9 risposte a “Helene Paraskeva, Sette poesie inedite, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Poesie, queste di Helene Paraskeva, che possono, senza difficoltà, far parte della Nuova Ontologia Estetica, perché “dobbiamo diventare vivi / vivere da vivi / E poi saremo / Step by step / Vivi. Fortunato chi legge questi versi!

  2. della Paraskeva, scelgo questo verso;”Ma sotto il fico non si può”:perchè è ironico,stravagante,figlio di un immaginario personalissimo,inimitabile,Ogni poesia dovrebbe essere così,scritta sulle foglie della Sibilla, e poi lasciata sola,libera nel suo volo da aquilone.

  3. Guido Galdini

    Mi preme far notare l’utilizzo abilissimo degli agettivi, una delle sfide più temerarie da affrontare per chi si cimenta in questo mestiere.
    Due esempi su tutti:
    i cofanetti blu maligni
    il rigoroso presente indicativo.
    Forse, per la mia sensibilità, qualche punto esclamativo di troppo, ma è un peccato più che veniale rispetto alla stringatezza esuberante dei versi.

  4. Helene Paraskeva

    Grazie.

  5. gino rago

    Il vero esilio d’ogni poeta è quello linguistico. Se, come ci segnala Giorgio Linguaglossa nella sua ricca nota critica, Helene Paraskeva scrive i suoi in italiano quando la sua madrelingua è il greco, vuol dire forse che Helene Paraskeva va liberamente, consapevolmente in esilio per ragioni eminentemente linguistiche, forse per inseguire ritmi, cadenze, assonanze e altro che nel greco non trova o non sente. Helene va ad abitare un’altra isola,
    un’altra isola linguistica, e in questo la sento un pò come un personaggio di Pessoa che nella mia ricerca di poesia ho rappresentato [ho cercato di rappresentare] in questi versi fondati sullo scontro fra patria vera e patria del sogno, versi che è un onore per me con-dividere con Helene P. e con tutti i poeti de L’Ombra delle Parole

    Il marinaio [è il poeta?]
    […]
    Un giorno la pioggia durò più a lungo.
    L’orizzonte si fece più incerto. Imprendibile.

    Il marinaio sull’isola non volle più sognare,
    Voleva i segni della sua patria vera.

    Ma la terra natale si era dissolta nel suo sogno.
    La voce non apparteneva più al suo corpo.

    L’unica sua patria? La patria del suo sogno.
    E la vita del marinaio era quella che aveva sognato.

    Non ricordava più né un gesto materno né una strada.
    «Aiutatemi» disse il marinaio.

    «Esistono cose al di fuori del sogno?»
    La sua vita reale era senza passato.

    L’adolescenza che abitava la sua mente
    Era quella che si era creato.
    […]
    Un giorno passò per quell’isola una nave.
    Ma il marinaio non c’era più.

    La vegliatrice pensò:«Avrà lasciato
    l’isola per tornare in patria…»

    Per il marinaio davvero fu così.
    Lasciò l’isola al richiamo della patria

    [ma quale patria? Quella reale
    o quella del sogno?]

    Gino Rago

  6. donatellacostantina

    Mi hanno colpita quelle rime quasi casuali “tanti… baccanti” e “affittata… corrugata” che confezionano un “calco” di antico Novecento. Perché la poesia della Paraskeva ha una superiore aria di serenità espressiva, va a passeggio tra le rovine e le macerie dei linguaggi poetici novecenteschi come se fossero stati solo sognati e non vissuti con pathos e crudeltà e inautenticità.
    Apprezzo in modo particolare di queste poesie il loro non essere a posto, il loro essere in-situate, fuori posizione, fuori fase, come dire, prive di un centro logico, senza un focus.
    E questo aspetto lo considero un risultato eccellente. Un contributo significativo alla ricerca poetica che la rivista sta compiendo. Complimenti a Helena Paraskeva.

  7. Luciano Nanni

    Una bella e ricca capacità inventiva.

  8. Interrogarsi, come fa Helena Paraskeva, intorno al linguaggio è il gioco del chiedere qualcosa di essenziale intorno allo «strumento ignaro», accordare lo «strumento», porsi in posizione di ascolto.

    Non era il pane fresco
    né il panecarne, né la melaperché

    Questo gioco della doppia negazione (né… né) con le parole composte indica bene l’operazione della Paraskeva di produrre una negazione da due negazioni che si susseguono, alla maniera della dialettica negativa.
    Utilizzare la negative Dialectik alla maniera adorniana per spezzare il «circolo ermeneutico» gadameriano è un atto di grande intelligenza operativa.

    In fin dei conti la poesia, prima di essere esperienza di qualcosa, è una pratica operativa, una prassi, un modo di stare nel linguaggio e di interrogarlo.

    Ricordo che Gadamer articola la sua concezione della verità come eventualità extrametodica mediante i concetti di appartenenza e di gioco. Per «appartenenza» egli intende una situazione in cui non si ha tanto un agire del soggetto sulla cosa, quanto un agire della cosa (la verità, la tradizione, il linguaggio, l’opera d’arte ecc.) sul soggetto, ovvero la dottrina, di impronta heideggeriana e antiumanistica, secondo cui la comprensione è un «momento dell’essere stesso e non anzitutto un fatto del soggetto». 1 Con l’idea di «gioco», inteso come un processo che possiede un primato
    rispetto ai suoi protagonisti, Gadamer ribadisce come la verità (e il linguaggio in cui essa si manifesta) sia un «evento» di cui l’uomo non è il soggetto, ma il tramite. Infatti, nel «gioco» della verità e del linguaggio, chi gioca veramente non è l’uomo, ma sono la verità e il linguaggio. In altri termini, la verità non è mai un (umanistico) “afferrare’; ma un (ontologico) appartenere a qualcosa (all’essere linguaggio incarnato nelle varie comunità e tradizioni storiche) che ci possiede e ci supera. Da ciò l’idea del gioco come metafora dei nostri rapporti con il mondo, anzi come la metafora stessa del mondo, concepito come gioco infinito.

    (H.G. Gadamer, Verità e metodo, cit., p. 524)

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