Poesie di Charles Simic, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Letizia Leone, Lidia Popa, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno – La scrittura poetica in distici – Commenti e critiche

Foto Vivian mayer in ascensore metallico

Foto di Vivian Mayer – Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato/ un cavallo silenzioso accanto al letto

Charles Simic

Nella Biblioteca
                                       per Octavio

C’è un libro dal titolo
Un dizionario degli Angeli.
Nessuno in cinquant’anni l’ha più aperto,
Lo so, perché quando lo feci,
La copertina si spaccò, le pagine
Si sbriciolarono. Lì ho scoperto

Che un tempo gli angeli erano fitti
Come mosche. Il cielo al tramonto
Era sempre pieno di loro.
Dovevi agitare entrambe le braccia
Per tenerteli lontani.

Ora il sole splende
Attraverso le alte finestre.
La biblioteca è un posto tranquillo.
Angeli e divinità rannicchiati
Negli scuri libri non aperti.
Il grande segreto giace
Su qualche scaffale di Miss Jones
L’oltrepassa ogni giorno nei suoi giri.

È davvero alta, così tiene
La testa inclinata, come in ascolto.
I libri stanno sussurrando.
Io non sento nulla, ma lei sì.

  1. In the Library

There’s a book called
A Dictionary of Angels.
No one had opened it in fifty years,
I know, because when I did,
The covers creaked, the pages
Crumbled. There I discovered

The angels were once as plentiful
As species of flies.
The sky at dusk
Used to be thick with them.
You had to wave both arms
Just to keep them away.

Now the sun is shining
Through the tall windows.
The library is a quiet place.
Angels and gods huddled
In dark unopened books.
The great secret lies
On some shelf Miss Jones
Passes every day on her rounds.

She’s very tall, so she keeps
Her head tipped as if listening.
The books are whispering.
I hear nothing, but she does.

[Charles Simic]

“Le parole fanno l’amore sulla pagina come mosche nel caldo dell’estate e il poeta è solo lo spettatore divertito.”

Letti disfatti

“Amano le stanze ombreggiate,
le carte da parati consunte,
le crepe nel soffitto,
le mosche sul cuscino.

Se ti viene la tentazione di allungarti,
non essere sorpreso,
non farai caso alle lenzuola sporche,
al raschio delle molle arrugginite
mentre ti metti comodo.

La stanza è un cinema buio
dove si proietta
una pellicola sgranata in bianco e nero.

Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
nel momento della dolce indolenza
che segue all’amore,
quando il più malvagio dei cuori
arriva a credere
che la felicità può durare per sempre.”

Charles Simic

Il Cavallo

Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato
un cavallo silenzioso accanto al letto
amico mio, sono felice che tu sia qui, gli dico,
nevica e dovevi avere freddo
solo in quella stalla in fondo alla strada
il contadino e la moglie, tutti e due morti.

Ti metto addosso una coperta e vado a vedere
se c’è una zolletta di zucchero in cucina
come quella che in un circo ho visto mettere
in bocca a una cavalla
da un uomo col cilindro, ma ho paura di non trovarti
al mio ritorno, allora è meglio che resti
a farti compagnia qui al buio.

[“The Horse”, “Il Cavallo”, una poesia di Charles Simic, tratta dalla sua ultima raccolta “The Lunatic”,Harper Collins Publisher, 2015].

Charles Simic

 [Sull’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo del 25 agosto 1992]

“La Biblioteca Nazionale bruciò gli ultimi tre giorni di agosto e la città soffocò nella neve nera.

Liberati, i personaggi vagarono per le vie, mescolandosi con i passanti e con le anime dei morti.

Vidi Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero; vidi Quasimodo che si dondolava con una sola mano in un minareto.

Raskolnikov e Mersault chiacchierarono per giorni nella cantina di casa mia; Gavroche sfoggiò uno stanco travestimento.

Yossarian vendeva già provviste al nemico; per pochi dinari il giovane Tom Sawyer si tuffava dal Ponte del Principe.

Ogni giorno più fantasmi ed esseri viventi; e il terribile sospetto si confermò quando gli scheletri mi caddero addosso.

Mi chiusi in casa. Sfogliai la guida turistica.
E non uscii finché la radio non mi spiegò come avessero potuto tirar fuori tonnellate di carbone dal sotterraneo più profondo della Biblioteca Nazionale bruciata”

Nota
L’incendio della Vijecnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo, 25 agosto 1992

“[…]Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155 000 esemplari rari e preziosi, 478 manoscritti. Era l’unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
Dopo tre giorni di rogo, della biblioteca bruciata rimanevano lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.

“Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, intitolava l’articolo sulla devastazione della Vijećnica, il quotidiano inglese “The Times”.

Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, dalle colline che circondano la città i serbi spararono le prime bombe incendiarie su Vijećnica.

La Biblioteca Nazionale fu bersagliata dai cannoni per tre intere giornate. L’accuratezza dei lanci non lasciava dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.

Sui vigili del fuoco, sui coraggiosi bibliotecari e sui volontari che, formavano una catena umana nel tentativo di salvare i libri, sparavano i cecchini o le antiaeree. La giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perse la vita in quella occasione.

“Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo, scappato a Belgrado…”

Giorgio Linguaglossa

 dal mio libro La Belligeranza del Tramonto (2006)

Giocavano a dadi con i meteci

Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.

Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.

A quel tempo dall’Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele

e gettarono le ancore.
Io fissavo il loro occhio di vetro…

 Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,

 ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l’infiltrato e la spia,

passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d’oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte

alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
Io a quel tempo me la spassavo nella Suburra,

tiravo con l’arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro

 e disse, senza guardarci: “dimenticatevi il nome di Dio.”

*Aforismi

 La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza che si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.

 L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconsevazione quale principio base del consorzio civile.

 Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.

 Il concetto di intelligibile resta una aporia.

Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.

Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia a prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande stasi che è già avvenuta.

 La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.

La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione sta invece nella esistenza o nella non esistenza degli uomini.

La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.

 Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.

Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale va venerato.

Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.

Così anche la disperazione è l’ultima ideologia, utilissima ai fini dell’autoconservazione.

Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.

La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.

L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini.
Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti.
Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco.

 

Letizia Leone

Il monumento ebbro

La Porta.
Era da aprire al centro
Dell’immensa Agorà
Nel paesaggio svuotato dai mercati
Opaca e pesante. Volante come il culmine di una visione
Socchiusa sull’ala dello sprofondamento
Intanto che dai cardini fuoriuscivano cose a groppi
Esitanti piccolissimi animali e sagome d’uomini minuscoli
Moribondi anfibi o delfini – la Porta
Che nel riverbero di tutta quella luce rovente sulla piazza. La Porta
Immensa, non vedevamo.
Come i gusci, centinaia e centinaia di acini appesi alle ante
Tra le cotogne, grappoli e foglie carnose
(Avrebbe perfino pensato a una Rivelazione?)
Tanto era il vortice delle creature che schizzavano fuori
Disorientate. Ma a noi
E ai portatori
Premevano sul cuore certe cose di zolfo
Vive vivai gocce fiammiferi. Fosse stato anche solo il portato di un’illusione
Cervello e utero germinale nell’oscillazione di forme antiche che vomitava
La Porta.
Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
Intanto che qualche altra cosa strisciava
Odore o sapore che aveva forma
Cifra o grillo, antimateria o polvere che aveva trovato il coraggio di uscire dal covo
Delle puzze e si ergeva ad animale di sangue nuovo malfermo
Su gambe su zampe ora eretto ora in ginocchio ma animale comunque incarnazione incontro alfine ricordo dell’uomo con la grande tartaruga in mano. O sotto i piedi, le tartarughe lente e orribili scarpe di un gigante a bordo. Navigavano le tartarughe. Scherzo ed oblio.
Con la potenza degli esorcismi intanto la Porta induriva conchiglie di viti giravano a velocità folle
E noi
Per il troppo bagliore un fuoco secco negli occhi accecati al centro della piazza cercavamo chi potesse dirci tutto di quel calice venereo che esalava. Corpi esplosi nuovo sangue.
Ci girammo verso i portatori ma erano già anneriti nel sole con l’obelisco in mano
Saldati nei loro gesti brevi
Di cavalieri di piombo.

(Roma, Fiera, 8 dic 2017)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Jean Clair scrive: «Di una civiltà che non sa erigere monumenti si potrà dire che ha, letteralmente, perduto la sua anima». Appunto, è di questo che ci parla la poesia di Letizia Leone, di questa perdita, ekfrasis del monumento impossibile di Ivan Thurmer. Una poesia impossibile per una «cosa» impossibile. Non sappiamo più che cosa sia un «monumento» proprio perché l’unico «monumento» vero, reale, realissimo, è quello che abbiamo edificato al nuovo Moloch, il Denaro con le sue Banche e le sue filiali e i suoi cortigiani: la civiltà massmediatica e i suoi utenti, i suoi schiavi mediatici. Non c’è più la «cosa», ecco il vero problema di cui ci dovremmo preoccupare, non c’è più la «cosa» perché ci sono miliardi di «cose».

Aristotele dice che il luogo di una cosa è ciò che sta intorno a quella cosa.
Newton corregge Aristotele e lo bacchetta, dichiara «banale» definire lo spazio come quella cosa che sta attorno alla cosa, e definisce «assoluto, vero e matematico» lo spazio in sé, che esiste anche dove non c’è nulla.

Commenta Carlo Rovelli:

«La differenza fra Aristotele e Newton è flagrante. Per Newton, fra due cose può esserci anche “spazio vuoto”. Per Aristotele, “spazio vuoto” è un’assurdità, perché lo spazio è solo l’ordine delle cose. Se non ci sono cose, la loro estensione, i loro contatti, non c’è spazio. Newton immagina che le cose siano collocate in uno “spazio” che continua ad esistere vuoto, anche se leviamo le cose. Per Aristotele lo “spazio vuoto” è un non senso, perché se due cose non si toccano vuol dire che fra loro c’è qualcosa d’altro, e se c’è qualcosa, questo qualcosa è una cosa, e quindi qualcosa c’è: non può non esserci “nulla”».1]

 Possiamo porre il problema della «cosa» presente in poesia partendo da questi due concetti per dire che entrambi sono erronei, in quanto la «cosa» non è il luogo che occupa ma è un qualcosa che, letteralmente, fonda il luogo, fonda lo spazio e fonda il tempo. Il tempo e lo spazio sono «dentro» la «cosa», e questa splendida poesia di Letizia Leone segue esattamente questa idea, è a partire da questa idea della «cosa» che costruisce la sua poesia. Non dunque la poesia vista come anima sinfonica o musica esterna, ma come qualcosa che è all’interno del suo interno, dove lo spazio e il tempo sono introiettati e raggelati in essa…

Questa poesia di Letizia Leone presenta delle particolarità stilistiche che non possono essere spiegate senza addentrarci all’interno della complessa questione filosofica che sta alla base della poesia, che è tutta incentrata sulla macro metafora della «Porta». La «Porta» è [copula] la cosa-parola, è la coincidenza di parola e cosa, ma, al tempo stesso è [copula] anche la non coincidenza di parola e cosa. La «Porta» dunque, è e non è, è la contraddizione per eccellenza, impersona la contraddittorietà autocontraddittoria, la contraddizione che è anche assenza e presenza di contraddittori.

La Porta.
Era da aprire al centro
Dell’immensa Agorà
Nel paesaggio svuotato dai mercati
Opaca e pesante.

Assenza e presenza di contraddittori che si annullano reciprocamente, che collidono e friggono. E che cos’è questo se non un procedimento stilistico che riposa sulla peritropé (capovolgimento) dove gli attanti e i predicati sono una volta nell’essere e una volta nel non essere? Capovolgimento che capovolge se stesso e fluisce nel nulla. Anche i personaggi anonimi e neanche nominati della poesia finiscono per accrescere la dinamicità di questo movimento convulso che tira in tutte le direzioni con una regia ammirevole che lo stile incontraddittorio della Leone magnificamente mette in evidenza:

Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
Intanto che qualche altra cosa strisciava […]

1] Carlo Rovelli L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 65

 Giorgio Linguaglossa
17 giugno 2018 alle 11:42

Una poesia di Gino Rago che io ho suddiviso in gruppi di distici. Caro Gino, scusami per questa libertà che mi sono preso ma credo che così la tua poesia ci abbia guadagnato..

Gino Rago

(alla maniera di Ewa Lipska)
22 settembre 2017 alle 19:32

 “Cara signora Schubert,
ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?

Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
che produceva la vita d’oltretomba.

E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.
Ha riconosciuto la mia scrittura.?

Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?

Senza timori vada
al Quartier Generale dell’Aldilà.

Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
attigua alla abitazione di Dio.

Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto

e ciò che non faremo più.
Cara signora Schubert, e per conoscenza,

care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno

e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
assale i poeti alla stessa ora del mondo.

Cara signora Schubert, e per conoscenza,
care signore Leone, Giancaspero e Catapano,

la vita è un negozio di ferramenta.
E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

Al Quartier Generale dell’Aldilà
l’acqua si beve in bicchieri di plastica.

E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.

A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

Gino Rago

Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

“Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

la copia della Gioconda, il lillà
e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

abbiamo altro da fare, per esempio
ascoltare il canto degli uccelli

o il ronzio della Storia
nei bassifondi

ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo 

smettessero per un pò di fare baccano,
coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

[anche gli dèi imparino a tenere il becco chiuso,
sono sull’Olimpo grazie alla poesia].

Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.

 Lidia Popa
17 giugno 2018 alle 14:37

La divisione dei versi, secondo il sentire di ognuno, danno una sosta al respiro del lettore, creando quell’attimo di contemplazione. Riempie di gusto con l’esaltazione del palato di nuovi sapori – una bibita raffinata.

Non sono una mosca

Le mosche verde brillante
sono dovunque opportuniste per scelta.
Annusano la miseria umana da lontano.
Si prendono di mira l’obiettivo prefissato.

Spronando dei cavalli purosangue,
impazienti si collocano nello spazio
attirando con destrezza l’attenzione,
con punti di vista leggeri e formali.

Senza argomenti eternamente validi,
puntano per fare del male al prossimo,
infettando di siero ogni posto pulito.

Impara ad essere paziente
ed avrai il cielo ai tuoi piedi.
Non sono una mosca.

[Poesia “Non sono una mosca” – in origine “Essere una mosca” revisionata con l’esperienza d’oggi, fa parte del mio primo libro di poesie “Punto differente (essere)” con poesie scritte tra 2013 e 2015. Nella versione originale con titolo diverso, senza l’espressione “verde brillante” e la divisione dei versi.]

Giorgio Linguaglossa
17 giugno 2018 alle 17:22

 Grazie Lidia Popa,

Prego tutti: Letizie Leone, Mario Gabriele, Lucio Mayoor, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Gino Rago e chi altri di voler considerare la necessità che la struttura in gruppi di distici o cmq gruppi di terzine o strofe brevi, aumenta la leggibilità della lettura e la risonanza semantica dei testi. Sarei curioso di conoscere la vostra opinione…

 Letizia Leone
17 giugno 2018 alle 19:06

Assolutamente si, caro Giorgio! I testi (bellissimi) qui proposti e riscritti in forma di distici hanno un impatto di fruizione più immediato. Stravolgono la struttura ritmica del testo dinamizzando lo spazio in questa simultanea reiterazione delle linee versali. Catturano l’occhio ormai abituato alle veloci comunicazione lineari di un tweet. Creano una sorta di dispositivo estetico. E soprattutto nel magma fluido delle informazioni che quotidianamente ci sommergono, ordinano il territorio, il piano semiotico del testo o poesia che dir si voglia.

Il pericolo è sempre quello dei manierismi in agguato (naturalmente non riferito ai poeti esperti e smaliziati della NOE). Da parte mia, nell’ultimo libro Viola Norimberga, ho considerato la forma breve e brevissima…

Mario M. Gabriele
17 giugno 2018 alle 19:09

Vuoi conoscere la mia opinione? Solo con un documento poetico dimostrativo si può vedere se la scelta operata rientri nei distici. Lo so è un lavoraccio, ma se bisogna operare insieme è bene farlo.

 Letizia Leone
17 giugno 2018 alle 18:50

 Propongo qui di seguito una sorta di esperimento: aprendo le stanze chiuse e dimenticate di un voluminoso carteggio epistolare tra il poeta Gottfried Benn e un ricco industriale di Brema, Friedrich Wilhem Oelze, ho strutturato in forma versale una selezione di parti e frammenti dal testo in prosa di Benn. Naturalmente queste sono le esatte parole di Benn, il loro senso intatto, sebbene ridistribuite nell’economia dello spazio. Questa atipica conversazione a distanza durò oltre un ventennio dal 1932 al 1956, ma in effetti ciò che ne rimane è un lungo ininterrotto monologo del poeta che elesse l’amico quale «cassetta di sicurezza» non solo della sua officina artistica, ma di pensieri, emozioni, sentimenti reconditi. Colpisce la miscela di pathos e freddezza intellettuale, di confidenza ed ossequiosa distanza con l’interlocutore. Questa riscrittura- collage, è una selezione tutta personale che vuole evidenziare immediatamente idee, intuizioni creative, pensieri o elementi ad alta caratura poetica, e renderne la fruizione istantanea.

Forse ne sono nate delle lettere alla maniera di Rago, Linguaglossa e della NOE…chissà.

(Berlino, mese incerto del 1933)

Stimatissimo signor Oelze,
al posto del concetto di verità e di realtà, requisito teologico,
ecco ora apparire il concetto di prospettiva.
«Prospettivismo», derivante da Nietzsche. Si sviluppa una prospettiva.
(Ma) Beninteso il suo contenuto di realtà il suo esatto reperto.
Superato e rimosso da nuovi reperti.

L’Arte e la conoscenza prospettica si assumono la responsabilità di delimitare la materia.

Di articolarla e scartarla dal punto di vista di: idea, sguardo, diritto esistenziale.
La scienza scola, sbava le sue secrezioni.
Così metodicamente fiacca,
empiricamente imbrigliata,
paventa ciò che è generale, sfugge ogni minaccia.

Il vero pensiero ( Signor Oelze) è invece sempre minacciato e minaccioso.
Ma chi è lei in realtà stimatissimo Signor Oelze?

Una conversazione a voce la deluderebbe.

(Berlino, mese incerto del 1934)

Caro signor Oelze,
ebbene l’intima difficoltà del nostro incontro
mi fosse ben chiara, io non l’ho evitato.
La ringrazio ancora molto della Sua visita.

Lei è entrato nella stanza illuminata.
Mi sono accorto del suo viso. la particolare espressione
Commista di malattia e saggezza: in me
Ulteriori domande e interrogativi.

Purtroppo siamo rimasti quasi tutto il tempo seduti nella penombra.
Ma sarà per un’altra volta! Buon viaggio.

Suo
Gottfried Benn.

 Mauro Pierno
17 giugno 2018 alle 20:28

L’aSSOnanZa deLl’AssoRBEnZa

Ebbene, è bene farlo
questo straccio di movimento

che dello stacco ha un suo vigore,
lo stesso salto di un acqua breve

che la riporta e riempie appieno
cosmopolita nelle future tasche

e nelle chiazze dei discorsi liquidi
che la fatica ancora investe.

(asciugano meglio queste parole
che l’assonanza dell’assorbenza.)

Lucio Mayoor Tosi
17 giugno 2018 alle 22:25 

Cinema all’aperto

(poi ci penso)

Una goccia d’olio del mediterraneo intrisa di sole.
Ci salutammo innamorati.

Di notte i comandi spenti
galleggiavano tra le stelle.

“Parcheggio Balena. il tuo appartamento”

– Sei artista quando non vuoi vedere, né sentire.
Non lo capisci? Sono innamorata di te…

– Questo è il guaio, signorina Dickinson.

La metrica in giardino.
Tre simil sillabe.

 

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27 risposte a “Poesie di Charles Simic, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Letizia Leone, Lidia Popa, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno – La scrittura poetica in distici – Commenti e critiche

  1. Guido Galdini

    Mi ha fatto grande piacere questo articolo su Charles Simic, un autore che mi è molto caro.
    Mi permetto di riportare un mio breve pezzo (tratto dall’articolo sui miei Appunti Precolombiani che Giorgio ha avuto la bontà di pubblicare un paio di anni fa).

    “l’America è il luogo
    dove l’Europa ha fatto naufragio”
    scrive Charles Simic nei suoi appunti
    sull’arte timida di Joseph Cornell

    un continente non fa eccezione
    alla regola dell’incudine e della piuma,
    come ogni cosa, raggiunge il proprio scopo
    quando si priva dell’obbligo di galleggiare.

    La citazione è tratta dal suo delizioso libretto “Il cacciatore d’immagini”. Quest’opera mi ha fatto conoscere Joseph Cornell, un artista originalissimo che costruiva teatrini con vecchie scatole, riempite di pagine di giornali, nastrini, fotografie, cianfrusaglie…
    Per chi si fosse incuriosito, ecco una serie di immagini dei suoi lavori:

    Grazie dell’ospitalità

    GG

  2. gino rago

    CHARLES SIMIC

    CONTRO QUALSIASI COSA STIA SCONFINANDO

    La cosa migliore è essere pigri,
    Soprattutto di giovedì,

    E restarsene a sorseggiare il vino meditando la luce:
    Il modo come invecchia, ingiallisce, volge al cenere

    E poi esita per sempre
    Sulla soglia della notte

    Che potrebbe portare il primo gelo.
    È bello avere una donna in giro proprio in quel momento,

    E due è anche meglio.
    Lasciale bisbigliare tra di loro

    E occhieggiarti con un sorrisetto.
    Lasciale arrotolare le maniche e sbottonare un po’ le camiciette

    Come merita questo antico crepuscolo,
    E il piccolo scolaro

    Tornato a casa nella sua camera quasi buia
    E ora osserva con gli occhi spalancati

    Gli adulti che alzano i bicchieri a lui,
    La donna dai capelli di un rosso vertiginoso

    Con gli occhi serrati,
    Come se stesse per piangere o cantare.

    [da Blues senza fine, 1986/1989]

    gr

  3. gino rago

    CHARLES SIMIC

    1 – CAMICIA

    Vi entro
    mentre riposa
    a pezzi sul pavimento.

    Non faccio una piega.

    Rispettoso
    del modo in cui me la scrollai di dosso
    la scorsa notte
    di come toccò terra.

    Un pilota: impossibile
    l’avvitamento
    da ripetere ora
    attraverso una manica col nodo.

    SHIRT

    To get into it
    As it lies
    Crumpled on the floor
    Without disturbing a single crease

    Respectful
    Of the wayI threw it down
    Last night
    The way it happened to land

    Almost managing
    The impossible contortions
    Doubling back now
    Through a knotted sleeve

    **

    2 – LA PULCE DELL’AMORE

    Staccò una pulce
    dall’ascella della sua amata
    per custodirla, averne cura

    in una scatola di fiammiferi,
    persino il dito facendosi pungere

    di volta in volta
    per ingrassarla
    con gocce del suo sangue.

    LOVE FLEA

    He took a flea
    From her armplit
    To keep

    And cherish
    In a matchbox,
    Even pricking is finger

    From time to time
    To feed it
    Drop of blood.

    [da Hotel Insonnia, Trad. A. Rendo]

    gr

  4. Carlo Livia

    Complimenti Lucio, tu e spesso anche Francesca Dono, avete raggiunto un vertice di dilatazione-dissoluzione semantica, un magistrale registro di decostruzione logico-sintattica, di dislocazione del senso con l’invenzione di metafore e catacresi che riescono a creare e partecipare ad un vuoto, ad una sconcretizzazione frastico-razionale che affascina e seduce, mettendo in predicato, fra l’altro, anche tutte le tradizionali categorie ermeneutiche ed estetiche – come ha notato Giorgio- del tutto eteronome e quindi inutilizzabili in questo contesto, dove forse ormai può attuarsi interlocuzione solo in forma poetica.
    Permettimi quindi di donarti questo testo.

    Roseto

    Il sognatore si frantuma lacrimando.
    Il cielo, troppo digiuno, cambia gli orli in spose.
    La chiara presenza ha un’eternità di venti appesa al collo: è pronta al naufragio di specchi, o di sessi.
    Una fanciulla oscura conduce nella furia del roseto: è il codice morto nei boschi.
    Nel polline d’arcangelo si svela il grande amplesso, l’estasi del corallo si spegne nella brezza.
    Il macchinario della morte romba e s’inceppa.
    L’odore della Dea langue sugli spalti.
    L’ultimo istante oscilla appeso a un sogno
    che bestie dementi divorano.

    • Caro Livia,
      ti ringrazio per l’apprezzamento critico, che mi è di sostegno. Può non sembrare ma ne abbiamo bisogno.
      I tuoi versi:
      sbaglierebbe chi li leggesse come enigmistici. A me sono sembrati perfetti come sequenza di titoli – io considero il titolo una procedura del frammento, tant’è che ne faccio uso nel testo, non pensandoli come versi ma proprio in quanto titoli – Ognuno di questi si meriterebbe una poesia…

  5. gino rago

    CHARLES SIMIC

    INTRATTENENDO IL CANARINO

    Piume gialle,
    È vero

    Che tu cinguetti a tempo
    Per il poliziotto?

    Smettila. Volta il tuo
    Sguardo nervoso

    Verso la porta aperta del bagno
    Dove sto insaponando

    La schiena del mio amore
    E, appoggiando il mento alla sua spalla,

    Posso fare lo stesso per i suoi
    Seni e per l’inguine.

    Canta. Frulla le tue ali
    Come se stessi applaudendo,

    Altrimenti butto la sua sottoveste nera
    Sopra la tua gabbia dorata.

    [da Mentre il gatto nero cammina, 1996/1998]

    gr

  6. Facciamo una prova: capovolgiamo il nostro solito modo di pensare
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/18/poesie-di-charles-simic-giorgio-linguaglossa-gino-rago-letizia-leone-lidia-popa-lucio-mayoor-tosi-mauro-pierno-la-scrittura-poetica-in-distici-commenti-e-critiche/comment-page-1/#comment-35933
    C’è un «evento», accaduto lì, che ha ripercussione su di me che sto qui. Ecco, poniamo che questo «evento» ci guardi. Capovolgiamo per un momento il nostro solito modo di pensare (che va dall’io al tu, dall’io all’evento), e pensiamo al contrario: dall’evento all’io. L’«evento» che accade nel mentre che accade. Pensiamo alla poesia di Kikuo Takano. Lì ci sono degli «eventi» che accadono in modo inspiegabile a prescindere dall’io e dal noi. Accadono e basta. Allora possiamo comprendere come sia sufficiente nominare l’«evento» perché esso accada. E nient’altro.

    Perché in ogni poesia c’è qualcosa di scandaloso e di favoloso. La poesia che non fa scandalo viene subito dimenticata. La poesia che non è fabula viene anch’essa subito dimenticata.

    Si ha sempre il sospetto che le parole non dette ci perseguitino… anche le parole dette e scritte ci perseguitano per via della superfluità e della vacuità con cui sono state pronunciate.

    Perché le parole sono sagge, loro lo sanno di essere melliflue e superflue e di essere nate da un difetto di pronuncia del demiurgo, il quale avrebbe voluto pronunciare un’altra parola…

    Il poietès è il più grande positivo perché porta le cose all’essere dal nulla, ma è anche il più grande negativo perché sa che le cose sono un nulla.
    L’evento viene prima dell’essere, è più antico e originario dell’essere, e questo dipende da quello come la possibilità viene prima dell’evento e lo fonda.

    Pensiamo alla poesia di Edith Dzieduszycka che raggiunge gli esiti più alti quando decide di lasciare cadere tutto, proprio tutto nel pozzo senza fondo del suo inconscio.

    Pensiamo alla poesia di Donatella Costantina Giancaspero che raggiunge gli esiti più alti quando decide di riscattare le cose dalla bara della Memoria e le conserva tra le righe della sua scrittura perifrastica come si mette un cibo in frigorifero.

    Proviamo a pensare alle cose che si scelgono il vestito linguistico più adatto e ci parlano. Da quella lontananza rovesciata raggiungiamo la lontananza nostalgica.

    Proviamo a pensare alla poesia di Mario Gabriele come un film, come una successione di fotogrammi all’interno di un orologio senza lancette.

    Proviamo a dare un ordine alla nostra scrittura poetica incasellandola in un ordine di distici… e poi diamole una struttura in terzine… e così via. Ci rendiamo conto che cambiando il pentagramma cambia lo spettro semantico e iconico, si rendono visibili i graffi e i picchi che prima non avevamo visto.

    • Esercizio in distici – poesia inedita scritta 2015

      I confini di una mente malata
      di Lidia Popa

      Ombra, che segui nel buio i confini di una mente malata
      in cerca dell’orizzonte sperduto.

      Ti attacchi al ricinto di sicurezza della tua prigione,
      uno spazio limitato che non ti permette la libertà dei tuoi sfoghi.

      Censurata per le fuoriuscite di liquidi lamenti,
      immobilizzata con le mani dentro il tuo camice di forza.

      Accetti, e nel tuo silenzio, ogni pianto
      diventa spiffero non udibile al fine ascolto.
      .
      Manca lo stile nella tana delle iene.
      Voraci randagi sbranano ultimo pezzo di carne eretto.

      Suonanti dei tamburi sulle spiagge, sniffano il fumo,
      mentre la carne se arrostisce sull’altare scoppiettante.

      Dal calore del faggio che brucia sotto
      ti sciogli come la nebbia tra arbusti del giardino.

      Ti mischi nella notte fino all’alba di domani.
      L’unicità negata è la tua agile potenza.

      • E se la scrivo in quartine?

      • cara Lidia,
        penso che dovresti riscriverla togliendo almeno l’ 80% dei verbi. Così in distici a mio avviso va bene ma i verbi vanno eliminati. Prova.

        • I confini di una mente malata
          di Lidia Popa

          Ombra nel buio, ai confini di una mente malata.
          Cerchi assiduo l’orizzonte sperduto.

          Nel ricinto di sicurezza della prigione,
          uno gelido spazio limitato.

          Fuoriuscite di liquidi lamenti,
          le mani dentro il camice di forza.

          Nel silenzio, ogni pianto,
          uno spiffero non udibile al fine ascolto.

          Manca lo stile nella tana delle iene.
          Voraci sbranano l’ultimo pezzo di carne eretto.

          Suonanti dei tamburi sulle spiagge,
          sniffano il fumo della carne sull’altare.

          Dal calore del faggio che brucia
          zampilla la nebbia tra arbusti del giardino.

          Miscela la notte fino all’alba di domani.
          L’unicità negata, la tua agile potenza.

          [Riguardo i distici, le terzine, le quartine … (le divisioni)

          L’abitudine di leggere sull’internet abitua l’occhio del lettore a percepire l’emozione intrisa nel primo sguardo. L’occhio legge, la memoria trattiene.
          Una modalità di sottolineare lo spettacolo che si sta guardando, l’evento dove siamo stati invitati a far parte, quasi senza voglia. La pausa, è quel sorso di vino che accompagna il cibo. Se abbia la qualità giusta sarà un’ottima cena. La stessa cosa accade per la scelta delle divisioni dei versi in poesia. Ogni autore/ lettore preferirà una pausa diversa, perché ha una percezione dell’emozione diversa.]

  7. gino rago

    Un maniera di capovolgere il nostro solito modo di pensare cui ci invita Giorgio Linguaglossa

    CHARLES SIMIC

    MIO PADRE ATTRIBUÌ L’IMMORTALITÀ AI CAMERIERI
    (A Derek Walcott)

    Perché di sicuro, non c’è difficoltà a comprendere
    L’irrealtà di un cliente occasionale

    Come noi stessi, seduti ad uno dei tanti tavoli
    Pallidi come la stoffa che li copre.

    Il tempo nel suo accrescersi e diminuire
    Non riguarda meno questi due.

    Restano, fianco a fianco, di fronte alla strada
    Indossando identiche giacche bianche e sorrisi fissi,

    Pronti ad inclinar la testa in segno di benvenuto
    Appena uno di noi attraversa la porta

    Dopo aver letto i menù e i prezzi in questa strada
    Di figure ingobbite e colletti rialzati.

    [da Picnic Notturno, 2001]

    gr

  8. gino rago

    CHARLES SIMIC

    SCOLARI CON LA TESTA GRIGIA

    I vecchi fanno brutti sogni,
    Per questo dormono poco.

    Camminano scalzi
    Senza accendere la luce,

    O si alzano appoggiandosi
    Ai loro tetri mobili,

    Ascoltando il battito dei loro cuori.
    L’unica finestra, all’altro lato della stanza

    È nera come una lavagna.
    Ogni anziano è solo

    In questa classe, mentre sforza lo sguardo
    Su quella sottile linea di gesso

    Che divide l’essere-qui
    Dal non-essere-più-qui.

    Non importa. Era un bicchier d’acqua
    Stavano per arrivare,

    Ma non ancora.
    Restano in ascolto dei topi nel muro,

    Di un’auto che passa per la via,
    Dei padri morti che si trascinano davanti a loro

    Quando vanno in cucina.

    [da La voce alle 3 del mattino, 2003]
    —————————————

    CHARLES SIMIC
    PUBBLICAZIONI PRINCIPALI

    1 – IL MONDO NON FINISCE 2001

    2- HOTEL INSONNIA 2002

    3 – IL CACCIATORE DI IMMAGINI. L’ARTE DI JOSEPH CORNELL 2005

    3- IL TITOLO 2007

    4- CLUB MIDNIGHT 2008

    5- IL MOSTRO AMA IL SUO LABIRINTO 2012

    6- NEW AND SELECTED POEM 1962-2012 / 2013

    7 – THE LUNATIC 2015

    8- THE LIFE OF IMAGES 2015 – [ITALIANO 2017]

    9 – WHERE THE FUN STARTS – 2017
    10 – LA VITA DELLE IMMAGINI 2017
    ———————————————————-
    gr

  9. gino rago

    Gino Rago – Frammenti allo specchio nella metapoetica della brevità di Charles Simic
    4 poeti contemporanei[C. Simic, G. Linguaglossa, G. Rago, K. TaKano] davanti a uno specchio.
    I 4 poeti interrogano quell’inconscio fisico che non restituisce mai nessuna immagine reale ma al più una sorta di «stenografia della sensazione», ovvero, immagini più o meno sfocate di se stessi come colte all’improvviso «da uno specchio egizio».

    1 – Charles Simic
    SPECCHI ALLE 4 DEL MATTINO

    Devi arrivare verso di loro a lato
    In stanze tramate d’ombre,

    Dare un’occhiata di nascosto al loro vuoto
    Senza che loro catturino

    Uno scorcio di voi in cambio.
    Il segreto è che,

    Anche il letto vuoto è un peso per loro,
    Un pretesto.

    Sono più se stessi
    In compagnia di un muro bianco,

    In compagnia del tempo e dell’eterno
    I quali, chiedo scusa,

    Non gettano immagine
    Come se ammirassero se stessi allo specchio,

    Mentre tu stai a lato
    Tirando fuori un fazzoletto

    Per asciugarti la fronte di nascosto

    2- Giorgio Linguaglossa
    Il Signor Posterius

    sulla sinistra, c’è un vuoto; metto una mano nel vuoto,
    faccio un passo in avanti:

    di fronte ad uno specchio con la cornice bianca
    c’è un altro specchio.

    i due specchi si specchiano nel vuoto,
    illuminano il vuoto, specchiano il vuoto che è nel loro interno.

    sul fondale, c’è una porta,
    dietro la porta, una Figura maschile con la giubba nera

    e bottoni di madreperla
    da cui risalta una gorgiera bianchissima

    bacia sulla gota una dama bellissima
    in crinolina bianca.

    l’uomo sembra di passaggio, forse è lì per caso;
    è immobile sulla soglia [dietro la soglia una vampa

    di luce lo investe alle spalle] forse emersa da un’altra stanza,
    o da un corridoio attiguo al bianco del nulla.

    sta lì, in attesa.
    assume una posa, forse osa un passo che non accade,

    il suo sguardo occupa la scena, e la scena
    respinge il suo sguardo.

    la figura accenna un movimento, che non c’è.
    la bellissima dama accenna un inchino, che non c’è.

    adesso, la Figura è un osservatore distratto
    che sta curiosando nelle suppellettili del nostro vuoto

    semipieno, o pieno semivuoto.
    sulla sinistra,

    c’è un vuoto che abita uno specchio bianco,
    dietro lo specchio con la cornice bianca

    c’è un altro specchio…

    3- Gino Rago
    Quindicesima Lettera a E. L.
    [Il Vuoto, lo specchio]

    “Cara Signora Jolanda W. ,

    Il mio amico [di Roma]*, quello che si occupa del Signor Nulla,
    litiga di nascosto con lo specchio.

    Lo fa tutti i giorni, non gli dia molto credito,
    dice che fa i conti con il Vuoto,

    Il Vuoto che capta altro Vuoto.
    Il tempo cade sotto forma di polvere, opacizza l’immagine,

    sbiadisce le fotografie, scontorna il presente, il futuro e il passato,
    il mio amico se la prende con il Signor K.

    Una donna, la sgualdrina di Vivaldi, fa un valzer con il primo che passa,
    Mario Gabriele mangia una Sacher con panna,

    lo vedo attraverso la vetrata della Gebäck der Prinzessin Sissi.
    Che vuole, i miei amici, quelli della nuova ontologia estetica,

    hanno un debole per le pasticcerie.
    Adesso lo vedo allo specchio mentre si rade la barba e fischietta.

    Una risata da dietro i gerani.”

    [*Il mio amico [di Roma] è Giorgio Linguaglossa]

    4 – Kikuo Takano
    Chiunque si specchia

    Che oggetto triste
    hanno inventato gli uomini.

    Chiunque si specchia
    sta di fronte a se stesso

    e chi pone la domanda
    è, al tempo stesso, l’interrogato.

    Per entrare più a fondo
    l’uomo deve fare il contrario,

    allontanarsi.

    5- Charles Simic
    Specchi & Miracoli*

    Specchio pesante trasportato
    sull’alto lato della strada,

    mi inchino a te
    e a ogni cosa che in te appare

    per un istante
    e mai più allo stesso modo:

    questa strada con il suo cielo rosa,
    i grigi casamenti in fila,

    un cane solitario,
    i ragazzini sui pattini a rotelle,

    una donna che porta i fiori,
    un tizio dall’aria smarrita.

    Tu, specchio dalla cornice d’oro,
    trasportato sull’altro lato della strada

    da qualcuno che nemmeno riesco a vedere
    e a cui pure, m’inchino.

    [* Specchi & Miracoli è considerato, dagli studiosi della sua opera poetica, il capolavoro di Charles Simic].
    —————————————————–
    GR

  10. Una poesia che improvviso qui.

    ho una fune. la tiro a destra e si allunga a destra,
    la tiro a sinistra e si allunga a sinistra;

    ma che diavolo è questa cosa che non capisco?
    va a destra o a sinistra?, così ci riprovo,

    e di nuovo la tiro a destra e poi a sinistra…
    allora prendo una campana con dentro fiocchi di neve;

    la capovolgo e i fiocchi vanno in giù; la capovolgo di nuovo
    e di nuovo i fiocchi vanno in giù in una nuvola gassosa;

    continuo a non capire, prendo un orologio da parete
    strappo le lancette, ma il tempo non si ferma,

    riattacco le lancette e il tempo scorre come prima,
    indifferente alle lancette, al quadrante e ai numeri;

    ancora non capisco, stacco il quadrante bianco:
    avverto il ticchettio imperturbabile delle rotelline all’interno;

    prendo uno specchio; se lo volto in alto
    rispecchia il cielo; se in basso, rispecchia l’erba e le strade;

    ancora non capisco, ci dev’essere un trucco,
    le cose non sono se stesse, sono truccate,

    tutte truccate…

  11. gino rago

    Per un Simic che vede la vita scorrere nelle sue piccole cose quotidiane che tuttavia in sé addensano l’eternità [la strada, un fetta di cielo, ile fila di casamenti, un cane senza compagnia, una donna con qualche fiore, un tizio dall’aria smarrita, ragazzini sui pattini]

    “[…]e a ogni cosa che in te appare

    per un istante
    e mai più allo stesso modo:

    questa strada con il suo cielo rosa,
    i grigi casamenti in fila,

    un cane solitario,
    i ragazzini sui pattini a rotelle,

    una donna che porta i fiori,
    un tizio dall’aria smarrita[…]

    troviamo un Linguaglossa che si misura con altri frammenti di vita [una scheggia di cielo, strade, erbe] ma che come Charle Simic diventa cacciatore di immagini:

    “prendo uno specchio; se lo volto in alto
    rispecchia il cielo; se in basso, rispecchia l’erba e le strade;”

    Cosa hanno in comune i due poeti, Linguaglossa e Simic, entrambi di fronte a uno specchio?
    La capacità di assediare la “irripetibilità” dell’attimo e lo fanno con associazioni di immagini così ad alta potenza evocativa da essere in grado di perpetuarne la vita, con il giusto dettato poetico.
    Il resto deve farlo il lettore. Deve essere il lettore a trovare il filo per entrare nel White Labyrinth dei due poeti e saperne uscire.

    GR

  12. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Del teatro, sul teatro abbandonato, sulla speculazione dialettica, sul confronto tondo, pieno, frastagliato. Facendo versi. Ululando parole.
    Recuperando rapporti. Su questa inutilità che fonda una scuola.
    Che inutile meraviglia di parole e creato.

    Salvo un giorno e oggi scoprire
    che di distici ne abbiamo abbastanza!

    Grazie OMBRA

  13. Il distico andrebbe chiuso in sé, questo è il mio parere. Ci sono in questa pagina esempi di poesie che andrebbero suddivise in strofe, non in distici.
    Se utilizzato per scandire e intervallare un testo in prosa, otterremo una scrittura “a ostacoli” – che sono innanzi tutto ostacoli per l’autore, il quale per mantenersi saldo a una grande metafora, ad esempio, dovrà ogni tanto fermarsi. E’ più facile che arrivi poesia quando l’autore si ferma, che quando procede sbrigativamente in prosa – . Ma la scansione ripetuta, ed evidenziata, può sortire l’effetto di una scrittura musicale, ritmica, e questo secondo me aiuta a stare nel “pieno”, più che nel vuoto.
    Io utilizzo il distico in guisa di super-frammento.
    Il frammento è già di per sé un’interruzione. A ben vedere non servirebbe altro. Ma l’intervallo offrirà al lettore l’agio di poter visionare l’immagine. Tanto più se questa è lasciata nel vuoto.
    Il distico andrebbe chiuso; non necessariamente interrotto dal punto ma grazie all’immagine, o al pensiero che in esso si completa. Qualora l’immagine volesse proseguire, la suddivisione andrà fatta con criteri estetici.
    Se un testo può essere facilmente “affettato” vuol dire che non è granché.

    • Aggiungo un regalino.
      Di Nanni Balestrini, da “Ipocalisse”:

      quando spunta la
      una volta di più la
      nel vuoto la sensazione
      ritmico separato
      istante ripetizione
      la prossima volta
      non si vede
      ancora più in là
      ritorna visibile
      colorato diverso
      cadono ombre
      cani lontani
      la montagna
      non si vede

      • Al testo di Balestrini basterebbe aggiungere della punteggiatura. Tento una rivisitazione:

        Quando spunta la
        una volta di più la.

        Nel vuoto la sensazione
        ritmico separato
        istante ripetizione.

        La prossima volta
        non si vede.
        Ancora più in là
        ritorna visibile
        colorato diverso.

        Cadono ombre.
        Cani lontani.

        La montagna
        non si vede.

        • La poesia di Balestrini è stata scritta 1986.

          • Al testo di Balestrini, rivisitato da Lucio Mayoor Tosi, aggiungo qualche parola. Il testo di Balestrini è una operazione schiettamente sperimentale (che riprende il refrain della famosa canzone napoletana: “quando spunta la luna a marechiaro”). Il mio testo invece vuole essere la traduzione di un dettato sperimentale in un dettato NOE:

            quando spunta la luna
            una volta di più più in là della luna

            nel vuoto la sensazione che la luna non c’è
            ritmico separato/ istante ripetizione

            la prossima volta che la luna non si vede
            ancora più in là, forse, ritornerà visibile nella invisibilità.

            cadono ombre. cani lontani
            la montagna non si vede dietro gli ontani

            Inoltre, Lucio scrive: «Il distico andrebbe chiuso in sé, questo è il mio parere.» Condivisibile il suo assunto. Io invece adotto la procedura aperta. non chiudo mai il distico che si riallaccia al distico seguente tramite la spaziatura che segna un intervallo e un distacco ma per ricucire ciò che si è appena distaccato, per poi distaccare di nuovo al distico seguente. e così via, in una catena di salti e di distacchi successivi in modo da aprire il dettato poetico e non chiuderlo.

            • Le possibilità sono infinite. Possiamo nominare la luna, oppure senza nominarla farla vedere.
              Una nota su Balestrini: nel suo percorso si è mantenuto coerente, e questo secondo me lo premia. Altri, finito il tempo dello sperimentalismo, hanno iniziato a brancolare andando in cerca del significato perduto… Ma questo è un altro capitolo.

  14. Il signor Livia è molto gentile…

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