Alfonso Berardinelli, Gli sforzi di Magrelli per convicersi di essere poeta – La sindrome Magrelli – Il caso Italia nella medietà della situazione culturale propugnata dalle grandi case editrici – Il degrado morale, politico e istituzionale della poesia italiana maggioritaria – Commento di Letizia Leone

 

[ qui sotto, Video dell’incontro dell’11 maggio 2018 con Valerio Magrelli e Franco Marcoaldi alla trasmissione televisiva Quante storie condotta da Corrado Augias su Rai3 alle 12.45 ]

https://www.raiplay.it/…/Quante-storie-62e55f25-48a4-4105-bdf6-dc…

Per chi volesse saperne di più:

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/09/27/poesie-scelte-di-valerio-magrelli-da-il-sangue-amaro-einaudi-2014-con-un-commento-di-giorgio-linguaglossa/

Complimenti a Giuseppe Talia per la lucidità e concretezza storica della sua invettiva. Il dibattito che ne è seguito è molto interessante e apre trasversalmente a molte importanti questioni estetiche, critiche, sociologiche e anche politiche se perseverare nel fare arte, cultura, poesia nell’attuale situazione di degrado e “ostracismo” non sia già implicitamente un grande “atto politico”. Purtroppo, il caso Magrelli è forse la conseguenza della sparizione della critica letteraria e della logica del consumo che orienta ormai completamente la produzione delle case editrici. Eppure nel coro cerimoniale degli incensamenti d’occasione ho trovato un’altra voce critica (oltre a Giorgio Linguaglossa) “molto critica” e ironica sull’ultimo libro di Magrelli , quella di Alfonso Berardinelli che posto qui di seguito.

https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/30/giuseppe-talia-lettera-aperta-a-corrado-augias-gentilissimo-corrado-augias-le-scrivo-riguardo-alla-trasmissione-di-quante-storie-su-rai3-andata-in-onda-giorno-11-maggio-2018-dal-titolo-s/comment-page-1/#comment-35442

(Letizia Leone)

Valerio Magrelli cover Sangue amaro

Alfonso Berardinelli, da Il Foglio 22/03/2014, 22 marzo 2014
TUTTI GLI SFORZI DI MAGRELLI PER CONVINCERSI DI ESSERE POETA

Preferisco essere truffato da un bottegaio che da un finto poeta. Per questo ogni dieci, quindici anni, non molto spesso e senza accanimento, sento il bisogno di dire qualcosa sul poeta Valerio Magrelli, che ci aiuta a capire la situazione della poesia, nonché della critica italiana e a me fa subito venire in mente il solito, abusato Karl Kraus, secondo il quale gli scrittori si dividono in due categorie: quelli che lo sono e quelli che non lo sono. Per legge di natura, la seconda categoria è prevalente, cresce e prospera, mentre scovare qualche esemplare della prima, quella dei poeti che lo sono, è un’impresa ardua e poco remunerativa: se lo fai, rischi di condannare una maggioranza e fai la figura del “rosicone” e del “malmostoso”, aggettivi che piacciono molto ai lodatori del “così è, così è bello” e a tutti coloro che, per dubbie ragioni, si sentono invidiabili. Dopo un silenzio di otto anni (segnalato in copertina), silenzio che vorrebbe far pensare alla ventennale afasia poetica di Paul Valéry, esce ora di Magrelli una nuova e accuratamente confezionata raccolta di poesie intitolata amaramente Il sangue amaro (Einaudi, 2014).

Magrelli non è uomo che ami attriti e conflitti, si tiene reticente e prudente ed evita finché può le fonti di amarezza e tutto ciò che lo può danneggiare. Dato che è (come è) il più abile e laborioso promotore di se stesso che si incontri oggi nella poesia italiana, mestiere nel quale si è lasciato indietro chiunque altro, perfino Maurizio Cucchi, ormai quasi dimenticato, Magrelli dovrebbe rivelarci in questo libro che cosa lo affligge e lo amareggia. No, la ragione, letto il libro, resta oscura. Al posto di ragione e senso, c’è in Magrelli un incolmabile vacuum. Ma se la causa appare oscura, chiari e visibili sono gli effetti. Si vede che Magrelli ha una gran paura di non esserci, di non consistere, e cerca di rimediare intensificando le dediche, le epigrafi, i riferimenti, le allusioni, gli appigli, gli agganci, i salvagente. In questo libro il salvagente più esibito sembrerebbe niente di meno che il Kierkegaard di Timore e tremore (debitamente segnalato in quarta di copertina).

Valerio Magrelli Sangue amaro

Già. Magrelli teme e trema e va in cura dal Socrate di Copenaghen. Avendo sempre avuto l’epigrafe facile e comoda (cita ma non sembra aver letto) Magrelli allunga le mani su tutti gli autori di prestigio, quelli che al momento fanno chic, creano consenso, circolano nell’ambiente. Vent’anni fa osò prendere epigrafi da Simone Weil e da Auden per mettere in salvo un paio di poesiole che un autore dotato di pudore avrebbe fatto sparire nel cestino. Per , diavolo!, su quei versicoli da niente c’erano i nomi di Simone Weil e di Auden e quindi (si era detto l’autore) sono al sicuro: chi mi legge penserà che sto pensando ai massimi livelli, penserà di aver letto qualcosa che in qualche modo avrà a che fare con due degli autori più intelligenti del Novecento. Magrelli gioca e punta infatti a fare il poeta intelligente, il poeta di pensiero. Sulle scatolette verbali che ci offre ci sono le etichette con tanto di nomi-garanzia. Per dentro il pensiero non c’è. Dunque, dov’è il Kierkegaard annunciato in copertina? Cerchiamo Kierkegaard… Le dediche e le evocazioni a vuoto arrivano subito.

La prima poesia si mette sotto l’ombrello di Watteau. La seconda è dedicata a Pagliarani. La terza di dediche ne ha due, a Sanguineti e a Cortellessa. La quarta nomina ripetutamente, in anafora, Schwitters. La quinta fa il nome di Beuys. Seguono due dediche a Pino Varchetta e a Stefano (Giovanardi). E così si chiude la prima sessione. Con la seconda sezione, subito due epigrafi, una da Chateaubriand (che fu rilanciato da Garboli) e una da Montaigne (tutta la città ne parla). Si affaccia un Babbo Natale che qui è definito “gnostico”, come Ceronetti, Calasso e dintorni (farseli amici aiuta). Si notano alcune litanie in rima. Tornano anche, come di dovere, Gesù e Dio. Ne parlano tutti, la chiesa ha ipnotizzato i laici, Papa Bergoglio ha fatto sembrare l’ateo Scalfari un povero ingenuo pieno di pretese. Subito dopo si fa il nome di Gutenberg (il precursore di Steve Jobs!) con un’epigrafe assurda dall’assurdo Jarry.

Valerio Magrelli_2

Le rime ora abbondano. Magrelli ha scoperto il verso regolare e la rima, e si mostra artifex. Una di queste rime sembra anzi un lapsus di quelli che pugnalano alle spalle e dicono tutto del nostro poeta: la parola “poesia” viene fatta rimare con la parola “burocrazia”. E dunque, almeno su se stesso, qui Magrelli dice la pura verità. Ma ecco la terza sezione. Il suo titolo suona impudicamente “Timore e tremore” come quello di Kierkegaard (più avanti si parlerà di “tremarella”). Dunque siamo arrivati al filosofo usato per tenere in piedi il libro come libro di pensiero. Ma Kierkegaard non basta ancora all’autore, che aggiunge due epigrafi sulla paura, una di Kafka e una di Hrabal.

La paura, il timore, il tremore. Le muse di Magrelli? Ma paura di che? Paura di non esserci, sempre quella? Paura del (proprio) vuoto che si fa minaccioso come mai prima? Questo vuoto va riempito e tutto va bene. È citato l’immancabile “spread” ma poi arriva un’altra rivelazione: a Magrelli viene in mente di fare un po’ à la manière de Patrizia Cavalli e nomina una dea. Ma quale? La dea “dell’Assenza e del Vuoto”. Dov’è finito Kierkegaard? Magrelli lo ha citato e la cosa finisce lì. Quarta sezione, altre due epigrafi: Agostino (che io chiamo sant’Agostino) e naturalmente Zanzotto, che va sempre bene. Perché sprecarsi a citare, non so, Giudici o Sereni? Titolo della sezione: “La lettura è crudele”. Cioè? Io credo che qui Magrelli abbia nominato la cosa di cui ha più paura. Per un poeta che non c’è, la lettura di qualcuno è un rischio, una minaccia, una vera crudeltà. Se qualcuno davvero leggesse, capirebbe crudelmente con che cosa ha a che fare: con il nome di qualcosa in assenza della cosa.

Valerio Magrelli_3

Vado avanti. Dopo qualche dubitosa moina, risulta che l’autore non sa perché scrive (come se qualche poeta l’avesse mai saputo). C’è una poesia dedicata a Henri Beyle, in arte Stendhal (stare in buona compagnia facendo nomi, costa poco). Un’altra poesia reca un’epigrafe da Wallace Stevens (Nadia Fusini lo stava traducendo per Adelphi, bel colpo). Un discreto sonetto è dedicato a John Donne, come dire: anche io, Magrelli, in fondo sono, come lui, un poeta metafisico che mette insieme le idee e la materia, come dimostra, ricordate?, quel mio titolo: “Nel condominio di carne” (un po’ ripugnante, no?).

C’è una lunga poesia sul rumore che fa l’asciugacapelli. Un’altra parla di “milioni di sinapsi” che lo scrittore non sa con quali pensieri nutrire (è proprio così: con quali pensieri?). C’è una poesia dedicata a Roland Barthes in cui si dice che la musica è “il Sempre-uguale” mentre (come sappiamo tutti) è vero il contrario. Poi arriva Tot , poi i giovani senza lavoro, poi la Thyssen con epigrafe da Tucidide, poi arriva Platone, poi, poi… Non se ne può più. Come in altri più drammatici casi, il problema non è Magrelli ma chi ci crede. E’ chi lo studia ma non lo legge (si usa). Io non vedo un poeta, vedo gli sforzi di Magrelli per convincersi, per convincere di esserlo. Il risultato, benché minimale, è per lui fondamentale, è la scritta che compare accanto alle sue foto: Valerio Magrelli, poeta. Essere nominalmente poeta, questo vuole e questo gli basta. Per questo, ha la passione dei nomi, e basta.

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6 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, Senza categoria

6 risposte a “Alfonso Berardinelli, Gli sforzi di Magrelli per convicersi di essere poeta – La sindrome Magrelli – Il caso Italia nella medietà della situazione culturale propugnata dalle grandi case editrici – Il degrado morale, politico e istituzionale della poesia italiana maggioritaria – Commento di Letizia Leone

  1. Posto qui, di nuovo, alcuni commenti inseriti il 7 ottobre 2014 perché la loro attualità mi sembra ineccepibile. Siamo arrivati al degrado del paese con la salita a Palazzo Chigi di due partiti populisti e sovranisti e razzisti, questo degrado è anche il prodotto del degrado intellettuale degli intellettuali italiani tutti, nessuno escluso. Anche fare pessima poesia o poesia mass-mediale come quella che si fa oggi in Italia presso i grandi editori, è rendere un pessimo servizio al paese. Ma noi abbiamo il dovere di fare argine dinanzi a questo degrado delle idee, di non accettare il degrado, di reagire in qualche modo e nei limiti delle nostre possibilità.
    Tempo fa ho ricevuto alla mia email il commento di un autore noto che diceva di essere d’accordo con le nostre posizioni sulla poesia di Magrelli. Penso che ormai si dice in privato quello che non conviene affermare in pubblico. Ecco, questa dicotomia tra pensieri pubblici e pensieri privati è l’aspetto più allarmante e ripugnante che denuncia il degrado dei costumi degli italiani, quegli italiani che in cuor loro sanno benissimo che le promesse di regalie fatte in campagna elettorale non potranno mai essere realizzate, epperò gli italiani hanno votato egualmente chi declarava tali proposte inattuabili. Ecco, in questo punto c’è una zona d’ombra che varrebbe la pena di rischiarare… In fin dei conti il magrellismo è da studiare come un fenomeno sociale… lì può fornire indicazioni utili…

    7 ottobre 2014 alle 19:02

    Caro Alfredo De Palchi,
    Rendo omaggio al grande poeta Alfredo De Palchi, alla tua nota generosità e prendo atto della tua tesi in favore della poesia di Magrelli, ma non posso non dissentire dalle tue argomentazioni. Per quanto riguarda «la vetriolica atmosfera del blog» nei riguardi della poesia di Valerio Magrelli, questo convalida il fatto che ormai il blog è rimasto l’unico avamposto del pensiero libero in Italia. Il blog è libero, chiunque può inserire i propri commenti (purché non offensivi) con piena libertà di esporre le proprie tesi nel modo ritenuto più idoneo. Non c’è nessun controllo, né preventivo né successivo, e questo credo è un fatto che tutti possono verificare. Al contrario, scorrendo nei vari blog le recensioni al libro di Magrelli, ho notato un coro unanime di lodi sperticate come se fossimo davanti al capolavoro della poesia della Terza Repubblica. Purtroppo la verità è un’altra: è un libro della vecchia republica, certo è scritto da un professionista della scrittura, uno scrittore che sa scrivere. Però va anche detto che si tratta di una scrittura facile.

    Innanzitutto, potremmo togliere tutti gli a-capo delle sue poesie e ne verrebbero fuori dei testi forse addirittura migliori. Cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che è una scrittura in prosa con degli a-capo. Dirò di più: non è poesia ma finta-poesia; è prosa travestita da poesia. Ormai ho un occhio e un orecchio troppo smaliziato per non accorgermi di questi trucchi. Ma dirò di più, la poesia di “Il sangue amaro” pesca nella superficie dei luoghi comuni che tutti frequentiamo: il padre che ha avuto una vita difficile, il figlio, il seno rifatto di Nicole Minetti, la fobia per il “sesso”, “le gocce” prese per profilassi etc. Troppo facile direi. Si può fare questo tipo di poesia all’infinito, è una procedura serializzata che serializza i luoghi comuni alla maniera che tutti li possano condividere.
    Dal punto di vista sociologico ritengo che la poesia di Magrelli sia lo specchio fedele dell’Italia di oggi, con le sue miserie, le sue meschinità, i suoi egoismi, i suoi piccoli e vanitosi narcisismi, gli esibizionismi dell’io esposti in bacheca, etc. Specchio e nulla di più. Per di più espresso con un linguaggio in prosa arricchito di calembours e qua e là con giochi di parole. Non mi sembra il caso di gridare al capolavoro, anzi, mi sembra un lavoro stanco, noioso, ripetitivo.

    La poesia di Magrelli è lo specchio e, al tempo stesso, un tassello, della mediocrità generalizzata del nostro Paese, delle mancate riforme non fatte negli ultimi 30 anni. In questi ultimi 30 anni il Paese è andato indietro in tutti i campi, non si è investito nella ricerca, non si è investito sulla scuola, le università sono dei Palazzi d’inverno dove regna il rigore del grigio. La politica è rimasta ferma a difendere gli interessi della classe politica. Così il Paese è rimasto fermo durante 30 inverni. L’omologia e il conformismo culturale che hanno invaso il nostro Paese li ritroviamo tali e quali nella poesia de “Il sangue amaro”, senza alcuna distinzione, direi che questo è il fatto grave che emerge dalla lettura di questo libro. La poesia di Magrelli è appena un tassello della medietà generalizzata del sistema Paese e della sua incapacità a rinnovarsi e di ritrovarsi. Ecco altre due poesie del libro:

    Le nozze chimiche

    Queste che prendo gocce
    con tanta religiosa compunzione
    sono i miei testimoni
    per le nozze col mondo.

    Soltanto grazie a loro posso stringere
    un patto d’amore col mondo,
    perché solo con loro reggo l’urto
    della sua illimitata ostilità.

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Sul circuito sanguigno

    È come nel sistema circolatorio:
    il sangue è sempre lo stesso,
    ma prima va, poi viene.

    Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
    la vena che riporta
    il dono delle arterie alla partenza.

    Da notare il patetico dell’ultima strofa della prima poesia, dove si accenna alla morte del “padre” perché non aveva “l’elmo fatato” che avrebbe potuto proteggerlo. Ma, caro Magrelli, gli elmi fatati esistono solo nelle fiabe! (anche mio padre è morto “sotto i colpi del mondo” dopo una vita di duro lavoro; anche altri mille migliaia di padri di altre persone sono morte “sotto i duri colpi del mondo! perché non avevano “l’elmo fatato”). Mi fermo qui. Non posso fare a meno però di sottolineare l’intreccio di patetismo e di buonismo di questo finale che vorrebbe astutamente intenerire il lettore per adescarlo nel dramma tutto intimo familistico dell’autore, ma in realtà posticcio. Beh, direi troppo facile, no?, troppo corrivo e scontato:

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Ma arriviamo al “capolavoro” del libro, la poesia sulla figura di Nicole Minetti:

    L’igienista mentale:
    divertimento alla maniera di Orlan

    La Minetti platonica avanza sulla scena
    composto di carbonio, rossetto, silicone.
    Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
    io sublunare, arreso alla dominazione

    di un astro irresistibile, centro di gravità
    che mi attira, me vittima, come vittima arresa
    alla straziante presa della cattività,
    perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

    fra le mani del boia prima della caduta,
    ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
    tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
    irreale invenzione di chirurgia, ideale

    sogno di forma pura, angelico complesso
    di sesso sesso sesso sesso sesso.

    Cari amici lettori: una serie di luoghi comuni elencati ad effetto, uno dopo l’altro, senza tema di apparire, quanto meno fuori luogo o sopra le righe, una ironia scontata applicata ad un personaggio dei media fin troppo facile da colpire e, infine, il finale sessuofobico nei confronti della bellezza (se pur corretta dal bisturi) femminile. Anche qui, un finale facile per accalappiare il consenso del lettore sessuofobico e conformista. Mi sembra davvero troppo (mi correggo, troppo poco) per incoronare Magrelli come il più grande poeta degli ultimi trent’anni.

    Valerio Magrelli è nato a Roma, dove vive, nel 1957. È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Cassino. Tra i suoi lavori critici Profilo del Dada (Lucarini 1990; Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002; l’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Collabora a «la Repubblica». Il suo primo libro di poesia, Ora serrata retinæ, esce da Feltrinelli nel 1980 (ed è raccolto, insieme ai successivi Nature e venature dell’87 ed Esercizi di tiptologia del ’92, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996); gli ultimi – Didascalie per la lettura di un giornale del ’99, Disturbi del sistema binario del 2006 e Il sangue amaro del 2014 – sono usciti da Einaudi. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Al suo attivo anche quattro libri di prose: Nel condominio di carne (Einaudi Stile Libero 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno («Contromano» Laterza 2009), Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (Einaudi 2013; Premio «Stephen Dedalus», Premio Bagutta, Premio SuperMondello, finalista al Premio Campiello). Tra gli altri libri, Che cos’è la poesia? (Sossella 2005, libro e cd; Giunti 2014), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica («fuoriformato» Le Lettere 2010, prefazione di Guido Barbieri, postfazione di Gabriele Pedullà), il pamphlet politico in forma teatrale Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi 2011) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza 2012).

    Giuseppe Panetta
    7 ottobre 2014 alle 19:46

    Caro Giorgio, quello che hai appena scritto sulla poesia di Magrelli è il miglior commento critico tra quelli postati fino ad ora, unisce perfettamente elogiatori e detrattori.
    Ritieni bene quando scrivi che la poesia di Magrelli è lo Specchio fedele dell’Italia di oggi, ed il merito di questa sua operazione sta in questo riflettere attraverso la pochezza del conformismo di superficie che i testi vogliono comunicare. Credo proprio che questo era l’intento di Magrelli, non potrei pensare diversamente, altrimenti dovrei dire che qualcosa nella sua grande professionalità di scrittore si è perso strada facendo. Magrelli registra l’oggi, con degli a-capo, sì, vero, in alcuni casi, come fanno alcuni dei nuovi autori, “arrabbiati” e “non arrabbiati”, potrei fare molti esempi degli a-capo di scrittori presentati in queste pagine, e dico Anna Ventura, per esempio in “Vergine di Norimberga”, che ho apprezzato tanto.
    Poi possiamo pure continuare a scrivere in perfetti endecasillabi di Proserpina, di Odisseo, dei misteri Eleusini, di Federico II senza che rimanga nulla attaccato alla ragnatela delle emozioni.
    Io dico: Oggi e non Ieri, e se vogliamo parlare di Ieri allora attualizziamolo almeno nell’oggi, compresa la lingua, chiara e diretta.

    Alfredo de Palchi
    9 ottobre 2014 alle 1:13

    Caro Giorgio,
    la notizia è credibile, perché il grande cesso editoriale in Italia è controllato da capi da galera criminale. Se il documento d’interdizione è legale, la persona che ti intimò di stare zitto truffa la tua legalità di parlare e di denunciare. Il truffatore è lui, non tu, autore. Parla, pubblica il documento, e denuncia; sbandierare nome e cognome del firmatario è giustizia.
    Io avrei agito con tanto di avvocato il giorno dopo aver ricevuto il documento. Auguri.

    giorgio linguaglossa
    9 ottobre 2014 alle 10:57

    Caro Alfredo
    il fatto grave è che la notizia che ho dato del “controllo preventivo” o, come la vogliamo chiamare, della “censura” non riguarda solo lo scrivente ma (almeno) una dozzina di altri autori; costoro non devono apparire a tutti i costi in collane di editori a diffusione nazionale.

    Il fatto grave è che la notizia che io ho reso di dominio pubblico non sollevi nessuna o quasi stigmatizzazione, significa che ormai in Italia si è instaurata da tempo una cortina di ferro, un sistema generalizzato del silenzio, una tolleranza che è acquiescenza, servilismo verso i potenti.
    E poi la crisi economica che ha investito anche il mercato editoriale, ha ristretto la “torta”, e quindi gli editori si sono visti costretti a diminuire il numero di fettine di “torta” per ciascun elemento delle proprie scuderie, di conseguenza la conventio ad escludendum è diventata più inflessibile. In più, dobbiamo anche mettere nel conto la pochezza intellettuale dei funzionari apicali del mondo dell’editoria sostituiti dai manager letterari e da una schiera di chierici lettori di poesia e di prosa di scarsissimo valore.
    I poeti italiani pubblicati da Einaudi, Mondadori e Garzanti sanno come stanno le cose (se non lo sanno intuiscono perfettamente quali sono gli equilibri e i limiti che non devono oltrepassare), ma non possono che tacere (ammesso e non concesso che vogliano parlare) se non vogliono perdere i privilegi acquisiti (giacché la pubblicazione nel mercato del lavoro editoriale è considerata come un premio ai sodali).

    Infine, c’è una cortina di servilismo intellettuale generalizzato da parte di una sterminata marea di apprendisti stregoni.

  2. gino rago

    Complimenti a Letizia Leone, a Giuseppe Panetta-Talia, a Giorgio Linguaglossa, ad Alfredo De Palchi e ad Alfonso Berardinelli il quale, in appena 10 righe, ha disintegrato più di una esperienza [pseudoesperienza] poetica. Anche per questo stiamo da tempo guardando altrove alla ricerca di poesia.
    Condivido ‘Autonomia’ di W. S., fra le poesie preferite di C. Milosz […La poesia “Autonomia” inizia con ‘In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due’ ed è la rivendicazione del privilegio umano di creare l’arte malgrado e contro la morte] come egli medesimo ebbe maniera di scrivere nel saggio dedicato alla Szymborska “Non l’avevo forse detto?”

    Wislawa Szymborska
    Autotomia

    In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:
    dà un sé in pasto al mondo,
    e con l’altro fugge.

    Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,
    in ammenda e premio, in ciò che è stato
    e ciò che sarà.

    Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
    con due sponde subito estranee.

    Su una la morte, sull’altra la vita.
    Qui la disperazione, là la fiducia.

    Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
    Se c’è una giustizia, eccola.

    Morire quanto è necessario, senza eccedere.
    Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

    Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
    Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
    In corpo e poesia.

    Da un lato la gola, il riso dell’altro,
    un riso leggero, di già soffocato.

    Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
    tre piccole parole soltanto, le piume d’un volo.

    L’abisso non ci divide.
    L’abisso circonda.
    ———————————————
    GR

  3. gino rago

    Ho reso la poesia della Szymborska [per ora non conosco precisamente il traduttore o la traduttrice, ma penso che il lavoro di traduzione possa essere attribuito a Pietro Marchesani] prevalentemente in distici,forte della lezione di resa estetica in questa forma scaturita dal dibattito su ‘ Il Signor Posterius’, di Giorgio Linguaglossa, di qualche giornata addietro.
    GR

  4. Propongo qui una classica poesia elegiaca di Iosif Brodskij, del 1989, una elegia in forma di lettera rammemorante come accade di frequente nella elegia. Non a caso Brodskij ha suddiviso la poesia in piccole strofe in modo da dare e sottolineare quei salti, spaziali e temporali, che caratterizzano l’andamento dell’elegia. Il ricordo di una donna amata che non c’è più. E i segni del tempo che tutto scolora e cancella. Degne di nota sono le metafore e le catacresi in forma di similitudini che il poeta russo impiega spesso (come un ventaglio cinese – pianoforte scoperchiato – il tempo si scoprirà senza diritti), un modo per sottolineare i punti di svolta della poesia, i giri di boa, sono infatti le pietre miliari di una strada, la strada dell’elegia.
    Nella nuova ontologia estetica invece l’elegia è bandita e la suddivisione in strofe è un espediente per sottolineare l’estraneazione e la disappartenenza dei singoli versi o delle singole strofe tra di loro. In proposito la poesia di Mario Gabriele ne è un esempio lampante. Buona lettura.

    Iosif Brodskij
    a M. B.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/04/alfonso-berardinelli-gli-sforzi-di-magrelli-per-convicersi-di-essere-poeta-la-sindrome-magrelli-il-caso-italia-nella-medieta-della-situazione-culturale-propugnata-dalle-grandi-case-editrici-il/comment-page-1/#comment-35482
    Cara, oggi sono uscito di casa tardi nella serata
    per prendere una boccata d’aria fresca dell’oceano
    Il tramonto sulla piccionaia si spegneva come un ventaglio cinese
    e una nuvola a turbine s’alzava come un pianoforte scoperchiato.

    Un quarto di secolo fa prediligevi i datteri e il kebab,
    disegnavi a china sul bloc-notes, un po’ cantavi,
    con me te la spassavi; ma poi con un chimico-ingegnere
    sei finita e, stando alle lettere, ti sei mostruosamente istupidita.

    Adesso ti si vede, in chiese di provincia e della capitale,
    ai funerali di comuni amici, evento dal ritmo ormai seriale;
    sono felice che al mondo esistano distanze
    più inconcepibili di quella che oggi ci divide.

    Non travisarmi: non c’è più alcun legame col tuo nome,
    il tuo corpo, la tua voce. Nessuno li ha annientati,
    ma per dimenticare un’esistenza ne serve quanto meno
    ancora un’altra. E io la mia parte l’ho vissuta.

    Anche tu fortunata: dove ancora, eccetto forse in fotografia,
    resterai per sempre senza rughe, giovane, allegra, pronta all’irrisione?

    Perché, urtando contro la memoria, il tempo si scoprirà senza diritti.
    Bassa marea. Io fumo al buio e inalo la putredine dell’aria.

    (1989)

    da Così via, Adelphi, 2017, trad. di Matteo Campagnoli e Anna Raffetto

  5. Giuseppe Talia

    Falso occhio mobile,
    Mento pelato,
    Lingua di vipera
    Cor di castrato,
    Branche policrome,
    Bisunto saio,
    Maiuscolissimo
    Cappello a staio.
    Ecco l’immagine
    Del vil Tartufo
    Che l’uman genere
    E il cielo ha stufo.

    Bisognerebbe rileggere Fogazzaro.

  6. Giuseppe Talia

    A Giorgio Linguaglossa

    Mi conoscono.
    Mi temono.
    Sanno che non potranno mai
    nominarmi.
    Il mio nome, mai!

    GT

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