Dialogo e poesie sul concetto di nuovo in arte, di disfania e sulla nuova poesia – Poesie di Mario Gabriele, Carlo Livia, Francesca Dono, Donatella Costantina Giancaspero, Anna Ventura, Gino Rago, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, e Due brani musicali di Pierre Schaeffer

Gif maniglia

Tornarono i rifugiati dell’aldilà

Mario M. Gabriele

 Introduco un mio testo inedito da Registro di bordo, facendolo confluire nel discorso critico di Giorgio Linguaglossa. Spero che altri poeti facciano altrettanto presentando poesie attinenti alla NOE. Qui farebbe bella figura il testo di Lucio Tosi: se non ricordo male “due simil gatti”.

Una sartoria dalle grandi firme.
-Meglio una tuta blu- dicevi,
-che un vestito da playboy-.
Nel bagaglio della Fusstemberg
c’erano piante del Guatemala,
orchidee selvagge, primeroses.

Tornarono i rifugiati dell’aldilà.
Maxwell ha tenuto una lezione
nella Socialist House.
Jukebox all’idrogeno mi fa star bene
come Woodstock ai ragazzi nel 69.

Due Gendarmi cercavano David
per un viaggio a Dachau.
E’ tutto quello che ricordo dell’infanzia,
profumo hashish e di castagnole.

Nella tua mano ho letto la linea della vita.
Se non ci saranno sorprese
dovresti farcela contro le fratture
e le linfoadenomegalie.

Stilford gestisce due cafesterias.
Ha bisogno di un cassiere durante il giorno.
Sarebbe un’occasione, William,
per finire con questa povertà che ti affligge tutto l’anno .
L’unico amico, veramente discreto, è stato Salomon
con le sue letture afroamericane.

Karl Randolph ha fotografato sandali e visi per un album privè.
Sei tornata da Guadalupe ma senza il coro degli angeli.
Qui le stelle sono sparite. Riappaiono a Londonderry
dove una blues singer se la cava cantando Summertime.

Gif La noia

un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore

Giorgio Linguaglossa  

Sulla categoria del «nuovo» in arte

A proposito del concetto di «innovazione» quale componente decisiva di un’opera letteraria, cito un brano di Robert Weidman in Teoria della ricezione (Einaudi, 1989 p. 99):

«L’innovazione a qualsiasi costo produce una cattiva poetica e una storia della letteratura ancora peggiore. L’estetica della ricezione, che fa propria l’idea formalistica di evoluzione letteraria, critica, è vero, la pura “canonizzazione del mutamento”, perché la “variazione estetica” non basta di per se a spiegare lo sviluppo della letteratura, dato che “l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”.L’innovazione andrebbe compresa come una categoria storica, e non solo estetica. Di qui nasce inevitabilmente la domanda volta a investigare “quali siano in realtà i fattori storici che rendano veramente nuovo ciò che è nuovo di un fenomeno letterario”.
Questa domanda in merito al rapporto fra l’evoluzione letteraria e il mutamento sociale supera in un punto decisivo l’ottica astorica dei formalisti, ma non supera, tuttavia, il principio modernistico dell’innovazione oggettiva e assoluta».

Siamo arrivati al punto:

Il «nuovo» è una categoria storica, non estetica, scrive Weidman. Il «nuovo» è una necessità quando la conservazione diventa immobilismo… le forme estetiche sono forme storiche; le forme estetiche pubblicitarie e autoreferenziali fanno parte integrante della pubblicità… un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore. Tanta parte della «poesia» contemporanea è scrittura priva anche della cognizione della conservazione delle forme estetiche e storiche (che pure avrebbe una sua funzione, cioè quella di conservare qualcosa in frigorifero). La poesia squisitamente «narrativa» che oggi si scrive è, rigorosamente parlando, una para scrittura, una scrittura endofasica, una scrittura mimetica di se stessa; voglio dire una cosa semplice: oggi tutti scrivono allo stesso modo con una scrittura senza stile, e una scrittura senza stile non è neanche scrittura letteraria ma para scrittura.

Credo che una scrittura alla maniera della nuova ontologia estetica la si possa riconoscere subito per certe caratteristiche che non sono imitabili o esportabili, caratteristiche che ciascuno può sviluppare secondo la propria sensibilità artistica e secondo la propria inclinazione. In tal senso non è e non può essere una scuola ma una officina…

Ad esempio, il concetto di «disfania» poetica (ma si può utilizzare anche in altri campi dell’esperienza artistica: musicale, figurativa, etc.) è tale in sé da essere un concetto rivoluzionario che offre grandi possibilità di sviluppo stilistico a chi è in grado di capirne le ragioni storiche ed estetiche. La «disfania» è, a mio modesto avviso, un concetto storico e antropologico prima ancora che estetico…

Per esempio, nella poesia di Mario Gabriele è agevole intuire la presenza della «disfania» tra una immagine e l’altra; la «disfania» è quella irregolarità, quella differenza, quel non combaciare di una tessera con l’altra, di una icona con l’altra che crea attrito, ma non semantico quanto iconico, uno sfrigolio delle immagini, un inceppamento continuo della sintassi. Il risultato è un andamento zoppicante, a singhiozzo, un andamento obtorto collo… Oltre alla «disfania» nelle poesie di Mario Gabriele si può rinvenire anche una «disfasia», una non-coincidenza di due fasi e di due polinomi frastici…

Però è anche vero che una «poesia» che non contenga un quid di innovazione è non-poesia.

Gino Rago  

Su invito del nostro Giorgio Linguaglossa con-divido l’essenza del mio estemporaneo intervento al Caffè Letterario “Il Mangiaparole”
Roma, 18 maggio 2018

[è un omaggio anche all’ottima intervista di Mario Gabriele a Giorgio Linguaglossa per i significativi nodi poetici che intervistato e intervistatore provano a sciogliere]


Mauro Limiti e Il Mangiaparole, ovvero «La strategia del colibrì»

In un giorno qualsiasi di un anno qualunque, forse per un eccesso di calura o forse per il gesto criminale di un piromane, nella foresta d’Africa scoppia un incendio, così, all’improvviso.

Tutti gli abitanti del villaggio cercano la salvezza verso il fiume. Così fanno anche tutti gli animali,
terrorizzati come non mai prima, con alla testa proprio colui che si fregia del titolo di “Re”, di “Re della Foresta”, che senza vergogna capeggia il frenetico esodo verso il vicino fiume, il Re per primo preso dal panico all’idea di morire arrostito tra le fiamme.

Soltanto un colibrì non cede alla paura e anziché fuggire come tutti gli altri dalle fiamme,
con una goccia d’acqua nel suo becco penetra nella foresta, vola sulla fitta vegetazione divorata dal fuoco improvviso con l’appassionato intento di spegnere le fiamme che divampano.
E fa la spola volando tra la foresta e il fiume ma sempre con una goccia d’acqua nel suo becco.

Il Re della foresta, che di lontano segue la scena, con un misto di baldanza, sarcasmo e derisione si rivolge al colibrì:«Ma sei matto, ma cosa credi di fare, non vedi che tutta la foresta sta bruciando?»

E il colibrì, volando a becco vuoto verso il fiume da cui succhiare un’altra goccia d’acqua, senza scomporsi risponde al Re leone:
«Mentre tutti fuggono io faccio la mia parte».

Riuscirà davvero il colibrì a spegnere a goccia a goccia il fuoco nella foresta?
Importa davvero saperlo o è ben più importante che il colibrì creda nel buon esito della sua impresa?

Ecco la «strategia del colibrì», tanto semplice quanto contagiosa: basta che tutti siamo disponibili a “fare la nostra parte”, a dare il nostro ancorché modesto apporto per rendere il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Ma il vero nucleo della metafora del colibrì che a goccia a goccia corre verso la foresta in fiamme per spegnere l’incendio è che non ci facciamo scoraggiare da coloro che già in partenza si dichiarano sconfitti di fronte a ogni impresa, da tutti quelli cioè che già prima di osare considerano inevitabile il disastro o più semplicemente l’insuccesso.

La «strategia del colibrì» fa del semplice gesto d’ogni giorno la sua cifra vera, quella cifra alla portata quotidianamente di tutti che può dare sapori, colori, significati nuovi al nostro mondo.

Ed è strategia contagiosa.

E Mauro Limiti lanciando il trimestrale di Letteratura e di contemporaneistica Il Mangiaparole si è fatto contagiare in questa prova editoriale. E ha contagiato anche tutti noi, a iniziare da Giorgio Linguaglossa, ciascuno con una goccia d’acqua nel becco a volare sulle fiamme alte del mondo.

Gino Rago  

A proposito della poesia del nostro tempo, alla prima domanda di Mario Gabriele [intervista nella pagina del blog] Giorgio Linguaglossa chiosa:

“[…] il poeta oggi raccoglie quelle «parole» inutili gettate nella discarica e le riutilizza. Non può fare altro che andare alla ricerca delle «parole» nella discarica delle parole. Anche la poesia di Gino Rago è fatta con le «parole» trafugate dalla discarica pubblica. La vera poesia del nostro tempo è fatta con queste «parole» di cui le persone per bene si vergognano e che ripudiano…

Il poeta del nostro tempo disgraziato non può che dire:

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare.

(Gino Rago)”

citando i versi miei tratti dalla poesia ‘Lilith racconta Lilith’ che propongo alla vastissima e fine platea de L’Ombra delle Parole integralmente.

 

Gif Moda

Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta

Lilith racconta Lilith 

“Torno dall’esilio. Torno dalla libera caduta.
Così mi racconto.
La mia lingua è un alveare.
Sono la sposa delle sette notti.
Nessun amante sa che se mi sfugge
Allontanandosi da me mi viene incontro
E chi mi ascolta va verso la morte.

Quanti non vogliono ascoltarmi
Si scavano la fossa. Chi non mi ascolta
Merita la morte nel rimorso.

Sono mano della serva. Finestra della vergine.
Sono la prima donna di Adamo.
So tutto della noia del paradiso e del primo uomo.
Conosco il trono di Balqis e il dono di Salomone.

Sono lo smeraldo senza filo caduto nella polvere.
Sono il centro della damnatio memoriae
Perché detengo il segreto delle maree,

Della luna quando brilla nelle labbra verticali.”

Giorgio Linguaglossa 

accolgo con piacere la proposta di Mario Gabriele, incollo qui una poesia di dieci anni fa. A quel tempo avevo sbagliato tutta la punteggiatura, c’erano quindici punti e quindici maiuscole. Bé, mi sono accorto che la punteggiatura era sbagliata. Ho tolto tutti i punti inserendo dei punti e virgola o togliendoli del tutto. Adesso la poesia scorre, almeno mi sembra. È una poesia di «oggetti» o di «cose»?, non lo so, non saprei. Ci sono degli oggetti e delle cose, il tutto è mescidato in un senso che non saprei dire. Ci ho messo dieci anni per capire che la punteggiatura era errata. Ah, dimenticavo, ho tolto anche sette o otto verbi perché mi sono accorto che non erano necessari, anzi, che toglievano qualcosa…

da Un treno Espresso attraversa la stanza
all’Hotel Intercontinental

la sedia vuota, c’è un vuoto, lo vedi?

«la sedia, c’è un vuoto, lo vedi?»
«dove»?
«là, davanti alla finestra»
[…]
l’ombrello rosso non c’è più,
la scatola d’avorio smaltato con i gioielli all’interno,
le fiale dei profumi allineate, le matite per il make up, il rimmel,
i bagagli, il coccodrillo di vetro di Murano, le valigie
[…]
qui a destra, la luce scarlatta dell’abat-jour,
la tartaruga sotto l’attaccapanni col carapace illuminato dal sole
che scende a piedi dalla finestra;
un giorno di pioggia, profumo Chanel n. 22
[c’era il lampadario illuminato, quella musichetta da dessert
che detestavo] forse, mi dico, è successo, forse;
qui c’è [c’era] l’attaccapanni, però, i suoi abiti
non ci sono più
[…]
un abito batte sulla olivetti 22
la macchina da scrivere cuce un abito,
l’abito che non indossi scrive una poesia,
e la poesia diventa un abito,
l’abito con gli orecchini ad anello entra nell’automobile;
quel giorno nel motel, il foulard dal finestrino…
«andiamocene via di qui»; così vagammo
per tutta la notte finché la macchina
restò senza benzina
e ci addormentammo sui sedili.
io dissi: «una sigaretta?», ma così,
tanto per dire qualcosa…
[…]
è rimasta la sedia, che io sbircio
sempre di nuovo… mi volto a guardare
la sedia;
ma perché la guardo?,
non lo so, continuo a fissarla;
per disperazione?, per angoscia?. per l’uno
e l’altro motivo, forse;
né per l’uno né per l’altro motivo, forse;
non lo so

Mario M. Gabriele 

Bravo, Giorgio. Ripensare ciò che si è scritto in poesia, riformulare struttura, versi, punteggiatura,verbi, per noi poeti in continua riprogettazione, fa parte di una etica professionale che non bisogna mai abbandonare. E questo lo noto nella tua poesia qui postata. C’è lavoro di limatura, lessemi sorprendenti. responsabilità nel proporre un vestito poetico di autentica griffe. Chissà se questo messaggio arriverà ai post-ermetici. e se lo qualificheranno nella giusta misura. Noi ci proviamo, prima di dare il Nulla Osta ad ogni testo poetico.

foto il vuoto della folla

Utopia è il luogo/ in cui vorremmo essere nati

Due poesie di Anna Ventura

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. «Tras» significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico». Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

Anna Ventura, poetessa del disincanto e del discorso argomentante, riprende a definire la dimensione dell’utopia da dove ce l’ha consegnata il pensiero della fine del novecento. La fine dell’utopia e quindi l’inizio di un nuovo cominciamento, dalla fine dell’utopia marxiana di una società degli eguali all’inizio di un nuovo sommovimento dei popoli europei di cui abbiamo avuto in questi giorni un drammatico riscontro negli eventi della Grecia in rapporto all’Europa. Non è un caso che Anna Ventura si rivolga al mito o a personaggi storici per parlarne in tono dimesso e colloquiale, com’è nel suo stile sobrio e misurato, privo di enfasi e di eccentricità, intimamente drammatico però, perché qui si tratta della liquidazione definitiva dell’utopia come di un fuori questione, di ciò che non fa più questione, di qualcosa di problematica tematizzazione. Così, scopriamo che la liquidazione dell’Utopia coincide con il ristabilimento dell’ordine delle idee e, susseguentemente, delle cose che i nuovi rapporti mediatico finanziari ci vogliono suggerire. L’Utopia rischia di diventare, direbbe Anna Ventura, non più un intramundo, un altare dell’anima derubricata a una questione psicologica, quindi.

Poesie di Anna Ventura

Utopia

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

*

Mitridate

Mitridate meticolosamente prendeva
la sua porzioncina di veleno,
ma sapeva che, comunque,
sarebbe morto avvelenato:
dalla paura; dalla diffidenza;
dall’assenza di ogni fiducia.
Un giorno particolarmente cupo
chiese a un servo se anche lui,
per caso,
avesse quella paura del veleno;
quello gli rispose che di paura non ne aveva.
“Sono troppo povero – disse –
perché qualcuno possa trarre profitto
dalla mia morte.”
Mitridate pensò, allora,
che erano la ricchezza e il potere,
il suo grande pericolo,
la causa prima della sua solitudine.
Per un attimo immaginò
di essere un povero,
uno di quei tanti straccioni
che si accalcavano nel retro
delle sue cucine, contendendosi i resti
dei suoi opulenti banchetti: l’idea
non gli piacque per niente:lui
era Mitridate,
e niente poteva sottrarlo a se stesso;
perciò ingoiò la sua razione quotidiana
e si avviò in pace
nei labirinti della sua lussuosa dimora.

(Inedito, 2014)

Foto bolt

La «nuova ontologia estetica» ha sempre a che fare con un nuovo modo di intendere la «cosa»

 

Giorgio Linguaglossa  19 dicembre 2017 alle 12:36

La «nuova ontologia estetica» ha sempre a che fare con un nuovo modo di intendere la «cosa», essendo la «cosa» abitata da una aporia originaria che noi esperiamo nell’arte come «cosa» rivissuta ma non facente parte del presente come figura del tempo. È un nuovo modo, con una nuova sensibilità, di intendere l’arte di oggi. Ecco perché per analizzare una poesia della nuova ontologia estetica bisogna fare uso di un diverso apparato categoriale rispetto a quello che usavamo, che so, per spiegare una poesia di Montale o di Caproni… di qui l’oggettiva difficoltà dei letterati abituati alla vecchia ontologia, essi, educati a quella antica ontologia non riescono a percepire che è cambiata l’atmosfera del pianeta «parola»…

In fin dei conti l’aporia della cosa ha a che fare con l’aporia della comunicazione estetica… Intendo dire che una antinomia ha attecchito la poesia italiana di questi ultimi decenni: che la poesia debba essere comunicazione di un quantum di comunicabile. Concetto errato, non vi è un quantum stabilito che si può comunicare, anzi, la poesia che contingenta un quantum di comunicabilità cade tutta intera nella comunicazione, diventa un copia e incolla della comunicazione mediatica, di qui la pseudo-poesia di oggi. Occorre quindi rimettere la comunicazione al posto che le spetta: nei bugiardini dei prodotti farmaceutici e nelle dichiarazioni della pubblicità. Questo concetto va bene quando si scrive un articolo di giornale o quando si fa «chiacchiera» da salotto o da bar dello spot ma non può andare quando si scrive una poesia. Il distinguo mi sembra ovvio, no?

Gino Rago  

Filomena Rago e il «Laboratorio delle idee», Mauro Limiti e «Il Mangiaparole», ovvero «La strategia del colibrì»

In un giorno qualunque di un anno imprecisato, forse per un eccesso di calura [o forse per il gesto criminale di un piromane], nella foresta d’Africa scoppia un incendio, così, all’improvviso.

Tutti gli abitanti del villaggio vicinissimo alla foresta cercano la salvezza verso il fiume. Così fanno anche tutti gli animali,
terrorizzati dal fuoco come non mai prima, con alla testa proprio colui che si fregia del titolo di “Re”, di “Re della Foresta”, il quale, senza vergogna, capeggia il frenetico esodo verso il vicino fiume, il Re per primo preso dal panico all’idea di morire arrostito tra le fiamme.

Soltanto un colibrì non cede alla paura e, anziché fuggire come tutti gli altri dalle fiamme, con una goccia d’acqua nel suo becco penetra nella foresta e vola sulla fitta vegetazione divorata dal fuoco con l’appassionato intento di spegnere le fiamme che divampano.

E fa la spola volando tra la foresta e il fiume, ma sempre con una goccia d’acqua nel suo becco.

Il Re della foresta, che di lontano segue la scena, con un misto di baldanza, sarcasmo e derisione si rivolge al colibrì:«Ma sei matto, ma cosa credi di fare, non vedi che tutta la foresta sta bruciando?»

E il colibrì, volando a becco vuoto verso il fiume da cui succhiare un’altra goccia d’acqua, senza scomporsi risponde al Re leone:
«Mentre tutti fuggono io faccio la mia parte».

Riuscirà davvero il colibrì a spegnere a goccia a goccia il fuoco nella foresta?
Importa davvero saperlo o è ben più importante che il colibrì creda nel buon esito della sua impresa?

Ecco la «strategia del colibrì», tanto semplice, quanto contagiosa: basta che tutti siamo disponibili a “fare la nostra parte”, a dare il nostro ancorché modesto apporto per rendere il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Ma il vero nucleo della metafora del colibrì che a goccia a goccia corre verso la foresta in fiamme per spegnere l’incendio è che non ci facciamo scoraggiare da coloro che già in partenza si dichiarano sconfitti di fronte a ogni impresa, né da tutti quelli che già prima di osare considerano inevitabile il disastro o più semplicemente l’insuccesso.

La «strategia del colibrì» fa del semplice gesto d’ogni giorno la sua cifra vera, quella cifra quotidiana alla portata di tutti che può dare sapori, colori, significati nuovi al nostro mondo. Ed è strategia contagiosa.

Filomena Rago con il «Laboratorio delle idee» e Mauro Limiti con il trimestrale di Letteratura e di contemporaneistica «Il Mangiaparole» si sono fatti contagiare in queste prove culturali ed editoriali.
E la strategia del colibrì ha contagiato anche tutti noi, a iniziare da Giorgio Linguaglossa e da Letizia Leone per Il Mangiaparole,  ciascuno con una goccia d’acqua nel becco a volare sulle fiamme alte del mondo.

Nota.
[La storia del colibrì e del fuoco nella foresta appartiene ad un ciclo di antiche favole africane, da me riprese e rifondate.
Come succede per tutte le favole, anche questa chiude in sé una morale. In questa favola la morale è chiara: fare la propria parte quotidianamente, soprattutto negli eventi cui il mondo ci chiama, senza girarsi dall’altra parte].

(Roma, il 18 maggio 2018, Caffè Letterario Il Mangiaparole)

Carlo Livia

GIARDINO

per Giorgio Linguaglossa

Il sogno verde spoglia il pallore delle sovrane dalle calze di vento.
L’angelo si spegne nella scultura triste, perché la luce è piena di nottambuli in delirio.
Il corpo dimentica il desiderio celeste, che scompare lasciando un’aureola di lacrime sul letto vuoto della musica.
La chitarra in gabbia sogna uno sposalizio di macchine d’alabastro, che l’ira del nume decompone in mille precipizi morbidi.
I violini sepolti nello sguardo delle venditrici di vento diffondono la malattia del Paradiso, bruciare oceani e cospargere di cenere le nudità orientali.
Cumuli di peccati impediscono l’entrata della Dea, il vero addio appare, ma solo nel pianto della fanciulla crocifissa.
La reggia è morta: le anime in calore attendono invano.
La santità delle nubi si abbevera ad una pozza di violino.
La brezza addormentata sul ramo invoca la nudità della pioggia imminente.
Le foglie morte sognano le fontane senz’acqua della luna, dove illividisce lo sguardo dei risorti.
L’aria si sdraia nella follia celeste, indossando pallidi guanti di musica
In fondo allo specchio si accoppiano due eternità capovolte, e nasce il sogno sterminatore:
tu mi lascerai, amore mio.

Foto Robert Doisneau metrò 1956

Il corpo dimentica il desiderio

Giorgio Linguaglossa

caro Carlo Livia,

ammiro le tue perifrasi oniriche, tu sei l’unico in Italia che scrive in questo modo, sarei tentato di dire in questo modo ontologico, se non fosse che un autore di recente ha preso le distanze dalla nostra ontologia dicendo che lui preferisce parlare a proposito della sua poesia di fenomenologia… etc. etc. – Io penso che su questa problematica si hanno delle idee superficiali e approssimative: ontologia, fenomenologia… tutte parole da prendere col contagocce.
Riguardo alla tua poesia io farei il percorso contrario rispetto a quello che io ho fatto con la mia poesia: io ho eliminato tutti i punti sostituendoli con le virgole, per la tua poesia proporrei invece il percorso inverso: eliminare qualche virgola sostituendola con dei punti, inoltre eliminerei qualche “legamento” tipo: «perché», «dove» e qualche aggettivo: «celeste». Copio e incollo il risultato. Dimmi che ne pensi:

Il sogno verde spoglia il pallore delle sovrane dalle calze di vento.
L’angelo si spegne nella scultura triste. La luce è piena di nottambuli in delirio.
Il corpo dimentica il desiderio, che scompare lasciando un’aureola di lacrime sul letto vuoto della musica.
La chitarra in gabbia sogna uno sposalizio di macchine d’alabastro, che l’ira del nume decompone in precipizi morbidi.
I violini sepolti nello sguardo delle venditrici di vento diffondono la malattia del Paradiso.
Bruciare oceani e cospargere di cenere le nudità orientali.
Cumuli di peccati impediscono l’entrata della Dea. Il vero addio appare, ma solo nel pianto della fanciulla crocifissa.
La reggia è morta: le anime attendono invano.
La santità delle nubi si abbevera ad una pozza di violino.
La brezza addormentata sul ramo invoca la nudità della pioggia imminente.
Le foglie morte sognano le fontane senz’acqua della luna.
Illividisce lo sguardo dei risorti.
L’aria si sdraia nella follia celeste, indossa pallidi guanti di musica.
In fondo allo specchio si accoppiano due eternità capovolte.
E nasce il sogno sterminatore.

Lucio Mayoor Tosi

“l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”

L’icona moderna non è manifesta. Si è scritta nell’inconscio, pertanto bisogna scavare, rompere la crosta dei (propri) condizionamenti.
L’innovazione storica è memoria individuale: giacché oggi si vive nell’estraneità, ci si occuperà intelligentemente dell’Io collettivo e del nulla personale.
Secondo me il Paradiso terrestre era abitato da molte persone, le quali dialogavano tra di loro come Gabriele, Linguaglossa, Ventura e Rago nelle poesie qui pubblicate. Poi venne il diluvio universale.

Donatella Costantina Giancaspero

Cari amici,
anch’io accolgo l’invito di Mario Gabriele e pubblico qui una mia poesia.

Senza attesa

Entra luce, in cucina, non il sole – è fuori,
laterale ai palazzi –.
Sul balcone, nei vasi di plastica allineati,
dimorano spini, oppure nudi terricci di cenere.
In quello di terracotta, un fotogramma a colori.

Entra afa e un lembo di cielo sbiancato.

L’uomo di fronte, in canottiera.
Dal quinto piano affaccia alla strada il suo stare così,
senza attesa.
Il fumo della sigaretta libera un pensiero
tra due suoni in sordina, sorpresi alla voce.

Sul marciapiede vanno. Con poche parole.
La stazione a due passi da casa
– il trolley slittante sulle sconnessure
ha una ruota rotta –.

A testa bassa per non sapere
che viso fa il distacco, di che segni
lo marca.

Giorgio Linguaglossa

La ripresa della ontologia, nel campo squisitamente artistico: poetico, figurativo, musicale (ma i suoi concetti sono applicabili anche in architettura), avviene dopo che si è compiuta la de-fondamentalizzazione del soggetto e la retorizzazione del soggetto. Nelle nuove condizioni storiche poste dalla economia globale, oggi si avverte il bisogno di porre in discussione le categorie sulle quali proliferava la antica ontologia estetica. Il risultato più eloquente è la retorizzazione dell’oggetto e la de-ideologizzazione della vecchia ontologia. Voglio dire che i nuovi concetti di Tempo Interno, Tempo esterno, Spazio Interno, Spazio esterno, di temporalizzazione dello spazio e di spazializzazione del tempo, i nuovi concetti di disfania e di diafania, la netta distinzione tra «oggetti» e «cose», il principio di estraneazione, la utilizzazione del frammento e della frammentazione di tutto ciò che l’antica ontologia estetica credeva immodificabile ed eterno, sono concetti che innovano, introducono un ribaltamento della concezione antica della stabilità di un Soggetto esterno che legifera mediante degli strumenti «eterni»: il metro, la parola, la proposizione poetica, l’impiego codificato della punteggiatura, il discorso unilineare…

«Il senso antropocentrico della vita è scosso», «Il soggetto è diventato in gran parte ideologia… In questo senso, e non da oggi, il non-io è preordinato drasticamente all’io», scrive Adorno in Dialettica negativa, (1966, tra. it. Einaudi, 1970, p. 58)

Il concetto di una nuova ontologia del poetico passa necessariamente attraverso la critica dell’ontologia. Una nuova fenomenologia del poetico passa necessariamente attraverso il rinnovamento della antica fenomenologia estetica. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi». Ogni filosofia, anche quella che mira a realizzare la libertà, trascina con sé nei suoi elementi irrinunciabilmente universali illibertà, nella quale si prolunga quella della società. (Adorno, Ibidem p. 42)

Letizia Leone

Importante e necessario dialogo a distanza questo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa data l’estensione delle questioni linguistiche-poetico-filosofiche analizzate nel tomo della Critica della Ragione Sufficiente e per di più tutte contestualizzate sulla carne viva dei testi e dei poeti. Ecco questo reportage ne sintetizza ed espone le questioni centrali della NOE. E non si tratta, è bene sottolinearlo come fa Mario Gabriele, di slogan o manifesti o “ismi”, le avanguardie sono state liquidate da tempo, così il loro evoluzionismo e l’idea lineare di “Progresso in Arte”. Qui si tratta di un ripensamento critico della “forma poesia”.

Scrive Linguaglossa: “Un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo”. Precarietà storica e generale. E come sottolinea Gabriele già nei poeti della Nuova Ontologia Estetica il testo stesso è diventato un sistema instabile, aperto a riscritture multiple, non finito, precario e poroso, decentrato, anzi quando Giorgio Linguaglossa rileva quanto sia obsoleto il linguaggio della critica tradizionale, una sorta di liturgia cerimoniale (“Mi rendo conto che mi manca il linguaggio per entrare dentro una poesia…”), apre anche la via ad una forma poesia come metalinguaggio assoluto…Si tratta di un gesto unico: pensare criticamente mediante il gioco sensuale della poiesis, del fare come bene esemplificano i testi postati sopra.

Donatella Costantina Giancaspero

Pierre Schaeffer (1910 – 1995), compositore, musicologo e teorico musicale francese. Ricercatore nell’ambito della musica concreta, da lui teorizzata, praticata e illustrata nel suo Trattato degli oggetti musicali (1966).

Nella musica concreta pura il materiale di base è sempre precostituito: i suoni e rumori provenienti da qualsiasi contesto, cioè ricavati dalla quotidianità, dalla natura, nonché da voci e strumenti tradizionali, vengono registrati con il magnetofono (registratore a nastro), immagazzinati e successivamente elaborati e denaturati mediante varie tecniche di montaggio.

Per voi, amici, ho scelto due brani: il primo, composto nel 1959, dal significativo titolo Etude Aux Objets, e il secondo realizzato da Schaeffer insieme a Hanry Pierre, tra il 1949 e il 1950. Si tratta della celebre Symphonie pour un homme seul, un “poema concreto” sulla giornata di un uomo, con respiri, passi, porte sbattute…

Sebbene Pierre Schaeffer non sia riuscito fino in fondo nel suo progetto, quello di “far saltare le scogliere di marmo dell’orchestrazione occidentale”, di sicuro ha impresso una scossa durevole a quelle scogliere aprendo alla musica contemporanea nuove strade sonore. Buon ascolto!

Francesca Dono

-viaggio delle 17,30-

I pesci ringhiano dietro le ali
Dei palazzi Con tutte le linee
Tese di fili e di strade Forse
Una scena acquatica
Il guscio delle tartarughe
Spurgato da sotto gli alberi crudi
Il viaggio si è mostrato
A tratti
A mezzo chilometro di altezza nociva
Con certi specchi chiusi
Sugli occhi Le bolle triangolari
Appena a galla C’era un Matrix in abito scuro
La pioggia nel ghigno informatico dei corpi
Esitanti Per tre minuti il contenitore ha continuato
A perdere sangue dalle increspature dei vetri
-Und Raus Raus Raus _ diceva un
Povero cristo contro i piedi di tutti
Nessuna difesa Avete visto qualcuno su
Questi sedili di paglia? L’ultima giacca fu
Riempita di noci del Congo e fatta cadere in disparte.
Lo tsunami ci rapisce

All’improvviso Sono le 17,30 Berta e Concita scendono
A terra con due bambole strette alla pancia Nel buio una mano le ha spinte senza spiegazioni La prima non ha parlato L’altra è rimasta col fagotto alle braccia_ In fusione a una serie di insegne lascive Dal breve brusio generale

Annunci

27 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, nuova ontologia estetica, Senza categoria

27 risposte a “Dialogo e poesie sul concetto di nuovo in arte, di disfania e sulla nuova poesia – Poesie di Mario Gabriele, Carlo Livia, Francesca Dono, Donatella Costantina Giancaspero, Anna Ventura, Gino Rago, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, e Due brani musicali di Pierre Schaeffer

  1. Non so se posso permettermi di intervenire, però la mia poesia che Giorgio Linguaglossa aveva postato nel gruppo La scialuppa di Pegasso può essere un altro esempio. Molto interessante tutta la discussione e gli esempi riportati qui mostrano che la poesia è nostro spazio interiore, accumula informazioni per ripassare con una lente d’ingrandimento e estrarre l’essenza. Lidia Popa

  2. Carlo Livia

    Certamente, caro Giorgio, il tuo intervento ha dato maggiore compattezza e fluidità al mio testo, non condivido solo l’eliminazione dell’ultimo verso, per me essenziale, ma capisco che per te abbia troppo odore di deja vu. Grazie per l’attenzione.

  3. gino rago

    Versi contro il neo-individualismo, contro l’auto-espressività soggettiva, contro ogni scrittura confessionale, contro ogni scrittura incentrata sulla interazione mimetica fra psicoanalisi e individuo [tutti gli anni ’70 della poesia italica]

    Gino Rago
    Finché il poeta è qui con i suoi versi

    Siamo tatuaggi nella tua memoria,
    ancora noi pulsiamo tutti in te?
    Finché sarai qui con i tuoi versi
    tutti noi saremo meno morti
    o forse a breve moriremo [per la seconda o per l’ ultima volta]?

    La morte del poeta in cui viviamo
    ci sradicherà per sempre dalla terra.

    Un fumo a vortici [è il poeta che parla?]:
    «Non ci sono, non so neppure di esserci
    o d’essere mai stato in vostra compagnia.
    Ma so che sono il sogno di chi vuole sognare
    [sono lo sapete il sogno vostro].

    I vivi un tempo erano con i vivi,
    i morti con i morti.
    Chi più ora distingue i morti dai vivi?».
    Nessuno di noi ha la risposta
    [ecco il prodigio della poesia].

    Gino Rago

    —————————————————————————-

  4. “Pensare criticamente mediante il gioco sensuale della poiesis”:un’esortazione che non va fatta cadere.E’ sempre la leggerezza, la grande maestra,come mi ha insegnato, nella notte dei tempi, Giuseppe De Robertis”.Dove sta quella col maglione verde?”, chiedeva, se non mi vedeva al solito posto,e poi ci invitava ad andare a vedere, al cinema,”Grandi manovre”:un film in cui la leggerezza allude, senza cascare nella trappola della tentazione elegiaca, alla misteriosa profondità delle cose non espressamente rivelate.

  5. donatellacostantina

    A proposito della categoria del «nuovo» in arte, vorrei riprendere, sottolineare e commentare le parole di Giorgio Linguaglossa: “Il «nuovo» è una necessità quando la conservazione diventa immobilismo… le forme estetiche sono forme storiche; le forme estetiche pubblicitarie e autoreferenziali fanno parte integrante della pubblicità… un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore”. Sì, «invecchia e muore», appunto. Ma prima ancora che un determinato genere, ovvero una forma artistica, muoia, per aver esaurito i propri contenuti (aggiungo io), e prima ancora che quella forma lasci un vuoto, nuove forme iniziano a germogliare e lo fanno proprio sul terreno agonizzante di quelle vecchie. La Nuova Ontologia Estetica è un esempio di «nuovo»: è il germoglio nuovo della poesia italiana; un germoglio già ben strutturato, riconoscibile «per certe caratteristiche che non sono imitabili o esportabili», come scrive Linguaglossa. Una, ad esempio, è quella che si richiama al concetto di «disfania», «un concetto storico e antropologico prima ancora che estetico».
    L’arte, quella, come si dice, con l’a maiuscola, ha ricercato sempre il «nuovo». Perché il «nuovo» è la categoria fondante dell’Arte. Soltanto appropriandosi del «nuovo», l’Arte può lasciare il suo segno e diventare Storia.
    Così, nelle varie epoche, quegli artisti che hanno accolto il «nuovo», proprio perché, in qualità di artisti, ne hanno avvertito l’esigenza, hanno poi impresso alla Storia dell’Arte una impronta necessaria e indelebile.

    A volte, io propongo qui, sulle pagine telematiche di questa nostra Rivista (di cui andiamo orgogliosi), l’ascolto di alcuni brani musicali. Beh, non è per caso, per estro, per semplice diletto, che lo faccio, anche se la musica produce un certo piacere, è ovvio, e un buon ascolto alleggerisce, a volte, la discussione.
    In sostanza, le mie scelte sono orientate a evidenziare vari esempi di «nuovo» nel campo musicale, come dimostrazione storica di tale necessità. Questo è il caso della mia proposta musicale di ieri a proposito della musica cosiddetta «concreta», teorizzata e sperimentata una sessantina di anni fa dal compositore francese Pierre Schaeffer, che Giorgio Linguaglossa ha voluto riprendere nel post odierno.
    In particolare, vorrei soffermarmi sul balletto Symphonie pour un homme seul, una novità assoluta per l’epoca, la seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, ovvero il 1956, data della sua prima rappresentazione al Théâtre de l’Étoile di Parigi. La coreografia e l’interpretazione di un ballerino d’eccezione, quel è stato Maurice Béjart, insieme alla ballerina Michèle Seigneuret, ne hanno decretato il grande successo; un successo, però, conseguente allo scalpore che suscitò sia a livello di pubblico che di critica. Ma certo!, non poteva essere altrimenti, perché si trattava di un lavoro del tutto inedito, «nuovo». Appunto.
    Il balletto, il primo su musica concreta, si ispirava ai temi allora in discussione, la solitudine, l’alienazione, l’incomunicabilità, ovvero la precarietà dell’esistenza, rispecchiando così l’angoscia dell’uomo moderno. E contemporaneo, direi. Sì, perché forse siamo giunti a un tipo di «nuovo esistenzialismo». Chi lo sa…

    Ma, tornando a Pierre Schaeffer, vorrei concludere che dobbiamo riconoscere alla sua sperimentazione sonora un grande merito: quello di aver, se non abbattuto, come era nelle sue parole e nei suoi principi, almeno scalfito profondamente ” le scogliere di marmo” della musica e dell’orchestrazione tradizionale.
    Dunque, anche Schaeffer, ricercando nella sua Arte una “nuova ontologia estetica”.

  6. Serenade.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35140
    Qualcuno vede se stesso
    guardare se stesso mentre vede se stesso
    che guarda se stesso che guarda.
    Il coro dei Sì, in piena luce svolta dietro la casa.
    Davanti non resta nulla. Dietro non si fa in tempo
    la porta è già chiusa.

    La signora si osservò in molti specchi,
    poi dissolse nel cielo le sue traiettorie. – Sono colline,
    si vede bene la zona di pilotaggio. L’ultrasuono.
    La nave è atterrata in pianura, ha preso le sembianze
    di un campo di grano.

    In mezzo ai tasti le rane innalzano melodie. Luna pallida.
    Nel controluce nuvole ferme e, poco distante, in riva al lago
    sale fumo dai tetti. I cespugli sono marroni.
    Il sole al tramonto è chiara immagine di Dio con striature
    che sembrano prelevate da deserti di sale.

    Ora è cielo plumbeo. C’è foschia.
    Un albero malato mette silenzio. 1 – stabilire la distanza
    dell’orizzonte, a quale altezza il punto di vista, la consistenza
    delle pietre (Video: grande nave a forma di goccia).
    Cadiamo come aghi di pino sull’acqua. Pare sangue.
    Sembrano vene.

    2 – Stando in piedi sondare la gravità. Prendere luce.
    Il sentiero da percorrere è indicato da sponde invisibili.
    Impossibile sbagliare. Materie senza cervello si godono il tempo.
    Paesaggio di cose una davanti all’altra.
    Su quelle lontane sta piovendo.

    Ovunque c’è molta acqua.
    3- In forma di note musicali, trascrivere fedelmente
    la voce terrestre (senza abitanti). Togliere il cervello dall’involucro.
    Le persone sembrano spaventate.
    Cercano risorse per vivere. Sanno di avere scadenza.

    Inganna la vista a colori che tutto cambia.
    Perfino le stelle. Tra gli abitanti La vie en rose / Un fil di fumo.
    L’uomo che saluta da lontano ha il viso più grande del cielo.
    – Dite a Jaguar che tarderò.

  7. Qualche giorno fa mi sono incontrato con un poeta che mi ha detto: «attenzione Giorgio perché c’è il pericolo che l’Ombra delle Parole diventi una scuola!».
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35141
    Io gli ho risposto che una «scuola» è la dove si insegna a scrivere tutti in un unico modo, mentre qui, nell’Ombra, si insegna a scrivere ciascuno a modo proprio, secondo la propria sensibilità e il proprio talento. E poi gli ho detto che il programma dell’Ombra, cioè il «Grande Progetto» o la «nuova ontologia estetica» è molto di più di una semplice «scuola», è una vera rivoluzione della forma-poesia. Capisco bene – ho proseguito – che questa nozione sia ostica e susciti stupore presso i letterati, ma è la pura e semplice verità. Dopo la «nuova ontologia estetica» non si può più scrivere come prima, c’è un taglio e un salto netto.

    Come si può notare dalle poesie proposte in questo post, mi sembra che ciascun poeta abbia affinato una scrittura con un proprio personalissimo stile, ciascuno è profondamente originale pur rimanendo profondamente se stesso. La nuova ontologia estetica insegna a togliere i verbi inutili, le perifrasi inutili, gli aggettivi inutili, i legamenti inutili, a pensare in modo profondo l’a-capo e le singole parole, ad andare in modo perpendicolare verso l’essenza delle «cose» non verso le parole, le parole sono un sussidiario per avvicinarci alle «cose».

    La trasformazione della forma-poesia in Italia, di cui la «nuova ontologia estetica» è un sintomo qualificante, deve essere ricompresa in quel processo macrostorico della pubblicazione e della fruizione della poesia in Italia da parte di un pubblico ormai ampiamente estinto e nel fenomeno dell’esaurimento della sua funzione sociale intesa come manufatto fondato su un concetto convenzionale dei suoi fondamentali, quella forma-poesia legata a dei mutamenti storici ed alle condizioni concrete della sua produzione e della sua destinazione ha ormai esaurito la sua funzione storica. Il mutamento della forma-poesia ha tale portata che inevitabilmente la nuova poesia trova e troverà degli ostacoli oggettivi alla sua accettazione. Ma già la comparsa della «nuova poesia» di per sé fa apparire invecchiata la poesia tradizionale che si è fatta in questi ultimi decenni.

    • Non abbiamo aperto un esercizio per la vendita al dettaglio degli affari propri o degli affari correnti
      Giorgio Linguaglossa

      Vorrei dire agli innumerevoli interlocutori che ci hanno accusato di redigere «manifesti», organizzare «gruppi», «movimenti», «tesi», «decaloghi», «avanguardie», «retroguardie» etc. che, di contro alla immobilità degli ultimi 50 anni della poesia italiana, per la prima volta in Italia è apparsa una pratica della poesia e una teoria della poesia e della scrittura letteraria in generale, che non è più soltanto una avanguardia» né una «retroguardia», né un «movimento», né abbiamo aperto un esercizio per la vendita al dettaglio degli affari propri e correnti, né una legge finanziaria con tanto di capitoli ma è qualcosa di diverso, è un movimento di pensiero e di azione teorica da parte di alcuni poeti di diversissima estrazione e provenienza che ha deciso di rimettere in moto il pensiero poetico, non si tratta di una vendita all’asta al miglior acquirente, né di una domiciliazione bancaria delle proprie rendite di posizione, né di una poetica pubblicitaria e di vendite promozionali come è avvenuto nel corso del secondo novecento, la nostra non è né una cosa né l’altra… contro i timorosi del «nuovo», contro i conservatori ad oltranza, contro chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale parassitario ad interessi fissi), contro chi è recalcitrante alle nuove forme estetiche, contro chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare a spese della tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio pret à porter, riporto qui un pensiero di Adorno:

      T.W. Adorno

      “Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]
      Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Paul Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto di una Stagnazione Permanente.

      Pier Aldo Rovatti

      «Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 2]

      Maurizio Ferraris

      «l’inventore della scrittura cercava un dispositivo contabile, ma con la scrittura si sono composti versi, sinfonie e leggi;, l’inventore del telefono voleva una radio, e viceversa; chi ha inventato le tazze da caffè americano non prevedeva la loro destinazione parallela a portapenne; l’inventore dell’aspirina pensava di avere scoperto un farmaco antinfiammatorio, mentre una delle sue più interessanti qualità è che sia un farmaco antiaggregante, quindi fluidificante del sangue, come sì è capito più tardi; l’inventore del web pensava a un sistema di comunicazione tra scienziati, e ha dato vita a un sistema che ha trasformato l’intera società. Lo stesso cellulare è evoluto da apparecchio per la comunicazione orale ad apparecchio per la comunicazione scritta e la registrazione, smentendo l’assunto secondo cui la comunicazione costituirebbe un bene superiore alla registrazione, e l’oralità un veicolo di scambio più gradito, naturale e addirittura appropriato della scrittura…».3]

      1] T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33
      2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI
      3] Maurizio Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016 pp. 120 € 12

      Pensieri poesie e aforismi intorno alla Nuova Ontologia Estetica

      Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
      come soggetto, non era niente, ma che,
      appena apparso, si fissa in significante.
      L’io è letteralmente un oggetto –
      un oggetto che adempie a una certa funzione
      che chiamiamo funzione immaginaria
      il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

      • (J. Lacan – seminario XI)
      *
      L’«Evento» è quella «Presenza»
      che non si confonde mai con l’essere-presente,
      con un darsi in carne ed ossa.
      È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
      o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento

      Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
      e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico
      La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo
      La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo
      Con il primo piano si dilata lo spazio,
      con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo
      Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
      con la metonimia la si raffredda

      *

      Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
      È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

      Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».
      La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».
      Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».
      Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza.

      *

      L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna Ventura, Mario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significano i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.
      I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».
      Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

      • Un’altra splendida lezione estetica sulla NOE, caro Giorgio,la cui pubblicazione allarga il fronte di nuove conoscenze, come l’uso della diafania e disfania. Nel vocabolario questi termini non sono ancora omologati. Ma gli esempi riportati ne danno ampia indicazione. La forma linguistica a singhiozzo, e il salto in avanti di centro metri e di un metro, delle parafrasi, fanno da centrum a tutto il corollario infrastrutturale dei testi proposti. Bisogna rifondare nuovi Enti innestandoli nel mondo della poesia. A non tutti è agevole questa lettura, anche perché essa collide con i loro gusti egemonizzati dalla emozione e dalla egografia. Ciò non dovrebbe farci allontanare dal nostro Progetto, tanto più che ognuno di noi, ci lavora sopra, creando nuovi stilemi, fuori dallo stile defunto del passato.

  8. Ero presente il 18 maggio scorso al Caffé Letterario “Il Mangiaparole” e così scrivevo la sera stessa a Gino Rago, mi piace dividerlo con voi tutti, ora che la significativa favola è stata postata qui, oggi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35144
    Gentile Gino Rago, mi ha fatto molto piacere incontrarla, di persona, questa sera al Mangiaparole.
    Non credo che la comunicazione, e quindi la conoscenza, avvenga solo attraverso le parole, attivando il senso della vista nella lettura.
    Ma anche mettere in azione gli altri sensi: la stessa vista ma di una immagine di persona o cosa, l’udito nel timbro e nella modulazione di una voce o nel suono, il tatto nello stringere una mano, l’olfatto nell’annusare un Altro o la consistenza di uno spazio.
    Manca il gusto, stasera ho assaporato anche quello. Merito suo, e la ringrazio di cuore, mi sento un pezzettino più contenta di qualche ora fa.
    Sono poi i sensi, tutti insieme a mettere in moto, ad essere il propellente della mente con la ragione che la guida.
    E così, ora sto ragionando.
    Lei mi ha fornito nell’immagine del colibrì, con una unica goccia nel becco per spegnere l’incendio nel bosco, qualcosa che forse andavo cercando da tempo.

    “Il miracolo di trasformare ciò che fai in ciò che credi”
    (Paulo Coelho),

    avevo pensato già fosse una buona definizione.
    Avevo considerato spesso che “credere e fermamente credere” potesse essere riassunto nella figura del Don Chisciotte che, pur di procedere con convinzione nel suo cammino alla ricerca…, è disposto a combattere contro i mulini a vento.
    Avevo scritto:
    Personalmente credo nelle piccole cose, nelle azioni che partono dal basso, individui che si uniscono e si muovono verso una stessa direzione per avere un mondo migliore, un’Italia migliore nell’animo e nei luoghi.

    Sono convinta che i vertici siano solo espressione della base. Muoviamoci, non aspettiamo che lo facciano gli altri, offriamo quello che ciascuno sa fare di buono, questa la mia filosofia ormai da quindici anni, quando ho cominciato ad andare in Nicaragua e passare lì tutte le mie ferie e anche di più, con la gioia nel cuore. Mettersi al servizio del bene comune.

    Risultato per chi ha donato: il profitto interiore.

    Ma lei questa sera ha superato tutte queste parole, tutti questi pensieri, tutte queste riflessioni, tutte queste azioni, con una grande fantastica esplosione-sintesi: il colibrì con una sola goccia d’acqua nel becco che spegne incendi. GRAZIE
    Luciana Vasile

    • gino rago

      Dico ‘grazie’ alle luminose riflessioni di Luciana Vasile sul mio estemporaneo [nel senso di non preparato né programmato] intervento al Mangiaparole, Roma, 18 maggio 2018, alla mia maniera.

      Gino Rago
      Testamento
      [Vi lascio le parole senza suono]

      Vi lascio le schegge. Vi lascio il sole.
      Vi lascio la grandine, la pioggia, il vento.
      Vi lascio i cascàmi radioattivi,
      La ricchezza del mondo in poche mani,
      Le macromolecole di veleni.
      Vi lascio le vernici, la plastica, i trucioli
      E il grafene.

      Vi lascio le parole senza suono,
      I sentieri del dolore,
      Le vie della mano sinistra,
      Il catrame, le maschere, le colle,
      L’alluminio in lamine lucenti,
      Le limature, la calce viva, le polveri sottili.
      Vi lascio il sorriso del prigioniero.
      L’ansia d’azzurro di madri nel nero.

      Vi lascio.
      Vi lascio le stelle che brilleranno.
      Vi lascio quest’uomo nel fango.
      Vi lascio il fango.
      Vi lascio i versi del poeta, il suo gesto,
      I suoi frammenti sparpagliati nei libri.

      Vi lascio i libri
      [Per essere più liberi].

      G R

  9. È più bella questa versione,pero!

    Grazie OMBRA.

  10. Luciana Vasile, Una poesia da Libertà attraverso Progetto Cultura, 2018 pp. 90 € 10

    Luciana Vasile è nata a Roma è architetto. Per il verso del pelo è il suo primo romanzo, del 2006 Editrice Nuovi Autori di Milano; ha ottenuto riconoscimenti in otto Premi Letterari. È presente in Lo sguardo senza volto 11 poeti del disincanto, 2008 Fermenti Editrice, volume antologico, a cura di Donato Di Stasi. Danzadelsé – Ho ballato per Paparone e altre storie, 2012 Prospettiva Editrice, Ha pubblicato Libertà attraverso… (2018). luciana.vasile@tin.ithttp://www.lucianavasile.it
    *
    Ciò che resta al fondo della questione stilistica nella poesia di Luciana Vasile è la narratività, lo specchio opaco dell’«io» poetico, il calco mimetico che ha preso il modello narrativo ad icona della propria procedura.
    Luciana Vasile accetta l’io narrante, posiziona i linguaggi allo stato di radura narrativa, li riposiziona in «uno spazio interiore come prima e unica palestra» dell’io narrante con il risultato di ritrovarsi tra le mani un continente magmatico, «le emozioni e i sentimenti che attivano l’intelligenza del cuore», di qui si apre la via che conduce a «Eros, Filìa, Agape» che rappresentano le tre sezioni in cui è diviso il libro. Il medium narrativo si nutre di una metricità/narratività diffuse, una koiné linguistica che, un tempo lontano nel lontano Novecento, a monte e a valle aveva il retroterra di un linguaggio poetico frutto di una convenzione, di un patto, di un concordato, insomma, di una contratto-tregua tra i linguaggi poetici. Voglio dire che anche la neoavanguardia si muoveva in una direzione certa: la messa in discussione degli altri canoni poetici e della tradizione post-ermetica; oggi invece non c’è più alcun canone da mettere in discussione, tutti i canoni convivono e non collidono affatto, non c’è più attrito tra i registri semantici e lessicali nella poesia odierna. La traiettoria lungo la quale si muove questo libro, oltre ad essere chiaramente indicata, è anche volutamente «tradita» dall’autrice la quale marca, a suo vantaggio un punto importante, che accetta la poesia di impianto privatistico. Ed è perfino ovvio che, a monte e a valle, cioè ai giorni nostri, il discorso poetico della poetessa romana non può non ricalcare, nella sua struttura formale-linguistica, la crisi di identità dell’io narrante.

    (Giorgio Linguaglossa)

    *

    Sul parapetto il ventre schiacciato
    solido il tuo corpo da dietro aderiva
    mi avvolgeva. Coperta di gioia. Mantello di vita

    Nuovo, in fiume scorreva per noi
    Complice di amanti il ponentino soffiava
    strisciava sul pelo dell’acqua
    spezzando la figura di luce sdraiata
    di alti lampioni, sentinelle di giorni preziosi
    alla ricerca di un senso, di un dove
    Scomponeva e ricomponeva
    bagliore vivo di anime intersecate
    di emozione tremule
    che si specchiavano nella condensa
    della magica notte nella nostra estate romana

    Poi, sono partita

    ora qui, nel rovescio del mondo
    questa volta, non sono più sola
    il tropico bolle. Il vento corre altrove
    fende impetuoso i duri sentieri
    solleva la polvere delle miserie
    scompiglia assetato di bene, i pensieri

    Ascolti con me, nell’alba che nulla promette
    i galli che gridano le disgrazie di un popolo
    per il quale a volte, sembra quasi, migliore la morte
    Dividi con me, le strade sterrate
    i sobbalzi del carro, le lunghe mattine assolate
    Su volti rassegnati e rugosi, insieme leggiamo
    i perché ed i come di una vita di stenti
    offerti nel canto sincero che dal punto più basso
    raggiunge la fine del cielo

    Insieme, aiutare sarà forse più facile?
    Insieme, faremo qualcosa per loro?
    Insieme, sapremo moltiplicare l’amore
    incontrare altri amici, continuare in un coro?
    stringi la mia mano, camminami accanto
    e non solo nei battiti vivaci del cuore
    la felicità detiene un primato
    solo si tocca… se si costruisce
    comincia dall’uno, dal poco

    È il tutto che posso, il poco che ho

  11. letizia leone

    Cari amici, accolgo con piacere l’invito di Mario Gabriele ad arricchire di testi e poesie il vivace dibattito sul concetto -storicamente orientato- di nuovo in poesia. E viste le interessanti proposte poetiche pubblicate vorrei ripartire da quei libri falliti, mancati, abbandonati da anni, scritture che sembrano non appartenerci più…tra queste ho ritrovato una raccolta di Madrigali (Fiori in scatola) di circa una ventina di anni fa che ho cominciato a trattare come materiale di riuso. Vi allego la prima versione in forma metrica di madrigale cinquecentesco in settenari ed endecasillabi e il nuovo rifacimento. Ma il cantiere è aperto e i lavori sono in corso e richiedono tempo…

    Prima versione:

    Sfoga una illumine
    malia dalle cedraie
    dell’Atlante. Quel poco suono agro
    di liquide nel sillabare ce- dra-ie
    va ad allegrare a colmare tazze.
    Ma non basta al trionfo d’agrumi un vaso
    serve un cratere. E qui le scorze piene.
    Scorza, spugna del conforto su tempia
    dell’avvampato morto!
    Topazio sulle carni a dare freddo
    e inerzia a questo strazio di ce dra ie
    tra i denti, l’ultima granita paglia
    di fiato già nella via
    del verso aridamente…

    Ultima riscrittura:

    Antico allegrare. Colmare tazze.
    Trombe al trionfo d’Agrumi. «Ombre
    dell’Armonia resuscitata? Assurdità.
    Paradosso. Illusion. Il demodé…»
    Dall’avvampata cedraia
    crateri di cicche e scorze del midollo.
    Spugne del conforto sulla tempia

    e topazio. Fare freddo sulla carne.
    Inerzia a questo strazio di ce-dra-ie
    di legno agro. «Beve qualcosa?»
    L’ultima granita paglia di cedro. Spina e
    ascia di guerra tra i denti aridamente.

    • cara Letizia,
      la «nuova ontologia estetica» è un pensare l’arte in conformità con la caduta del Fondamento, un pensare il pensiero di un’arte che abbia in sé la forza che deriva dalla sua intima debolezza.
      Da questo punto di osservazione, la prima versione è tipica di una impostazione «musicale», sinfonica, pentagrammatica, una poesia costruita con l’orecchio e l’occhio alla tradizione italiana della nobiltà denominativa dell’idillio e dell’elegia; la seconda versione mi sembra nettamente più avanzata: i punti stigmatizzano degli stop ma senza i «go», sono stop e basta; la poesia è costipata di questi «stop», come per arrestare l’originaria fluenza musical-pentagrammatica, ma, certo, le riscritture spesso sono possibili solo fino ad un certo punto; e infatti, a mio avviso, non è possibile emendare oltre questi madrigali che sono nati tali e non possono essere tradotti in altro da sé.

      L’esistenzialismo della nuova ontologia estetica è un esistenzialismo criticamente corretto, prende congedo dalla «verità» e dal suo involucro musicale, l’esistenza diventa un valore «posizionale», «prospettico»… la nuova poesia si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la «verità» può essere chiamata in causa ed elusa, tradita e tradotta in un’altra lingua in quanto non esiste né mai è esistito un linguaggio della «verità», né potrebbe mai esistere, pena la coincidenza tra il «nome» e la «cosa». Solo il discorso totalitario si presenta come coincidenza tra il «nome» e la «cosa», o il discorso imbonitorio dei poeti idillici, caparbiamente intonsi. Della «verità» non ci restano neanche le tracce, neanche echi, tanto meno orme, impronte, ombre… la verità è un dileguantesi, si rivela nell’atto del dileguarsi in quanto si svolge nel tempo, è dotata di temporalità, è essa stessa un valore temporale, posizionale. L’arte moderna rappresenta l’oblio della verità e l’oblio della memoria. È questo, credo, il suo enigma.

      • letizia leone

        Grazie come sempre Giorgio della tua lettura analitica e chiarificatrice. Qui il riuso dei materiali è parte di un ripensamento critico e di uno smontaggio/rimontaggio linguistico su due “forme” in disuso, anacronistiche e obsolete: il madrigale e il fiore. Due simulacri oppure stereotipi letterari esauriti (poeticamente parlando). Ma penso che quei madrigali non debbano essere emendati ma affiancati da una ri-scrittura di secondo grado che diventi un ipertesto del primo. Un meccanismo di scritture ad incastro che evidenzi i salti “ontologici”. Ma è tutto in fieri…chissà

  12. Tre poesie di Fritz Hertz (Francesca Dono)

    l’odore del bollito
     https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35152
    Dividiamo l’odore del bollito
    In parti uguali I compiti
    Dei bambini riposano sotto l’aculeo di una piccola
    lampada
    Di fronte alla nostra casa
    Hanno messo macigni di eliopropo
    Ben schiacciato
    Ci somigliamo tutti
    Mentre la cena si serve dalla pentola annerita sopra ogni piatto
    Lalie è ferma in penombra Da qualche minuto
    Il verso della civetta ai lati diunafreddaustione
    De Chirico scivola dal suo ritratto
    Per lavarsi le mani Nel sonno

    Quindi hai preso l’ombrello?

    Quindi hai preso l’ombrello ?
    Hai cambiato la gonna sporca?
    E’ tutto lì
    Prima il cappotto e le chiavi poi
    Il perno dell’ombra che varia
    dentro le vecchie scarpe
    Devi stare attenta tesoro…
    Le brutte orche svolazzano in aria
    Fuori piove bruciato

    -in entrambi i casi-

    In entrambi i casi si amano
    Lui genera con mani esperte la quantità esatta
    dei porcospini
    Lei
    durante
    l’inverno
    addestra
    gli aculei
    quale coach
    per l’altra cucciolata
    Gradualmente
    un disegno
    netto e circolare
    l denti sono stati vaccinati per la rabbia
    Con loro due
    e nella massa del branco
    precipito davanti a tutti i pianeti

  13. Buona sera a tutti! Mi sono divertita a leggere le varie poesie, e tutti i commenti. Complimenti per il seminario poetico e critico. Accolgo la proposta di Mario Gabriele e spero di essere ad altezza con la mia proposta poetica inedita.

    Uno “scaffold” verso il cielo
    di Lidia Popa

    C’è un’essenza che sfugge a noi stessi
    come un flash di un fotogramma non importante per la vita.
    La lasciamo andare senza sprecare il fiato,
    inutile affanno in questo modo capovolto,
    piatto, svestito senza pudore.
    Niente di sensazionale da poter coinvolgermi un minimo nervino.
    Sputo sul marciapiede come un barbone schifato dalla vita,
    dopo aversi ingoiato un barattolo di barlume.
    Cammino verso l’ignoto come una sprovvista
    di lenti a contatto per il mondo esteriore.
    Erano anni che non mi caricavo di tanta indifferenza
    abituata a pagare nella stessa moneta.
    Ora sono un viaggiatore verso l’ombelico della terra
    e, non mi è chiaro il tragitto.
    Stufa di sentire notizie dei carretti del mare pieni d’immigrati,
    suicidi, omicidi, e mille cose disastrose per attirare attenzione,
    usare innocenti per stupire.
    Se inventassero programmi per diffondere più cultura, non fa per loro?
    Ecco perché incrocio sempre i passi con gente inconsapevole
    che dell’acuità mentale non conosceva essenza.
    Un patibolo di “major overhaul” sarebbe necessario e non “overtake ever”.
    In questo mondo dove sacchetti di denaro si spartiscono nei vertici,
    concorrendo solo a chi acchiappa di più, non mi sento di vivere.
    Cosi mi costruisco uno “scaffold” verso il cielo
    per sopportare serena i “scrapes” degli strafalcioni
    che sorridono ogni giorno aldilà della vetrata in cristallo con vista mondo.

  14. poesie di Zbigniew Herbert (1924-1998)
    da L’epilogo della tempesta, Adelphi, a cura di Francesca Fornari, 2016

    Un cuore piccolo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35159
    il proiettile che ho sparato
    durante la grande guerra
    ha fatto il giro del globo
    e mi ha colpito alle spalle

    nel momento meno opportuno
    quand’ero ormai sicuro
    di aver dimenticato tutto
    le sue – le mie colpe

    eppure come gli altri
    volevo cancellare dalla memoria
    i volti dell’odio

    la storia mi confortava
    io combattevo la violenza
    e il Libro diceva
    – era lui Caino

    tanti anni paziente
    tanti anni inutilmente
    ho pulito con l’acqua della pietà
    la fuliggine il sangue le offese
    perché la nobile bellezza
    il fascino dell’esistenza
    e forse persino il bene
    dimorassero in me
    eppure come tutti
    desideravo tornare
    alla baia dell’infanzia
    al paese dell’innocenza

    il proiettile che ho sparato
    da un piccolo calibro
    nonostante le leggi di gravitazione
    ha fatto il giro del globo
    e mi ha colpito alle spalle
    come volesse dirmi
    che niente e nessuno
    sarà perdonato

    e così adesso siedo solitario
    sul tronco di un albero tagliato
    nel centro stesso
    della battaglia dimenticata

    io ragno grigio intesso
    riflessioni amare

    su una memoria troppo grande
    su un cuore troppo piccolo

    Preghiera

    Padre degli dèi e tu Hermes mio patrono
    ho dimenticato di chiedervi – e adesso è ormai tardi –
    un dono grande
    e così imbarazzante come una preghiera
    per pelle liscia capelli folti palpebre a mandorla

    che accada
    che tutta la mia vita
    entri per intero
    nel cofanetto dei ricordi
    della contessa Popescu
    su cui è raffigurato un pastore
    che al limitare di un querceto
    soffia dallo zufolo
    un’aria perlata

    e il disordine dentro un gemello
    il vecchio orologio paterno
    un anello senza la pietra
    un binocolo marinaio ripiegabile
    lettere essiccate
    una scritta dorata su una tazza
    che invita alle terme
    di Marienbad
    una barra di ceralacca
    un fazzoletto di batista
    segno della resa di una fortezza
    un po’ di muffa
    un po’ di nebbia

    Padre degli dèi e tu Hermes mio patrono
    ho dimenticato di chiedervi
    mattini pomeriggi sere frivole e senza senso
    poca anima
    poca coscienza
    una testa leggera

    e un passo danzante

    Poesie tradotte da Paolo Statuti

    Vorrei descrivere

    Vorrei descrivere la più semplice emozione
    la gioia o la tristezza
    ma non come fanno gli altri
    cercando un raggio di pioggia o di sole

    vorrei descrivere la luce
    che nasce in me
    ma so che essa non somiglia
    a nessuna stella
    perché non è così luminosa
    né così limpida
    e incerta

    vorrei descrivere il coraggio
    senza tirarmi dietro un leone impolverato
    e anche l’inquietudine
    senza urtare un bicchiere d’acqua

    in altre parole
    darò tutte le metafore
    per una sola espressione
    estratta dal petto come costola
    per una sola parola
    che rimanga
    nei confini della mia pelle

    ma a quanto pare non è possibile

    e per dire – amo
    corro come un folle
    cogliendo fasci di uccelli
    e la mia tenerezza
    che non è di acqua
    chiede all’acqua un viso

    e la rabbia diversa dal fuoco
    prende in prestito da esso
    una lingua loquace

    così si mescola
    così si mescola
    in me
    ciò che canuti signori
    hanno diviso una volta per sempre
    e hanno detto
    questo è il soggetto
    e questo è l’oggetto

    ci addormentiamo
    con una mano sotto la testa
    e con l’altra in un cumulo di pianeti

    e i piedi ci lasciano
    e assaporano la terra
    con piccole radici
    che la mattina
    strappiamo con dolore

    (Versione di Paolo Statuti)

    La poesia “All’entrata della valle” di Zbigniew Herbert contiene riferimenti sia all’Apocalisse di san Giovanni che ai campi di concentramento nazisti. Là i prigionieri venivano divisi e privati delle loro cose, i bambini venivano tolti alle madri. Successivamente aveva luogo la selezione che doveva stabilire chi restava nel campo e chi invece doveva morire nelle camere a gas. Coloro che nella poesia cantano i salmi sono le persone uccise, mentre coloro che digrignano i denti sono quelli che dovranno soffrire nella realtà del campo. Sembra che questa da me tradotta sia la versione censurata della poesia, e che quella non censurata, ma introvabile, contenesse anche un chiaro riferimento all’invasione dell’Ungheria nel 1956 da parte delle truppe del Patto di Varsavia.

    La poesia “Canzone della fine del mondo” di Czesław Miłosz, diversamente dalla poesia di Herbert e dall’Apocalisse, presenta un Giorno del Giudizio tutt’altro che spettacolare, come si prevede che sarà. Fu scritta da Miłosz nel 1943 a Varsavia occupata dai nazisti. Nella sua “Storia della letteratura polacca” (1969), il poeta scrive: «Nella breve e ironica poesia “Canzone per la fine del mondo” Armageddon è permanente, ma sempre seguito dagli alberi in fiore, dai baci degli amanti, dalla nascita dei bambini». Da queste parole di Miłosz possiamo dedurre che il “Dies irae” è un fenomeno quotidiano, e che il mondo materiale esiste come se in realtà nulla fosse successo.

    Zbigniew Herbert: All’entrata della valle

    Dopo la pioggia di stelle
    Sul prato di ceneri
    si raccolsero tutti sorvegliati dagli angeli

    dall’altura scampata
    l’occhio abbraccia
    l’intero gregge belante dei bipedi

    veramente non sono molti
    contando anche quelli che verranno
    dalle cronache dalle fiabe e dalle vite dei santi

    ma tralasciamo queste considerazioni
    spostiamoci con lo sguardo
    nella gola della valle
    da cui proviene un grido

    dopo il sibilo delle esplosioni
    dopo il sibilo del silenzio
    quella voce suona come fonte di acqua viva

    è come ci spiegano
    il grido delle madri che vengono divise dai bambini
    perché risulta
    che saremo redenti separatamente

    gli angeli guardiani sono inesorabili
    e bisogna ammettere che svolgono un duro lavoro

    lei prega
    – nascondimi in un occhio
    in una mano nelle braccia
    siamo stati sempre insieme
    non puoi abbandonarmi
    adesso che sono morta e che ho bisogno di affetto

    l’angelo anziano
    sorridendo spiega il malinteso

    una vecchia porta
    la salma di un canarino
    (tutti gli animali sono morti poco prima)
    era così dolce – dice piangendo
    capiva tutto
    quando parlavo –
    la sua voce si perde nello strepito generale

    perfino il taglialegna
    che è difficile sospettare di simili cose
    vecchio tarchiato ingobbito
    si preme l’ascia sul petto
    – tutta la vita è stata mia
    anche adesso sarà mia
    mi manteneva là
    mi manterrà qui
    nessuno ha il diritto
    – dice
    non la consegnerò

    quelli che a quanto pare
    ubbidivano rassegnati agli ordini
    vanno a testa bassa in segno di riconciliazione
    ma stringono nei pugni
    brandelli di lettere nastri capelli tagliati
    e fotografie
    che ingenuamente pensano
    non verranno tolti loro

    così appaiono
    un momento
    prima dell’ultima divisione
    in quelli che digrignano i denti
    e in quelli che cantano i salmi

    (Versione di Paolo Statuti)

  15. Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»?. Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Meister Eckhart ci ha parlato del «vuoto» quale esperienza interiore essenziale per accedere alla dimensione spirituale, ovvero, fare «vuoto» come distacco dai propri contenuti personali per poter accedere ad una dimensione più vera e profonda.

    È da qui che ha inizio la riflessione poetica dei poeti nuovi dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica, dal punto di congiunzione tra temporalità e memoria. Quel punto opaco, insondabile dove hanno avuto luogo gli eventi significativi, paradossalmente opachi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero.

    Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova ontologia estetica, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile) e «attraverso» esse. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci.

    • La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità. I grandi poeti lavorano incessantemente per tutta la vita attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa.
      In questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

      il proiettile che ho sparato
      durante la grande guerra
      ha fatto il giro del globo
      e mi ha colpito alle spalle

      perché istituisce una contraddizione assoluta che soltanto una metafora assoluta può racchiudere, dove l’assurdo della denotazione collima con il rigore del pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza intuitiva l’eterogeneo e il contraddittorio che permea l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa, assunto che viene invalidato dal pensiero della communis opinio ma che è inverato dall’esperienza della metafora nella poesia, dove essa si rivela essere un concentrato di impossibilità drasticamente verosimile ed immediatamente intuitiva.

      T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42

  16. Alfonso Cataldi

    Sinestesie

    Eravamo tra i minimi discorsi nel bar di via Carfagna
    quando l’altro mio alter ego prende il largo.
    S’inalbera ed esce, sbattendo la porta.
    Così un gruppo di tedeschi litigioso
    si siede al tavolino
    in pieno centro urbano
    e continua la nostra discussione.

    Giacomo sveglia l’intero vicinato strillando
    «il pezzo-schizo» di Jannacci
    davanti lo skyline che muta
    intorno a Porta Nuova:

    “Giacomo ha fame. Paninutto!!”

    Una mamma mette in pausa l’ultimo tutorial pubblicato su Donna Moderna.
    Si domanda se ha una faccia in più
    oppure in meno
    l’origami
    strapazzato tra le dita.

    Il maestro Robert J. Lang dice di ritenere la questione troppo ingenua
    la ripiega nello stipo dietro gli accadimenti di giornata
    da stivare in poco spazio
    tra i satelliti
    del punto-vita.

  17. Una prosa poetica di
    Carlo Bordini dove ci sono molti oggetti, da Assenza, 2016
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35165
    UNA FESTA DA BALLO

    Una strada di notte. Una piccola corte circolare. Un portone borghese. Portineria con vetri, il portiere sonnecchia leggendo il giornale. Il portiere ti guarda mentre passi con suole felpate. Una scala, una porta, un’anticamera. Cappotti oh cappotti. Fasci di luce attraversano l’oscurità. Coppie ballano abbracciate tra la musica. Vecchia stanza di stile……Grotteschi? Disco suona vecchia aria sensuale.
    Coppie ballano come orsi. Donne portano odore di postribolo. E reggono piattini colmi di tazzine da caffè. E’ il punto. Gruppi di persone cicaleggiano tra di loro giacca panino giovane, a quadretti. Si avvicinò nella sala. Chi racconta, chi parla? Chi sussurra? Chi ode, chi voce, chi dice? Mi circondano. Si gira imbarazzato per la sala. Il grammofono è nell’ombra. Chi?… Ah, tu. Un panino. Un grosso panino in bocca lo soffoca, non può parlare. – Amico mio ti dico che la scienza… –
    Appartiamoci mio caro con giacca a sparato. E mentre stiamo parlando di vecchi convenevoli…ecco una due ragazze esistono nell’angolo della sala. L’una è bianca con profilo molle di madonna, di gallina. Giovane pupilla guarda inquieta. La conversazione adempie al suo valore di dovere sociale. Quella ragazza stasera tornerà nel letto pensanso con rammarico e inconscia consuetudine, alle gambe stanche, di aver adempiuto al suo dovere sociale. La tristezza dei suoi polmoni, dopo il tè, è un paio di mutande femminili un po’ sporchette. E’ una condannata di rivolgente apprensione delle feste da ballo, i tacchi a spillo, i democratici comuni pretenziosi vestiti a palloncino, la carne troppo debole.
    Io non volevo accompagnarti amico essi vedi ti seguono noi andiamo tutti i giorni a prendere un caffè da XXX, essi si sono addentrati nella sala dei capelli rossi, è perciò che esso sta dicendo di voler organizzare una nuova straordinaria mostra di meraviglie subacquatiche o irreali, essi sono arrivati nella vasca da bagno, è perciò che tu li vedi, il commerciante disse di non aver bisogno di meraviglie, subacquatiche, poi venne una bionda dai capelli biondi di seta e gli domandò se avrebbe voluto fare un contratto con lei. Egli non sapeva di trovarsi in quella oscura cantina, i rapporti in quella situazione si intrecciavano paurosi e sereni in quella campagna soffusa e riscaldata dal sole. In quella campagna agiva l’eterno dramma umano. Ora essi sono arrivati alla sala delle rappresentazioni, migliaia di archetti brillano sotto i loro occhi io non avrei voluto che questa luce sorda ti pungesse gli orecchi ecco ora il vecchio dei pupazzetti di fil di ferro.
    Ed ecco oscurità Oscurità. Cara balliamo insieme. Cara mi piacciono moltissimo i tuoi occhi. Non riusciamo ad intenderci. – Vuoi andare vuoi andare? – Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Sì no. Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare Sì no. Sbattere automatico di ciglia. Vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare vuoi andare? Sì no.

    Una poesia di Carlo Bordini uscita sulla rivista Luvina, della facoltà di lettere dell’università di Guadalajara, Messico nel 2017

    Non ho più idee

    Da molto tempo non ho più idee.
    Sono capace solo di guardare.
    Una volta avevo idee.
    Adesso le cose sono cambiate a tal punto che non posso più interpretarle con le idee di una volta.
    Posso solo guardare.
    E pensare: forse il problema è da un’altra parte.
    Ma non so da quale parte.
    Ma sono convinto che il problema è da un’altra parte.
    Per quel che mi riguarda, i messicani potrebbero benissimo invadere gli Stati Uniti.
    Non amo gli Stati Uniti. Sono l’oppressione e la guerra.
    Ma so anche che la civiltà è fiorita sempre all’ombra della violenza.
    Venezia non sarebbe così bella se i veneziani non fossero stati dei figli di puttana.
    Inoltre una mia amica (uruguaiana) che una volta ha fatto l’errore di andare in Colombia attraverso Miami,
    mi ha detto che lì all’aeroporto sono schifosi ma che i peggiori sono i latinos che sono diventati yanqui.
    E allora penso che il problema è da un’altra parte.
    Ma non so dove.
    O meglio, so dov’è, è chiaro, ma ho paura di dirlo.

  18. Ecco le strofe iniziali de Il disperso di Maurizio Cucchi (1976), interessanti perché compaiono una gran quantità di oggetti della vita quotidiana per la prima volta in una poesia del novecento…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35166
    Maurizio Cucchi

    Da Il disperso

    La casa, gli estranei, i parenti prossimi
    1
    Nei pressi di.. trovata la Lambretta. Impolverata,
    a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato
    seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando
    nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito
    ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,
    un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,
    dieci lire (che non c’entravano per niente..)

    In aggiunta a tutto ricordo che quando venivo su dalle scale io
    era di giovedì, finita la scuola, verso mezzogiorno; ma era
    anche un ritorno diverso dal solito… Ci sarà
    un aggancio.

    Adesso comunque, eccomi e:
    – Credimi, fai caso
    a quel tale andare tirandosi dietro le gambe e tutto, con gli occhietti
    ancora appiccicati, nel pigiama, goffo da cane,
    rigido inamidato. Ma il bello è
    che me ne accorgo. E allora con che faccia
    fingere un’altra volta il tono giusto, le parole,
    cioè un po’ stiracchiate; il vestire in qualche modo?

    (Che i morti siano due? Ma quello giusto?
    Indifferente? E il primo,
    come una specie di confidenza notturna, non è un parente stretto?
    Strettissimo?)

    (Dimmi tu se è possibile. Pochi giorni fa
    era lì che faceva i suoi lavori. Pareva pacifico.)

    È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore, per via di un sasso): sì, va bene, ma ci sarà
    pure un colpevole, un responsabile
    diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori.

    2
    Non ci voleva quel bicchiere rotto.
    Poco meno di un simbolo. Poco più
    di una fissazione. O viceversa. E poi
    la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo,
    ma per fortuna che non c’ero.

    Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:
    – Tutte le cose, a loro modo,
    erano in ordine, al posto giusto. Un senso,
    capisci, non mancava. Ma quel tale
    entrato poco dopo (forse, mi hai detto
    dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?
    Intendo del pestacarne abbandonato
    sopra il frigorifero, o della mela
    mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia
    del vermuth rimasta senza tappo, in un angolo sul tavolo,
    col bicchiere lì…

    Di fuori c’erano i fiaschi, le bottiglie vuote. Tutti gli ombrelli
    appesi alla sbarra di ferro della porta interna.

    (C’entra qualcosa il vicino
    del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera
    con la faccia da vampiro?)

    (Non avevo mai nascosto certe mie debolezze
    – Dal dentista
    andarci all’ora del tramonto può essere invitante.
    E in più, dopo, uscire, fare il giro della casa,
    tenerti la bocca, dire al primo che incontri e ti saluta: “Sai
    devi scusarmi se parlo male, o mostro un riso macabro. Ma vedi,
    mi mancano i denti, proprio qui davanti…”

    Così, dopo l’accaduto, la vicina del dentista: “Se la gente caro lei
    ci pensasse un po’ più spesso
    ci sarebbe meno cattiveria”. E io
    rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli
    già quasi tagliati a zero
    a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,
    io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene..”
    E mi toccavo i bottoni della giacca.)

    3
    I primi segni a ben vedere
    non erano mancati. È la ricomparsa
    che nessuno si poteva attendere. Dato che poi,
    sulla poltrona, magari in lacrime, se ne era parlato
    della sparizione. Ma in concreto, quanto ne sapevamo?
    Ricordati, però, senza cercare colpe, dell’acqua
    entrata di notte sotto i vetri in nostra assenza, della crepa
    che taglia tutto il soffitto, addirittura del solaio,
    sopra la stanza in fondo e che neppure ci siamo curati di visitare,
    del lampadario che dondola, degli infissi mezzi marci.

    Oggi, poi, come non bastasse, guarda qui! Avvicinati,
    guarda un po’ qui, ti dico, qui sotto. Mi cresce la muffa,
    la muffa sulla suola!

    È che mio padre sì
    sapeva di lettere, cultura: London
    Steinbeck, Coppi e Bartali, Oscar
    Carboni e la Gazzetta
    dello Sport. L’officina. E quelle camicie d’allora,
    larghe, i pantaloni alti in vita, paletò palandrane..

    Mi sono domandato il perché
    di questo continuo andarsene
    di inquilini, qui dell’interno. E di operai
    che vanno e vengono e sporcano le scale. (Chissà adesso
    come sarebbe tutta consumata la targhetta della porta.)

    4
    Avevo cercato di chiedere spiegazioni
    a chi poteva saperne di più. E le domande,
    come al solito, si facevano insistenti. Poi ho visto
    un certo imbarazzo, un certo disagio. “Se non ti va”
    ho detto “scusami,
    non se ne parli più.” “Ma non è per questo”
    mi ha fatto lei. “È che così, a bruciapelo…
    Preparami, voglio dire,
    lasciami tempo di abituarmi.”

    – Ma non ci sarà, lo sai bene,
    conclusione migliore alla vicenda,
    soluzione diversa dal previsto. Solo tutt’al più
    prima o poi un tizio che verrà, uno dei soliti,
    a portare certi suoi risultati di qualcosa: per esempio pezzi di carte,
    foto, testimonianze…

    5
    IL CORPO (il primo, s’intende).
    ……………………….

    Ma poi era venuto su dalle scale
    nel buio.
    Avrà fatto di certo i cinque piani a piedi.
    …………………………

    Nascosto nel portaombrelli. Identificato.
    Finalmente. Recuperato nel sonno.

    6
    Un fischio ha fatto tutto il corridoio (lungo,
    credo, una quindicina di metri) crescendo fino in fondo,
    sulla porta. Lì, poi, c’è stato qualcos’altro.
    Non so.
    Un rumore forte
    (un vetro rotto?
    un vaso caduto?)
    ______________________________________

    Corte dei miracoli

    Non è credibile a sentirlo con le proprie orecchie.
    Viverlo &endash; ti capisco &endash; un inferno, una vergogna,

    un’ansia di scappare (ma restiamo
    nei dettagli più essenziali e meno compiaciuti:

    la pianta della sacrestia, le malefatte
    arcinote del prevosto, l’untuosità dei coadiutori &endash;

    il gobbo e il sordo &endash; e delle suore. Il furto
    alle cassette, la pistola

    avvolta nel giornale, il colpo in canna..)
    _____________________________________

    La mappa del tesoro

    1
    Tutto è cominciato pochi giorni fa.
    Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire
    quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall’attaccapanni, “torno tra poco”. Sparisce.) E dico io
    i più cattivi giurano che se ne frega
    della madre, del fratellino; chi garantisce che “telefona
    di tanto in tanto si fa vivo, soave, sorridente”;
    chi assicura di averlo visto
    peregrinare per i Giardini Pubblici
    tra un albero, una macchina
    a pedali, una biciclettina,
    ricordando, parlottando, riposandosi
    su una panchina di granito. Bevendo un caffè, qualcosa.

    (Spunti vagabondi, tratti di peso da impressioni, fossi io lui
    in persona.)

    (Un rumore di passi, nel corridoio vederla passare; la tentazione a fior di labbra, o muto. Giaculatorie, insulti
    vergognosi. Una pena, nelle ore di svago del bravo
    bambino educato.
    Irresistibilmente
    poi ogni cosa detta al prete in confessione. A lei,
    persino.)

    (Di sera tardi. Solo in un angolo, per terra, le ginocchia nere.
    Spariti a letto chissà come
    “Ma cosa faccio qui?
    cos’è successo?” Di corsa sotto le coperte. Ma poi la luce
    ancora accesa, in camera, di là; la caramella
    che non si scioglie in bocca. Alzarsi, bussare, “permesso”, posarla
    sul comodino. Solo così dormire.)

    Più tardi a fissare le vetrine; a farsi sballottolare
    dai passanti; fermo in un prato.

    2
    Lo rivedi tornare col Corriere, rilassato;
    dire cose come “quanto meno circolando
    in filovia o con il metrò
    puoi ascoltare i discorsi della gente. Leggere
    le pagine dei libri altrui, partecipare
    dei problemi loro. Contemplare
    non visto i particolari dei visi, dei vestiti”.
    Sorridente
    in cerca della sveglia: “Il mattino non ho necessità
    di alzarmi presto &endash; o tardi. Tutte le sere, però,
    carico la suoneria. La punto sulle 8
    (o sulle 9). Sento la squilla e resto lì. Dormo,
    poltrisco. Forse mi fa bene”.

    Tra le voci raccolte una frase,
    detta, ripetuta, sentita un po’ da tutti quanti:
    dice che se ne va, in cerca di qualcosa
    di straordinario, chissà che. Affari;
    sarà che è diventato matto”.

    (Ma è che la portiera mi ha spiegato, gli occhi al cielo,
    “lui, lui! Altro che quello là…”)

    3
    Certo si tratterà, per buona parte, di sciocche fantasie.
    È che una pista, dentro o fuori,
    una traccia
    un segno vago lo seguiva. Coi suoi indizi,
    ancora adesso le sue buone informazioni.

    ……………….
    ……………….

    Ricordo, prima di finire, tra le sue frasi preferite,
    questa:
    “Quando sarò vecchio avrò più pazienza.
    Darò da mangiare ai piccioni”.

    [per ulteriori notizie: qui https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/07/26/la-poesia-desordio-di-maurizio-cucchi-il-disperso-1976-il-processo-di-de-fondamentalizzazione-del-discorso-poetico-di-cucchi-fino-a-vite-pulviscolari-2009-commento-di-giorgio-linguag/ ]

  19. “Passa la nave mia, colma d’oblio”: il più bel dono che ci ha lasciato Petrarca. Intraducibile, per fortuna,ma proteso a significare quell’ineffabile che la poesia dovrebbe proteggere,non con i mezzi di un banale ermetismo,ma con la forza stessa della parola,quel “non detto”che talvolta trapela,come una lama di luce nella babele di tanto parlare al buio.

  20. Tre poesie di Raymond Carver con una digressione di Gaio Valerio Pedini:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/24/dialogo-e-poesie-sul-concetto-di-nuovo-in-arte-di-disfania-e-sulla-nuova-poesia-poesie-di-mario-gabriele-carlo-livia-francesca-dono-donatella-costantina-giancaspero-anna-ventura-gino-rago-gio/comment-page-1/#comment-35171
    Il minimalismo nasce, si dice, negli Stati Uniti. Nasce? Come se una scuola poetica e artistica possa nascere? Va bene, i critici sono sempre soliti umanizzare la letteratura, quando invece, proprio anche grazie al minimalismo, la letteratura è diventata ciò che -si dice- debba essere: design. Ed è questo il problema, la crisi che la critica millanta.

    Ma quando si parla di «crisi», non si spiega l’etimologia, si dice «crisi» così, senza rendersi conto che poi «crisi» significa scelta, criterio e, forse, necessità. Per andare avanti c’è bisogno di «crisi». Fa un po’ di pulizia nel suo essere fossile. Oggi la crisi è il minimalismo. E per quanto ci possa piacere, dobbiamo renderci conto che è un linguaggio, un modo di pensare, un linguaggio che entra fin da subito nell’archeologia della parola. Il problema dell’emozione – abilmente retorizzata – nel minimalismo è che essa è momentanea, legata al presente e la poesia diviene un luogo comune, uno spazio liquido, subito da gettare.

    Il minimalismo viene ideato da Gordon Lish, scrittore ed editor della figura centrale per la poesia e la prosa minimale: Raymond Carver. Nella nota biografica su Carver, nel volume Orientarsi con le stelle, edito da Minimum fax, si leggono delle parole raccapriccianti che indirizzano tutta la poetica e l’arte minimale, ovvero «con il suo stile limpido” vorrei poi sapere che significa stile limpido? “ e la sua attenzione verso la «normalità» esistenziale della gente comune». Mi concentrerei su queste poche parole per delineare tutto il cosiddetto minimalismo, che diviene da dispregio, pregio. «Stile limpido»? Per chi non capisse cosa significhi limpido, per alcuni si dice lineare, per altri retorico, per altri ancora manierista, riconoscibile, ripetibile, copiabile, digitale, intimo, casalingo, facilmente comprensibile. Perché? Perché fa esempi. Situazioni quotidiane, che tutti possono comprendere e in cui tutti si possono ritrovare. Ecco tre poesie di Raymond Carver:

    Compagnia

    Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
    che batteva sui vetri. E ho capito
    che da molto tempo ormai,
    posto davanti a un bivio,
    ho scelto la via peggiore. Oppure,
    semplicemente, la più facile.
    Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
    Questi pensieri mi vengono
    quando sono giorni che sto da solo.
    Come adesso. Ore passate
    in compagnia del fesso che non sono altro.
    Ore e ore
    che somigliano tanto a una stanza angusta.
    Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

    .
    Attesa

    Esci dalla statale a sinistra e
    scendi giù dal colle. Arrivato
    in fondo, gira ancora a sinistra.
    Continua sempre a sinistra. La strada
    arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
    C’è un torrente, sulla sinistra.
    Prosegui. Poco prima
    della fine della strada incroci
    un’altra strada. Prendi quella
    e nessun’altra. Altrimenti
    ti rovinerai la vita
    per sempre. C’è una casa di tronchi
    con il tetto di tavole, a sinistra.
    Non è quella che cerchi. E’ quella
    appresso, subito dopo
    una salita. La casa
    dove gli alberi sono carichi
    di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
    crescono rigogliose. E’ quella
    la casa dove, in piedi sulla soglia,
    c’è una donna
    con il sole nei capelli. Quella
    che è rimasta in attesa
    fino ad ora.
    La donna che ti ama.
    L’unica che può dirti:
    “Come mai ci hai messo tanto?”

    .
    La poesia che non ho scritto

    Ecco la poesia che volevo scrivere
    prima, ma non l’ho scritta
    perché ti ho sentita muoverti.
    Stavo ripensando
    a quella prima mattina a Zurigo.
    Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
    Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
    usciti sul balcone che dominava
    il fiume e la città vecchia.
    E siamo rimasti lì senza parlare.
    Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
    Così felici ed emozionati. Come se
    fossimo stati messi lì
    proprio in quel momento.

  21. Ritorno e propongo anche questo testo inedito che io ho scritto tra aprile e luglio 2015 e ho riunito oggi perché lo trovo adatto a questo contesto.
    Con il vostro permesso:

    Who am I?
    di Lidia Popa

    Qualcuno mi aveva suggerita
    Per un intervista?! E per bacco!
    A chi? Con chi? Perché?
    Who am I?
    Io non sono famosa.
    Non amo la celebrità.
    Non ho il fisico.
    Non posso legare (o leggere)
    due parole in pubblico.
    Ho l’intelletto pacifico.
    Non faccio scandalo o notizia.
    Lo proteggo dalle invasioni barbariche
    del terzo millennio,
    sfacciatamente impudico
    clamorosamente caustico.
    Surgelo i miei momenti migliori
    per un altra vita.
    Se non la mangeranno i tarli
    avrò una nuovissima casa
    con quattro angoli.
    Un giorno, chissà!
    Speranza muore ultima.
    Qualcuno lo racconterà:

    <>
    Da lassù mi farò un fulmine e
    due risate di tanta felicità,
    mentre riposerò nell’eterno
    su una nuvola di carta pesta.
    La fama pesa come un quintale
    di roba marcia che fa acqua
    da tutte le parti.
    A me basta la Roma allagata
    in un giorno di pioggia
    per mancarmi tutta la buona volontà,
    di essere o non essere un nome
    su un pezzo di carta in questa epoca di miseria.
    Il terzo millennio non esiste.
    Abbraccio l’idea dell’apocalisse,
    mi guardo in torno e mi basta.
    Non ha bisogno
    di essere capito
    un poeta.
    Non lo capisci mai!
    Ha emozioni da smaltire
    anche scarti da rottamare
    E enigma e nello stesso tempo
    Confusione. Nuota tra le parole
    come il pesce nel ruscello.
    Nel sangue le scorrono essenze
    di magia. Una pozione di eternità
    da far innamorare gli amanti
    di una pioggia di meteoriti
    in una torrida notte d’estate.
    Il poeta e unico e nel suo viaggio
    lo accompagna la solitudine.
    Who am I?
    Mi sono persa un attimo
    in un groviglio sul tetto.
    Ora non saprei dirti
    chi sono.
    Se sono un poeta
    o un narratore.
    Se mi va di camminare ancora
    o di smarrire la strada.
    Mi sono persa e non so chi sono.
    Mi cerco in ogni dove
    per sottrarmi all’amarezza.
    Mi guardo nello specchio
    e non mi riconosco.
    Il volto e cambiato.
    Confuso da quel precipizio
    o volo che fosse…
    Dell’angelo che mi ha tenuta
    in vita, perché forse qualcuno
    ancora ha bisogno di me.

    Mi riprendo l’esclusività sulle cose
    nel mio possesso, avendo il tempo dalla mia parte,
    per le altre ho possibilità di scegliere
    a chi donarle in eredità. Le illusioni le lascio
    sfuggire un po’ alla volta, come nubi,
    e nel buio mi illumino di pensiero.
    I sassi dormono sotto rivoli d’acqua fresca,
    tumultuoso fiume scorre nella notte.
    Il mare abbraccia la sua foce, come le vene
    di un corpo che pompano il sangue.
    Nelle arterie globuli rossi viaggiano
    affollando come le navi d’estate i mari del nord.
    Mi chino alle debolezze del mondo e le vanità
    le lascio svanire con la filosofia del tempo che fu.
    L’eternità mi può aspettare dopo il tramonto,
    ho smesso di sognare prima dell’alba dell’ultimo giorno.
    Nel mio intimo regna la pace, e del mistero
    non mi lascio colpire, senza cercare
    nel profondo l’indizio, di una nuova tracia
    di vita nelle forme oscure. Di paradigma
    ho il fegato gonfio come grumi di polenta.
    Afa genera domande mostruose:
    Meglio essere un mostro sacro o un mostro incazzato?
    Sinceramente a me le mostruosità
    fanno occhiolino e io me la rido a crepapelle.
    En garde! Le polpette avvelenate tienili per te!

    Mi cerco e non ritrovo che me stessa,
    sfumando un sogno che non poteva respirare.
    Sospiro, intenso, denso
    come un profumo che sa di alghe e di gigli.
    Come un soffio
    il mio respiro è vivo.
    Come l’amore
    che il mondo mi dona.
    Come la vita,
    imparando a conoscere.
    Come una scelta
    tra le righe di un buon libro.
    Come te che hai scelto di rimanere
    accogliendomi alla tua anima.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...