A proposito del concetto di Diafania nella Nuova Poesia – Poesie e Commenti di Mario Gabriele, Dvora Amir, Donatella Costantina Giancaspero, Michal Ajvaz, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Alfonso Cataldi, Giorgio Linguaglossa

 

Gif labbra occhi

Adotto la parola «diafania» per indicare una procedura compositiva «nuova» propria di alcuni poeti della nuova ontologia estetica. La parola è composta dal prefisso «dia» che significava originariamente «fra», «attraverso», cioè l’azione che si stabilisce tra due attanti, tra due o più soggetti, che passa attraverso di loro, e Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanês, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica.
Il termine «diafania» mi è venuto in mente leggendo le poesie di Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele e di Donatella Costantina Giancaspero; ho ripescato questo termine dalla significazione teologica che ne ha dato Teilhard de Charden e l’ho riproposto in chiave secolarizzata attribuendogli una nuova significazione, nuova in quanto suggerita dalla lettura di alcune poesie dei poeti dianzi citati. Sappiamo che una nuova poesia deve essere letta e interpretata con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie cartografie euristiche non sono più adatte alla comprensione del «nuovo». Ecco quattro versi di Mario Gabriele:

Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.
Sale il fumo fino alla lampada.
Andrea rinnova aria fresca.

Se leggiamo con attenzione i versi riportati, ci accorgiamo che, apparentemente, non c’è nulla di nuovo. I versi ci dicono, in rapida successione, che alle 18 torna Milena, la quale prepara la cena (tempo presente) ma che il «tavolo ha quarant’anni» (proposizione dichiarativa senza nesso logico con le precedenti proposizioni), e che del fumo sale fino alla lampada (altra proposizione dichiarativa) mentre che «Andrea rinnova aria fresca» (altra proposizione dichiarativa e tautologica perché l’azione di rinnovare l’aria fresca è una tautologia vuota di significato). Dunque, una serie di proposizioni dichiarative auto significanti producono l’effetto di un universo in miniatura auto significato, auto significato in quanto auto giustificato, cioè fatto di proposizioni protocollari date e ricevute alla e dalla comunità per inconcusse e apodittiche. Mario Gabriele impiega nelle sue composizioni questi frasari auto giustificati che lui assembla in modo tale da farne sortire fuori dei significati nascosti, inverosimili, ultronei. Questa è, per l’appunto, una «diafania», ovvero, il darsi di Phanes, in modo immediato «attraverso» «fra», altre proposizioni che si danno in modo auto affermativo e auto apodittico. La «diafania» è in questo tipo di composizione il modo di procedere e di costruire gli «eventi» linguistici i quali sono in sé auto prodotti, auto giustificati e auto significanti. La «diafania» in Mario Gabriele sta nella procedura adottata e dal nuovo sguardo che lui posa sulle «cose» linguistiche del mondo. La «diafania» è un guardare e un produrre le «cose» linguistiche in modo da mostrare l’interna contraddittorietà e falsificabilità della propria significazione; la «diafania» è il modo scelto da Gabriele per mostrare a tutti che il re è nudo.

Se leggiamo un verso di Donatella Costantina Giancaspero, ci accorgiamo che qui siamo davanti ad una proposizione che indica una «cosa» non riconoscibile, anzi, irriconoscibile. Al contrario della procedura adottata da Mario Gabriele, nella procedura della poetessa romana abbiamo una modalità di costruzione molto differente. Leggiamo un emistichio:

un nido di vespe nel lampadario.

Gif we were born to die

Il significato di questa proposizione può essere esaminato da vari punti di vista, anche dal punto di vista psicanalitico, ma, sicuramente il significato residuale ci indica una «cosa» del tutto inutilizzabile, ed anche una «cosa» di estremo pericolo, una «cosa che impende, che resta lì, sopra le nostre teste, e che ci condiziona, ci minaccia con la sua sola presenza anche in assenza di azioni o di eventi, anzi, l’evento principe è che qui non si dà alcun «evento», l’evento è nel Phanes, nel mostrarsi per quello che è quella «cosa», un qualcosa che noi non conosciamo ma che sta lì, all’erta, in attesa di qualcosa che noi non sappiamo, qualcosa che potrebbe scatenare una reazione, una risposta temeraria e bellicosa. Questo è un genere di «diafania» tipica della procedura compositiva della poetessa romana. È una procedura nuovissima, mai adottata dalla poesia italiana ma ben presente ad esempio in altre tradizioni letterarie, ad esempio nei poeti cechi Petr Kral e Michal Ajvaz. La «diafania» nella Giancaspero indica, in temini psicanalitici, la rimozione di una rimozione, con il che un qualcosa è pervenuto alla soglia della istanza linguistica che le ha confezionato un vestito linguistico, quel qualcosa che non può che essere una catacresi. Ecco, la poesia della Giancaspero ha questa caratteristica, che ha sempre a che fare con la catacresi, che è il modo di darsi di Phanes, il modo di venire alla luce della vestizione linguistica di un qualcosa, di un contenuto di verità che è stato travisato e composto (tradotto) in parole inesplicabili, in un Enigma.

Mario M. Gabriele
1 maggio 2018 alle 11:04

Grazie Giorgio di questa tua ennesima fioritura critica. Vorrei entrare nel merito della diafania, presentando un testo che si energizza su questo tema, senza per questo creare amputazione con il linguaggio corrente. Trattasi di una ulteriore via di agglutinazione sferica delle idee e delle sovrapposizioni sensoriali, che alla fine si armonizzano nella struttura segmentata. E’ ovvio che questo testo ha un suo valore interpretativo solo se, come dici tu, lo si analizza “con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie categorie euristiche non sono più adatte alla comprensione del nuovo”.

I
inedito da: Registro di bordo

………………………………..
Berenice non ha altro da fare
che mettere blazer di vecchia data.
La stagione resiste all’epitaffio.
Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,
salvare papiri ed ebook.
con 8 posti senza turnover.

Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
della Letteratura Italiana .
Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
Al vicolo 7 di Piazza Bologna,
nessuno ha una vita privata.
Quando la poesia sfugge
diventa grazia autonoma.

In un inverno del 93 cademmo nel crinale.
Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.
Il fiume era rientrato nell’ alveo.
Carlo già pensava alla brossure della Gita domenicale.
Ada, la magnifica Ada
dai sette lumini e corde di chitarra,
si era concentrata sugli steli di gramigna.

Una piccola colazione
portò fantasmi e sentimenti abrasi.
Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.
Lo stato delle cose è nel tempo.
La Canducci ha azzerato il debito.
Siamo in bilico.
Ofelia si trastulla con l’oboe.
La notte ha rubato la luna.

Su altri versanti sostano i giorni a venire.
Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali
con Dibattito su amore e Il Dente d’oro di Wels.
Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.

El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
Un paesino di sintassi crudele
ha aperto check-in e ogni limite.
-Oggi non è venuto nessuno;
e oggi sono morto così poco questa sera!-

*

Dvora Amir 2

Dvora Amir

Dvora Amir

Di quante finestre ha bisogno una persona

Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato nelle trame
delle coordinate in lungo e in largo
braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
entro la base movibile,”
chiuso all’interno, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
sia lui ad abituarsi a me.

E sugli occhi mise toppe di vetro perché le lacrime
non colassero alla luce.
Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.

Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
vide una perla splendente,
premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio
al buco della serratura del suo uscio.

Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
creature del mare
vivono come lui le loro vite in una trappola,
e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: sono vivo.

[ da L’Ombra delle Parole, Trad. Steven Grieco-Rathgeb]

Donatella Costantina Giancaspero
1 maggio 2018 alle 13:40

A proposito di come il concetto di «diafania» viene espresso da quel mio (ormai famoso) verso «un nido di vespe nel lampadario», Giorgio Linguaglossa nomina due poeti cechi contemporanei, Petr Král e Michal Ajvaz. Direi che averli citati qui sia, per tutti noi, della massima importanza, poiché entrambi possono insegnarci molto. Essi, infatti, derivano da una tradizione poetica di grande ricchezza espressiva. Sarebbe sufficiente leggere la breve Storia della poesia ceca contemporanea, pubblicata nel 1950 da Angelo Maria Ripellino (del quale proprio quest’anno ricorre il quarantennale della morte), per comprendere quali personalità hanno animato il panorama letterario ceco del Novecento. In un saggio intitolato Nuova poesia ceca (in Semicerchio, Rivista di poesia comparata, 2005), Annalisa Cosentino definisce quei poeti “tesori inestimabili”: si riferisce ai poeti cosiddetti “proletari, poetisti, surrealisti, religiosi e civili” e cita Wolker, Nezval, Seifert, Blatný, Halas, Holan, Orten, Zahradnicek, Kolár.

Ma, avverte la Cosentino, «Rintracciare le linee evolutive e le tendenze dominanti nella poesia ceca del Novecento è […] un’impresa ardua, complicata inoltre dalle vicende politiche e dalle loro conseguenze nel sistema culturale: le censure che si sono susseguite a partire dall’inizio dell’occupazione nazista hanno contribuito a determinare l’evoluzione dell’arte e quindi anche le dinamiche letterarie». Ecco perché la poesia ceca ci appare tanto densa, complessa per il lettore italiano. Nel suo saggio, Annalisa Cosentino ne ripercorre brevemente le tappe principali:

“Durante il fertile ventennio tra le due guerre, nella giovanissima democrazia cecoslovacca piena di speranze si affermarono dapprima il poetismo – e cioè la più gioiosa e positiva tra le avanguardie europee, una felice sintesi delle istanze avanguardistiche che voleva una poesia per tutti i sensi, in grado di cantare e ricreare «tutte le bellezze del mondo» – e poi il più vitale dei movimenti surrealisti (vitale al punto che sue propaggini si estendono tuttora). In seguito le devastazioni materiali e morali della guerra diedero impulso a un filone molto produttivo nella letteratura ceca contemporanea, tuttora presente, che risponde al problema del realismo risolvendo il rapporto di rappresentazione e realtà in una poetica della quotidianità dalle numerose varianti: in questo filone rientrano, a vario titolo, le numerose mutazioni surrealistiche coniugate alla «mitologia del quotidiano», il «realismo totale» e addirittura, per certi versi, il realismo socialista. La necessità costante di confrontarsi con un sistema politico illiberale – dapprima, durante la Seconda guerra mondiale, nazista, poi, per circa quarant’anni, totalitario comunista – diede impulso a forme clandestine di associazionismo e di editoria: se dunque l’evoluzione sul piano estetico naturalmente non si è mai arrestata, tuttavia l’interazione tra le varie componenti del sistema culturale è stata frequentemente ostacolata. Spesso la diffusione delle opere letterarie era limitata a cerchie ristrette, ad esempio all’élite che aveva accesso al circuito delle pubblicazioni samizdat o ai libri stampati all’estero; di conseguenza il contesto di un’opera risultava artificialmente compresso. L’alternarsi di fasi di relativa liberalizzazione e successiva normalizzazione ha poi creato ulteriori sfasature nella ricezione della letteratura: ad esempio, alcuni autori che nel corso degli anni Sessanta avevano potuto accedere alla pubblicazione e ottenere il successo, nel decennio seguente furono messi a tacere, e le loro opere furono eliminate non solo dai piani editoriali, ma anche dalle biblioteche pubbliche.

[…] Negli anni Novanta, con il ripristino della democrazia, case editrici e librerie sono state inondate di testi: oltre alla produzione contemporanea, vengono pubblicate le opere rimaste inedite, quelle edite prima soltanto clandestinamente, quelle edite nelle case editrici ceche dell’esilio, quelle già pubblicate ma censurate. Questa contemporanea abbondanza di materiali eterogenei ha prodotto una certa confusione, impedendo talvolta al lettore di individuare un filo conduttore; si è trattato tuttavia, allo stesso tempo, di una confusione creativa, che ha permesso interazioni particolarissime e produttive di opere e autori lontani fra loro nel tempo e per formazione”.

Leggiamo insieme questa poesia di

Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949):

Turisti

Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
che quando la mattina mi svegliavo
c’era nella stanza un gruppo di turisti.
Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
Spiegava tutto con professionalità.
I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
e fotografavano e toccavano tutto.
I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
il terrore della prima notte, quando fui svegliato
da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
tra gli sciami apocalittici delle scintille.
Ora che vivo nei boschi e la città
è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
interrotta da tronchi neri
che guardo prima di addormentarmi
su un mucchio di foglie bagnate, so già
come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
I tronchi tribali selvatici
di quest’autunno passano per gli ingressi.

(da Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989, trad di Antonio Parente)

Gino Rago
1 maggio 2018 alle 18:23

Brava Costantina Donatella Giancaspero. E’ un pezzo il tuo di autentica bravura sul piano della critica letteraria e della stessa storia letteraria di una poesia, di un popolo, di una storia dello stesso popolo, anche attraverso il filtro psico-storico della Cosentino.
Intensi e terribili questi versi da te cara Costantina scelti e a noi proposti

“[…]Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.[…]

Un esempio di mitologia del quotidiano di un poeta, Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949), quasi mio coetaneo.

Donatella Costantina Giancaspero
1 maggio 2018 alle 19:56

Grazie, caro Gino!
Ho citato il saggio di Annalisa Cosentino (docente associato di Lingua e Letteratura ceca e slovacca e Traduzione letteraria all’Università «La Sapienza» di Roma), per la sua chiarezza e sintetica completezza. Ci invoglia ad approfondire la conoscenza della poesia ceca (e slovacca) e ad apprezzarla sempre di più…

Giorgio Linguaglossa
1 maggio 2018 alle 16:19

Figure haiku di Lucio Mayoor Tosi

copio e incollo da FB, La scialuppa di Pegaso, questa poesia di
Lucio Mayoor Tosi che trovo esilarante. Con Lucio siamo davanti ad un nuovo genere di poetico: l’Antipoetismo.

Frasi d’amore.

Chi per una partita a due?
Chi per scambiarci il cane?
Chi per due tazze di yogurt con banana?
Chi per mille lire?
Chi per l’andata e due ritorni?
Chi per stonare cantando insieme?
Chi per misurarci la pressione?
Chi per alzare insieme le tapparelle?
Chi per stare fuori dalla Disco?
Chi per non andare in Indonesia?
Chi per un week-end sul lago Washoe in Nevada?
Chi per un solo gelato alla menta?
Chi per due donne che si baciano?
Chi per stare all’ombra di una torpediniera?
Dai, ditemi!
Chi per contare le baionette?
Chi per “non avere paura”?
Chi per metterci le bombe?
Chi per (non) morire abbracciati?

Lucio Mayoor Tosi
6 settembre 2917 alle 11.05

Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa: per una risposta che il più delle volte è già implicita nella domanda. Questo strano dialogo, tra futuro e passato, non “cade” ma solleva il vuoto rendendo visibile la sua polverosa sostanza. Nel nulla delle pause non vi è spazio per l’angoscia, la quale deriva nel passato, vale a dire da dove giungono le risposte. Così è nella maggioranza dei casi. Pochi al mondo sanno dare risposte mettendoci il punto di domanda.

Giorgio Linguaglossa
6 settembre 2917 alle 11.42

la tua, caro Lucio, è una poesia di enunciati. La peculiarità della tua poesia è che è difficoltoso distinguere gli enunciati assertivi da quelli interrogativi. Di frequente nella tua poesia, l’assertorio si traveste da interrogatorio, è una forma interrogativa mascherata; la risposta, di frequente, è una domanda capovolta. E viceversa. Questa è una caratteristica peculiarissima della tua scrittura poetica, che pochissimi sono in grado di seguire e apprezzare, in specie chi continua a pensare e a fare una poesia unilineare. La tua poesia ricomincia sempre daccapo, gli enunciati sono aforismi con il collo spezzato, contengono una differenziazione problematologica (H. Meyer).
Gli enunciati aforistici lasciano intravvedere, tra le commessure della sintassi, il vuoto e l’angoscia che trapela e filtra tra le parole compattate e formattate…

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi
1 maggio 2018 alle 17:46

Ringrazio Giorgio per avere dato attenzione a questa poesiola, che vorrebbe essere gioco dolce-amaro, offrendo spunti per 140 caratteri tweet.
In effetti la piena autonomia e la completezza dei singoli versi è per me il modo migliore per frammentare. Migliore rispetto alla semplice interruzione per punti (tutte cose che ho imparato leggendo Tranströmer). Tra verso e verso il tempo fa la sua parte: si tratta di pause reali, interruzioni consapevolmente attuate già nell’atto del concepimento, che hanno finito col diventare tecnica. Come è divenuta tecnica l’adozione di certe “pezze”, ad esempio quando scrivo “titoli” – sia a se stanti che inseriti nel discorso – ma potremmo anche usare un inglesismo e parlare di insert coint (to Continue), ove l’inserimento può essere di un qualsiasi imprevisto. Ma detto così forse può sembrare complicato. Comunque il carattere interrogativo e assertivo potrebbe derivare proprio dal senso completo che si tenta di dare a ogni verso. Non sono il solo, qui, a seguire questa procedura, forse ci sono soltanto differenze di misura e frequenza.

Alfonso Cataldi
1 maggio 2018 alle 18:21

Come dirimere la direzione delle venature (scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)

L’astronauta occasionale rovistava fra gli avanzi del pranzo

del giorno prima quando fu sorpreso da certi marziani verdi i quali

erano di stomaco forte e mangiavano delle bistecche di montone crudo
e io ne fui sorpreso perché invece della resina di pino

bevevano cognac con della Cola Cola e Ginger Fizz

e fumavano del tabacco cubano… non saprei dire altro però,

Signor commissario…
no, non erano dell’era glaciale ma di prima, direi del cenozoico, o giù di lì…
– con quella gamba messa male
erano atterrati col paracadute sulla terrazza della Tower Trump at Chelsea, New York

mentre Olga dichiarava il suo amore eterno per Billy the Bud…

tu mi chiedi che fine ha fatto Billy the Bud?, ma che importanza vuoi che abbia!

la stanza era di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
consolidarsi, senza preavviso…
nel monolite apparente del tempo che rimane in sospeso…

La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo
e fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
abbandonate a causa della guerra.

Una giovane insegnante sbagliò ad imboccare il viale dietro il piccolo cancello
e si trovò di colpo su Titano a meno settanta gradi centigradi con il colbacco in testa
e gli autoreggenti di pizzo…

ma forse questi ricordi sono un po’ confusi però spiegano bene
la teoria evolutiva dell’azzardo cosmico quando un bel giorno iniziò il Big Bang…

Donatella Costantina Giancaspero
2 maggio 2018 alle 13:06

Davvero complimenti vivissimi ad Alfonso Cataldi, questa è una poesia degna del surrealismo di Ajvaz! Una poesia in linea con la poetica della NOE, una poesia ilare che però è anche serissima… la poesia è libertà mentale, capacità di sorprendere il lettore, di non dargli tregua, di stupirlo… e in questo hai senz’altro colto nel segno. Una poesia così se la sarebbero sognata i Novissimi (1961), da allora la poesia italiana non ha mai ripreso a correre, è ritornata nei ranghi compatti e prevedibili del minimalismo. Non posso che augurarti di continuare a stupirci con altre analoghe composizioni…

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30 risposte a “A proposito del concetto di Diafania nella Nuova Poesia – Poesie e Commenti di Mario Gabriele, Dvora Amir, Donatella Costantina Giancaspero, Michal Ajvaz, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Alfonso Cataldi, Giorgio Linguaglossa

  1. Le parole si sprecano
    La memoria mi inganna
    Il quore
    La realtà diventa essenziale
    Parli di armi
    T’ascolto
    Il suono delle sirene
    A mezzogiorno disturbano il pranzo
    Spararsi d’obbligo
    Dalle sei alle diciotto
    Un’ora per la pausa
    La cena devi conservarla
    Per il pranzo di domani
    Dopodomani non mangi
    Lo stomaco vuoto
    Quelli che intervistano nei campi
    Sono soltanto ossa
    Il viso è contratto
    Ascolto sorridendo
    “Hai vinto!”
    (Ho vinto un viaggio nella ex Jugoslavia)
    Le coste sono deserte
    Il mare azzurro
    Il futuro semplice:
    ammazzerò.

    Grazie, Ombra

  2. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Sulla Diafania

  3. E poi le parole scompaiono con buona pace di tutti noi. E restano gli enunciati. I sogni kafkiani.
    Ajvaz me ne rammenta ancora il senso. Ci provo. La lezione si svolge alla stessa ora
    sempre. Nella testardaggine di un evaso.
    L’ora per aggrapparsi al tempo. Oggi irrimediabilmente disturbato. Non viene, non riesco a trascrivere. Ricomincio.
    Adesso affonda il silenzio.
    Nella metamorfosi, nei racconti.
    L’avevo trascritto in alto a matita su una pagina,
    mio padre ricalcato a penna
    e vi assicuro un enunciato importante.
    I privilegi di oggi ieri le nostre semplici libertà.
    Nella sostanza si riappare.

    Grazie, OMBRA

  4. Iosif Brodskij
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34691
    la generazione nata proprio nel momento in cui i forni crematori di Auschwitz lavoravano a pieno regime, in cui Stalin era allo zenit del suo potere divino… questa generazione è venuta al mondo per continuare quello che, in teoria, doveva interrompersi in quei forni crematori e nelle anonime fosse comuni dell’arcipelago staliniano. Il fatto che non tutto si sia interrotto – almeno in Russia – è un merito che va attribuito in misura non trascurabile alla mia generazione; e io sono fiero di appartenerle. E il fatto che io sono qui oggi è un riconoscimento dei servigi che questa generazione ha reso alla cultura; anzi – vorrei aggiungere ricordando una frase di Mandel’stam – alla cultura mondiale… Esisteva, presumibilmente, un’altra via: la via di un’ulteriore deformazione, la poetica delle rovine e dei detriti, del minimalismo, della voce strozzata […] Noi l’abbiamo rifiutata perché la scelta in realtà non è stata nostra, è stata una scelta della cultura – ed è stata, ancora una volta, una scelta estetica piuttosto che morale.

    Ciò che si suole chiamare volgarmente voce della Musa è in realtà il dettato della lingua; che non è la lingua a essere un suo strumento, ma lui stesso è il mezzo di cui la lingua si serve per continuare a esistere. E la lingua… non è capace di una scelta etica.

    La dipendenza [del poeta dalla lingua] è assoluta, dispotica; ma è anche liberatoria. Infatti, pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale, cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé. E questo potenziale è determinato non tanto dall’importanza quantitativa della nazione che parla (benché sia determinato anche da questa) quanto dalla qualità della poesia scritta in questa lingua. Basterà ricordare gli antichi autori greci o latini; basterà ricordare Dante. E quello che oggi si va scrivendo in russo o in inglese, per esempio, garantisce l’esistenza di queste lingua anche nel corso del prossimo millennio.

    Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive. Io che scrivo queste righe scomparirò; e scomparirete voi che leggete; ma rimarrà la lingua nella quale esse sono scritte e nella quale voi le leggete: rimarrà non solamente perché la lingua è cosa più duratura dell’uomo, ma anche perché più di lui è capace di mutazione.

    Chi scrive una poesia, però, non la scrive per l’ambizione di essere ricordato dai posteri, anche se spesso coltiva la speranza che una poesia gli sopravviva, sia pure per poco. Chi scrive poesia la scrive perché la lingua gli suggerisce o semplicemente gli detta la riga seguente. Quando comincia a scrivere una poesia, di regola il poeta non sa come andrà a finire… Ed è il momento in cui il futuro della lingua interviene nel proprio presente e lo invade.

    Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi (orientandosi prevalentemente verso il secondo e il terzo).

    Tutti e tre sono infatti presenti nella lingua… Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza.

    [Iosif Brodskij, Dall’esilio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 1988, pp. 46, 59-60]

    La poesia è una terribile scuola di insicurezza e incertezza. Non si sa mai se quanto si è fatto ha qualche valore, meno ancora se si sarà in grado di fare qualcosa di buono l’indomani. Se questo non ci distrugge, l’insicurezza e l’incertezza alla fine diventano nostre amiche intime, e quasi attribuiamo loro un’intelligenza autonoma.

    Si può indovinare parecchio di un uomo dalla scelta che fa di un aggettivo.

    [Iosif Brodskij, In memoria di Stephen Spender, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003, p. 278]

    E adesso una mia poesia nella primissima bozza. Premetto che ci sono molti difetti perché ho tentato di riesumare la forma dell’elegia per adattarla alle condizioni poste dalla nuova ontologia estetica, ne sono perfettamente cosciente, ma è solo un tentativo, forse nato già abortito. Vorrei conoscere il giudizio dei lettori. Grazie.:

    Escono di casa i bambini dal futuro ed entrano nel passato
    hanno sulle spalle le cartelle colorate, gridano…
    una donna entra in fretta nel presente, ha nella borsetta
    il rossetto, la matita per le ciglia, il bloc notes, il fard,
    lo smalto rosso per le unghie, delle confezioni regalo
    per i nipotini…

    però c’è un equivoco: lei guarda il passato dal futuro,
    ma si tratta di una indebita intromissione del postino
    che porta le lettere e le mette nella buca della posta,
    ma sbaglia, ed infila la lettera nella cassetta errata…

    davvero, è come tirare una linea sinusoidale
    che inizia dal sole, dietro le nuvole, scavalca le montagne dipinte
    ed entra dalla finestra nel quadro sistemato sul cavalletto
    nello studio di un pittore
    che sta dipingendo un quadrato e un cerchio
    attraversati da una linea retta in diagonale
    e tutto si confonde, tutto rotola…

    i suoi occhi bistrati, il treno in corsa che fischia sul terrapieno
    e va a sbattere contro l’ostacolo dei bigodini
    nei suoi capelli…

    così la memoria si scoprirà senza diritti, non accampa pretese…
    ciò che resta è un treno che, finalmente, libero dai binari
    può andare a schiantarsi sulla parete del presente…

    un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce
    nel vaso del terrazzo in un anonimo appartamento romano
    al sesto piano…

    così, un giorno se qualcuno incautamente strofina il pollice
    sul bordo zigrinato della fotografia che raffigura la donna
    priva di rughe… ne scaturirà il sangue
    e lei si stupirà…

    • caro Giorgio,
      vuoi un parere? te lo dico subito. La prima sestina è bene armonizzata. La presenza e le funzioni del tempo passato, presente e futuro, danno forma a oggetti, persone, e cose, come in una sequenza di un film di Spielberg. Trattandosi di un testo in fieri, e quindi sempre in continuo rifacimento, la stesura finale andrebbe letta a lavoro ultimato. Il pensiero è originale.

      • Trovo che senza alcune spaziature il discorso filerebbe con maggiore impeto. Appunto, come un treno.
        Anche perché questa è una poesia che si è fatta in crescendo.
        Dove è maggiormente elegiaca dà il meglio di sé, nel senso che condivido il pensiero di Giorgio, quello di avere trattato l’elegia in modo nuovo.
        Mi riferisco a questa strofa:

        così la memoria si scoprirà senza diritti, senza pretese…
        ciò che resta è un treno che finalmente libero dai binari
        può andare a schiantarsi sulla parete del presente
        dove un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce
        nel vaso del terrazzo in un anonimo appartamento romano
        al sesto piano…

        Qui siamo NOE per il balzo spazio temporale, ma anche perché ogni verso è frammento – anche senza punti di interruzione. Come nella poesia di Mario Gabriele che ho avuto modo di rileggere in questi giorni; da L’erba di Stonehenge:

        Fra poco la neve coprirà il poggetto.
        Ci sarà poco da raccontare 
        a chi rimane nella veglia,
        dove c’è sempre qualcuno 
        che parla della lunga barba di Dio 
        come una cometa
        nella notte più silente dell’anno,
        quando il gufo da sopra il ramo 
        sbircia il futuro e vola via.

        In fatto di elegia i due poeti sembrano pensarla allo stesso modo.

        Questi versi mi fanno pensare che l’adozione del frammento potrebbe essere prosieguo naturale del verso libero, portato oltre le sue estreme conseguenze in territorio nuovo.

  5. “Dio creava mondi e li distruggeva e persino quando,
    dopo molteplici tentativi, la creazione fu compiuta, il Santo Benedetto la
    contemplò, sospirò e pronunciò queste due parole: halevai sheyaamod (purché tenga)”, disse proprio così Bereshit Rabbà.

    Io invece ritengo che Dio non c’entri nulla con la questione del mondo e dei mondi e della creazione, penso che la questione non lo riguarda, o meglio, che lo riguarda nel senso che se ne disinteressa, Dio è un poeta disinteressato che crea a dismisura i mondi e li distrugge, proprio come un bambino che gioca con i soldatini di piombo e il rocchetto e la trottola… perché il tutto tiene se nessuna cosa all’interno del tutto, tiene…

    • Allerta nel colore
      la disfatta di una storia.
      Semplice. Sulle spalle le cartelle colorate,
      in fuga i cervellini negli smartphone.
      Saranno rimasti in dieci sul terrazzo,
      nel bel mezzo di una scuola.
      Si propagano le incongruenze sterili,
      d’altra parte le convergenze sfumano parallele.
      Incontrarsi nel futuro semplice
      a quell’affaccio indesiderato. Ubriachi,
      traballano le figure sottostanti. Nel
      vortice sinusoidale il tempo fradicio.
      Un notifica scagiona tutti.
      Liberi di frenare,
      troppe luci di posizione.
      Accosti,
      patente e libretto.

      (Mi è venuta in mente questa leggendoti
      caro Giorgio)

      Grazie Ombra.

  6. Carlo Livia

    Con tutta la stima possibile, caro Giorgio, non vedo soluzione di continuità fra le procedure e le innovazioni espressive-epistemologiche del surrealismo francese o spagnolo, o le analoghe esperienze di poeti come Rosselli e De Angelis e quelle Di Rago, Gabriele o tue, contrapporle e sancirne confini ontologici mi sembra abusivo e pregiudiziale, indegno della tua sapienza critica: si tratta della stessa decomposizione delle strutture morfo sintattiche e isotopie logiche, che si traducono in metafore e catacresi violentemente dissonanti e frantumi diegetici semanticamente impenetrabili, il rango dell’autore risulta dall’orizzonte di senso che lascia trasparire, in forme segrete e metarazionali, dall’energia rivelativa che scaturisce dalla loro forzata fusione, come in questi esempi.

    Sentimenti visibili
    Vicinanza leggera
    Chioma delle carezze

    Senza ombre né dubbi
    Dai gli occhi a quel che vedono
    Visti da quel che guardano

    Fiducia di cristallo
    Tra due specchi
    Ti si perdono gli occhi nella notte
    Per unire desiderio e risveglio

    Paul Eluard

    Un viso alla fine del giorno
    Una culla fra le foglie morte del giorno
    Un mazzo di pioggia nuda
    Nascosto ogni sole
    In fondo all’acqua ogni fonte delle fonti
    Spezzato ogni specchio degli specchi
    Nelle bilance del silenzio un viso
    Una pietra fra altre pietre
    Per le rame delle luci estreme del giorno
    Un viso che somiglia a tutti i visi dimenticati

    Paul Eluard

    Nessuno capiva il profumo
    dell’oscura magnolia del tuo ventre.
    Nessuno sapeva che martirizzavi
    un colibrì d’amore fra i denti.

    Mille cavallini persiani dormivano
    sulla piazza con la luna della tua fronte,
    mentre per quattro notti io stringevo
    la tua vita, nemica della neve.

    Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
    era un pallido ramo di sementi.
    Cercai, per darti, nel mio cuore
    le lettere d’avorio che dicono sempre,

    sempre, sempre: giardino della mia agonia,
    il tuo corpo fuggitivo per sempre,
    il sangue delle tue vene sulla mia bocca,
    la tua bocca senza luce per la mia morte.

    F. G. Lorca

    Sui rami dell’alloro
    due colombe oscure.
    L’una era il sole,
    l’altra la luna.
    “Vicine mie,” chiesi,
    “dove sta la mia sepoltura?”
    “Nella mia coda”, disse il sole.
    Nella mia gola”, disse la luna.
    Ed io che andavo camminando
    con la terra alla cintola
    vidi due aquile di neve
    e una ragazza nuda.
    L’una era l’altra
    e la ragazza era nessuna.
    “Care aquile,” chiesi,
    “dove sta la mia sepoltura?”
    “Nella mia coda”, disse il sole.
    “Nella mia gola”, disse la luna.
    Sui rami dell’alloro
    vidi due colombe nude.
    L’una era l’altra
    ed entrambe nessuna.

    Federico Garcia Lorca

    Vi fu una luce che ebbe
    per osso una mandorla amara.

    Voce che ebbe per suono
    la frangia della pioggia
    tagliata da una scure.

    Anima che per corpo
    ebbe la guaina di vento
    d’una doppia spada.

    Vene che per sangue ebbero
    fiele di mirra e ginestra.

    E corpo che ebbe per anima,
    il vuoto, il nulla.

    Rafael Alberti

    Con alterna chiave
    apri la casa, in cui
    la neve del taciuto fluttua.
    A seconda del sangue che ti sgorga
    da occhio o bocca o orecchio
    cambia la tua chiave.

    Cambia la tua chiave, cambia la parola
    che può fluttuare coi fiocchi.
    A seconda del vento che ti spinge,
    attorno alla parola si addensa la neve.

    Paul Celan

    L’ECLISSI CONTAGIOSA

    Ricordatevi
    C’era un pallore di fanciulla
    che ha assassinato il cielo
    Un firmamento sepolto
    nello sguardo d’un angelo malato
    Un’alba triste con un addio
    Un terrore di statue rinchiuse
    in una luce di orfanotrofio
    Molti sospiri
    Un peccato
    Uno sguardo dell’Altrove
    Una tristezza di flauto prigioniero
    Una balaustra sconfinata
    sull’ultimo istante d’esilio
    Ricordate
    Il profumo di quella notte
    Quando il tempo si fermò
    davanti al tabernacolo
    Nel buio molti amori persero la vita
    E le loro preghiere insanguinarono il vento
    Fu quando le ultime anime furono accolte
    Dalla matrigna celeste fra le rovine dell’eterno
    Del Paradiso ricordavano solo
    Un silenzio di violini azzurri
    e un’infinita promessa
    La bionda distanza divenuta quiete
    Sciolse i nodi del dolore
    Caddero gli ultimi simulacri di tenebra
    Quando fu aperto il grande portaleLa donna nuda divora candidi universi di sogno
    Nella sua prigione di musica celeste
    Il bambino pazzo la contempla sorridendo
    Felice delle sue finestre di Mozart
    Da cui la malattia si dirama in mille anime di gelo
    Che pregano invano di scomparire ma
    La madre di Dio sta per rivelarsi
    Con la voce del mio amore
    E i capelli degli angeli defunti
    E nell’assordante silenzio si vede
    Il Paradiso in un palcoscenico vuoto
    Circondato da stelle deliranti
    E un immenso ripostiglio di nostalgia che si avvicina
    Fra infinite mani che tentano
    Di forzare la serratura celeste

    Era il sogno
    dell’oscuro Signore scomparso

    UN CALICE D’OMBRA

    Dietro queste mura di silenzio
    Quale angelo triste
    Atterrisce l’azzurro

    Fra delizie proibite
    E macchie di flauto
    L’accecante sorriso
    Della falce spirituale

    La grande altalena celeste
    È legata a un’ombra
    Che rossi animali divorano

    NODI

    La donna nuda divora candidi universi di sogno
    Nella sua prigione di musica celeste
    Il bambino pazzo la contempla sorridendo
    Felice delle sue finestre di Mozart
    Da cui la malattia si dirama in mille anime di gelo
    Che pregano invano di scomparire ma
    La madre di Dio sta per rivelarsi
    Con la voce del mio amore
    E i capelli degli angeli defunti
    E nell’assordante silenzio si vede
    Il Paradiso in un palcoscenico vuoto
    Circondato da stelle deliranti
    E un immenso ripostiglio di nostalgia che si avvicina
    Fra infinite mani che tentano
    Di forzare la serratura celeste

  7. Una forte componente surrealista è ben presente anche nelle poesie di Tomas Tranströmer, senza quella componente non avrebbe potuto scrivere versi come questi:

    Sono sdraiato sul letto, le braccia spalancate.
    Sono un’ancora che si è sepolta a dovere e mantiene
    là sopra l’enorme ombra galleggiante,
    il grande sconosciuto di cui sono una parte e che è
    certo più importante di me.
    (da Carillon)

    Si noterà l’abbandono degli aggettivi (di sostegno) e la vicinanza alla prosa. Malgrado ciò non va persa l’immagine dell’ancora e della nave, che è di matrice surrealista; solo che T. assegna alla metafora una presenza e una vastità tale che è come se due universi si compenetrassero.
    Secondo me T. chiude col surrealismo. Ma se ne serve. E’ comunque la sua carta in più.

  8. Oggi, col mio retino,catturo questo verso di Giorgio Linguaglossa:”Un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce””.Può dire tante cose; per cui il lettore può interpretarlo in tanti modi diversi. Io dico che vorrei essere quel ciclamino.

  9. donatellacostantina

    direi che la prima strofa funziona, ma la seconda e la terza sono di taglio più tradizionale, cioè vogliono commentare un accadimento, e per questo appartengono più al demanio dell’elegia che della nuova ontologia estetica; infine, la quinta strofa è, a mio avviso, incompleta, l’elenco degli elementi visuali della figura femminile deve essere più completa. La prima strofa è più oggettiva, alla maniera della NOe, le altre che seguono sono meno oggettive, adombrano i pensieri di chi scrive, per questo tra le due impostazioni programmatiche si insinua uno scarto, una differenza di tono e di linguaggio. A mio avviso, bisogna lavorare nel senso di dare maggiore oggettività alle strofe che seguono alla prima, magari anche ricorrendo a qualche catacresi o a deviazioni dall’elegia.
    La nuova ontologia estetica richiede un grande sforzo di oggettività, le cose devono emergere da un tessuto oggettivo piuttosto che emergere dai pensieri-commento dell’autore. A mio parere, gli esempi dei grandi poeti citati da Carlo Livia significano una cosa. tutti quei poeti fanno parte integrante della tradizione dell’elegia del novecento… ma la nuova ontologia estetica deve necessariamente uscire da quella impostazione di tono e di voce.

  10. donatellacostantina

    Io la modificherei così:

    Escono di casa i bambini dal futuro ed entrano nel passato
    hanno sulle spalle le cartelle colorate, gridano…
    una donna entra in fretta nel presente, ha nella borsetta
    il rossetto, la matita per le ciglia, il bloc notes, il fard,
    lo smalto rosso per le unghie, delle confezioni regalo
    per i nipotini…

    però c’è un equivoco: lei guarda il passato dal futuro,
    ma si tratta di una indebita intromissione del postino
    che porta le lettere e le mette nella buca della posta,
    ma sbaglia, ed infila la lettera nella cassetta errata…

    Un Signore in grigio tira una linea sinusoidale
    che inizia dal sole, dietro le nuvole, scavalca le montagne dipinte
    ed entra dalla finestra nel quadro sistemato sul cavalletto
    nello studio di un pittore
    che sta dipingendo un quadrato e un cerchio
    attraversati da una linea retta in diagonale
    e tutto si confonde, tutto rotola…

    Gli occhi bistrati della donna osservano altri occhi nello specchietto retrovisore,
    il treno in corsa fischia sul terrapieno
    e va a sbattere contro l’ostacolo dei bigodini
    nei suoi capelli…

    La memoria scopre il diritto degli occhi, non accampa pretese…
    è un treno che, finalmente, libero dai binari
    può andare a schiantarsi sulla parete del presente…

    Un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce
    nel vaso del terrazzo in un anonimo appartamento romano
    al sesto piano…

    Un Signore in grigio incautamente strofina il pollice
    sul bordo zigrinato della fotografia che raffigura la donna
    priva di rughe… e ne scaturisce il sangue;
    lei si stupisce, dice che non è responsabile…

  11. donatellacostantina

    (Seconda versione)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34703
    Escono di casa i bambini dal futuro. Entrano nel passato.
    Hanno sulle spalle le cartelle colorate. Gridano…
    Una donna entra di corsa nel presente. Nella borsetta
    tiene il rossetto, la matita per gli occhi, il bloc notes, il fard,
    lo smalto rosso per le unghie. E confezioni regalo
    per i nipotini.

    C’è un equivoco: lo sguardo al passato dal futuro,
    una indebita intromissione del postino
    che mette le buste nella buca, ma sbaglia
    e infila la lettera nella cassetta errata.

    Il Signore in grigio traccia una linea sinusoidale
    che inizia dal sole, dietro le nuvole. Scavalca le montagne dipinte.
    Dalla finestra entra nel quadro sul cavalletto di un pittore
    che raffigura un quadrato, un cerchio, una casa con le tegole rosse.
    Li attraversa una linea retta in diagonale.
    E tutto si confonde. Rotola…

    Gli occhi dipinti della donna guardano altri occhi
    nello specchietto retrovisore.
    Il treno in corsa fischia sul terrapieno, va a sbattere
    contro l’ostacolo dei bigodini nei suoi capelli.

    Così la memoria si scoprirà senza diritti, senza pretese…
    ciò che resta è un treno che finalmente libero dai binari
    può andare a schiantarsi sulla parete del presente
    dove un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce
    nel vaso del terrazzo in un anonimo appartamento romano
    al sesto piano

    Il Signore in grigio incautamente strofina il pollice
    sul bordo zigrinato della foto, che raffigura la donna
    priva di rughe… ne scaturisce sangue:
    lei se ne stupisce, dichiara che non è responsabile…

  12. Grazie Costantina, accolgo con gratitudine l’ultima versione, adesso la poesia ha raggiunto la sua stabilità stilistica, si può dire nuova ontologia estetica. Hai fatto delle semplici ma decisive modifiche:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34705
    1) «Un Signore» è stato sostituito con «Il Signore»;
    2) dalla seconda strofa hai eliminato il soggetto, e adesso la strofa è diventata più astratta, più oggettiva;
    3) dalla terza strofa ho tolto un punto (che Costantina aveva inserito) e ho aggiunto: «una casa con le tegole rosse»;
    4) nella quarta strofa ho lasciato la dizione di Costantina «deragliare» al posto della mia «può andare a schiantarsi». Ma questa è solo una questione di gusto personale, il cambiamento non cambia l’oggettività della strofa;
    5) nella settima strofa, ho aggiunto, per chiarezza il soggetto all’ultimo verso: «lei».

    Penso che, rispetto alla prima versione, adesso la poesia sia molto migliorata. Che ne dite?

    Il concetto essenziale della NOE è che in una poesia NOE la punteggiatura, i punti (in specie) come le spaziature tra le strofe, servono ad interrompere le singole frasi portatrici di tensione sintattica, la composizione è vista come un poligono di forze attive, di forze in collisione e attrito che creano delle tensioni che devono essere disciplinate e poste in stato di equilibrio. Si ha quindi un poligono di tensioni di forze sintattiche in disequilibrio che reggono il peso di tutta la composizione. Qui non è più in opera la lunga frase nominale e pronominale più o meno addobbata di riflessi semantici, come nella poesia della tradizione «elegiaca», quanto un poligono di forze sintattiche che si muovono come faglie in attrito reciproco creando smottamenti sintattici disequilibri in cerca di equilibrio. In questo tipo di poesia la folonogia svolge un ruolo del tutto secondario. E la «diafania» può sorgere dalla oggettiva dislocazione delle singole frasi alternate e giustapposte, la «diafania» è l’occhio del lettore che guarda i singoli dettagli emergere dalle interruzioni frastiche.

  13. Adesso faccio una proposta a Mario Gabriele. Divido la sua poesia in strofe, con il che mi sembra che la sua poesia acquisti maggiore spazio. nella penultima strofa mi sono permesso di aggiungere al «dente» l’aggettivo «d’oro». Il resto è immutato. Giudicate voi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34706
    I
    inedito da: Registro di bordo

    ………………………………..
    Berenice non ha altro da fare
    che mettere blazer di vecchia data.
    La stagione resiste all’epitaffio.
    Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,
    salvare papiri ed ebook.
    con 8 posti senza turnover.

    Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
    della Letteratura Italiana .
    Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
    Al vicolo 7 di Piazza Bologna,
    nessuno ha una vita privata.
    Quando la poesia sfugge
    diventa grazia autonoma.

    In un inverno del 93 cademmo nel crinale.
    Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.
    Il fiume era rientrato nell’ alveo.
    Carlo già pensava alla brossure della Gita domenicale.
    Ada, la magnifica Ada
    dai sette lumini e corde di chitarra,
    si era concentrata sugli steli di gramigna.

    Una piccola colazione
    portò fantasmi e sentimenti abrasi.
    Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.
    Lo stato delle cose è nel tempo.
    La Canducci ha azzerato il debito.
    Siamo in bilico.
    Ofelia si trastulla con l’oboe.
    La notte ha rubato la luna.

    Su altri versanti sostano i giorni a venire.
    Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali
    con Dibattito su amore e Il Dente d’oro di Wels.
    Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.

    El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
    Un paesino di sintassi crudele
    ha aperto check-in e ogni limite.
    -Oggi non è venuto nessuno;
    e oggi sono morto così poco questa sera!-

    • Nulla da eccepire con l’aggiunta dell’aggettivo “d’oro” da parte tua, caro Giorgio.Il fatto è che mi sono attenuto all’opera originale, ossia al titolo del volume di Wels Horace: Il dente di Wels. Certamente l’aggettivo si trascina dietro tante interpretazioni..La citazione dell’opera è stata da me fatta perché in essa ritrovo la mia poesia col suo carattere- imprevedibile, paradossale, beffardo,crudele. Quasi mai si commuove, forse per esasperato pudore, forse per coerenza con l’amarezza che da cima a fondo attraversa Il dente di Wels- Ecco perchè ho citato il titolo. Vanno bene l’aggettivo, per quel significato riposto che può avere, e la separazione delle strofe. Quando Caravaggio e Raffaello si trovano insieme, non può che nascere la più bella pittura dell’Ottocento. Scherzo, ovviamente. Ma quattro occhi perforano bene la realtà.

  14. caro Mario,
    sono contento che tu abbia apprezzato il mio suggerimento… Una volta, quando ho iniziato a scrivere in modo nuovo, ho cominciato a spezzare le colonne delle mie poesie in piccole strofe e ho visto che l’effetto semantico e di leggibilità ne guadagnava, da lì ho iniziato a capire che gli spazi entrano nel testo, nella scrittura, e lo completano e lo arricchiscono…

    Donatella Costantina Giancaspero ha, in un certo senso, superato il suo maestro (scherzo, ovviamente!), ha capito profondamente (prima di me) l’utilità del punto e della spazializzazione in strofe!!! – Senza il punto e la spazializzazione in strofe la NOe faticherebbe ad essere percepita come NUOVA impostazione categoriale e mentale della poesia…

  15. Per esempio, la poesia di Alfonso Cataldi ha ricevuto un mio intervento che ha contribuito a polverizzare la struttura frastica e la spazialità della sua poesia rendendola surrazionale e ultronea, e frizzante. Rileggiamola. Io la trovo esilarante:

    Alfonso Cataldi
    1 maggio 2018 alle 18:21
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34710
    Come dirimere la direzione delle venature (scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)

    L’astronauta rovistava fra gli avanzi del pranzo

    del giorno prima quando fu sorpreso da certi marziani verdi i quali

    erano di stomaco forte e mangiavano delle bistecche di montone crudo
    e io ne fui sorpreso perché invece della resina di pino

    bevevano cognac con della Cola Cola e Ginger Fizz

    e fumavano del tabacco cubano… non saprei dire altro però,

    Signor commissario…
    no, non erano dell’era glaciale ma di prima, direi del cenozoico, o giù di lì…
    – con quella gamba messa male
    erano atterrati col paracadute sulla terrazza della Tower Trump at Chelsea, New York

    mentre Olga dichiarava il suo amore eterno per Billy the Bud…

    tu mi chiedi che fine ha fatto Billy the Bud?, ma che importanza vuoi che abbia!

    la stanza era di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
    consolidarsi, senza preavviso…
    nel monolite apparente del tempo che rimane in sospeso…

    La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo
    e fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
    abbandonate a causa della guerra.

    Una giovane insegnante sbagliò ad imboccare il viale dietro il piccolo cancello
    e si trovò di colpo su Titano a meno settanta gradi centigradi con il colbacco in testa
    e gli autoreggenti di pizzo…

    ma forse questi ricordi sono un po’ confusi però spiegano bene
    la teoria evolutiva dell’azzardo cosmico quando un bel giorno iniziò il Big Bang…

  16. Se i poeti sono d’accordo sul dividere in strofe la poesia di Giorgio Linguaglossa, allora ritiro sommessamente la mia istanza. La questione però resta aperta: poesia visivamente strutturata, o poesia libera di farsi pur mantenendo le sembianze tipiche della scrittura a pensiero lineare?
    A me sembra che Donatella abbia posto rimedio, scaldandole, alcune freddezze che considero tipiche della poesia di Giorgio, il quale a volte mette in elenco gli eventi – già scarni di verbi e aggettivi – al punto da rendere problematico il semplice coinvolgimento da parte del lettore. Sembra che al piacere di leggere si preferisca il piacere di capire e non capire, perché di fatto si tratta di argomenti filosofici, astrusi e paradossali, certo, ma almeno si tenta nobilmente di rimettere in moto il pensiero quale ancora di salvezza…
    Ho sempre ammirato la compattezza dei versi di Mario Gabriele, e infatti le sue poesie visivamente si presentano come discorsive, salvo accorgersi fin dai primi versi che qualcosa non va, non torna e ci si sente per questo spiazzati. E’ poesia nuova ma nella forma ingannevole, nel senso che è piena di sorprese e trabocchetti. Quindi non so se ne guadagni con la divisione in strofe, le quali avrebbero il compito principale di favorire il lettore nel suo compito. Potrebbe essere decisivo il fattore T-tempo, ma i tempi dei due poeti a me sembrano diversi: il prima e il poi sono presenti nella poesia di Giorgio ma non li ritrovo nelle poesie di Mario.

    Io comunque resto dell’idea che questo brano abbia più forza se tenuto in una sola strofa:

    così la memoria si scoprirà senza diritti, senza pretese…
    ciò che resta è un treno che finalmente libero dai binari
    può andare a schiantarsi sulla parete del presente
    dove un ciclamino si è fatto largo tra le erbacce
    nel vaso del terrazzo in un anonimo appartamento romano
    al sesto piano…

    il passaggio di luogo e immagine basta a dare le vertigini. Più forte se via “al” sesto piano, sostituito da un punto.

    • Caro Lucio,
      la tua è una osservazione di tutto rispetto. La mia poesia è discorsiva. E’ sempre stata così. Tanto è vero che Domenico Rea nella prefazione al mio volume “Carte della città segreta” mi definì un “cantastorie”. Cosa a cui mi sono sempre rifatto traendo spunto dai fatti veri o immaginari. Restando fedele alla struttura della NOE, mi sembra più logico frazionare in strofe la poesia lunga, in modo da creare uno “stop and go” alternato a versi più o meno lunghi. dando la percezione del frammento. Che ne dici?

      • Ma sì, certo, caro Mario. Anche se quanto a frammenti ho ormai il fiuto di un cane da tartufi e non mi servirebbe; non sempre, voglio dire, perché in alcuni poeti, come ad esempio Steven Griego, il frammento è dato in svariate lunghezze. Capisco però che le spaziature possano diventare tratto distintivo della poesia NOE. Io ne faccio largo uso, anche perché poesia mi disperde facilmente.

  17. caro Lucio,
    accolgo il tuo parere, hai ragione, la strofa è più forte e coinvolgente se tenuta insieme in modo discorsivo, che frigge con le spezzature delle altre strofe.

    Condivido anche il tuo apprezzamento sul diverso modo di intendere e raffigurare il Fattore T. (tempo) nella mia poesia e in quella di Mario Gabriele, sono due modalità differenti che conducono a esiti differenti… però io penso che le poesie di Gabriele, se fossero suddivise in strofe a secondo dei vari Fattori T. impiegati, ne guadagnerebbero in chiarezza e anche in leggibilità. Ovviamente, sarà l’autore che dovrà scegliere una opzione volta per volta.

    • Ho già apportato le modifiche estetiche, con l’inserimento delle strofe, in modo da alleggerire il discorso, dando più vitalità .al frammento. Ci siamo capiti benissimo, carissimi Giorgio e Lucio. Quando si hanno le medesime idee, la dialettica diventa accettabile.Questo al fine di rendere il cammino del lettore più agevole.

  18. Alfonso Cataldi

    A me non sembra che Donatella abbia “scaldato” la poesia, ma che abbia marcato ancor di più le strofe. La versione iniziale di Giorgio ha un tono più colloquiale e discorsivo (però, davvero, così, ciò che resta). L’osservazione di Lucio Mayoor Tosi riferita al verso “dove un ciclamino…” che lui terrebbe attaccato alla strofa precedente ha quindi più giustificazione (ed io sono d’accordo con lui) . Io sulla divisione in strofe non ne farei una “regola” da seguire, tutto sta nell’intenzione della specifica poesia. E condivido ancora Mayoor Tosi sulla poesia di Mario Gabriele: lui disorienta ad ogni verso, ma allo stesso tempo non si può fare a meno di leggere in modo continuativo. E’ difficile individuare nelle sue poesie strofe che trattengano un senso; Giorgio ha avuto grande coraggio.

  19. Giorgio Linguaglossa
    14 febbraio 2018 alle 18:39

    La nuova ontologia estetica insegna a vedere di nuovo le cose. Come ci dice Merleau Ponty quello che noi vediamo è il pensiero di vedere, noi non vediamo la visione ma le cose e le cose non sono in bianco e nero ma a colori e a colorarle è la NOE.
    Anche la poesia più evoluta del novecento italiano, quella di Andrea Zanzotto, vede in realtà le cose ancora in bianco e nero, non gli riesce di vedere i colori, perché quella ontologia credeva ingenuamente che chi vedeva vedeva la visione; al contrario, la nuova ontologia estetica sa con chiarezza che quello che noi vediamo è il pensiero che pensa di vedere, e non la visione di alcunché.
    Possiamo riassumere così: La poesia della vecchia ontologia estetica vede le cose in bianco e nero, noi della nuova ontologia estetica invece vediamo le cose colorate, abbiamo uno spettro di colori molto più vasto e intenso…

    Donatella Costantina Giancaspero
    14 febbraio 2018 alle 20:11

    A mio avviso la nuova ontologia estetica è basata sulla consapevolezza, allarmata e allarmante, del «nulla».

    Con le parole di Andrea Emo:

    «La libertà dell’arte si manifesta nel suo essere un creare-dal-nulla, all’interno del quale… al nulla si conferisce forma».
    È la consapevolezza del «nulla» che dà forma e colore alle cose.

    Una poesia di Giorgio Linguaglossa
    13 febbraio 2018 alle 13.30

    L’onda d’urto dell’oscurità, come dice il mio amico
    Gino Rago, viaggia a tale folle velocità, ché presto
    spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui tu parli,
    e con essi il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta.

  20. […]
    «già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione- e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto – e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi. Così si falsifica, allo stesso modo di come si falsifica l’arte (…) il piacere sensoriale conserva qualcosa di infantile quando si presenta nell’arte in maniera letterale, intatta. Solo nel ricordo e nella nostalgia, non come copiato e come effetto immediato, esso viene assorbito dall’arte (…)»
    […]
    «All’ontologia della falsa coscienza appartengono anche quegli aspetti nei quali la borghesia, che tanto liberò lo spirito quanto lo prese alla cavezza, accetta e gode, dello spirito, proprio ciò in cui non riesce completamente a credere – maligna anche contro se stessa. Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».

    «L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata»1].

    «Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».2]

    1] T.W. Adorno Ästhetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, trad. it di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Einaudi, 1975 pp. 21 e segg.

  21. Due poesie inedite di Francesca Dono

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/09/a-proposito-del-concetto-di-diafania-nella-nuova-poesia-poesie-e-commenti-di-mario-gabriele-dvora-amir-donatella-costantina-giancaspero-michal-ajvaz-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-alfonso-cataldi/comment-page-1/#comment-34728

    lo spinner tenuto in mano. Alias nel filatoio del verde
    Urbano. È pomeriggio. I corpi stanno uno accanto all’altro.
    Senza canto né rifugio. L’ambulatorio medico tra le
    Sedie vestite. Neanche i narvali luminosi hanno germogliato il pulviscolo
    Profuso dall’alcool.
    Tra le nostre ovariche porte.

    *

    Il silenzio-aiòn

    La cuspide in attesa del rondone sul
    Ponte vuoto.
    Il Klezmer prima dietro la mia schiena yiddish .
    Dopo tra la vetrata e le ragnatele.
    Accuratamente un altro pezzo dove il ventilatore si abbassa. Nell’acqua gassata Paride
    Con una compressa di lisina. Loro ai bordi delle mascherine bianche.
    Mi lavano persino gli occhi. Palafitte del rimbombo.
    L’opale tibetano insieme alla siringa.
    Un secolosecondo. Svolando decimi di nuvole. Grilli-Lizard per la dinastia di ferro.
    Un camice chirurgico. Ci addormentiamo appesi in ogni
    Vitamina rivestita di morte. Mio padre alle 9ezeroundici dell’orologio
    Amputato.
    La geometria di Halley nel buio del viale.

    Per questa poesia è davvero inutile porre il problema del senso che vale per la poesia addomesticata appunto al senso dall’ideologia dominante che ci vuole tutti sensati e insensati. Per questa poesia è davvero inutile porsi il problema del sensorio. Il problema del senso e del sensorio lo pone chi vuole addomesticare il senso e il sensorio. Del resto, «Una vita che avesse senso non si porrebbe il problema del senso: esso sfugge alla questione»
    (cit. Adorno, Dialettica negativa, tra. it. 1970, Einaudi, p. 340)

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