialoghi sui classici italiani (a cura di D. Santarone, 2000).

eugenio montale 05

con “Satura” (1971) la poesia italiana prenderà un’altra strada…

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Mi è stato chiesto spesso, e se lo è chiesto anche Alfonso Berardinelli, «Quando comincia il novecento? Quando finisce?». Ecco, quando inizia io non saprei dire, forse con l’affondamento del Titanic, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, un fatto simbolico che irradierà la sua luce sinistra su tutto il secolo, però so con precisione quando finisce il novecento, almeno quello italiano. Il secolo finisce nel 1994, anno di pubblicazione di Composita solvantur di Franco Fortini. Dopo di allora, si apre il sipario del Dopo il Moderno, entriamo nel nuovo secolo. L’ultimo «soggetto forte» della poesia italiana viene meno, Fortini muore nel 1994, anno di pubblicazione del suo libro. Dopo di allora la poesia italiana subirà l’invasione del «soggetto debole», di una soggettità che ha lasciato gli ormeggi della tradizione (concetto da intendersi come «tradizione critica»), cioè di qualcosa di fondato, di stabile su cui fare in ogni caso riferimento. Dopo il 1994 la poesia italiana subirà una liberalizzazione della forma e dei linguaggi, un fenomeno eclatante che però la poesia italiana delle nuove generazioni non sarà in grado di esperire come atto critico, che si accetterà come un dato di partenza, un dato inconfutabile basato su una superstizione acriticamente posta.

Torniamo per un momento all’ultimo poeta «storico», cioè ancorato storicamente nel novecento: Franco Fortini. Lo stile di questa sezione, «Sette Canzonette», lo stile da canzonette, è riconoscibile, il metro è breve come si confà alle «canzonette»; le rime, quando ci sono, sono riconoscibili, hanno la funzione di «ricordare» e di ricordarsi di ricordare, quindi le rime hanno una funzione non solo mnemonica o di mnemotecnica ma anche una funzione «storica» perché ci collegano ad una tradizione entro la quale soltanto quelle rime e quelle strofe acquistano un senso. La poesia di Franco Fortini ci vuole ricordare che la poesia la si deve leggere come un segmento di una tradizione; al di fuori della tradizione la poesia resta inerte e inerme, è una scrittura priva di senso, e anche di significato.

Il manierismo di queste «canzonette» è sia una strategia di difesa (come è già stato notato da un critico) che di offesa, rappresenta un monito e un richiamo, un ripiegamento a posizioni stilisticamente minori, più arretrate, per poter sferrare un nuovo attacco (stilistico) quando i tempi saranno migliori, magari all’improvviso e alle spalle del nemico di classe quando il capitale meno se l’aspetta. Il manierismo di Fortini è ben diverso e di statura infinitamente superiore al manierismo del minimalismo di queste ultime decadi il quale è privo di spessore storico, privo di collegamento con la tradizione, ammicca al mediatico, alla cronaca, allude a una immediata riconoscibilità ed è politicamente neutro, se non apologetico oltre che esteticamente di nullo valore.

La differenza tra una poesia della tradizione del novecento e quelle degli autori venuti dopo l’eclisse della tradizione novecentesca è che queste ultime non si inseriscono, non fanno parte integrante della tradizione del novecento, nel migliore dei casi sono «scritture private», narcisisticamente imbonite, indirizzate ad un uditorio o, nel migliore dei casi, alle funzioni degli uffici stampa. Ma è chiaro che qui stiamo parlando di manufatti dattilografati (si diceva una volta) che non hanno alcun significato «pubblico», perché sia chiaro una volta per tutte, la «poesia» è una scrittura pubblica diretta ad un pubblico, magari a venire, ma sempre un pubblico.

Fortini opera una lettura nostalgico-utopica della crisi del soggetto «forte» e della cultura umanistica,

 resta fedele ad un concetto riappropriativo della tradizione umanistica, considera ancora possibile, anzi, doveroso riproporre la centralità del soggetto quale ago della bilancia, periscopio critico della disgregazione della società capitalistica. Fortini è l’ultimo depositario di una concezione restaurativa e riappropriativa della tradizione umanistica, pensa ancora in termini di umanismo in una società completamente laicizzata e de-storicizzata, la sua lirica ultima resta nel segno e nel solco restaurativo-elegiaco e non può spingersi oltre queste colonne d’Ercole, non riesce a intravvedere uno spiraglio nella crisi dell’umanismo e della tradizione, pensa ancora in termini di sopravvivenza della progettualità di un soggetto critico nelle nuove condizioni di esistenza della società tardo capitalistica. Nei testi di Composita solvantur circola un’aria di elegiaco tramonto anche la dove il poeta esibisce un tono ironico e lirico, una cadenza da ballatetta. Ormai l’epoca della rivoluzione possibile è irrimediabilmente alle spalle, il futuro appare un dominio del capitalismo sviluppato, c’è solo una flebile speranza che ancora resiste, ma è una postazione difensiva, l’ultima postazione difensiva che resta al soggetto critico nell’ambito della società borghese dispiegata. Il manierismo fortiniano sarebbe un indebolimento del determinato che proviene dalla crisi del soggetto «forte» marxiano, della sua impossibilità di guidare il corso della storia; l’elemento ascetico marxiano viene ad essere promiscuato con l’elemento forte della insopprimibilità dei rapporti di produzione, il carattere repressivo di quest’ultima dà luogo alla forma indebolita del manierismo come fortino difensivo della antica forma del soggetto «forte». Il manierismo, in altre parole, è l’ultimo recinto stilistico nel quale si può ancora rinserrare l’autenticità (Eigentlichkeit) del soggetto marxiano «forte» in attesa di tempi più proficui. In altre parole, anche se in modo indiretto e diffratto, il declino del soggetto «forte» trascina con sé anche la possibilità eventuale che si possa ancora scrivere poesia sulla base di un soggetto «forte».

Adesso è chiaro, possiamo affermare che l’ultima opera poetica dell’umanesimo dell’età borghese del novecento italiano, sia appunto Composita solvantur, che indica anche nel titolo inequivoco la dissoluzione dei composti un tempo «forti», in primo luogo della soggettività marxista rivoluzionaria.

Aldo_Moro,_Pier_Paolo_Pasolini_-_Venezia_1964

Aldo Moro e Pasolini al festival di Venezia, 1964

Le nuove generazioni conosceranno ormai la «riappropriazione» di un soggetto indebolito:

la riappropriazione del «corpo», del «quotidiano», del «privato» dello «psicologico», tutte sintomatologie psicologicamente compatibili con la proposizione di una ergonomia della soggettività indebolita e di una progettualità debole. Il soggetto storico un tempo protagonista della «storia» viene ad essere sostituito dal nuovo soggetto della «storialità», dal soggetto visto dall’esterno di una «storialità» sempre più lontana ed evanescente. Dal punto di vista di un soggetto «forte» che si oppone ai rapporti di produzione della società capitalistica, la nuova società dell’organizzazione globale ed efficiente non può che apparire che come un inferno dell’esistenza umana. Con il che si spiega la ragione della fine della poesia elegiaca e riappropriativa (seppur corretta con inserti di prosasticismi) di un Fortini, un feticcio di un passato remoto che non potrà più tornare.

Con l’invasione di massa del minimalismo incipiente negli anni di composizione dell’ultima opera fortiniana, viene implicitamente e silenziosamente accettata l’idea che l’arte non debba venire resa inattuale o hegelianamente soppressa, in quanto essa si auto sopprime da sé, si consegna mani e piedi alla narrazione che ne fa il medium mediatico, e in tal modo si consegna ad una funzione ancillare e anaclitica.

Una brillante analisi del manierismo fortiniano è data da Guido Mazzoni in Forma e solitudine, cit.: «Il manierismo esprime nostalgia perché evoca un’immagine dell’integrità che appartiene al passato per scatenare, al cospetto della realtà alienata, un’energia di attesa: non è dunque un valore adempiuto ma un progetto. […] In questo senso, il manierismo è una forma di ironia romantica: indicando una verità ulteriore e irraggiungibile, chiede di essere superato e inverato» (p. 202). Il rapporto generale tra ironia ed “energia di attesa” è stato teorizzato molto bene, riferendosi a Benjamin, da Paul de Man: «L’ironia è la radicale negazione la quale, tuttavia, rivela, attraverso il disfacimento dell’opera, l’assoluto verso il quale l’opera è in cammino» (P. de Man,The Concept of Irony, in Id., Aesthetic Ideology, University of Minnesota Press, Minneapolis-London, 1996, p. 163-191, tr. it: Id., Il concetto di ironia, in «Studi di Estetica», anno XXXV, III serie, 35-36, 2007, pp. 73-100. Il passo citato si trova a pag. 99).

Si veda infine la recensione alla raccolta Composita solvantur di Raffaele Cavalluzzi (Fortini, “Composita solvantur”, in «Lavoro critico», n.s., 1992 [in realtà 1996], 22-24, pp. 121-124), che interpreta la settima delle Canzonette come «densa metafora autobiografica della patologia che infierisce, sorda, nella sua esasperata fisicità, dentro le viscere dell’uomo-Fortini» (p. 122).

Leggiamo le «Sette Canzonette» apparentemente «minori» che formano una sezione del libro di Franco Fortini, Composita solvantur (1994) che raccoglie le poesie dal 1984 al 1993, che chiude il novecento.

giovanni testori aldo-moro nel bagagliaio della Renault-via-fani

Aldo Moro nel bagagliaio della renault, via Fani, 1978

Sette canzonette del Golfo, da Composita solvantur (1994)

 Ah letizia…

Ah letizia del mattino!
Sopra l’erba del giardino
la favilla della bava,
della bava del ragnetto
che s’affida al ventolino.

Lontanissime sirene
d’autostrada, il sole viene!
Che domenica, che pace!
È la pace del vecchietto,
l’ora linda che gli piace.

Le formiche in fila vanno.
Vanno a fare, ehi! qualche danno
alle pere già mature…
Quanto sole è sul muretto!
Le lucertole lo sanno.

2. Lontano lontano…

Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

franco fortini_pier paolo pasolini

Fortini e Pasolini, i due contendenti…

Franco Fortini La città nemica, 1939

3. Se la tazza…

Se la tazza mi darai
che mi piace, la mia tazza
con il manico marrone,
gentilissima ragazza,
tu felice mi farai.

Il suo manico ha il colore
del più vivo e ricco tè
ma riflette anche il turchino
del leggero cielo se
è leggero come te.

4. Gli imperatori…

Gli imperatori dei sanguigni regni
guardali come varcano le nubi
cinte di lampi, sui notturni lumi
dell’orbe assorti in empi o rei disegni!

Già fulminanti tra fetori e fumi
irte scagliano schiere di congegni:
vedi femori e cerebri e nei segni
impressi umani arsi rappresi grumi.

A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri
giorni occidui si avvivano i vigneti
e i seminati e di fortuna un riso.

Noi bea, lieti di poco, un breve riso,
un’aperta veduta e i chiusi inchiostri
che gloria certa serbano ai poeti.

5. Come presto…

Come presto è passato l’inverno
fra clamori terribili e vani!
Le battaglie di popoli estrani
che mai sono in confronto all’eterno,
all’eterno degli ippocastani
che dai ceppi si industriano lenti
a sperare germogli lassù?

E tu assorta graziosa annoiata
sul terrazzo, in pigiama pervinca,
forse chiedi al mattino che vinca
come il sole la bruma ostinata
così il bene sui campi cruenti?
Ma è domenica, è marzo: non senti
che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?

6. Aprile torna…

Aprile torna e a sera un frescolino
irrita gote di ragazze accese:
in un palio ciclistico protese
volanti rubiconde mutandine.

Come rauche ora vociano parole
quasi laide nell’aria della sera!
Fu dolce, in altro tempo, primavera.
Godono pepsi cola ignude gole.

I ragazzi le annusano. Una bella
passò, di zinne e deltoidi ribaldi
e d’altro che acre un dì mi fu diletto.

Ma come mai sensibile diletto
trovar non so che me attonito scaldi?
Sì, d’aprile il dormire è cosa bella.

7. Se mai laida…

Se mai laida una limaccia
quando a ottobre l’aria è spenta
lenta bava perse lenta
che
di lunga e liscia traccia
porri o sedani segnò,

metaldèide in grigi grani
fai che inghiotta; e a globo stretta
plasma e anima rimetta.
Quanti soli già lontani
la lucertola mirò!

Lento a dèi crudeli e ignoti
va il mio bruno ultimo fiele…
Dove volgi, ansia fedele?
A che vomito mi voti,
cara meta che non so?

.

Considero errore

Considero errore aver creduto che degli eventi
(«meglio non nominarli!» mi soffiano i piccoli dèi)
di questo ’91 non potessi parlare o tacere
se non per gioco, per ironia lacrimante.

I versi comici, i temi comici o ridicoli
mi parvero sola risposta. Come sbagliavo !
Ho guastato quei mesi a limare sonetti,
a cercare rime bizzarre. Ma la verità non perdona.

Chi mai potrà capire che tempo fu quello? Credevo
scendere in un mio crepuscolo. Ahi gente! Invece
altro era, incomprensibile e senza nome. Guardavo

la luna di aprile sullo Eichhorn, a mezzanotte,
e la stellina d’oro dello Jungfraujoch, Disneyland.
(Nulla era vero. Voi tutto dovrete inventare).

.

Reversibilità

Anassagora giunse ad Atene
che aveva da poco passati i trent’anni.
Era amico di Euripide e Pericle.
Parlava di meteore e arcobaleni.
Ne resta memoria nei libri.

Si ascolti però quel che ora va detto.
Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina
esistono, o l’Africa; e le radio
ogni notte ne parlano. Ma per noi, per
noi che poco da vivere ci resta,
che cosa sono l’Asia immensa, il tuono
dei popoli e i meravigliosi nomi
degli eventi, se non figure, simboli
dei desideri immutabili dolorosi? Eppure
–si ascolti ancora – i desideri immutabili
dolorosi che mordono il cuore nei sonni
e del poco da vivere che resta
fanno strazio felice, che cosa sono
se non figure, simboli, voci,
dei popoli che furono e che in noi
sono fin d’ora? E così vive ancora,

parlando con Euripide e con Pericle
di arcobaleni e meteore, il filosofo
sparito e una sera d’estate
ansioso fra capre e capanne di schiavi
entra ad Atene Anassagora.

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13 risposte a “Franco Fortini (1917-1994), L’ultimo poeta storico del novecento. Analisi di una sezione di Composita solvantur, Sette Canzonette, (1994). Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: Lettura nostalgico-utopica della crisi del soggetto e della cultura umanistica. Il manierismo è una forma indebolita del soggetto forte

  1. A proposito della lettura della poesia di oggi e di ieri, molti mi hanno chiesto quali siano i miei riferimenti critici, i binari entro i quali instradare la mia personale ermeneutica di un’opera letteraria. Dirò che ai fini di una problematica nomologia dell’interpretazione dell’opera d’arte, io mi arrischio ad indicare il mio «modello» in una sorta di dialettica ermeneutica negativa, cioè oppositiva al pensiero dominante, non tanto come una adaequatio tra intelletto ed ente ma come una sorta di dialettica tra intelletto ed ente, incidentale, legata all’evento, quindi evenemenziale, legata alla situazione storica contingente dell’interpretante. Al di là della condizione storico-soggettiva dell’interprete posto nel suo mondo e nella sua catena temporalmente determinata, quindi un determinato, non è possibile andare a sindacare che cosa sia o cosa non sia un’opera esteticamente valida… la catena ermeneutica può aver luogo soltanto all’interno di un mondo linguistico e all’interno di una condizione storica concreta. Tutto quello che posso dire è che personalmente propendo per un nichilismo ermeneutico e dialettico, se liberiamo queste parole dalla loro valenza orrifica, o meglio, se diamo alla semantica negativa una accezione positivamente orientata verso una direzione infinita di senso, un senso che dovrà, per essere valido, contraddire e divergere dal senso precedentemente acquisito. Ogni interpretazione essendo una interpretazione dell’interpretazione, presuppone una catena di interpretazioni che la precedono e ne fondano la legittimità…

  2. Alfonso Cataldi

    A questa strategia difensiva di fine secolo (il 1994 tra l’altro non è un anno qualunque), a un progetto testimonianza di un soggetto forte e consapevole di lasciare il testimone, in attesa di un nuovo paradigma, di un ribaltamento epocale, “una signora del secondo piano” certamente radicata nel 900, resiste, ma per allungare il collo nella contemporaneità. Vuol essere allo stesso tempo ponte e mercato:

    L’arto divenuto estraneo a Larsen C
    esce dall’anonimato

    Negli ultimi anni, dichiara al New York Times, ha preso l’abitudine,
    una volta l’anno, di compiere gli anni.

    una fatica non più sopportabile, che lo costringe, suo malgrado,
    a prendersi un anno sabbatico.

    Aurora è sempre in ritardo con la lezione di danza
    sale in corsa sul tram

    il giornale in bilico nella tasca della borsa
    non sa cosa l’aspetta.

    La vecchiaia getta a terra la signora del secondo piano ad ogni occasione

    lei resiste. Curando gli ematomi. Ha imparato a cinque anni
    portando in cascina un secchio ricolmo per piccola mano.

    Dalla convalescenza inventa fogli di stile per pagine web
    destinate a una patria di parole inconcludenti.

  3. Una poesia di Michal Ajvaz (1949)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/06/01/sei-poesie-di-michal-ajvaz-cura-e-traduzione-di-antonio-parente-da-autori-vari-da-sembra-che-qui-la-chiamassero-neve-poeti-cechi-contemporanei-hebenon-mimesis-milano-2004/
    Petřín

    Allo Slavia il caffè costa otto corone e quaranta,
    sebbene lo preparino da elitre di coleotteri.
    Prendono comunque buona cura del divertimento:
    al centro di ogni tavolo c’è un pianoforte in miniatura,
    sul seggiolino siede un nano
    e suona una melodia sentimentale.
    I nani hanno l’abitudine di fare un sorso dalle tazze;
    i clienti non vedono di buon occhio la cosa, si dice
    che i nani abbiano varie malattie.
    In sostanza i clienti e i nani si odiano,
    di continuo gli uni sparlano degli altri col personale.
    Ne vien fuori una gran confusione, soprattutto quando (come proprio in questo momento)
    passa per il locale una mandria di renne.
    Con quelle renne bisognerebbe proprio fare qualcosa.
    Non ho nulla contro le renne vere, queste invece
    sono spesso posticce. Una ha un guasto,
    è ferma vicino al mio tavolino e perde delle rotelle dentate.
    Per la verità, mi sono più simpatici i koala,
    che si arrampicano senza sosta sui clienti,
    anche se ufficialmente si continua a sostenere
    che l’ultimo fu catturato venticinque anni fa.
    (Ma sappiamo come vadano queste cose.) È già notte, ascolto la silenziosa melodia
    strimpellata sulla tastierina e guardo la buia Petřín,
    le enigmatiche luci sul suo declivio che penetrano
    come malvagie costellazioni il mio volto sbiadito nel vetro,
    ricordo la mia ragazza, la quale anni fa si unì
    come psicologa ad una spedizione che aveva il compito
    di mappare l’area ancora inesplorata di Petřín.
    Siede adesso nel palazzo della leggenda e guarda
    attraverso il fiume verso le finestre accese dello Slavia?
    Oppure è stata rapita dai selvaggi indigeni di Petřín
    che continuano a minacciare la città?
    Gli abitanti della Città Piccola spesso nel mezzo della notte
    sentono in lontananza il loro canto strascicato.
    Secondo il bonton non si dovrebbe parlare di queste cose.
    Fanno tutti finta di non sentire il lugubre corale
    che da lontano si mescola alle conversazioni,
    e tuttavia sanno che la malvagia musica inconfessata
    si infiltra tra le loro parole, libera i remoti significati della foresta vergine in esse contenuti.
    Di cosa stiamo conversando, in effetti?
    È chiaro che tutti, dopo un po’, vorrebbero
    interrompere le conversazioni e unirsi al lontano canto.
    Le norme della buona educazione però non lo permettono.

  4. Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
    rumoresque senum seueriorum

    omnes unius aestimemus assis!
    soles occidere et redire possunt:

    nobis cum semel occidit breuis lux,
    nox est perpetua una dormienda.

    da mi basia mille, deinde centum,
    dein mille altera, dein secunda centum,

    deinde usque altera mille, deinde centum.
    dein, cum milia multa fecerimus,

    conturbabimus illa, ne sciamus,
    aut ne quis malus inuidere possit,

    cum tantum sciat esse basiorum.

    Commento di Silvia Vallerani.

    Vale la pena ricordare la felice scelta lessicale del giovane Catullo.
    Per parlare di baci, il poeta ha due possibilità : il termine savium, di carattere erotico e passionale, e quello più delicato di basium, usato per lo più con riferimento ai baci riservati ai bambini ( il terzo termine, osculum, indicava il bacio ufficiale che si poteva dare in pubblico e non aveva connotazioni sentimentali).
    Nell’atto di raccontare questa suprema forma di resistenza allo scorrere inevitabile degli anni, alla precarietà del vivere che è l’amore, Catullo sceglie il termine che evoca, in modo quasi onomatopeico, il balbettio rumoroso dei baci dei bambini.
    Lui che altrove sa essere astioso, corrosivo, spavaldamente provocatorio ed esplicito, non può fare a meno, stavolta, della tenerezza.

  5. Pubblico qui, da FB, questa lettera di Valerio Gaio Pedini un tempo collaboratore di questa rivista. Noi tutti gli auguriamo di tornare presto tra di noi e di riprendere a scrivere poesia:

    Valerio Pedini

    5 h ·


    Ciao,non so se mi conosci, ma voglio chiederti di passare con me cinque minuti del tuo tempo. Mi presento. Io sono Valerio e a scrivere questa lettera al posto mio adesso è la mia mamma. Ecco la mia storia….
    Ventitrè anni fa, con un discreto anticipo sulla tabella di marcia, vedevo per la prima volta la luce. Fin dal mio primo vagito sono stato la luce degli occhi dei miei genitori in fondo ,chi non sa, ogni scarrafone è bello a mamma sua, infatti per la mia mamma sono bellissimo. Sono cresciuto velocemente dimostrandomi ,sin da piccolo, un bel tipino con una spiccata fantasia e una buona parlantina aiutate anche dalla mia passione per la lettura e per il teatro. Mi è sempre piaciuto distinguermi dagli altri sia nel modo di vestire che per quello che faccio, infatti, quando i miei coetanei giocavano a calcio io frequentavo corsi di teatro, quando loro a 16 anni scorazzavano sui motorini io facevo il volontario in una associazione di disabili psichiatrici, e quando loro alla sera andavano in discoteca io frequentavo corsi di scrittura creativa. Ho conosciuto bravi scrittori e poeti che mi hanno permesso di realizzare il mio sogno di vedere pubblicare i miei libri di poesie. I miei genitori e i miei zii sono stati tra i miei primi fans e mi hanno sempre accompagnato, orgogliosi, ai miei spettacoli di teatro e ai miei reading letterari. Poi un giorno, inspiegabilmente,qualcosa ha cominciato a non funzionare poi tanto bene nella mia testa creandomi una grande confusione. I miei genitori mi hanno portato da diversi medici e la loro devastante diagnosi è stata: schizofrenia. Da allora è cominciato il mio calvario. Sono passato in poco tempo da una cura all’altra subendone anche le conseguenze. Il mio aspetto fisico e il mio essere sono stati stravolti, ingurgitati e malamente rigettati dalla malattia. In questo ultimo anno ho vissuto il peggio. Per mia scelta mi sono annullato, ho tagliato i ponti con il mondo esterno e mi sono chiuso nel mio mondo fatto spesso vittima delle mie paure. L’8 agosto di un anno fa, in preda alle mie visioni, mi sono allontanato da casa al mattino e, sotto un sole cocente, ho vagato senza meta per tutto il giorno senza bere un goccio di acqua. Mi hanno ritrovato solo a tarda notte i “miei angeli” un gruppo di ragazzi che , volontariamente, hanno affiancato i miei genitori nelle ricerche. Mi ero nascosto in un campo di mais e ho seriamente pensato che lì sarei morto. Ero completamente disidratato, bruciato dal sole, coperto da punture di insetto e con i piedi feriti perchè, in cerca di refrigerio, ho tolto le scarpe e mi sono bagnato in un piccolo corso d’acqua.. Per la prima volta si sono aperte per me le porte di un reparto psichiatrico. Da allora ho cambiato diversi farmaci perchè su di me la maggior parte di loro ha scarso effetto. Qualcuno di loro mi ha reso cattivo e violento costringendo i miei genitori a richiedere e ad assistere inermi e con la morte nel cuore al mio primo TSO. La mia mamma credeva che le sarebbe scoppiato il cuore quando per la prima volta mi ha visto con i polsi e le caviglie legato in un letto d’ospedale. Altro farmaco altro TSO, questa volta addirittura non riconosco neanche i miei genitori, che nel frattempo sono stati accusati di volermi poco bene e di non prestare la dovuta attenzione nella somministrazione dei miei farmaci. Durante l’ultimo ricovero ci è stata proposta una nuova cura, ci hanno detto che è un po’ rischiosa, ma che se eseguita scrupolosamente sarà una panacea. Ci tuffiamo entusiasti in questa nuova avventura pieni di fiducia ed entusiasmo, ma la nuova cura è un disastro adesso sono in ospedale i miei globuli bianchi hanno dato forfait. Vengo ricoverato per tre settimane in medicina dove sono costantemente attaccato a delle flebo e ai miei genitori viene imposto di essere presenti costantemente al mio capezzale perchè sono un malato psichiatrico. Non senza sacrifici la mia famiglia si adopera e mi assiste costantemente e io comincio a sentirmi sempre più sicuro e a mio agio nel mio nuovo piccolo mondo che è la stanza d’ospedale. La situazione è critica e si decide che io venga trasferito in un altro ospedale dotato di una ematologia. Sono impaurito ma affronto tutto con coraggio altra stanza, altra gente altri dolorosi esami perchè a quanto apre le mie vene si trovano molto difficilmente e l’ago inserito nella giugolare non funziona come dovrebbe. Anche quì alla mamma viene chiesto di passare la notte con me e leiacconsente tranquillamente chiedendo il permesso di allontanarsi solo qualche ora il mattino seguente. Quando torna si preoccupa di chiedere subito come sia andata la mattinata visto,che per la prima volta dopo settimane sono rimasto solo. Le viene detto che a parte qualche momentaneo momento di crisi compatibile con il mio stato, non dimentichiamo che da tre settimane non assumo farmaci per la mia patologia, sono stato abbastanza bravo. La sera arriva la prima doccia fredda a quanto pare non sono un paziente gradito in questo reparto dove il dottore mi definisce “malato mentale” rendendomi un soggetto di difficile gestione. In effetti è vero ogni tanto urlo, parlo da solo, ma in autonomia non riesco neanche ad alzarmi dal letto. Viene disposto per me un nuovo trasferimento, mi porteranno in isolamento nel reparto malattie infettive. Sono un po’ spaesato e non so’ come andrà a finire. I miei genitori sono sempre con me che nel frattempo comincio a manifestare segni di insofferenza, non voglio più farmi fare esami e assumere i farmaci voglio solo essere lasciato in pace. Quì spero almeno di essere gradito e in fondo mi domando cosa mi renda diverso dagli altri malati e non ben accetto. E’ vero sono malato ma in fondo sono pur sempre un uomo…ho dei sentimenti e anche la mia famiglia ne ha…potrei essere vostro figlio, un nipote, un amico o un semplice passante non sono “diverso” da voi sono anche io un essere umano. Voglio solo far capire alle persone che il seme dell’intolleranza ha sempre trovato e, sempre troverà, terreno fertile nella mente e nel cuore degli ignoranti e che un semplice e trascurabile episodio ne può generare altri a catena. Io e i miei famigliari siamo comunque sereni e ringraziamo le persone che ci hanno aiutato in questo brutto periodo e tutti coloro che mi hanno amato emi amano perchè prima di essere un malato sono un uomo, un grande uomo.forse non mi conosci ma se la pensi come me condividi questa mia lettera affinchè questi episodi non passino in silenzio. Grazie

  6. Il monito di Franco Fortini
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/05/franco-fortini-1917-1994-lultimo-poeta-storico-del-novecento-analisi-di-una-sezione-di-composita-solvantur-sette-canzonette-1994-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-lettura-nostalgico-utop/comment-page-1/#comment-37015
    Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi.
    La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema»
    .

    Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

    Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966):

    «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

    In Italia è stato dismesso il pensiero critico sulla poesia

    Vogliamo dirlo? Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo.

    Però, però, bisogna anche dire dei limiti di Pasolini e di Fortini, e bisogna spezzare una lancia in favore di Vittorio Sereni che volle pubblicare il primo libro di Alfredo de Palchi nella nuova collana della Mondadori dedicata ai «poeti nuovi» nel 1967: Sessioni con l’analista, che riunisce le poesie scritte nel decennio precedente.
    A rileggere oggi le poesie di de Palchi risalta la modernità del suo linguaggio poetico. Forse nessun altro linguaggio poetico degli anni sessanta ha l’immediatezza e l’incisività quasi brutale del linguaggio di de Palchi, al cui confronto sbiadiscono anche gli esperimenti linguistici dei “novissimi”.

    Però, però… sono cinquanta anni che in Italia si è smesso di pensare sulla poesia,

    i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia, di Mito, di mini canoni… etc, in realtà ciascuno si faceva i fatti propri con il proprio corteo privato di sostenitori e apprendisti, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico.

    La «nuova ontologia estetica» vuole essere questo. Per chi ancora non l’ha ben compreso, vuole rimettere in moto il pensiero critico, vuole rimettere in moto il linguaggio poetico…
    Il limite della impostazione culturale della critica di Fortini e di Pasolini alla poesia del loro tempo è che guardano il reale con occhiali ideologici, vedono il problema poesia in termini di linguaggio, in termini di interventismo sul linguaggio, come se il poeta fosse «fuori» del linguaggio e fosse possibile operare una manipolazione, un intervento sul linguaggio dal di «fuori». quando invece il poeta si trova «sempre» «dentro il linguaggio» e che non è possibile alcuna «manipolazione o interventismo» sul linguaggio per chi si trova già «dentro» il linguaggio.

    È questa la novità concettuale introdotta dalla «nuova ontologia estetica», la consapevolezza che noi siamo sempre e comunque «dentro il linguaggio» e non possiamo uscirne mai e per nessuna ragione.
    E comunque, noi della «nuova ontologia estetica» riteniamo ancora valido il principio correttivo espresso da Fortini negli anni sessanta:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

  7. Franco Fortini

    3. Se la tazza…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/08/05/franco-fortini-1917-1994-lultimo-poeta-storico-del-novecento-analisi-di-una-sezione-di-composita-solvantur-sette-canzonette-1994-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-lettura-nostalgico-utop/comment-page-1/#comment-37016
    Se la tazza mi darai
    che mi piace, la mia tazza
    con il manico marrone,
    gentilissima ragazza,
    tu felice mi farai.

    Il suo manico ha il colore
    del più vivo e ricco tè
    ma riflette anche il turchino
    del leggero cielo se
    è leggero come te.

    Una straordinaria poesiola, raffinatissima, fatta con le trine e gli stracci del lessico più corrivo ed elementare (le rime in «tè, se, te – tazza, ragazza»). Nulla di trascendentale, tutte le scelte lessicali sono semplicissime, settenari e ottonari ritmati e liberamente rimati.

    Si parla di una «tazza» «con il manico marrone» (il colore più corrivo e pedante del mondo!). Ma quella «tazza» ha un valore di «cosa», è un simbolo carico di significati sotterranei, privati e pubblici che solo l’autore sa, che noi lettori non conosciamo ma della quale possiamo intuire che si tratta di un universo povero e corrivo di valori marroni, di valori terragni, di valori che sono caduti in disuso, che sono stati de-valorizzati, ma il poeta è attaccato affettivamente a quella «tazza» come alla cosa più preziosa del mondo, più preziosa di argentati topazi, di rubini rubicondi, di anelli smaltati, di diamanti… è quella «tazza» povera e consunta dall’uso di tutti i giorni che è la protagonista della poesia.

    È una poesia beneaugurante nella quale il poeta lancia alla «ragazza» un invito sobrio e affettuoso, una preghiera laica, di offrirgli quella «tazza marrone», perché «il suo manico ha il colore/ del più vivo e ricco tè» (anche qui una bevanda usuale, anch’essa corriva).

    Poesia che ci racconta di come sia passato «il turchino» dalla vita e anche il «leggero cielo» è scomparso, se ne è andato via come tutto, come la vita… Eppure, la poesia ci vuole dire qualcosa che non dice, che qualcosa pur resta, che resta una traccia, qualcosa che la «tazza» operaia ha visto e ha condiviso ma non può raccontare perché è muta, non ha il dono della parola: il sogno di un mondo migliore dove le cose corrive come la «tazza» ritrovino il loro giusto riconoscimento ed il loro apprezzato luogo valoriale.

  8. Questo di G. Linguaglossa a me pare un omaggio a Franco Fortini troppo distratto, strumentale e in fondo falso. Per varie ragioni:
    – è discutibile che la fine del Novecento, sia pur solo «italiano» coincida col 1994, «anno di pubblicazione di “Composita solvantur” di Franco Fortini». Altri (Cortellessa in «Parola plurale», 2005) con buone ragioni indicò come data simbolica il 1975, anno del Nobel a Montale, della morte di Pasolini e dell’uscita de Il pubblico della poesia (18); ma forse l’incubazione del “postmodernismo” andrebbe indagata in processi sotterranei persino antecedenti più che fissata in una data precisa;
    – Franco Fortini non fu affatto «poeta «storico»» (che vuol dire?) né tutto «ancorato storicamente nel Novecento». Fu ben piantato sia nei fermenti politici (socialisti, comunisti, sessantottini) e culturali del Novecento (oprattutto europei: Proust, Sartre, Lukács) ma anche nell’Ottocento (Carducci, Marx) e oltre: fondamentali in lui erano i rimandi alla Bibbia, alla classicità, a Dante.
    – Può essere anche giusto sostenere che in «Composita solvantur» il manierismo delle «canzonette» è «sia una strategia di difesa […] che di offesa, rappresenta un monito e un richiamo»; e dire persino che fu «un ripiegamento a posizioni stilisticamente minori». A patto, però, di precisare quale sia tale monito o richiamo. Non si può ridurre l’intento testamentario di questa ultima raccolta fortiniana ad una semplice volontà di « sferrare un nuovo attacco (stilistico)». Fortini non è *mai* autore che si limiti allo *stile* (come fa invece Linguaglossa). «Composita solvatur» non si riduce alle sue «canzonette» [del Golfo] con il loro « tono ironico e lirico» e la «cadenza da ballatetta». Centrale è il monito severissimo e non certo ironicamente postmoderno del «Proteggete le nostre verità». Le quali, inoltre, non riguardano soltanto le verità della poesia. E il messaggio di Fortini non è stato di sicuro indirizzato ai soli poeti. Né ammette – pur nel ripiegamento – la « insopprimibilità dei rapporti di produzione», riconoscimento che s’insinua invece proprio nell’interpretazione forzata (e in tal senso strumentale) di Linguaglossa, troppo desideroso di confermare che « il declino del soggetto «forte» trascina con sé anche la possibilità eventuale che si possa ancora scrivere poesia sulla base di un soggetto «forte». È davvero paradossale che persino il titolo (dialettico) della raccolta (Composita solvantur) venga usato a favore di una interpretazione antimarxista e antifortiniana. (Come se – aggiungerei – i rivoluzionari o gli scrittori favorevoli alla rivoluzione socialista e al comunismo, come fu Fortini, potessero farla sempre, in qualsiasi momento, questa rivoluzione. Come se non ci fossero tempi bui, in cui si resta rivoluzionari (sì, nelle intenzioni!) senza per questo svendersi ai vincitori (reali o presunti) e senza adottare il linguaggio dei vincitori.)
    In realtà l’articolo mi pare voglia riappropriarsi di una parte ( la più accettabile per i letterati e poeti che si muovono attorno a «L’Ombra delle parole») del discorso inscindibilmente politico/letterario/poetico di Fortini; e presentarlo come un epigono di una storia finita ( ma la globalizzazione è finita?) che non ha più nulla da dire o rimproverare ai nuovi veri pionieri, che sarebbero quelli della rivoluzione – ovviamente obbligarotoriamente ed esclusivamente – stilistica auspicata dalla (per me) Scolastica NOE.

  9. gentile Ennio Abate,

    tu scrivi che il mio saggio è un «omaggio a Franco Fortini troppo distratto, strumentale e in fondo falso». A parte la tua fraseologia apofantica e teologica (ancora usi nel campo della critica letteraria le categorie della scolastica: vero – falso), sulla quale non posso eccepire nulla tranne che sono passati otto secoli da allora.

    Chiedo:
    1) «strumentale» in rapporto a che cosa?

    2) «falso» in rapporto a quale «vero»?

    3) tu contesti la mia affermazione di Fortini poeta «storico». Che cosa dovrei dire, Fortini poeta «astorico»?

    4) tu scrivi che il mio scritto è «antimarxista». Ti chiedo «antimarxista» rispetto a quale ortodossia marxista? e chi è che ha stabilito la giusta ortodossia «marxista» nella lettura della poesia di Fortini?

  10. Gentile Giorgio Linguaglossa,
    sì, per me il tuo articoletto è proprio un «omaggio a Franco Fortini troppo distratto, strumentale e in fondo falso». E credo di aver motivato alcune ragioni nel mio breve commento con parole semplici e chiare.
    Ad una replica nel merito (tua o di altri collaboratori de L’Ombra) risponderei volentieri. Alle tue richieste dal tono inquisitorio e che incanalano il possibile discorso verso disquisizioni bizantine, invece, no.
    Chi ha orecchie per intendere quel che ho voluto dire ha inteso. Mi basta.

  11. è ovvio che con il termine «storico» intendo «autocoscienza storica».

  12. Giuseppe Talia

    In merito alle questioni sollevate da Linguaglossa sull’inizio del Novecento e sulla sua fine, sento di poter condividere con Giorgio che, presumibilmente, l’inizio del novecento potrebbe coincidere con l’affondamento del Titanic, 1912, con la tragica fine di una delle navi più sicure e all’avanguardia, e che coincise di lì a poco con lo scoppio della prima guerra mondiale e l’avvento del comunismo in Russia. Finita l’epoca della Belle époque, del secolo positivista. Terminato il simbolismo nella maggior parte d’Europa. In Italia, Myricae di Pascoli con la sofferta introspezione e inquietudine delle cose semplici e quotidiane (l’odierno minimalismo che perdura?) lascia il posto al movimento futurista che già si agita dal 1909, nella sua prima fase, con il Manifesto di Marinetti, fino all’adesione, appunto nel 1912, di Govoni, Palazzeschi, Folgore e Cavacchioli. Seguiranno negli anni a venire, e fino al 1915, Distruzione della sintassi, Lo splendore geometrico e meccanico, La sensibilità numerica, la rivista Lacerba che si avvicina al futurismo e ne condivide l’interventismo aprendo così la terza fase del movimento. Il Porto sepolto di Ungaretti è del 1916. Siamo ormai in pieno Novecento: Una intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio (…)

    Detto questo, io non so precisamente quando sia finito il Novecento. Azzardo a ipotizzare che forse non sia finito nel 1975, così come ipotizzato da Cortellessa con l’assegnazione del Nobel a Montale e con la morte di Pasolini. Satura di Montale è del 1971 e segna un nuovo corso poetico, attraverso il totale disimpegno ideologico, politico e sociale , così come Trasumanar e Organizzar di Pasolini (1971) che segna la perdita definitiva del mito contadino e del mito sottoproletario, “Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero”, scrive Pasolini.
    Nel 1961 Alfredo de Palchi scrive sui muri del penitenziario di Procida La Buia Danza di Scorpione, al pari di Ungaretti che in trincea scriveva le sue poesie con un cerino sul retro delle scatole dei fiammiferi, perché non aveva a portata di mano carta e penna.

    C’è da registrare, però, che tra il 1961 e il 1971, Nel Magma (1963) di Mario Luzi opera un importante rinnovamento non solo a livello tematico, il boom economico di quegli anni, come anche a livello strutturale, dialogico, mimetico.

    Forse la fine del Novecento non è nemmeno possibile fissarla nel 1994, così come afferma Linguaglossa con l’uscita di “Composita solvantur” perché sarebbe come disconoscere Caproni, almeno per quel che riguarda le canzonette della sezione di Composita solvantur.
    Che Fortini sia un autore per moti versi contradditorio, lo si evince anche da un libricino che spesso leggo, e che acquistai nel 1993, Franco Fortini- Paolo Jachia, Fortini, leggere e scrivere, Marco Nardi Editore. A pagina 36 Fortini afferma: nel 1939 chiesi di ricevere il battessimo nella chiesa Valdese. La richiesta del battesimo venne un’ora prima di un intervento che non lasciava speranze. Ma la precedevano due anni di conflitti e esitazioni e partecipazione alla vita delle piccole comunità evangeliche fiorentine.

    Personalmente mi basta questo stralcio per poter dire che nel caso di Fortini il Novecento non si è mai concluso veramente.

    • Credo che queste considerazioni storico-letterarie di Giuseppe Talia siano condivisibili soprattutto per l’atteggiamento dubitativo e circospetto su una questione come quella del fissare simbolicamente la fine di un secolo (il Novecento) e di una cultura.
      Io mi azzardo ad aggiungere che ” il Novecento non si è mai concluso veramente” e non solo “nel caso di Fortini”. Troppa fretta, signori. Basta rileggersi oggi ” Oltre il Novecento” di Marco Revelli che troppo ottimisticamente proclamava addirittura sul piano della storia ( e non della sola letteratura o poesia) che la pagina novecentesca fosse stata voltata.
      P.s.
      Fortini autore “contraddittorio”? O dialettico?
      Fermarsi all’episodio del battesimo giovanile in punto (presunto) di morte mi pare limitativo.

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