Antonio Sacco, L’haiku come modello di approccio alla poesia

 

Antonio Sacco è nato a Agropoli nel 1984, scrive e compone versi nel cuore del Parco Nazionale del Cilento. Studioso di poesia, in particolare di poesia d’origine giapponese, ha pubblicato molti articoli in vari blog e riviste on-line dedicate al genere haiku. E’ membro di giuria del Premio Nazionale “L’Arte in Versi”, nel 2015 con Arduino Sacco Editore ha pubblicato la silloge di haiku In ogni Uomo uno haiku. Si dedica con passione e regolarità allo studio e alla composizione di poesie sia in metro prestabilito sia in versi liberi.

*

Scopo di questo articolo è analizzare la possibilità di concepire il genere haiku come un modo di approccio alla poesia in generale, in particolare alla poesia in versi liberi. Prenderemo in considerazione gli aspetti caratterizzanti di uno haiku cercando di applicarli alle poesie in versi liberi, valutando un ipotetico criterio di approcciare a quest’ultimo modo di fare poesia attraverso il genere haiku. Introdurremo l’idea dello haiku come “atomo poetico” ossia l’unità poetica di base dal quale possono originarsi altre forme liriche. Nell’ultima parte di questo articolo focalizzeremo l’attenzione sul rapporto fra il genere haiku e come questo può costituire un modo di rapportarsi alla realtà.

Lo haiku come modello di approccio alla poesia

L’impianto in cui è strutturato uno haiku, oltre al metro prestabilito in 5/7/5 sillabe nei tre versi, prevede, nella maggior parte dei casi, la giustapposizione o, comunque, il collegamento di due immagini distinte presenti nel componimento stesso. E’ quello che viene generalmente indicato col termine di toriawase, la quale può essere ulteriormente suddivisa in due diversi sottotipi: la torihayasi (stacco semantico) e il nibutsu sogheki (ribaltamento semantico). Chiariamo prima di tutto con un esempio il concetto di toriawase (giustapposizione d’immagini):

shibui toko

haha ga kuikeri

yama non kaki

*

kaki di montagna:                                                (v. 1 prima immagine)

è la madre a morderne

le parti aspre                                                         (Vv. 2-3 seconda immagine)

(Kobayashi Issa – da “Haiku: il fiore della poesia giapponese”; Mondadori 1998)

Figure haiku di Lucio Mayoor Tosi

pseudo haiku di Lucio Mayoor Tosi

Nel sottotipo di toriawase chiamata torihayasi le immagini proposte si armonizzano fra loro, quasi sostenendosi a vicenda, un esempio di questo caso particolare di toriawase lo possiamo ritrovare in questo componimento del Maestro Basho:

uyu no hi ya

bajo ni koru

kageboshi

*

giorno d’inverno:

gelata sul cavallo

la mia ombra

(da Haiku: il fiore della poesia giapponese; Mondadori 1998)

Per quanto riguarda l’altro sottotipo di toriawase, il nibutsu sogheki, troviamo che le due immagini fornite entrano in aperto contrasto fra loro, quasi scontrandosi fra esse. Grazie allo stacco (kire) il flusso ideativo subisce un repentino e brusco cambio, un esempio particolare di questa tecnica è data da questo componimento di Ikenishi Gonsui:

uo hanete

mizi shizuka nari

hototogisu

*

il guizzo di una carpa

l’acqua torna piatta –

un cuculo

(da “Haiku: il fiore della poesia giapponese”; Mondadori 1998)

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

pseudo haiku di Lucio Mayoor Tosi

Negli haiku redatti con la tecnica della toriawase (giustapposizione d’immagini) troviamo una stretta analogia con quello che avviene, ad esempio, nella poesia in versi liberi ossia rappresentazione d’immagini. Esprimersi per immagini non è una peculiarità esclusiva dello haiku ma la ritroviamo anche nella poesia in generale, non a caso il legame fra poesia e arti figurative (in particolare la pittura) è stato fin da tempi molto antichi assai dibattuto. Spesso ci troviamo di fronte a poesie in versi liberi che forniscono una serie di immagini, esse non hanno come scopo quello di raccontare una storia ma costituiscono la poesia stessa. L’immagine proposta in una poesia, sia essa uno haiku o una lirica in versi liberi, è data da:

IMMAGINE => SENSAZIONE + EMOZIONE

Quindi, una prima analogia da prendere in considerazione è il rapporto esistente fra le due diverse immagini proposte in un componimento haiku, le quali vengono presentate al lettore con particolare attenzione ed enfasi. Ciò avviene, in forma più articolata e sequenziale, anche nella poesia in versi liberi per cui le presentazioni delle immagini non è una prerogativa esclusiva dello haiku ma della poesia in generale.

Altro punto da prendere in esame è il fatto che la poesia tende a concentrare nelle parole usate i significati a più alto potenziale espressivo: è questo il concetto di “concentrazione semantica” cosa che costituisce un altro punto di contatto fra haiku e altri tipi di poesia. La poesia ama la brevità, compito dello haijin e del poeta di versi liberi è quello di non spiegare tutto, di suggerire piuttosto che mostrare esplicitamente, di lasciare una sensazione quasi di incompiuto in modo tale che la realizzazione lirica esploda nel lettore.

Sappiamo, inoltre, che nel genere haiku abbiamo un rifiuto di un lessico aulico, dell’impianto rimico mentre è privilegiata l’impersonalità e il non-detto cosa che ritroviamo anche negli scritti dei poeti in versi liberi, i quali tendono più a far parlare le cose stesse e a vederle come “uniche”. Precisiamo qui che per verso “libero” non vogliamo intendere “assenza di regole”, non crediamo che “libero” stia per senza ritmo / resa fonetica / melos. Piuttosto il poeta di versi liberi è chiamato volta per volta, caso per caso a costruire un ritmo interno alla poesia stessa: non a caso è stato detto che in poesia “il ritmo precede il significato”. A tal proposito nello haiku il metro usato è proprio di 5/7/5 “morae” proprio perché è stata comprovata la miglior resa fonetica rispetto ad altri forme o modelli.

Il cambio d’immagine, in un componimento haiku, è possibile grazie allo stacco (kire) reso evidente, negli haiku in lingua italiana, dai segni di interpunzione (virgola, trattino, due punti, ecc.) alla fine o del primo verso (kamigo) o alla fine del secondo (nakashiki), anche se, in rari casi, lo stacco può cadere anche internamente al verso (chukangire). Lo stacco, oltre che introdurre un cambio d’immagine, viene spesso usato per creare una sospensione del pensiero logico-formale e per generare un effetto di suspence. Uguale significato hanno spesso i segni interpuntivi nella poesia in versi liberi, come, per esempio, in questa poesia di Giorgio Caproni dove troviamo dei trattini per segnalare una cesura e un cambio d’immagine:

Strilli Gabriele La Terra è un braciereStrilli Gabriele Ora siamo in due a sognare una gita(…)

Io ero in ascolto
di quelle note: l’ore
le bruciava l’odore
della tua maglia – il vento
lieve che la tua bocca
senza colore, al rosso
del teatro librava
il tuo sudore – l’aria
del tuo petto commosso.

(Giorgio Caproni da cronistoria (1938-1942), Poesie, Garzanti 1976)

Lo haiku come “atomo poetico”

Lo haiku può essere considerato come “mattone” di base della poesia? Sappiamo che è ritenuto il genere poetico più breve esistente e, aggiungo, ha in sé gli elementi caratteristici, essenziali e di base dai quali può nascere la poesia in versi liberi. Si può pensare allo haiku come atomo poetico? Ossia come una struttura di base mediante la quale si può approcciare alla poesia in versi liberi? Come gli atomi che, legandosi fra loro, generano molecole, composti; lo haiku è in sé elemento di base essenziale per la poesia. Non tanto per questioni legate a lunghezza o brevità, numero di sillabe o aspetti metrici, quanto il riconoscere elementi caratterizzanti comuni alla poesia in versi liberi: espressione mediante immagini (toriawase), concentrazione semantica, impersonalità e non-detto, stupore e meraviglia innanzi al cosmo, il “salto” concettuale attraverso lo stacco. Come nella poesia in versi liberi, ogni haiku presenta più piani di lettura grazie anche ai frequenti casi di omonimia e polisemia (kakekotoba) soprattutto in lingua giapponese, esempio di uno haiku polisemico del Maestro Basho:

basho nowaski shite

tarai ni ame wo

kiku yo kana

*

un banano* nel temporale:

il gocciolio dell’acqua nel catino

scandisce la mia notte

*questo haiku è giocato sul doppio significato del termine “basho”, con cui lo haijin può riferirsi alla pianta del banano oppure a se stesso.

(da “Haiku: il fiore della poesia giapponese; Mondadori, 1998)

Strilli Catapano i suoni sono luceStrilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assentiNon a caso lo haiku è stato definito un tipo di poesia incompleta (“aperta”) correlata alla sensibilità non solo dello haijin ma anche di chi legge. Del resto troviamo le stesse dinamiche anche in molte poesie in versi liberi.

E’ possibile approcciare alla poesia in versi liberi attraverso lo haiku? Abbiamo visto che vi sono stretti legami e che lo haiku può rappresentare in piccolo quello che avviene ad una scala maggiore nel verso libero. Si potrebbe pensare, come scritto altrove, a più haiku connessi in sequenza ma che conservino la loro identità, legandosi conseguenzialmente, mediante le immagini proposte: ecco il concetto di super-toriawase. La super-toriawase permette di costruire una sorta di “banco da lavoro” per studiare come le immagini proposte al lettore si articolano fra loro, in che relazione stanno cosa che, del resto, avviene anche nelle poesie in versi liberi.

Lo haiku come modello di approccio alla realtà

La poesia haiku mira, fra l’altro, a realizzare quello che i giapponesi chiamano kikan ossia il binomio inscindibile Uomo / Natura che è anche correlazione fra l’essere umano e la realtà. Lo haiku ci suggerisce che l’Uomo non è una parte a sé stante rispetto alla natura ma che, anzi, egli è parte di un tutto organico. In uno haiku avviene la fusione fra il sentire dello haijin con le manifestazioni o particolari significativi provenienti dalla natura (realtà). Il riferimento stagionale (kigo), presente in ogni haiku, assume un’importanza cruciale grazie al “sentimento originale” (hon’i) al quale ogni kigo rimanda: dire “fiori di pruno che sbocciano” o “fiori di pruno che cadono” rimandano ad immagini e, quindi, emozioni sottostanti diverse collegate al sentire dello haijin. Le immagini naturali proposte in uno haiku, quindi, non sono fini a sé stesse, non esauriscono la loro forza espressiva lì ma c’è di più: esse sono un veicolo per il sentire del poeta di haiku e quindi anche un mezzo per restare aderenti alla realtà. Come sappiamo raramente uno haijin esprime in maniera diretta, in uno haiku, i suoi sentimenti o stati d’animo: egli preferisce esprimere tali moti emotivi attraverso immagini naturali, attraverso il kigo e lo hon’i al quale un kigo è connesso.

Possiamo costruire questo schema a doppio senso:

REALTA’→ SENSAZIONE → EMOZIONE → HAIKU
                  ←               ←                  ←

CONCLUSIONI

Abbiamo visto come lo haiku possa costituire un genere poetico che ha in sé le caratteristiche di base dalle quali possono originare altre forme poetiche. Se lo haiku rappresenta una sorta di “atomo poetico” è auspicabile un corretto approccio a questo tipo di poesia non sempre di facile comprensione, soprattutto per i neofiti occidentali. E’ innegabile anche il ruolo cruciale dello haiku quale modo di relazionarsi e approcciare alla realtà, e, anche per questi motivi, il genere haiku merita un posto privilegiato nella letteratura mondiale.

(Antonio Sacco)

Bibliografia

Antonio Sacco bianco e nero

Antonio Sacco

Bibliografia

 – Haiku: il fiore della poesia giapponese; Mondadori 1998
La poesia salva la vita; Donatella Bisutti – Mondadori 2009
– Giorgio Caproni, cronistoria (1938-1942); Poesie – Garzanti 1976
Sul vento che scorre, per una filosofia dello haiku – Kuki Shuzo, Ed. Il melangolo
– Yves Bonnefoy,  Sull’haiku,– O barra O Edizioni

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17 risposte a “Antonio Sacco, L’haiku come modello di approccio alla poesia

  1. gino rago

    Gino Rago
    6 poeti verso la poesia della « meditazione attiva» [ proclamano la «polivocità» della parola, concentrano i concetti in immagini, adottano la metafora visiva e rompono i confini tra poesia e prosa per una molteplicità di interpretazione e una pluralità del senso].

    Verso la poesia della « meditazione attiva»

    1- Tomas Tranströmer

    SILENZIO

    Passa oltre, sono sepolti…
    Una nuvola scivola sul disco del sole.

    La fame è un edificio elevato
    che si sposta nella notte

    nella camera da letto si apre la colonna
    scura della tromba di un ascensore verso le viscere.

    Fiori nel fosso. Fanfara e silenzio.
    Passa oltre, sono sepolti…

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

    2- Giorgio Linguaglossa

    In Venedig

    Il 24 aprile 1980
    sono sceso alla stazione di Venezia.

    In Venedig.
    Festa di gondole sull’acqua. Canale di Cannaregio.

    Lanterna gialla. Luna verde. Laguna.
    Dame in maschera e crinoline.

    Una bellissima Dama in maschera nera.
    Una bellissima Dama in maschera bianca.

    […]
    Notte. Pioggia. Nebbia. Ho aperto la finestra.
    Stanza d’albergo di terza categoria.

    Ponte dei Sospiri.
    Laguna verdastra. Gondole nere.

    Un tiretto con il bocchino di avorio.
    Una teca di madreperla che reca un cammeo.

    Un ventaglio dentro la cornice nera.
    La fiala bombata del profumo semiaperta.

    La toeletta con un vestito di seta azzurra.
    […]
    Abitavo presso una stella sul canale nero.
    Un sotoportego.

    Una madamigella di Parigi
    trasferitasi

    in Venedig come dama di compagnia
    del conte Almerighi

    che poi fuggì a Vienna presso il suo non più giovane
    e generoso amante…
    […]
    Avenarius mi venne incontro, zoppicando,
    sul Ponte dei Sospiri.

    Teneva al guinzaglio orrendamente agghindati
    un musicante da trivio e un pagliaccio rosso

    che saltellavano tra i turisti. «Che vuole – mi sussurrò
    all’orecchio – il Carnevale non si è ancora concluso».

    Finita la tenzone, il musicante chiuse il violino nella custodia,
    il pagliaccio si sedette al tavolino, e ordinarono

    un Martini rosso con ghiaccio.
    […]
    «Io e la stella ci siamo amati
    – mi disse Avenarius – mio caro poeta.

    Adesso siamo qui, io e lei, sul ponte.
    Né di qua né di là. Un luogo neutrale.

    Un luogo mentale.
    E passeggiamo come manichini in un gineceo…

    [io guardavo le sue scarpe di vernice made in Italy
    e la sua farfallina gialla à pois]

    Lei mi può capire, è così giovane!
    Dopotutto, siamo ospiti del Signor Posterius, o meglio,

    di un suo sogno…».
    […]
    «La menzogna deve essere più logica della verità»,
    mi disse Avenarius.

    Il cameriere, intanto, tolse i bicchieri
    e sparecchiò il tavolino.

    “Che sgradevole ciarlatano!”, pensai
    e scendemmo in un bar nel sotoportego a bere un’ombra.

    E brindammo, allegri e festaioli.
    Come un tempo.

    3- Charles Simic

    GLI OROLOGI DEI MORTI

    Una notte sono andato ad osservare l’azienda dell’orologio.
    Aveva un forte ticchettio dopo mezzanotte

    Come se ci fosse una paura insolita.
    É come fischiettare superato un cimitero,

    Ho chiarito.
    In ogni caso, gli ho detto di aver capito.

    Un tempo c’erano orologi di quel genere
    In ogni cucina americana.

    Ora la fabbrica ha tutte le finestre rotte.
    I vecchi del turno di notte sono sulla barca di Caronte

    Il giorno che ti fermi, ho detto all’orologio,
    I piccoli ingranaggi che tengono di scorta

    Saranno rotolati via
    In qualche posto impossibile da ritrovare.

    Pensando a questo, ho dimenticato di arieggiare.
    Ci svegliammo al buio.

    Quanto è quieta la città, ho detto.
    Come gli orologi dei morti, ha risposto mia moglie.

    La nonna al muro,
    Ho sentito le nevi della tua infanzia

    Cominciare a cadere.

    4- Gino Rago

    Lo scintillio del bronzo appena fuso

    “Lo scintillio del bronzo appena fuso o le sue patine-fuochi d’artificio.
    Non più.

    Né la levigatezza del marmo senza vene.
    La materia grezza. La pietra.

    La colata di cera rappresa.
    La ruggine sul ferro.

    I rottami, gli avanzi, i detriti.
    I rimasugli di fonderie. Gli scarti.

    I vetri rotti negli angoli delle vie.
    Gli scampoli nelle sartorie.

    Le parole delle «nuove» poesie…
    [Perché siamo uomini del dopo Hiroshima

    in filiformi tralicci di gabbie].
    Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.

    Nessuno cerca il suono che manca,
    a meno che il suono non significhi niente:
    ni-ente, non-ente.

    Tutti vogliono un nome,
    perché ogni nome è una benedizione,

    ma che cos’è un nome?
    Un occhio che brilla tra passato e futuro.

    E invece è una maledizione,
    la nostra maledizione.

    Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
    La «nuova» parola sono gli stracci.

    [Tu apri la porta senza bussare:
    un mucchio di stracci in un sacco di iuta].”

    5 – Donatella Costantina Giancaspero
    La neve a Roma, 9 febbraio 1965

    È già dentro la notte la sospensione
    della neve.

    Il sonno tende l’orecchio al di là del calorifero,
    in cerca di una vibrazione.

    Da una fessura filtra la sequenza in controcampo
    dei nastri viola e gialli di Carnevale,

    legati al vento della finestra.
    Su, c’è ancora neve:

    si specchia in quella che resta a terra
    e sulle case di periferia.

    “Ma’, posso scendere giù?”
    Gli stivaletti da donna, modello sportivo

    senza tacco,
    di camoscio marrone, con finiture in pelle gialla,

    numero 35, possono adattarsi al piede più piccolo.
    Affondano fino a un angolo di marciapiede,

    davanti al capolinea del bus in sosta.
    L’autista e il bigliettaio si scaldano con le sigarette.

    Forti della divisa grigia. Fumano
    come una pattuglia a difesa del mezzo

    – verde scuro schizzato di fango –
    e di questo confine della città.

    È dissacrante il gioco della neve contro la lamiera.
    L’ultimo colpo cade a vuoto.
    *

    6- Ewa Lipska

    Il mondo

    A volte sei bello. Un vestito cosmico.
    Un guardaroba celestiale di paesaggi.

    Del tuo corpo si occupano gli eruditi.
    Gli studiosi degli elementi.

    Qualcuno prevede sempre la tua fine.
    Non hai parenti stretti. A chi

    lascerai tutto questo? Pianeti ficcanaso
    forse ne avrebbero voglia.

    Sei eterno? L’odore
    della stagione morta lo nega.

    La menzogna a volte ha ragione.
    Ce la farò senza di te.

    In fondo non mi hai promesso nulla.
    Non so nemmeno

    se è la storia che ha creato noi
    o se noi abbiamo creato la storia.

    Se siamo solo l’eco
    di un cuore altrui.

    GR
    ————————————————————-
    Ammirazione piena per la serietà del lavoro di Antonio Sacco. E’ uno studio che può aprire nuove possibilità estetiche alla poesia del nostro tempo.
    GR

  2. gino rago

    Gino Rago
    3 poeti, il cui dire è fondamentalmente un discorso metafisico ed esistenziale sul mondo, non sugli stati d’animo del piccolo io [ quell’io troppo a lungo adottato come paradigma della verità del vivere, del mondo, del vivere nel mondo da tanta parte della nostra poesia].
    I 3 poeti antologizzati, andando ben oltre le tanto diffuse tortuosità linguistiche le quali intrappolano il lettore, sembra che invece gli dicano:
    “La mia poesia cresce/ mentre io mi ritiro[…]”

    Mario Gabriele

    La sera ci sorprese

    La sera ci sorprese
    facendo del giorno un rapido declino.
    Ti agiti, non sopporti il fumo del barbecue
    della signora Polonskij.
    Ti rivedo nei colori dell’arcobaleno:
    rondine di altri cieli e di altri nidi!
    -Qui dura ancora il turnover.
    Vado all’estero, mi rifaccio una vita,
    troverò un lavoro,
    avrò una moglie e dei figli-, disse Simon.
    Una stagione infausta si ferma
    stretta dalle corde dell’autunno.
    Nei vecchi bungalow si contano le ore.
    La casa lungo il fiume
    non ci appartiene più,
    è attracco di pescatori di frodo e di conchiglie.
    Max sta finendo Psicostasia politica.
    Ti rivedo nel Bacio di Klimt.
    Non c’é tavolozza senza il nero.
    Quando Marisa tornerà da Dortmund
    sarà come un lampo a ciel sereno,
    chiederà le catenine di Istanbul,
    prima di dire:-oh mamma, mamma,
    perché sei rimasta così sola nel silenzio?

    Lucio Mayoor Tosi

    Dow Jones.

    Il sempre presente sa battere a macchina.
    La scrivania è piena di vecchi robot.
    Giocattoli mai messi in ordine.
    – Ci sono difetti strutturali nel linguaggio.
    Si potrebbe dire che le parafrasi appartengano
    tutte all’io. All’io bravo e all’incapace.
    – Non vedo altro che cose intorno a me.
    A tu per tu con il vuoto, dovendo affrontare
    il comune pensiero di morte. Lunga pausa.
    Interviene il biberon di un neonato sul pacchetto
    delle sigarette. – Un fragile tentativo d’incanto,
    amici miei cari barattoli.
    Nei mercati finanziari sale il prezzo del pesce.
    – Il vostro linguaggio mi sta mandando in confusione.
    Urge modellare una poesia confidando nel tempo.
    Tempo e luce. Primi passi di libertà:
    L’atmosfera è un composto di tempo.
    La fine è annunciata, Dow Jones!

    Steven Grieco-Rathgeb

    Entrò in una perla

    Entrò in una perla dentro il mondo
    attraversò muri che tacquero ogni grido
    qualcuno ne parlò come di un segreto
    ma l’azzurra stazione di notte era piena di lacrime
    L’estraneità fra te e me
    non era lui: noi
    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
    mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
    nella cruna della sua stessa fuga,
    attraverso il bene che volge al male che volge
    al bene,
    attraverso gli stessi luoghi che tornarono
    e ritornarono
    Su un sentiero così impervio
    la via si tramutò in aria!
    in una cupola d’ombra
    con persone che entrano ed escono,
    mentre ciascuno si fabbrica
    il proprio sciame di pensieri,
    larvati spettri e naiadi d’immagine,
    e li appende
    in una bianca desolazione
    Lui lentamente ci circondò,
    circondò da ogni parte
    finché rimase nascosto
    Ah, mio Io, mio pagliaccio ormai,
    sulla punta del dito fai ruotare
    la sfera su cui oscilloIl mio firmamento si è squarciato da cima a fondo
    E allora noi, prismi ignari,
    tornammo a splendere
    nelle nostre prigioni
    finché pensai che questa vita durerà in eterno

    GR

    • caro Gino,
      a volte le poesie che scrivo non le ricordo più. Ne hai riesumata una la cui chiusa ancora mi duole. “Discorso metafisico ed esistenziale.sul mondo, non sugli stati d’animo del piccolo io”. Riprendo questo tuo acutissimo profilo che sintetizza il Dna della mia poesia. E’ bello avere ricercatori come te, Giorgio ed altri, sempre così attivi a riportare alla luce versi da sottoporre all’attenzione dei lettori. Grazie, sinceramente.e buon lavoro.

  3. gino rago

    Gino Rago
    3 poeti contemporanei de L’Ombra delle Parole si misurano con gli enigmi di verità-menzogna dello specchio verso l’indefinito mistero dell’esistere del quale, nel quale, si sentono parte in una meditazione poetica attiva.
    [Seguendo l’orma di Giorgio Linguaglossa tesa alla massima resa estetica, ho proposto le 3 poesie antologizzata in forma di distici].

    1 – Giuseppe Talia
    Speculum

    Morirò su questa cyclette
    lo sento dal battito del cuore

    e da questa gronda di sudore
    che mi cola dalla fronte

    come il sangue del Cristo.
    Il mio specchio è un retrovisore.

    Una Venere lotta con il tapis roulant.
    Le conto le costole:

    ne mancano due all’appello.
    Mi riempie gli occhi

    ma non posso fermarmi –
    sarebbe una sconfitta –

    nonostante avverta una fitta.
    Imposto il programma a barre intermittenti.

    Zompo come una marionetta.
    Respiro attraverso la cuffietta.

    Arriva, arriva il vento!
    Si specchia nello specchio:

    Anemosssss
    Kathorossss

    Una lunga fila nella sala attrezzi
    del purgatorio: gli abbonati alla tortura

    sferrano attacchi ai pesi, ai manubri,
    ai dischi contesi; i corpi si bilanciano,

    entrano in trazione, alzano e abbassano
    maniglie in un rumore di ferraglie.

    L’inferno-out, il paradiso-in.
    E’ una via crucis lo spin

    asciugamano e bottiglietta- biberon.
    Morirò su questo vogatore, lo sento

    da quando l’istruttore, Caronte e Mefisto,
    mi incita a non cedere il passo

    a superare l’orlo del collasso.
    L’esercizio terminerà tra qualche minuto.

    Premere un tasto qualsiasi per continuare.
    Secondo voi che faccio?

    2 – Francesca Dono
    -allo specchio-

    lo sconosciuto si guarda allo specchio Poi abbassa le mani
    In silenzio Con un pettine indolenzito La posa di altre ombre

    Che scivolano dalla cornice per le crepe allineate Sono le nove
    Passate Un’eternità Con l’orologio tagliato nel buio Sullo specchio

    corrono cavalli selvaggi Un collage sfinito di Dravidi in ginocchio
    Nessuno riflette il tempo I pianeti Chi c’è sotto quel volto ustionato?

    Nulla di più complicato Il carnefice indossa un fermaglio di ego Ogni
    Parola del mondo acquatico

    ഇപ്പോഴും ടെമ്പി ദിനങ്ങൾ (Ancora dieci giorni di tombe)
    Un cingolato senza nome né polmoni Di nuovo il ritratto scenderà vicino

    A te Per l’ennesima mail da inviare agli indirizzi sbagliati Ai lati interi
    Degli occhi finti e inestricabili.

    3 – Letizia Leone
    Paradigma dello specchio

    Chi è la più bella?
    Chiedeva allo Specchio. Buco igneo

    Nicchia di raffreddamento di tutte le brame.
    E si vedeva al rovescio la matrigna: fanciulla

    Nascosta nel futuro.
    Ad ogni ora l’Eretica: Chi è la più bella? Chi c’è di là?

    Dalla linea che orla questo corpo, il suo Reame.
    Veramente, veramente bella…

    Rispondeva l’oggetto per eccellenza
    Che non è più specchio ma lucernaio, nera lucerna.

    Qualcuno disse stella. Addirittura Via Lattea
    Per speculum in aenigmate

    Spazio liscio che insidia la strega.
    Ogni visione aggiunge sogno al sogno

    Una che grida nel sonno, ombra, illusione.
    Brutta, rispose e si frantumò in mille pezzi e più.

    Delle nostre voci riempimmo anche i sassi.
    L’oratorio dei viventi. I rossi ardenti di velluti e rasi.

    Il Decamerone, e non solo fole ma esseri concreti.
    Ogni linea nega la via di fuga a questo corpo.

    Mio specchio
    Brame
    Bocca sigillata.
    ——————————————
    GR

  4. letizia leone

    Grazie infinite caro Gino per aver riportato questo mio testo e averne sperimentato la struttura in distici. Si rivela quale risorsa di materiale poetico da riutilizzare in una sorta di revisione “in progress”:

    «Chi è la più bella?» e cade
    dentro l’abisso piatto della faccia .

    Buco col trucco. Oggetto che non è più specchio
    ma lago malfamato, lucernaio, nera lucerna.

    Si vede al rovescio la matrigna
    Fanciulla nascosta nel futuro

    Dalla cordigliera del corpo sotto il livello del tempo.

    Lo Specchio è un oratorio. «Bella, veramente bella…».

    Specchio dei viventi o Specchio delle brame?

    Delle nostre voci riempimmo anche i sassi.

  5. Il sole sparisce.
    Il rimorchiatore guarda
    con muso di bulldog.

    E’ di Tomas Tranströmer (Il grande mistero – Crocetti ed.). Nella versione originale il conto delle sillabe è quello canonico dello haiku. Tradotto, ecco che diventa terzina.
    Non vi è dubbio che l’esercitarsi con haiku può portare a rapido dimagrimento della lingua in poesia italiana. E col tempo arrivare a risultati come questi, che sono frammenti tratti da poesie di Mario M. Gabriele (a caso dal libro “In viaggio con Godot”):

    Chiamammo Virginia
    perché allontanasse i cani
    dagli ulivi impauriti.

    Buttley, che dice?
    Neppure Padre Vincent lo capisce!
    E’ una questione di spine e sacrifici del cuore.

    Giusy ha studiato a Oxford.
    Ora vende case e giardini.
    Ma non è più come prima.

    Nella poesia di Gabriele vi è alternanza di terzine, distici e spesso piovono versi isolati. In ogni caso si scrive in brevità, quanto basta per non scaldare eccessivamente le immagini, o contaminarle con il proprio giudizio emotivo: il lettore le gradirà, come appena pescate.

    Il presente è povero di emozioni. Le emozioni sono per lo più rivissute, appartengono al passato. Una poesia che voglia mantenersi viva, nel presente della lettura, una poesia diciamo così in viaggio perenne, dovrà necessariamente essere scarna, con meno verbi e aggettivi. In questo modo vengono messi in evidenza aspetti caratterizzanti della cultura contemporanea (il raffreddamento delle parole, gli stracci, ecc.). E secondo me si fa anche poesia epica (non fate caso, le mie sono sempre domande).

    Trovo ottima l’idea di ricorrere al distico, specialmente per chi abbia tendenza alla fluenza: per interrompere, dare respiro… Ma nella frammentazione compiuta – “concentrazione semantica” e “atomo poetico”, le belle e giuste espressioni utilizzate da Antonio Sacco – secondo me vale l’alternanza verso singolo, distico e terzina. In realtà, mi pare che lo scopo vero sia quello di mantenere aderenza a un determinato “insieme”…

    Il verso singolo invece è ancora tutto da esplorare. Per me è come tentare di mantenersi in equilibrio sui sassi di un torrente, magari su quelli di uno stagno da giardino “giapponese”. Ecco un mio tentativo maldestro, ancora da sistemare… credetemi, è difficilissimo:

    L’iceberg capovolto (frammenti minimi).

    Essere è tempo
    (morto sul pavimento).

    I superpoteri del silenzio.

    Orizzonti e paraventi.

    Toccare il suolo con la fronte.

    (Ma l’affitto di casa, come lo pagheremo?)

    Dai, vattene via
    (vattene via. Vattene via).

    Il pane in testa.

    Un sacco di vento.

    Rosa, guscio di mare.

    In compagnia con l’inverno.

    Sul Transatlantico
    (le scale dei morti).

    Mettiti la giacca.

    Andiamo-ci. Fermiamo-ci.

    • Aggiungo, per dovere di cronaca, che ho appreso la scansione cercando di comunicare con una bambina autistica, a cui sono molto affezionato. Lei era solita ripetere alcune delle frasi che le dicevo, forse solo quelle che la interessavano, ad esempio: ah, sei un bel tipo! e lei ripeteva, imitando il tono della voce – Ah sei un bel tipo, ah sei un bel tipo…

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/24/25837/comment-page-1/#comment-36055
    Sicuramente l’haiku, inteso in modo stretto, come sequenza di 5-7-5 sillabe, alla fine diventa un gioco stucchevole, ma come paradigma di concentrazione sulle singole unità verbali distinte dalle unità metriche e quindi capaci di essere portatrici di una diversa lunghezza del suono e di conflitti tra le onde sonore di una composizione, tutto questo può essere un esercizio utilissimo per fare della scrittura poetica moderna, che abbia una modernità acustica, tono simbolica e fono simbolica… tutto dipende dall’aspetto (tono o fono simbolico) che si vuole sottolineare.

    La struttura in distici è quella, secondo il mio parere, che più si adatta alla nuova ontologia estetica, perché è una struttura aperta, breve, claudicante… al contrario della terzina che invece è, tradizionalmente, una forma chiusa. Personalmente io sto lavorando sulla struttura in distici. Noto con piacere che anche Gino Rago, Mario Gabriele e Letizia Leone e anche Donatella Costantina Giancaspero stanno seguendo questo tipo di scansionamento spazio-temporale della propria scrittura che non è soltanto un modo di scrivere versi tradizionali, cioè con l’onda sonora che accompagna i verbi e gli aggettivi (!!!) – liberiamoci da questa vulgaris opinio – ma è un modo del tutto nuovo di concepite il posizionamento del testo nelle due linee aperte. Il risultato è sconvolgentemente efficace. Per esempio leggiamo dal blog di Mario Gabriele questa sua poesia inedita in distici:

    http://mariomgabriele.altervista.org/inedito-mario-m-gabriele-registro-bordo/

    Mario Gabriele:
    La struttura di questo testo si basa sui distici dove, con maggiore evidenza, si immette il frammento, con proprie sintesi progettuali.

    Fly Me To The Moon

    Signora Stefford i crickets sono andati via.
    E’ rimasta solo l’upupa con i suoi up up up.

    Non ce ne sbarazzeremo facilmente.
    Ormai ha messo le ali sul tetto di Henry.

    Ora ci si mette pure il cane Dillinger
    a creare sobbalzi e paura.

    La città ha una nuova urbanistica con piani terra
    dove a sera dorme l’uomo senza nome.

    Helen Britt, vicina ai 9o anni,
    ha donato la casa ad una onlus.

    Nel book-room è diventato best seller
    il libro -50 sfumature di grigio- di E.L. James.

    Anni 40 e nuovo secolo: che altro aspetti?
    Fly me to the Moon!

    Andiamo da Mc Lee a interpretare le centurie.
    Mary si è fatto un vestito il giorno prima degli esami.

    La giornata non è tra le più belle. Piove.
    C’è una Street Art sulla A 16. Sembra Warhol.

    Due niggers aprono il libro della sera
    archiviando Burundi e Burkina Faso.

    Anche la notte è passata con le ore.
    Il colloquio con Sophy non è stato brillante.

    Suona papà Doc il blues del Cotton Club,
    è morto il canarino del Wisconsin.

    Meg lo diceva che in casa c’era un clarinetto,
    ma nessuno l’ascoltava.

    INEDITO DI MARIO M. GABRIELE da Registro di bordo”

    Lucio Mayoor Tosi says:
    giugno 22, 2018 at 6:14 pm

    Sembra dire: tutto è letteratura, finzione. Ma già che ci siamo facciamola bella.

    Mario M Gabriele says:
    giugno 22, 2018 at 7:22 pm

    Grazie, Lucio, ma io veramente ho fatto questi distici sballottato dal titolo della canzone di Frank Sinatra cioè Fly me to the moon “Fammi volare fino alla Luna” per distaccarmi un po’ da questa terra. Grazie anche a Francesca Dono.

    Giorgio Linguaglossa says:
    giugno 22, 2018 at 6:46 pm

    caro Mario,
    con la scansione in distici la tua poesia ha trovato, a mio avviso, un equilibrio perfetto nel disequilibrio dell’impianto generale. Così la tua poesia ha raggiunto, anche da punto di vista visivo, una sua forma classica, gli spazi che suddividono i distici con regolarità sono funzionali ad un ordine direi «trascendentale», all’ordine della civilizzazione che vuole che tutto sia ben amministrato e ben scandito mediante scansioni regolari. Ed è proprio lì che tu intervieni inserendo nella prigione dorata della regola aurea del distico, l’irregolarità dell’irrazionale che balza fuori, dopo ogni distico con un formidabile impromptu. L’ordine amministrativo ama la regolarità dei moduli come ci insegna il design del moderno, predilige la scansione dorata e una regola aurea che si ripete, ricordo rimosso della violenza a cui soggiace l’irrigidito e il raggelato. In fin dei conti, l’irrigidito è il raggelato che ha trovato una forma, un vaso, una scansione. Ed è qui che l’andamento sincopato, stroficamente irregolare, mette a nudo la costrizione ideologica del minimalismo che richiede che il tutto sia ordinato e lindo in ottime forme racchiuso.

    Mario M Gabriele says:
    giugno 22, 2018 at 7:03 pm

    caro Giorgio,
    nella tua pagina dedicata ai distici ho preferito non intervenire dovendo realizzare questo testo. Come vedi ho preso di sana pianta la tua proposta perché la mia poesia ha un ritmo narrativo. Sono intervenuto sui 60 testi di Registro di bordo, frazionando il ritmo con l’inserimento dei distici per dare maggiore pausa al frammento. Come vedi non soffro di ipoacusia e sono sempre attento ai buoni consigli, e i tuoi sono sempre “all’avanguardia”. Grazie del commento.

  7. sempre dal blog di Mario Gabriele mi sono permesso di suddividere una poesia di Giocondo Colangelo in distici. Spero che l’autore mi perdonerà questa libertà che mi sono preso:

    GIOCONDO COLANGELO

    Apparso per la prima volta con delle partiture poetiche inedite nell’antologia Poeti del Molise, Giocondo Colangelo (1954) ha fatto seguire, dopo la pubblicazione di queste sue scritture autobiografiche, una plaquette di versi e calembours dal titolo Senza recita, Casa Molisana del Libro, 1982, che tra neutralità dei vecchi schemi e alleanza a un dire nuovo, segna sulla carta della quotidianità le tangenziali dell’esistenza e le cifre del vissuto, tratteggiando il ricordo e il sogno verso punti di fuga e di morte, secondo suggestioni letterarie ben precise (Whitman e Rimbaud sono solo alcuni dei poeti presi a riferimento), tra motivi ora ironici, ora delicatamente memoriali, al di fuori di ogni riconferma e restaurazione di modelli archetipi senza, tra l’altro, sconfinare nei territori degli squilibri formali, per lasciare, come dice l’autore, le sue poesie alle spalle, per perderle e, secondo l’insegnamento di quel prete di un libro di Borges, Bioy Casares, che insisteva sulla necessità di perdere l’anima per salvarla, ritrovarle, all’interno del rapporto odio-amore, fino a dilacerare il tessuto esistenziale e ricucirlo da ogni strappo e ferita, prima della inevitabile resa o sconfitta.
    Quanto alle ulteriori prove o verifiche, a livello di consistenza, di cui parlava Pasquale De Lisio, recensendo Senza recita su Proposte molisane 82/1, pag, 197, non crediamo che esse debbano costituire delle condizioni essenziali per riconfermare giudizi e chiavi di lettura. Senza recita resta, al di là delle (im)probabili sortite poetiche dell’autore, un momento altro o a sé di quel fervore letterario, come esperienza parallela degli avvenimenti culturali prodotti negli anni Settanta-Ottanta.
    Con molta probabilità il documento poetico di Colangelo sta a indicare il rifiuto di una Forma declamata e artefatta, ovvero, la negazione al bel canto e allo stile delle cifre di Cocteau.
    Senza recita propone nella sua struttura, momenti di vita vissuti nel silenzio e nella emarginazione, nel quadro delle varie esperienze fatte dall’autore. Da qui l’uso di una parola poetica che rifiuta il ninnolo tradizionale, l’idillio e l’arabesco, e che pure sta a dimostrare e a indicare una delle tante strade percorse dalla poesia nel conflitto dei segni e dei significati.

    DEDICATO A UN PURO AMICO IMMAGINARIO

    Ci siamo cacciati in un brutto pasticcio Fred,
    non vedo come faremo a venirne fuori!

    Queste ombre sanguinolente non ci mollano più,
    il capezzale di morte è lì sul nostro cammino,

    alla foce del fiume ci attendono, non ci andremo!
    Ti dedico questi granuli di sabbia,

    sabbia del deserto, deserto della mia stanza,
    mentre fuori mille cervelli

    stanno esplodendo in orgasmi di utopie,
    domatori inferociti divorano i leoni,

    (moro in facoltà fa l’occhietto al collettivo),
    hare krishna infangato da calessi in corsa

    piange sul ciglio della strada,
    James Joyce urla nella tomba:Rivoglio le mie lettere,

    Monsieur Bernard applaudito al comitato
    rimpiange vecchie glorie,

    “have a good time, baby” lanciato nello spazio
    rientra dall’uscita d’emergenza,

    “lascia andare le parole” sussurrato all’orecchio,
    non ho molto tempo vuole dire.

    Quest’ultima visione,
    non mi rimane altro prima di partire.

    Una stanza illuminata,
    Mary col suo adolescente nudo sulle ginocchia,

    “altri quindici giorni e poi sono fuori”,
    un vecchio cortile circondato d’aiuole,

    ci siamo lui io e tanti altri,
    Mary col broncio perché si ride di lei;

    -cento anni per capire che la chiave delle Illuminazioni
    era lì, dietro la porta -.

    Lui in divisa, intossicato di vita, sorride all’amico,
    gli promette bevendo un lunghissimo spleen.

    (Genzano 27.2.76)

    Stanotte son di guardia alle stelle,
    la luna non c’è,
    se la son pappata rabbiosi sergenti.

    Il gatto nel cortile
    gioca a rincorrere il coniglio,

    mentre l’uccellino incollato
    sta morendo sul muraglione.

    Stanotte son di guardia alla luna,
    le stelle non ci sono,
    se la son pappata rabbiosi sergenti.

    In una simile notte
    senza lucciole

    dev’esser morto Esenin,
    in una simile notte

    sul muraglione scuro
    il mio passerotto muore.

    Ufficiale di picchetto chiudi bene
    il cancello stanotte,

    non lasciar passare i ricordi.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/24/25837/comment-page-1/#comment-36065
    Riprendo un concetto ripreso in un commento del 2016 da Lucio Mayoor Tosi. “Il fermo immagine”, impiegato da tutti i registi cinematografici. Lo vogliamo usare finalmente anche in poesia?

    Un altro concetto: ripreso sempre da Lucio: “il girare intorno”all’oggetto”. Lo vogliamo finalmente usare? Visto che la cinematografia e la pittura e la musica lo hanno usato e lo usano a dismisura?

    Rappresentazione prospettica e Rappresentazione a-prospettica. Vogliamo finalmente impiegare in poesia i due tipi di rappresentazione insieme? La peritropè (il capovolgimento), l’anafora spostata, l’anadiplosi interrotta, l’interruzione del ritmo interno ad ogni verso, li vogliamo impiegare? La metafora e la catacresi, le vogliamo impiegare? – Per troppi decenni queste retorizzazioni sono state sotto valutate e tralasciate dalla poesia italiana, possiamo dirlo?

    Il frammento come equivalente del punto di vista. Procedimento questo impiegato con grande perizia dal romanzo contemporaneo: Pamuk e Salman Rushdie hanno creato capolavori con questo procedimento. Siamo pronti ad impiegare questo procedimento anche in poesia?

    George Steiner ha scritto:

    «il fatto che l’immagine del mondo si stia sottraendo alla presa comunicativa della parola – ha avuto la sua influenza sulla qualità del linguaggio. A mano a mano che la coscienza occidentale si è resa più indipendente dalle risorse del linguaggio per ordinare l’esperienza e dirigere il lavoro della mente, le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità. So bene che questo è un concetto controverso. Presume che il linguaggio abbia una “vita” sua in un senso che va oltre la metafora…».1] La poesia deve albergare nei sobborghi della «zona oscura», dell’impronunciabile, avendo cura di mantenere la distanza, abitare la distanza e la lontananza, custodirle come il più intimo dei segreti.

    Steiner vuole dire un concetto molto importante: l’immagine del mondo nel linguaggio si è indebolita, il mondo si sta sottraendo al linguaggio, il linguaggio non rappresenta e non può più rappresentare tutta la complessità e variabilità del mondo…di qui all’oblio della memoria che il linguaggio avrebbe di sé il passo non è poi molto lungo… ma il discorso poetico, proprio perché libero dall’utile, ha la capacità di mantenersi a giusta distanza dei sobborghi del «segreto» dell’ente, quel «segreto» che non può essere avvicinato dalla lingua di relazione ma che la lingua di relazione contiene in sé come possibilità inespressa, che diventa espressa nell’evento della forma-poesia, in quell’atto di compromissione senza compromessi che contraddistingue la dizione poetica.

    Potremmo dire così, che la dizione poetica è quel tipo di linguaggio che ci avvicina di più all’extra linguistico, al non tematizzabile linguisticamente, a ciò che resta di una esperienza che sta fuori dall’ambito linguistico. Con le parole di Derrida: «Perché io condivida qualcosa, perché comunichi, oggettivi, tematizzi, la condizione è che ci sia del non-tematizzabile, del non-oggettivabile. Ed è un segreto assoluto, è l’absolutum stesso nel senso etimologico del termine, ossia ciò che è rescisso dal legame,, staccato, e che non si può legare; è la condizione del legame sociale, ma non lo si può legare: se c’è dell’assoluto, è segreto».2]

    Montale scrive in Satura (1971) appena 4 anni dopo l’uscita del primo libro di Alfredo de Palchi Sessioni con l’analista (1967), queste parole:

    «Incespicare, incepparsi / è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore. / Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure. Così / bisogna rassegnarsi / a un mezzo parlare»…

    Montale scrive una «poesia del dormiveglia», cinico-scettica, come è stata battezzata ma con l’animus di chi ha perduto la fede nella sua antica «sartoria teatrale»: «La mia Musa è lontana», è uno «spaventacchio»; «La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio/ di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo/ chi di lei si vestiva». Montale si attrezza a scendere dal palco dell’idioma illustre per adottare il vestito linguistico democratico, demotico, giornalistico:

    La mia Musa è lontana: si direbbe
    (è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
    Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
    alzato a malapena su una scacchiera di viti.
    Sventola come può; ha resistito a monsoni
    restando ritta, solo un po’ ingobbita.
    Se il vento cala sa agitarsi ancora
    quasi a dirmi cammina non temere,
    finché potrò vederti ti darò vita.
    La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
    di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
    chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
    di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
    e con quella dirige un suo quartetto
    di cannucce. È la sola musica che sopporto.

    Il nostro intendimento è semplice: noi vogliamo rimettere in piedi la poesia italiana del Dopo Satura. Riprendiamo quindi il filo del discorso che si è spezzato dal 1967 anno di pubblicazione del libro d’esordio di de Palchi, Sessioni con l’analista, e ripartiamo da lì. L’obiettivo della Nuova Ontologia Estetica è questo per chi non l’abbia ancora compreso: rimettere in piedi la poesia italiana, noi non siamo i sacerdoti della sacra Musa, fare i sacerdoti non è il nostro mestiere. Riprendiamo il filo del discorso da dove Fortini ce lo aveva consegnato:

    «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

    1] George Steiner Linguaggio e silenzio (1958), Rizzoli, 1972 p. 41
    2] Jacques Derrida, Ho il gusto del segreto, in Jacques Derrida e Maurizio Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza, Bari, 1977 p. 51

  9. Caro Giorgio,
    avrai certamente capito che io temo solo l’uniformità; che adottando sistematicamente il distico, le tue poesie, quelle di Gabriele, Rago, Grieco e, azzardo, perfino quelle di Anna Ventura, potrebbero arrivare a somigliarsi troppo. All’inizio si fa restyling ed è piacevole ma, poi, non si corre il rischio di pensare in distici – cioè tutti allo stesso modo?
    Gabriele dice una cosa che condivido, quando fa notare di avere “un ritmo narrativo”. Altri poeti hanno questa caratteristica, e in altri si sente che provengono da molte altre direzioni. Il distico, qualora lo si volesse, può aiutare a “scollarsi”. Poi è anche la forma più consona alla frammentazione, ci si arriva anche naturalmente. Ma penso che i buoni poeti sappiano come fare, li stimo troppo per non pensare che s’inventeranno qualcosa che sempre ci sorprenderà, sia partendo dal distico che restando-ci.

  10. caro Lucio,

    il distico può essere un pentagramma punto di partenza, poi è ovvio che ciascuno potrà scegliere il pentagramma che gli è più consono. Però è indubitabile che le poesie di Gino Rago, quelle di Mario gabriele, le mie e anche di altri abbiano guadagnato dalla scansione in distici. Certo, senza farne una regola aurea, se no diventa un fatto meccanico.

  11. In camera, al bar e nel romanzo
    è mezzanotte.

    Già molti fantasmi oltre i muri vanno
    in cerca di bocche spalancate.

    E’ così da sempre – Oh non lo facciamo apposta.
    E’ gente, solo gente…

    E siamo a metà del libro.

    Oltre al libro un piccolo schermo,
    senza audio.

    Come sempre accade si vedono girare soldi
    nelle rotative.

    Pier Paolo Pasolini e i suoi occhiali notturni.

    Sul tavolo le tazzine per domani.
    Opportunamente vuote.

    Pulite.

    (Oggi, 25 giu 2018)

  12. 1 poeta, per la riconoscenza:
    Gino Rago

    Della notte che si fa giorno
    nell’impiego di un verso contro l’altro,
    la regola aurea che sottende
    allo spegnimento della polvere
    nell’ammicamento misero della sostanza.

    Eppure questo vuoto ci dipinge
    nel soffitto identico di un informe cielo

    E si staccava l’ombra e poi pioveva.

    Grazie, OMBRA

  13. Giuseppe Gallo

    Ringrazio L’Ombra, per avermi dato la possibilità di leggere le riflessioni di Sacco sulla struttura degli Haiku e sul loro possibile ruolo all’interno della poesia e dei versi liberi. L’articolo è misurato e composto. Senza divagazioni; direi che è in linea con il climax che deve permeare, internamente ed esteriormente, il genere haiku. Questione difficilissima che noi occidentali, spesso neofiti in questo campo, riduciamo alla semplice struttura sillabica: 5/7/5; Bene ha fatto Sacco a richiamare il concetto di Morae, che ha una relazione con il respiro e non con la quantità… È possibile concatenare più haiku per avere strutture poetiche, formalmente, più significative? Certo! È possibile… ma non credo che, così facendo, si rispetti la “concentrazione semantica” che le sparute e denudate parole degli haiku devono possedere. È una questione di “furore poetico”, di forza… un haiku è un concentrato di immagini, di sovrapposizioni, di processi associativi, in senso freudiano; e di spontaneità che deve completarsi e richiudersi nel momento in cui avviene lo scatto… non si può prolungare oltre, non ci possono essere appendici e rimasugli. È un abbaglio fulmineo attraverso il quale si coglie quel quid del rapporto Uomo-Natura senza compromessi, escludendo la soggettività, l’impressionismo e il sentimentalismo… e il tempo. Ogni haiku è a se stante; vale per se stesso; è quell’attimo in cui si ha la percezione dello “sfolgorio” del Logos. Ma per giungere a risultati del genere nessuno può improvvisare, ci vuole un rigido e continuato training… infatti, pur essendo molti gli scrittori di haiku, pochissimi e rari sono gli haijin, degni di questo nome! Perché? Perché da troppo tempo noi siamo abituati alla descrizione, all’aggettivazione e non abbiamo mai tenuto in grande considerazione quanto diceva Barthes nel testo <> in cui affermava che l’Arte occidentale trasforma l’impressione in descrizione, mentre un haiku non descrive mai: <>. E in Italia? Molti si sono cimentati nel genere… magari in un prossimo futuro troverò il tempo di citarne qualcuno, da Zanzotto a Sanguineti; per ora mi limito a segnalare, per gli amanti del genere, Luigi Celi, ecco alcuni suoi componimenti:
    dorme la luna/ sul seno d’una donna/ è selva oscura;
    un’incertezza/sovrasta l’esistenza/nulla s’arresta;
    fotografare/il vuoto delle cose/piena è la luce.

    Giuseppe Gallo

  14. Articolo interessantissimo….Del resto come tutto quello che continua ad essere elargito, qui, dall’Ombra e dall’infaticabile Giorgio. Grazie, Cari saluti circolari!
    P.S.
    Un abbraccio a Gino; sperando che la sua salute migliori…

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