Letizia Leone, Poesie scelte da Viola norimberga, Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 100 € 10 – con una Ermeneutica di Donatella Costantina Giancaspero. La storia vista da un colore

Letizia Leone Viola Norimberga

part. di Der beste Doktor di Alfred Kubin, cover di Lucio Mayoor Tosi

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016), con il medesimo editore nel 2018 pubblica la silloge Viola norimberga.

Allucinazione e paesaggio

Di certe pergamene che maestri profeti avevano letto solo a se stessi
di notte e nel deserto, nessun frammento aveva superato il tempo.
Ed ora l’ultima piaga:
la grande moria delle api.
Tra gli atti estremi della predazione: il saccheggio dei pollini fatati, delle api bottinatrici, dei fiori operai.
Verso l’estinzione

Bucata e piatta ormai la terra,
senza più venti
aria ferma dall’alba al tramonto. Una grossa bolla ardente
come in una stufa la vampa aveva prosciugato tutte le sorgenti.
E sebbene si fossero dimenticati i nomi di quei venti, si teneva duro in un battere i brividi nei denti.
Nilo, Alisei, Zefiri, Boree?
Nomi sacri per la carie del cielo
o per il taglio secco di un fiume.
Qualcuno si domandò:
Cosa avranno provato gli uomini quando chiamarono per la prima volta il cielo“cielo” e il mare “mare”?
Sarà sgorgato un po’ di colore azzurro? Si saranno sollevate le onde irruenti?*
Mare, Mare, Thalassa…Quale volteggio azzurro sotto la cappa di vapori e ossidi!

Estinti i sogni, il sonno degli umani così cupo intero fondente. Una scatola di buio.

Ma qualcuno scrutava i segni al fuoco di candela.
Dentro una tenda studiava come sbrogliare il groviglio colossale di tutte le materie del pianeta.
Studiava superstizioni, vacue leggende di frutti e di fiori, i felici impulsi della natura. Come porre un freno allo sgretolamento della creazione?
Necessitava una riparazione.
Inoltre in molti si erano persi e sarebbe stato difficile dirglielo.

Il campo era sovraffollato e il deserto andava loro incontro.
Se la luce è pensiero (così dissero i patriarchi) quel faro abbagliante del giorno era febbre, follia, malattia.

Troppi confidavano in lui, nella sua guida.
Chi possiede un alfabeto ha accesso a più segreti e lui era l’unico che sapeva leggere numeri e simboli.
Come un antico padre del deserto avrebbe dovuto guidarli al cospetto degli alberi maestosi,
gli animali immobili della guarigione,
le creature che costruivano giardini.
Trovare un albero sarebbe stato come trovare una cisterna d’acqua pura, una colonna di vita che avrebbe restituito protezione e nutrimento.
Ma ovunque alberi tagliati senza un fiato e senza un lamento. Abbattimento delle sequoie. Cortecce scorticate e legno per le crocifissioni.
Radure di mozziconi crudi e neri.
La mappa dei delitti ardenti. L’antico cuore del pianeta tutto brucato.

Ma a chi dire quelle cose?

Se qualcuno ricominciasse a provare pietà.
Si fermasse commosso a contemplare le sterpaglie lungo i sentieri di polvere,
a guardare il cielo tozzo che pesa sul mondo e a dire: “bello”
a indovinare le stelle oltre il coperchio opaco dell’atmosfera.

Lui allora sollecitò i gruppi a rimettersi in cammino.
Intorno onde di sabbia e gente abbattuta che dormiva nei sacchi.
Nessun animale in giro.
Le bestie, dissacrate e umiliate, erano state consumate come cibo o usate in modo feroce come giocattoli per i più deboli.
Avevano disseminato la terra di oggetti. Le scorie della Storia segnavano il cammino e orientavano chi tornava disperato sui propri passi.
Quanti utensili degli antichi popoli spensierati.

Lui si tormentava. Avrebbe dovuto confessarlo a quei disgraziati che non sapeva niente, né dove andare e tanto meno che fare. Quali boschi? Quale refrigerio di un albero? Quale antico giardino descritto nei codici miniati?
Aveva raccontato solo menzogne.
Era tutto morto intorno e loro erano in trappola dentro una brocca di tenebra. Scappavano dalla cenere.

Una folla gli si accalcò intorno “non ci puoi abbandonare! Sei l’unico che conosce la storia!”. Le donne piangevano: “La rivelazione?”
Tornare a guardare. Ricominciare a guardare oltre il filo spinato, ma da sopravvissuti.
Riportare un ricordo felice dentro le baracche,
accumulare poche forze e mettersi in marcia. Ricalcare i propri passi e raccogliere i semi curativi nei ciuffi d’erba che avevano resistito.
Sguardi di compassione.

Alcuni capi non erano d’accordo. Era questo il prodigio che aveva promesso?
Qualcuno aveva letto i libri e ne citò delle frasi.
“Ma noi abbiamo ceneri alle spalle!” gridò un altro dal fondo.

Alcuni aspettavano l’apparizione di Dio su qualche monte,
fosse anche una discarica o perfino il mucchio dei cadaveri.
In fondo erano tutti stanchi dei sentimentalismi, amore, compassione ma nessuno lo diceva.

Molti anni dopo arrivò la notizia dell’interrogatorio di Mosè, di come gli furono estorte informazioni su lettere e alfabeti.
Lui sapeva leggere e interpretare, era in grado di scrutare l’abisso che celava ogni lettera. Il loro lato in ombra,
cosa nascondesse l’Alef
o se era veramente un gancio la Jod.
Le lettere erano anche madri. Il segreto e l’essenza.
Bisognava andare a serrare le porte che erano state dissigillate, aperte, violate. Usando una sola lettera.
Semplice a dirla così.
Lo interrogarono ferocemente per cento notti.
E lui alla fine confessò che a far vibrare la vocale e ad attivarne il potere non era più compito da uomo ma da uccello.

Avrebbero dovuto ripopolare il cielo di uccelli e di insetti,
rifarlo azzurro, e poi far cantare tutti, corvi e colombe.
Il nome di Dio non era cosa per bocca umana.
Ne spettava ormai la pronuncia a disumani sospiri.
Magari alle api, le messaggere irruente degli odori.
Riallacciare i nodi arcani e segreti della natura. Ma lasciare fuori questa volta le creature pericolose. Gli uomini. Se Dio era là tra gli alberi, se Dio era un albero.

“È vero che Dio ha sigillato il mondo col suo nome di cento lettere?” lo incalzarono gli aguzzini.
I suoi ultimi pensieri furono per certe lettere misteriose che avevano il potere di suscitare la creazione…
Lo misero a capo della fila che attraversava i bagni. Il capo della rivolta.
La carne scoppiata di dolore.
“Guida il tuo popolo, Mosè”, urlavano sferrando calci, e lui sentiva urla e risate anche dalle orecchie spappolate.
Riscaldò di rosso le piastrelle bianche.
Quando le parole si scrivono col sangue diventano inesauribili.
Intanto una donna pia aveva messo quel dolore sotto vetro e ne aveva fatto conserve invernali per tutti.

Finché un giorno le prime scintille scappate fuori dal Libro dello Splendore fortificarono l’erbetta malata che brillò di pioggia mista a cenere.
Nessuno riusciva a decifrarlo quel libro di vecchie storie

ma bastava pronunciarlo
come alfabeto cantarlo
per far scappare fuori il più luminoso dei giorni.
Quando un cinguettio spaccò la sabbia.

La vita povera è ricca di sensazioni.

Uno che scriveva poesie origliò dal barattolo del dolore:
Eppure il passero ci offre un’immensa lezione: come trasfigurare la sua povertà in festa, la sua vulnerabilità in grazia*
I melograni dell’immaginazione allora glorificarono il giardino delle promesse
e il garofano abbandonato alla finestra dal giorno della deportazione
si scoprì in piena fioritura sotto il sole delicato dell’equinozio.

Mosè avrebbe voluto dire.
Lontano il campo di sterminio.

* Odisseas Elitis
* Dai Diari di Hatty Hillesum.

Ermeneutica di Donatella Costantina Giancaspero

La storia vista da un colore

 

Scrive Giorgio Linguaglossa nel retro di copertina:

« Il Processo di Norimberga iniziò il 20 novembre 1945 e durò fino al 1 ottobre 1946. Oltre ai 24 accusati avrebbero dovuto essere processati anche Adolf Hitler, cancelliere della Germania e principale responsabile di tutti i crimini, Heinrich Himmler, capo della SS e della polizia e Joseph Goebbels, il capo della propaganda nazista, ma costoro si erano suicidati già una settimana prima della fine della guerra. Nella lista degli accusati avrebbe dovuto esserci anche Adolf Eichmann e Josef Mengele, due dei massimi responsabili del genocidio degli ebrei, ma entrambi erano riusciti a fuggire in Sudamerica. Mi chiedo: perché una poetessa italiana, Letizia Leone, dà alle stampe un’opera che si ispira al famoso processo? La poetessa romana racconta con un senso di orrore e di disappunto, come una colpa, con un linguaggio irrigidito da quella immane tragedia che è diventata la tragedia dell’umanesimo europeo; in realtà, la cultura e l’arte nulla possono per fermare la mano di un assassino, è questo il punto. «Questa Storia/ Non si può scrivere a mezzogiorno», la poesia nata come canto è stata oggi derubricata a funzione accessoria non necessaria, e allora sarà la successione delle immagini, dei fotogrammi a fare la poesia, sarà unicamente il montaggio dei frammenti e dei lacerti dell’orrore. E questo comporta la conseguenza della massima spersonalizzazione dell’autore e del destinatario dinanzi al referto linguistico. Niente tridimensionalità acustica, retorizzazioni, iconologie, canto, niente commento, solo i frammenti di uno specchio rotto: ossimori, enunciati sghembi, contaminazioni lessicali, un vortice linguistico che è lo stigma dello stile. È il modo personale della Leone di erigere una barriera stilematica chiusa. Libro della piena maturità questo della Leone che osa l’inosabile, nominare l’impronunciabile.»

 Hier herrscht Stimmung, in italiano: qui regna l’allegria. La Stimmung non determina l’uomo, ma lo dispone emotivamente come apertura alle situazioni del e nel mondo. In tedesco il significato di Stimmung  raccoglie insieme il concetto di con-sonanza, di risonanza, di accordo tra il di-dentro e il di-fuori. È un termine intraducibile in italiano. In italiano c’è anche il concetto liminare, o meglio sarebbe dire, il quid concettuale di allegria di naufragi, quella allegria che coglie il naufrago un attimo prima del deliquio. In quel momento forse l’uomo trova per un attimo lunghissimo il raccordo e l’armonia, la pace della sera del viandante sulla terra dura. La tonalità emotiva o disposizione esistenziale non ha nulla in comune con uno stato psicologico e deve essere distinta da quest’ultimo, è piuttosto qualcosa che è contenuto in una tonalità di fondo del modo di interagire con il mondo e una disposizione dell’animo che si è alleggerito di un peso terribile che lo affliggeva, una sensazione di allegrezza che segue alla gravezza, una sensazione di pace. Ecco, direi che è questa la tonalità dominante del libro di Letizia Leone: il mondo visto da un colore, dal «viola norimberga», un colore nuovo, inventato; questo suo dire in affermativo ciò che è giusto che sia detto, dire in affermativo ciò che può essere detto solo in negativo, dire ciò che non può essere detto, ciò che non ha parole. Leggiamo quindi alcuni versi:

«Intanto una donna pia aveva messo tutto quel dolore sotto vetro e ne aveva fatto conserve invernali per tutti.
Finché un giorno le prime scintille scappate fuori dal Libro dello Splendore fortificarono l’erbetta malata che brillò di pioggia mista a cenere.
Nessuno riusciva a decifrarlo quel libro di vecchie storie.»

C’è un luogo nella cultura occidentale, nella storia della nostra cultura che non può essere detto: è l’indicibile, il luogo autocontraddittorio della cultura occidentale, un luogo mentale, aporetico, una zona oscura per la quale ci mancano le categorie. La filosofia non ha una parola per indicare questa zona oscura, e così anche la poesia resta senza parola. Ci ha provato Celan a nominarlo, ci ha provato il poeta yiddish Itzik Manger, ci ha provato Nelly Sacks e molti altri poeti europei, ma in realtà forse quei poeti erano venuti troppo presto per cantare l’orrore della nostra storia. Per cantare una materia occorre lasciarla decantare. Bisognava lasciar decantare quella storia, il tempo doveva cancellare l’opera del tempo. C’è una zona d’ombra nella metafisica occidentale, una radura oscura che sfugge alla significazione, che si sottrae alla narrazione, alla identificazione. La storia dell’homo sapiens è la storia di una narrazione che contiene al suo interno altre innumerevoli narrazioni in innumerevoli lingue. C’è un punto in cui la nostra patria metafisica mostra una zona di indicibilità, ed è proprio da qui che ha inizio la narrazione poetica di Letizia Leone, da questa zona di indicibilità e di irriconoscibilità.

È stata davvero una impresa temeraria questa di Letizia Leone: raccontare una storia che non si lascia ridurre a narrazione, narrare l’indicibile, ciò che sfugge alla significazione, ciò che sfugge alla reificazione, qualcosa da cui anche Dio è fuggito per non fare più ritorno sulla terra degli uomini. Non soltanto «Dio è morto» ma Dio forse è fuggito lontano per non far più ritorno sulla terra degli uomini. «Il nome di Dio non era cosa per bocca umana», scrive la Leone. Infatti.

Per questo progetto occorreva una lingua di ferro, un linguaggio-scultura, un linguaggio che avesse preso congedo da tutti i linguaggi poetici del novecento e da tutti gli «ismi» di questi ultimi decenni pubblicitari, un linguaggio che fosse oltre ogni linguaggio, un linguaggio scabro, ossuto, roccioso, antipoetico, aporetico, fatto con gli stracci della nostra cultura, un linguaggio di «fatti bruti». Ed è questo il realismo della Leone, il suo modo personalissimo di inventare la sua personale nuova ontologia estetica. Un linguaggio che possedesse una così forte concentrazione di Stimmungen, di tonalità patiche ed emotive tali da poter essere i motori di una originalissima e profonda narrazione. Forse non è un caso che un libro così intriso di pathos apatico sia venuto alla luce in un momento di grave crisi del nostro paese sprofondato in una  tristissima pandemia di razzismo e di sovranismo sciovinista. Considero questo libro il primo segnale di riscossa della poesia italiana di riprendere il filo del gomitolo e ricominciare a narrare.

da Letizia Leone Viola norimberga, Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 100 € 10

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna dei delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le Ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi.
Una, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

Il “Processo dei medici” di Norimberga per Crimini contro l’Umanità si svolse dal 9 dicembre 1946 al 19 luglio 1947. Nei 18 volumi degli Atti si parla anche di esperimenti disumani come il trapianto di ossa e le iniezioni di pus.
*

L’archivio ardente:

Dodicimila pagine di febbre.

I fogli s’assottigliano in fessure

Di fatti in controluce: esperimenti

Mentre l’inverno ci divora.

In risalita rantoli e lamenti.

Questa parola spacca gli schedari.

I documenti di Norimberga sono le ali
del più vorace voluminoso orrore.

*
I Supremi Principi
urtano contro valigie e occhiali
sparsi a terra.

Servirebbe fuoco trasparente per la Veglia
e l’occhio di vetro del complice
– io non lo sapevo! –
sbarrato in eterno.
*

La via ai morti?
Appena chiusa la porta.
Una volta era nel vaso dei gerani
ma capitò anche tra due parole stracciate da un giornale
per incartare le uova.

I cimiteri sono vuoti.

*

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.
*

Così la tomba si espande in lunghezza
in un sistema di corridoi e di porte.

Versi senza anestesia.

Verticali stanze
di chi da tempo è senza nome
se il numero ha corroso fino all’osso.

Come l’incisione sui mattoni
l’urna si fa rovente.

Trasforma questa cifra in una lettera.
Ricostruisci un nome.
Annotalo sul tuo pezzo di carta.

*

L’educazione nazista
non è solo tracciare con il coltello
la svastica
su un muscolo piatto.

Toccala ora questa pelle fredda
perché un cadavere ritorna dal buco
della Storia
raggomitolato.

Era stato legato al letto.

*

Grazie parola
che mi rendi farina da impastare
e gole preistoriche di scricchiolii e sospiri
sotto campi di broccoli lenitivi.

Dolore e odio
prendono aria
pioggia

poca luce per la pietà.
*
Su cavia umana
su corpo di russo o ebreo polacco
sul suo cuore decompresso e scoppiato

di criminale
su questo pezzo umano numerato
organo del campo di Dachau

si stacca il respiro.

Fino a quando sott’acqua si contano
embolie: una due tre camere
d’aria (tu, muto senza fiato)
tra coronarie e crani.

Ormai giro cartilagini.
Pagine di avorio
gialle di mezzo secolo.
*

Cinque piccoli boccioli di rosa.

Lo so è un sogno
gravido di sangue
già solo immaginarli

Perché

durante un’autopsia
dopo la scoperchiatura cranica e toracica
si constatò che
il cuore batteva ancora.
*

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.
*

(Dai Verbali, pp. 675 sg.): anche se in prevalenza faceva esperimenti di raffreddamento con lunga esposizione all’aria aperta, Rascher continuò anche quelli con acqua gelata. Il testimone Neff ha raccontato di un esperimento, “il più malvagio che mai sia stato fatto”.

…La storia dell’assassinio,
ora si,
risulta un omicidio
ora che si conosce tutta la faccenda.
Ma per me,
a quel tempo,
Rascher era un medico maggiore
della Luftwaffe.

Ma scusi ma quando ha visto il morto
Là disteso straziato arreso
Cosa le “risultò” essere? Cosa?!

Un esperimento con esito fatale.

*
E voi stavate lì a sezionare
Sotto il manifesto del giuramento ippocratico
Appeso al muro chiaro
Del laboratorio?

“Le spiego,
esistono due medici
colui che soccorre e lo sperimentale
il navigatore di altri mondi,

altro inventare, ardimento,
altra eroica svaccata morale…”

*
Ma questo bianco
è foglio o lenzuolo
funebre?

La vista mi si annebbia.

Non so a chi chiedere.
*

esercizi segreti…
accumulare corpi. oggi
ne arrivano ottanta in un convoglio
piombato con lo sputo e i denti
degli scorticatori. taci

…si, si, fui arruolato come volontario
nel corpo speciale delle SS

esercizi segreti sul volo
da grandi altezze, esercizi di morte altrui
di questo ex-contabile di Augusta
che da un tubo sta facendo schizzare acqua e acido
cianidrico.

…si,si, fu il professore che mi indicò la dose
approssimativa per asfissiare.

Ottanta furono le donne che si inarcarono
Nella crocifissione di fumo.

*

Domanda.
Ma se “quelli” non fossero morti? lei
li avrebbe uccisi con una pallottola?
Risposta.
Avrei cercato di asfissiarli
una seconda volta
una seconda dose di sali. nel fare
QUESTE COSE
non provavo nulla
perché avevo ricevuto l’ordine di uccidere quegli ottanta prigionieri a quel modo, come le ho già detto.
Del resto io
sono stato educato cosi.

Ti chiedo scusa lettore. Ora muro
L’immaginazione
E poi muro anche l’orecchio

Perché quelle Madri
(Mastica torrone, e che ti si spezzino i denti!)
Cominciarono tutte a gridare.

*

In immersione
i pesi sul cuore
attaccato al cavo a perpendicolo.

Raccogliere Tempo dai sassi profondi manoscritti.

Tempo estremamente lento
con pezzetti di suono e cortecce non udibili.

Nessuna elegia del sentimento deve sortire liberazione o catarsi.

Solo suono protozoico deglutito nell’oratorio del pozzo.
*

Ma poi cos’è il suono di pozzo?
Frizione di pelle tiepida e terra. Non esserci più,
ma con il ricordo della più infausta vocale nell’orecchio.

Fango giovane (dove tracciare col dito un vortice minimo, la forma del feto o dell’orecchio) poiché questo poco tempo è fragile
non è distante nemmeno un’ora un secolo un minuto

sebbene geologico già lo sia:
di paura.
*

Risvegliatevi. Cos’è successo?
Eppure questi imputati allargano le pareti dell’aula tribunalizia con la loro eloquenza
lievitano in alto, petti in fuori, indossano ancora l’uniforme e baciano l’aquila, negano, ancora negano la realtà, sudano razionalismo freddo, “non potevamo” vedere posti a salvaguardia delle “grandi mete”! che le cavie umane del “professor” Gerhad Rose erano persone condannate dalle leggi speciali hitleriane, come gli zingari e i polacchi:
esperimenti di vaccinazione antipetecchiale.
Insomma tollerare tutto pragmatisticamente.

Solo a Buchenwald si ebbero 97 decessi in una sola serie di esperimenti a cui furono sottoposte 392 persone.

Il tribunale si ritrova a fare
Un lavoro mistico.

Non hanno pensato
Di chiamare un frate, un rabbino
O magari un sopravvissuto
Al suicidio?

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25 commenti

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25 risposte a “ Letizia Leone, Poesie scelte da Viola norimberga, Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 100 € 10 – con una Ermeneutica di Donatella Costantina Giancaspero. La storia vista da un colore

  1. Bellissimo testo, questo proposto da Letizia Leone,che affonda lo scandaglio non solo nella grande Storia, ma anche in quella che ne può esserne un doloroso riflesso,un bagaglio di sensazioni che sono individuali pur restando collettive, una partecipazione di ognuno all’inesauribile svolgersi della realtà.”Questa storia non si può scrivere a Mezzogiorno”:che considerazione intelligente! E, forse, nessuna storia si può scrivere a Mezzogiorno,perchè in ognuna resta l’ombra del “non detto”,il rimpianto per non essere stati più espliciti, più coraggiosi, più indifferenti al rischio del giudizio degli altri,al rischio del nostro stesso giudizio,

  2. Riportare oggi una pagina di Storia intorno a quella che è stata la definita la più grande tragedia dell’umanità lo si deve a Letizia Leone con il volume: -Viola Norimberga. Un’altra scrittrice, Etty Hillseum, ebrea olandese, si inserisce con Anna Frank, in quell’enorme genocidio, con il suo diario, riportato alla luce da Edgarda Ferry con il titolo: -Un Gomitolo Aggrovigliato è il mio cuore,- dove appunti, lettere, umori diversi, tracciano il taccuino quotidiano di Etty a cominciare dal suo viaggio sul treno per Auschwitz fino ai giorni della sua fine nel 1943.
    Oggi, leggere le poesie di Viola Norimberga di Letizia Leone, è come rivedere un cortometraggio, con tutte le tecniche di annientamento fisico della Nazi Folter. Ridiscutere l’azione del Bene e del Male e del libero arbitrio, dal punto di vista religioso, metafisico, razionale, credo che sia il miglior modo di avvicinarci agli Illuministi, agli Atei, ai dirottatori della Verità.
    Il pensiero kantiano sul male radicale è stato espresso nel suo volume -La Metafisica dei costumi- e, precedentemente dalla teodicea agostiniana dove il Male è diviso in tre parti: – ontologico, morale e fisico-. Agostino dopo aer esaminato il male fa una scelta determinante: non nega la sua presenza ma ne nega l’essenza.
    Bayle in risposta a Sant’Agostino mette in luce una teodicea puntando tutto sulla Sostanzialità del Male. Queste forse sono le risposte che si possono dare a quell’immane genocidio che ha come soggetto principale il Male, già esaminato dalla filosofia greca da Empedocle fino ai filosofi e scienziati che rivelano in ogni caso questo mistero e i limiti delle soluzioni filosofiche.
    Viola Norimberga pone ad ogni verso queste problematiche, le illustra attraverso le diverse tecniche di eliminazione del Soggetto-Uomo, caricandole di un immane dolore fatto di grido silenzioso, perché il Novecento non sia il –secolo ammalato di amnesia-.

    • leggere: è stata definita la più grande tragedia.

    • negare, come fa Agostino, l’essenza del Male significa implicitamente sminuirlo, io invece credo che, come dice Heidegger, bisogna guardare bene in faccia quest’ospite, il nichilismo, per poterlo fronteggiare in qualche modo. E non altro che questo ha fatto Letizia Leone con il suo libro, ha guardato in faccia il Male ma non per negarne l’essenza: se il male c’è, ci deve essere anche la sua essenza, questo è innegabile. Agostino, ossessionato di dover in qualche modo giustificare il male come male minore, ne ha negato l’essenza, ma noi, in quanto nichilisti non dobbiamo commettere questo errore, il male è nei nostri costumi, nella lingua che abitiamo, nelle cose che facciamo, dobbiamo correggere il male con un pensiero critico, critico oltre se stesso…

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/07/16/letizia-leone-poesie-scelte-da-viola-norimberga-progetto-cultura-roma-2018-pp-100-e-10-con-una-ermeneutica-di-donatella-costantina-giancaspero-la-storia-vista-da-un-colore/comment-page-1/#comment-36586
    la filosofia è definita da Heidegger, con Novalis, «nostalgia»: «un impulso a essere a casa propria ovunque»; ma la poesia moderna, invece, nasce dalla scoperta di non essere a casa propria ovunque, di essere Estranei a se stessi. È essenziale alla poesia moderna, da Les Flueurs du mal(1857) in poi, sentirsi estranei, essere costretti ad impiegare una lingua estranea ed ostile. Questa lingua di Letizia Leone è una lingua estranea ed ostile, non più eufonica. Da oggi e per tutto il futuro non sarà più possibile scrivere con una lingua come quella di Sandro Penna ma neanche con quella ad esempio dell’ultimo libro di Majorino, che ho appena scorso con gli occhi, tanto mi è bastato per capire che quella lingua è estranea in quanto idioletto incomunicabile, lì non si vuole più comunicare con nessuno, c’è l’elitarismo di una intera cultura che si è esaurita, lo sperimentalismo, la cultura di chi non vuole comunicare e non vuole ricevere nulla da nessuno. Con questa disposizione di spirito la poesia nasce già morta, non c’è dubbio.

    La Stimmung per Heidegger è «la voce dell’essere», quell’aura, quell’atmosfera che ci involge e ci coinvolge nel nostro rapporto con il mondo. Un particolarissimo tono, o accordo di strumenti musicali che situa la parola poetica in questo accordo…

    Il problema della poesia contemporanea, che Letizia leone affronta alla radice in questo libro, e con maggiore consapevolezza e drasticità rispetto ai libri precedenti, è che non è più possibile vivere e convivere con una Lingua familiare, con la lingua degli avi, della tradizione, con la Lingua dei vincitori… l’unica Lingua disponibile per la poesia è quella dei «fatti-stracci», non più la lingua dei ready made, per intenderci, ma la lingua non acustica, in essa non alberga alcuna «acustica dell’anima» idealisticamente posta e acriticamente accettata dalla poesia che va di moda oggi e che alcuni «poeti» e «poetesse» impiegano per offrirsi come anime belle e intonse e immolate al mondo brutto e corrotto…

  4. Basta inoltrarsi anche solo di qualche metro nella vita reale di questi poeti,”anime belle e intonse e immolate al mondo brutto e corrotto”per intuire l’immane impostura che sorregge molti di loro .Ma il lettore (anche il più sprovveduto) distingue l’oro dal dorato più di quanto si possa immaginare.

  5. gino rago

    Poco o punto rimane da aggiungere agli alti esercizi di ermeneutica di Costantina Donatella Giancaspero e di Giorgio Linguaglossa sul recente libro poetico di Letizia Leone, libro nel quale Letizia si propone, anzi si impone quale poeta di poesia totale in grado di fondere in un unico amalgama linguistico-stilistico-tematico le tre modalità di cognizione dell’uomo, come indicate da Brodskij: quella analitica, quella intuitiva e quella della rivelazione, quest’ultima possibile soltanto ai profeti della Bibbia.
    Così come Letizia Leone bene tratta certe inclinazioni adamistiche della scuola dell’acmeismo come se il poeta davvero possa tale sentirsi quando è in grado di dare come fosse la prima volta il nome alle cose, consapevole com’è Letizia Leone del dramma dell’uomo contemporaneo per il quale al nome non corrisponde più la ‘cosa’ nominata.

    Gino Rago

  6. giovanni ragno

    Bisognerebbe che si leggessero i “Quaderni neri” di Heidegger: per comprendere come questo filosofo ha depresso la FILOSOFIA.
    Tutta la sua filosofia sull’Essere e il Tempo è soltanto il suo personale e privato fallimento: Holderlin ne sarebbe stato disgustato.

  7. gino rago

    “[…]Il garofano abbandonato alla finestra dal giorno della deportazione
    si scoprì in piena fioritura sotto il sole delicato dell’equinozio[…]”

    è questo alla mia lettura quasi analitica dei versi di Letizia Leone, che vorrei aggiungere ai commenti analitici di Giorgio Linguaglossa, di Costantina Donatella Giancaspero, di Mario Gabriele, di Anna Ventura,che precedono il mio, il distico-chiave di tutta l’opera ‘Viola norimberga’, vale a dire il tema antropologico della morte, la deportazione, e della rinascita,la piena fioritura del garofano, tema che può ben essere interpretato attraverso soprattutto la rilettura approfondita del ‘Povero cristiano di fronte al ghetto’ di C. Milosz che non si limita alla testimonianza di Tadeusz Różewicz: [«Ho visto / Furgoni di uomini fatti a pezzi / Che non saranno redenti»] di fronte al disastro di Varsavia ma va oltre, inventando il correlativo oggettivo della ‘talpa’ , poesia ‘Povero cristiano di fronte al ghetto’ che esorto il nostro Giorgio Linguaglossa, esperto com’è anche di C. Milosz, a pubblicare. Perché anche, così mi pare, Letizia Leone sa che il risarcimento di un popolo umiliato non avviene attraverso la storia ma può avvenire soltanto attraverso i processi rigenerativi, tanto certi quanto invisibili, chiusi nei segreti della natura, il garofano abbandonato, sì, ma che sa donare ai sopravvissuti la bellezza ricomposta e quasi la gloria della nuova fioritura in onore dei sommersi…

    Anche perché, sempre di fronte al ghetto di Varsavia alla fine dei milioni di vite sommerse, la storia non trovò di meglio che piazzare sul piazzale antistante il ghetto la giostra, come si apprende da una filastrocca polacca:

    “[Sulla piazza la giostra ronza / Spari per strada di qualcuno a chissà chi]” .

    E poi proprio storia e natura sono i due grandi poli della poesia di C. Milosz,
    come sigillato per tutti nel suo Trattato poetico.

    Gino Rago

  8. donatellacostantina

    Caro Gino, ecco la poesia di Czesław Miłosz che hai menzionata. Questa, insieme a Canzone sulla fine del mondo e a Campo dei Fiori, appartiene al ciclo Voci di povera gente [Piosenka o końcu świata], ispirato da episodi della Seconda guerra mondiale cui il poeta aveva assistito in prima persona: l’annessione della Lituania all’Unione Sovietica nel giugno 1940, la repressione del ghetto di Varsavia nell’aprile del 1943 e l’atto immediatamente successivo, la sua distruzione totale.

    *
    Un povero cristiano guarda il ghetto

    Le api ricoprono il fegato rosso,
    Le formiche ricoprono l’osso nero,

    Comincia: lacerato, calpestate le sete,
    Comincia: frantumati vetro, legno, rame, nickel, argento, schiuma di
    Gesso, latta, corde di strumenti, trombe, foglie, sfere, cristalli –
    Puff! Dalle pareti gialle un fuoco fosforescente
    Inghiotte il crine di uomini e animali.

    Le api ricoprono il favo dei polmoni,
    Le formiche ricoprono l’osso bianco,

    Stracciata è la carta, il caucciù, la tela, la pelle, il lino,
    La fibra, le stoffe, la cellulosa, il capello, la squama di serpente, i fili di ferro,
    Crollano nel fuoco il tetto e i muri, la brace avvolge le fondamenta.
    Sabbiosa, calpestata, con un albero spoglio, non c’è ormai che
    La terra.

    Lenta, scavando un tunnel, avanza la talpa-guardiano
    Con una piccola lanterna rossa sulla fronte,
    Tocca i corpi sepolti, li conta, si fa largo più in là,
    Distingue le ceneri umane dal vapore iridescente,
    La cenere di ciascun uomo dalla tinta della sua fiamma.

    Le api ricoprono la traccia rossa,
    Le formiche ricoprono il posto lasciato dal mio corpo.

    Ho paura, tanta paura della talpa-guardiano.
    La sua palpebra si è gonfiata come quella d’un patriarca
    Solito star seduto al lume di candela
    Leggendo il gran libro della specie.
    Cosa gli dirò io, Ebreo del Nuovo Testamento,
    da duemila anni in attesa del ritorno di Gesù?
    Il mio corpo frantumato mi tradirà al suo sguardo
    Ed egli mi conterà fra gli aiutanti della morte:
    I non circoncisi.

    (Varsavia, 1943)

  9. Non mi è estranea la misura dell’annientamento quale rimedio al malessere, quando perdura; utile perché allo sconforto, nell’immediato, serve un maggiore sconforto, non parole lenitive o di speranza.
    Una giovane donna poeta, Letizia Leone, si va a leggere i verbali del Processo di Norimberga – è un fatto di adesso, non di allora – annota, trascrive.
    Curiosità e sgomento.
    Ma non si può rivivere la morte, è il limite assoluto dell’esserci. Con questa consapevolezza si va e si torna, si pigia su diversi tasti la stessa nota: quella di un punto interrogativo.

    Non hanno pensato 
    Di chiamare un frate, un rabbino
    O magari un sopravvissuto
    Al suicidio?

    Eccolo l’interrogativo.
    Bene ha fatto Letizia a procedere con spazi e frammenti, e inserti. Alla poesia, penso, bisogna tendere tranelli, non solo aspettare contemplando la luna! E in questo caso non servirebbero parole pesanti, sarebbe come voler mettere legna a un buco nero nell’universo… Sì, ci si prova, come fece a suo tempo Marina Cvetaeva, che in poesia cambiava registro, rispetto alla sua prosa, che invece era limpida, sensibilissima e intelligente. Eppure in questi frangenti proprio la prosa può sorvolare, alla sua media altezza; laddove poesia, se è l’esserci, irrimediabilmente si infrange.
    Oggi molta poesia sgorga dalla prosa. Nessuno lo ha deciso, sono i tempi. E quando poesia lo fa pare invisibile. Può sembrare poesia facile, e invece è ancora più difficile; bisogna leggere attorno, tra gli spazi – che la prosa non consente –. Gli spazi, la doppia interlinea, si aggiungono al verso breve allineato a sinistra… eccetera, perché su l’Ombra si è già ripetuto.
    Quindi il primo brano che apre questa pagina, Allucinazione paesaggio, va nella direzione di questa prosa poesia, ma nei brani successivi si nota la donna, e nella donna lo scorrere dei suoi pensieri – annota, trascrive – e questo è il presente. Sicché mi piace. Poi andrò a pescare qualche “strillo”.

  10. gino rago

    Ringrazio Costantina Donatella Giancaspero per la pubblicazione di Un cristiano guarda il ghetto e chiediamoci tutti insieme, riferendoci a questo
    verso della poesia di Milosz:

    “Ho paura, tanta paura della talpa-guardiano.”

    Perché il poeta prova paura davanti al ghetto di Varsavia alla vista della talpa? Perché Milosz adotta il correlativo oggettivo del dopo disfacimento del simbolismo proprio della talpa-guardiano?

    Milosz, pressato in più occasioni di letture pubbliche su questo aspetto della sua poesia, è stato sempre fumoso, ha sempre evitato abilmente di rispondere con precisione sulla talpa-guardiano.

    Però non si è tirato indietro di fronte al tentativo di raffigurazione del mondo attraverso la talpa, provando a immaginare di strapparla dal cuore della terra e portarla a teatro.
    Cosa penserebbe la talpa a teatro, seduta su una poltrona, in mezzo ad attori, a suoni, a luci, a scene… Che idee del mondo ne trarrebbe?

    Ecco l’interrogativo che anche Letizia Leone ci scaglia addosso nel suo poema che adottando il palinsesto de La terra desolata e di Un cristiano guarda il ghetto ci piazza nel pensiero il peso della coscienza e forse la talpa-guardiano è proprio il fondo della coscienza dei non circoncisi, salvi, di fronte ai circoncisi, morti…

    Il processo di Norimberga nonostante i suoi indiscutibili meriti storico-morali forse non ha lavato fino in fondo la coscienza dei non circoncisi di fronte al disastro dei circoncisi. E il poeta ha paura alla vista della talpa-guardiano perché la talpa che affiora dalla morte è il fondo della sua coscienza?

    E’ una proposta di dubbi questo mio estemporaneo commento, non di certezze.

    Gino Rago

  11. E’ difficile creare una società perfetta, senza inutili ideali, che guardi alle cose pratiche; una società nichilista ma positiva, dove si dia modo alle persone di essere felici; perché le persone non sono felici per via della società, la felicità è cosa che ciascuno deve poter trovare da sé. La società è solo un fatto basilare, non è tutto. In una società così, bella perché pratica e senza ideali, non si lascerebbe morire nessuno, e nessuno verrebbe ucciso.

  12. gino rago

    Da una dottoranda in italianistica ricevo sulla mia e-mail questa acuta riflessione sulla talpa di Milosz di un critico letterario polacco, del quale non conosco il nome perché la dottoranda, che ho ringraziato con gratitudine, nella e-mail non lo ha dichiarato. Questa preziosa e-mail ho potuto leggerla soltanto stamattina e per la ricchezza di spunti che essa è in grado di mettere in moto in ogni lettore motivato, questa riflessione la con-divido con il pubblico de L’Ombra delle Parole.

    Una riflessione sulla poesia di C. Milosz Un cristiano guarda il ghetto

    “Chi sia quella talpa è difficile dirlo. Un guardiano, il custode dei sepolti, forse? Ha una lanterna, quindi vede, in ogni caso meglio dei morti.
    Tra di loro si trova forse lo stesso poeta o comunque chi narra gli eventi della poesia. Anche lui giace in quel luogo e ha paura, paura della talpa.
    È un‘immagine molto particolare, stupefacente. E poi quella talpa ha i tratti di un ebreo che studia intensamente il Talmud o la Bibbia, la Bibbia più probabilmente, perché più adatta al nome di «Gran libro della Specie» – umana, naturalmente. (…)
    È una poesia terribile perché piena di terrore.
    Ma in essa vi sono come due paure. Una è quella della morte, di essere sepolto vivo, cosa avvenuta davvero a molta gente nei sotterranei e nelle cantine del ghetto. Ma quella prima paura ne racchiude un’altra, la paura della talpa-guardiano.
    Quella talpa si muove non solo sotto terra, ma in qualche modo anche al di sotto della nostra coscienza.
    È il complesso di colpa che non vogliamo riconoscere.
    Sepolto sotto le rovine, in mezzo ai cadaveri degli ebrei, «il non circonciso» ha paura di venir annoverato tra gli assassini. È la paura della condanna, la paura dell’inferno, allora!
    La paura di un Non-Ebreo che guarda crollare il ghetto.
    Lui si immagina di poter morire anche lui e di apparire un «aiutante della morte» agli occhi della talpa che legge le ceneri. (…)
    Quindi in quel cristiano c’è la paura di condividere la sorte riservata agli ebrei, ma anche la paura, da lui «cifrata», messa in sordina, di essere condannato. Ma da chi? Dagli uomini? Ma se non ce ne sono più?
    È la talpa a condannarlo, o meglio che lo potrebbe condannare, la talpa che vede così bene e che conosce «il Libro della Specie».
    È appunto la coscienza morale a condannare (o meglio a poter condannare) il povero cristiano. E lui vorrebbe nascondersi da quella talpa-coscienza, perché non sa cosa dirle.
    […] La poesia di Milosz è perciò manifestazione diretta del terrore, un terrore che – come accade nei sogni e nell’arte – genera immagini.
    Essa mette in rilievo quello che non è del tutto comprensibile, che c’è stato e forse è ancora rimasto dentro gli uomini, certo anche nel poeta, ma in una forma oscura, offuscata, smorzata.
    Leggendo con attenzione questa poesia possiamo comprenderci meglio perché ci troviamo di fronte a ciò che non è chiaro…”

    Gino Rago

  13. Leone

    Grata e onorata delle letture e profonde riflessioni da parte di poeti che più stimo nel panorama della poesia contemporanea. Ne è scaturita una particolare ermeneutica del dolore in poesia meritevole di studio e approfondimenti. Tra l’altro ringrazio Giorgio Linguaglossa per il notevole supporto critico nella pubblicazione di testi che dubitavo di poter definire e chiudere sia linguisticamente che “eticamente” data l’incandescenza della materia: il dolore, appunto. Ma la ripresa di un discorso di responsabilità morale e politica, così come affrontato da Milosz, Brodskij, Rozewicz.. è diventato quanto mai necessario in ambito estetico ormai. Purtroppo essendo in viaggio mi risulta più agevole leggere che scrivere dal telefonino ma rileggo, arricchendomi, i commenti critici quale ulteriore stimolo nel proseguire studi e ricerche. Grazie e un saluto!

  14. Lucio Mayoor Tosi scrive:

    «Alla poesia, penso, bisogna tendere tranelli, non solo aspettare contemplando la luna!», pensiero quanto mai vero, quanto mai complesso. Innanzitutto c’è la «posizione» del poeta. Dove si posiziona il poeta in una poesia? Al centro del campo? In area di rigore? In porta? sulle ali? (usiamo il gergo calcistico così alleggeriamo il peso di questa indagine). In molte poesie che si leggono sulla carta stampata oggi targata Mondadori e Einaudi, si nota subito che il «poeta» se ne sta beato in tribuna a contemplare il gioco dei fonemi e dei lessemi che agiscono nel campo di gioco; il poeta si trova (beato lui!) seduto nella comoda tribuna numerata, al sicuro e ben riparato dalla pioggia e dagli eventi atmosferici. Potrei fare dei nomi di questa postazione nobiliare di molti poeti di oggidì, ma non ne varrebbe la pena, farei solo della pubblicità…

    E poi si pone la questione del linguaggio. Un tempo si pensava che porre la questione del linguaggio fosse una cosa che riguardava l’attivismo dell’autore, il linguaggio era un corpo, erano dei «materiali» dove si poteva entrare a piacimento con gli strumenti chirurgici offerti gratis dalla nuova scolastica che era data dallo sperimentalismo, intendo qui con il termine sperimentalismo anche tantissima parte di ciò che veniva volgarizzato dalla estrema destra letteraria: l’orfismo con le sue adiacenze, riflesso speculare della scolastica del pensiero progressista…
    Quando invece il linguaggio è una pre-condizione, una pre-condizione che non postula nulla di condizionato. Un paradosso nel paradosso.

    Una pre-condizione che postula il nulla prima di esso. Soltanto così, accettando questa impostazione esistenziale e categoriale si può tentare di fare poesia di qualche valore. Ma non è una cosa così facile né scontata… bisogna entrare in un altro ordine di idee, quello che noi abbiamo denominato la «nuova ontologia estetica».

    E invece è vero il fatto che non si può pensare di scrivere poesia se non sulla pre-comprensione di una crisi avvolgente il linguaggio e il soggetto nel linguaggio.

  15. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    giorgio linguaglossa su 18 luglio 2018 alle 10:48
    Lucio Mayoor Tosi scrive:

    «Alla poesia, penso, bisogna tendere tranelli, non solo aspettare contemplando la luna!», pensiero quanto mai vero, quanto mai complesso. Innanzitutto c’è la «posizione» del poeta. Dove si posiziona il poeta in una poesia? Al centro del campo? In area di rigore? In porta? sulle ali? (usiamo il gergo calcistico così alleggeriamo il peso di questa indagine). In molte poesie che si leggono sulla carta stampata oggi targata Mondadori e Einaudi, si nota subito che il «poeta» se ne sta beato in tribuna a contemplare il gioco dei fonemi e dei lessemi che agiscono nel campo di gioco; il poeta si trova (beato lui!) seduto nella comoda tribuna numerata, al sicuro e ben riparato dalla pioggia e dagli eventi atmosferici. Potrei fare dei nomi di questa postazione nobiliare di molti poeti di oggidì, ma non ne varrebbe la pena, farei solo della pubblicità…

    E poi si pone la questione del linguaggio. Un tempo si pensava che porre la questione del linguaggio fosse una cosa che riguardava l’attivismo dell’autore, il linguaggio era un corpo, erano dei «materiali» dove si poteva entrare a piacimento con gli strumenti chirurgici offerti gratis dalla nuova scolastica che era data dallo sperimentalismo, intendo qui con il termine sperimentalismo anche tantissima parte di ciò che veniva volgarizzato dalla estrema destra letteraria: l’orfismo con le sue adiacenze, riflesso speculare della scolastica del pensiero progressista…
    Quando invece il linguaggio è una pre-condizione, una pre-condizione che non postula nulla di condizionato. Un paradosso nel paradosso.

    Una pre-condizione che postula il nulla prima di esso. Soltanto così, accettando questa impostazione esistenziale e categoriale si può tentare di fare poesia di qualche valore. Ma non è una cosa così facile né scontata… bisogna entrare in un altro ordine di idee, quello che noi abbiamo denominato la «nuova ontologia estetica».

    E invece è vero il fatto che non si può pensare di scrivere poesia se non sulla pre-comprensione di una crisi avvolgente il linguaggio e il soggetto nel linguaggio.

  16. Giuseppe Talia

    “Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
    Perfino la poesia diventa cera,
    la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

    Le Ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi.
    Una, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.”

    Non c’è dubbio che Letizia Leone sia una fine filologa.

    Le Ballate di Schiller rimandano, come in una scatola cinese a Percy, a Macpherson, alla “Kunstballade” di Bürger (struttura simile alla canzone, tematiche raccapriccianti e spaventose, insegnamento didattico, una morale e qualche punta d’ironia ben celata).

    Similmente a quanto scriveva Schiller di Goethe: “Questo uomo, questo Goethe è sempre sulla mia strada”, allo stesso modo mi piace qui scrivere: “Questa donna, Leone, fortunatamente è sulla mia strada.”

  17. “Le spiego,
    esistono due medici
    colui che soccorre e lo sperimentale
    il navigatore di altri mondi”

    E’ possibile che a livello mondiale, l’azione prodotta dagli emisferi cerebrali, quella che determina la nostra comprensione della realtà, abbia cambiato indirizzo; lo dico un po’ interpretando le predizioni Maya circa lo spostamento dell’asse terrestre: una metafora per dire del riequilibrio degli emisferi cerebrali nell’uomo – dai quali deriva il prevalere di una o dell’altra comprensione del reale. Assestamento che potrebbe generare una sommatoria della realtà percepita da due specchi differenti: quello del reale capovolto (speculare) e l’altro che è reale-fotografico. Uno scossone esistenziale non indifferente, tant’è che dal nazismo siamo passati alla dittatura economica, con conseguente ma nuova strage degli innocenti.

    Il poeta queste cose le sa perché si trova ogni giorno a dover amministrare le diverse voci prodotte dagli emisferi cerebrali, e tenta continuamente di unificarle nel “reale” che chiamiamo poesia. Se, ad esempio, prendiamo in considerazione la tendenza all’elegia e la confrontiamo con l’ironia, possiamo capire bene quanto questi orientamenti siano diversi tra loro. In presenza di elegia, l’ironia viene meno e viceversa.
    Ora, sarebbe tanto assurdo immaginare che l’emisfero destro e il sinistro comincino a collaborare? Ma in questo caso, quale sarebbe il volto nuovo della realtà, tenuto conto che soggetto e oggetto sono entrambi fedeli all’originale?

    Ecco, in questo marasma, fatta eccezione per chi gode e s’accontenta – ma nemmeno, perché ci stiamo dentro tutti (si colga qui lo spostamento repentino da uno all’altro emisfero) – la miglior cosa sarebbe quella di accettare il raffreddamento delle parole; prosa, saggistica o “vivisezione” delle sillabe, non farebbe grande differenza; poi sovrapporle a fede e sentimento ( il reale capovolto, come riflesso allo specchio) e si avrebbe una diversa percezione della realtà. Probabilmente terza, o estranea.

    Dopodiché chiudere “Un oscuro scrutatore”, libro di Philip Dick.

  18. Ho letto con angoscia e con rabbia la poesia di Letizia, tanto più contemporaneamente con la rilettura e traduzione di certi testi di mia madre.

  19. vincenzo petronelli

    Buonasera a tutti; mi spiace inserirmi tardivamente in quest’articolo, ma sto ricucendo in questi giorni le tracce degli articoli dell’ “Ombra” degli scorsi mesi, annichiliti da impegni soverchianti di lavoro e da un piccolo, ma delicato problema di salute che ho comunque dovuto affrontare e gestire.Normalmente non intervengo su articoli datati, ma in questo caso non posso esimermi dalla sottolineatura del mio apprezzamento per i brani di appena letti di Letizia Leone.Ho spesso evidenziato la mia ammirazione per l’opera di ripensamento e ridefinizione dello statuto ontologico della poesia proposto dalla NOE, attraverso la de-centralizzazione e oserei dire de-sacralizzazione dell’Io poetico – invasivo nella produzione poetica italiana, quantomeno degli ultimi quarant’anni – con la conseguente estensione del terreno della ricerca e narrazione poetica. Personalmente ho sempre considerato la poesia, in quanto forma suprema di plasmazione e trasmissione della parola (cioè del veicolo stesso della cominicazione sociale) strumento di espressione della condizione dell’uomo nella totalità del suo percorso storico:in una parola, un’operazione antropologica, del resto immanente nella poesia da epoca antica, come attesta la sua funzione stessa legata alla narrazione mitologica ed epica. Letizia Leone recupera appieno in questa sua opera(mi verrebbe di definirlo poema, per l’ampiezza e la solennità espositiva) il valore di testimoninza storica e morale della poesia, non solo ripercorrendo mirabilmente alcuni dei momenti fondamentali della dolorosa storia del ‘900, ma proprio per la sua particolarità dolente, interrogandosi anche sul valore morale della poesia e spingendosi fino ad indagare i meccanismi psicologici insondabili che sottendono a
    i processi di costruzione del male, specie nella dimensione della psicologia delle follle. A ciò si abbina una tessitura poetica di elevato spessore, in cui l’urgenza della denuncia e della descrittività non sacrifica i canoni espressivi propri della poesia a beneficio di un registro comunicativo più immediato ed anzi il tono dell’esposizione si caratterizza per una notevole inquietudine lirica, accompagnato anche da una grande varietà ed efficienza nell’uso dela metafora; in particolare concordo con Anna Ventura sulla particolare incisività della locuzione :” questa storia non si può scrivere a Mezzogiorno”, davvero un’intuizione partocolarmente felice, oltreché densa di significato.Mi piace infine sottolineare come la notevolezza dela riflessione etico – poetica di Letizia non si esaurisca solo alla sutura poetica degli avvenimenti novecenteschi – riuscendo a completare una ricognizione non riuscita agli illustri predecessori citati da Giorgio, come lui stesso giustamente evidenzia per mancanza di distanza prospettica dagli avvenimenti che li avevano visti protagonisti – ma estende la sua disamina agli avvenimenti di una contemporaneità sempre più avvelenata nell’orizzonte quotidiano, dagli stessi funesti germi che ci si auspicava dissolti al passaggio del secolo, raccogliendo lo stimolo più volte sollecitato da Giorgio ad un assumere una posizione di campo precisa di fronte ai processi degenerativi del nostro tempo. Complimenti per il tuo lavoro Letizia:non vedo l’ora di poterne entrare in possesso.Buonanotte a tutti ed a presto.

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