Charles Simic  (1938) Poesie scelte, Traduzioni di Andrea Molesini, Damiano Abeni con uno stralcio di intervista. Con una glossa improvvisata di Giorgio Linguaglossa

Foto Vivian Mayer dallo scompartimento

foto di Vivian Mayer

Charles Simic è nato a Belgrado nel 1938. Nel 1990 è stato insignito del premio Nobel. Dal 1953 risiede negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura inglese all’università del New Hampshire. Nel 1967 è apparsa la sua prima raccolta di poesie, What the Grass Says. Da allora ha pubblicato un cospicuo numero di opere fra cui ricordiamo Prose Poems (1990), che gli è valso il Premio Pulitzer, e Jackstraws (1999), insignito dal «New York Times» del titolo di «Notable Book of the Year». Ha tradotto in inglese poeti serbi, croati, macedoni, sloveni, francesi.

 In una intervista Simic dichiara:

“A pagina uno del mio libro dei sogni/ è sempre sera/ in un paese occupato./ L’ora prima del coprifuoco./ Una cittadina di provincia./ Le case tutte al buio./ I negozi sventrati”. Ricordi certo non nostalgici. Quando aveva tre anni giocava alla guerra come tutti i ragazzini quando all’improvviso fu sbalzato da una bomba tedesca; “Le mie agenzie di viaggio sono state Hitler e Stalin” ha dichiarato, caustico, parlando del suo arrivo in America. “I tedeschi e gli alleati mi bombardavano a turno, mentre giocavo, sul pavimento della mia stanza, con la mia collezione di soldatini”. Un’immagine che è finita in una sua poesia: “Giocavamo alla guerra durante la guerra,/ Margaret. I soldatini erano molto richiesti,/il tipo in terracotta./ Quelli di piombo finivano sciolti a far pallottole,/ immagino”. Humor balcanico? 

Domanda:

A proposito della lingua serba, lei spesso racconta un aneddoto divertente e surreale. Di quando, con suo zio Boris, mentre discutevate animatamente in un bar americano, una signora si è avvicinata per chiedere in che lingua parlavate. E voi…

Risposta:
“Noi abbiamo risposto che eravamo gli unici due superstiti di una tribù di africani bianchi, che parlava una lingua ormai estinta. Ci ha creduto. Gli americani del resto hanno un’idea molto vaga della geografia mondiale, nonché della storia, quindi sono sempre tentato di prenderli in giro. Una volta – ero su un treno che attraversava l’Ohio – ho raccontato a una giovane donna che ero un principe russo in esilio, e le ho descritto, minuziosamente, tutti i palazzi che possedeva un tempo la mia famiglia. Lei era incantata”.

Foto Miriam Mayer autoritratto

Vivian Mayer autoritratto

Una glossa improvvisata di Giorgio Linguaglossa

La poesia è una forma d’arte anteriore alla alfabetizzazione. Nelle civiltà pre-letterate, la poesia era impiegata come mezzo di registrazione di storia orale, narrazione (poesia epica); Le svariate forme di espressione o di conoscenza in vigore presso le società moderne sono sempre state trattate tramite la prosa. Il Ramayana, un poema epico in sanscrito, fu probabilmente scritto nel 3 ° secolo a.C. in un linguaggio descritto da William Jones come “più perfetto del latino, più abbondante del greco e più squisitamente raffinato di entrambi.” La poesia nasce e si sviluppa con la liturgia presso le civiltà arcaiche pre-letterate, in quanto la natura formale della poesia la rende più facile da ricordare sotto forma di incantesimi sacerdotali o di profezie. La maggior parte delle scritture sacre in tutte le antiche civiltà sono rese tramite la poesia piuttosto che tramite la prosa.

Dispositivi retorici come similitudine e metafora sono frequentemente utilizzate in poesia fin dai tempi più antichi. Infatti, Aristotele scrisse nella sua Poetica che “la cosa più grande in assoluto è quella di essere un maestro della metafora”. Tuttavia, in particolare dopo l’ascesa del modernismo, alcuni poeti hanno optato per l’uso ridotto di questi dispositivi, preferendo piuttosto di tentare la presentazione diretta delle cose e delle esperienze. Altri poeti del XX e XXI secolo, tuttavia, in particolare i surrealisti, hanno spinto i dispositivi retorici ai loro limiti, facendo uso frequente di catacresi.

Non mi meraviglia dunque che un poeta del tardo modernismo come Charles Simic utilizzi il verso libero come strumento chirurgico per veicolare aforismi e perifrasi gnomiche nel bel mezzo della forma-racconto della poesia; in tal modo rivitalizza la forma-racconto della poesia che altrimenti ricadrebbe nell’anonimato della forma-racconto. È paradossale che oggi la poesia nelle civiltà tecnologicamente evolute se vuole sopravvivere a se stessa debba riprodurre in qualche modo le forme di espressione delle antiche civiltà pre-letterarie, paradossale ma verosimile. La forma-racconto in poesia aveva già mostrato tutti i suoi limiti ne La ragazza Carla(1959) di Pagliarani, il lungo poema narrativo alla lunga mostra tutti i suoi punti deboli. La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi non può fare a meno di riconsiderare e riappropriarsi delle forme di espressione come le forme aforistiche un tempo sacerdotali, gli enigmi, il linguaggio enigmatico, il linguaggio misterico (opportunamente aggiornato) tutti questi linguaggi commisti in una koiné che comprenda il parlato, il colloquiale, il soliloquio, il monologo, il dialogo, il non detto, i pensieri inespressi, i retro pensieri, il linguaggio dell’inconscio… La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi è questa di cui stiamo parlando.

Gli amici di Eraclito

Il tuo amico è morto, quello con cui
giravi per le strade
a tutte le ore, parlando di filosofia.
Perciò, oggi sei andato solo,
fermandoti spesso per scambiarti di posto
con il tuo compagno immaginario,
e ribattere a te stesso
sul tema delle apparenze:
il mondo che vediamo nella testa
e il mondo che vediamo ogni giorno,
così difficili da distinguere
quando dolore e sofferenza ci piegano.

Voi due spesso vi siete fatti trascinare
tanto da trovarvi in quartieri strani
persi tra gente ostile,
costretti a chiedere indicazioni
proprio sul ciglio di una suprema rivelazione,
a ripetere la domanda
a una vecchia o a un bambino
che potrebbero essere entrambi sordi e muti.

Qual era quel frammento di Eraclito
che stavi cercando di ricordare
quando sei inciampato nel gatto del macellaio?
Nel frattempo, tu stesso ti eri perso
fra la scarpa nera nuova di qualcuno
abbandonata sul marciapiedi
e il terrore improvviso e l’ilarità
alla vista di una ragazza
abbigliata per una notte di ballo
che sfreccia sui pattini.

The Friends of Heraclitus

Your friend has died, with whom
You roamed the streets,
At all hours, talking philosophy.
So, today you went alone,
Stopping often to change places
With your imaginary companion,
And argue back against yourself
On the subject of appearances:
The world we see in our heads
And the world we see daily,
So difficult to tell apart
When grief and sorrow bow us over.

You two often got so carried away
You found yourselves in strange neighborhoods
Lost among unfriendly folk,
Having to ask for directions
While on the verge of a supreme insight,
Repeating your question
To an old woman or a child
Both of whom may have been deaf and dumb.

What was that fragment of Heraclitus
You were trying to remember
As you stepped on the butcher’s cat?
Meantime, you yourself were lost
Between someone’s new black shoe
Left on the sidewalk
And the sudden terror and exhilaration
At the sight of a girl
Dressed up for a night of dancing
Speeding by on roller skates.

Domando al piombo

Domando al piombo
perché ti sei lasciato
fondere in pallottola?
Ti sei forse scordato degli alchimisti?
Hai perso qualsiasi speranza
di diventare oro?

Nessuno mi risponde.
Pallottola. Piombo. Con nomi
del genere
il sonno è lungo e profondo.

I say to the lead

I say to the lead
Why did you let yourself
Be cast into a bullet?
Have you forgotten the alchemists?
Have you given up hope
In turning into gold?

Nobody answers.
Lead. Bullet. With names
Such as these
The sleep is deep and long.

Prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via di carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.

Il re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, ma non credo che sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

Prodigy

I grew up bent over
a chessboard.

I loved the word endgame.

All my cousins looked worried.

It was a small house
near a Roman graveyard.
Planes and tanks
shook its windowpanes.

A retired professor of astronomy
taught me how to play.

That must have been in 1944.

In the set we were using,
the paint had almost chipped off
the black pieces.

The white King was missing
and had to be substituted for.

I’m told but do not believe
that that summer I witnessed
men hung from telephone poles.

I remember my mother
blindfolding me a lot.
She had a way of tucking my head
suddenly under her overcoat.

In chess, too, the professor told me,
the masters play blindfolded,
the great ones on several boards
at the same time.

Molti Zero

Senza voce l’insegnante si alza davanti a una classe
di pallidi bambini dalle labbra serrate.
La lavagna alle sue spalle tanto nera quanto il cielo
che dista anni luce dalla terra.
È il silenzio che l’insegnante ama,
il gusto dell’infinito che trattiene.
Le stelle come le impronte di denti sulle matite
dei bambini.
Ascoltatelo, dice felice.

Many Zeros

The teacher rises voiceless before a class
Of pale, tight-lipped children.
The blackboard behind him as black as the sky
Light-years from the earth.

It’s the silence the teacher loves,
The taste of the infinite in it.
The stars like teeth marks on children’s pencils.
Listen to it, he says happily.

*

Hotel Insomnia

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
My Blue Heaven.

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

Hotel insonnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere. però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

(trad. di Andrea Molesini)

Viaggiare

Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio stracciaiolo
mi porta fuori all’alba.
Ci trasciniamo curvi.

Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l’ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo si aggrapperanno a noi.

Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?

Paesaggio con grucce

Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche –
una per cliente – che se ne vanno
in fila indiana, con difficoltà,

dicevo, con un dannato sforzo…
e, dietro, gli alberi sul punto d’inciampare,
e le formiche sulle grucce giocattolo,
e il vento sulle grucce fantasma.

Non riesco a trovare pace qui intorno:
il pane sui suoi arti artificiali,
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa,
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli
come grucce mentre s’accoscia per pisciare.

 

Occhi cuciti con gli spilli

Quanto sodo lavori la morte
nessuno lo sa quanto lunga
sia la sua giornata.
Le stira la biancheria
il consorte lasciato a casa.
Le belle figlie
le apparecchiano la tavola per cena.
I vicini giocano
a pinnacolo in cortile
o bevono la birra
seduti sui gradini. E la morte
frattanto, in città,
in angoli remoti cerca
qualcuno con una brutta tosse,
ma l’indirizzo è, chissà perché, sbagliato,
nemmeno la morte può scovarlo
fra tutte quelle porte sprangate.
E comincia a cadere la pioggia.
l’aspetta una lunga notte di vento.
Non ha nemmeno un giornale
per coprirsi il capo, nemmeno
un gettone per chiamare chi si consuma,
l’uomo assonnato che piano si spoglia
e nudo si distende sul letto
dal lato che spetta alla morte.

Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via di carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

 

L’anno, probabilmente, il ’44.

Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.

Il re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, ma non credo che sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

 

Così

Di diavoli azzurri
la più azzurra progenie.
mia moglie.

Dissi,
come Pascal
mia moglie eccelle
nel contemplare abissi.

Le sue ginocchia
ancora ricordano
la scala di marmo
di una contessa russa.

Tempo addietro a Parigi
raccoglieva le cicche
fuori dai caffè alla moda
per suo padre, disoccupato.

O nel Nuovo Mondo,
nuda davanti all’arcigno
dottore e all’infermiera,
con un soffio al cuore.

Tuttavia infila
l’estremità di un filo nero,
inumidita di saliva,
nell’occhio immobile dell’ago,
dodici ore al giorno.
Una sarta sublime,
un duro mestiere per la schiena
e la vista.

Nelle buie domeniche d’inverno
arduo mettere a fuoco
lettere e parole straniere
sui libri di testo della scuola serale.

Orecchie delle pagine ripiegate con cura,
brani evidenziati,
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume,
sui roghi delle streghe –

davanti a una tazza di caffè –
quello nero che fanno gli zingari
quando si siedono a fissar la pioggia,
con le labbra che appena si muovono.

 

Salmo

Ci hai messo un bel po’ a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.

Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell’angolo più buio della stanza di mio figlio.

Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?

Era primavera. Gli assassini con un’aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.

charles simic photo

Charles Simic

Al tizio del piano di sopra

Capo di tutti i capi dell’universo.
Signor so-tutto, burattinaio intrigante,
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare.
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell’inchiostro code di comete.
Graffetta la notte con luci di stelle.

Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè,
o sfogliare l’Almanacco dell’Agricoltore.
Ma no! Ti piace darti arie,
e coltivare la tua rinomata serenità
mentre siedi alla grande scrivania
con niente di niente nel vassoio
della corrispondenza in arrivo o in partenza,
e tutta quell’eternità disseminata intorno.

non ti fa accapponare la pelle
sentirli supplicare in ginocchio,
farfugliando tenere parole come se tu
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di’ loro di rimettersi in sesto e andare a letto.
Basta fingerti troppo occupato per notarlo.

Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi.
Niente su cui apporre la tua firma,
anche se tu sapessi quale nome darti,
o credessi a quelli che continuo a inventare
mentre per te scarabocchio quest’appunto nel buio.

 

da Charles Simic, Il mondo non finisce (Donzelli, 2001, pagg. 155, euro 9,30 – a cura di Damiano Abeni

Mia madre era una treccia di fumo nero.
Mi portava in fasce sulle città in fiamme.
Il cielo era un luogo troppo vasto e ventoso perché un bambino vi giocasse.
Incontrammo molti altri che erano proprio come noi. Cercavano di infilarsi i cappotti con braccia fatte di fumo.
I cieli lontani erano pieni di piccole orecchie avvizzite e sorde al posto delle stelle.

*

La testa di bambola di porcellana di cent’anni fa che il mare porta a riva sulla spiaggia grigia. Uno vorrebbe saperne la storia. Vorrebbe inventarla, inventarne tante di storie. È stata così a lungo nel mare che gli occhi e il naso sono stati cancellati, il pallido sorriso è ancora più pallido. Con la sera che scende, vorrebbe vedersi camminare lungo la spiaggia vuota e chinarsi su di lei.

*

Tutto è prevedibile. Tutto è già stato previsto. Quello che è nel destino non lo si può evitare. Nemmeno questa patata lessa. Questa forchetta. Questo tozzo di pane nero. Nemmeno questo pensiero…
Nonna che spazza il marciapiedi lo sa. Dice che non c’è nessun dio, solo un occhio qui e là che ci vede chiaro. I vicini sono troppo distratti dalla TV per metterla al rogo come strega.

*

Un morto scende dal patibolo. Si tiene la testa insanguinata sotto il braccio.
I meli sono in fiore. Si dirige alla taverna del paese sotto gli occhi di tutti. Là, si siede a un tavolo e ordina due birre, una per sé e una per la sua testa. Mamma si asciuga le mani sul grebiule e lo serve.
C’è tanta quiete al mondo. Si può sentire il vecchio fiume, che nella sua confusione a volte si scorda e scorre verso la morte.

*

Il tempo dei poeti minori è alle porte. Addio Whitman, Dickinson, Frost. Benvenuti voi la cui fama non andrà mai oltre i parenti più stretti e forse un paio di buoni amici riuniti dopo cena attorno a una caraffa di aspro vino rosso… mentre i bambini stanno per addormentarsi e si lamentano per il baccano che fai nel rovistare in tutti gli armadi in cerca delle tue vecchie poesie, con la paura che la moglie le abbia gettate via durante le ultime pulizie di primavera.
Nevica, dice quello che ha dato uno sguardo alla notte fosca, e poi anche lui si volge verso di te che ti accingi a leggere, in modo piuttosto teatrale e con la faccia che ti si fa paonazza, la sconnessa poesia d’amore con l’ultima strofa (a te sconosciuta) irrimediabilmente mancante.

Charles Simic
Il mostro ama il suo labirinto
Piccola Biblioteca Adelphi

RISVOLTO di copertina:

Che cosa mette un poeta nei suoi taccuini? Se quel poeta è Charles Simic, il lettore immagina già la risposta: scene e frammenti che transitano fra realtà e sogno, oggetti enigmatici (orologi, specchi), ricordi del presente e premonizioni del passato, appunti di uno sguardo suo malgrado insonne. Ma queste schegge raccolte nell’officina poe­tica offrono qualcosa di più di un’occhiata nel backstage della creazione letteraria: Simic, cui la forma oscillante tra l’aforisma e la prosa breve sembra particolarmente congeniale, siede a giudicare se stesso e il mondo. Ed è un giudice-poeta chiaroveggente e bizzoso, repentino negli scatti d’ira e nelle smanie d’amore, che crede «nella irrimediabile e caotica mescolanza di ogni cosa», e usa «il caso come attrezzo per demolire le nostre associazioni abituali». Ora striglia i politici guerrafondai e gli intellettuali loro complici, ora racconta con macabra ironia vecchie storie dei Balcani (quel luogo d’Europa la cui economia si regge sulle «fabbriche di orfani e gli allevamenti di capri espiatori»). Stralunato e lubrico, «avanzo di galera … di tutti i Paradisi terrestri», non cessa di meravigliarsi della stupidità umana, ingrediente segreto della storia, ma anche dell’«enciclopedia di archetipi» celata in ciascun oggetto. Ad ogni pagina, guizzi fulminei e collegamenti interrotti: «una melodia allegra suonata con malinconia», un’immagine sfocata di sé colta di sfuggita in uno specchio egizio, qualcosa «a metà fra l’infinito e lo starnuto», un «saporito stufato casalingo di angelo e bestia».


Hotel Insomnia
Piccola Biblioteca Adelphi

RISVOLTO di copertina:
Charles Simic, ironico, sfrontato, guizzante e tenero poeta, è maestro della lirica breve e della sprezzatura. Il suo mondo, folto di immagini balenanti («Le stelle – impronte di denti sulle matite dei bambini»), è una sottile, tenace esplorazione di quanto ci sta intorno. L’insonnia è la sua malattia. Il suo sguardo, attratto dalle zone di confine, si posa spesso su una regione sospesa tra il sogno e la veglia, la fantasticheria e la contemplazione, in cui il lettore si trova, in un primo momento, spaesato. Le sue parole ricreano fotogrammi dall’inquadratura decentrata, ritraggono dettagli della realtà per mostrarne l’elemento alieno che vi è inglobato, allegramente terrifico, eppure consueto. Un elemento che vive a nostra insaputa e sotto i nostri stessi occhi: «e a mezzogiorno il soffitto / è un sontuoso viluppo / d’ombre frondose / che s’aggrovigliano e sgrovigliano». Il tono discorsivo, il lessico semplice, la sintassi elementare e il verso libero danno forma a visioni terse, sorprendenti quanto icastiche, trama di un cantare zingaro che costeggia la morte opponendole il sorriso di un’intelligenza ardente quanto vigile.

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28 commenti

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28 risposte a “Charles Simic  (1938) Poesie scelte, Traduzioni di Andrea Molesini, Damiano Abeni con uno stralcio di intervista. Con una glossa improvvisata di Giorgio Linguaglossa

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/16/charles-simic-1938-poesie-scelte-traduzioni-di-andrea-molesini-damiano-abeni-con-uno-stralcio-di-intervista/comment-page-1/#comment-35886
    La poesia è una forma d’arte anteriore alla alfabetizzazione. Nelle civiltà pre-letterate, la poesia era impiegata come mezzo di registrazione di storia orale, narrazione (poesia epica); Le svariate forme di espressione o di conoscenza in vigore presso le società moderne sono trattate tramite la prosa. Il Ramayana, un poema epico in sanscrito, fu probabilmente scritto nel 3 ° secolo a.C. in un linguaggio descritto da William Jones come “più perfetto del latino, più abbondante del greco e più squisitamente raffinato di entrambi.” La poesia nasce e si sviluppa con la liturgia in queste società arcaiche, in quanto la natura formale della poesia la rende più facile da ricordare sotto forma di incantesimi sacerdotali o di profezie. La maggior parte delle scritture sacre in tutte le antiche civiltà sono rese tramite la poesia piuttosto che tramite la prosa.

    Dispositivi retorici come similitudine e metafora sono frequentemente utilizzate in poesia. Infatti, Aristotele scrisse nella sua Poetica che “la cosa più grande in assoluto è quella di essere un maestro della metafora”. Tuttavia, in particolare dopo l’ascesa del modernismo, alcuni poeti hanno optato per l’uso ridotto di questi dispositivi, preferendo piuttosto di tentare la presentazione diretta delle cose e delle esperienze. Altri poeti del XX e XXI secolo, tuttavia, in particolare i surrealisti, hanno spinto i dispositivi retorici ai loro limiti, facendo uso frequente di catacresi.

    Non mi meraviglia dunque che un poeta del tardo modernismo come Charles Simic utilizzi il verso libero come strumento chirurgico per veicolare aforismi e perifrasi gnomiche nel bel mezzo della forma-racconto della poesia, in tal modo rivitalizza la forma-racconto della poesia che altrimenti ricadrebbe nell’anonimato della forma-racconto. È paradossale che oggi la poesia nelle civiltà tecnologicamente evolute se vuole sopravvivere a se stessa debba riprodurre in qualche modo le forme di espressione delle antiche civiltà pre-letterarie, paradossale ma verosimile. La forma-racconto in poesia aveva già mostrato tutti i suoi limiti ne La ragazza Carla(1959) di Pagliarani, il lungo poema narrativo alla lunga mostra tutti i suoi punti deboli. La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi non può fare a meno di riconsiderare e riappropriarsi delle forme di espressione come le forme aforistiche un tempo sacerdotali, gli enigmi, il linguaggio enigmatico, il linguaggio misterico (opportunamente aggiornato) tutti questi linguaggi commisti in una koiné che comprenda il parlato, il colloquiale, il soliloquio, il monologo, il dialogo, il non detto, i pensieri inespressi, i retro pensieri, il linguaggio dell’inconscio… La forma-poesia della più evoluta poesia di oggi è questa di cui stiamo parlando.

  2. Penso, immagino che tutti i poeti abbiano un proprio libro dei sogni; una casa, un luogo misterioso da cui partire, chiamare a raccolta il mondo e lì confrontarsi. Anch’io ne ho uno ma è molto lontano, troppo, nessuno mi crederebbe se lo raccontassi. E, sinceramente, nemmeno mi piace tanto; avrei preferito un posto più vicino, disposto in maniera da obbligarmi a tenere i piedi per terra
    ” un paese occupato. L’ora prima del coprifuoco. Una cittadina di provincia. Le case al buio. I negozi sventrati”.
    Ricordo di avere visto in una esposizione, a Kassel in Germania, l’opera di un giovane artista: fotografie di strade, di asfalto stradale, luoghi insignificanti che l’artista aveva contrassegnato con scritte “qui ho pianto”, “anche qui ho pianto”. Ecco, sembrava una mappa, quella del suo libro dei sogni divenuti irrinunciabili, da non dimenticare.

  3. Penso che la poesia di oggi debba dare al lettore piccole, continue, sussultanti, sussultorie, desultorie scosse elettriche, un po’ come questo pezzo incredibile di Gunhild Carling…
    The magic of Gunhild Carling can stop the world for one minute

  4. gino rago

    Più in là tenterò di mettere un po’ di ordine in più nel cercare di dire altre parole su Charles Simic, perché avverto l’utilità di tenere a bada la riconoscenza e la passione che mi legano a tutta la poesia di questo straordinario autore [plaudo a Giorgio Linguaglossa,ha fatto benissimo oggi a ri-proporlo].

    Charles Simic è anche qui, in queste pochissime righe:

    “[…]Intanto le bombe cadevano su Belgrado. Guardavamo il fumo salire in lontananza. Faceva caldo in giardino e chiedemmo se potevamo toglierci la camicia. Sotto il coltello di mia madre, il cocomero faceva un rumore maturo e croccante. Sentimmo anche qualcosa come un tuono, ma quando alzammo gli occhi, il cielo era azzurro e senza nuvole.”

    ( Charles Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Milano, Adelphi, 2012)

    Poche parole, parole giuste, calibratissime, e un senso di vuoto e di indefinito accanto a dettagli piccolissimi, che sembrano persino inutili… Ma poi esplode tutta la forza del poeta serbo-americano, forza che è nelle immagini [aerei, bombe su Belgrado durante la seconda guerra mondiale, fumo, cocomeri, rumori di coltelli]: è tutta nelle immagini la potenza lirica di pochissimi elementi. Rumore di coltello nel cocomero come di tuono…
    Ma il cielo è azzurro e senza nuvole. La guerra diventa un fatto normale nella normalità di un mondo che a sua volta non è pulito né perfetto…

    Anche in questi pochi versi esplode tutta la forza poetica di Simic:

    “Il dito tremante di una donna
    Scorre la lista dei caduti
    Nella sera della prima neve.

    La casa è fredda e la lista lunga.

    I nostri nomi, tutti, sono inclusi.”

    [War, HOTEL INSOMNIA]

    Sulla ‘forma-poesia’ si accende il precedente commento di Giorgio Linguaglossa e mai come nel caso di Charles Simic ha ragione di farlo.
    Proprio sulla forza decisiva della ‘forma’ in poesia Simic ha saputo dirci tutto, ma veramente tutto, con il minor numero di parole:

    “La forma? Per me è calcolo di tempi: è l’esatta quantità di silenzio necessario tra le immagini e le parole per arricchirle di senso…”

    (Dunque, nel fare poesia di Charle Simic, prima le immagini, poi le parole per nominarle…)

    Poi, con estrema naturalezza, dà scaccomatto all’intervistarore che rinuncia a porre a Simic altre domande..:

    “Lei sa quante parole servono a creare il silenzio?
    Sa, un silenzio senza parole è il grido che più temo”

    GR

  5. gino rago

    Ecco le due domande che per noi la poesia contemporanea deve necessariamente porsi, altrimenti è perfettamente inutile continuare a scrivere versi:

    1) Dove passerai l’eternità? (Z. Herbert)

    2) Quante parole servono a creare il silenzio? (C. Simic)

    GR

    • Rispondo a queste due domande di Gino Rago, con due poesie che ho scritto senza leggere nulla questi giorni, perché sono stata impegnata con un lavoro che mi interessa e di quale un giorno sarete a conoscenza se Dio vorrà. Posso solo dirvi che finora ha superato trecento versi.

      Prima risposta:

      Due coppe di assenzio e la sinfonia stridula
      dislessica come una promessa,
      un fruscio di suoni, altisonanti.
      L’orologio che batte il gong incantato
      e poi il nulla. Eclissi totale.
      Infinite volte, il silenzio
      assordante plasma
      illusione evanescente,
      ambiguità perversa.
      L’Uomo, un cavallo di razza
      procrea l’ontologico equilibrio.
      Nella similitudine omerica ama
      e sogna angosciato
      dalla natura di ostilità benigna,
      perdendosi nel nulla,
      nell’eco vibrante nella notte
      di voci solitarie.
      L’Uomo straziato dal dolore
      vigila condannato all’affanno perpetuo.

      Uomo: In te il cosmo ha vertigini d’abisso.
      Da spettatore sai diventare attore d’eccellenza.
      Sulla terra sei il padrone delle tue azioni.
      La tua missione è una continua veglia di pace.
      © Lidia Popa – inedita originale in italiano

      Seconda risposta

      Attirare il silenzio

      E lo saprai che nella parola cieca
      ho attirato il silenzio, risorgerai
      con il dolore e la tristezza della prossima felicità,
      con significati pitagorici d’amori tramutati.

      Dicendo alla morte che ha profetizzato il nostro destino
      al consiglio con gli dei dell’orgoglio, nella veglia
      con una candela accesa dal cespuglio della vita
      che illumina come l’assenzio degli occhi.

      Il corpo brucia nell’universo infinito,
      algebrico e reale, sacrificato sull’altare della preghiera
      dei genitori della filosofia metafisica,
      colpevole come la parola che ha dato alla luce.

      Aspettami che torni da te
      come le gru all’inizio della primavera nostrana,
      non i papagallini a un mistero ripetuto
      della risurrezione che alleggerisce la parola costruendo.
      © Lidia Popa – inedita da originale in rumeno

  6. gino rago

    Charles Simic
    “In the Library”

    There’s a book called
    A Dictionary of Angels.
    No one had opened it in fifty years,
    I know, because when I did,
    The covers creaked, the pages
    Crumbled. There I discovered

    The angels were once as plentiful
    As species of flies.
    The sky at dusk
    Used to be thick with them.
    You had to wave both arms
    Just to keep them away.

    Now the sun is shining
    Through the tall windows.
    The library is a quiet place.
    Angels and gods huddled
    In dark unopened books.
    The great secret lies
    On some shelf Miss Jones
    Passes every day on her rounds.

    She’s very tall, so she keeps
    Her head tipped as if listening.
    The books are whispering.
    I hear nothing, but she does.
    —————————————————————–

  7. la particolare allegria, la bonaria ironia, di Charles Simic sono musica per le mie orecchie. Avverto anche un vivo contatto con la parte creativa derivante dal gioco, dall’infanzia; il rapporto pacificato – e produttivo – tra il sé adulto e il bambino. Egli ne è sicuramente consapevole.

  8. gino rago

    CHARLES SIMIC

    1 – “Le parole fanno l’amore sulla pagina come mosche nel caldo dell’estate e il poeta è solo lo spettatore divertito.”

    2 – LETTI DISFATTI

    “Amano le stanze ombreggiate,
    le carte da parati consunte,
    le crepe nel soffitto,
    le mosche sul cuscino.

    Se ti viene la tentazione di allungarti,
    non essere sorpreso,
    non farai caso alle lenzuola sporche,
    al raschio delle molle arrugginite
    mentre ti metti comodo.

    La stanza è un cinema buio
    dove si proietta
    una pellicola sgranata in bianco e nero.

    Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
    nel momento della dolce indolenza
    che segue all’amore,
    quando il più malvagio dei cuori
    arriva a credere
    che la felicità può durare per sempre.”

    • Non sono una mosca
      di Lidia Popa

      Le mosche verde brillante
      sono dovunque opportuniste per scelta.
      Annusano la miseria umana da lontano.
      Si prendono di mira l’obiettivo prefissato.

      Spronando dei cavalli purosangue,
      impazienti si collocano nello spazio
      attirando con destrezza l’attenzione,
      con punti di vista leggeri e formali.

      Senza argomenti eternamente validi,
      puntano per fare del male al prossimo,
      infettando di siero ogni posto pulito.

      Impara ad essere paziente
      ed avrai il cielo ai tuoi piedi.
      Non sono una mosca.

      [Poesia “Non sono una mosca” – in origine “Essere una mosca” revisionata con l’esperienza d’oggi, fa parte del mio primo libro di poesie “Punto differente (essere)” con poesie scritte tra 2013 e 2015. Nella versione originale con titolo diverso, senza l’espressione “verde brillante” e la divisione dei versi.]

  9. gino rago

    Charles Simic

    NELLA BIBLIOTECA
    per Octavio

    C’è un libro dal titolo
    Un dizionario degli Angeli.
    Nessuno in cinquant’anni l’ha più aperto,
    Lo so, perché quando lo feci,
    La copertina si spaccò, le pagine
    Si sbriciolarono. Lì ho scoperto

    Che un tempo gli angeli erano fitti
    Come mosche. Il cielo al tramonto
    Era sempre pieno di loro.
    Dovevi agitare entrambe le braccia
    Per tenerteli lontani.

    Ora il sole splende
    Attraverso le alte finestre.
    La biblioteca è un posto tranquillo.
    Angeli e divinità rannicchiati
    Negli scuri libri non aperti.
    Il grande segreto giace
    Su qualche scaffale di Miss Jones
    L’oltrepassa ogni giorno nei suoi giri.

    È davvero alta, così tiene
    La testa inclinata, come in ascolto.
    I libri stanno sussurrando.
    Io non sento nulla, ma lei sì.
    ————————————————

  10. gino rago

    Charles Simic

    IL CAVALLO

    Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho trovato
    un cavallo silenzioso accanto al letto
    amico mio, sono felice che tu sia qui, gli dico,
    nevica e dovevi avere freddo
    solo in quella stalla in fondo alla strada
    il contadino e la moglie, tutti e due morti.

    Ti metto addosso una coperta e vado a vedere
    se c’è una zolletta di zucchero in cucina
    come quella che in un circo ho visto mettere
    in bocca a una cavalla
    da un uomo col cilindro, ma ho paura di non trovarti
    al mio ritorno, allora è meglio che resti
    a farti compagnia qui al buio.

    [“The Horse”, “Il Cavallo”, una poesia di Charles Simic, tratta dalla sua ultima raccolta “The Lunatic”,Harper Collins Publisher, 2015].

  11. gino rago

    CHARLES SIMIC

    [Sull’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo del 25 agosto 1992]

    “La Biblioteca Nazionale bruciò gli ultimi tre giorni di agosto e la città soffocò nella neve nera.

    Liberati, i personaggi vagarono per le vie, mescolandosi con i passanti e con le anime dei morti.

    Vidi Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero; vidi Quasimodo che si dondolava con una sola mano in un minareto.

    Raskolnikov e Mersault chiacchierarono per giorni nella cantina di casa mia; Gavroche sfoggiò uno stanco travestimento.

    Yossarian vendeva già provviste al nemico; per pochi dinari il giovane Tom Sawyer si tuffava dal Ponte del Principe.

    Ogni giorno più fantasmi ed esseri viventi; e il terribile sospetto si confermò quando gli scheletri mi caddero addosso.

    Mi chiusi in casa. Sfogliai la guida turistica.
    E non uscii finché la radio non mi spiegò come avessero potuto tirar fuori tonnellate di carbone dal sotterraneo più profondo della Biblioteca Nazionale bruciata”

    ——————————————————–
    Nota
    L’incendio della Vijecnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo, 25 agosto 1992

    “[…]Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155 000 esemplari rari e preziosi, 478 manoscritti. Era l’unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
    Dopo tre giorni di rogo, della biblioteca bruciata rimanevano lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.

    “Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, intitolava l’articolo sulla devastazione della Vijećnica, il quotidiano inglese “The Times”.

    Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, dalle colline che circondano la città i serbi spararono le prime bombe incendiarie su Vijećnica.

    La Biblioteca Nazionale fu bersagliata dai cannoni per tre intere giornate. L’accuratezza dei lanci non lasciava dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.

    Sui vigili del fuoco, sui coraggiosi bibliotecari e sui volontari che, formavano una catena umana nel tentativo di salvare i libri, sparavano i cecchini o le antiaeree. La giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perse la vita in quella occasione.

    “Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo, scappato a Belgrado…”

    GR

  12. dal mio libro La Belligeranza del Tramonto (2006)

    Giocavano a dadi con i meteci
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/16/charles-simic-1938-poesie-scelte-traduzioni-di-andrea-molesini-damiano-abeni-con-uno-stralcio-di-intervista/comment-page-1/#comment-35900
    Un angelo zoppo ci venne incontro
    e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

    Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
    a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.

    Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
    Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.

    A quel tempo dall’Albero vennero i bastardi
    con le risposte pronte e gonfiarono le vele
    e gettarono le ancore.

    Io fissavo il loro occhio di vetro…

    Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
    se la spassavano con le troiane,
    ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.

    A quel tempo facevo l’infiltrato e la spia,
    passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d’oro

    e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
    alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.

    Io a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
    tiravo con l’arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.

    Un angelo gobbo ci venne incontro
    e disse, senza guardarci: “dimenticatevi il nome di Dio.”

    *La vita che si mantiene in vita per la vita della produzione e il consumo si tramuta in contraffazione della vita quale essa veramente è; ma è vero anche il contrario: che chi cerca un senso da dare alla vita o un non-senso, si mantiene nell’orbita della speranza, ultima ideologia del mondo amministrato per chi non ha più speranza che si illude con lo specchietto retrovisore della speranza.
    L’arte si mantiene in vita fin quando rilascia certificati di buona condotta e dichiara senza vergognarsi il principio dell’autoconsevazione quale principio base del consorzio civile.
    Non c’è speranza di salvezza dall’autoconservazione se non nell’abbandono senza riserve di ciò che deve essere lasciato cadere.
    Il concetto di intelligibile resta una aporia.
    Lo Jugendstil dei primi anni del novecento suppone e prefigura nella sua essenza fatta di tortile vuoto la grande strage che sta per avvenire.
    Il non-stile cosmopolitico dei giorni nostri annuncia a prefigura nella sua essenza fatta di tortile pieno la grande stasi che è già avvenuta.
    La metafisica dello stile presuppone sempre una metafisica dei costumi.
    La falsità dell’ontologia sta nella dimostrazione ontologica dell’esistenza o inesistenza di Dio. La vera questione sta invece nella esistenza o nella inesistenza degli uomini.
    La bancarotta dell’ontologia sta in coloro che la ritengono un rapporto paritario tra il credito e il debito.
    Una volta che sia stata fatta sloggiare dall’esistenza degli uomini la metafisica, si sta preparando per essi la bara dello spirito, subito seguita di frequente dalla bara degli uomini.
    Gli uomini vivono sotto il totem di un sortilegio: che la vita abbia un senso o che non ne abbia alcuno. Il senso è un totem, e come tale va venerato.
    Pura immediatezza e feticismo sono ugualmente non veri.
    Così anche la disperazione è l’ultima ideologia, utilissima ai fini dell’autoconservazione.
    Le cose si irrigidiscono in frammenti di ciò che è stato soggiogato.
    La coscienza infelice è la costruzione di una coscienza falsa. Ma la coscienza falsa è sempre il prodotto di una coscienza infelice.
    L’angoscia… perpetua il sortilegio come il freddo tra gli uomini.
    Le epoche della felicità sono i suoi fogli vuoti.
    Nessuno capace di amare e così ciascuno crede di essere amato troppo poco.

  13. Letizia Leone

    Il monumento ebbro
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/16/charles-simic-1938-poesie-scelte-traduzioni-di-andrea-molesini-damiano-abeni-con-uno-stralcio-di-intervista/comment-page-1/#comment-35903
    La Porta.
    Era da aprire al centro
    Dell’immensa Agorà
    Nel paesaggio svuotato dai mercati
    Opaca e pesante. Volante come il culmine di una visione
    Socchiusa sull’ala dello sprofondamento
    Intanto che dai cardini fuoriuscivano cose a groppi
    Esitanti piccolissimi animali e sagome d’uomini minuscoli
    Moribondi anfibi o delfini – la Porta
    Che nel riverbero di tutta quella luce rovente sulla piazza. La Porta
    Immensa, non vedevamo.
    Come i gusci, centinaia e centinaia di acini appesi alle ante
    Tra le cotogne, grappoli e foglie carnose
    (Avrebbe perfino pensato a una Rivelazione?)
    Tanto era il vortice delle creature che schizzavano fuori
    Disorientate. Ma a noi
    E ai portatori
    Premevano sul cuore certe cose di zolfo
    Vive vivai gocce fiammiferi. Fosse stato anche solo il portato di un’illusione
    Cervello e utero germinale nell’oscillazione di forme antiche che vomitava
    La Porta.
    Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
    Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
    Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
    Intanto che qualche altra cosa strisciava
    Odore o sapore che aveva forma
    Cifra o grillo, antimateria o polvere che aveva trovato il coraggio di uscire dal covo
    Delle puzze e si ergeva ad animale di sangue nuovo malfermo
    Su gambe su zampe ora eretto ora in ginocchio ma animale comunque incarnazione incontro alfine ricordo dell’uomo con la grande tartaruga in mano. O sotto i piedi, le tartarughe lente e orribili scarpe di un gigante a bordo. Navigavano le tartarughe. Scherzo ed oblio.
    Con la potenza degli esorcismi intanto la Porta induriva conchiglie di viti giravano a velocità folle
    E noi
    Per il troppo bagliore un fuoco secco negli occhi accecati al centro della piazza cercavamo chi potesse dirci tutto di quel calice venereo che esalava. Corpi esplosi nuovo sangue.
    Ci girammo verso i portatori ma erano già anneriti nel sole con l’obelisco in mano
    Saldati nei loro gesti brevi
    Di cavalieri di piombo.

    (Roma, Fiera, 8 dic 2017)

    Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

    Jean Clair scrive: «Di una civiltà che non sa erigere monumenti si potrà dire che ha, letteralmente, perduto la sua anima». Appunto, è di questo che ci parla la poesia di Letizia Leone, di questa perdita, ekfrasis del monumento impossibile di Ivan Thurmer. Una poesia impossibile per una «cosa» impossibile. Non sappiamo più che cosa sia un «monumento» proprio perché l’unico «monumento» vero, reale, realissimo, è quello che abbiamo edificato al nuovo Moloch, il Denaro con le sue Banche e le sue filiali e i suoi cortigiani: la civiltà massmediatica e i suoi utenti, i suoi schiavi mediatici. Non c’è più la «cosa», ecco il vero problema di cui ci dovremmo preoccupare, non c’è più la «cosa» perché ci sono miliardi di «cose».

    Aristotele dice che il luogo di una cosa è ciò che sta intorno a quella cosa.
    Newton corregge Aristotele e lo bacchetta, dichiara «banale» definire lo spazio come quella cosa che sta attorno alla cosa, e definisce «assoluto, vero e matematico» lo spazio in sé, che esiste anche dove non c’è nulla.

    Commenta Carlo Rovelli:

    «La differenza fra Aristotele e Newton è flagrante. Per Newton, fra due cose può esserci anche “spazio vuoto”. Per Aristotele, “spazio vuoto” è un’assurdità, perché lo spazio è solo l’ordine delle cose. Se non ci sono cose, la loro estensione, i loro contatti, non c’è spazio. Newton immagina che le cose siano collocate in uno “spazio” che continua ad esistere vuoto, anche se leviamo le cose. Per Aristotele lo “spazio vuoto” è un non senso, perché se due cose non si toccano vuol dire che fra loro c’è qualcosa d’altro, e se c’è qualcosa, questo qualcosa è una cosa, e quindi qualcosa c’è: non può non esserci “nulla”».1]

    Possiamo porre il problema della «cosa» presente in poesia partendo da questi due concetti per dire che entrambi sono erronei, in quanto la «cosa» non è il luogo che occupa ma è un qualcosa che, letteralmente, fonda il luogo, fonda lo spazio e fonda il tempo. Il tempo e lo spazio sono «dentro» la «cosa», e questa splendida poesia di Letizia Leone segue esattamente questa idea, è a partire da questa idea della «cosa» che costruisce la sua poesia. Non dunque la poesia vista come anima sinfonica o musica esterna, ma come qualcosa che è all’interno del suo interno, dove lo spazio e il tempo sono introiettati e raggelati in essa…

    Questa poesia di Letizia Leone presenta delle particolarità stilistiche che non possono essere spiegate senza addentrarci all’interno della complessa questione filosofica che sta alla base della poesia, che è tutta incentrata sulla macro metafora della «Porta». La «Porta» è [copula] la cosa-parola, è la coincidenza di parola e cosa, ma, al tempo stesso è [copula] anche la non coincidenza di parola e cosa. La «Porta» dunque, è e non è, è la contraddizione per eccellenza, impersona la contraddittorietà autocontraddittoria, la contraddizione che è anche assenza e presenza di contraddittori.

    La Porta.
    Era da aprire al centro
    Dell’immensa Agorà
    Nel paesaggio svuotato dai mercati
    Opaca e pesante.

    Assenza e presenza di contraddittori che si annullano reciprocamente, che collidono e friggono. E che cos’è questo se non un procedimento stilistico che riposa sulla peritropé (capovolgimento) dove gli attanti e i predicati sono una volta nell’essere e una volta nel non essere? Capovolgimento che capovolge se stesso e fluisce nel nulla. Anche i personaggi anonimi e neanche nominati della poesia finiscono per accrescere la dinamicità di questo movimento convulso che tira in tutte le direzioni con una regia ammirevole che lo stile incontraddittorio della Leone magnificamente mette in evidenza:

    Chiesi al portatore la direzione perché le ultime lucertole in cammino sembravano
    Legate, incapaci di volo o solo di fuga o solo di trovare andatura
    Sembrava così, ogni loro movimento scavava una buca
    Intanto che qualche altra cosa strisciava […]

    1] Carlo Rovelli L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 65

  14. Una poesia di Gino Rago che io ho suddiviso in gruppi di distici. Caro Gino, scusami per questa libertà che mi sono preso ma credo che così la tua poesia ci abbia guadagnato..

    Gino Rago

    (alla maniera di Ewa Lipska)

    22 settembre 2017 alle 19:32

    “Cara signora Schubert,
    ancora si chiede dove andremo ad abitare Dopo?

    Dopo. Cioè là dove prima c’era una fabbrica strana
    che produceva la vita d’oltretomba.

    E inquinava le menti. Avvelenava il mondo.
    Ha riconosciuto la mia scrittura.?

    Sì sono io. Sono l’autrice di tutte le lettere.
    Si chiede sempre dove andremo ad abitare Dopo?

    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà.

    Al numero civico 777, piano terzo, scala D,
    attigua alla abitazione di Dio.

    Al Quartier Generale tutti e tutte lo sanno.
    Il Dopo sarà tra ciò che non abbiamo fatto

    e ciò che non faremo più.
    Cara signora Schubert, e per conoscenza,

    care signore Dzieduszycka, Ventura, Dono, Colonna,
    al Quartier Generale dell’Aldilà ben sanno

    e lo sapete bene anche voi che l’onda d’urto dell’Oscurità
    assale i poeti alla stessa ora del mondo.

    Cara signora Schubert, e per conoscenza,
    care signore Leone, Giancaspero e Catapano,

    la vita è un negozio di ferramenta.
    E Dio è un meccanico supino che stringe i bulloni lenti del mondo.

    Al Quartier Generale dell’Aldilà
    l’acqua si beve in bicchieri di plastica.

    E nessuna fa poesia coi tacchi a spillo.
    Un caicco taglia il blu della laguna. Il cielo è fermo.

    A nessuno interessano i moti dell’alta e della bassa marea.”

  15. Gino Rago

    Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

    “Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre,
    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

    la copia della Gioconda, il lillà
    e la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,

    abbiamo altro da fare, per esempio
    ascoltare il canto degli uccelli

    o il ronzio della Storia
    nei bassifondi

    ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia
    e quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo

    smettessero per un pò di fare baccano,
    coprono il canto delle allodole di tutto l’Occidente

    [anche gli dèi imparino a tenere il becco chiuso,
    sono sull’Olimpo grazie alla poesia].

    Cara M.me Hanska, dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
    il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”

    • La divisione dei versi, secondo il sentire di ognuno, danno una sosta al respiro del lettore, creando quell’attimo di contemplazione. Riempie di gusto con l’esaltazione del palato di nuovi sapori – una bibita raffinata.

  16. Grazie Lidia Popa,

    Prego tutti (Letizie Leone, Mario Gabriele, Lucio Mayoor, Anna Ventura, Giuseppe Talia, Gino Rago etc.) di voler considerare la necessità che la struttura in gruppi di distici o cmq gruppi di terzine o strofe brevi, aumenta la leggibilità della lettura e la risonanza semantica dei testi. Sarei curioso di conoscere la vostra opinione…

    • letizia leone

      Assolutamente si, caro Giorgio! I testi (bellissimi) qui proposti e riscritti in forma di distici hanno un impatto di fruizione più immediato. Stravolgono la struttura ritmica del testo dinamizzando lo spazio in questa simultanea reiterazione delle linee versali. Catturano l’occhio ormai abituato alle veloci comunicazione lineari di un tweet. Creano una sorta di dispositivo estetico. E soprattutto nel magma fluido delle informazioni che quotidianamente ci sommergono, ordinano il territorio, il piano semiotico del testo o poesia che dir si voglia.
      Il pericolo è sempre quello dei manierismi in agguato (naturalmente non riferito ai poeti esperti e smaliziati della NOE). Da parte mia, nell’ultimo libro “Viola Norimberga, ho considerato la forma breve e brevissima…

    • Vuoi conoscere la mia opinione? Solo con un documento poetico dimostrativo si può vedere se la scelta operata rientri nei distici. Lo so è un lavoraccio, ma se bisogna operare insieme è bene farlo.

  17. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Sussultorio andante SIMIC, simic

  18. letizia leone

    Propongo qui di seguito una sorta di esperimento: aprendo le stanze chiuse e dimenticate di un voluminoso carteggio epistolare tra il poeta G. Benn e un ricco industriale di Brema, Friedrich Wilhem Oelze, ho strutturato in forma versale una selezione di parti e frammenti dal testo in prosa di Benn. Naturalmente queste sono le esatte parole di Benn, il loro senso intatto, sebbene ridistribuite nell’economia dello spazio. Questa atipica conversazione a distanza durò oltre un ventennio dal 1932 al 1956, ma in effetti ciò che ne rimane è un lungo ininterrotto monologo del poeta che elesse l’amico quale «cassetta di sicurezza» non solo della sua officina artistica, ma di pensieri, emozioni, sentimenti reconditi. Colpisce la miscela di pathos e freddezza intellettuale, di confidenza ed ossequiosa distanza con l’interlocutore. Questa riscrittura- collage, è una selezione tutta personale che vuole evidenziare immediatamente idee, intuizioni creative, pensieri o elementi ad alta caratura poetica, e renderne la fruizione istantanea.
    Forse ne sono nate delle lettere alla maniera di Rago, Linguaglossa e della NOE…chissà

    (Berlino, mese incerto del 1933)

    Stimatissimo signor Oelze,
    al posto del concetto di verità e di realtà, requisito teologico,
    ecco ora apparire il concetto di prospettiva.
    «Prospettivismo», derivante da Nietzche. Si sviluppa una prospettiva.
    (Ma) Beninteso il suo contenuto di realtà il suo esatto reperto.
    Superato e rimosso da nuovi reperti.

    L’Arte e la conoscenza prospettica si assumono la responsabilità di delimitare la materia.
    Di articolarla e scartarla dal punto di vista di: idea, sguardo, diritto esistenziale.
    La scienza scola, sbava le sue secrezioni.
    Così metodicamente fiacca,
    empiricamente imbrigliata,
    paventa ciò che è generale, sfugge ogni minaccia.

    Il vero pensiero ( Signor Oelze) è invece sempre minacciato e minaccioso.
    Ma chi è lei in realtà stimatissimo Signor Oelze?

    Una conversazione a voce la deluderebbe.

    (Berlino, mese incerto del 1934)
    Caro signor Oelze,
    sebbene l’intima difficoltà del nostro incontro
    mi fosse ben chiara, io non l’ho evitato.
    La ringrazio ancora molto della Sua visita.

    Lei è entrato nella stanza illuminata.
    Mi sono accorto del suo viso. la particolare espressione
    Commista di malattia e saggezza: in me
    Ulteriori domande e interrogativi.

    Purtroppo siamo rimasti quasi tutto il tempo seduti nella penombra.
    Ma sarà per un’altra volta! Buon viaggio.
    Suo
    Gottfried Benn.

  19. L’aSSOnanZa deLl’AssoRBEnZa

    Ebbene, è bene farlo
    questo straccio di movimento

    che dello stacco ha un suo vigore,
    lo stesso salto di un acqua breve

    che la riporta e riempie appieno
    cosmopolita nelle future tasche

    e nelle chiazze dei discorsi liquidi
    che la fatica ancora investe.

    (asciugano meglio queste parole
    che l’assonanza dell’assorbenza.)

    Grazie, Ombra
    (Pasoliniani all’ombra)

  20. (poi ci penso)

    Una goccia d’olio del mediterraneo intrisa di sole.
    Ci salutammo innamorati.

    Di notte i comandi spenti
    galleggiavano tra le stelle.

    “Parcheggio Balena. il tuo appartamento”

    – Sei artista quando non vuoi vedere, né sentire.
    Non lo capisci? Sono innamorata di te…

    – Questo è il guaio, signorina Dickinson.

    La metrica in giardino.
    Tre simil sillabe.

  21. gino rago

    Amore pulce

    Lui prese una pulce
    dall’ascella di lei

    per custodirla
    in una scatola di fiammiferi

    e prendersene cura, di quando in quando
    anche facendosi pungere il dito

    per nutrirla
    con gocce del suo sangue

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