Storia dei Nobel conferiti agli scrittori e ai poeti italiani, a cura di Enrico Tiozzo, da Il Premio Nobel per la letteratura. La storia, i retroscena, il futuro,  Aracne, 2018 pp. 172 € 12 – L’Italia è priva di una politica culturale – L’assenza di candidature autorevoli per la poesia italiana contemporanea 

FOTO POETI POLITTICODal 1901 al 2017 gli insigniti del premio sono stati 113,

di cui 29 di lingua inglese, 14 di lingua  francese, 13 di lingua tedesca, 11 di  lingua spagnola, 7 di lingua svedese, 6  di  lingua italiana e 6  di  lingua  russa.  Seguono poi  in ordine decrescente il polacco (4), il norvegese (3),  il danese (3), il greco (2),  il giapponese (2), l’arabo, il bengalese,  il cinese, il ceco, il finlandese, l’ebraico,  l’ungherese,  l’islandese,  l’occitano,  il portoghese, il serbocroato,  il turco e lo yiddish, ciascuno  con  un  premio. Alla Cina  ne  vengono  attribuiti  2  ma  si  tratta di una cifra da discutere data l’attribuzione  ufficiale di un premio alla Francia  per uno scrittore nato in Cina. Da un punto di vista linguistico-letterario  l’Italia, considerando la sua storia e anche il numero dei suoi abitanti, sembrerebbe trovarsi in una posizione alquanto sfavorevole soprattutto nei confronti dei premiati di lingua spagnola, ove  non   si tenesse  conto  dell’enorme   bacino  premiabile dell’America latina. Il confronto critico va fatto piuttosto con la premiatissima Francia, ma anche con le nazioni scandinave che insieme arrivano a ben 15 premi, una cifra spropositata  per Paesi dalle  letterature  marginali e che dimostra quanto parziali siano stati, nel tempo, i giudizi di Stoccolma.

L’Italia è priva di una politica culturale

Poco indicativa, restringendo il campo all’Italia, è anche la distribuzione temporale dei sei premi Nobel ottenuti in 117 anni. Infatti 3 di essi sono stati assegnati nella prima metà del Novecento  e  gli altri 3 nella seconda metà del Novecento. Nessun premio invece è toccato finora all’Italia nel XXI secolo, il che non è del tutto casuale ed apre la strada a una possibile analisi della politica culturale del nostro Paese. La cadenza dei premi nel corso delle due metà del Novecento (1906, 1926, 1934 e 1959, 1975, 1997) non fornisce invece particolari indicazioni e non può quindi essere accostata a una sorta di generico criterio geografico da parte dell’Accademia di Svezia secondo cui un Paese dalla nobilissima tradizione letteraria come l’Italia dovrebbe essere insignito del Nobel con intervalli non superiori ai 20 anni.

Non c’è dubbio comunque  – e questo è un forte elemento di riflessione – che quando si cominciò ad assegnare il Nobel nel 1901, l’Italia  era  uno dei  4-5  Paesi di punta, con  un premio assicurato a breve, mentre oggi è un Paese dimenticato o comunque confuso nella massa degli aspiranti. La cosiddetta “Italietta” di Giolitti, termine accettabile solo in senso antifrastico, contava molto nel panorama europeo e questo si rifletteva  inevitabilmente anche sui giurati di Stoccolma, che conoscevano l’italiano e potevano, come il presidente della commissione, Wirsén, leggere e ammirare direttamente in originale le poesie di Carducci e i romanzi di Fogazzaro. È l’Italia di oggi che viene invece ignorata, se non di peggio, anche dal punto di vista letterario  in  Svezia,  dove  la stessa  lingua  italiana e non solo gli scrittori che la usano nelle loro opere sono   relegati  ai punti  più bassi dell’interesse delle Università e della case editrici. Manca ormai da tempo un  impegno  concreto  per la diffusione della lingua e della letteratura italiana in Svezia, dove ci si affida a istituzioni,  più   o  meno  i nani a seconda di chi le dirige. Va  da  sé che su  questo  sfondo  –  non si parli  più  seriamente  di  letteratura italiana  a  Stoccolma  da   oltre   un   decennio  e  che  i giurati del Nobel  debbano   industriarsi   per  proprio  conto  se  vogliono  seguire i nostri scrittori che potrebbero essere insigniti del premio. Il quadro è tanto più sconsolante in quanto gli editori italiani continuano invece a sfornare a getto continuo traduzioni ed edizioni  della peggiore   produzione  letteraria  svedese  in  circolazione, quella rappresentata dai romanzi polizieschi.

Il Nobel a Carducci e la bocciatura di Fogazzaro

Il primo Nobel all’Italia era già in votis nella prima tornata del 1901, quando Antonio Fogazzaro venne candidato dal prestigioso socio dell’Accademia di Svezia, Hans Forssell. Il premio non poteva sfuggirgli e infatti nel 1902 la candidatura venne rinnovata da un professore dell’Università di Uppsala, ma a turbare le acque provvide lo stesso Fogazzaro che,  ignaro certamente di  quanto stava avvenendo  a  Stoccolma  e  nella sua veste  di senatore del regno d’Italia, candidò  al  Nobel Giosuè Carducci,  peraltro proposto anche da Vittorio Puntoni, rettore dell’Università di Bologna oltre che professore di letteratura greca nello stesso ateneo. Negli anni successivi Fogazzaro, informato finalmente di quanto stava avvenendo in Svezia,  non  propose  più  Carducci    riproposto  però da Puntoni nel 1903 e da Carl Bildt dell’Accademia di Svezia nel 1905. A questo punto  lo scontro  fra  i  due  candidati  italiani er a inevitabile e si  materializzò  nel  1906  quando  Bildt, che  era  anche ambasciatore di Svezia a Roma, candidò  Fogazzaro  oltre a Carducci proposto  anche  da Ugo Balzani  dell’Accademia dei Lincei, da Rodolfo  Renier dell’Accademia delle Scienze di Torino e da un professore  svedese.  Wirsén  era comunque  ben  deciso  ad  assegnare il Nobel a Fogazzaro,  ma a tagliare  le gambe allo scrittore  vicentino  fu la pubblica sottomissione alla Chiesa di Roma che egli fece nella primavera  di quell’anno  per le critiche  che  gli  erano  state  rivolte  per  Il santo. A “denunciarlo” agli Accademici luterani nel maggio del 1906 fu  lo stesso Bildt, sottolineando come Fogazzaro avesse «riconosciuto solennemente le pretese della Chiesa  cattolica  romana di dominare la libertà  di pensiero e di parola». Il Nobel andò  cosí  meritatamente al morente Carducci, che lo ricevette da Bildt  in casa sua e  il  sipario  calò  su  Fogazzaro,  nonostante alcuni successivi e disperati  tentativi del suo adoratore Wirsén.

Strilli Lucio Ricordi

Versi di Lucio Mayoor Tosi

La mancata candidatura di Gabriele D’Annunzio

Nel ventennio successivo i nomi dei candidati italiani proposti per il Nobel sono tutt’altro che entusiasmanti ed è inspiegabile che dall’Italia o dall’estero non sia mai stata avanzata la candidatura di un maestro come d’Annunzio, pure tradotto in svedese. Accanto a Fogazzaro, insistentemente riproposto fino al 1911, troviamo invece Angelo De Gubernatis, Edmondo De Amicis, Francesco d’Ovidio, Salvatore Farina, Grazia Deledda (candidata per la prima volta nel 1913 da Luigi Luzzatti e da Ferdinando Martini e riproposta poi frequentemente), l’italo-francese Dora Melegari, Roberto Bracco (proposto per la prima volta nel 1922 da un professore danese e da uno norvegese e riproposto in segui to), Guglielmo Ferrero  (proposto per la prima volta nel 1923 da professori italiani e svizzeri oltre che da vari Accademici di Francia e riproposto in seguito), Matilde Serao  (anche lei proposta per la prima volta nel 1923 da Francesco Torraca e riproposta  in seguito), Giovanni Schembari, e Ada Negri, proposta per la prima volta nel 1926 da Michele Scherillo. Le candidature italiane si fanno più frequenti negli anni ’20 per concentrarsi  infine   su     un  terzetto formato dalla Deledda, dalla Serao e da Bracco, chiaramente in aperta competizione tra di loro perché il premio ad uno dei tre avrebbe inevitabilmente comportato l’esclusione perpetua degli altri due.

La candidatura di Guglielmo Ferrero

 Un caso a parte è invece quello della fortissima candidatura di Guglielmo Ferrero a cui il Nobel non sarebbe potuto sfuggire in alcun modo se l’italiano  non  avesse trovato  di fronte a sé l’insormontabile opposizione di Schück, dominatore e despota dell’Accademia di quegli anni.

A candidare Ferrero, apprezzatissimo  anche  da alcuni soci dell’Accademia, erano stati uomini come Gaetano Salvemini, Niccolò Rodolico, Paul Bourget, Henri Pirenne e Anatole France, oltre ai soci dell’Accademia di Rio de Janeiro e agli Accademici di Svezia Nathan    Söderblom e Verner   von  Heidenstam. Oltre a nutrire  un’antipatia  personale nei confronti di Ferrero e della sua opera, i cui veri motivi restano imperscrutabili, Schück, con l’influente appoggio di Bildt,  aveva  però  disegnato  un  suo  piano per portare al Nobel  Grazia  Deledda e,  per potervi  riuscire, doveva sbarazzarsi in tutti i modi della fortissima candidatura dello storico  italiano che, vincendo, avrebbe sbarrato la porta alla scrittrice sarda. I cinque volumi di Grandezza e decadenza di Roma,   pubblicati  in  Italia  tra  il  1901 e  il  1907 da Treves ,  in  traduzione francese, da Plon a  Parigi tra il 1902 e il 1908,  avevano entusiasmato i dotti svedesi e rappresentavano una credenziale formidabile  per ottenere  il Nobel. In  traduzione inglese l’opera era stata pubblicata tra il 1907 e il 1909  mentre,  nella  traduzione svedese di  Hjalmar Bergman e Ernst Lundquist, il capolavoro  di Ferrero  era stato  pubblicato  nel 1921-1924 dal  prestigioso  editore  Bonniers a Stoccolma e godeva quindi dei massimi favori proprio a metà degli anni ’20.

Il decisivo atto di accusa di Schück contro Ferrero è contenuto in una perizia dattiloscritta di 21 pagine, sottoposta alla commissione Nobel nella tornata del 1923,  in cui il professore di Uppsala comincia con lo screditare vari professori responsabili della candidatura dell’italiano  in  quanto non competenti  in storia antica ma in storia moderna, come Rodolico e  Salvemini,  a proposito dei quali Schück insinua anche il sospetto che abbiano candidato Ferrero solo per fare un piacere a Barbagallo, definito “signore” in modo spregiativo per indicare la sua inesistente qualifica di professore universitario. Per quanto riguarda  poi l’opera  di  Ferrero  sulla storia di Roma  antica, Schück  la  liquida come  priva  di  basi  scienti- fiche e come un imbarazzante documento d’incompetenza e d’impreparazione. L’argomentazione si rivelò così efficace da zittire del tutto due autorevolissimi componenti della commissione,  come Hallström e Österling, che  erano  inizialmente ben decisi a conferire a  Ferrero  il  premio Nobel. A distanza di quasi un secolo e tenendo conto dei riconoscimenti per la letteratura assegnati ormai a sceneggiatori, giornalisti e cantanti, l’argomentazione di Schück appare grottesca, ma in realtà lo era anche nel  lontano 1923. Il Nobel  per  la  letteratura non era infatti un premio scientifico e l’Accademia avrebbe dovuto guardare ai meriti di Ferrero come scrittore anziché alla sua competenza come storico.

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Il Nobel a Grazia Deledda

Negli anni ’20 come oggi erano però l’influenza e il potere dei singoli Accademici a far pendere da una parte o dall’altra il piatto della bilancia e Schück con la stessa determinazione con cui aveva silurato Ferrero riuscì a convincere i suoi colleghi della commissione a conferire il Nobel a Grazia Deledda, con una perorazione retoricamente efficace quanto la sua requisitoria contro Ferrero, servendosi di toni lirici ed epici per evocare i paesaggi della Sardegna («su cui splendono il sole e la bellezza»), il carattere dei personaggi e la forza delle vicende drammatiche, scaturiti dalla penna della scrittrice di Nuoro. L’orgoglio degli italiani, forte ancora oggi, per il riconoscimento del 1926 alla Deledda, non cambia però la sostanza delle cose e nessun giudizio critico successivo ha mai potuto confermare una qualche forma di eccellenza dell’autrice di Canne al vento  nel panorama  letterario mondiale del Novecento. Va onestamente riconosciuto che il Nobel alla Deledda è uno dei molti riconoscimenti assegnati su basi molto fragili, per non dire incomprensibili, né il quadro migliora sapendo che l’argomento decisivo a favore della Deledda –  nell’arringa di Schück – fu il paragone con il polacco Władisłav Reymont, vincitore nel 1924 di un altro Nobel oggi dimenticato e molto difficilmente difendibile.

La candidatura di Benedetto Croce

Gli altri candidati italiani del resto non apparivano superiori alla Deledda e non fu difficile per la commissione esprimere le proprie riserve sulla “napoletanità” della Serao e sul valore del teatro di Bracco, né migliore sorte poteva avere Cesare Pascarella, candidato nel 1927 da due soci dell’Accademia dei Lincei, mentre appariva invece rilevante la candidatura di Benedetto Croce, proposto per la prima volta nel 1929 da tre professori di lingua tedesca, Julius Schlosser, Karl Vossler e Friedrich Meinecke. La sorte di Croce al vaglio della commissione Nobel si sarebbe trascinata per un quarto di secolo, fino alle soglie della morte del filosofo  italiano nel 1952, e rimane ancora oggi una delle pagine più nere per quanto riguarda oggettività e imparzialità di giudizio dell’Accademia di Svezia, come peraltro avrebbe apertamente riconosciuto Österling, nel verbale della commissione Nobel del 24 settembre 1949, dove egli scrisse che «Croce è senza dubbio una figura di statura così imponente da mettere in ombra tutti gli scrittori presenti sulla lista dei candidati, e il suo ruolo di guida nelle scienze umanistiche e nell’estetica ormai è universalmente noto», rammaricandosi tuttavia per il fatto che il Nobel ormai sarebbe apparso come un riconoscimento troppo tardivo. In altre parole Croce, pur meritando il Nobel, non fu premiato fino alla caduta del fascismo perché l’Accademia non voleva inimicarsi la dittatura, e   non   fu  premiato, dopo   la  caduta del fascismo e nel secondo dopoguerra perché l’Accademia si vergognava  –  premiandolo  –  di ammettere la sua codardia nel non averlo premiato prima.

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Il terzo Nobel italiano: Luigi Pirandello

 È su questo sfondo, non del tutto glorioso, che va collocato il terzo Nobel italiano della prima metà del Novecento, il meno discusso, il più ammirato universalmente, il primo nella secolare storia del premio  –  ad essere assegnato la prima volta che il nome del candidato era arrivato sul tavolo dei giurati di Stoccolma. A candidare Luigi Pirandello nel 1934 fu Guglielmo Marconi nella sua veste di presidente della Classe delle Lettere della Reale Accademia d’Italia. Sfugge a molti – nelle ricorrenti ridicolizzazioni  (fra  le ultime  quella di  Andrea Camilleri) che si fanno della fascistissima Accademia, voluta da Mussolini, e dei suoi componenti con feluca e spadino – che si dovette ad essa e alla buona reputazione di cui godeva allora il fascismo anche in Svezia se il premio andò così facilmente a Pirandello, nonostante  la  perizia altalenante che su di lui aveva vergato lo stesso Per Hallström, presidente della commissione Nobel e Segretario permanente dell’Accademia di Svezia. Infatti   lo svedese,  che  era  un grande ammiratore di Hitler e fu assai dispiaciuto negli anni seguenti per le sconfitte dell’esercito tedesco nelle ultime fasi del conflitto mondiale, criticò spietatamente la produzione narrativa dello scrittore siciliano, considerata  mediocre  e  di gran lunga inferiore a quanto Pirandello  aveva scritto per il teatro e che, alquanto sorprendentemente dopo tanta severità, era tuttavia giudicato  meritevole del Nobel. La componente politica di simpatia per l’Italia fascista ebbe dunque un peso importante, per non dire determinante, nel premio assegnato a Pirandello, ma non ci risulta che la cosa, dal secondo dopoguerra in avanti, sia stata mai nominata dalla storiografia letteraria italiana politicamente orientata.

La candidatura di Alfonso Strafile

Dopo il successo di Pirandello il quindicennio seguente segna  forzatamente  un  periodo di  attesa  ed  i nomi che  appaiono sono quelli di Croce nel 1936,  nel 1938,  nel 1939 (mai candidato dall’Italia fino al 1947 quando a proporlo  fu Bernardino Barbadoro dell’Università di Firenze) nel 1948, nel 1949 e nel 1950, dello sconosciuto Alfonso Strafile,  proposto nel 1940 da Domenico Vittorini, professore a Filadelfia, di Ignazio Silo- ne, proposto nel 1946 da Hjalmar Gullberg dell’Accademia di Svezia e riproposto nel 1947 dall’altro Accademico di Svezia Fredrik Böök, di Riccardo Bacchelli proposto dai Lincei nel 1948,  insieme con Croce, e riproposto nel 1949, di Alberto Moravia, candidato per la prima volta nel 1949  da  Gullberg. Fra  tutti  questi l’unico ad essere preso in considerazione per il premio fu Silone.

La candidatura di Riccardo Bacchelli

La seconda metà del Novecento si apre, nel 1951-1953, alquanto sorprendentemente senz’alcuna candidatura italiana al Nobel per la letteratura (nel 1950 era stato proposto Croce), mentre nel 1954 torna ad affacciarsi  il nome di  Riccardo Bacchelli, che era stato proposto, assai autorevolmente, nel 1949 da

T.S. Eliot, suscitando però soprattutto  stupore  e ironia presso i componenti della commissione Nobel. A riproporlo nel 1954, con  una perorazione in francese, fu  Gianfranco  Contini nella sua veste di professore dell’Istituto di filologia romanza alla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, ma la commissione Nobel,   nelle  parole   di  Österling, se ne sbarazzò  rapidamente considerando decisiva in senso negativo l’opera più recente del romanziere italiano,  Il figlio di Stalin.  Il lotto  dei concorrenti italiani aumenta però notevolmente l’anno successivo, il 1955, con le candidature di Montale, Ungaretti, Papini e Moravia. I due poeti si avvalevano  della proposta di T.S. Eliot  richiamando così prepotentemente l’attenzione della giuria svedese sulla nuova scuola poetica italiana, spesso chiamata “ermetica” per semplificazione, che entro pochi anni avrebbe incontrato i favori degli Accademici di Stoccolma, mentre Moravia era proposto da Carlo Dionisotti, professore all’Università di Londra, e Papini da  Henri  de  Ziégler  dell’Università  di  Ginevra. Se   Ungaretti non fosse stato candidato anche da Giuseppe De Robertis, si rimarrebbe stupiti della mancanza di proposte provenienti dall’Italia a favore dei nostri scrittori.

I casi Papini e Moravia

Papini e  Moravia   purtroppo  vennero  infelicemente    periziati da Ingemar Wizelius, un giornalista svedese, corrispondente da Zurigo del “Dagens Nyheter” e  vagamente infarinato di letteratura, il quale non conosceva né gli scrittori italiani né l’opera dei due candidati sottoposti al suo vaglio. I suoi titoli di merito per occuparsi  della  nostra letteratura risiedevano nel fatto che Zurigo è geograficamente più vicina all’Italia di quanto lo sia Stoccolma e questo  –  al di là di ogni inevitabile ironia – indica quanto approssimativamente e superficialmente lavorassero la commissione Nobel e l’Accademia di Svezia. Appare evidente dal testo consegnato da Wizelius ai giurati che il giornalista, per giudicare le opere di Moravia e di Papini, si era servito di recensioni altrui e di ritagli di giornale, come era abituato a fare nel suo lavoro di corrispondente. Il verbale finale della commissione, firmato da Österling, escludeva Moravia, soprattutto a causa  di un  romanzo   giudicato  «banale e ammiccante al pubblico»  come  Il disprezzo,  e  Papini  «per  l’opera  troppo  eterogenea e composita», anche se La spia del mondo veniva giudicata comunque «senza tema di esagerazioni un’opera all’altezza del Nobel». Quanto ai due poeti, la commissione si esprimeva  in modo interlocutorio perché Österling non gradiva l’eccessiva impenetrabilità della scuola ermetica.

Pasolini e Ungaretti

La candidatura di Vasco Pratolini e di Ungaretti

Nella tornata del 1956 comincia a stagliarsi meglio la candidatura di Ungaretti, proposto da Marcel Raymond dell’Università  di Ginevra,  mentre  si  affaccia  al  premio Vasco Pratolini,  anch’egli candidato dall’estero e più precisamente da Paul Renucci, professore all’Università di Strasburgo. Anche Pra- tolini venne affidato al dilettante  Wizelius, che scrisse sul narratore toscano un referto di sette pagine, infarcito di notizie biografiche e di luoghi comuni, ma alquanto favorevole alla sua opera, con accenti particolarmente entusiastici su Via de’ magazzini e su Metello, ma piuttosto tiepidi su Cronaca familiare  e  su   Cronache di poveri amanti. Troppo  poco  comunque  per coinvolgere Österling che, concludendo i lavori della commissione,  mise  a  verbale che la posizione dei  giurati  nei confronti di Pratolini era «attendista» e che si aspettava quanto sarebbe uscito successivamente dall’officina dello scrittore  fiorentino. Per Ungaretti si fece riferimento al giudizio dell’anno precedente ribadendo che il poeta italiano era da considerarsi in «lista di attesa».

La candidatura  di  Carlo Levi

Il 1957 vede per la prima volta la candidatura di Carlo Levi, proposto da Mario Praz in una lettera confusissima, in cui in realtà viene candidato Ignazio Silone o addirittura un quartetto formato da Moravia,  Silone,  Levi e  Bacchelli, indicati tutti come «degni di essere presi in considerazione  per  il Nobel per la letteratura», una malinconica conferma del fatto che anche uno studioso di altissimo prestigio come    Praz  non  aveva  capito  come     si   doveva  scrivere     una candidatura   ufficiale   al  premio Nobel. Moravia   era   stato   proposto  anche  dal  grecista  Gennaro  Perrotta, con una lettera poco chiara nelle motivazioni  almeno  quanto  quella di Praz   per i nomi dei candidati, mentre Papini veniva proposto da Paolo Toschi, dal suo indirizzo  romano  di via Tacito 50,  con  una  lunga  lettera che si concludeva però avanzando in alternativa la candidatura di Riccardo Bacchelli, in modo da ingenerare una possibile confusione agli occhi dei giurati svedesi. Nel verbale finale Österling si sbarazzò di tutti i candidati italiani liquidando per primo Carlo Levi in quanto inferiore agli altri candidati Moravia e Silone. Di questi ultimi due  Österling  elogia sia Moravia, tornato in auge ai suoi occhi dopo la pubblicazione de La ciociara, sia Silone per Il segreto di Luca, ma le preferenze della commissione quell’anno vanno comunque ad un quartetto finale formato da Karen Blixen, Boris Pasternak, André Malraux e Albert Ca- mus che infatti ottiene il Nobel.

Le candidature di Elio Vittorini, Ignazio Silone e Giuseppe Ungaretti

 L’avvicinamento degli scrittori italiani al premio diventa palese l’anno successivo, il 1958, quando viene candidato per la prima volta Salvatore  Quasimodo  con le proposte di Maurice  Bowra, presidente della British  Academy, Carlo Bo e Francesco Flora; Alberto Moravia, con  le  proposte di  Stuart Atkins e Hans Nilsson Ehle,  professore di lingue romanze all’Università di Göteborg; Elio Vittorini proposto ancora dallo statunitense Atkins, professore di lingue germaniche ad Harvard; Ignazio Silone proposto da due autorevoli soci dell’Accademia di Svezia; Giuseppe Ungaretti proposto da Howard  Marraro, professore di storia  alla  Columbia University; Riccardo Bacchelli proposto da Nilsson-Ehle. Vittorini venne eliminato in modo sbrigativo da Österling che mise velleitariamente a verbale che si attendevano future prove dello scrittore per poterlo giudicare, mentre per Bacchelli non ci si spostò dal precedente giudizio  negativo. La  perizia su Quasimodo e Ungaretti venne sciaguratamente affidata al solito giornalista Wizelius che ne fece un documento politico squalificando Ungaretti in quanto, a suo dire, colluso con il fascismo per la nota prefazione di Mussolini a  Il porto sepolto, ed esaltando invece Quasimodo in  quanto,  sempre a suo dire,  campione della Resistenza. Ma gli occhi della commissione erano tutti per Moravia, in diretta competizione con  Silone,  e   l’autore de   La ciociara,  proprio  grazie a questo romanzo, venne collocato al secondo posto nel quartetto dei finalisti che vedeva in testa Pasternak, candidato autorevolmente da Renato Poggioli, professore ad Harvard, e forte della pubblicazione de  Il dottor Živago  nell’edizione di Feltrinelli del 1957. Senza Poggioli e Feltrinelli il Nobel sarebbe andato a Moravia.

Il Nobel a Salvatore Quasimodo

Il premio all’Italia  arrivò  però  l’anno successivo,  il 1959, anche se la cosa avvenne in modo quasi romanzesco. Per l’Italia erano in gara Vasco Pratolini, candidato da Paul Renucci, Moravia e Silone, entrambi candidati da Hjalmar Gullberg componente della commissione Nobel, e Quasimodo candidato da Carlo Bo. La commissione Nobel decise con quattro voti su cinque che il Nobel doveva andare alla danese Karen Blixen,  ma  il quinto componente, Eyvind Johnson, si oppose facendo osservare che un premio alla Danimarca sarebbe stato interpretato all’estero come una prova di favo- ritismo scandinavo  e  propose  in  alternativa di premiare uno scrittore italiano a scelta fra Quasimodo, Silone, Moravia e Ungaretti, da lui elencati in quest’ordine e senza una motivazione  particolare che favorisse uno dei quattro. Ribaltando quindi il giudizio della commissione che rimaneva quello di premiare la Blixen, l’Accademia di Svezia nel suo plenum e com’è nei suoi diritti scelse di votare a maggioranza per il conferimento del Nobel a Quasimodo. Va da sé che ci si era orientati su un poeta anziché su un prosatore e che, tra Ungaretti e Quasimodo, era stato scelto il secondo anche in base alla perizia politica di Wizelius dell’anno precedente. Dopo tutto si trattava di riammettere l’Italia, riabilitandola, fra  i   Paesi   degni   del   Nobel dopo  il  quarto   di  secolo  di esclusione   per  essersi  schierata dalla  parte   perdente  nel secondo conflitto mondiale. Il premio a Quasimodo, nel giudizio di mezzo secolo dopo da parte dei critici svedesi e della stessa Accademia, è considerato comunque un premio letteraria- mente meritato  anche  se  oggi si  riconosce apertamente  che, tra Quasimodo e Ungaretti, si sarebbe dovuto premiare Ungaretti.

Figure haiku di Lucio Mayoor Tosi

Versi di Lucio Mayoor Tosi

La candidature di Moravia e di Silone

Fra i 70 candidati del 1960 riappaiono Moravia e Silone, candidati   proprio da quell’Eyvind  Johnson  della commissione  Nobel,  padre spirituale del premio a Quasimodo,  mentre,  tra i 93 candidati del 1961, Moravia figura candidato da Anders  Wedberg,  professore di filosofia teoretica all’Università di Stoccolma, e Silone viene proposto dall’Accademico di Svezia Elias Wessén.  È  significativo  notare  per  la  prima volta  tra  i candidati il nome di Eugenio  Montale,  allora  62enne,  proposto   da  Michele  De  Filippis, professore d’italiano all’Università di Berkeley. Cominciava così una lenta marcia di avvicinamento che sarebbe durata  per quindici anni. Nel 1961 i candidati scendono a 86 e nella lista riappare Moravia, candidato ancora dall’interno dell’Accademia di Svezia, questa volta ad opera del suo autorevole socio, Hjalmar Bergman, e affiancato da Silone, riproposto da Wessén. La lista del 1963 annovera ben 123 nomi e tra di essi figura per la prima volta Emilio  Cecchi, candidato  da  Howard  Marraro,  accompagnato  da Moravia,  proposto  da  Olof Brattö,   professore   di    lingue romanze  a  Stoccolma, e  dall’Accademico   di  Svezia Wessén,  che propone anche Silone, mentre Pratolini viene candidato ancora una  volta da   Paul  Renucci,  allora professore d’italiano  alla  Sorbona.   Gli  italiani  presenti  fra  i  98  nomi   della   lista   del   1964   sono Moravia, candidato dal milanese Uberto Limentani, professore ordinario di letteratura  italiana  a Cambridge dove   era entrato come lettore   nel  1945,    e  Ungaretti,      proposto  da  Georges  Poulet, belga di nascita e professore di letteratura francese prima alla John Hopkins e poi a Zurigo e a Nizza.

A metà degli anni ’60    il   quadro generale  non  muta, anche se nel 1965 le candidature salgono a 120 includendo nomi come Anna Achmatova, Jorge Luis Borges, Max Frisch, Ernest Jünger, William Somerset Maugham, Yukio Mishima, Vladimir Nabokov,  Ezra Pound, Thornton Wilder e Marguerite Yourcenaur, tutti rimasti senza Nobel, e altri invece poi premiati nel tempo come Asturias, Beckett, Böll, Kawabata e Neruda.

La candidatura di Giovanni Guareschi

Per l’Italia era presente per la prima volta Giovanni   Guareschi, candidato da Mario Manlio Rossi professore di filosofia all’Università di Edinburgo e non già “professore di letteratura italiana all’Università di Stoccolma”, come indicato  erroneamente   da   varie te  state italiane   (fra cui “La Stampa” il giorno dell’Epifania)  a gennaio del 2016 quando la lista dei candidati venne desegretata. Altrettanto inesatta la notizia, data dagli stessi giornali, che per Guareschi si trattasse di “un Nobel sfiorato”,  dal  momento  che l’autore  di  Don Camillo,  pur tradotto  in  svedese e  apprezzato dal pubblico,  non   venne  mai preso seriamente  in considerazione  per  il  premio e,  per rendersene conto,  già basterebbe  guardare  i  nomi dei candidati di quell’anno. Insieme a Guareschi figuravano, nella lista, anche Moravia, riproposto da Limentani, e Ungaretti candidato dallo statunitense Otis Edward Fellows, professore di lingue romanze alla Columbia University. A distanza di una manciata di anni dal premio a  Quasimodo  le  possibilità di Ungaretti erano quasi inesistenti, mentre quelle di Moravia erano state bruciate una decina di anni prima dopo la grande occasione perduta del premio andato a Pasternak.

Le candidature di Carlo Emilio Gadda e di Carlo Levi

Sorprende il calo dei candidati da 120 a 99 nell’edizione del 1966,  probabilmente  una  ripercussione delle polemiche  seguite  al  premio del 1965 a Šolochov,  ma la lista è ricca degli stessi nomi prestigiosi dell’anno  precedente con  qualche  nuovo  arrivo  come  Jean Anouilh e  Günter Grass.  Per  l’Italia appare per la prima volta Carlo Emilio  Gadda,  proposto dall’italo-americano Mario Andrew Pei,  insigne linguista e professore di filologia romanza alla Columbia University, mentre  riappare Carlo Levi, candidato da Maria Bellonci, citata negli archivi del Nobel come Maria Villavecchia  Bellonci ed erroneamente indicata come professoressa all’Università di Roma, mentre la Bellonci aveva potuto avanzare la sua proposta in qualità di presidentessa del PEN club italiano e, com’è noto, non ebbe mai una cattedra universitaria. Riappaiono anche le candida-ture di Montale,  proposto  da  Limentani, e di Moravia, anch’e- gli indicato dalla Bellonci. Gadda, allora già ultrasettantenne, non  aveva  (e ancora  non  ha)  qualcosa di suo tradotto    in   svedese  e  la difficoltà   della  sua  prosa  appariva  insormontabile agli Accademici di Svezia, mentre per  Carlo Levi,  le sue tre opere tradotte in svedese (Cristo si è fermato a Eboli, Bonniers, 1948, L’orologio, Bonniers, 1950 e Le parole sono pietre, Bonniers, 1958)  non  erano  bastate  nemmeno  in precedenza  per  far  formulare un giudizio positivo alla commissione Nobel.

L’edizione  del 1967 vede Montale  e  Moravia  come  unici candidati per l’Italia, proposti rispettivamente da Uberto Limentani, annotato come professore di lingua italiana all’Università di Cambridge, e da Gustaf  Fredén, professore di storia della letteratura all’Università di Göteborg. Sorprende l’ulteriore calo dei candidati che scende a 70 in totale, anche se la lista presenta una serie di nomi di prestigio come il vincitore Asturias, accompagnato da Beckett,  Bellow, Kawabata, Neruda, Simon, tutti poi insigniti del Nobel, accanto ad altri scrittori altrettanto insigni ma poi sempre esclusi dal premio, come  Jorge Amado, Borges, Graham  Greene  (proposto da Gierow, che candida anche Ionesco), Mishima, Ezra Pound e Tolkien.

La candidatura di Montale

 Negli anni successivi si va  rafforzando sempre più la candidatura di Montale, anche per il decisivo appoggio di Österling (suo traduttore in svedese), ma la commissione Nobel negli anni ’70 registra il passaggio di consegne  della  presidenza  da Österling (che rimane in commissione fino al 1981) a Gierow, mentre come nuovi  componenti  figurano  Lars  Gyllensten  dal 1968 e Artur  Lundkvist dal 1969, ai quali nel 1972 si aggiunge Johannes  Edfelt.  Nel 1975 erano  in  lizza nomi di assoluto  prestigio,  da Bellow  a  Canetti, da  Garcìa Marquez  alla  Gordimer, dalla Lessing a Grass, da Naipaul a Simon, da Graham Greene a Nabokov.   A  far  pendere  la  bilancia  dalla parte  di  Montale con un  nuovo  Nobel  alla   poesia italiana       già   premiata 16  anni   prima con Quasimodo, furono diversi fattori, non ultimo quello del rammarico  per non aver premiato Ungaretti, scomparso nel 1970  e  impossibile da  premiare nel decennio  successivo  al  premio   a   Quasimodo.  Il quasi 80 enne  poeta  ligure aveva contro di sé  sia l’età avanzata, sia il pessimismo    indiscutibile che era al fondo della sua produzione lirica e che  infatti Österling  provvide a”neutralizzare” nel suo discorso ufficiale sostenendo che si trattava di un atteggiamento razionale non privo  di   fiducia nella capacità di andare avanti superando gli ostacoli. A distanza di quasi mezzo  secolo  dal secondo Nobel   per  la letteratura assegnato all’Italia nella seconda metà del Novecento, va anche ricordato   che  esistevano  ancora  nell’Accademia di Svezia, almeno  in   uomini come  Österlig,  un  rispetto   e  un’attrazione  per la patria di Dante,  tali  da fargli priorizzare  gli scrittori italiani con una certa cadenza regolare, sentimenti che oggi non esistono più o che comunque non sono abbastanza forti.

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

Versi di Lucio Mayoor Tosi

Il Nobel a Dario Fo e il caso Albino Pierro

Il discorso è completamente diverso  per  il  Nobel assegnato a Dario Fo nel 1997, oltre due decenni dopo il premio a Montale  e  dopo anni di  furiose  polemiche   sui  giornali   italiani e svedesi per il sedicente veto posto all’“obbligatorio” Nobel per Mario Luzi da parte dell’Accademia di Svezia che sarebbe stata oggetto di forti pressioni delle autorità italiane, su iniziativa di Emilio Colombo, per far invece assegnare il Nobel al poeta lucano Albino Pierro. Ad orchestrare questa campagna era Giacomo Oreglia, un editore e traduttore  italiano attivo in Svezia fin dagli anni ’50, certamente non privo di contatti fra gli Accademici ma in guerra contro la Farnesina  per questioni  legate alla sua  pensione. Tra le asserzioni  di  Oreglia  figurava quella secondo cui le traduzioni di Pierro in svedese sarebbero state finanziate  con  molte decine di milioni di lire provenienti dal ministero degli Esteri, un’affermazione completamente priva  di  fondamento  ma che trovò  posto  ed  attenzione  in autorevoli quotidiani svedesi. La polemica si acutizzò in modo accesissimo proprio nel 1997 quando l’Accademia di Svezia, anche per chiudere una volta per tutte la tragicomica questione, assegnò  –  nello stupore generale  –  il premio al teatrante Fo, fortemente sostenuto dal suo autorevolissimo ammiratore Lars Forssell della commissione Nobel.

L’assenza di candidature autorevoli per la poesia italiana contemporanea

Il premio a Fo, giustificato dall’Accademia come un’apertura rivoluzionaria ad un nuovo settore della letteratura, apparve incomprensibile  a  tutti nel 1997 e  tale  è  rimasto  a oltre 20  anni dalla sua assegnazione, anche  perché  la produzione “letteraria” di Fo era stata documentatamente scritta in collaborazione  con Franca Rame  (se non addirittura solo da lei), tenuta  però  al di fuori del premio, un errore  palese  e  riconosciuto  in seguito,  in forma privata, anche da qualche responsabile di quella decisione. Negli anni successivi le maggiori possibilità  nella corsa al premio  sono  state  dei nostri narratori, anche  per  il  rimpianto dell’Accademia per  non  avere  fatto in tempo a  premiare Calvino, a cui il Nobel sarebbe immancabilmente arrivato se non fosse morto prematuramente. Anche Giuseppe Bonaviri, Alberto Bevilacqua, Sebastiano Vassalli sono scomparsi negli anni in cui le loro candidature al premio stavano  rafforzandosi, mentre finora  nessun  poeta ha raccolto  presso l’Accademia  il favore di cui a suo tempo e forse troppo abbondantemente godette la lirica italiana del secondo dopoguerra.

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16 risposte a “Storia dei Nobel conferiti agli scrittori e ai poeti italiani, a cura di Enrico Tiozzo, da Il Premio Nobel per la letteratura. La storia, i retroscena, il futuro,  Aracne, 2018 pp. 172 € 12 – L’Italia è priva di una politica culturale – L’assenza di candidature autorevoli per la poesia italiana contemporanea 

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/12/storia-dei-nobel-conferiti-agli-scrittori-e-ai-poeti-italiani-a-cura-di-enrico-tiozzo-da-il-premio-nobel-per-la-letteratura-la-storia-i-retroscena-il-futuro-aracne-2018-pp-172-e-12-l/comment-page-1/#comment-34725
    Quanto refertato da Enrico Tiozzo nel suo libro circa l’assenza di candidature autorevoli per la poesia italiana contemporanea al premio Nobel, mi sembra una pesante pietra tombale sulla poesia italiana dagli anni settanta ad oggi che non ha alcun peso né influenza in Europa e in Occidente in generale, mai come oggi la poesia italiana, fuori dei confini dell’Italia, sembra inesistente e non ha influenza alcuna sulla poesia europea. Ovviamente, ci sono, ci saranno delle ragioni, basta cercarle: storiche, sociali, stilistiche, di sociologia della letteratura, in ultima analisi politiche se siamo arrivati al punto zero della attrattiva della poesia italiana non solo sugli accademici della giuria del Premio Nobel di Stoccolma, ma anche sulla poesia europea in genere. Il nostro pensiero è che i processi di de-fondamentalizzazione in corso nella scrittura poetica dell’Occidente non siano stati studiati e meditati con la dovuta attenzione critica qui da noi, anzi, non c’è stata in Italia alcuna attenzione critica né consapevolezza della portata di questi processi epocali. La conseguenza è che oggi la poesia che si fa in Italia è priva di uno spessore culturale, al massimo è una descrizione commento di questioni private, personali, sono cose privatistiche, che possono interessare chi le scrive ma non certo un pubblico colto e serio. E poi, lo ammetto, la scomparsa di una critica competente e vigile ha di fatto contribuito a creare una poesia anemica e acritica. Di fatto e nei fatti sembra inconfutabile che la poesia italiana contemporanea (degli ultimi cinquanta anni) appare cosa del tutto secondaria priva di valore culturale.
    Riepiloghiamo qui, brevemente e per accenni, alcune questioni che sono rimaste in sospeso.

    Anni Cinquanta-Settanta – La dissoluzione dell’unità metrica e la poesia dell’Avvenire

    Qualche tempo fa una riflessione di Steven Grieco Rathgeb mi ha spronato a pensare ad una Poesia dell’Avvenire. Che cosa significa? – Direi che non si può rispondere a questa domanda se non facciamo riferimento, anche implicito, alla «Poesia del Novecento», e quindi alla «tradizione». Ecco il punto. Non si può pensare ad una Poesia del prossimo futuro se non abbiamo in mente un chiaro concetto della «Poesia del Novecento», sapendo che non c’è tradizione senza una critica della tradizione, non ci può essere passato senza una severa critica del passato, altrimenti faremmo dell’epigonismo, ci attesteremmo nella linea discendente di una tradizione e la tradizione si estinguerebbe.

    «Pensare l’impensato» significa quindi pensare qualcosa che non è stato ancora pensato, qualcosa che metta in discussione tutte le nostre precedenti acquisizioni. Questa credo è la via giusta da percorrere, qualcosa che ci induca a pensare qualcosa che non è stato ancora pensato… Ma che cos’è questo se non un Progetto (non so se grande o piccolo) di «pensare l’impensato», di fratturare il pensato con l’«impensato»? Che cos’è l’«impensato»?
    Mi sorge un dubbio: che l’idea che abbiamo della poesia del Novecento sia già stata pensata. Come possiamo immaginare la poesia del «Presente» e del «Futuro» se non tracciamo un quadro chiaro della poesia di «Ieri»? Che cosa è stata la storia d’Italia del primo Novecento? E del secondo Novecento? Che cosa farci con questa storia, cosa portare con noi e cosa abbandonare alle tarme? Quale poesia portare nella scialuppa di Pegaso e quale invece abbandonare? Che cosa pensiamo di questi anni di Stagnazione spirituale e stilistica?

    Sono tutte domande legittime, credo, anzi, doverose. Se non ci facciamo queste domande non potremo andare da nessuna parte. Tracciare una direzione è già tanto, significa aver sgombrato dal campo le altre direzioni, ma per tracciare una direzione occorre aver pensato su ciò che portiamo con noi, e su ciò che abbandoniamo alle tarme.

    Anni Cinquanta. Dissoluzione dell’unità metrica

    È proprio negli anni Cinquanta che l’unità metrica, o meglio, la metricità endecasillabica di matrice ermetica e pascoliana, entra in crisi irreversibile. La crisi si prolunga durante tutti gli anni Sessanta, aggravandosi durante gli anni Settanta, senza che venisse riformulata una «piattaforma» metrica, lessicale e stilistica dalla quale ripartire. In un certo senso, il linguaggio poetico italiano accusa il colpo della crisi, non trova vie di uscita, si ritira sulla difensiva, diventa un linguaggio di nicchia, austera e nobile quanto si vuole, ma di nicchia. I tentativi del tardo Attilio Bertolucci con La capanna indiana (1951 e 1955) e La camera da letto (1984 e 1988) e di Mario Luzi Al fuoco della controversia (1978), saranno gli ultimi tentativi di una civiltà stilistica matura ma in via di esaurimento. Dopo di essa bisognerà fare i conti con la invasione delle emittenti linguistiche della civiltà mediatica. Indubbiamente, il proto sperimentalismo effrattivo di Alfredo de Palchi sarà il solo, insieme a quello distantissimo di Ennio Flaiano, a circumnavigare la crisi e a presentarsi nella nuova situazione letteraria con un vestito linguistico stilisticamente riconoscibile con Sessioni con l’analista (1967). Flaiano mette in opera una superfetazione dei luoghi comuni del linguaggio letterario e dei linguaggi pubblicitari, de Palchi una poesia che ruota attorno al proprio centro simbolico. Per la poesia depalchiana parlare ancora di unità metrica diventa davvero problematico. L’unità metrica pascoliana si è esaurita, per fortuna, già negli anni Cinquanta quando Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci (1957). Da allora, non c’è più stata in Italia una unità metrica riconosciuta, la poesia italiana cercherà altre strade metricamente compatibili con la tradizione con risultati alterni, con riformismi moderati (Sereni) e rivoluzioni formali e linguistiche (Sanguineti e Zanzotto). Il risultato sarà lo smarrimento, da parte della poesia italiana di qualsiasi omogeneità metrica, con il conseguente fenomeno di apertura a forme di metricità diffuse.

    Dagli anni Settanta in poi saltano tutti gli schemi stabiliti. Le istituzioni letterarie scelgono di cavalcare la tigre. Zanzotto pubblica nel 1968 La Beltà, il risultato terminale dello sperimentalismo, e Montale nel 1971 Satura, il mattone iniziale della nuova metricità diffusa. Nel 1972 verrà Helle Busacca a mettere in scacco queste operazioni mostrando che il re era nudo. I suoi Quanti del suicidio (1972) sono delle unità metriche di derivazione interamente prosastica. La poesia è diventata prosa. Rimanevano gli a-capo a segnalare una situazione di non-ritorno. Ci sarà Angelo Maria Ripellino con quel capolavoro di Lo splendido violino verde (1968), quale opera di un manierista di altissimo livello della poesia, canto del cigno di una civiltà letteraria che si stava chiudendo nel proprio alveo endogeno.
    Resisterà ancora qualcuno che pensa in termini di unità metrica stabile. C’è ancora chi pensa ad una poesia pacificata, che abiti il giusto mezzo, una sorta di phronesis della poesia. Ma si tratta di aspetti secondari di epigonismo che esploderanno nel decennio degli anni Settanta.

  2. Gino Rago

    Penso di poter dare un contributo all’importante dibattito in corso con questo botta e risposta

    Lettere alla Redazione de “Il Mangiaparole”, Roma, Anno 2018, N.1

    “Nella sconfinata massa di libri che inondano il mercato e le pagine di internet, quali indicazioni dareste a un giovane universitario che voglia addentrarsi nel mondo della poesia contemporanea? Da quali letture cominciare? Quali autori prendere in considerazione? Come orientarsi per capire le tendenze poetiche in atto? – ”

    (Giulio Lombardi, Roma).

    [A nome della Redazione della Rivista Letteraria “Il Mangiaparole”
    Gino Rago così rispondeva]

    “Comprendo il disorientamento di un lettore di fronte alle migliaia di libri e di autori apparsi in questi ultimi cinquanta anni. La mia risposta è questa: durante questi decenni la crisi delle forme estetiche si è andata aggravando, ha impresso una accelerazione forsennata al crollo delle forme estetiche tradizionali, non è affatto colpa di nessuno se la crisi si è abbattuta come un maglio sulle forme estetiche che abbiamo conosciuto nella poesia e nel romanzo.

    Così, è avvenuto che quell’endecasillabo della tradizione che va da Bertolucci de La camera da letto (1984, ’88) al Bacchini degli ultimi libri, ormai non ha nulla da offrirci, è una forma estetica del passato e noi non possiamo restare fermi a dirci come erano belli i tempi nei quali scrivevamo e vivevamo come Attilio Bertolucci e Bacchini, con tutto il rispetto per quelle forme poetiche e per la loro poesia.

    La «nuova ontologia estetica» che alcuni poeti hanno messo in campo con la rivista telematica «lombradelleparole.wordpress.com» è nata dalla presa di coscienza della crisi irreversibile della forma-poesia nel secondo Novecento e in questi ultimi anni del nuovo secolo; la risposta della «nuova ontologia estetica» è partita dai «fondamenti» della scrittura poetica, in particolare, da due nuovi concetti dei due elementi fondanti la forma-poesia: la «parola» e il «metro», entrambi visti non più come «contenitori» di grandezza fissa ma come entità a grandezza variabile; sia la «parola»che il «metro» sono entità elastiche, mutanti; noi percepiamo queste unità come enti dotati di tempo e di spazio «interni», non solo «esterni», come intendeva la poesia tradizionalmente novecentesca.

    Che cosa voglio dire? Che spetta a ciascun poeta offrire una propria soluzione a questa crisi della forma-poesia e una personale interpretazione a questi nuovi modi di intendere sia la «parola» sia il «metro»; si tratta di quello che abbiamo denominato «tempo interno», che non è da intendere come un tempo interno fisso valido per tutti ma come una temporalità interna all’oggetto e al soggetto e una spazialità interna al soggetto e all’oggetto, per così dire. Per non parlare della «metafora silenziosa».

    I libri significativi di questo nuovo orientamento della poesia europea sono : Tomas Tranströmer, 17 poesie (1954); in Italia: Maria Rosaria Madonna con Stige (1992); Giorgio Linguaglossa con Paradiso (2000); Mario Gabriele con Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016) e In viaggio con Godot (2017), che possono essere considerati un libro unico in progress; penso a Steven Grieco Rathgeb con Entrò in una perla (2017).
    Spero di essere stato esauriente, pur nei limiti dello spazio concessomi dalla rivista.
    Buongiorno.”

    [Gino Rago]

  3. Non amo nè i premi, nè i premiati,specialmente in poesia.Mi conforta constatare, tuttavia,che la “risposta” più sincera viene dalla piazza, dai lettori meno specializzati,dalle anime più semplici e sincere.Ho assistito a penosissimi raduni di intellettuali spocchiosi, a platee bene organizzate, a premi assegnati secondo una lista di attesa chilometrica e crudele;eppure c’è sempre stato un momento di verità,magari il pianto improvviso di un bambino stufo di stare al chiuso,che reclama la sua libertà di bambino.

  4. Ieri su RAI3 nella rubrica delle ore 12.45 condotta da Corrado Augias uno spocchioso Magrelli liquidava il poeta autore di Le ceneri di Gramsci (1957) come non-poeta, dicendo che Pasolini è stato un bravo regista ma mediocre poeta. La boutade di Magrelli lascia ovviamente il tempo che trova ma è sintomatico la spocchia, la superficialità con cui alcuni autori di versi si fanno pubblicità triturando i nostri migliori poeti del novecento.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/12/storia-dei-nobel-conferiti-agli-scrittori-e-ai-poeti-italiani-a-cura-di-enrico-tiozzo-da-il-premio-nobel-per-la-letteratura-la-storia-i-retroscena-il-futuro-aracne-2018-pp-172-e-12-l/comment-page-1/#comment-34730
    Ripropongo qui alcune riflessioni del maggior critico italiano di poesia (che non si occupa più di poesia):

    Alfonso Berardinelli
    LA POESIA ITALIANA TRA GLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

    […] Con Franco Fortini sembra concludersi una fase della poesia italiana che va dall’acquisizione delle poetiche simboliste all’autoriflessione politica della lirica come falsa libertà del soggetto.
    La categoria di «sperimentalismo», elaborata da Pasolini alla metà degli anni Cinquanta, costituì un momento di sintesi carica di possibilità negli anni che vanno dall’esaurimento dell’engagement neorealistico e del montalismo all’avvento delle nuove avanguardie. Il luogo di elaborazione delle ipotesi «sperimentali» fu la rivista bolognese “Officina“, una piccola rivista artigianale, dal pubblico estremamente limitato, che uscì dal 1955 al 1958 a Bologna, diretta da Roberto Roversi, Franco Leonetti e dallo stesso Pasolini. In questi tre scrittori (anche Leonetti e Roversi, come Pasolini, sono poeti e autori di opere narrative e di assemblaggi autobiografico-saggistici) la scelta definibile come sperimentale corrisponde ad un atteggiamento di opposizione, di aggressività «angry», ma anche ad una situazione di isolamento politico, in parte subìto, e in parte voluto, e fonte di continue oscillazioni.

    Della perpetua lotta e rincorsa fra una scrittura poetica disposta a qualsiasi avventura linguistica e funzionale, e una realtà odiata-amata in costante movimento, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) ha fatto il centro surriscaldato di tutta la sua opera. Un’opera che sembrava attentissima alla costruzione di un proprio programma strutturale e strategico, e che poi si è mostrata disposta ad andare letteralmente allo sbaraglio, rischiando tutto e tendenzialmente autodistruggendosi come tale, pur di mantenere la propria «presa diretta» sul presente. Perciò la passione e l’ideologia dello «sperimentare», attraverso la «disperata vitalità» della trascrizione improvvisata, non potevano che portare Pasolini alla fine di ogni «stile» (magari intesa come rinuncia e autospossessamento dell’autore incalzato dai suoi traumi e dalle sue disperazioni personali).
    La versatilità creativa e intellettuale di Pasolini (se si considerano i limiti rimasti sostanzialmente inalterati della sua cultura: una cultura quasi esclusivamente, e anche limitatamente, letteraria, molto italiana e in fondo refrattaria alle influenze della maggiore cultura europea del novecento) ha dato vita ad un’opera eccezionalmente vasta: di narratore, di regista, di critico letterario (soprattutto con Passione e ideologia, 1960, e con Descrizioni di descrizioni, 1979, postumo), di poeta. E la poesia di Pasolini, dalle liriche dialettali e mistico-erotiche (La meglio gioventù, 1954); L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958) ai poemetti «civili» degli anni Cinquanta (Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961) fino ai poemi-collages e agli articoli in versi (Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971) è documento di un trauma personale e storico; dovuto non solo al fallimento fatale di una ipertrofia narcisistica del soggetto-scrittore, ma anche alla involuzione della democrazia italiana, soffocata dalla meschinità conformistica della sua cultura politica e del suo ceto medio.

    In Pasolini, del resto, e in toni di violenza nostalgia, parlava un’Italia non ancora «razionalizzata» dallo sviluppo industriale: un’Italia rurale e municipale, frammentata nei suoi localismi regionali, e perciò «umile», legata alle sue origini contadine e preborghesi. Questa aderenza biologica al suolo rurale, inteso come protezione materna e come nutrimento primordiale, è presente, sebbene in forme molto diverse, anche nella poesia di Andrea Zanzotto (1921-2012). Zanzotto ha sperimentato su una base di partenza diversa: ha rinnovato la transizione orfica ed ermetica, spingendo la sua ricerca di laboratorio fino alla dissociazione molecolare delle unità del linguaggio, giocando contemporaneamente sula massima astrazione stilistica (con recuperi petrarcheschi, bucolici, arcadici) e su uno smembramento analitico che risospinge il linguaggio alle soglie dell’afasia, verso le sillabazioni e i balbettamenti infantili. Qui l’atteggiamento «sperimentale» non solo tocca i suoi limiti estremi, ma nel momento in cui, Zanzotto riesce a scrivere una stupenda lirica carnevalesca e apocalittica, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio rovesci il meraviglioso spettacolo linguistico nel grigiore del gratuito e dell’inerte.

    Un caso a sé, in assoluto fra i più originali degli ultimi decenni, è quello di Giovanni Giudici (1924-2011). Con Giudici si misura la distanza che può separare un autentico scrittore in versi di questi anni da tutto quanto si è discusso, agitato e rimescolato nella cultura poetica italiana di circa mezzo secolo. Galleria ironica, funebre o sentimentale di personaggi in movimento, di situazioni grottesche e senza sbocco, in una inesausta recitazione stilistica, la poesia di Giudici (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O Beatrice, 1972; Il male dei creditori, 1977) scavalca le scuole novecentesche, ritrova levità melodiche e attitudini realistiche settecentesche, attraversando Saba, Gozzano e Pascoli. Ma il suo protagonista è l’uomo medio dell’Italia impiegatizia, aziendale e democristiana…1]

    1] A. Berardinelli La cultura del 900 Mondadori, vol. III 1981, pp. 350, 351, 352

  5. Una poesia di Alfonso Cataldi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/12/storia-dei-nobel-conferiti-agli-scrittori-e-ai-poeti-italiani-a-cura-di-enrico-tiozzo-da-il-premio-nobel-per-la-letteratura-la-storia-i-retroscena-il-futuro-aracne-2018-pp-172-e-12-l/comment-page-1/#comment-34732

    La newsletter gratuita del Post.it
    alle ore 18.30 apre con la notizia:
    “tafferuglio sulla chat interna della redazione”
    e incorpora il print screen come prova.
    Si discuteva su come si chiama la porta di un garage.
    Ecco, come si chiama?
    Porta del garage?
    Porta basculante del garage?
    Portone?
    Bandone?
    Il tono era ilare, ma serissimo al tempo stesso
    così il lettore può provare lo spaesamento del commissario Donatella Costantina Giancaspero
    quando dirime, in pochi metri quadri, la direzione delle venature
    nel monolilte del tempo che rimane in sospeso.
    La banderuola fissata alla scrivania indica l’intelligenza
    dei dolcetti alla marmellata di fichi.
    È il segnale che il signor Wonka
    ha trovato la ricetta con la giusta mancanza di cioccolata nei biscotti.
    Manca sempre una matita colorata all’appello, la sera
    quando si ripone l’astuccio nello zaino
    ogni mattina la stessa sfumatura
    a un albero, a una casa, a una carnagione.
    La maestra firma con la biro rossa.
    «Brava» o «Bravissima».

  6. Mi piace, questa poesia di Alfonso Cataldi,ironica, leggera,eppure capace di accendere più di un motivo di riflessione.Mi piace l’immagine della maestra gentile,che scrive “Brava o Bravissima”,con la biro rossa,lei stessa lieta di esprimere un messaggio che sarà portatore di una piccola gioia,di un’improvvisa allegria.

  7. Spiace dover constatare, ancora una volta, la pochezza critica di chi, seguendo un trend obsoleto, che evidentemente non è ancora tramontato, si permette di scrivere simili parole sulla Deledda, invece di gioire per l’UNICO Nobel a una scrittrice italiana. E che scrittrice!
    Come si può scrivere: “L’orgoglio degli italiani, forte ancora oggi, per il riconoscimento del 1926 alla Deledda, non cambia però la sostanza delle cose e nessun giudizio critico successivo ha mai potuto confermare una qualche forma di eccellenza dell’autrice di Canne al vento nel panorama letterario mondiale del Novecento. Va onestamente riconosciuto che il Nobel alla Deledda è uno dei molti riconoscimenti assegnati su basi molto fragili, per non dire incomprensibili, “…..
    Scusa? Deledda ha una sola pecca, a parte quella di essere donna e perciò invisa da subito al maschilismo letterario dominante in passato e ancora oggi in Italia quando si parla di potere vero. La sua pecca è stata quella di avere una potenza di scrittura di un tipo e di uno stile molto lontani da quello che è il sentire letterario italiano e che l’ha fatta paragonare ai grandi scrittori russi e a Steinbeck. L’adombrare il suo nome iniziò già da subito con Pirandello, che la odiò per il Nobel e le fece una guerra spietata, anche dopo che lo ricevette anche lui.
    E’ e rimane un unicum nella nostra letteratura e, nonostante gli italiani seguitino ad ignorarla – per non dire a sminuirla (tutt’ora nelle antologie delle superiori le si dedicano al massimo due paginette!) – di fatto per la nota invidia di cui grondano le patrie lettere, fu invece immensamente apprezzata da Selma Lagerlöf, altra grandissima scrittrice e premio Nobel, con cui le si riconobbe molto in comune.
    Fin da subito in Italia, dopo il Nobel, la critica cercò di sminuirla in tutti i modi, contribuendo all’emarginazione che ancora oggi esiste. In qualunque altro paese civile l’unica donna premio Nobel per la letteratura sarebbe acclamata e celebrata. Ma non da noi. Il che è semplicemente vergognoso.
    Ma . Io mi chiedo quanti davvero conoscano le sue opere e sappiano che possiedono una forza, una potenza del tutto ignota a qualunque altro scrittore italiano. Ne ho rilette varie di recente dopo tanti anni, e sono rimasta sconvolta da come Deledda descriva le pulsioni primordiali, i tratti originari e i più oscuri di un’umanità alle origini. Una scrittura scolpita, forte, di passioni arcaiche eppure ricchissime di sfumature.
    Fortunatamente la critica comincia ad accorgersi di nuovo di lei e c’è un risveglio di studi condotti con grande rigore e attenzione. Cito, uno per tutti, il libro di Rossana Dedola, ricchissimo di informazioni e approfondimenti.

    Altro Nobel funestato dalle invidie e dal risentimento di casa nostra è stato quello di Quasimodo, che era ben consapevole di essere oggetto di odi irriducibili dopo aver ricevuto il Nobel. Odi fomentati da Moravia e dalla sua cricca, E il povero Quasimodo ci soffriva molto.
    Ecco, magari vediamo di essere orgogliosi di questi italiani, invece di seppellirli sotto le invidie e i livori da piccoli provinciali.

  8. Sulla assenza della poesia e del romanzo italiani dal tavolo della giuria del Nobel
    cara Francesca Diano,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/12/storia-dei-nobel-conferiti-agli-scrittori-e-ai-poeti-italiani-a-cura-di-enrico-tiozzo-da-il-premio-nobel-per-la-letteratura-la-storia-i-retroscena-il-futuro-aracne-2018-pp-172-e-12-l/comment-page-1/#comment-34738
    ti devo dire che qui il «maschilismo» non c’entra in nulla per il giudizio negativo pronunciato da Enrico Tiozzo sui romanzi di Grazia Deledda, anche il mio giudizio, per quel che vale, è negativo e resta negativo a distanza di quaranta anni dalla prima lettura di Canne al vento della Deledda, che può avere delle pagine di forti contenuti emozionali nella descrizione di passioni primordiali ma che poco hanno a che fare con la psicologia e le condizioni esistenziali dell’uomo e della donna del novecento europeo.

    Quanto al giudizio sulla poesia di Quasimodo, anch’io penso che il Nobel al poeta siciliano sia stato un pacco regalo fatto all’Italia, al quale devo dire «Grazie» con la maiuscola… Altro discorso invece, per restare nel campo della poesia, verte sulla stima che gli accademici di Svezia nutrivano per la «scuola ermetica» della poesia italiana alla quale Quasimodo apparteneva o, comunque, veniva collegato…

    Altro discorso dovremmo fare per l’«assenza» della poesia italiana degli ultimi cinquanta anni dal «tavolo» dei membri della giuria del Nobel, «assenza» che dovrebbe avere delle cause e delle motivazioni, dovremmo essere «noi» a porci il problema del perché la poesia italiana moderna non susciti alcuna curiosità tra i membri della giuria del Nobel, o siamo deficitari «noi» o sono deficitari «loro», non ti pare? e analogo discorso vale per il romanzo italiano. Da questo punto di vista la candidatura al Nobel di Camilleri fa sorridere. Ma poiché io mi occupo prevalentemente di «poesia», non posso fare altro che sollevare il «problema» «poesia italiana» per metterlo sotto i riflettori della «Ragione sufficiente» e tentare di indicare le ragioni della scarsa considerazione che la poesia italiana di oggi gode in Europa e fuori dall’Europa. Per esempio, ricordo che nei miei colloqui telefonici con Alfredo de Palchi (che vive negli U.S. da cinquanta anni), quest’ultimo mi ha sempre ripetuto che la poesia italiana di oggi non gode di alcuna considerazione negli Stati Uniti. E una ragione ci deve pur essere di questo dato di fatto.

    Ritengo, e qui spero di sbagliare, che una delle ragioni del declassamento della poesia italiana degli ultimi cinquanta anni risieda nella scarsa autorevolezza e affidabilità della critica italiana della poesia italiana.

    • Giorgio caro, mentre sono d’accordo con te su tutto quello che hai detto nel tuo commento, permettimi di dissentire su un punto: quando parlo di maschilismo della cultura italiana non mi riferivo di certo “solo” al giudizio di Tiozzo. In realtà lui si limita a ereditare a-criticamente il modo in cui in Italia la Deledda è stata trattata proprio a partire dal Nobel. Ad esempio, Pirandello (da me del resto amatissimo come scrittore e pensatore) l’attaccò a livello personale e non letterario, per cercare di screditarla. Se si legge la biografia della Deledda ci si accorge che, per i suoi tempi, fu una donna modernissima, decisa a dedicare la vita alla scrittura e alla affermazione di sé, senza appoggiarsi a nessun gruppo o consorteria, per l’amore e il rispetto che aveva per il proprio lavoro. Ora non ho molto tempo per dilungarmi di più, sono di fretta. Magari lo farò più tardi. Ma credimi che varrebbe la pena di leggere anche altro, oltre che “Canne al vento”, della sua vastissima produzione, per capire. Un abbraccio

  9. Per la Deledda, si potrebbe fare un discorso critico non molto diverso da quello che si è fatto per Silone: quanto più provinciale, tanto più universale.Quanto alla sua “fortuna ” di scrittrice, molto fu dovuto all’assistenza tenace del suo pedantissimo marito,capace di “promuovere” la moglie con l’abilità di una grande agenzia pubblicitaria ,Dei Sardi, la Deledda ebbe la costanza, l’onestà,la chiarezza delle idee,la parsimonia che non esclude la generosità,la serietà nel meditare sulle vicende familiari , ma anche sul destino dell’uomo. “Cosima”,che è anche la sua autobiografia, andrebbe riletto e riproposto: come l’inimitabile “Ernesto” di Saba.I Sardi hanno intitolato alla Deledda una nave; non potevano farle un monumento migliore.

  10. Gino Rago

    Gino Rago
    Lettera da Cracovia di Jolanda W.
    [il dio dei nani e dei poeti]

    Caro Signor G.R.

    Sono Jolanda W. l’amica di Cracovia della Signora Lipska.
    Curo le sue carte quando è assnte.
    Ewa è sempre in giro. La chiamano dappertutto.
    Va e viene dalle Capitali di Europa
    per conferenze, letture di poesie, presentazioni di libri.
    Prima di lasciare di nuovo Cracovia
    per un altro giro di incontri con critici, accademici, poeti
    ha lasciato per Lei questo appunto:
    «Bisogna far sapere al Suo amico-poeta di Roma
    che i protagonisti dei romanzi spesso si ribellano agli autori,
    seguono altre vie, accettano altri destini.
    Così è stato anche per la protagonista del suo racconto.
    Il Suo amico-poeta di Roma ha scritto in una lettera alla Signora Schubert
    che ho ricevuto da Vienna:
    “[…]oggi lei non rimpiange nulla, perché nulla è reale,
    ha amato Herr Cogito quando amare era diventato problematico,
    lui non aveva avuto il tempo per ricambiare il suo amore
    e così teneva la sua foto nella tasca interna della giacca,
    ogni tanto la tirava fuori per ammirare
    i suoi riccioli biondi, mentre viaggiava con la valigetta diplomatica”
    […]
    “poi anche quella guerra finì come finiscono tutte le guerre,
    i soldati ritornarono alle loro case
    e ritornò anche Cogito…”
    […]
    Caro Signor G. R.,
    tornando presto in Italia lo dica come un bisbiglio
    al Suo amico-poeta di Roma.
    La protagonista del suo romanzosi è ribellata al suo autore.
    Herr Cogito giace sulla riva del Don sotto una betulla.”
    […]
    In calce all’appunto della Signora Lipska :
    «Il Dio dei poeti è come il Dio dei nani.
    Gli stanno accanto le cose d’ogni giorno.
    Dota il popolo dei nani e dei poeti di felicità piccole.
    Di grande c’è soltanto il tavolo di famiglia.»

    GR

  11. Gino Rago

    Un intreccio a quattro voci Ewa Lipska- Giorgio Linguaglossa- Rossana Levati-Gino Rago

    1 – Gino Rago
    Nona Lettera a Ewa Lipska
    [Via delle Ciliegie]

    Cara Signora Ewa Lipska,

    “Ho lasciato da poco anche Vienna.
    La lama dell’Impero mi taglia in quattro parti il respiro.
    Sto cercando i segni della protagonista del racconto
    del mio amico-poeta [di Roma]*.
    Ho toccato Amburgo e Amsterdam.
    Ho sfiorato Budapest. Ho visitato Venezia.
    Nessun segno della borsetta con il necessaire per il trucco,
    nessun odore della cipria che usava per coprire le rughe del viso.
    Ora sono alla periferia di Berlino.
    Un poeta-indovino mi guida. Lo seguo in direzione della Berlin Alexanderplatz.
    L’italiano di Wolfgang traballa ma il suo scritto sul foglietto è chiaro:
    «Le pietre restano pietre. Le tastiere detestano i suoni.
    I fogli non vogliono frusciare, vogliono assenza e silenzio».
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    Il poeta-indovino di Berlino mi ha letto dentro:
    «Il vuoto sa difendersi. Ripudia le torture delle forme.
    Una traccia della protagonista del romanzo del tuo amico-poeta [di Roma]*?
    Non ha lasciato tracce. Tutto di lei è rimasto
    Nel vagone del treno blindato che trasportava Lenin verso Mosca».
    Un clochard-capelli-bianchi pronuncia un nome « Ravensbrück»**
    Il poeta-indovino a quel nome traballa.
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    come avrà capito nei versi mischio tempi, luoghi,
    storia , geografia, poeti morti, vivi e contigui alla nuova poesia.
    A Berlino. Dico ad alta voce il nome d’una via «Kirchenstrasse».
    Il poeta-indovino china la testa.
    «Via delle ciliegie [4° Edificio, presso il cimitero Dorotheenstädtischer Friedhof, in Chaussestraße].
    Ma è troppo distante.
    E’alla periferia di Berlino Est… Cogito non è mai tornato»”.

    2 – Rossana Levati: impressioni su “Nona Lettera a Ewa Lipska” di Gino Rago

    ” Alla lettura della poesia ci si sente presi come in un movimento vorticoso e inquieto, che non trova pace, quasi un inseguimento: luoghi diversi dell’Impero, ora a sud, ora a nord, e luoghi diversi all’interno della stessa città, Berlino. Un inseguimento che non si conclude perché la meta è “troppo distante”: ma è una distanza nello spazio, nel tempo e soprattutto un sentimento di assenza che si impone in modo desolato.

    Non si può raggiungere chi è sparito, e la disparizione della persona inseguita attraversa tutto il testo, da un verso all’altro. Poco cambia che la persona non sia reale, che sia la protagonista di un romanzo dell’amico-poeta di Roma, o la poetessa Lipska, destinataria della lettera. Alla mancanza di ogni traccia della donna si accompagna per altro l’assenza di Cogito: nessuno ha lasciato tracce e soprattutto nessuno è tornato da quella meta di un viaggio che sfiora a più riprese la morte. Tra i pochi indizi certi, “Ravensbrück”, il nome di un campo di concentramento [di sole donne, considerate donne reiette e come tali non degne di procreare] che, appena pronunciato, fa traballare il poeta-indovino; un’altra localizzazione funebre nel finale della poesia, il “cimitero Dorotheenstädtischer Friedhof, in Chaussestraße”; e quel “treno blindato” su cui Lenin ha raggiunto la stazione ‘Finlandia’ andando verso Mosca ma che al tempo stesso allude a troppi altri trasporti verso luoghi di sterminio, treni blindati senza ritorno.

    Dalla morte non si ritorna, e neppure Cogito, l’uomo pensante, è riuscito a tornare (anch’egli arrestato dalla Gestapo, anch’egli salito su un treno blindato come racconta l’amico-poeta di Roma); alla prima sparizione della donna se ne aggiunge così un’altra (una rimanda all’altra) e il disorientamento della ricerca inutile e dell’irraggiungibilità della meta si espande di verso in verso. Nessuna traccia, nessun ritorno: il vuoto del nostro tempo non accetta definizioni e forme, né si può addomesticare e risolvere: nessuna soluzione all’enigma del vivere che si esprime in una durezza di immagini: la “lama dell’Impero che taglia il respiro”, le pietre che restano pietre.

    Immagini dure, quasi una replica dell’impenetrabilità di un mistero, dell’irraggiungibilità di un senso. La lama taglia il respiro e la musica non suona, i fogli non vogliono più frusciare e il poeta-indovino non può che chinare la testa, improvvisamente privo della sua funzione di guida. Il poeta (quello antico) non può più rivelare nulla; il poeta (quello nuovo) può intrecciare una rete di segni e lasciare le sue tracce al lettore.”

    3 – Gino Rago
    Lettera da Cracovia di Jolanda W.
    [il dio dei nani e dei poeti]

    Caro Signor G.R.

    Sono Jolanda W. l’amica di Cracovia della Signora Lipska.
    Curo le sue carte quando Ewa è assente.
    Lei è sempre in giro. La chiamano dappertutto.
    Va e viene dalle Capitali di Europa
    [conferenze, letture di poesie, presentazioni di libri].
    Prima di lasciare di nuovo Cracovia
    per un altro giro di incontri con critici, accademici, poeti
    ha lasciato per Lei questo appunto:
    «Bisogna far sapere al Suo amico-poeta di Roma
    che i protagonisti dei romanzi spesso si ribellano agli autori,
    seguono altre vie, accettano altri destini.
    Così è stato anche per la protagonista del suo racconto.
    Il Suo amico-poeta di Roma ha scritto in una lettera alla Signora Schubert
    che ho ricevuto da Vienna:
    “[…]oggi lei non rimpiange nulla, perché nulla è reale,
    ha amato Herr Cogito quando amare era diventato problematico,
    lui non aveva avuto il tempo per ricambiare il suo amore
    e così teneva la sua foto nella tasca interna della giacca,
    ogni tanto la tirava fuori per ammirare
    i suoi riccioli biondi, mentre viaggiava con la valigetta diplomatica”
    […]
    “poi anche quella guerra finì come finiscono tutte le guerre,
    i soldati ritornarono alle loro case
    e ritornò anche Cogito…”
    […]
    Caro Signor G. R.,
    tornando presto in Italia lo dica come un bisbiglio
    al Suo amico-poeta di Roma.
    La protagonista del suo romanzosi è ribellata al suo autore.
    Herr Cogito giace sulla riva del Don sotto una betulla.”
    […]
    In calce all’appunto della Signora Lipska :
    «Il Dio dei poeti è come il Dio dei nani.
    Gli stanno accanto le cose d’ogni giorno.
    Dota il popolo dei nani e dei poeti di felicità piccole.
    Nelle loro case di grande c’è soltanto il tavolo di famiglia»

    GR

  12. caro Gino Rago,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/12/storia-dei-nobel-conferiti-agli-scrittori-e-ai-poeti-italiani-a-cura-di-enrico-tiozzo-da-il-premio-nobel-per-la-letteratura-la-storia-i-retroscena-il-futuro-aracne-2018-pp-172-e-12-l/comment-page-1/#comment-34744
    la tua è una «poesia-polittico», hai inventato di sana pianta un nuovo genere della poesia del Dopo il Moderno. La tua «poesia-polittico» è simile ad un affresco rinascimentale dove ci sono molte e disparate cose qua e là: nelle bandelle ci sono i committenti (i poeti interlocutori), delle dame che accompagnano il trionfo di Venere e Adone, in un’altra bandella c’è una tomba nella neve con su scritto un nome: Herr Cogito; ci sono delle missive non giunte a destinazione, c’è uno scambio di vedute tra interlocutori distanti migliaia di chilometri in un mondo ad una unica dimensione (sovranista e populista), etc. in questo mondo globale ad unica dimensione, la tua poesia riprende a fare dei grandi affreschi con del ready-made, con stralci di lettere e di poesie nostre e altrui, con gli stracci del nostro mondo… in un certo senso sei andato molto oltre la grande elegia del passato recente che ha in Brodskij il suo grande poeta irripetibile, ma con lui e dopo di lui l’elegia è diventata impercorribile perché una elegia per fiorire ha bisogno di una «casa», di un «esilio»… noi non abbiamo più una «casa» dove sostare e non possiamo avere neanche la nobiltà di un «esilio» e allora non rimane che la «poesia cartografia», la «poesia-polittico», la poesia che sfonda e sfocia nel futuro e nel passato ma senza alcun rammarico, senza elegia, e, direi, anche senza presente… Nella tua poesia c’è tutto: il passato, il futuro, ma, incredibile, non c’è il presente, sintomo evidente di una anomalia del nostro mondo… e se non c’è un presente non ci può essere neanche una casa del presente… non possiamo neanche uscire da una casa perché non abbiamo più una casa, una Heimat, non possiamo neanche intraprendere un viaggio, perché dove potremmo andare se siamo rimasti senza casa alla quale ritornare? Appunto: in nessun luogo. E qui sembrerebbe che la vicenda metafisica dell’homo sapiens sia arrivata a compimento…

    Le parole dei poeti diventano sempre più «deboli», la significazione poetica diventa «debole», le parole si sono raffreddate e indebolite… ci sono in giro delle notizie, delle percezioni circa questo ondeggiante indebolimento delle parole; anche i colori dell’odierno design (vedi il design di Lucio Mayoor Tosi) sembrano attecchiti dal medesimo indebolimento, diventano meno intensi, meno traumatici, si sbiadiscono, assumono lateralità, sembrano quasi perdere sostanza, sembrano attinti da una forza nientificante e nullificante. Non ci sono più oggi, e sarebbe impensabile, i colori formattati alla maniera della avanguardia pop degli anni Sessanta; sono lontanissimi i tempi dei colori squillanti e piatti di Andy Warhol e Roy Lichtenstein, oggi i colori dell’odierno design sono freddi e slontananti, deboli e gracili. Oggi ci muoviamo in un universo simbolico fitto di indebolimento e di cancellazione della memoria, sembra quasi impossibile riprendere il bandolo di una parola pesante, sembra uno sforzo titanico, una inutile fatica di Sisifo. Eppure, è soltanto in questa dimensione amniotica che la poesia di oggi può muoversi, non c’è altra strada che muoversi in questo universo di parole slontananti, in via di indebolimento.

    Oggi sarebbe impossibile scrivere una poesia come Le ceneri di Gramsci (1957) o come La Beltà (1968) perché entrambe quelle opere presupponevano una «casa», una Heimat… oggi noi non abbiamo altro linguaggio che questo della tua lingua di ruggine di ferro, quello di Mario Gabriele fatto di specchi di altri linguaggi, oggi abbiamo un linguaggio fatto di frantumi di specchi… ed è con questo linguaggio che dobbiamo fare i conti, chi non l’ha capito continua a fare la poesia del post-minimalismo e del corpo, del privatismo… l’aveva capito bene Helle Busacca quando dà alle stampe I quanti del suicidio (1972) con quel suo linguaggio da spazzatura, o Maria Rosaria Madonna quando scrive in quel suo linguaggio di frantumi di specchi che è il neolatino diStige (1992) libro ripubblicato con le poesie inedite da Progetto Cultura (2018) che raccomando a tutti di leggere e di ordinarlo all’editore, uno dei capolavori della poesia del novecento italiano.

  13. Gino Rago

    E’ il miglior pezzo di ermeneutica che Giorgio Linguaglossa [critico militante libero, onesto, colto, competente, originale, con frequenti sprazzi di genialità quieta, mai rumorosa] abbia scritto. E la mia ricerca di poesia ne è oggi destinataria. E’ il massimo, per me.
    Grazie.
    Ringrazio di cuore anche Rossana Levati, autrice di una nota critica sulla mia
    Nona Lettera a Ewa Lipska che ho già inserito nella mia ‘antologia critica.

    Gino Rago

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