Chiara Catapano: Ornitologia filosofica da banco con un Commento di Letizia Leone – Filosofia, poesia e ornitologia

 

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti:

Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241

L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo: “Transmoderno, arti, pensosità, letterature.” Con Perrone editore esce nel2011 la sua prima raccolta Apice stretto in Verso libero- antologia poetica a cinque voci con prefazione di Letizia Leone. Nello stesso anno 2011 pubblica la raccolta La fame edita da Thauma Edizioni; nel 2013 pubblica La graziosa vita (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino. Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato il cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito Alìmono,  in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest. Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon.

pittura mimmo paladino 4

mimmo paladino

Commento di Letizia Leone

Poemetti sapienziali queste preziose scritture poetiche di Chiara Catapano che confermano la sua concezione forte e dantesca del valore epistemologico della poesia.  Una composizione spezzata in capitoli ma insieme luminosa e unitaria e illuminante. Viene allora da chiedersi da dove arrivino e quale coscienza abitino queste creature del volo, questi uccelli intatti nella loro primigenia essenza paradisiaca, con il loro “sentire illuminante”, direbbe la Zambrano.  Messaggeri mistici o testimoni di una coscienza spirituale che sembra sempre più annichilita dall’orizzonte umano? Di certo custodi non umani di vibrazioni profonde. Nella loro piena ma breve manifestazione biologica sono quasi palpitazioni del tempo. E il tempo storico della civiltà attraversa e rigenera queste nude creature esposte alla vita che pare traboccare per eccesso dai loro “piccoli petti canori”:

Il Pettazzurro ha sviluppato, nella sua breve vita, un sistema gnoseologico che afferra il significato di un’evoluzione inversamente proporzionale alla durata d’ogni singola esistenza.
Si dice sia stata la reciproca contemplazione del piumaggio lapislazzuli dello sterno, cerchiato di rosso rame, nella coppia di Pettazzurri, a far sviluppare loro un controcanto filosofico per l’incommensurabilità della natura nei piccoli petti canori, così fragili e limitati.

L’averla, il pettazzurro, il merlo acquaiuolo, l’allodola o il cuculo o il “picchio rosso di Hegel” incarnano, in uno sdoppiamento allegorico dell’io, l’ardore di una coscienza evoluta, l’essenza vivente del pensare. Oltre le classiche dicotomie nomos e physis, res cogitans e res extensa, qui la cultura pare funzionare come eredità genetica in grado di apportare senso e “felicità” dopo aver decostruito le antiche opposizioni, e la Catapano sembra trovare una modalità per “addentrarsi nel vivo del pensare filosofico”.

Ma soprattutto l’autrice riesce a trovare una conciliazione tra due stati dell’essere: essere sempre più naturali per mezzo della cultura, e allo stesso tempo, essere culturali attraverso la natura. “Il sistema, il sistematico che caratterizza la Filosofia, non è l’ordine esterno in cui appaiono collocati i concetti, ma il suo stesso farsi fluido e vivente”, ci suggerisce infatti la Zambrano così lontana da quel sapere astratto e concettualizzato della filosofia tradizionale. Anche per questo ci affascinano i testi della Catapano, per questa sintesi sublime, per l’esperienza vitale o il “sapere sperimentale della vita” della natura di cui sono intrisi, una partecipazione attiva che la filosofa spagnola ha chiamato “Logos del pathos”.  Illustra infatti la Catapano attraverso la perfetta conciliazione di poesia e filosofia, la storia di un pensiero speculativo in sacrale sintonia con la natura:

Il primo che ne osservò le curiose abitudini meditative fu Pitagora, attraverso lo studio della musica e del canto; ma solo Filolao da Crotone riuscì a sviluppare un calcolo matematico basato sull’algebra delle migrazioni.
Il Pettazzurro saltella con grazia nei giardini escatologici inconsci: vi intesse una lirica di invisibili rette, delimita e taglia, lasciando l’uomo al centro della sua geometrica costituzione.

Se starete fermi, in attesa, scoprirete che il mio cinguettio segue intorno alla vostra figura traiettorie precise, incidendo l’aria in un ipotetico quadrato di cui siete ontologico equilibrio.

Allora è necessario convocare le creature dell’aria e del canto. Rivolgersi agli uccelli. In subliminale richiamo forse con quella adamitica “lingua degli uccelli” o in evocazione sciamanica di anime privilegiate del regno animale (ma non fu Heidegger che definì l’animale “povero di mondo”?) eppure qui, in un ribaltamento strategico, l’animale si fa innocente portatore di sapienza.

In questa “Filosofia ornitologica da banco” sembra implicita l’indicazione all’uso e consumo di una materia sacra se volessimo catturare la portata simbolica degli uccelli, angeli trasfigurati, e dunque richiamo agli stati superiori dell’essere. Ma “lingua degli uccelli” o “lingua angelica” ha il suo corrispettivo nel mondo umano nel linguaggio ritmato, “scienza del ritmo” se, secondo la tradizione islamica, Adamo nel paradiso terrestre parlava in versi, cioè in linguaggio ritmato…ed è qui che il simbolismo allude ad una reintegrazione.

L’ animale, fuori da ogni tedium culturae e dal non aver violato la sacralità degli equilibri cosmici può guardare bene in faccia il fallimento della cultura umanistica nel salvare il mondo:

Dietro la nuca, acconciando i lunghi capelli in una coda, ho visto le quattro spine piumate, la lanugine del quadrifarmaco che m’ingombra il pensiero: quattro piccole aperture affilate nel cranio, creano tutto il contrasto del mio essere religioso. Una m’instilla l’indifferenza per il volere divino; la seconda mi culla ogni sera con il canto della morte che non si teme, perché nulla di noi rimane – afferma- quando abbandoniamo la vita terrena; la terza m’inganna con l’accesso al piacere senza rimpianto; l’ultima, altrettanto menzognera, m’illude che il dolore persiste solo se facilmente sopportabile… Sono un essere sterile, perché in me dio è morto; ucciso nel nido d’abbandono.

Leggendo risulta evidente la condizione dell’uomo moderno chiuso nell’orizzonte in uno scientismo predatorio dopo la morte di Dio, là dove come afferma Heidegger riguardo al nichilismo «non serve a nulla metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia».  Forse servono ormai altri occhi che consegnino nelle mani di un cieco la visione e la consapevolezza. La consapevolezza di malattie “ontologiche” di ordine superiore come il nichilismo, divenute costituzionali nell’uomo.

Chiara Catapano riattiva l’attenzione dell’esausto lettore contemporaneo usando magistralmente la tecnica dello straniamento. Così “strania” i concetti o le teorie al centro del suo discorso poetico catapultandole in una dimensione ornitologica, si veda ad esempio come procede nella focalizzazione dell’idea di Animus-Anima riformulandola attraverso l’inedito punto di vista del merlo acquaiuolo:

Il piumaggio candido del petto, la prima cosa di sé che immergono nei voli subacquei, rappresenta, delle coppie d’opposizioni dialettiche, il positivo: Io, Persona, Logos. Il piumaggio nero e lucido del dorso e delle ali simboleggia la funzione animica dell’ombra, l’Eros; tutto quanto espulso dalla personalità, bruciato e spento nelle folli acrobazie, non riconosciuto come proprio e tenuto a debita distanza dal centro, o cuore immacolato della creazione.
Animus e Anima s’alternano alla vista, immergendosi ed emergendo dal guado della personalità in dialogo col numinosum, nel sacro bacino della vita.

Non resta che godere della lettura, godere dell’“atto di meraviglia” dal quale veniamo continuamente scossi nei nostri pre-giudizi: “questo atto di meraviglia , evidentemente, si verifica quando la percezione entra in conflitto con un mondo di concetti abbastanza stabilizzato in noi. Nei casi in cui un conflitto del genere viene vissuto acutamente e intensamente, a sua volta esercita una forte influenza sul nostro mondo intellettuale.” (A. Einstein) Ecco in queste intense scritture di Chiara Catapano la filosofia, o per meglio dire la gnoseologia, diventano il materiale sublime della visione poetica…

pittura Edward Hopper nudo in interno

Edward Hopper nudo in interno

Ornitologia filosofica da banco di Chiara Catapano

(Testi inediti)

1

Quando le rigide temperature del Nord Europa mi spingeranno verso le tue campagne, osserverai la giovane Averla cinguettante svernare nel tuo giardino. Guarderai in alto, verso la cima del noce, perché da lì discenderà il mio richiamo; distrarrò i predatori che stazionano accanto ai cespugli dei tuoi sogni, vicino all’entrata di casa (nottole, volpi, faine che grattano a notte la porta), dove avrò deposto le uova.

Mi soffermo alla finestra, per tuo diletto, a cantare il vento che languido freme tra le cime d’Engadina, l’acqua raccolta dagli stami della notte di Pasqua, e il viola del pruno selvatico dentro il cielo d’agosto.

Il nostro incontro è alfabeto che occhieggia la sua verità, tra tempo e anima; sant’Agostino m’allunga il semino della soggettivazione con cui imbeccherò i nascituri sul tavolo della fede. Per mano tua morrò, perché credi necessario capire. Sotto l’ala nascondo un’anima platonica, la contrabbando ovunque mi posi sicura, e solo il mio volo te ne svelerà il mistero: ma sarà tardi per riconoscermi, tardi per ritrarre la mano dal pennino aguzzo della logica. I miei figli cresceranno sotto lo stesso tuo tetto, dimentichi dei luoghi, della madre, e del buio salvifico del tempo che torna in cerchio nelle mille rinascite, in mille forme.

Non mi credi? Ecco, si veste ancora il monelo con la fionda, pronto al lancio di morte per disperazione: già stringi in pugno la pietra, perfetta, quella che schianta in colpo secco sopra il nostro determinismo.

 2

L’Averla giocosa misura la quantità di religione stretta in becco per il suo innamorato: come una farfalla essa la stringe, nutrimento per il suo nido.

Te ne porto in dono presso il tuo altare: ti sembrerà una pioggia di sale, ma è questa la natura di Dio: un temporale asciutto che sfida la sete. Tenterai di scacciarmi, per questa mia beffa?

È sempre così, dentro la gabbia della tua anima non c’è spazio per lo sconcerto: guarda! dov’è finita la tua fede? Non capisci che Dio s’applica addosso le stesse regoline messe a disposizione per te, per me, in questa infinita cattività che è l’universo? La nostra voliera ci esclude all’amore. Né fuori né dentro, e comunque il dove esonera intensità, forza, purezza: l’Averla stasera t’ha dimostrato con pochi chicchi di sale, alla tua messa, come trovarsi escluda il vivere; il cinguettio di Heisenberg sulla quantistica del nostro amore ha già raggelato l’estate? Ha richiamato al nido i versetti recitati alla prima comunione, per liberarti dal peccato?

Nella mia religo migratoria ho acceso candele per la tua anima; brillano nell’intensità del cielo notturno, e la cera che cola avvamperà le piume stese sul nostro accoppiamento. Sarà un accoppiamento sterile, tra specie troppo diverse per fecondare il sentimento. 

 3

Il Pettazzurro ha sviluppato, nella sua breve vita, un sistema gnoseologico che afferra il significato di un’evoluzione inversamente proporzionale alla durata d’ogni singola esistenza.
Si dice sia stata la reciproca contemplazione del piumaggio lapislazzuli dello sterno, cerchiato di rosso rame, nella coppia di Pettazzurri, a far sviluppare loro un controcanto filosofico per l’incommensurabilità della natura nei piccoli petti canori, così fragili e limitati.
Il primo che ne osservò le curiose abitudini meditative fu Pitagora, attraverso lo studio della musica e del canto; ma solo Filolao da Crotone riuscì a sviluppare un calcolo matematico basato sull’algebra delle migrazioni.
Il Pettazzurro saltella con grazia nei giardini escatologici inconsci: vi intesse una lirica di invisibili rette, delimita e taglia, lasciando l’uomo al centro della sua geometrica costituzione.

Se starete fermi, in attesa, scoprirete che il mio cinguettio segue intorno alla vostra figura traiettorie precise, incidendo l’aria in un ipotetico quadrato di cui siete ontologico equilibrio. Nella contemplazione del volo, con occhi semichiusi, in cerca della vostra personale estasi, immaginate che attraverso il pube passi la diagonale del quadrato che prende consistenza dall’euforia divina: l’anima destata dal sonno si lascerà avvampare, ebbra del simbolico ossigeno trattenuto nel piumaggio di me, Pettazzurro. In quel preciso istante di tragica trasfigurazione, il vuoto si riempirà di numeri: i due corpi limitati, quello del Pettazzurro e il vostro, mostreranno in connubio l’illimitato esistere. Aprendo gli occhi, non vedrete più l’uccello con tutte le sfumature cangianti nel movimento del volo, ma formule e cifre, fondanti la nuova gnoseologia dello spirito.
Il Pettazzurro spiccherà il suo ultimo volo, nell’impennata della vostra coscienza desta. Non alzerà rumore quel suo corpicino esangue, se non un lieve tonfo d’erba, cadendo ai vostri piedi; è questo l’attimo in cui l’amore avrà compiuto il lungo viaggio tra un essere e l’altro, senza profanazione, in totale fiducia.
Ho imparato la morte dal Pettazzurro: tu gli concederai la sua rinascita in te?

pittura Balthus la chambre (1954)

Balthus la chambre (1954)

 5

Ho scoperto di recente, girovaga di bosco in bosco alla ricerca del giusto sentiero filosofico quale farmaco per le mie ferite da rinascita (devi sapere che sono nata col cesareo, e il bisturi recide più a fondo di quanto i medici credano: alla mia anima, ch’era nata pennuta e pronta al volo, venne recisa la forcella: ora il volo m’è impossibile, la mia natura spezzata): ho scoperto, dicevo, il perché di questa sciagura.
Mia madre era un cuculo, dotta e filosofa per interesse. Non v’è specie peggiore, credimi! L’uovo da cui sono nata era una goccia di calcare epicureo, stillato da becchi di volatili autarchici, nei nidi delle giovani coppie engadinesi.
Era, la mia presenza, un ingombro nella cova dell’aponia da rapina. Così avvenne che fui abbandonata nel ventre della mia madre adottiva. Ho preso il posto di altri fratelli e sorelle, per questo mia madre non poté, dopo di me, avere altri figli.
Dietro la nuca, acconciando i lunghi capelli in una coda, ho visto le quattro spine piumate, la lanugine del quadrifarmaco che m’ingombra il pensiero: quattro piccole aperture affilate nel cranio, creano tutto il contrasto del mio essere religioso. Una m’instilla l’indifferenza per il volere divino; la seconda mi culla ogni sera con il canto della morte che non si teme, perché nulla di noi rimane – afferma- quando abbandoniamo la vita terrena; la terza m’inganna con l’accesso al piacere senza rimpianto; l’ultima, altrettanto menzognera, m’illude che il dolore persiste solo se facilmente sopportabile.
I miei genitori adottivi, che amo e non comprendo, accettano le mie stranezze, il mio controcanto per la santificazione della messa. Ho desiderio di morire, a volte. Ma non trovo il coraggio di spiccare il volo estremo, quello che, ala spezzata, non riuscirei a figliare. Sono un essere sterile, perché in me dio è morto; ucciso nel nido d’abbandono.
Oh, scoprire d’essere il prodotto d’un calcolo catastematico, il massimo col minimo sforzo, mi fa temere per la nostra coppia! Sono un mostro d’etica, garrula voce nel canto evolutivo. E la notte, mentre osservo le stelle scivolate dall’infanzia dentro la mia adolescenza, mi sembrano l’ennesima finzione, atarassia celeste verso le nostre afflizioni.
Cosa potrebbe crescere in me, in questo spazio di credenze irrisolte, di fedi disvelate?

 7

Il merlo acquaiolo è un piccolo pennuto che vive presso i fiumi di tutta Europa. Lo hai mai osservato nutrirsi lungo le rive dell’Isonzo? Tutti credono che le sue rapide, improvvise immersioni siano il modo per raggiungere le larve depositate appena sotto il pelo dell’acqua; invece egli è vorace di ciò che giace sul fondo, più profondo nutrimento di quello del corpo. Quel che va cercando giù giù nel letto del fiume, è l’attività simbolica necessaria al processo d’individuazione che porta a realizzarsi come Sé-volatile. Le madri non insegnano nulla ai giovani della covata: delle sei uova che in media il merlo acquaiolo depone, solo la metà sopravvive. Questo perché, appena in grado di volare, i piccoli vengono richiamati dagli archetipi in continuo movimento, cullati sul fondo dalla corrente assieme ai sassi e ai cocci di vetro colorati: lì il giovane merlo è capace di camminare controcorrente, primo istinto che pervade le sue  più ancestrali pulsioni. Secondo il richiamo dell’inconscio collettivo merlifero, annunciato da veloci e potenti battiti d’ala dei genitori, essi separano quanto mescolato alla Persona nell’inconscio liquido dell’attività simbolica. Ecco spiegata la forte mortalità tra i giovani merli, cui fin dai primi giorni viene richiesto di sapersi districare tra gorghi di pensiero, sentimento, intuizione e sensazione, vincendone i vettori di forza.
La morfologia di questi piccoli uccelli s’è sviluppata in rapporto alle coppie d’opposti che affiorano sullo specchio d’acqua – che proprio fungendo da speculum, rispecchia quanto in lui si frange sia da sopra che da sotto, sottoponendo i merli alla pressione individuale del districare l’immagine del proprio conscio da quella del proprio inconscio, nel continuo rimescolio del volo in picchiata.
Il piumaggio candido del petto, la prima cosa di sé che immergono nei voli subacquei, rappresenta, delle coppie d’opposizioni dialettiche, il positivo: Io, Persona, Logos. Il piumaggio nero e lucido del dorso e delle ali simboleggia la funzione animica dell’ombra, l’Eros; tutto quanto espulso dalla personalità, bruciato e spento nelle folli acrobazie, non riconosciuto come proprio e tenuto a debita distanza dal centro, o cuore immacolato della creazione.
Animus e Anima s’alternano alla vista, immergendosi ed emergendo dal guado della personalità in dialogo col numinosum, nel sacro bacino della vita. Così come nel piumaggio, la doppia natura aerea e acquatica mantiene in vita l’espressione dialettica dell’incommensurabile distanza tra umano e divino, l’accanto prodigioso del doppio che comunica e non riesce a fondersi, se non nell’attimo attivo della ricerca.
A quale parte del piumaggio apparteniamo oggi, nell’inconsapevole alternanza della legge d’amore? Il corpo mobile, contratto nell’introversione del nero e aperto all’estroversione accecante bianco, non sono anch’esse inconsolabili opposizioni del nostro resisterci? Cresceremo nell’acqua la nostra prole, ossequioso canto all’incapacità di fecondare una scelta tra due nature?

[Chiara Catapano]

9

Il realismo dell’allodola è nutrito di visionarietà. Vive tra i cespugli e la bassa vegetazione, ai piedi dei frondosi cipressi sulle cui altezze nessun uccello costruisce il nido, nell’isola dei morti di Böcklin: lì v’è una tra le più popolose colonie dell’intero realismo magico europeo.
Si dice che anche Courbet tentò invano di ritrarre l’allodola, facendola librare dalle pagine del libro della “Giovane donna che legge”; ma pare che il pennuto non volle, ribellandosi alla forzatura del reale senza scelta dell’artista, che l’avrebbe privato, nella rappresentazione, d’ogni simbolo di trascendenza.
Sulle rocche inamidate, a picco sul mare, tra gli scogli, che sono l’immaginazione di fauni e draghi e ninfe impressa nel fondo salmastro dell’anima dei morti, l’allodola saltellante gorgheggia l’Ode di Shelley a lei dedicata, rendendo i bis ai Nabis calati dalla Francia impressionista al nocciolo del suo canto, attraverso il simbolo-scivolo: canto evocante l’effettività neoplatonica.

La vita intessuta sulla risignificazione tra volo e defunti, è mistero che l’allodola si spiuma dal petto ricavando il giusto tepore per la covata. Tutto questo si condensa nel quadro di Böcklin in dense nubi cariche di pioggia. Presto scenderà sul mondo il diluvio della privazione, la fede che, senza speranza né carità, non troverà porto nell’isola delle allodole, se non dentro una completa remissione dei peccati. Le anime che qui giungono senza intendimento, trascinate nei flutti da un nocchiere pazzo, restano impigliate tra le zampe degli uccelli, strette nella presa dell’alluce artigliato, a penzoloni tra alti rami. Esse vacillano e tremano, e più la paura è grande, più i pennuti stringono la presa, per quel movimento riflesso del vago, nervo che pompa sangue e panico di morte, dentro i teneri corpi alati. Così infilzate, le anime vengono poi trascinate a diverse centinaia di metri sopra i bastioni appuntiti che circondano l’isola, e lì abbandonate nella folle picchiata dell’allodola in gioco, ad ali chiuse, fino quasi a sfiorare il terreno.

Non è semplice riconoscere il maschio dalla femmina dell’allodola. Entrambi sono marroni, dal piumaggio maculato e più chiaro sul petto: le ali e la parte posteriore della coda, leggermente bordate di bianco, testimoniano della protezione fornita da Dio alle aggraziate creature, per evitare la contaminate dal nero dell’anima umana: esse ne spurgano in abbondanza dal corpo, e lo si nota nella parte superiore, maculata e striata da tinte più scure.

L’allodola maschio emette un canto acuto, melodioso e impettito, dentro le cui infinite modulazioni germoglia il seme imperituro dell’arte; una certa follia espressiva anima questi uccelletti, capaci di agonizzare per giorni nell’intento d’un atto creativo. L’allodola femmina, sua pari in tutto, osserva invece lunghi periodi di silenzio; conserva nell’iride il cristallo di luce delle vallate svizzere, il fiore calvinista sbocciato nel verbo di Dio: tremante nella solitudine che l’autodeterminazione di Dio le impone, le reggono il volo febbrili pensieri di cupa disperazione. La poesia l’abita, costringendola a migrazioni tra febbre e febbre, tempeste senza tuoni del suo esistere separata da tutto.

 11

Il Picchio Rosso di Hegel trova massima diffusione nei boschi idealisti dello spirito crociano, nel cuore stesso dell’estetica del filosofo napoletano. Il suo nido, di forma circolare, vuole fare il verso proprio a quella circolarità dello spirito, dove le categorie hegeliane degli opposti vengono ribattezzate distinti e private di dialettica interna (tanto che, non potendo comunicare tra loro, disperderebbero quell’Idea assoluta e inconscia che – secondo Hegel – precede la natura, e che il colore immacolato delle uova deposte dal Picchio Rosso rappresenta, dentro un perfetto schema simbolico di richiami al sacro): il Picchio Rosso sceglie infatti tronchi morti, che intaglia a gomito, deformando dall’interno la struttura apparentemente perfetta del sistema crociano.

La presenza così massiccia del Picchio Rosso di Hegel tra le fronde della filosofia crociana è giustificata dalla sua struttura coriacea, e dalle capacità di adattamento in ambienti anche poco favorevoli. La caparbia resistenza alla dissoluzione del concetto di natura, di cui egli si nutre e di cui nutre la prole nei venti giorni che precedono la fuoriuscita dal nido dei pulcini, è agevolata dalla sua stessa biologia: il piumaggio variegato, dai vivaci colori, gli permette di confondersi abilmente tra i chiaroscuri, fra le diramazioni divaganti del Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel, fittonandosi con le zampe zigodattile al concetto d’universale concreto: due dita rivolte al passato hegeliano e due rivolte al presente crociano, gli consentono un ottimo appiglio sullo snodo e punto di congiunzione tra i due ecosistemi filosofici. Le penne rigide delle coda, elemento fondamentale per affrontare l’inamidata risalita alla verticalità della ricerca dell’utile sull’albero del Croce, non si piegano nello sforzo ed anzi offrono un appoggio concreto all’affondo del rostro nella dura corteccia della riflessione estetica, sotto la quale larve di Bene, Vero, Bello e Utile sgranocchiano la linfa dell’intuizione lirica: il ciclo vitale di queste creature è breve poiché, indipendenti l’una dall’altra, non hanno mai saputo superare l’intuizione individuale e coalizzarsi contro il nemico comune dell’anticrocianesimo.

Il suo becco terribile affonda nella scorza materiale per giungere fino ai gangli dello storicismo filosofico, più a fondo, lì dove i concetti larvalmente soggiacciono: lo scempio dei tronchi apparentemente così solidi, non è mai indiscriminato: il Picchio Rosso di Hegel, proprio per il suo senso d’appartenenza alla razionalità della Natura, comprende la necessità del lasciare in vita la Logica così esposta all’esistenza. Da qui l’unica sua debolezza, che potrebbe nel giro di pochi anni ridurre a zero, se decidesse di sfruttarne debolezze e contraddizioni, le foreste dell’idealismo crociano.

Ma chi riconosce al di sopra del proprio spirito lo spirito Assoluto verrà sempre frainteso, dall’indistinto storicismo di chi vuole una rappresentazione della volontà senza etica.

Questa è l’emarginazione dei grandi, di coloro i quali comprendono e quindi contengono, come il maggiore contiene il minore. E l’elemento indipendente che non riconosca la sua appartenenza al Tutto, potrà vivere proprio grazie a quell’interdipendenza che veementemente nega e si rifiuta di vedere.

Il Picchio Rosso di Hegel ha letto anche Marx, ne è rimasto marchiato di rosso nel fuoco del ventre ch’entra in contatto col materialismo storico urticante della corteccia del Croce: e proprio non gli va giù ch’egli abbia relegato in soffitta il più grande teorizzatore dell’uguaglianza sociale e spirituale tra tutti gli esseri. Per questo credo dovreste portare massimo rispetto per questo combattente-compagno-pennuto, forse un po’ sprovveduto nella lotta di classe.

 

Presentazione Steven Grieco Chiara Catapano Franco Di Carlo

da sx S.Grieco Rathgeb, Chiara Catapano e Franco Di Carlo

20

Nel mondo fenomenologico degli uccelli, nelle folte combriccole di corvidi hegeliani che popolano i boschi della fede, c’è chi, in un dato momento della propria esistenza iniziò a polemizzare aspramente con la logica degli svolazzi dialettici che costringono le ali a inutili sforzi, e per cui i compagni più pervicaci si ostinavano a legare lo spirito assoluto del volo a vita famiglia trascendenza e natura.

La Taccola è – lo possiamo affermare con certezza! – un volatile esistenzialista. Non sorprende che sia stata lei a mettere in crisi l’intero sistema filosofico su cui poggiava l’ordine morale e sociale nella cerchia dei consimili. Incapace di accettare la realtà come universale manifesto in coppie d’opposti (volo-ramo, amore-riproduzione, etc), e soprattutto d’accogliere questa realtà quale movimento atto al superamento di suddette ambivalenze, recepì in toto il pensiero del danese Søren Aabye Kierkegaard. Ne studiò accuratamente, oltre alle teorie, la biografia, e molto rimase impressionata delle sue vicende giovanili, dalla cruda religiosità del pietismo paterno girata quasi a tragico eschileo (che si riproduce nel manto scuro di tutti i corvidi suoi parenti, mentre in lei si bianca sul dorso ogni certezza,  tranne quella necessaria ad ogni scelta individuale: il salto tra due mondi, due differenti concezioni di vita): pare infatti che il filosofo, persuaso di portarsi addosso la sventura che aveva colpito il padre, ovvero la morte di tutti i figli tranne uno (lui appunto), ruppe il fidanzamento con l’amatissima Regina Olsen, temendo l’abbattersi del medesimo destino sui propri figli. 

La Taccola, profondamente commossa dal tragico scatenatosi nella vita del filosofo, dal sacrificio esasperato che segnò l’impossibilità nel concreto (ma non la fine) d’un amore assoluto, decise d’approfondire il significato di cui Kierkegaard infarcì la parola “esistenza”, in aperto contrasto con l’Universale hegeliano, al ritorno a sé dello spirito (come l’uccello ritorna – per quanto ampio sia stato lo slancio – al ramo).

Ed è buona norma che nelle loro comunità le Taccole, in virtù del percorso prescelto e assimilato di libertà, permettano al singolo di realizzare la propria soggettività; benché sia raro, davvero raro, imbattersi in Taccole che, in piena libertà, scivolino nell’angoscia e nella disperazione. Questo perché, secondo i dettami del filosofo danese, esse sono giunte ad affinare il “salto”, il superamento dell’Aut-Aut, a realizzare per sé un approdo che preservi il diritto del singolo alla decisione, e contemporaneamente consenta il raggiungimento morale ed etico della felicità.

Nelle colonie di Taccole, a questo punto del nostro bird-watching escatologico, possiamo notare la differenziazione in due sottospecie: La Taccola Etica, e la Taccola Estetica.

La prima è più largamente diffusa: all’età di un anno, giunta alla maturazione sessuale, la Taccola etica si mette alla ricerca d’una compagna. Ma, fatto davvero sorprendente, i due innamorati resteranno per così dire fidanzati un altro anno prima dell’accoppiamento e della vita in comune, che durerà fino alla morte, riempiendosi di attenzioni e tenerezza reciproche. Questo atteggiamento, curioso e sorprendente in natura, sembra amplificato dall’habitat in cui la sottospecie è proliferata, ovvero nei boschi d’alto fusto del precedente kirkegaardiano con l’amata Regina Olsen; nelle cavità scaramantiche dei tronchi, usate per allontanare da sé il tragico dell’amore non realizzato; e ancora le rocce e rupi scoscese, dove è usa nidificare unendo tra loro rametti e le pagine del diario di un seduttore.

Segno di riconoscimento della Taccola Estetica è il fare solitario. Vive a margine delle comunità di Taccole, compiendo l’ideale estetico della non scelta, incapace di accettare il flusso vitale e l’amore quali possibilità d’evasione dall’angoscia di vivere, senza volerlo dar a vedere. Infatti è la Taccola Estetica che, volando di ramo in ramo, seduce la giovani uccellette e, non riuscendo ad amare in toto una di loro, se ne lega a più contemporaneamente. Si convince di possedere il sentimento di tutte, e non comprende il dramma della solitudine e dalla mancanza di fede che ne insufla l’esistenza.

È questo il caso celeberrimo di salto kirkegaardiano, in seno alla famiglia delle Taccole. Ancor oggi ricordato e la cui tradizione si rinnova nella trasmissione orale, nel canto asciutto di questi volatili, così poco adatto alla poesia, che pure si piega per necessità alla bellezza della narrazione.

 

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22 risposte a “Chiara Catapano: Ornitologia filosofica da banco con un Commento di Letizia Leone – Filosofia, poesia e ornitologia

  1. Per Chiara Catapano. posso, ancora una volta, rubare una frase con il mio retino? La frase è”il realismo dell’allodola è nutrito di visionarietà”.
    Potrebbe essere estesa a qualunque espressione artistica,anche non necessariamente poetica.Il compito dell’arte è (ed è sempre stato) quello di scoprire nella realtà lo splendore della visionarietà: che spesso si nasconde,ma, prima o poi,riesce sempre a squarciare le tenebre.

  2. Il lungo tragitto che si è rivelato una traversata nel deserto
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/14/chiara-catapano-ornitologia-filosofica-da-banco-con-un-commento-di-letizia-leone-filosofia-poesia-e-ornitologia/comment-page-1/#comment-35846
    con le parole di Chiara Catapano: «bird-watching escatologico». Queste brevi prose si cimentano sul limen che divide la poesia dalla prosa (un tempo si diceva d’arte, e si chiamava elzeviro). Anch’io 35 anni fa, anzi, anche prima, sono partito dalla prosa, da una prosa scarnificata per poter giungere ad una forma-poesia che sentissi mia… il fatto è che ci ho impiegato più di 35 anni in questo tragitto che si è poi rivelato una traversata nel deserto… nel deserto perché l’unica forma-poesia a cui potessi ormeggiare la mia ricerca era quella di Lavorare stanca (1936) di Pavese, ma in quell’opera Pavese aveva mostrato tutta l’insufficienza del linguaggio poetico italiano del primo novecento, ed io mi trovavo a dover affrontare difficoltà ancora maggiori per non poter contare su alcun retroterra stilistico che potesse fungere da corrimano della mia ricerca.
    Fu allora che maturai il segreto proposito di un Grande Progetto… che fuoriuscisse dagli schemi della poesia italiana che ritenevo asfittici e limitanti.
    E siamo giunti ai giorni nostri.

  3. Qui ci troviamo fuori da ogni intendimento con la poesia.E sarebbe anche bene per il lettore che legga queste proiezioni estetiche, svincolarsi da ogni pregiudizio.Personalmente definirei questi documenti della Catapano, mini-poemi, Illuminazioni alla Rimbaud, riquadrature alla Goya, con una idea regolatrice del ritmo e della prosa, a tutto vantaggio di una comunione con i riflessi del reale o dell’immaginario, dell’Estetica, con il mistero dell’Essere, tra Fede e Ragione, e via dicendo,senza alcuna avventura poetica, ma certamente di indagine psicosomatica.

  4. gino rago

    Sull’importante saggio-meditazioni di Chiara Catapano e sulla nota densa di dottrina di Letizia Leone che lo interpreta conto di fare più in là un ritorno.

    ———————————————————————–
    Dio chiede una recensione sulla sua creazione:
    botte e risposte Giorgio Linguaglossa- Mario Gabriele- Costantina Donatella Giancaspero-Gino Rago

    Giorgio Linguaglossa

    ho sognato che Dio mi chiedeva di scrivergli
    una recensione per la sua creazione…

    disse proprio così. inutilmente io mi schermii dicendo
    che non mi sentivo all’altezza…

    allora Dio si è rivolto a Gino Rago
    [del resto anche lui è un membro della nuova ontologia estetica]

    ma, sfortunatamente per il Signor Dio, anche Gino ha declinato l’invito
    con l’argomento che il Buio rotola alla velocità della luce

    e altre smargiassate che non vi sto qui a ridire,
    e allora quel manigoldo si è rivolto a Mario Gabriele

    dicendogli che lo avrebbe accolto nel regno dei cieli se…
    ma il risultato è stato che il poeta di Campobasso se l’è data a gambe.

    insomma, a farla breve, Dio ha dovuto rinunciare…
    e sì, e la «creazione» è rimasta senza alcuna recensione

    Costantina Donatella Giancaspero

    Caro Giorgio,
    due curiosità: 1. perché il Signor Dio non si è rivolto anche alle poetesse de L’Ombra delle Parole?, ovvero Anna Ventura, Letizia Leone, Chiara Catapano, Alejandra Alfaro Alfieri e, in ultimo, la sottoscritta… Forse il Signor Dio ha qualche problema con il sesso femminile?
    2. e perché il Signor Dio non si è rivolto al poeta, scrittore, critico letterario de L’Osservatore romano, Sabino Caronia, che avrebbe ben altri titoli per interloquire con l’Onnipotente?
    Resto in fiduciosa attesa di una tua risposta.
    Grazie!

    Giorgio Linguaglossa

    gentilissima Costantina,

    come tu sai la questione è nota e controversa, il Signor Dio
    ha delle reticenze ad interloquire con il sesso femminile

    e sì, per via della questione dello spirito santo che ingravidò
    la madonna e del Signor Paolo di Tarso (di quel figuro

    non dico altro), e del Concilio di Nicea e di quello di Trento
    i quali hanno statuito essere le femmine prive di anima

    e altre corbellerie che non sto qui a rammentare ai rispettabili
    e colti lettori dell’Ombra…

    fatto sta che il Signor Dio predilige avere a che fare con il sesso
    maschile e, caso bizzarro, proprio con gli esponenti della

    «nuova ontologia estetica», per quanto atei impenitenti
    e materialisti, tanto più benvisti in quanto tali…

    quanto poi al perché il Signor Dio abbia trascurato
    Sabino Caronia, già critico letterario dell’Osservatore

    romano e delle sue adiacenze, in possesso di ben altri
    titoli accademici e professionali, in fede, non saprei dire…

    Mario Gabriele

    E’ il massimo dell’ironia, Giorgio! Meno male che Dio ti è venuto in sogno! Ma se mi fosse apparso all’improvviso, se solo avesse rinunciato per un minuto alla sua Assenza, dicendo dall’alto dei cieli: IO SONO IL DIO DI TUTTI GLI ESSERI UMANI E DI TUTTE LE COSE DA ME CREATE, si sarebbe attivato di nuovo il mio COLON IRRITABILE, che ancora perdura nonostante prenda giornalmente KIJIMEA e PROLIFE. Non sto qui a fare pensieri metafisici e filosofici. Sarebbe troppo lungo il discorso e provocherebbe il risentimento di molti lettori che hanno un proprio CREDO.Ciò non toglie che io guardi il MONDO in tutta la sua meraviglia, rimanendone estasiato. Ciò che rovina tutto è la MORTE. Il FLOP DELL’UNIVERSO! Stando così le cose,era meglio se DIO avesse guardato da solo la sua CREAZIONE, così come si guarda LA FABBRICA DI MATTONI A TORTOSA, nel Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

    Gino Rago

    Dio chiede una recensione…

    il femminile di Dio [il suo lato destro]
    ha chiesto una recensione ai poeti della «nuova ontologia estetica».

    di certo le poetesse dell’ombra lo sanno che Dio è dappertutto,
    che rovista con garbo nella pattumiera

    Il maschile di Dio [ il Suo lato sinistro]
    frequenta le bische clandestine, i ricoveri

    aperti tutta la notte, staziona tra le vetrate,
    gli slums delle periferie [di Hopper].

    ci ha provato anche con Lucio Mayoor Tosi, Grieco-Rathgeb e Talia
    ma non gli hanno dato retta, [andavano di fretta]

    per una recensione sulla sua creazione
    perché i tre lasciano di sé frammenti dappertutto

    e cercano il tutto in ogni frammento,
    un seme di cocomero, un chiodo, un filo di spago.

    Dio si è rivolto ai cacciatori di immagini,
    perché i tre in poesia rapinano banche,

    la poesia è una rapina in banca: si entra, si spiana la rivoltella,
    si cattura l’ attenzione, si prendono i soldi e si scappa,

    si scompare, per poi ricomparire in altre banche.
    ebbene, questi versi annoiano Dio, l’Onnipotente

    non sopporta questi ladruncoli che giocano a fare
    scaccomatto.

    cicche e carte stracce sui marciapiedi,
    dalla tavola calda aperta tutta la notte odore di cipolle,

    Charles Simic si rivolge ai tre della «nuova ontologia estetica»:
    «voi tre, farabutti, vi riconosco, siete cacciatori di frodo».

    l’appendivestiti dà al cameriere la mancia,
    alla scarpa servono un piatto di caviale,

    la sedia sa dialogare con i clienti,
    diventa un tavolo e si prende in giro.

    un fiore nel vaso parla con lo specchio:
    «è perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti,
    faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

  5. Gino Rago:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/14/chiara-catapano-ornitologia-filosofica-da-banco-con-un-commento-di-letizia-leone-filosofia-poesia-e-ornitologia/comment-page-1/#comment-35852
    Un fiore nel vaso parla con lo specchio:
    «E’ perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti
    Faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

    Una mia poesia che improvviso qui

    gentile Signor Dio:

    Il volto di Gino Rago nella cornice di legno si stacca
    dal quadro e si rivolge al Signor Dio con queste parole:

    gentile Signore, la recensione l’ho messa nella valigia,
    stipata insieme alle mie cose, lì c’è mio figlio,

    le donne che ho amato, i vigliacchi, i codardi, i buttafuori,
    i giusti (pochi), gli stolti (molti), così, quando me ne andrò,

    se vorrai, potrai sbirciare nella valigia; sono sessant’anni
    che me la trascino dietro, è pesante, adesso

    sono davvero stanco…
    ma non ti assicuro nulla, potrai anche trovarci un foglio

    con delle scancellature e, se vorrai sapere cosa c’era scritto,
    dovrai aggirare la morte e richiamarmi in vita…

    in quel caso, te lo prometto, scriverò la rece che mi hai chiesto,
    ma non prima, non prima…

  6. un bandito si aggira per la Brianza

    un bandito si aggira per la Brianza,
    ha una valigetta 24 ore con all’interno banconote da 500 euro

    una Ferrari Rossa e una bionda platinata.
    siamo al Lido di Venezia: Grand’hotel, lampadari di Murano,

    tavolini in radica, cocottes, hostess di alto rango.
    questa volta il Signor Marsiglia punta al Ca’ Sagredo,

    hotel di lusso ospitato dal Palazzo Morosini sul Canal Grande.
    l’operazione però si è fermata per causa di forza maggiore,

    l’hotel veneziano è stato messo sotto sequestro
    su richiesta della procura di Monza che indaga su tale

    Giuseppe Malaspina, faccendiere di origine calabrese
    residente in Brianza, ormai brianzolo, finito agli arresti

    il 21 maggio scorso.
    e così il Signor Dio ha dovuto fare retromarcia.

    il pidocchio adesso ha adocchiato la valigetta 24 ore
    che mi porto sempre appresso piena di foglietti di poesie…

    ma quel manigoldo non sa che ho avuto a che fare
    con i birbanti per tutta la vita…

    non è facile farmela franca…

  7. Giuseppe Talia

    Ultimamente il caro Giorgio Linguaglossa mi ha definito un intellettuale piccolo borghese. Mi ha divertito molto la definizione, tanto da averla sposata e chiesto il passaporto. In questa mia piccola borghesità, in compagnia della macchina celibe di Duchamp e della macchina allegra di Deleuze- Guattari
    (ringrazio Agosto Eclissato), trovo questa ornitologia applicata alla filosofia di Chiara Catapano geniale e altissima.
    L’uccello di Minerva qui volta alto, nonostante il tramonto alle porte, nonostante “la belligeranza del tramonto” che è d’uopo quando una civiltà, raggiunto l’apice, declina inesorabilmente verso la rovina e successiva rinascita, come nella carta dei tarocchi: la Morte.
    Di essa rimarranno i fossili e i reperti.

    Vi sono così tante letture, trasversali, in questa scrittura “femmina”, perché per uno come me che crede che il “gender” non ha più motivo di esistere (anche se insiste), questa prova di Chiara è chiarissima e limpidissima: “I miei figli cresceranno sotto lo stesso tuo tetto”.

    La filosofia messa a nudo. Geniale.

    Le Traccole, mi ricordano il suono delle “trocche” strumenti fai-da- te che da bambino costruivo per la Pasqua. Villaggio profondo sud: kirkegaardiano, in seno alla famiglia delle Taccole.
    La piccola borghesia si alimenta di piccole-grandi memorie. Il resto è macchina.

  8. Giuseppe Talia

    Da aggiungere: La piccola borghesia si alimenta di piccole-grandi memorie. Il resto è macchina e/o citazionismo.

  9. Cari Lucio Mayoor Tosi e Giuseppe Talia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/14/chiara-catapano-ornitologia-filosofica-da-banco-con-un-commento-di-letizia-leone-filosofia-poesia-e-ornitologia/comment-page-1/#comment-35866
    io il fascismo l’ho vissuto sulla mia pelle. Quando ho fatto il direttore di carcere ho dovuto subire quattro procedimenti penali, quattro processi primo e secondo grado, perché un vecchio procuratore fascista voleva sbarazzarsi di un giovane direttore di carcere che voleva attuare la riforma penitenziaria… Miracolosamente me la sono cavata con quattro assoluzioni con formula piena. Poi ho sperimentato il piccolo e sordido fascismo dei piccoli intellettuali che fanno «poesia»: sono tutti piccoli borghesi ma nel senso deteriore, nel senso che sono portatori di una memoria storica dimezzata e dimidiata e sono portatori di un individualismo sfrenato e psicopatico. Io vedo questi piccoli borghesi (nella versione deteriore) oggi ai vertici delle istituzioni del paese, si trovano nel governo, nelle istituzioni, nel Parlamento, nelle case editrici che contano etc. poi c’è una sparutissima minoranza di persone (piccoli borghesi come me) che lottano perché in questo paese la dittatura democratica degli incolti e dei vigliacchi venga rovesciata… La lotta è impari. Noi siamo pochi, Loro sono molti. Ma forse l’importante non è vincere (non potremo mai vincere contro una marea sterminata di mediocri piccoli borghesi) ma farla la lotta, opporre una resistenza alla arroganza e al pressappochimso di quei soggetti incolti e arroganti.

    • La mentalità piccolo borghese induce a cercare favori e ad accodarsi dove conviene. Beato chi ce la fa ma poveri gli altri, se non sono di q

      • quella fatta. Le persone libere sono sempre state scomode. Ma spesso le persone scomode sono poco intelligenti. Non è da tutti sapersi mantenere liberi. E via dicendo, senza che si possa arrivare al fondo. Il fascismo non è sistema, è l’idea di qualcuno che si è fissata nel tempo. Sul sistema si può sempre intervenire.

        • caro Lucio,
          io ritengo che i bulli presto si svelano per quello che sono: prima Renzi che dal 40,8% è sceso al 18%, adesso questi bulli di periferia: Salvini e Di Maio, aspettiamo che combinino qualche disastro e saremo daccapo, gli italiani andranno alla ricerca di qualche altro bullo di provincia… un po’ quello che accade in poesia che pullula di bulli di provincia…

          • I bulli della politica arrivarono alla fine della prima Repubblica, dopo che molti furono arrestati per corruzione e quant’altro. Berlusconi e Renzi sono stati primi tra i bulli. Mia opinione è che, in mancanza di alternative credibili, sia ragionevole pensare a una forma di democrazia diretta; fermo restando il fatto che, senza crescita culturale e senza una informazione imparziale e credibile, ben difficilmente si riuscirà a migliorare qualcosa. Malgrado le tante promesse i partiti non sono mai stati tolti dalla RAI. Sul piano culturale si potrebbe cominciare da lì. E già pare che si stia facendo.
            Vorrei anche scusarmi con Talia: non so se lui sia davvero un piccolo borghese, è un ragazzo troppo sensibile…

  10. caro Gino Rago,

    M.ma Hanska mi ha inviato un sms dall’aldilà.
    mi scrive: «arrivederci Signor Linguaglossa, Herr Cogito

    si trova già qua; la aspettiamo, c’è una bella stanza ammobiliata
    che dà sul giardino, una veranda (ci sono ancora il geranio e il lillà)

    con una copia della Gioconda sulla parete del soggiorno»;
    davvero gentile M.me Hanska, ma io me ne sto di qua,

    nel retrobottega dell’essere, al sicuro per fortuna, dalle intemperie
    del destino (si dice così?).

    c’è dunque tempo per le improvvisate di quel figuro del Signor K.

  11. donatellacostantina

    Nel leggere le prose poetiche di Chiara Catapano, ho realmente udito il richiamo degli uccelli protagonisti e ho inteso la melodia e il ritmo del loro variegato linguaggio, intriso di intonazioni speculative. Ho potuto così godere di quell’«atto di meraviglia» definito da Einstein e citato qui da Letizia Leone, a conclusione della sua pregevole Introduzione.
    Nelle composizioni di Chiara, ogni uccello, secondo le caratteristiche della specie di appartenenza, si fa portatore di significato, anzi, di «sapienza», come scrive acutamente Letizia. E a noi lettori non resta che rimanere in muto ascolto, per poter cogliere ogni minima inflessione del canto di queste fragili creature, forti, però, del proprio tenace pensiero. Si stagliano poeticamente sullo sfondo sfumato della natura come in un dipinto ad acquerello, la tecnica pittorica che più di ogni altra può rappresentare limpidezza e trasparenza, assegnando loro dei significati che oltrepassino il dato visivo.

    Dipingere natura è mestiere antico dell’uomo quale osservatore attento del mondo che lo circonda, come sappiamo, fin dal Rinascimento. I pittori naturalisti hanno dipinto per desiderio di conoscenza e per far conoscere e comprendere agli altri il variegato e policromo universo della natura, anche se poi bisognerà aspettare il XVIII secolo perché la tecnica dell’acquerello possa essere riconosciuta e valorizzata, come ad esempio in Inghilterra, dove, tra il 1750 e il 1850, si assiste alla nascita del “The golden age of british watercolors”.

    Chiara Catapano impiega la poesia come fosse la tecnica sofisticata dell’acquerello, per rappresentare ogni sfumatura, trasparenza, limpidezza luminosa del pensiero speculativo «in sacrale sintonia con la natura» (Letizia Leone).
    Cari amici, a questo punto, non ci resta che leggere e tendere l’orecchio e la mente, «fermi, in attesa»… Perché:

    “Se starete fermi, in attesa, scoprirete che il mio cinguettio segue intorno alla vostra figura traiettorie precise, incidendo l’aria in un ipotetico quadrato di cui siete ontologico equilibrio.”

    L’allodola

  12. gino rago

    sms a Chiara Catapno, a Letizia Leone, a Giorgio Linguaglossa

    “Cara M.me Hanska,

    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,

    la copia della Gioconda e i lillà
    possono aspettare,

    non è ancora il momento
    per la Sua stanza ammobiliata,

    abbiamo altro da fare, per esempio
    ascoltare il canto degli uccelli

    di Chiara Catapano e il ronzio della Storia
    nella nota di Letizia Leone,

    la jeunesse dorée della Grecia e di Troia
    non facesse baccano,

    le teste calde di Achille, di Ettore e Patroclo
    ci hanno stufato,

    coprono il canto degli uccelli della Catapano
    e il corso della Storia nel pensiero della Leone.

    [ Anche gli dèi tengano il becco chiuso,
    se sono in paradiso è grazie alla poesia].

    Cara M.me Hanska,
    il poeta vede quello che la filosofia pensa”

    GR

    • Per Gino Rago (in haiku)

      Ripetizioni
      e anafore canta
      ogni allodola.

      Se non ha fame.
      L’hanno chiusa – per sempre?
      Eppure canta:

      il bel futuro,
      l’oro dei giocolieri
      e la scommessa.

      Cinque, cinguetta
      poi il sette, poi il cinque.
      Finché si stufa

      e vola via.
      – Regalo ai poeti
      l’austero nulla

      l’attesa vana,
      il filmato replay
      di quel che sarà.

      Cambia poesia
      ma il resto no, rimane.
      Come si spiega?

  13. Desidero ringraziare tutti per i nutriti, interessanti commenti a questi componimenti (prosa, poesia, poema… in effetti qui salta ogni definizione). In particolare Letizia Leone, dotata di una buona dose di visione-visionarietà, necessarie per affrontare il commento a questi testi.
    Come sono nati?
    In effetti, la mia naturale avversione per la filosofia dettata a scuola – quella delle verità acquisite anche quando vorrebbe tentare di aprire, anziché chiudere il discorso – m’ha spinta un giorno verso una direzione inattesa. E quando parlo di scuola, non mi riferisco ovviamente solo ai banchi di classe, ma a tutte le ristrettezze di pensiero speculativo, agli auto-inganni, che stendono velature su velature, quando pretenderebbero di svelare il foglio bianco.
    Dunque, un giorno con un manuale di ornitologia alla mano, mi sono accorta che l’averla sposava in modo esemplare (nelle sue caratteristiche fisiche, nonché in quelle più squisitamente di vita) una certa tal filosfia – come questa rieccheggiava nel suo conta, nei suoi movimenti, etc.
    Così, continuando a sfogliare il manuale, il bird-watching filosofico ha mostrato diverse sovapposizioni, intrecci, possibilità di compenetrazione tra due mondi apparentemente incomunicanti. Molto semplicemente dimostravo a me stessa che ogni cosa porta in sé la conoscenza. Ne può essere portatore inconscio, ma la realtà s’illumina in ogni manifestazione della vita è – permettetemi il gioco di parole – Vita.
    Così, felicemente, le parole della filosofia e quelle dell’ornitologia, in una sorta di comunione munifica, dentro un loro segreto comunicare di cui mi hanno fatto partecipe, si sono messe in moto, legando e slegando, producendo e disfacendo. Il lavoro è durato qualche giorno, fino a che i due mondi-linguaggi si sono salutati. Il lascito è il risultato che qui leggete.

    Grazie anche a Giorgio Linguaglossa, Mario Gabriele, Giuseppe Talia, Gino Rago, a Donatella Giancaspero, Anna Ventura ( e sì, “il realismo dell’allodola è nutrito di visionarietà” è il bacio sulla fronte di questi miei testi; verso bellissimo!).
    Letizia è entrata in questa materia che è un magma di tweet escatologici con la forza e la grazia della sapienzialità: osservatrice della parola nel suo involarsi, nel suo palpitare: ha colto particolari e li ha saputi rendere al lettore nella nota introduttiva; che è completa, e apre ampi spazi di lettura.

  14. gino rago

    Un pensiero semplice per Lucio Mayoor Tosi [e per tutti/tutte noi de L’Ombra].
    Pochi versi ma che, come ha saputo fare solamente Transtromer nella poesia europea degli ultimi 50 anni, cui accosterei soltanto Simic, come alto esempio di scrittura fondata sulla reductio – cara Chiara Catapano, fondata sulla…
    reductio…- sono in grado di aprire un nuovo accesso alla realtà:

    T. Transtromer
    Mistero per la strada

    «Si posò la luce del giorno sul viso di un uomo addormentato.
    Gli giunse un sogno più vivido
    ma non lo svegliò».

    GR

  15. In effetti Haiku è strofa, o verso. Ho ripetuto la forma per scherzo ed è stato come scrivere chiusi in uno stretto ascensore: fermo da mesi, anni. Decenni trattenuti, senza futuro. Né Dio né “baffone”. E non lo dico per me.

  16. Come è noto il novecento ha attraversato tutti processi e i componenti della rappresentazione e della sperimentazione: diffrazione, implosione, serializzazione dei linguaggi, demoltiplicazione, decostruzionismi, ritorni all’infanzia e al linguaggio pastorale, neo-orfismi… insomma, tutta una cultura della simulazione e della fascinazione ha trovato luogo ed è stata fagocitata dall’empiria… sfuggiva il senso, il senso in generale e il senso delle singole operazioni. Il fatto era che il senso non si può produrre, non è una fabbrica del con-senso. Non mi meraviglia quindi che una giovane autrice come Chiara Catapano rinvenga la ricchezza e la profondità di un linguaggio più antico, un linguaggio, vorrei dire, pre-moderno, oggettivo, distaccato, un linguaggio che fa dell’osservazione la sua priorità: il bird-watching filosofico.

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