Poesie di Vincenzo Mascolo da Q. e l’allodola, Mursia, 2018 p. 70 € 15, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: il novecento ha perduto la patria metafisica delle parole

Foto parigi Lorenzo Pompeo

foto di Lorenzo Pompeo

Vincenzo Mascolo è nato a Salerno nel 1959, vive e lavora a Roma. Nel 2004 ha pubblicato la raccolta Il pensiero originale che ho commesso, Edizioni Angolo Manzoni. Con la casa editrice LietoColle ha pubblicato nel 2009 Scovando l’uovo (appunti di bioetica). Nel 2010 un estratto del libro inedito Bile è stato pubblicato nell’antologia Lietocolle Orchestra – poeti all’opera (numero tre), curata da Guido Oldani. Per LietoColle ha anche curato le antologie Stagioni, insieme a Stefania Crema e Anna Toscano, La poesia è un bambino e, con Giampiero Neri, Quadernario – Venticinque poeti d’oggi. Q. e l’allodola, Mursia, 2018. È il curatore di Ritratti di poesia, manifestazione annuale di poesia italiana e internazionale promossa dalla Fondazione Roma.

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Abbiamo perduto la patria metafisica del novecento

e questo libro di poesia di Vincenzo Mascolo a suo modo ne prende atto, dice che non è più possibile alcun «oltrepassamento» dello sperimentalismo del secondo novecento, se non saltandolo di netto all’indietro, che  non c’è stata alcuna metafisica di «quella» poesia, e per metafisica intendo quelle parole che appartengono a una patria di parole comuni, una patria che fonda una comunità.

È così tanto tempo che la poesia italiana ha smarrito la sua patria metafisica, almeno, a far luogo da Le ceneri di Gramsci (1957) di Pasolini,  e dalla poesia dell’ultimo Bertolucci di La camera da letto (1984 e 1988) (lì le parole abitano ancora mirabilmente un’unica patria) che a noi posti nel presente ciò sembra del tutto accettabile, normale. Se mettete in fila tutte le parole del lessico di quelle opere, vi accorgerete che quelle parole abitano una medesima Grundstimmung, una medesima tonalità emotiva dominante.

Dopo di allora la poesia italiana perderà progressivamente il vocabolario della poesia. Mi spiego meglio, nelle opere degli autori più giovani accade che il vocabolario viene ad essere enfatizzato, diventa occasione di elefantiasi lessicale, viene introdotto in quel vocabolario il lessico del quotidiano giornalistico, il quotidiano del mondo mediatico ma senza alcun filtro preventivo, senza predisporre alcun salvagente; ci saranno a disposizione, utilizzabili, molte, troppe parole, dissimili e variegate, e si perderà addirittura la memoria della loro originaria comunanza gemellare. Non dico che dopo di allora non siano apparse opere significative nella poesia italiana, ne cito tre per tutte: Lo splendido violino verde (1976) di Ripellino, I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca e Altre foto per album (1996), opera postuma di Giorgia Stecher, opere che stanno lì a dimostrare questa mia affermazione, dico una cosa diversa, dico che nelle opere che sono venute dopo si andrà indebolendo ciò che tiene insieme le parole comuni di un’epoca e di una lingua dentro una cornice, una rete tono e fono simbolica, la cornice di una lingua e di un’epoca. Qui non si tratta della cornice di un quadro di proprietà privata che può essere alienato a piacimento o che i singoli poeti possano disporre e alienare liberamente, essa (la cornice, la patria metafisica) è inalienabile, indisponibile e inalterabile, al massimo i poeti la possono condividere quando si creano delle situazioni storiche e spirituali singolarissime, quando in taluni rari momenti della storia di una comunità linguistica vengono a coincidere distinti momenti dello spirito di un’epoca, allora viene ad esistenza, diventa percettibile la struttura trascendentale di una comune patria linguistica.

Foto Jason Langer, Mannequins, 1993

nel tempo che per me si fa feroce/ quelle parole che sono sfiorite:/ rosa rosario rosa della croce

Scrive Vincenzo Mascolo:

nel tempo che per me si fa feroce
quelle parole che sono sfiorite:
rosa rosario rosa della croce.

Le parole della poesia si sono allontanate, sono «sfiorite». Per un poeta del nostro tempo diventa sempre più problematico intercettarle, catturarle, e allora non resta che lasciarsi andare, abbandonarsi sulla criniera di un’onda sonora che un tempo lontano ancora permetteva l’esistenza o la sopravvivenza della poesia. Non è un caso che l’andamento tono simbolico e strofico della poesia di Mascolo si rivolga al crepuscolarismo del primo novecento come alla scuola più consona alla odierna sensibilità della poesia attuale. Del resto, cos’altro è questo smarrimento di Vincenzo Mascolo se non una dolorosa presa d’atto che non ci sono più disponibili le parole «nuove» e che bisogna ritornare all’«antico» per poterle prendere all’amo?

Tutta la prima parte del libro è una presa di distanza dallo sperimentalismo di Raymond Queneau, quella sì che era una scuola poetica priva di una patria metafisica, lì le parole circolavano liberamente e senza alcun timore di respingimento. Oggi, sembra dirci Mascolo, quelle parole ci sono divenute estranee, non le comprendiamo più, quel gioco dei significanti con i significati ci appaiono oscuri e senza senso, un gioco colloquiale, da ottimati dello spirito. È tutta la civiltà del secondo novecento che viene ad inabissarsi. Il poeta romano parte da qui per fare una poesia dal cabotaggio breve, con una navigazione a vista, tenendo sempre presente però la terraferma; è una poesia apatica, quasi priva di foné, che muove i propri passi in modo empirico.

Che ce ne facciamo di una patria metafisica delle parole sempre più lontana,

estranea e indifferente, di cui non ne conosciamo il contenuto, l’indirizzo, gli abitanti, una patria che ci fa sentire inidonei e inospitati intrusi della «casa dell’essere»? Quella «casa» ormai appare essere sempre meno la nostra «casa» ma un «appartamento» ammobiliato, con suppellettili e ninnoli a noi estranei, indifferenti, che si presenta sempre più come un luogo indisponibile, inaccessibile, inospitale,  irriconoscibile.

Mi sorge il sospetto che quella «casa dell’essere» sia ormai divenuta un qualcosa che non sappiamo più riconoscere, che quella lingua che si parla laggiù sia una lingua straniera, dai suoni imperscrutabili e incomprensibili, una lingua confezionata con i deodoranti da supermarket. Mi sorge il sospetto che con quella lingua sia ormai improponibile scrivere poesia, non abbiamo più il lessico, non abbiamo più una grammatica e una sintassi che ci possa accompagnare nel nostro viaggio; mi sorge il sospetto che abbiamo perduto la patria metafisica delle parole.

Che cos’è una patria metafisica?

Una patria metafisica delle parole la si costruisce in piena consapevolezza, e la può costruire soltanto una civiltà, non un singolo. È soltanto quando una patria metafisica delle parole inizia a declinare che si aprono delle «falle» e si inizia ad intravvedere un’altra luce, e con essa altre «cose» che prima non vedevamo. Non si tratta soltanto di una fotologia o di una riforma ottica delle parole come molti autori apprezzati di oggi fanno, come spesso in questi ultimi decenni si è fatto, maquillage e nient’altro, ma di un vero «regno delle cose» che viene avvistato. Solo a quel punto sorgono, possono sorgere, le parole «nuove», ma per «nuovo» non intendo le parole-banconote che escono dalla zecca degli azzeccagarbugli ma le parole comuni, porose, i frammenti, i frantumi. E allora non resta che ricostruire ciò che è stato decostruito, raccogliere i «frammenti» di quelle parole morte che sono state calpestate e spezzate, e indugiare, prendere una distanza, rallentare il passo e, se del caso, fermarsi pensierosi, non oltrepassare ciò che è non oltrepassabile, accettare i nostri limiti, perché noi siamo sempre in cammino verso una nuova casa dell’essere, dobbiamo sempre istituire un rapporto amicale con il linguaggio, quel linguaggio che è stato fatto sloggiare dalla «casa» ed è rimasto preda delle intemperie, del gelo e del raffreddamento delle parole. Quelle parole raffreddate sono le uniche parole che abbiamo, non ne disponiamo di altre, sono loro che ci possiedono… E allora bisogna scaldarle, bisogna trovare una nuova abitazione riscaldata, con una buona stufa… Forse, questo cammino altro non è che un momento del Ge-Schick dell’essere, del nostro essere, un tratto di quella peripezia dello spirito che occorre accettare e perseguire.

Cantami, o diva, l’eterna lotta
tra i significanti e i significati
narrami l’attesa tra gli eserciti schierati
del segnale che arrosserà quel campo
i riti per propiziare la vittoria
cantami la furia di quella battaglia
che non ha avuto vincitori e vinti
raccontami la torsione dei corpi
il sudore che impregna anche il terreno
la tensione dei muscoli allungarsi
quando sferrano colpi, nel ritrarsi
fammi sentire gli zoccoli che battono
i nitriti, il clangore delle armi
il cozzo delle spade sugli scudi
le grida per gli squarci delle lance
narrami le ferite, la paura
la polvere che copre chi è caduto.

Cantami, o diva, l’ira del poeta
la sua fatica che trasuda versi:
portami il sangue della sua poesia.

foto Ombra sulle scale

«L’impostura più grande, la folle illusione, la follia estrema è che il nome e la cosa coincidano.» (P.A. Rovatti)

Ecco il senso di questo encomio alla Musa di Vincenzo Mascolo.

«L’impostura più grande, la folle illusione, la follia estrema è che il nome e la cosa coincidano.» Scrive Pier Aldo Rovatti:1]

«L’illusione che si ripresenta ad ogni frase è che il nome e la cosa coincidano e che il soggetto parlante sparisca: sparisca non come enunciante della frase ma perché vi ha preso completamente dimora. L’unico modo di maneggiare questa illusione non è di farla sparire, ma al contrario di riconoscerla, di farla pesare sulla frase: attraverso il margine, la paradossalità che resta praticabile, in un gioco inevitabilmente in perdita e che deve sapere di esserlo».2]

Mascolo assume in pieno nella sua poesia la condizione di perdita, di finitezza e di pragmatica finitudine dell’uomo che abita una zona di frontiera, l’unica soglia abitabile, anzi l’unica dimora possibile che è data all’uomo di oggi. Le condizioni di inabitabilità del luogo e della lingua coincidono, ed è questo, propriamente, il «luogo della poesia moderna». Non sono più condivisibili l’esigenza dello stile né il tema del linguaggio, oggi il poeta è rimasto orfano di entrambi: dello stile e del linguaggio condiviso o non condiviso con una tradizione, e questa duplice condizione estraneità e di orfanità è propria della poesia più esigente e avveduta dei giorni nostri.

1] P.A. Rovatti, Abitare la distanza, 2001 p. 32

2] Ibidem

vincenzo_mascolo

Vincenzo Mascolo

Poesie di Vincenzo Mascolo da Q. e l’allodola, Mursia, 2018

Oh, Queneau
non basta più esercitarsi nello stile
come tu sapevi fare inanellando
notations, hellenismes, le contre-pettéries
e tutte le altre tue diavolerie
che aprivi come nuove fioriture
nelle terre inaridite che solcavo
con strumenti quasi umani zolla a zolla
per offrire a Cerere il raccolto
generato in primavera dai miei semi.

*

Non è rimasta immune la poesia
che ora sento spenta, prosciugata
del suo soffio vitale, di energia

e sembra spesso quasi soffocata
perché si sente stringere la gola
da grumi di realtà già masticata.

Dov’è silenzio, dove la parola
che riproduce il suono della vita
qual è la corda giusta della viola

*

Levatevi dal sonno, dalle tombe
o miei Penati, numi tutelari
i vostri versi siano come bombe

sui miei pensieri già crepuscolari
sulla penombra che dalla mia mente
avvolge cieli, campi, vie biliari.

Io odio questo vuoto questo niente
che si diffonde come la gramigna
e scava dentro me profondamente

*

Non c’è preghiera né giaculatoria
che possa darmi, padre, la salvezza
e mi condannerà la vanagloria

a ricercare sempre la bellezza
nella radura dove si nasconde
la fonte dell’eterna giovinezza.

Lo senti come agita le fronde
il vento della notte che sospinge
il battito del tempo, mi confonde

*

Oh, Queneau
per quelle terre, sai, cammino ancora
ma non ho più strumenti
e non ho fiato
per intenerire quelle zolle
ormai pietrificate come il seme
che offrivo in sacrificio alla mia dea
come i miei versi, come il mio silenzio
vieni, notte,
a sciogliere il silenzio.

*

Oh, Queneau Queneau
non basta adesso, credi, non mi basta
stringere, costringere, forgiare la parola
per disegnare le ombre sopra i muri
figure che volteggiano nell’aria
vagule, blandule, leggere
forme senza mai sostanza
nemmeno la volatile dei sogni
corpuscoli di polveri sottili
che arrochiscono la voce dei poeti.

*

Oh, Queneau
non sono poi così sottili
le polveri nell’aria in questo tempo
che si posano sugli occhi dei poeti
formando a poco a poco come un velo
(‘la cataratta dei poeti’, dice Guido
che Salvatore vuole a ogni costo
rimuovere dal proprio cristallino
per scorgere oltre il ferro delle grate
la fuga di una nuova prospettiva).

*

Oh, Queneau
i poeti sopravvivono a fatica
costretti a rovistare tra le scorte
delle loro animule sfibrate
per riprendere il ritmo regolare
del battito del cuore e del respiro.
Non c’è più tempo per i tuoi esercizi
non è più tempo questo per lo stile:
ormai del poco fiato che rimane
è meglio farne voce per la bile.

vincenzo mascolo_q_allodola

Oh, Queneau
Queneau
parlavo seriamente della bile
perché stanno esaurendosi le scorte
delle anime ridotte al lumicino
e per nutrire ancora una speranza
che adesso si fa sempre più sottile
ai poeti non resta che affilare
parole sulla pietra per raschiare
il fondo limaccioso del barile.

*

Oh, Queneau, Queneau
Queneau
per poi cercare cosa
mi domando
se ormai non è rimasto proprio nulla
nemmeno sotto le assi del barile
se nulla muove il sole e le altre stelle
e il mondo è governato
in questo tempo
da leggi che è impossibile capire.

*

Oh, Queneau
e come possono comprenderle i poeti
che prima di affilare le parole
affondano il pensiero nelle pieghe
della materia oscura che li avvolge
in cerca del principio universale
sia caso oppure forza del destino
il nostro arbitrio già determinato
coscienza che affluisce alla ragione
sia legge naturale, l’Ego, l’Uno.

*

Oh, lo so
Queneau, lo so
potresti allora dirmi che il reale
per i poeti è cosa ben diversa
da questo affaccendarsi quotidiano
che loro riconoscono i confini
dell’anima costretta nella forma
che muta, evolve, vira
si trasforma
cambiando il punto dell’osservazione.

*

Oh Queneau
Queneau
ma dimmi, a cosa servono i poeti
e tutta la fatica quotidiana
per svellere dall’ombra le parole
Queneau, sai dirmi a cosa può servire
se i loro corpi vedo evaporare
come la rugiada del mattino
se i poeti attraversano invisibili
la linea luminosa del mattino.

*

Oh, Queneau, qui dicono che scrivere poesia sia gesto che si compie per la polis, si dice serva come resistenza. Resistere poi a cosa mi domando: al vuoto

all’incultura, all’incoerenza, al buio che affligge l’etica, alla volgarità imperante, al malgoverno, all’impoverimento del linguaggio oppure solamente

alla nostra indifferenza? Queneau, non è delimitata la poesia, non ha finalità né appartenenza. Accade per fatto naturale, come un frutto di stagione, talvolta

ci sorprende come un temporale estivo che scuote anche le zolle e libera l’odore della terra, impregna l’aria e gli abiti e smuove dentro noi la torba del

ricordo. Eppure sai, Queneau, non è nemmeno questo risalire dei fumi e degli umori della terra, non è la pioggia estiva che risveglia la trama di memoria e di

radici, non è soltanto tutta la bellezza che ci sorprende e che ci meraviglia, non è nemmeno questo solamente la cosa che chiamiamo la poesia.

*

Oh, Queneau

trascorro notti insonni comparando
poetiche teorie sulla poesia forme chiuse versi liberi prosastici
la metrica gli accenti le metafore il ritmo la sua musica le immagini
terzine strofe ottave stanze rime endecasillabi i doppi settenari alessandrini
ABAB ABAB CDC

il canone del nostro Novecento versi lirici civili quotidiani d’amore religiosi minimali classici moderni d’avanguardia versi eterni transeunti di ogni
continente lingua forma visioni urgenze ispirazioni l’etica l’estetica
il linguaggio generazioni entranti entrate uscite uscenti
ABBA ABBA CDE
Oh, Queneau

trascorro notti insonni
ma ancora mi domando
se sia davvero questo solamente
la cosa che chiamiamo la poesia.

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25 commenti

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25 risposte a “Poesie di Vincenzo Mascolo da Q. e l’allodola, Mursia, 2018 p. 70 € 15, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: il novecento ha perduto la patria metafisica delle parole

  1. La ricerca d’una parola autentica è senz’altro la finalità di ogni ricerca poetica tanto più quando sembra che questa parola sia stata espatriata dalla sua dimora più congeniale, che dovrebbe essere la poesia. Credo che Mascolo riesca bene a dare evidenza di questa frattura, come testimoniano questi testi. Lo fa usando la metrica tradizionale, il canone consolidato con un taglio ironico e formale che serve a smascherarne la nudità terminale da cui è afflitto. Demolire per recuperare qualche materiale di risulta che posso servire in un tentativo (arduo) di riedificazione. Una nuova casa del linguaggio?

  2. Ho dimenticato di dire che

    Una patria metafisica delle parole la può costruire soltanto una tribù.

    Ma mi chiedo se, nell’epoca della seconda barbarie, sia ancora possibile costruire una patria metafisica delle parole. Con le parole di Marcuse: «È possibile che la seconda epoca di barbarie coinciderà con l’epoca della civiltà ininterrotta».

    • Senz’altro condivisibile, caro Giorgio.
      E’ la comunione dei poeti la mensa comune dove si spezza la parola poetica trasformandola in materia incendiaria per le coscienze, aldilà e prima dell’arroccamento in scuole o solipsismi egotistici. Perdere ciascuno un po’ di sé per metterlo a disposizione dell’altro poetico. La poesia è sostrato vivo che si permea del contributo delle singole voci per originare un organismo compiuto, appunto una patria metafisica.

  3. Eugenio Lucrezi, Bamboo Blues, nottetempo Milano, 2018 pp. 92 € 10
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/31/poesie-di-vincenzo-mascolo-da-q-e-lallodola-mursia-2018-p-70-e-15-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-novecento-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole/comment-page-1/#comment-36932
    Leggendo questo libro di Eugenio Lucrezi, mi è venuto in mente che avevo dimenticato di dire qualcosa, che avrei voluto dire qualcosa di importante… ma forse non era così importante come credevo; in fin dei conti a chi si rivolge questo libro di Eugenio Lucrezi che ha per titolo Bamboo Blues? Credo a nessuno. E questa è forse la posizione privilegiata per un libro di poesia: non dover accordare nulla a nessuno, non dover venire a patti con nessuno, non dare credito a nessuno, essere liberi come un uccello. Le parole che utilizza il poeta napoletano sono per lo più parole desuete e povere con l’accompagno del timbro sonoro di una antica tradizione che si è dissolta.
    Ho dimenticato di dire che una patria metafisica delle parole la può costruire soltanto una tribù. Non sta al poeta, seppur di rango, costruire una patria metafisica, questi non può che accostumarsi ad impiegare le parole che trova già pronte, quelle della barbarie, le parole che un poeta non dovrebbe mai accettare di dover pronunciare.
    Ma mi chiedo se, nell’epoca della seconda barbarie, la nostra, sia ancora possibile costruire una patria metafisica delle parole. Con le parole di Marcuse: «È possibile che la seconda epoca di barbarie coinciderà con l’epoca della civiltà ininterrotta».
    Non so se Eugenio Lucrezi abbia tenuto in mente questa massima di Marcuse dei primi anni Sessanta ma credo che in qualche modo si riconoscerà in quelle parole del filosofo tedesco.

    La pagina finale di Dialettica negativa di Adorno (Verlag, 1966, trad it. Einaudi, 1970, p. 369) recita così:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/14/invettiva-di-giorgio-linguaglossa-ai-poeti-di-oggi-il-monito-di-franco-fortini-spostare-il-centro-di-gravita-della-poesia-italiana-il-monito-di-eugenio-montale-la-mia-musa-ha-las/comment-page-1/#comment-34771
    «Ciò che recede diventa sempre più piccolo… diventa sempre più impercettibile; per questo motivo di critica della conoscenza e di filosofia della storia la metafisica trapassa in micrologia. Questo è il luogo della metafisica come riparo dal totale. Nessun assoluto è esprimibile se non in materiali e categorie dell’immanenza, mentre tuttavia né questa nella sua contingenza né la sua essenza totale devono essere idolatrati. Secondo il suo stesso concetto la metafisica non è possibile come connessione deduttiva dei giudizi sull’essente. Altrettanto poco può essere pensata in base al modello di un assolutamente diverso, che irriderebbe terribilmente al pensiero. Quindi essa sarebbe possibile solo come costellazione decifrabile dell’essente. da questo riceverebbe il suo materiale, senza il quale non sarebbe, non trasfigurando però l’esistenza dei suoi lamenti, ma conducendoli invece ad una configurazione, in cui essi si comporterebbero in scrittura. A questo fine la metafisica deve intendersi del desiderare. Che il desiderio sia un cattivo padre del pensiero è fin da Senofane una delle tesi centrali dell’illuminismo europeo, ed essa vale ancora senza restrizioni di fronte ai tentativi di restaurazione ontologica. Ma il pensare, esso stesso un comportamento, contiene in sé il bisogno – e in primo luogo l’affanno. Si pensa a partire dal bisogno, anche quando si rifiuta lo wishful thinking. Il motore del bisogno è quello dello sforzarsi, che implica il pensare come fare. Oggetto della critica è quindi non il bisogno nel pensare, ma il rapporto tra i due. Il bisogno nel pensare esige però che si pensi. Esige la sua negazione per mezzo del pensare, deve scomparirvi, se vuole realmente soddisfarsi, e in questa negazione gli sopravvive, rappresenta nella più intima cellula del pensiero ciò che non gli è simile. I minimi tratti intramondani sarebbero rilevanti per l’assoluto, perché lo sguardo micrologico frantuma il guscio dell’impotentemente isolato in base al concetto superiore, che lo sussume, e fa saltare la sua identità, l’inganno che esso sia meramente esemplare. Tale pensiero è solidale con la metafisica nell’attimo della sua caduta.»

    Qui c’è in evidenza l’aporia del pensiero nell’atto che si pensa, che pensa il suo oggetto, che esige la sua negazione, ovvero, il suo annullamento, il suo obnubilarsi, il suo inabissarsi per rinascere in un nuovo pensiero… Ecco, credo che la poesia debba pensare il suo oggetto, debba cercarlo con tutte le forze, altrimenti rischia di essere mera esternazione soggettiva del non-pensiero, del wishful thinking. Perché, sia chiaro, la poesia è pensiero, pensiero pensante, pensiero, come si dice oggi, poetante.

    Angelo del Pontormo

    Nube. Nubesco. Potenza delle ali.
    Testa rivolta ai venti della volta.
    Un gran soffione d’aria nel vestito.
    Sono nube di guerra. Non sorrido.
    Vento che ti schiaffeggia. Non mi vedi.
    Arrivo nel gran peso delle ossa.
    Non c’è buco che tenga la caduta.
    Angelo dell’intonaco, sono orma
    della grazia sul ponte, sono inchino
    di veleggi rigonfi al paradiso
    chiuso nella navata.

    Bamboo Blues

    Non credo a quel che vedo, la fotografia
    scattata quasi a caso, di pomeriggio,
    a te che prendi il vento negli ariosi
    capelli, e ad Agropoli muovi un impercettibile
    passo di danza, torcendo
    appena un poco il busto mentre alzi
    le braccia all’altezza del viso che si profila
    di spalle nel cielo caricato
    di sole e di calante azzurrità commossa
    e respirante fiati e fiati di vite
    diffuse e riposanti nei filacci
    d’estate, ad occhi chiusi a fresco,
    in memoria del mare,
    con le ascelle che bevono luce
    moderata alla fine, che accoglie
    la grazia del tuo passo, e di tuo figlio
    che ti guarda da presso,
    dice l’amore incredulo che piangi
    a Pina in un istante, e sei tutta
    abbraccio intorno al nulla, concentrata.

    Angelo

    Essere un angelo ha un costo, le ali,
    con l’esistenza che pesa e non vuole
    saperne di levarsi, fanno solo
    rumore, un fastidioso
    frullare con affanno inconcludente.
    Fare l’angelo costa, a te hanno dato
    l’intera paga, il soldo del soldato
    celeste. Raramente
    ti sei mossa da terra, la tua grazia
    cozzava sul soffitto della stanza.
    Il soldo lo hai tenuto in un cassetto,
    la luce che emanavi rifletteva
    raggi infiniti contro la parete
    trasparente della finestra.
    Frullare d’ali nella cameretta.
    Sorella lieve raggiungi la tua schiera.

  4. Ricevo da Gino Rago questa 16ma lettera a Ewa Lipska

    Sedicesima Lettera a Ewa Lipska

    [la vita nelle torte]

    Cara M.me Haska,

    i poeti hanno dato scacco matto al tedio di Dio,
    uno di loro ha scritto in un suo verso:

    «Qui ci sono gli uomini che hanno venduto la propria ombra…»
    Al Quirinale, l’orologio ad acqua,

    sul Tevere la voce dei cesari.
    Non dia retta a chi ha scritto:

    «chi penetra il mistero della lingua trova la sua patria»,
    a Cracovia i poeti non sono barometri.
    […]
    Due donne. Rossetto e trucco. Aspettano l’alba
    nello specchietto retrovisore.

    Caffè di Graz, fette di Wiener apfelstrudel.
    La megera vive accanto al Blumenstrasse,

    in un appartamento al secondo piano.
    Dice di essere Madame Hanska, quella de Il tedio di Dio.

    Sono vittime del blues:«Lasceremo Vienna,
    andremo a Linz, o forse a Salisburgo».

    Dallo specchio, una voce: «Mangerete
    una Linzetorte o una Mozartkugel?».

    «Tutte e due, lo sa, il segreto della vita
    è nelle torte».

  5. Alfonso Cataldi

    “Abitare è un migrare che richiama lo scorrere di un fiume. Acqua e non terra. Non però la vasta distesa oceanica; piuttosto la corrente che s’incanala in un alveo, che lo scava, lo plasma, e tuttavia lo segue, mentre disegna tracciati, apre vie, dischiude luoghi da cui prende luce lo spazio aperto, sfoltisce le boscaglie, lasciando sorgere radure nella selva, se non addirittura contrade. Corrente vuol dire che l’abitare non può essere concepito come un essere-qui, ma va invece inteso come un essere lì e oltre, dove si dirige il fiume. L’abitare e-statico trova il suo habitat nel fluire, dove paradossalmente essere presso di sé è già sempre essere fuori di sé, secondo la dinamica eccentrica dell’esistenza.”

    da Stranieri Residenti di Donatella Di Cesare

  6. All’andamento che sento devozionale, nelle poesie di Vincenzo Mascolo, preferisco il religioso Lucrezi; un confronto fuori dalla ragione, s’intende, solo per averli letti ora, di seguito, su questa pagina – Del resto, se Giorgio li ha accomunati sulla stessa pagina, una ragione ci dovrà pure essere…

    E’ chiaro che l’esercizio di stile richiede di essere applicato, altrimenti può bastare Queneau. Già, ma per dire cosa? Lucrezi sembra dargli risposta.

    Una riflessione sulle interessanti argomentazioni di Adorno nel merito del pensiero:
    Il pensiero che pensa se stesso è come il gatto che insegue la propria coda. Non è così per un poeta, quando rivede il proprio componimento; perché facendolo ha modo di osservare e pensare il proprio pensiero. In altre pratiche filosofiche, colui che osserva il proprio pensiero viene detto “testimone”. Ma in queste pratiche colui che pensa, in ogni momento può fermarsi e osservare il proprio pensare. Può essere che questo, Lucrezi non lo sappia, e forse nemmeno gli interessa; perché si capisce che è concentrato sul flusso delle parole, o almeno questa è la resa che ne dà.

    Nella poesia NOE, l’interruzione del flusso è interruzione dell’azione pensiero; nel mentre può anche non esserci nulla. Anzi, proprio quel nulla viene assunto come elemento costruttivo della versificazione. Nulla che poi si estende vanificando, quindi non sommando, il pensiero stesso; il quale pensiero, finisce così col perdere la sua proverbiale centralità. Ma se ne esalta l’azione, il pensare in sé, che è costante “atto” di fiducia.
    Invio senza rileggere.

    • A conferma di quanto ho appena sostenuto, ammesso che abbia un senso, basta leggere “Sedicesima Lettera a Ewa Lipska”, poesia composta in distici, uno più avventuroso dell’altro.

      • gino rago

        Grazie Lucio, osservazioni acute le tue e interpretazione dei versi miei recentissimi, (recati alla loro resa estetica più elevata da 2 interventi miracolosi del nostro Giorgio Linguaglossa che qui cito solo al fine di ringraziarlo pubblicamente), i quali vanno in una direzione di sfacelo..
        L’atmosfera di fine Impero, di fine di un mondo di certezze, in distici respira forse in ogni verso. L’unico legame mai rotto nei frammenti dell’Impero in dissoluzione è quello con la pasticceria austroungarica, il mistero della vita smarrita, frantumata, è nelle torte…
        Le due donne che sconfitte lasceranno Vienna desiderano ‘trovarsi’ nelle fette di due torte; non compare mai, ma sullo sfondo c’è l’uomo senza qualità. E tutto è riconducibile ai personaggi di Joseph Roth, alla Cripta dei Cappuccini, a Roth che lascia il suo mondo e corre verso Parigi per uccidersi lentamente nella scrittura e nell’alcol, con i Von Trotta
        della Marcia di Radetzky e della Cripta… a inseguirlo, prima dell’ultimo abbraccio del Santo bevitore trasformato per incanto in Leggenda…
        Lucio, si colgono queste atmosfere, queste dissoluzioni, queste sconfitte definitive…?
        Joseph Roth devo evitarlo, mi scuote, a ogni lettura…

        GR

        • Caro Gino,
          quella di rifugiarsi nel piacere, ultima consolazione – le due torte – mi sembra tipica dei periodi di decadenza. Nel film “Salò”, Pasolini ne dà significativo esempio,e gli storici conoscono bene quella dell’antica Roma (a me è bastato andarci la prima volta).
          Ho apprezzato questa poesia in quanto conosco la tua poetica degli scarti; perciò, quanti più se ne trovano tanto meglio dovrebbe essere per il lettore che ti segue. Ma dovrebbe conoscere la poesia di Ewa Lipska (Haska), oltre che naturalmente avere letto qualcosa di Joseph Roth – entrambi pubblicisti che si sono dati all’arte.
          Tutto questo si coglie nell’atmosfera rarefatta e resa impressionistica dal frammento. Poi si trovano scarti anche di Linguaglossa, e in parallelo si avverte una certa vicinanza con la poesia di Mario M. Gabriele.
          Ma a te interessa sapere se tutto questo “arriva”, se hai reso con efficacia. Personalmente mi sento estraneo a queste tue scelte; il periodo storico, la fine dell’Impero asburgico, le decadenza e la fuga, non riesco pienamente a intenderle come metafora della contemporaneità. Mentre invece riesco a cogliere la modernità della tua scrittura. Io suggerirei di approfondire nella direzione di versi come questo:

          Due donne. Rossetto e trucco. Aspettano l’alba
          nello specchietto retrovisore.

          Versi che nulla hanno a che vedere con quanto ci stiamo dicendo. E che per me rappresentano una piacevole fuga da te stesso: negli scarti, inserti nuovi. Per altro comprensibili a tutti, per i quali non serve di avere letto, né Lipska né Roth. La tua capacità di rendere visive le immagini è indiscutibile, ma per mio gusto trovo nella tua frammentazione una certa rigidità. La stessa che a volte avverto quando leggo poesie di Giorgio Linguaglossa. Inserire, o il dare più spazio a versi come quello che ho segnalato,potrebbe essere la soluzione.

    • Pensare l’impensato nella nuova forma-poesia
      caro Lucio,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/31/poesie-di-vincenzo-mascolo-da-q-e-lallodola-mursia-2018-p-70-e-15-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-novecento-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole/comment-page-1/#comment-36944
      hai ragione, in un certo senso Eugenio Lucrezi risponde a Vincenzo Mascolo, ma la sua risposta tende a spostare l’ago della bilancia dalla parte della phoné, della fonologia. La fonologia (l’onda sonora) diventa la madre di tutte le battaglie, addebitando alla fonologia la primazia ne consegue che accreditiamo all’onda sonora dell’endecasillabo la priorità e la primogenitura nella questione metrica e versale. E di lì non se ne esce, la prigione dorata dell’elegia ne è il risultato. Che lo si voglia o no, che ne si abbia consapevolezza o no.

      La nuova ontologia estetica che noi stiamo perseguendo invece si basa non sulla priorità della fonologia e dell’onda sonora ma sulla primogenitura della tessera iconica. Se la fonologia è parente stretta della analogia, cioè vanno a braccetto in quanto dipendenti dal fenomeno acustico, l’icona (l’immagine) si libera da questa dipendenza in quanto ne è svincolata: una immagine, in un testo, dipende dalla immagine che la segue o che la precede. Il divorzio dalla fonologia è proprio della nuova ontologia estetica. Ecco perché tra l’onda sonora e ritmica della poesia tradizionale novecentesca ed epigonica e la poesia della nuova ontologia estetica c’è un salto e un abisso.

      Molto opportunamente tu parli di «vuoto» che si apre tra le parole della nuova ontologia estetica. Ed il perché è chiaro: perché il vuoto abita stabilmente tra i sintagmi che adesso appaiono nudi in quanto non più vestiti e travisati dall’onda sonora, dal «flusso» sonoro delle parole. Il «vuoto» che si apre tra le parole e le immagini è vistosamente visibile nelle tue poesie o in quelle di Gino Rago o in quelle di Mario Gabriele; è il «vuoto» che convoca una immagine dopo l’altra saltando la sintassi e la grammatica e disponendo liberamente delle immagini. Se leggiamo la 16ma lettera a Ewa Lipska di Gino Rago osserviamo quanti «rivolgimenti», quante «peritropè» vi siano da un rigo all’altro… ciò che accomuna e «tiene insieme» le singole immagini è il «vuoto» che si apre tra una immagine e l’altra.

      Vedo che anche Alfonso Cataldi e Mauro Pierno sono già abbastanza avanti in questa ricerca, ciascuno con la propria particolarissima sensibilità culturale e linguistica. È una procedura difficilissima e innovativa perché l’autore non ha corrimano, non ha appigli, non ha sostegni nella sua avanzata verso il «vuoto», deve appoggiarsi ad una immagine dopo l’altra, non ha più gli alibi che gli consentivano l’antica e nobile onda sonora e l’analogia: il «come». Nella poesia della nuova ontologia estetica il «come» viene bandito e basta, le immagini scorrono nude e crude.

      Il filosofo Enrico Castelli Gattinara ha pubblicato un libro di 350 pagine il cui titolo è significativo: Pensare l’impensato, edito da Mimesis. Consiglio a tutti di leggerlo. Ecco, credo anch’io che occorra pensare l’impensato anche in poesia. Bisogna spezzare il proprio pensiero, non osservarlo dal di fuori, ma restare dentro il pensiero pensato per spezzarlo, frantumarlo, dissolverlo per andare su un nuovo pensiero. Soltanto pensando l’impensato è possibile uscire fuori dal circolo vizioso del circolo analogico ed ermeneutico. L’atto di pensare l’impensato spezza l’analogia e l’onda sonora e ci introduce in un’altra dimensione del pensiero.

      L’esercizio dello stile, come tu dici, alla lunga diventa stilematica, ozioso passatempo con l’ausilio della phoné. Spezzare, frantumare lo stile è una ginnastica necessaria e salutare. Chi non lo capisce continuerà a fare poesia analogica quando ormai siamo passati al digitale. La nuova ontologia estetica ci spinge a pensare la forma-poesia in modo rivoluzionario. Ma per fare la rivoluzione delle forme occorre un atto di grande coraggio intellettuale.

      • Mi trovi perfettamente d’accordo sul discorso che riguarda la fonologia. Andava detto. Ma non è questo l’aspetto che mi ha fatto preferire Lucrezi a Mascolo. La ragione è più semplice: ci ho trovato più poesia. Quanto al resto si ha distanza.

  7. Siccome ormai siamo in agosto – non significa nulla – invio un secondo estratto da “L’intervista”. Non tutto si capirà perché l’estratto va di seguito a un altro componimento, ma ora non penso abbia grande importanza.

    Alloro al vincitore!

    «Potresti essere tu, in uno dei tuoi travestimenti».
    Dalla parte degli aguzzini per diritto di nascita. O per prostituzione.

    La schiena di una vecchia seduta a bordo letto. Si sta cospargendo
    di crema le spalle. L’Imperatore osserva le sue rovine.

    Poi torna al romanzo. Se fare una telefonata. E’ ancora presto.
    – Non un albergo in città. Ma come fanno a vivere?

    Sarà lui, l’Imperatore, ad alzarsi per primo dal letto. Lei, tu,
    ti volterai guardando di sfuggita. La testa del maiale ancora lì.

    Prima di colazione. Il film.

    «Brava. Permettimi di darti la mano». Il merito è tuo.
    «Ho fatto come ho potuto».

    Ora aiutami a scavare una buca. Voglio riprovare. Quando manca l’aria.
    Poi su Venezia, Roma, Berlino… Non si avrebbe da dire.

    Sospiro, palla, battesimo. I convenuti morti prendano posto!
    «Nessuna paura, la casa è in affitto».

    • Pare che l’allusione certa, a volte sanguigna…
      perda di propulsione…all’improvviso pure tutto l’immaginifico politico e storico, tutto l’armamentario retorico profusi nella creazione dell’idea si sperdono e s’arrendono alla cosmesi moderna.Al flusso e al frammento.
      Ad una casa che non genera più nessun paura.
      Tutti questi fantasmi, di parole oggetti e persone, schiocchi!, sono
      una probagine misteriosa tutta con maschere e cotillons inesistente.
      La paura del nulla.

      (Leggendo Tosi.) GRAZIE OMBRA

  8. Eppure usa una parola Queneau.
    Sopporta ancora l’onta della celebrazione, è vero non più condivisa, personale, ma ripropone una parola, scuola. Impartisce una lezione di stile.
    La conferma di una mancanza di metafisica delle parole. Come volevasi dimostrare.

    Oh, com’è comune questo dolore.
    Che sofferenza, che strazio.
    Un verso da cui ripartire, Q. e l’allodola.

    Questa sonora corrispondenza
    avvia nei margini una piccola sutura

    Avessi visto amore mio come è strano
    distruggersi a Milano.

    E’ l’aria a fette una lubrificazione eterna.
    Nel senso una fetta di grasso

    ed una fetta di cielo
    Una di salame e l’altra di Greco.

    GRAZIE OMBRA

    • cari Giorgio e Lucio,
      fa piacere leggere il vostro pensiero sulla decostruzione della forma poetica che racchiude in sé il sotto vestito del linguaggio per meglio comprendere l’annullamento del ritmo narrativo, sostituito dal trauma del vuoto, tra un verso e l’altro.Chiamiamola pure disarmonia linguistica, tic della spazialità organica.

      La struttura del Novecento poetico è definitivamente finita.I propositori di questa nuova rivoluzione strofica, mini-invasiva, asimmetrica e più sclerotizzata di così, tra distici, monoverso, e la scomparsa dell’IO e dell’autocompiacimento, fanno sì che il passaggio verbale e figurativo, scandito da un nuovo segno estetico,diventi occasione di un pluridiscorso dalle diverse scansioni oggettive e psicoestetiche.Il vero antinovecentismo lo si scorge con questi esiti di svuotamento narrativo, sostituito da più mininarrazioni dove la traccia della discontinuità si sbriciola e si ricompone ad ogni verso.

      C’è una ibridazione di registri linguistici in continua espansione e surrogazione, che può sembrare uno stile scriteriato, offensivo da parte di chi ha una sensibilità estetica diversa dalla nostra, ma non per questo motivo, si può dedurre che il nostro fare è utopico, irrealistico, trasgressivo e irriverente.

      Al fine di esplicare il senso di questo nuovo percorso, riporto due esempi di introduzione al nuovo soggetto poetico, riportando due citazioni tratte dal pensiero di Giorgio Linguaglossa nel post precedente:

      (1) Spezzare, frantumare lo stile è una ginnastica necessaria e salutare.
      (2) Ciò che accomuna e tiene insieme le singole immagini è il vuoto che si apre tra una immagine e l’altra.

      Qui non si tratta di schizofrenia linguistica ma di un modello non visionario e ipnotico di una forma estetica che vuole essere di spazio poetico microcellulare e cosmico. Dico queste cose non per convincere qualcuno, ma per irrorare passaggi estetici giustificandoli nella loro esposizione.

      Si tratta, in sintesi, dell’espressione del linguaggio del nostro tempo che urta la modalità lirica del Novecento sostituita da tecniche di sintesi e di rallentamento letterario, ma che in effetti diventano una vera fenomenologia tecnico-materica della scrittura in versi.

  9. Agosto è il mese migliore per parlare liberamente, senza doversi tanto preoccupare di apparire presuntuosi – e per parte mia ve ne sarebbe motivo – quindi ne approfitto. E torno al fatidico verso di Tranströmer:

    “Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero”

    per dire che avrebbe anche potuto scrivere ” a destra, su una lapide nera le scritte d’argento”. E, a seguire, l’elenco delle immagini che volentieri accorrerebbero per subito partecipare al convegno. Ma sarebbe per l’appunto un elenco. Ecco, è più o meno questo che intendo dire quando parlo di rigidità.
    Come evitare la scarna elencazione, per quanto composta di elementi bizzarri e sorprendenti… Qui sta l’abilità del poeta, a mio avviso, il problema nuovo che si presenta. Ed è straordinario osservare come ciascuno, qui, abbia saputo darsi una propria soluzione stilistica.

  10. gino rago

    Gino Rago
    Mini antologia
    Poeti e Poesie della NOE
    (Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Edith Dzieduszycka, Costantina Donatella Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi, Rita Dove, Gino Rago)

    Meditazioni di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago
    intorno a
    La nuova ontologia estetica della poesia italiana

    La nuova poesia italiana getta alle ortiche la moda dei discorsi che parlano con banalità dell’«io», delle sue adiacenze e del «tu». La poesia ricomincia daccapo.
    Possiamo parlare di «nuova ontologia estetica», una volta che la strada della vecchia ontologia si è compiuta, una volta estrodotto il soggetto linguistico, che ha il segno puntiforme di un «Ego» nel quale convergono, cartesianamente, Essere e Pensiero, quello che appunto Descartes introduce e chiama «Cogito». Solo quando le vecchie parole sono rientrate nella patria della vecchia metafisica, solo allora le nuove possono sorgere, hanno la via libera da ostruzioni, perché con loro e grazie a loro sorge una nuova metafisica. Ma ora la strada della vecchia ontologia può dirsi compiuta.
    La nuova impostazione «ontologica» in poesia implica l’utilizzo di vari Fattori che vanno a comporre il nuovo pentagramma: il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole (non la semantica esterna), il «fattore spazio», l’impiego intensivo della punteggiatura, l’adozione del «frammento»; il discorso poetico abbandona la fedeltà al valore fono-tonale e fono-simbolico, come invece avveniva nella poesia del nostro Novecento, accentuando il concetto che inquadra la parola nello «spazio interno» e dentro il «tempo interno». E non solo la «parola» ma anche il «metro» ubbisce ai Fattori dianzi citati; il metro non è più considerato per i suoi valori «elastici» fono e tono simbolici e semantici, ma per i suoi Valori-Fattori che introducono il Tempo e lo Spazio nella costruzione poetica.

    Dobbiamo «entrare» in una «nuova patria metafisica» dove ci sono le «parole nuove». Questo non è un pensiero facile, è un pensiero complesso. Innanzitutto, come si fa ad «entrare» in una «nuova patria delle parole»? Come dobbiamo predisporci? Come vestirci? E, prima, bisogna pentirsi di qualcosa, cospargersi il capo di cenere? Ma poi, dove mai sarà questa «nuova patria»? Dove si trova? E… dobbiamo aspettare in sala d’attesa?, fare anticamera? (Diceva Adorno: «la poesia che non fa anticamera non è vera poesia»). Oppure, possiamo entrare così, di fretta, magari mentre mangiamo un sandwich, come siamo abituati a fare nel disbrigo del quotidiano?…
    Io penso che dobbiamo entrare in una nuova modalità di pensiero, un pensiero di attesa e di lentezza, quella che il filosofo italiano Pier Aldo Rovatti chiama «Abitare la distanza».

    C’è un «evento», accaduto lì, che ha ripercussione su di me che sto qui. Ecco, poniamo che questo «evento» ci guardi: capovolgiamo per un attimo il vecchio modo di pensare (che va dall’io al tu, dall’io all’evento), e procediamo al contrario, dall’evento all’io. L’«evento» che accade nel mentre che accade.

    Sono le cose collegate in un insieme che fanno sì che siano esse a parlare. Il poeta deve soltanto porsi in posizione intertemporale, fuori dal tempo e, insieme, dentro un altro tempo: l’ascolto recepisce questa posizione. L’ascolto, ovvero il recipiente dell’attesa, che predispone il linguaggio a formarsi. E il formarsi del linguaggio significa favorire la ricezione del «silenzio» all’interno del linguaggio stesso. Le parole, dunque, non sono altro che una forma di organizzazione del «silenzio», il quale è, esso stesso, un modo del linguaggio; in alcune particolarissime situazioni il linguaggio diventa silenzioso. Per l’appunto, quella è la condizione della poesia. In questo caso si può parlare propriamente del silenzio quale custodia segreta del linguaggio. La poesia abita questa custodia segreta. Ma anche tutti gli uomini la abitano. Non è una prerogativa esclusiva del poeta quella di abitare il «silenzio delle parole»; difatti, chiunque può attingere il «silenzio delle parole» attraverso la lettura di una poesia. Il silenzio abita il linguaggio; l’uomo abita il linguaggio, ovvero, il silenzio delle cose, la loro lingua segreta. Un poeta deve far parlare il «silenzio» e far parlare le «cose». Tutto il resto è assolutamente secondario. Il «dire» in poesia è questo «dire» che sta dentro il «silenzio» e dentro le «cose», non tutto ciò che sta fuori.

    Scrivere poesia nel nostro Tempo, nella età della contingenza e dell’incertezza, significa scrivere con uno stile dell’incertezza e della contingenza, sospesi tra la pesantezza della «cosa» e la leggerezza della «parola»: è questa una condizione esistenziale situata tra il quotidiano inodore e incolore e il non-luogo, anch’esso incolore e inodore. L’abitacolo dell’Io coincide con il luogo del Non-io, una condizione dei nostri giorni affatto drammatica, con quel qualcosa che sta all’esterno e all’interno dell’Io: la «Cosa» (Das Ding), che sta dentro e fuori, contemporaneamente, e che consiste nella sua estimità, nel suo essere, per Lacan «Entfremdet – alienato – di estraneo a me pur stando al centro di me»; qualcosa tra il familiare e l’estraneo, in bilico tra il dicibile e il non dicibile, tra il dentro e il fuori. Allora, la scrittura diventa interrogazione, si fa dizione curvilinea del linguaggio poetico e del testo narrativo. Perché le «cose», a ben guardare, sono curve; il mondo è curvo, l’intero universo è curvo, e forse anche il super universo, dentro il quale noi ci troviamo, è anch’esso curvo.

    Quando nella nuova impostazione «ontologica» noi parliamo di «spazio espressivo integrale», intendiamo un qualcosa che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendiamo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954), una forma non più lineare-melodica, ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto in cui le immagini, sganciate da qualsiasi «esperienza» vissuta, sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra.

    La «nuova ontologia estetica» abita il paradosso quale luogo della peritropè (il capovolgimento): ciò che è bianco è anche nero, ciò che è nero è anche bianco. Il linguaggio paradossale per eccellenza è il linguaggio mitico; nel mito, infatti, le categorie del pensiero non-contraddittorio e del principio di non-contraddizione vengono meno, sono inutilizzabili. L’esperienza e l’esistenza sono per eccellenza il terreno del contraddittorio. Anche la forma-poesia, dunque, deve farsi carico del contraddittorio e del paradosso quali proprietà di ciò che è e di ciò che non è. Di qui la necessità di costruirsi una procedura altamente conflittuale e contraddittoria che congiunga ciò che è contraddittorio come elemento ineliminabile della contraddittorietà incontraddittoria.

    Così, scopriamo che la poesia ha a che fare con l’illusione e l’abbaglio, piuttosto che con la certezza e la verità, categorie che già filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare, poiché avrebbero messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo del nomos e del logos, parole altisonanti ma false all’orecchio della Musa. L’illusione è lo specchio della verità: anzi, è la verità che si guarda allo specchio.
    L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio, il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio, il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose, che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso, che dialoga con se stesso…

    La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivola invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale. Il linguaggio poetico è diventato un linguaggio che si ciba di linguaggio, una dimensione auto-fagocitatoria. Che lo si voglia o no, la poesia del Novecento e del Post-Novecento è stata colpita a morte dal virus del panlogismo.
    C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile, che resiste alla irreggimentazione nel discorso poetico. Ecco, è quello che resta fuori l’essenziale: quel qualcosa, la «Cosa», di cui nulla sappiamo se non che c’è, che esiste. E, con essa, esiste il «Vuoto», che incombe sulla «Cosa», risucchiandola nel non essere dell’essere. Forse è proprio questa la ragione fondamentale che ci impedisce di poetare alla maniera del Passato e ci spinge verso una Nuova Ontologia. Il «Vuoto», che incombe sinistro su noi tutti e tutto divora.

    Giorgio Linguaglossa-Gino Rago

    1- Rita Dove
    Geometria

    Dimostro un teorema e la casa si espande:
    le finestre in un balzo si librano sino al soffitto,

    il soffitto con un sospiro va alla deriva.
    Appena le pareti si sono spogliate di tutto

    ma non della trasparenza, l’odore dei garofani
    se ne va con loro. Io sono fuori, all’aperto,

    e sopra di me le finestre si sono incardinate su farfalle,
    dove si congiungono un raggio di sole riluce.

    La loro meta è un punto vero e indimostrato.

    2- Giorgio Linguaglossa
    Sms da M.ma Hanska

    “cari poeti delle ombre,
    M.ma Hanska mi ha inviato un sms dall’aldilà.

    mi scrive: «arrivederci Signor Linguaglossa, Herr Cogito
    si trova già qua; la aspettiamo, c’è una bella stanza ammobiliata

    che dà sul giardino, una veranda (ci sono ancora il geranio e il lillà)
    con una copia della Gioconda sulla parete del soggiorno»;

    davvero gentile M.me Hanska, ma io me ne sto di qua,
    nel retrobottega dell’essere, al sicuro per fortuna, dalle intemperie

    del destino (si dice così?).
    c’è dunque tempo per le improvvisate di quel figuro del Signor K.”

    3 – Gino Rago
    Agenzia di viaggi

    Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

    la copia della Gioconda, il lillà
    e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

    abbiamo altro da fare, per esempio
    ascoltare il canto degli uccelli

    o il ronzio della Storia
    nei bassifondi

    ma anche loro, la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
    e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo,

    smettessero per un pò di fare baccano,
    coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

    gli dèi poi imparassero a tenere il becco chiuso,
    se sono sull’Olimpo è grazie alla poesia.
    […]
    Lo specchio alla donna che si ammira:
    « Sul soprabito manca ancora il bottone,

    le bombe non cadono più su Belgrado,
    chiusa per sempre l’agenzia di viaggi di Hitler e Stalin,

    troppi biglietti di sola andata,
    rarissimi quelli di andata e ritorno».

    Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
    il poeta vede ciò che il filosofo pensa.

    4- Gino Rago
    Lettera mai spedita a E. L.
    [una suora, il calendario, il Vuoto]

    Cara M.me Haska,

    Lo sa, la nostra comune amica di Vienna spesso mi parla di Ewa.
    Mi dice che non sta affatto bene.

    Mi perdoni se La affatico ma ho bisogno di scrivere,
    come pochi Lei conosce il fluire del tempo che distrugge

    i moti dell’animo umano.
    Con Lei posso parlare delle ostilità dell’esistenza,

    degli enigmi della vita, dei suoi labirinti,
    per esempio, alla fiera degli stracci un rabbino parla di Lilith

    e tanti intorno fanno finta di credergli.
    Una suora più in là vende i calendari di frate Indovino.
    […]
    Dalla Svezia o forse dall’Islanda qualcuno ha scritto:
    «il Vuoto gira il suo volto su di noi e sussurra:

    non sono Vuoto, sono aperto…»
    Non gli ho creduto, ma per tutta la notte ho vegliato.

    Ombre alla porta, caprioli nella stanza,
    i Mari Baltici sui letti.

    5- Giorgio Linguaglossa
    In nomine lucis

    Di notte viaggiano i vagoni merci carichi di morti.
    Di giorno grandi specchi ustori semoventi montati su camion

    danno la caccia agli uomini che hanno ingoiato la luce.
    Fuggono la luce, si giustificano, si sbracciano.

    Dicono di aver bevuto luce a sazietà.
    Si riparano sotto le tegole,

    sotto le mensole, nelle bettole del dormiveglia,
    si infilano sotto le saracinesche abbassate,

    si nascondono tra le masserizie
    e i rifiuti, lungo gli argini del fiume del dolore,

    sotto gli alberi spogli.
    […]
    Scavano fosse nella terra e ci mettono la testa.
    Dicono di aver bevuto a sazietà.

    Gridano: «Eloì, Eloì lema sabactani!».
    E bestemmiano. Bestemmiano il nome di Dio…

    – Tigri fosforescenti con passo elegante
    ci ringhiano contro, divaricando orribilmente le fauci…

    – Dicono di aver bevuto tanta luce.
    […]
    La notte, durante il coprifuoco, gendarmi
    con berretti a visiera di feltro verde

    in tuta bianca portano a spasso frotte di lupi al guinzaglio.
    Rifiutano la luce.
    […]
    La notte, gemella dell’oscurità, partorisce il buio.
    Il buio partorisce un uovo

    dal quale escono i pipistrelli ciechi
    che sbattono contro i fili dell’alta tensione

    e copulano con gli angeli gobbi
    caduti dal cielo azzurro…

    6- Mario Gabriele
    [da In viaggio con Godot]

    Annunci
    Scendiamo nella valle tu ed io

    a cercare il lume di Diogene.
    -Bernabei- gridai, mentre saliva le scale,

    a chiudere porte e finestre:
    -il cielo si spacca!-.

    Arianna, che di futuro se ne intende,
    consultò tavole e papiri,

    le centurie di Nostradamus.
    -Bisogna stare alla larga dai mesi autunnali-.

    Un giorno- disse, – perderemo la casa,
    la Moviola d’inverno,

    e i Capricci di Paganini.
    L’inverno è alle porte.

    Costruiranno un pied –à- terre
    e rifaranno da capo la dimora.

    -Vuoi che venga qualcuno a trovarti stasera?
    E chi? Nancy? O il pruno e la rosa? – disse Coralba-.

    Scriverò una lettera a Lilian dopo il fumo di Londra.
    Nella villa vanno e vengono le odalische di Marrakech.

    Fra poco non sarà più la nostra casa.
    Tempo che va e tempo che viene.

    Quattro mura e una porta blindata
    come un museo irreale con anni allo sbando,

    mentre discutiamo sulle piccole cose
    ora che i fiori sono ingialliti

    e non crescono più i semi d’albaspina.
    Denise non ha più scritto da Natale.

    E’ tardi per un incontro.
    C’è un mercato domani.

    Qualcuno avrà un anno in meno.
    Ci costerà un bouquet

    l’insostenibile leggerezza dell’essere.

    7- Lucio Mayoor Tosi
    Alloro al vincitore!

    «Potresti essere tu, in uno dei tuoi travestimenti».
    Dalla parte degli aguzzini per diritto di nascita. O per prostituzione.

    La schiena di una vecchia seduta a bordo letto. Si sta cospargendo
    di crema le spalle. L’Imperatore osserva le sue rovine.

    Poi torna al romanzo. Se fare una telefonata. E’ ancora presto.
    – Non un albergo in città. Ma come fanno a vivere?

    Sarà lui, l’Imperatore, ad alzarsi per primo dal letto. Lei, tu,
    ti volterai guardando di sfuggita. La testa del maiale ancora lì.

    Prima di colazione. Il film.
    «Brava. Permettimi di darti la mano». Il merito è tuo.

    «Ho fatto come ho potuto».
    Ora aiutami a scavare una buca. Voglio riprovare. Quando manca l’aria.

    Poi su Venezia, Roma, Berlino… Non si avrebbe da dire.
    Sospiro, palla, battesimo. I convenuti morti prendano posto!

    «Nessuna paura, la casa è in affitto».

    8- Donatella Costantina Giancaspero
    Le strade mai percorse

    Le strade mai più percorse:
    esse stesse hanno interdetto il passo

    – alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
    In anticipo sulla pioggia –.

    Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
    consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

    Le ragioni mai sapute vanno. Inconfutate
    – scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi

    ritmati di prima – gli stessi –
    da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

    Per un’aria che non rimorde – l’ombra
    sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

    9- Edith Dzieduszycka
    Translinguismo

    A cavallo
    sur deux langues
    position
    davvero scomoda

    on penche
    un po’ par ci un po’ di là
    senza mai bien savoir
    da quale cavolo di parte

    on va cascare!
    …..
    ————————————————————–
    Invito ai poeti autenticamente della NOE

    Che parlino i versi e soltanto i versi realmente scritti, che parlino solamente le poesie realmente fatte, senza più dichiarazioni o, peggio, giustificazioni di poetiche verso nessuno e per nessun motivo.

    A parte i più o meno goffi tentativi di denigrazione verso i poeti e la poesia della NOE, nessuno ha mai né dichiarato né giustificato il modo ‘altro’ di far poesia a noi.
    E nessuno degli esponenti della NOE lo ha mai chiesto, preteso, o richiesto a nessun poeta che fa poesia diversa da quella della NOE.

    GR

    • Bravo, caro Gino,
      se penso al tempo che dedichi alla poesia, alla ristrutturazione del verso, alla selezione di poeti che si muovono su questo percorso, invitandoli a non giustificare il loro operato, e che, se ben ricordi, ne ho già fatto un invito in passato, ma che ora Giorgio riapre il discorso proponendo il tema sul Vuoto, chiarendone e giustificandone il senso come un’altra particella di quel complesso architettonico e linguistico, mi viene da pensare che tu sei al servizio della poesia, come pochi che dedicano tutto il loro tempo a darne un significato. E’ tempo di concretizzare il nostro lavoro poetico con le pubblicazioni che attestino quanto asserito, in modo da passare da un progetto teorico ad uno pratico e documentabile.

      • gino rago

        E’ testimonianza di valore, soprattutto etico, questa tua e te ne ringrazio, caro Mario.
        Solo, Mario, mi sono preso la libertà estetica di ri-proporre la tua poesia tratta da In viaggio con Godot in forma di distici…

  11. Posto qui alcune poesie di Guglielmo Aprile

    Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/31/poesie-di-vincenzo-mascolo-da-q-e-lallodola-mursia-2018-p-70-e-15-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-novecento-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole/comment-page-1/#comment-36952

    Stralcio prefazione da “Il viaggio finisce qui”

    “La distruzione del “sacro”, causata dall’avvento della modernità, comporta la perdita di ogni valore e l’incapacità di trovare risposte ai quesiti esistenziali e di giustificare la realtà e l’esistenza umana provocando il conseguente trionfo dell’insignificante e del nulla. La contemporanea speculazione filosofica offre sicura testimonianza del baratro in cui siamo caduti, anche perché si aggiunge la sfiducia di risalire la china. L’autore che in modo più evidente esprime questa crisi è Federico Nietzsche, il quale nell’ultima opera, Volontà di potenza, dopo aver invano cercato il senso dell’universo e delle vicende umane, scopre che tale senso non c’è e che, dopo aver postulato un criterio sistematico come base di tutto il reale, giunge alla conclusione che tale elemento non esiste. Di fronte all’individuo non rimane che un mondo senza ordine, senza struttura, senza finalità (…). Ma dopo più di cento anni, nonostante tutti i tentativi, ci si accorge che l’ansia metafisica, di cui Aprile è lucido testimone, non ha esaurito il suo anelito (…).”
    “La poesia simbolica, in primo luogo, è poesia totale, poesia che deriva dall’integralità e della concretezza dell’essere umano, che non è solo ragione né solo sentimento, che non è solo materia né solo un aggregato di meccanismi psichici, ma vive ed opera in una condizione che supera il dominio dei sensi (…); così la mentalità simbolica postula un’altra realtà: accanto al presente l’assente, al passato il futuro, alla materia lo spirito, all’espressione il pensiero, all’ “enigma” la realtà che si cela dietro lo specchio. Il simbolo non è solo traccia di “altro”, ma indica anche che quell’ “altro” conta di più.”

    Prognosi

    Conosco il destino delle auto incidentate,
    mi smantelleranno
    pezzo per pezzo, i beni in ipoteca
    si svalutano, o si danno alla Caritas;

    rifiuterò le cure palliative,
    la chimica farà valere i suoi diritti:
    presto avrà fine questa serie di oneri
    così sterile,
    digitare il codice di accesso,
    orientare lo stendibiancheria
    verso nord al mattino,
    andare ad urinare ogni tre ore.

    Di questo passo

    Ci si incammina verso una probabile
    liquidazione totale,
    a breve è previsto l’esproprio,
    dichiarato incapace di intendere e volere
    il vecchio che provvedeva a sfamare
    i piccioni dell’intero quartiere;
    a partire dal primo di ogni mese
    scatta la detrazione,
    la confisca è immediata,
    le ali di paglia finiscono all’asta,
    si mettono i sigilli
    ai cassetti in cui non abbiamo guardato,
    si archiviano le domande
    scadute per decorrenza dei termini.

    Foce del mondo

    Il bidone dell’indifferenziata
    trabocca ogni giorno di più
    di cartoline dalla luna di miele
    e attestati di frequenza,
    due foche morte sul cuscino,
    giuramenti d’amore
    e notti in ospedale.

    Tanto si finisce scaricati
    in ogni caso
    in un cimitero di scarpe rotte,
    tutto intorno papaveri in coro
    che fiammeggiano indifferenti;
    una botta con il giornale e la mosca
    è una macchia su un muro, e sarà
    come se non fossimo mai nati.

    Catarsi

    Occorre rigore
    per segnare con la calce la fronte alle strade,

    il fuoco è il più igienico metodo
    di smaltimento del superfluo:
    cibo perfetto per le fiamme
    i giornali in sala d’attesa,
    buoni sconto e proposte immobiliari
    ultravantaggiose traboccano
    dalla cassetta postale (dobbiamo
    svuotarla ogni giorno), l’universo
    ci invia con puntualità la parcella;

    migliaia di scarpe allacciate per migliaia di mattine
    dirette in nessun altro posto
    che l’inceneritore,
    quello che avanza della cremazione
    si butta giù nel lavandino.

    Ultima corsa

    Inutile portarsi dietro l’intero guardaroba
    in vista del viaggio.
    Tanto non passano la dogana
    le cornici dorate
    e le teste di orso impagliate,
    l’abbronzatura presto sarà sparita;
    andato perso il bagaglio
    per colpa dei ladri o per la fretta
    di non perdere una coincidenza.

    Ogni sera la stessa stazione anonima,
    fa paura
    dopo l’ultima corsa: è qui che scendo,
    i fanali mi compatiscono,
    la valigia vuota eppure così pesante.

    Il gioco della morra

    L’ospite ama fare improvvisate,
    verrà a citofonarmi
    quando sono in pigiama o sotto la doccia:
    jazzista dei calendari,
    si beffa dei pronostici,
    è il fattore sorpresa
    che lo rende imbattibile alle carte,
    ha una mano
    veloce e furbissima, con cui apre
    a caso ogni giorno i suoi elenchi,
    possiede in rubrica i recapiti
    di tutti gli imboscati,
    potrebbe in qualunque momento
    raggiungerli, non è che per pigrizia
    se non lo ha fatto ancora.

  12. Io un tempo lontano scrivevo poesie che avessero un «senso». Davvero, adesso un po’ me ne vergogno. Cercavo di dare un «senso forte» alle poesie che scrivevo. Ma sbagliavo. Un giorno incontro questa frase di Adorno tratta da Dialettica negativa, 1966 (ed.Einaudi 1970 p. 340):
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/31/poesie-di-vincenzo-mascolo-da-q-e-lallodola-mursia-2018-p-70-e-15-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-novecento-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole/comment-page-1/#comment-36954
    «Una vita che avesse senso non si porrebbe il problema del senso: esso sfugge alla questione».

    Fu allora che abbandonai l’abitudine di scrivere poesie con un «senso», perché mi resi semplicemente conto che «esso sfugge alla questione».

    Detto questo per dire che allontanandomi sempre più velocemente dalla poesia con posizione e proposizione suasoria, assertoria, unidirezionale, unitemporale, innocentemente non dubitoria, sono approdato, insieme ad altri compagni di viaggio, alla nuova ontologia estetica (che è una posizione davvero instabile!)… ma non per invaghimento del dubbio e della scepsi, posta così la questione sarebbe da superficiali, ma, per amore della verità, posto anche qui per scontato il concetto di «verità», cosa che affatto non è. In seguito, incontrai un altro frammento di Adorno che diceva:

    «la coscienza non potrebbe affatto avere dei dubbi sul grigio, se non coltivasse il concetto di un colore diverso, di cui non manca una traccia isolata nel tutto negativo». (op. cit. p. 341)

    Fu allora che mi resi conto che la poesia che si scriveva in Italia da alcuni decenni era una poesia ingenuamente assertoria, anti sceptica, semplificatoria… mi resi conto che le cose non stavano affatto così…

  13. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Io un tempo lontano scrivevo poesie che avessero un «senso». Davvero, adesso un po’ me ne vergogno. Cercavo di dare un «senso forte» alle poesie che scrivevo. Ma sbagliavo. Un giorno incontro questa frase di Adorno tratta da Dialettica negativa, 1966 (ed.Einaudi 1970 p. 340):
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/31/poesie-di-vincenzo-mascolo-da-q-e-lallodola-mursia-2018-p-70-e-15-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-novecento-perduto-la-patria-metafisica-delle-parole/comment-page-1/#comment-36954
    «Una vita che avesse senso non si porrebbe il problema del senso: esso sfugge alla questione».

    Fu allora che abbandonai l’abitudine di scrivere poesie con un «senso», perché mi resi semplicemente conto che «esso sfugge alla questione».

    Detto questo per dire che allontanandomi sempre più velocemente dalla poesia con posizione e proposizione suasoria, assertoria, unidirezionale, unitemporale, innocentemente non dubitoria, sono approdato, insieme ad altri compagni di viaggio, alla nuova ontologia estetica (che è una posizione davvero instabile!)… ma non per invaghimento del dubbio e della scepsi, posta così la questione sarebbe da superficiali, ma, per amore della verità, posto anche qui per scontato il concetto di «verità», cosa che affatto non è. In seguito, incontrai un altro frammento di Adorno che diceva:

    «la coscienza non potrebbe affatto avere dei dubbi sul grigio, se non coltivasse il concetto di un colore diverso, di cui non manca una traccia isolata nel tutto negativo». (op. cit. p. 341)

    Fu allora che mi resi conto che la poesia che si scriveva in Italia da alcuni decenni era una poesia ingenuamente assertoria, anti sceptica, semplificatoria… mi resi conto che le cose non stavano affatto così…

  14. Pingback: Poesie di Vincenzo Mascolo da Q. e l’allodola, Mursia, 2018 p. 70 € 15, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: il novecento ha perduto la patria metafisica delle parole | RIDONDANZE

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