LA NUOVA POESIA – Antologia di poesia – Commenti e Ermeneutiche: Zbigniew Herbert, Boris Pasternak, Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Alejandra Pizarnik, Francesca Lo Bue, Mauro Pierno, Mariella Colonna

 

Gif Treno

Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.
Sale il fumo fino alla lampada.

Una poesia inedita di Mario Gabriele

Da registro di bordo

L’afa offrì una tregua.
Il professore Ernest non ha mai fatto jogging

dopo la fibromialgia.
Per sistemare il primo piano

la famiglia Oliver ha messo nel giardino
il cartello:
                                        House for sale,

anche se l’abitazione sembra un quadro di Monet
e c’è una tomba vuota, a due passi dall’autostrada,

con le statue come sull’isola di Pasqua.
I bluesmen cantano:Happy Days,

ed è un ritorno ai fantasmi del passato
in un amarissimo amarcord di tempi sincopati.

Jessica crede nello Zen.
Padre Olmer ha lasciato il testamentum.

Nel primo capitolo del Canto di Corvin,
ci sono passaggi che ricordano il Deutoronomio.

-Non sono abbastanza sicura di andare in Lituania,
ma se non fosse possibile- disse Kalina,

-passerò il tempo a seguire
The Order of the Burial of the Dead-.

Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.

Sale il fumo fino alla lampada.
Andrea rinnova aria fresca.

E’ così invecchiata Masina che non ricorda
neppure la contemplazione primaverile

con i primi raggi di marzo.
Il ritorno di Gesualdo

non ha portato i canti della Salvezza
e della Solitudine come passepartout.

Una poesia inedita di Francesca Lo Bue

Le cose

Stanno lì, livide e stizzose,
sparse in geometrie disordinate,
sono l’acre residuo dell’uomo piegato,
il sudore del fallimento canuto,
fiori immobili di pietra.
Ci sono voci che descrivano lo stupore delle albe?
Le promesse della luce?
Si rammentano, si rimordono nel silenzio le cose?

Sono voci spente,
fatalità trapassate…

Lampada che rubi le sue stelle alla notte,
veglia l’aurora delle mie parole.

Las cosas

Están por ahí, lívidas, rencorosas,
desparramadas en geometría desordenada.
Son el residuo acre del hombre vencido,
el sudor de la cana frustración.
Espesas páginas desvaídas.
¿Hay voces que describan la maravilla de las albas,
las promesas de la luz?
¿Se acuerdan… se remuerden de silencio las cosas?
Son voces apagadas,
fatalidades traspasadas…

Gif finestrino treno pioggia

Il ‘900 ha sancito la fine del primato della pittura tra le arti visive

Lucio Mayoor Tosi
27 ottobre 2017

Il ‘900 ha sancito la fine del primato della pittura tra le arti visive. Forse anche della pittura stessa. Parole che vanno da “maestria” alla semplice “qualità e spessore del pigmento”, oggi non hanno senso: chi mai si sognerebbe di pronunciarle entrando nel merito di un prodotto industriale? Pare conti l’idea, quella fulminante dell’artista, il quale potrebbe anche limitarsi a fare una telefonata per vedere realizzata la sua immaginazione. Io lo trovo divertente: tutta gente che campa avendo leader da scopiazzare… Tracce di un secolo duro a morire; ma è sempre stato così. Lasciamo la critica intesa come cronaca degli eventi al giornalismo, e raccomandare i carpentieri dell’esegesi a qualche prestigiosa école de Cuisine. Soluzioni se ne trovano sempre.

La critica di Giorgio Linguaglossa non può che essere quella acuta di un poeta, dal momento che poeta lo è. Possiamo quindi parlare di immaginazione critica, qualcosa che si possa fare solo in divenire; una critica che parta e veda dal nulla in cui ci troviamo. Il nulla offre un’ampia visione: riduce l’enormità del contingente, ridimensiona il tempo, offre vie d’uscita ovunque si guardi. Le parole della critica saranno molto simili a quelle del poeta: vere; solo che appartengono alla normalità di un altro universo – con cui prima o poi bisognerà pur fare i conti. Le questioni, o meglio i parametri di giudizio sono stati delineati: tempo, stile, rapporto con l’esistenzialità. Sono ammessi anche sfottò e ghirigori. Tanto si tratta di restauri, lavori in corso per rianimare con poesia, tra le altre, anche le parole appena venute al mondo. Alcune inaccettabili, però con riserva. Non cambia nulla, sono le fatiche di sempre. Io mi sto preparando per Hollywood.
Non ho letto molto di Kjell Espmark, abbastanza per sentirlo molto vicino alla ricerca in corso della NOE. Per questa ragione forse più interessante dello stesso Tranströmer, il quale, mi sembra abbia attraversato il cielo come una cometa, alla velocità della luce; quindi l’esito o gli esiti potrebbero anche essere diversi da quanto dimostrato dal Nobel svedese.
La poesia giace sul lettino, non per sottoporsi a un’operazione di chirurgia estetica, ma per poter riprendere a respirare, in ciascun poeta, separatamente.

*

Il Signor Cogito è l’uomo dell’Occidente. Colui che pensa dunque è. Herbert in questa poesia lo invita ad agire, perché il pensiero guida l’azione e, quest’ultima è un atto insieme etico, politico e, soprattutto, estetico. Il libro è nato come un tentativo di risposta sul tema del Signor Cogito.

(Giorgio Linguaglossa)

Zbigniew Herbert

Il sermone del signor Cogito

Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta
cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio

va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati
tra spalle voltate e nella polvere abbattute

non per vivere ti sei salvato
hai poco tempo devi testimoniare

abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio
in fin dei conti questo solo è importante

e la tua Rabbia impotente sia come il mare
ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati

non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno
per le spie i boia e i vili – essi vinceranno
sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla
e il tarlo descriverà la tua vita allineata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di quelli traditi all’alba

ma guardati dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio
ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore

fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro il fulgore del cielo

ad essi non serve il tuo caldo respiro
son solo per dirti: nessuno ti consolerà

bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella

ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende
raggiungerai così quel bene che non raggiungerai

ripeti solenni parole ripetile con tenacia
come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia

e ti premieranno per questo come altrimenti non possono
con la sferza della beffa con la morte nel letamaio

va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi
nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando
che difendono un regno sconfinato e città di ceneri
sii fedele va’

(traduzione dal polacco di Paolo Statuti)

Gif Piove

È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta, un atto di suprema ingenuità oltre che di scortesia, perché Egli è qui, dappertutto, e chi non se ne avvede è perché non ha occhi per avvedersene. Tutto quello che possiamo fare è intrattenerci con Lui facendo finta di nulla, cincischiando e motteggiando, ma sapendo tuttavia che con Lui è in corso una micidiale partita a scacchi. (Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Linguaglossa
27 ottobre 2017

Il luogo del linguaggio poetico

Il linguaggio poetico non può mai attingere la pienezza ontologica. Essere e linguaggio obbediscono a leggi diverse: si dà un ordine del senso, a livello ontologico, un altro senso si dà a livello proposizionale nella misura in cui la sfera dell’essere resta incisa e recisa nel e dal linguaggio, evirata della sua mitica pienezza. L’unità mitica dell’essere è, appunto, un mito, anzi, un mitologema. In questa unità prelinguistica e presimbolica il linguaggio appare come l’Altro, come ciò che introduce il segno come traccia, iscrizione, gioco di presenza-assenza che il significante dischiude.

La parola poetica diventa così il luogo in cui il soggetto evanesce. Con la parola il soggetto incontra la propria nientificazione, il proprio essere-per-la-morte, l’inaugurale sottrazione che scinde la presenza ripetitiva del godimento, del piano della pienezza dell’essere dalla rappresentazione di cui il significante, come luogo in cui il soggetto diventa evanescente, è marca.
Alienazione e separazione sono la ripercussione di questa scissione, quella che Lacan chiama «la divisione del soggetto». La dimensione della soggettività si configura in questa perdita, in questa lesione della pienezza della sfera dell’essere, mitica, da cui balza fuori, letteralmente, il «soggetto parlante».

Si può adesso comprendere come in Lacan il «soggetto parlante», ovvero il soggetto tout court, sia tale solo in quanto soggetto dell’inconscio, perché qualcosa come l’inconscio freudiano ha fatto la sua irruzione nella cultura moderna.
L’inconscio, secondo la celebre intuizione di Lacan, è «strutturato come un linguaggio», si manifesta secondo le modalità retoriche della metafora e della metonimia, individuate attraverso Freud nelle operazioni della «condensazione» e dello «spostamento». L’inconscio individua in noi quanto il linguaggio dischiude come Altro. La fenomenologia dell’inconscio è basata sulle leggi del linguaggio. Con l’intervento del linguaggio si verifica uno spostamento, e di qui la catena sinonimica che introduce il significante. L’inconscio è quel luogo strutturato dalla parola come luogo dell’Altro, il risultato dell’azione del significante.

L’inconscio pertanto non va interpretato come fonte, luogo in cui sarebbero ricondotti unicamente quei desideri e quelle pulsioni che non hanno avuto accesso alla coscienza; è strutturato come un linguaggio simbolico di cui però non possediamo le chiavi di accesso, è una istanza che parla attraverso i suoi simbolismi. Ciò che Freud ha scoperto e ha chiamato inconscio è quella dimensione «proteggente avvolgente», dice Heidegger, che esiste perché c’è linguaggio, che la parola non è mero strumento di comunicazione, ma la dimensione che apre nella vita un divario tra detto e dire, tra enunciato ed enunciazione, che sloggia il soggetto dall’alveo della certezza della coscienza dell’io penso, che lo strappa alla sua chiusura autoreferenziale.

Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa

Nox Aeterna

Un aquilone danzava in cielo con i corvi
i benigni amici dei cadaveri.

Dalla finestra aperta entra il vento del nord.
Rimbalza sugli stipiti delle porte spalancate

e si posa sulle mani di madreperla di mia madre
che suona il pianoforte.

Mio padre le ha spedito una lettera dal fronte
che non arriverà.
[…].
Un sarcofago. Amorini svolazzanti in rilievo.
Un putto immerge la mano nel sarcofago.

Il bambino mette la mano nel primo cassetto a destra del tiretto.
Ruba qualcosa, dei cioccolatini….

Il grammofono suona un quartetto di Mozart…
[…]
Il profilo di Enceladon dal cavalletto davanti alla finestra
osserva gli astanti.

Raffaello ha interrotto la pittura, la «Dama con l’ermellino».
Il cammeo sul collo di mia madre sembra oscillare.

Scrivo una lettera a mia madre:
«Le legioni di Roma si preparano ad una nuova campagna.

Marco Flaminio Rufo è morto».
[…]
Il pittore fiammingo dipinge il volto di Enceladon.
Ritrae il mio volto di profilo, in basso, nella bandella di destra,

sulla figura di un committente.
Scrivo una seconda lettera a mia madre:

«Dobbiamo partire. Per il Sud. Presto sarà inverno.
Passeremo i mesi invernali nei quartieri d’inverno».

Scrivo una lettera ad Enceladon:
«Mia cara, Sarmizegetusa è presa»,

ma dimentico di imbucarla
o un postino sbadato ha dimenticato di recapitarla.
[…]
Nina Berberova scrive un racconto:
«Il lacché e la puttana».

Io esco dalla vita ed entro nel racconto.
Sono il lacché. Le chiedo: «Maestà, perché sono qui?»,

ma la romanziera ha fretta, deve fare le valigie,
deve traslocare negli Stati Uniti,

non può rispondermi, il suo compagno Chodasevič
è stanco e malato.

Kafka va a spasso con Madame Hanska
per le vie di Praga.

Il Signor Cogito sbatte la porta ed esce di scena.
Sale sul treno blindato zeppo di soldati.

In corridoio, il filosofo tiene un discorso sulla Bellezza.
Il romanzo diventa una coppa di champagne.

Vivaldi è tornato a Venezia, abita con la sua sgualdrina
in un appartamento ammobiliato al fondaco del Ponte di Rialto.
[…]
Scrivo una lettera a mia madre:
«Presto lasceremo i quartieri d’inverno».

Quando ritornerò, penso, ritroverò il quadro
di Enceladon con l’ermellino, sul cavalletto, che mi aspetta,

sarà finito da tempo.
E i corvi saranno ancora là in alto

insieme agli aquiloni.

Mauro Pierno
28 aprile 2018 alle 18.56

dal mio Ramon:

D’improvviso l’estate
l’unica asola dell’anima;
un piccolissimo ombelico di felicità,
un fiore senza petali,
calvizie prematura
d’un uomo.

Gif waiting_for_the_train

– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –

Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero

Le strade mai più percorse:
esse stesse hanno interdetto il passo
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –.

Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate
– scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
ritmati di prima – gli stessi –
da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

Per un’aria che non rimorde – l’ombra
sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

Mariella Colonna
30 ottobre 2017

La poesia di Donatella Costantina Giancaspero riesce ad operare uno scavo linguistico paragonabile a quello archeologico alla ricerca di un’antica civiltà sepolta dal tempo: Costantina dice senza dire togliendo l’“in più” delle parole alle parole e facendo sprofondare significante e significato nel vortice dell’assoluto presente da cui ha origine un Nuovo Significato. Questa poetessa sta superando i propri limiti espressivi con sapiente lavoro di cesello e, ripeto, di scavo. Non c’è più ombra di lirismo nei suoi versi…si respira un senso di libertà e di trasparenza.

Donatella Costantina Giancaspero

Cara Mariella, ti ringrazio vivamente per questa tua riflessione così precisa sulla mia poesia. La tua straordinaria sensibilità ti porta ad evidenziarne quelle caratteristiche fondate su alcuni miei intenti consapevoli, come, ad esempio, il voler togliere alle parole – e dunque alle immagini che esse costruiscono – tutto ciò che è “in più” (come scrivi): un procedimento che conduce a quei risultati da te pienamente sottolineati. Se sto realizzando tutto questo, devo ringraziare i principi della Nuova Ontologia Estetica, questa nostra immensa finestra da cui osservare una prospettiva poetica totalmente rinnovata. Infine, devo ringraziare le persone intelligenti e ricettive come te che condividono questa via. E, un poco, anche me stessa.

Boris Pasternàk

Poesia

Poesia, mi metterò a giurare
su di te, e finirò, restando arrochito:
tu non sei la prestanza di un cantore mellifluo,
tu – sei un’estate con un posto in terza classe,
tu – sei un sobborgo e non un ritornello.
Tu – sei afosa come un maggio, Jamskaja,
ridotta notturna di Ševardinó,
dove le nuvole emettono gemiti
e vanno sparpagliate verso lo scioglimento.
E duplicandosi nell’intreccio dei binari –
sobborgo, e non ritornello, –
strisciano dalle stazioni verso casa
non come un canto, ma attonite.
Germogli d’acquazzone s’ingolfano nei grappoli
e a lungo, a lungo sino all’alba
acciarpano dai tetti il proprio acrostico,
gettando bollicine nella rima.
Poesia, quando sotto il rubinetto
c’è un truismo, vuoto come lo zinco di una secchia,
anche allora il getto resta incolume,
il quaderno è approntato – puoi scorrere!

(1922 – trad, di A. M. Ripellino, 1954)

Giorgio Linguaglossa

Una ermeneutica della poesia di Donatella Costantina Giancaspero

Le parole «vengono» alla poesia, non la poesia chiama le parole. È vero proprio il contrario di ciò che dice la vulgata comune. Il luogo della poesia è quello per cui esso viene alla luce in quanto chiamato dalle parole, in questa pro-vocatio è il luogo delle parole come ordine simbolico. Il luogo fisico è la «stazione di Bologna della metro blu», ma il luogo mentale è un altro.

Si tratta proprio dell’inconscio, o meglio, di ciò che si eventualizza nel soggetto dell’inconscio, in questo porre «le ragioni» «scampate al giudizio» del Super-io, che annuncia il vacillamento, l’esitazione dell’io parlante, il voler-dire che è altro dal detto e altro dall’intenzionato. «La forma essenziale in cui ci appare inizialmente l’inconscio come fenomeno è la discontinuità – discontinuità in cui qualcosa si manifesta come un vacillamento».1]

La struttura discontinua e intermittente della poesia è la replica e la mimesi della struttura dell’inconscio.
Come un «anticipo» o un ritardo «sulla pioggia», dice la poesia. Ma qui non c’è nulla che indichi il predicato, nulla che indichi il soggetto che non c’è:

In anticipo sulla pioggia –.
Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.
Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate

È il soggetto dell’inconscio che si manifesta tra l’«anticipo» e il ritardo, è qui che si apre «un varco» nell’ordito auto organizzatorio dell’io. Quello che Lacan chiama la «faglia», la «beanza» che divarica il soggetto, che lo allontana da sé nello stesso tempo in cui lo chiama in causa; e questo non è altro che la «mancanza», la nozione di manque à être entro cui si colloca la parola. La «faglia», ricopre il soggetto da parte a parte, si presenta come una apparizione improvvisa; in questa «faglia» a parlare è l’inconscio, il luogo in cui la rappresentazione mostra il suo lato oscuro. Questo luogo è letteralmente pro-vocato dal linguaggio, è il luogo dell’Altro, reso possibile dalla dimensione dell’alterità intesa non più come altro da me, come l’altro che ho di fronte, bensì come la disunione, quella divaricazione che divide il soggetto perché lo ha significato, perché è stato nominato da altri.

Che significa quel «Qualcuno ha voltato le spalle»? È lo stesso soggetto diviso che ha voltato le spalle a se stesso. «Le ragioni», ovvero, il processo delle razionalizzazioni che l’io ha posto in opera come struttura difensiva, è caduto nel vuoto. «Inconfutate», quelle «ragioni» rientrano nell’inconscio, quello stesso che le ha prodotte.

La poesia sancisce l’ingresso nell’ordine simbolico e lo scacco dell’io.

1] J. Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Scritti I, Einaudi, 1974., p. 26.

Gino Rago

Non lo scintillio del bronzo appena fuso

Non lo scintillio del bronzo appena fuso.
Né la sua patina magari artificiale
o la levigatezza del marmo immacolato.
(…)
La materia grezza. La pietra.
La colata di cera rappresa.
La rugginosità del ferro.
I rottami, gli avanzi, i detriti.
I rimasugli di fonderie. Gli stracci.
I vetri rotti negli angoli delle vie.
Gli scampoli nelle sartorie.
(…)
Ecco le parole della nuova poesia
(débris du futur seppe dirci Valéry)
perché siamo uomini del dopo Hiroshima
in filiformi tralicci di gabbie.
(…)
Platani. Fiumi. Uomini. Fiori.
Tutti bramano un suono che manca.
A meno che il suono non significhi niente.
Tutti vogliono un nome.
Perché ogni nome è una benedizione.
L’occhio che brilla di passato e futuro.
Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
Il mondo chiuso in un sacco di iuta.
Gino Rago

gif donna in corridoio

La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, l’ho già detto ma lo ripeto, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana – sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme

Giorgio Linguaglossa, 31 ottobre 2017

La nuova ontologia estetica

Di fatto, la poesia è rimasta senza critica, per critica intendo una critica intelligente e libera.
La nuova ontologia estetica, almeno questo è il mio pensiero, l’ho già detto ma lo ripeto, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

Vorrei rispondere ad Alfonso Berardinelli il quale in un articolo ha bollato le avanguardie del novecento, che l’acmeismo ha battezzato poeti come Mandel’stam, Pasternak, Achmatova, Chodasevich, Gumilev e altri… e che la sua importanza va molto oltre il valore dei singoli poeti protagonisti di quella stagione letteraria, quindi anche qui non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Senza Mandel’stam non ci sarebbe stato un Milosz, un Celan, un Ripellino, il modernismo europeo senza i poeti russi dell’acmeismo perderebbe il 50 per cento della sua influenza.

È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della nuova ontologia estetica: nel punto in cui introduciamo una «rottura», non una semplice distassia o dismetria della struttura linguistica, ma una «diafania», una «disfania», la moltiplicazione delle temporalisation, la spazializzazione del tempo, la temporalizzazione dello spazio. Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare a pensare una diversa temporalization del tempo, il che non significa porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia che la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, delle temporalization, sostare nella Jetztzeit, nel «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…
Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle il pensiero di una serrata critica dell’economia estetica…

Giorgio Linguaglossa

Mi chiede un lettore: che cosa vuol dire «critica dell’economia estetica»?
Rispondo: significa pensare all’atto estetico come un atto critico.
Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare e coltivare il proprio orticello, pensare all’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine possibile e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della nuova ontologia estetica) visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali. Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».
La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».
Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma». Basta andarselo a prendere. Il proprio «fantasma», dico.

Poesie di Alejandra Pizarnik (citate da Francesca Lo Bue)

Figlia del vento

Sono venuti.
Invadono il sangue.
Profumano a piume,
A mancanza, a pianto.
Però tu alimenti la paura
e la solitudine
come due animali piccoli
perduti nel deserto.
Son venuti
ad incendiare l’età del sogno.
Un addio è la tua vita.
Però tu ti abbracci
come la serpe pazza del movimento
che solo ritrova se stessa
poiché non c’è nessuno.
Tu piangi sotto il pianto,
tu apri il baule dei tuoi desideri
e sei più ricca della notte.
Però c’è tanta solitudine
che le parole si suicidano.
i naufraghi dietro l’ombra
abbracciarono quella che si suicidò
con il silenzio del suo sangue
la notte bevve vino
e ballò nuda tra le ossa della nebbia

*

viaggiatrice dal cuore d’uccello nero
tua è la solitudine a mezzanotte
tuoi gli animali saggi che popolano il tuo sogno
nell’attesa della parola antica
tuo è l’amore ed il suo suono a vento spezzato

La notte

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
Un giorno torneremo ad essere.

La danza immobile

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.
Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?
Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.
Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

Nominarti

Non è la poesia della tua assenza,
solo un disegno, una crepa in un muro,
un che d’amaro, qualcosa nel vento.
i naufraghi dietro l’ombra
abbracciarono quella che si suicidò
con il silenzio del suo sangue
la notte bevve vino
e ballò nuda tra le ossa della nebbia
Questo lillà perde i fiori.
Da sé medesimo cade
e cela la sua antica ombra.
Morirò di cose come questa.
Questo lillà perde i fiori.
Da sé medesimo cade
e cela la sua antica ombra.
Morirò di cose come questa.

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38 commenti

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38 risposte a “LA NUOVA POESIA – Antologia di poesia – Commenti e Ermeneutiche: Zbigniew Herbert, Boris Pasternak, Mario M. Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Alejandra Pizarnik, Francesca Lo Bue, Mauro Pierno, Mariella Colonna

  1. donatellacostantina

    UN MOZART ALL’AVANGUARDIA
    Omaggio musicale a Giorgio Linguaglossa
    (e a tutti gli amici de L’Ombra)

    Il grammofono suona un quartetto di Mozart…

    ovvero il Quartetto per archi n. 19 K. 465 in Do maggiore.
    Ultimo dei sei Quartetti che Wolfgang Amadeus Mozart dedicò a Franz Joseph Haydn, venne eseguito per la prima volta il 15 gennaio 1785 alla presenza dello stesso Haydn.
    Fu proprio in quell’occasione che questi disse a Leopold, il padre di Wolfgang, la famosa frase:

    “Io vi dico di fronte a Dio, da uomo sincero, che vostro figlio è il più grande compositore che io conosca di nome e di persona. Ha gusto e possiede al sommo grado l’arte del comporre”.

    Al quartetto fu attribuito in epoca posteriore l’appellativo “delle dissonanze” per le note (un La bemolle sullo sfondo di un La naturale) presenti nell’introduzione lenta del primo movimento, seguendo un modo compositivo tipico di Haydn.
    Nonostante l’affermazione del padre che il quartetto era stato “composto in maniera eccellente”, eminenti studiosi proposero correzioni, soprattutto alla seconda e sesta battuta, che apparivano troppo all’avanguardia (!).
    Da sempre le prime ventidue battute iniziali hanno fatto discutere generazioni di musicofili.

    Movimenti:
    1. Adagio – Allegro (do maggiore)
    2. Andante cantabile (fa maggiore)
    3. Minuetto e trio. Allegro (do maggiore)
    4. Allegro molto (do maggiore)

    L’Adagio iniziale, caratterizzato da un intenso cromatismo che crea un senso di instabilità e di attesa, conduce all’Allegro dove il linguaggio mozartiano rimane di assoluta novità. Il primo movimento termina con una chiusura in pianissimo di grande limpidezza.
    L’Andante cantabile è un movimento melanconico e assorto, che solo verso il termine tocca punte drammatiche introdotte dal violoncello e quindi trasferite al canto degli altri strumenti. Anche il secondo movimento termina in modo sfumato.
    Il Minuetto si apre con grazia e decisione e verrà ripreso dopo il Trio centrale in forma abbreviata per concludere il movimento.
    L’Allegro molto si conforma in una grande alternanza di modi espressivi. Celebri, per i violinisti, sono i due passi nei quali al primo violino viene richiesta una coordinazione ed una pulizia di suono senza pari.

    Buon ascolto!

    • caro Giorgio,
      ecco un’altra pagina di chiarimento ermeneutico di ciò che è la Nuova Ontologia Estetica. Mettere il Signor Estraneo alla porta da chi non ne condivide Progetto e Cultura, è un ulteriore segno di intolleranza che vuole annullare l’ evoluzione antropologica del linguaggio.La letteratura è un sistema che agisce su diversi fronti estetici. Nè è possibile istituzionalizzare un regime linguistico in quanto nulla è eterno e immutabile.L’operazione formalizzata dalla NOE non si lega a nessuna sacralizzazione della FORMA POETICA. Il postmoderno e il contemporaneo si sono appiattiti nella normalizzazione del discorso afasico e del pensiero debole.Ed è proprio qui che si sono inseriti i nuovi soggetti linguistici, nella riscrittura di una nuova poesia.Ne viene fuori un quadro fondato sui frammenti, e su linee ateologiche,nella prospettiva di formulare un quadro estetico che non è digressione letteraria fine a se stessa. Non si può sempre fossilizzarsi nel profondo dell’ES senza apportare qualcosa di significativo in superficie. Se ci si riflette sopra, ogni ipotesi di cambiamento diventa sviluppo culturale ai fini di una nuova corrente di coscienza. Su queste pagine spesso si ricorre a esposizioni linguistiche riportando versi di autori di repertorio classico, come lezione di estetica agli studenti di Liceo. E’ un male e più in specifico, imposizione di una cultura che deturpa coscienza e anima di chi ascolta o si appresta a conoscere la poesia per la prima volta.Siamo tornati di nuovo, come diceva Contini, all’uso improprio e generalizzante dell’espressionismo letterario e al canone novecentesco,di un diarismo liricheggiante, senza la rappresentazione del nuovo e della testimonialità degli anni attualmente in corso. E’, insomma, la rinascita del vecchio contro la setta della cospirazione (per intenderci della NOE).

  2. Caro Mario Gabriele, sono quasi sempre concorde con le tue acute analisi ,ma ora non ti seguo sul sentiero di un così duro pessimismo; con la NOE non mi sembra di assistere ad una ‘rinascita del vecchio’; anche perchè, in letteratura, non mi pare che ci siano un “vecchio” e un “nuovo”,ma piuttosto un discorso che scorre nel tempo, con le sue soste ,i suoi cambiamenti, perfino qualche retromarcia.Una eventuale “setta della cospirazione” non ha ragione di essere, se non come momento di riflessione e forse anche di cambiamento.Senza che ciò scateni una terza guerra mondiale.

    • cara Anna Ventura,
      ti ringrazio del gentile riscontro. Due cose soltanto per intenderci sui lemmi: il “vecchio” e il “nuovo”. In poesia sono due classi temporali di diversa omologazione. Se seguiamo le prime tracce estetiche della poesia risalenti alla Scuola siciliana, fino ai giorni nostri, si nota un deragliamento fonetico e lessicale, rispetto alla comune prassi linguistica di oggi. Ecco il senso di “vecchio” e “nuovo” a cui mi riferivo.Ti porto un esempio, (ma non ne hai bisogno!): la poesia di Jacopo da Lentini : “Amor è un desio che ven da core/ per abundanza de gran plazimento ( e li ogli in prima generan l’amore / e lo core li dà nutricamento” ), è già la prova esatta e documentale di come il Tempo possa agire, mutando gusto e tendenze estetiche.La poesia è merce con proprie barre esterne o codici, che ne fanno la differenza nel momento della loro datazione. A meno che tu non intenda per “cambiamenti” gli stessi termini dicotomici di “vecchio” e “nuovo”.
      La NOE è l’unica forma che possa innestarsi nel bailamme frastico di ieri e di oggi. Se lasciamo tutto all’inerzia, c’è solo decadenza culturale. “Se la cultura viene abbandonata a sé stessa”, come scrive Adorno “tutto ciò che è cultura rischia di perdere non solo la possibilità di esercitare un’influenza, ma la stessa esistenza”.

  3. Daniele Santoro, inediti
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34487
    Del giovane poeta di Salerno che abita a Roma da vari anni, docente di liceo, pubblichiamo queste poesie inedite tratte dalla sua opera inedita Triumphus feritatis

    Epitaffio del liberto Sporo la cui disgrazia fu di somigliare a Poppea, compianta moglie dell’imperatore Nerone.

    Questo il destino del povero Sporo.
    Castrato in giovane età e andato sposa a
    Nerone.
    Sollazzo degli ultimi mesi dell’imperatore.
    fu romana signora e padrona del mondo.
    Morto a soli vent’anni. Suicida.

    Aiace Oilèo

    Aiace Oilèo violentò Cassandra
    nel tempio del Palladio, sull’altare
    così sfogò l’ebbrezza, il
    fascino della conquista, rise
    smodatamente rise, bestemmiò di cuore.
    Poi delirante ancora imbambolata
    in spalle se la mise, la mostrava
    fenomeno da baraccone ai suoi soldati;
    insomma consentì che ne abusassero
    compreso il re Agamennone che se ne innamorò;
    per questo Aiace lo prendeva in giro

    All’indomani della vittoria di Edessa del 260 d.C., Sapore I, re sasanide, si domanda che farne dell’imperatore romano Publio Licinio Valeriano, catturato in battaglia.

    E di costui
    che fino a ieri governava il mondo
    Romanus Imperator Valerianus
    ne farò il mio sgabello personale
    quando dovrò montare sul cavallo.
    Mi verrà a noia, domani?
    Lo mando a Gundeshapur, che problemi?
    Dia pure lui una mano a costruire,
    con gli altri prigionieri, Band-e-Kaisar,
    che nella lingua vostra giustappunto
    significa “la diga dell’imperatore”
    (così la chiamerò per l’occasione)

    La cacciata del filosofo dall’osteria, dopo avere appena enunciati tre dei trentanove precetti della scuola pitagorica, vale a dire, nell’ordine, i precetti nn. 29, 11, 15 quali sono riportati nell’opera del Protrettico o Esortazione alla filosofia di Giamblico di Calcide, neoplatonico del III-IV sec. d.C.

    Qui, al tavolo, una caraffa d’acqua e una panella
    e in aggiunta un cestino di fave (che sono lassative).
    Per chi non lo sapesse,
    abbiamo in osteria nientepopodimeno un pitagorico.
    Pazienza se il guadagno sarà poco
    d’altronde, pagherà in soldoni di Sapienza
    è uno spiantato e poi ce lo ha già detto.
    enuncerà i precetti della Scuola,
    i symbola, gli ascoltamenti del Maestro
    dunque, silenzio! e stiamolo a sentire.
    «Precetto primo – dice:
    dopo che ci si è alzati, fare il letto
    e rassettare bene le coperte» – «Cosa?!»
    «Precetto due: nel mettersi le scarpe
    calzare prima il destro poi il sinistro,
    però se si fa il pediluvio, viceversa» – «Che?!»
    «Precetto tre – ed è la ciliegina sulla torta:
    rivolti verso il sole non pisciare» – «Basta!»
    sbottò di brutto l’oste che a pedate
    cacciollo immediatamente dal locale
    insieme con le fave e… la caraffa
    «Santone di un filosofo?… ma vaffa!»

  4. gino rago

    Gino Rago
    Quattro poeti contemporanei verso una moderna Antologia Palatina
    [sul tema della morte]

    “Quale postura assumono Edith Dzieduszycka in ‘Diario di un addio’, rivolgendosi al suo amato Michele, Filomena Rago, in ‘Volo a metà’, verso il mai dimenticato Giacomo, Vito Taverna, in ‘Le poesie di novembre’, verso la sposa giapponese Midori [che in italiano significa “verde acqua profonda”] e Antonio Spagnuolo in ‘Canzoniere dell’assenza’, in cui il poeta-medico di Napoli volge l’occhio-sguardo-cuore verso Elena, l’amata compagna d’una vita?

    Scrivono sulla scia di Montale[ ma soltanto come progetto di poesia], ma in realtà affrancandosi linguisticamente dal poeta de “Le Occasioni”, i loro Xenia verso l’assenza e nell’assenza dell’amato/amata nel viaggio solitario verso l’onniscienza. E ogni poesia, così è anche in questo Canzoniere di Spagnuolo, è correlativo metafisico, oggettivo, di un mazzo di rose, il dono del poeta che lavora con fiori-parole, da depositare sulla lastra di marmo della persona che occupò il centro della vita di chi resta, battuto dalle tempeste della perdita, del vuoto, dell’assenza. “Desideravi un’altra primavera” dice Antonio Spagnuolo in questo verso struggente. Il quale verso, tuttavia, se suona come secco rimprovero al mondo capace di sopprimere il desiderio di Elena di un’altra stagione di rinascita e di erbe nuove e fiori, esso suona anche come secco, deciso gesto estetico, [lo stesso gesto che ho ravvisato nei versi di Edith, di Filomena, di Vito], un gesto estetico più forte della morte. Con questo gesto estetico, il poeta vince la morte, anche se a un certo punto, arreso, ma solo in apparenza, Antonio Spagnuolo bisbiglia, più a sé che ad Elena, “Non ho più doni!” [Attese]

    In Prefazione, Silvio Perrella, dotto, padrone della lingua, capace com’è di entrare nella energia interna dei versi del Canzoniere di Antonio Spagnuolo, suggerisce l’idea che in fondo anche questa poesia è nel contempo “arte del linguaggio” e “arte conoscitiva” e se come arte del linguaggio si radica nella lingua, come arte conoscitiva la poesia di Spagnuolo è in grado di radicarsi nella storia, una storia personale ma che il poeta riesce a dilatare a storia universale [la stessa sapiente abilità poetica di Edith Dzieduszycka, di Filomena Rago, di Vito Taverna, nelle rispettive opere di poesia].
    Una cifra [tutta di Spagnuolo] tuttavia merita io credo di essere evidenziata di questo libro poetico: i titoli che il poeta adotta per le poesie della raccolta [Tenerezza, Menzogne, Demone, Ricordi, Mani, Smerigli, Naufragi, Perle, Sonni, Luna, per citarne alcuni], tutti sostantivi e, come tali, possono essere accolti come i frammenti d’una vita in cui cercare gesti, atti, voci, suoni, fruscii, odori, colori dell’amata assente per riempirne l’assenza e catturarne il vuoto, come fa il vasaio di Heidegger con la brocca.

    Ora, rivolgendomi a un lettore immaginario di poesia, sento di dovergli chiedere di non correre oltre. Di fermarsi un istante non già sulla mia nota ma sui versi che ho estratto dai rispettivi libri poetici di Edith Dzieduszycka , Filomena Rago, Vito Taverna e Antonio Spagnuolo. Perché chiedo al lettore questa prova? Perché in poesia il lettore non è meno «creativo» del poeta che fabbrica i suoi versi. E anche perché un testo poetico che sia tale non è mai materiale di consumo, né potrà mai essere una merce usa-e-getta.
    Un testo poetico al contrario è sempre destinato al ri-uso poiché come insieme di parole strutturate, organizzate in forma stabile, un testo poetico se ri-letto non soltanto non si usura, non soltanto le parole del poeta non perdono valore, ma ne acquistano a ogni ri-lettura.

    Aggiungerei ora che [ricordo a tale specifico riguardo alcuni scritti critici per me esemplari di Alfonso Berardinelli, di Giorgio Linguaglossa, di Rossana Levati, certe illuminazioni di Mariella Colonna su alcuni poeti contemporanei, di Silvio Perrella come prefatore al Canzoniere di Antonio Spagnuolo] ogni scritto critico, dalla semplice nota alla recensione al saggio e fino alla storia letteraria, dovrebbe avere la valenza di un «invito alla lettura» di un certo poeta; dovrebbe essere cioè «il dito che indica la luna» e nulla di più, anche se sappiamo che quasi tutti i lettori invece tendono a soffermarsi sul dito del critico, senza mai spingere lo sguardo sulla luna-poesia indicata dal suo dito.

    In questa mia secca, essenziale nota “la luna” che indico con il dito, per gusto estetico e affinità di stile, è l’antologia di questi versi:

    Edith Dzieduszycka, Diario di un addio

    « Ora me ne accorgo
    tu mi abiti sempre
    quando penso che penso
    ecco… penso a te »

    Filomena Rago, Volo a metà

    «[…]Dolce vita della mia vita
    Un’alba dannata[…]
    Ha spaccato il mio cuore.
    E ha fermato il tuo».

    Vito Taverna, Poesie di novembre

    «[…]Anche a codesti giorni,
    io chiedo il mio riposo,
    scaduti i passaporti, ormai introvabili,
    davanti all’impaziente doganiere».

    Antonio Spagnuolo, Canzoniere dell’Assenza

    «[…]L’iride improvvisa ha il mandorlo della gioventù
    Qualche bisbiglio tra le linee tracciate nei cristalli
    Per rilanciare promesse.
    La tua assenza scivola…»

    Sono versi che pur nelle differenti prosodie ma con in comune l’identico metro elegiaco possono benissimo andare a confluire in quella immensa miniera di epigrammi a noi giunta come Antologia Palatina [come mostra l’epigramma di Meleagro che dalla A.P. estraggo]:

    Meleagro , Antologia Palatina

    «[…] Ma al mattino si sentì un grido.
    Il coro mutò in nenia funebre il canto.
    La stessa torcia dopo avere rischiarato il letto nuziale
    Accompagnò con la sua luce l’ultimo viaggio».

    GR

    • Rossana Levati

      Ricordando la lezione di equilibrio tra gioia e dolore che percorre l’antica “Antologia Palatina” e in omaggio ai quattro poeti della novella “Antologia Palatina” qui presentati:
      “Ho imparato dal cielo
      a piangere per tornar sereno
      e nei momenti di malinconia
      ricordare le felicità trascorse,
      non per lenire il dolore
      ma per imparare a mitigare
      le gioie che verranno”
      I versi sono del poeta iraniano Farhad Ali Zolghadr (“Sulla tenera pelle”, LietoColle), che ricorda che noi uomini siamo “un sogno divino ma talmente breve/ che si dissolve ancor prima di nascere/ nel grembo infinito di un istante”, ma riesce anche a tracciare un’ indicazione “minima” di conforto:
      “Resta chiusa la porta divina
      a coloro che vi battono i pugni.
      Si aprirà quando la loro attesa
      è libera dalla speranza”

  5. gino rago

    Da Edith Dzieduszycka alla mia e-mail questo commento che con-divido:

    [L’amore di Meleagro per Eliodora era un amore vero e sentito. Quando lei muore, infatti, il poeta le dedica un epigramma sepolcrale, molto intenso e pieno di pathos.

    Meleagro, A.P., L VII, 476

    “Lacrime anche lì, attraverso la terra
    ti offro, Eliodora, reliquie d’amore,
    nell’Ade, lacrime aspre sulla tomba
    molto compianta, memoria dei miei desideri,
    memoria del mio amore.
    Ah, miseramente miseramente,
    io Meleagro qui piango su di te,
    cara anche tra i morti
    vana offerta ad Acheronte.
    Ah, dov’è il mio amato germoglio? Lo strappò Ade,
    lo strappò. Ed ora la polvere sporca il vivo fiore.
    Terra che ci nutri, ti supplico, accogli teneramente
    nel tuo seno colei che è compianta da tutti.”]

    A.P. Liber VII, 476.
    —————————————————————————————–
    Grazie Gino,
    per quest’approfondimento tuo così delicato e affettuoso dedicato a noi quattro, diversi ma riuniti nel dolore, nell’assenza e nel rimpianto della persona amata. E soprattutto grazie per la generosità che metti a scavare nella poesia degli altri per farla conoscere e amare.

    Ora hai fatto conoscere a me Meleagro e Eliodora, la sua benamata fuggita dalla vita, che sono andata a risvegliare dal loro lungo sonno virtuale su Internet per saperne di più. Io che non ho studiato il greco, solo il latino di cui ricordo poco, ho scoperto che è nato in Siria nel 130 A.C. e morto a 70 anni, dopo aver scritto 130 epigrammi, di vario genere, di cui molti erotici, e alcuni “sepolcrali” molto belli e commossi.
    Ho anche imparato che i 15 libri contenente La Antologia Palatina sono conservati a Heidelberg e a Parigi.
    Vedi, hai allargato i miei orizzonti molto limitati !
    Grazie di nuovo, con un abbraccio affettuoso.

    Edith [ Dzieduszycka ]

  6. “La poesia giace sul lettino, non per sottoporsi a un’operazione di chirurgia estetica, ma per poter riprendere a respirare, in ciascun poeta, separatamente.” Mi ha colpita positivamente questa frase di Lucio Mayoor Tosi.

    *

  7. Lasciamo per un momento la lettura di autori «normali» cioè che adottano il linguaggio «normalizzato» o storicizzato, che per noi non può essere di alcun ausilio, un linguaggio adottato senza alcuna previa riflessione sulle procedure e sulle proposizioni, e esaminiamo invece alcuni versi di una poesia di Mario Gabriele che necessitano, a mio avviso, di una nuova euristica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34498
    Adotto, per questo compito, la parola «diafania» per indicare una procedura compositiva «nuova» propria di alcuni poeti della nuova ontologia estetica. La parola è composta dal prefisso «dia» che significava originariamente «fra», «attraverso», cioè l’azione che si stabilisce tra due attanti, tra due o più soggetti, che passa attraverso di loro, e Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanês, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica.

    Il termine «diafania» mi è venuto in mente leggendo le poesie di Mario Gabriele e di Donatella Costantina Giancaspero; ho ripescato questo termine dalla significazione teologica che ne ha dato Teilhard de Charden e l’ho riproposto in chiave secolarizzata attribuendogli una nuova significazione, nuova in quanto suggerita dalla lettura di alcune poesie dei poeti dianzi citati. E noi sappiamo che una nuova poesia deve essere letta e interpretata con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie categorie euristiche non sono più adatte alla comprensione del «nuovo». Leggiamo questi versi di Mario Gabriele:

    Alle 18 torna Milena.
    Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.
    Sale il fumo fino alla lampada.
    Andrea rinnova aria fresca.

    Se leggiamo con attenzione i versi riportati, ci accorgiamo che, apparentemente, non c’è nulla di nuovo. I versi ci dicono, in rapida successione, che alle 18 torna Milena, la quale prepara la cena (tempo presente) ma che il «tavolo ha quarant’anni» (proposizione dichiarativa senza nesso logico con le precedenti proposizioni), e che del fumo sale fino alla lampada (altra proposizione dichiarativa) mentre che «Andrea rinnova aria fresca» (altra proposizione dichiarativa e tautologica perché l’azione di rinnovare l’aria fresca è una tautologia vuota di significato). Dunque, una serie di proposizioni dichiarative auto significanti producono l’effetto di un universo in miniatura auto significato, auto significato in quanto auto giustificato, cioè fatto di proposizioni protocollari date e ricevute alla e dalla comunità per inconcusse e apodittiche. Mario Gabriele impiega nelle sue composizioni questi frasari auto giustificati che lui assembla in modo tale da farne sortire fuori dei significati nascosti, inverosimili, ultronei. Questa è, per l’appunto, una «diafania», ovvero, il darsi di Phanes, in modo immediato «attraverso» «fra», altre proposizioni che si danno in modo auto affermativo e auto apodittico. La «diafania» è in questo tipo di composizione il modo di procedere e di costruire gli «eventi» linguistici i quali sono in sé auto prodotti, auto giustificati e auto significanti. La «diafania» in Mario Gabriele sta nella procedura adottata e dal nuovo sguardo che lui posa sulle «cose» linguistiche del mondo. La «diafania» è un guardare e un produrre le «cose» linguistiche in modo da mostrare l’interna contraddittorietà e falsificabilità della propria significazione; la «diafania» è il modo scelto da Gabriele per mostrare a tutti che il re è nudo.

    Se leggiamo un verso di Donatella Costantina Giancaspero, ci accorgiamo che qui siamo davanti ad una proposizione che indica una «cosa» non riconoscibile, anzi, irriconoscibile. Al contrario della procedura adottata da Mario Gabriele, nella procedura della poetessa romana abbiamo una modalità di costruzione molto differente. Leggiamo un emistichio:

    un nido di vespe nel lampadario.

    Il significato di questa proposizione può essere esaminato da vari punti di vista, anche dal punto di vista psicanalitico, ma, sicuramente il significato residuale ci indica una «cosa» del tutto inutilizzabile, ed anche una «cosa» di estremo pericolo, una «cosa che impende, che resta lì, sopra le nostre teste, e che ci condiziona, ci minaccia con la sua sola presenza anche in assenza di azioni o di eventi, anzi, l’evento principe è che qui non si dà alcun «evento», l’evento è nel Phanes, nel mostrarsi per quello che è quella «cosa», un qualcosa che noi non conosciamo ma che sta lì, all’erta, in attesa di qualcosa che noi non sappiamo, qualcosa che potrebbe scatenare una reazione, una risposta temeraria e bellicosa. Questo è un genere di «diafania» tipica della procedura compositiva della poetessa romana. È una procedura nuovissima, mai adottata dalla poesia italiana ma ben presente ad esempio in altre tradizioni letterarie, ad esempio nei poeti cechi Petr Kral e Michal Ajvaz. La «diafania» nella Giancaspero indica, in temini psicanalitici, la rimozione di una rimozione, con il che un qualcosa è pervenuto alla soglia della istanza linguistica che le ha confezionato un vestito linguistico, quel qualcosa che non può che essere una catacresi. Ecco, la poesia della Giancaspero ha questa caratteristica, che ha sempre a che fare con la catacresi, che è il modo di darsi di Phanes, il modo di venire alla luce della vestizione linguistica di un qualcosa, di un contenuto di verità che è stato travisato e composto (tradotto) in parole inesplicabili, in un Enigma.

    • Grazie Giorgio di questa tua ennesima fioritura critica. Vorrei entrare nel merito della diafania, presentando un testo che si energizza su questo tema, senza per questo creare amputazione con il linguaggio corrente. Trattasi di una ulteriore via di agglutinazione sferica delle idee e delle sovrapposizioni sensoriali, che alla fine si armonizzano nella struttura segmentata. E’ ovvio che questo testo ha un suo valore interpretativo solo se, come dici tu, lo si analizza “con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie categorie euristiche non sono più adatte alla comprensione del nuovo”.
      I
      inedito da: Registro di bordo.
      ………………………………..
      Berenice non ha altro da fare
      che mettere blazer di vecchia data.
      La stagione resiste all’epitaffio.
      Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,
      salvare papiri ed ebook.
      con 8 posti senza turnover.
      Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
      della Letteratura Italiana .
      Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
      Al vicolo 7 di Piazza Bologna,
      nessuno ha una vita privata.
      Quando la poesia sfugge
      diventa grazia autonoma.
      In un inverno del 93 cademmo nel crinale.
      Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.
      Il fiume era rientrato nell’ alveo.
      Carlo già pensava alla brossure della Gita domenicale.
      Ada, la magnifica Ada
      dai sette lumini e corde di chitarra,
      si era concentrata sugli steli di gramigna.
      Una piccola colazione
      portò fantasmi e sentimenti abrasi.
      Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.
      Lo stato delle cose è nel tempo.
      La Canducci ha azzerato il debito.
      Siamo in bilico.
      Ofelia si trastulla con l’oboe.
      La notte ha rubato la luna.
      Su altri versanti sostano i giorni a venire.
      Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali
      con Dibattito su amore e Il Dente di Wels.
      Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.
      El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
      Un paesino di sintassi crudele
      ha aperto check-in e ogni limite.
      -Oggi non è venuto nessuno;
      e oggi sono morto così poco questa sera!-

  8. Per Rossana Levati: Grazie, cara amica, per aver citato i versi del poeta iraniano,che mi rimandano a una considerazione di Flaiano,convinto che, di tutte le iatture , la peggiore sia la speranza.Condivido pienamente questo pensiero,che mi rimanda, anche, alla perfida allusione di un grande film di Sordi;”Finchè c’è guerra c’è speranza,”

  9. Alfonso Cataldi

    L’astronauta occasionale rovista fra gli avanzi di colonne.
    Lo sorprende la spinta dei tronchi resistenti
    non di un’era

    – con quale gamba messa male
    che atterra
    dichiara la sua fine? –

    di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
    consolidarsi, senza preavviso
    nel monolite apparente del tempo che rimane.

    La signora Madeleine vende la sua ombra
    alla casa di riposo.
    Fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
    abbandonate per la guerra.

    Una giovane insegnante sbaglia il viale dietro il piccolo cancello.
    Spiega la teoria evolutiva dell’azzardo

    come dirimere la direzione delle venature.

    • Caro Alfonso,

      la tua poesia ha degli elementi di genialità. Ad esempio l’incipit:

      L’astronauta occasionale rovista fra gli avanzi di [colonne]

      Ecco, quel «colonne» non mi suona ancora bene, mi sembra una zeppa messa lì perché qualcosa ancora manca. Ma è normale, quando si scrive una poesia di nuovo conio, è normale che vengano in mente delle zeppe per qualcosa che ancora deve venire. Quella parola: «colonne» è un residuo, a mio avviso, di un concetto mimetico-realistico del fare poesia, sostituirei quella parolina con una fraseologia assolutamente imprevedibile, così da dare all’incipit maggior forza d’impatto; inserire fraseologie alogene ed estranee alla situazione descritta… questa credo deve essere la tua via verso il tuo nuovo modo di comporre poesia.
      Cmq, complimenti per il risultato ottenuto.

      • Alfonso Cataldi

        Grazie Giorgio, ci lavorerò su, come sempre, quando mi dai consigli. grazie per “gli elementi di genialità”.

  10. Giorgio Linguaglossa ha più volte dichiarato che spesso le sue poesie nascono da lunghi periodi di attesa, allorché versi scritti anche uno o due anni fa finiscono col ritrovarsi nella medesima composizione, giunti a maturazione. Ho l’impressione che la poesia inedita Nox Aeterna, qui pubblicata, sia una di queste. Lo capisco dalla lucidità del discorso poetico, lucidità derivata dall’operazione di assemblaggio (passatemi il termine), esteticamente teso a comporre la gettatezza delle parole. Qui si apre una questione, eminentemente personale, tra linguaggio meditato e parole gettate, le quali ovviamente non sono da intendersi come parole meramente spontanee. Meditare su questi procedimenti è per me assai istruttivo, tanto più se l’esito porta a soluzioni eccellenti come questo che segnalo, proprio della poesia Nox Aeterna di Giorgio:

    Raffaello ha interrotto la pittura, la «Dama con l’ermellino».
    Il cammeo sul collo di mia madre sembra oscillare.

    Il verso è lucidissimo per metonimia, dico bene? di grande resa per squilibrio temporale e spaziale.
    Un’altra riflessione la vorrei fare a proposito della poesia di Gino Rago, perché mi tocca personalmente, qui non in merito alla procedura ma sul linguaggio. Scrive Gino Rago:

    La materia grezza. La pietra.
    La colata di cera rappresa.
    La rugginosità del ferro.
    I rottami, gli avanzi, i detriti.
    I rimasugli di fonderie. Gli stracci.
    I vetri rotti negli angoli delle vie.
    Gli scampoli nelle sartorie.

    Nel mio povero linguaggio queste sarebbero semplicemente le “pezze”. Dove sta la differenza, dal momento che non si vorrebbe porre l’argomento su alto e basso linguaggio? Sta nel fatto che Rago riesce a dare la giusta rilevanza a quanto si vuole dichiarare. Infatti il tema è complesso e riguarda un aspetto centrale nella nuova ontologia estetica. Tuttavia anche questo esempio è significativo della differenza tra parola meditata e parola gettata. Va da sé che nessuno può buttare alle ortiche la propria provenienza e la formazione culturale. Trait d’union è il fatto che poesia “è”, indipendentemente dal fatto che le parole siano gettate o meno. Ma allora si apre la questione, non strettamente stilistica, che ci accomuna: il senso, che è altro sia rispetto al significato che alla forma. Senso che è piena adesione al percorso che si svolge nell’ignoto, che qui è marcatamente vuoto, nulla e comporta di averci coraggio: il Nuovo della nuova ontologia estetica. Il percorso, ma vorrei dire il “viaggio”, secondo me ricollega questo modo di fare poesia alla freschezza espressiva, al dinamismo e alla libertà propria della poesia americana di fine anni ’50 – anche se diversamente e su altri binari, questa volta del tutto europei.

    • gino rago

      Ringrazio Lucio Mayoor Tosi per la intelligenza della lettura che fa dei miei versi e propongo il testo nella sua forma definitiva, quella derivata dagli interventi migliorativi suggeriti da Giorgio Linguaglossa sulla precedente versione postata in precedenza sulla pagina di ieri e oggi de L’Ombra d P.

      Gino Rago
      Lo scintillio del bronzo appena fuso

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34504
      “Lo scintillio del bronzo appena fuso o le sue patine-fuochi d’artificio.
      Non più.
      Né la levigatezza del marmo senza vene.
      […]
      La materia grezza. La pietra.
      La colata di cera rappresa.
      La ruggine sul ferro.
      I rottami, gli avanzi, i detriti.
      I rimasugli di fonderie. Gli scarti.
      I vetri rotti negli angoli delle vie.
      Gli scampoli nelle sartorie.
      Le parole delle «nuove» poesie…
      [Perché siamo uomini del dopo Hiroshima
      in filiformi tralicci di gabbie].
      […]
      Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.
      Nessuno cerca il suono che manca,
      a meno che il suono non significhi niente:
      ni-ente, non-ente.

      Tutti vogliono un nome,
      perché ogni nome è una benedizione,
      ma che cos’è un nome?
      Un occhio che brilla tra passato e futuro.
      E invece è una maledizione,
      la nostra maledizione.
      Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
      La «nuova» parola sono gli stracci.

      [Tu apri la porta senza bussare:
      un mucchio di stracci in un sacco di iuta].”
      —————————————————————————-
      gr

      • gino rago

        Dvora Amir

        DI QUANTE FINESTRE HA BISOGNO UNA PERSONA

        Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
        perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato nelle trame
        delle coordinate in lungo e in largo
        braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
        entro la base movibile,”
        chiuso all’interno, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
        sia lui ad abituarsi a me.

        E sugli occhi mise toppe di vetro perché le lacrime
        non colassero alla luce.
        Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
        Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.

        Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
        vide una perla splendente,
        premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio
        al buco della serratura del suo uscio.

        Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
        creature del mare
        vivono come lui le loro vite in una trappola,
        e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: sono vivo.

        [ da L’Ombra delle Parole, Trad. Steven Grieco-Rathgeb]

  11. Mangiava, una brioche,
    una pagnotta molto contrariata.
    A lei nessuno disse
    che sarebbe finita in quelle fauci.
    Da tempo all’orizzonte s’intravedevano
    però tendenze all’antropofagia.

    Il gatto se n’infischiava. Tremebondo fuggiva
    rincorso da un’armata di topi inferociti.
    In fondo al corridoio, buio come l’inferno
    al lampadario spento penzolava stupito
    un pipistrello verde, la testa all’insù
    a caccia di sensazioni eterogenee.
    Scopriva sconcertato un mondo nuovo
    un mondo rovesciato tutto da esplorare.

    In topless, una ragazza scopava il pavimento
    e canticchiava antiche ninne nanne.
    Presto s’avvicinò verso di lei
    un nano, con in mano un attrezzo
    che mai aveva visto finora, poveretta.
    Ma il suo compito era:
    controllare del boia il filo della lama
    e se di gigli ornato l’erto patibolo.

    (Estate 2017)

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34505
    “L’universo di Ripellino riverbera il meccano dei formalisti: è «un Non-Luogo, un iter astratto, una manovra di complicati congegni; un limbo, un passaggio un tapis roulant di parole che tentano di saltar via e di cose che cercano di prendere posto. la voce che lo presidia sarà una Non Voce: di nessuno e di tutti; nutrita di «un’ebbra molteplicità di rimandi e reminiscenze». Dunque, stentorea, impostata; fattizia. «Se fossi tutto sincero, distruggerei la mia sostanza». L’autenticità come feccia della finzione. L’innocenza è finita; recisa l’erbetta di Vispa Teresa. «Il tu-per-tu con la natura si è spento/ sul tavoliere della carta». Parliamo solo con i libri. e ne siamo parlati. Ogni scrittura è una riscrittura, un «amàlgama e un compendio di citazioni». Ogni pagina è sempre la Piazza delle Pagine. Fra le sue mercanzie preferite Ripellino indicherà di volta in volta i reperti provenienti dalla musica di Mahler, di Janacek, di Charlie Parker, di Mozart, di Kurt Weil; dalla pittura di Klee, di Max Ernst, di Magritte, di Petrus Christus, dei fiamminghi, di Beardsley; dalla «acerbità lessicale della nostra poesia del Due e del trecento»; dal barocco, dall’Art Nouveau, dalla letteratura Jiddisch; dal cinema di Buster Keaton, di Chaplin, dei Marx Brothers…”.1]

    In un certo senso e misura la tua poesia, caro Mario, proviene dalla linea laterale della seconda metà del novecento che conta fra i suoi esponenti di maggior rilievo un Angelo Maria Ripellino. Linea laterale che è rimasta laterale e minoritaria perché la cultura poetica italiana è sempre rimasta ancorata ad un concetto di seriosità della poesia tanto asfittico quanto poco consapevole della propria insignificanza culturale. Concetto della seriosità che andava a braccetto con la cultura poetica dello scetticismo e del privatismo di un’altra corrente del secondo novecento: la poesia di Zeichen e di Patrizia Cavalli. C’è un terreno comune a queste culture che è dato da un comune modo di sentire poco serio e poco serioso che un certo ceto letterario ha fatto di tutto per mantenere in vita e che ancora mantiene e manterrà per via di un sostanziale conformismo della cultura poetica maggioritaria in vigore in Italia dalla fine degli anni sessanta ad oggi. La dismissione e la sotto valutazione della poesia di un Ripellino ne è la riprova. Ma la nuova ontologia estetica è un’altra cosa, il nostro progetto è un ricambio di humus culturale: dismissione del privatismo, del quotidianismo mimetico, dismissione del minimalismo inconsapevole e di uno pseudo esistenzialismo neoverista che sembra inestirpabile oggi…

    Isoliamo sei versi di una poesia di Mario Gabriele, e osserviamola, come con una lente ad ingrandimento:

    Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.
    Lo stato delle cose è nel tempo.
    La Canducci ha azzerato il debito.
    Siamo in bilico.
    Ofelia si trastulla con l’oboe.
    La notte ha rubato la luna.

    Sono proposizioni conchiuse che finiscono con un punto terminale. Sei proposizioni che non hanno nessuna complementarietà le une con le altre; sei proposizioni estranee che però, tutte insieme, ci danno un micro universo tellurizzato e clownesco, un universo de-semantizzato, deprivato di «massa», di «gravità», che denota una dis-connessione tra la Voce e la Parola e tra la Parola e la Vita, tra la Parola e la Cosa. Ormai anche i libri, la civiltà libraria sembra sorpassata, i libri si trovano in vitro nei video, nei monitor, la poesia è serissima nel suo voler essere tetragona, nel suo non ammettere altro che se stessa, ovvero, un universo visual virtuale…

    1] Antonio Pane, Introduzione a Notizie dal diluvio, Sinfonietta e Lo splendido violino verde, Einaudi, 2007 pp. XV

  13. donatellacostantina

    A proposito di come il concetto di «diafania» viene espresso da quel mio (ormai famoso) verso un nido di vespe nel lampadario, Giorgio Linguaglossa nomina due poeti cechi contemporanei, Petr Král e Michal Ajvaz. Direi che averli citati qui sia, per tutti noi, della massima importanza, poiché entrambi possono insegnarci molto. Essi, infatti, derivano da una tradizione poetica di grande ricchezza espressiva. Sarebbe sufficiente leggere la breve Storia della poesia ceca contemporanea, pubblicata nel 1950 da Angelo Maria Ripellino (del quale proprio quest’anno ricorre il quarantennale della morte), per comprendere quali personalità hanno animato il panorama letterario ceco del Novecento. In un saggio intitolato Nuova poesia ceca (in Semicerchio, Rivista di poesia comparata, 2005), Annalisa Cosentino definisce quei poeti “tesori inestimabili”: si riferisce ai poeti cosiddetti “proletari, poetisti, surrealisti, religiosi e civili” e cita Wolker, Nezval, Seifert, Blatný, Halas, Holan, Orten, Zahradnicek, Kolár.
    Ma, avverte la Cosentino, «Rintracciare le linee evolutive e le tendenze dominanti nella poesia ceca del Novecento è […] un’impresa ardua, complicata inoltre dalle vicende politiche e dalle loro conseguenze nel sistema culturale: le censure che si sono susseguite a partire dall’inizio dell’occupazione nazista hanno contribuito a determinare l’evoluzione dell’arte e quindi anche le dinamiche letterarie». Ecco perché la poesia ceca ci appare tanto densa, complessa per il lettore italiano. Nel suo saggio, Annalisa Cosentino ne ripercorre brevemente le tappe principali:

    “Durante il fertile ventennio tra le due guerre, nella giovanissima democrazia cecoslovacca piena di speranze si affermarono dapprima il poetismo – e cioè la più gioiosa e positiva tra le avanguardie europee, una felice sintesi delle istanze avanguardistiche che voleva una poesia per tutti i sensi, in grado di cantare e ricreare «tutte le bellezze del mondo» – e poi il più vitale dei movimenti surrealisti (vitale al punto che sue propaggini si estendono tuttora). In seguito le devastazioni materiali e morali della guerra diedero impulso a un filone molto produttivo nella letteratura ceca contemporanea, tuttora presente, che risponde al problema del realismo risolvendo il rapporto di rappresentazione e realtà in una poetica della quotidianità dalle numerose varianti: in questo filone rientrano, a vario titolo, le numerose mutazioni surrealistiche coniugate alla «mitologia del quotidiano», il «realismo totale» e addirittura, per certi versi, il realismo socialista. La necessità costante di confrontarsi con un sistema politico illiberale – dapprima, durante la Seconda guerra mondiale, nazista, poi, per circa quarant’anni, totalitario comunista – diede impulso a forme clandestine di associazionismo e di editoria: se dunque l’evoluzione sul piano estetico naturalmente non si è mai arrestata, tuttavia l’interazione tra le varie componenti del sistema culturale è stata frequentemente ostacolata. Spesso la diffusione delle opere letterarie era limitata a cerchie ristrette, ad esempio all’élite che aveva accesso al circuito delle pubblicazioni samizdat o ai libri stampati all’estero; di conseguenza il contesto di un’opera risultava artificialmente compresso. L’alternarsi di fasi di relativa liberalizzazione e successiva normalizzazione ha poi creato ulteriori sfasature nella ricezione della letteratura: ad esempio, alcuni autori che nel corso degli anni Sessanta avevano potuto accedere alla pubblicazione e ottenere il successo, nel decennio seguente furono messi a tacere, e le loro opere furono eliminate non solo dai piani editoriali, ma anche dalle biblioteche pubbliche.
    […] Negli anni Novanta, con il ripristino della democrazia, case editrici e librerie sono state inondate di testi: oltre alla produzione contemporanea, vengono pubblicate le opere rimaste inedite, quelle edite prima soltanto clandestinamente, quelle edite nelle case editrici ceche dell’esilio, quelle già pubblicate ma censurate. Questa contemporanea abbondanza di materiali eterogenei ha prodotto una certa confusione, impedendo talvolta al lettore di individuare un filo conduttore; si è trattato tuttavia, allo stesso tempo, di una confusione creativa, che ha permesso interazioni particolarissime e produttive di opere e autori lontani fra loro nel tempo e per formazione”.

    Leggiamo insieme questa poesia di Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949):

    Turisti

    Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
    che quando la mattina mi svegliavo
    c’era nella stanza un gruppo di turisti.
    Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
    statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
    presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
    prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
    Spiegava tutto con professionalità.
    I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
    e fotografavano e toccavano tutto.
    I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
    “È possibile comprare delle cartoline qui?”
    “Devo fare pipì.”
    “Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
    Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
    soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
    sul bordo del letto dove giacevo
    e tirava un sospiro profondo.
    Queste cose mi succedevano continuamente.
    In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
    e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
    Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
    il terrore della prima notte, quando fui svegliato
    da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
    Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
    È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
    e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
    tra gli sciami apocalittici delle scintille.
    Ora che vivo nei boschi e la città
    è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
    interrotta da tronchi neri
    che guardo prima di addormentarmi
    su un mucchio di foglie bagnate, so già
    come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
    imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
    agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
    alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
    A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
    dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
    Nessuno spazio è chiuso.
    Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
    Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
    La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
    adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
    e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
    Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
    I tronchi tribali selvatici
    di quest’autunno passano per gli ingressi.

    (Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

    • gino rago

      Brava Costantina Donatella Giancaspero. E’ un pezzo il tuo di autentica bravura sul piano della critica letteraria e della stessa storia letteraria di una poesia, di un popolo, di una storia dello stesso popolo, anche attraverso il filtro psico-storico della Cosentino.
      Intensi e terribili questi versi da te cara Costantina scelti e a noi proposti

      “[…]Nessuno spazio è chiuso.
      Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
      Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.[…]

      Un esempio di mitologia del quotidiano di un poeta, Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949), quasi mio coetaneo.
      Gino Rago

      • donatellacostantina

        Grazie, caro Gino!
        Ho citato il saggio di Annalisa Cosentino (docente associato di Lingua e Letteratura ceca e slovacca e Traduzione letteraria all’Università «La Sapienza» di Roma), per la sua chiarezza e sintetica completezza. Ci invoglia ad approfondire la conoscenza della poesia ceca (e slovacca) e ad apprezzarla sempre di più…

  14. copio e incollo da FB, La scialuppa di Pegaso, questa poesia di
    Lucio Mayoor Tosi
    che trovo esilarante. Con Lucio siamo davanti ad un nuovo genere di poetico: l’Antipoetismo.

    Frasi d’amore.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34509
    Chi per una partita a due?
    Chi per scambiarci il cane?
    Chi per due tazze di yogurt con banana?
    Chi per mille lire?
    Chi per l’andata e due ritorni?
    Chi per stonare cantando insieme?
    Chi per misurarci la pressione?
    Chi per alzare insieme le tapparelle?
    Chi per stare fuori dalla Disco?
    Chi per non andare in Indonesia?
    Chi per un week-end sul lago Washoe in Nevada?
    Chi per un solo gelato alla menta?
    Chi per due donne che si baciano?
    Chi per stare all’ombra di una torpediniera?
    Dai, ditemi!
    Chi per contare le baionette?
    Chi per “non avere paura”?
    Chi per metterci le bombe?
    Chi per (non) morire abbracciati?
    Lucio Mayoor Tosi
    6 settembre 2917 alle 11.05

    Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa: per una risposta che il più delle volte è già implicita nella domanda. Questo strano dialogo, tra futuro e passato, non “cade” ma solleva il vuoto rendendo visibile la sua polverosa sostanza. Nel nulla delle pause non vi è spazio per l’angoscia, la quale deriva nel passato, vale a dire da dove giungono le risposte. Così è nella maggioranza dei casi. Pochi al mondo sanno dare risposte mettendoci il punto di domanda.

    Giorgio Linguaglossa
    6 settembre 2917 alle 11.42

    la tua, caro Lucio, è una poesia di enunciati. La peculiarità della tua poesia è che è difficoltoso distinguere gli enunciati assertivi da quelli interrogativi. Di frequente nella tua poesia, l’assertorio si traveste da interrogatorio, è una forma interrogativa mascherata; la risposta, di frequente, è una domanda capovolta. E viceversa. Questa è una caratteristica peculiarissima della tua scrittura poetica, che pochissimi sono in grado di seguire e apprezzare, in specie chi continua a pensare e a fare una poesia unilineare. La tua poesia ricomincia sempre daccapo, gli enunciati sono aforismi con il collo spezzato, contengono una differenziazione problematologica (H. Meyer).
    Gli enunciati aforistici lasciano intravvedere, tra le commessure della sintassi, il vuoto e l’angoscia che trapela e filtra tra le parole compattate e formattate…

  15. Ringrazio Giorgio per avere dato attenzione a questa poesiola, che vorrebbe essere gioco dolce-amaro, offrendo spunti per 140 caratteri tweet.
    In effetti la piena autonomia e la completezza dei singoli versi è per me il modo migliore per frammentare. Migliore rispetto alla semplice interruzione per punti (tutte cose che ho imparato leggendo Tranströmer). Tra verso e verso il tempo fa la sua parte: si tratta di pause reali, interruzioni consapevolmente attuate già nell’atto del concepimento, che hanno finito col diventare tecnica. Come è divenuta tecnica l’adozione di certe “pezze”, ad esempio quando scrivo “titoli” – sia a se stanti che inseriti nel discorso – ma potremmo anche usare un inglesismo e parlare di insert coint (to Continue), ove l’inserimento può essere di un qualsiasi imprevisto. Ma detto così forse può sembrare complicato. Comunque il carattere interrogativo e assertivo potrebbe derivare proprio dal senso completo che si tenta di dare a ogni verso. Non sono il solo, qui, a seguire questa procedura, forse ci sono soltanto differenze di misura e frequenza.

  16. Alfonso Cataldi

    Come dirimere la direzione delle venature (scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34511
    L’astronauta occasionale rovistava fra gli avanzi del pranzo

    del giorno prima quando fu sorpreso da certi marziani verdi i quali

    erano di stomaco forte e mangiavano delle bistecche di montone crudo
    e io ne fui sorpreso perché invece della resina di pino

    bevevano cognac con della Cola Cola e Ginger Fizz

    e fumavano del tabacco cubano… non saprei dire altro però,

    Signor commissario…
    no, non erano dell’era glaciale ma di prima, direi del cenozoico, o giù di lì…

    – con quella gamba messa male
    erano atterrati col paracadute sulla terrazza della Tower Trump at Chelsea, New York
    mentre Olga dichiarava il suo amore eterno per Billy the Bud…

    tu mi chiedi che fine ha fatto Billy the Bud?, ma che importanza vuoi che abbia!

    la stanza era di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
    consolidarsi, senza preavviso…
    nel monolite apparente del tempo che rimane in sospeso…

    La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo
    e fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
    abbandonate a causa della guerra.
    Una giovane insegnante sbagliò ad imboccare il viale dietro il piccolo cancello

    e si trovò di colpo su Titanio a meno settanta gradi centigradi con il colbacco in testa

    e gli autoreggenti di pizzo…
    ma forse questi ricordi sono un po’ confusi però spiegano bene

    la teoria evolutiva dell’azzardo cosmico quando un bel giorno iniziò il Big Bang…

    • donatellacostantina

      Davvero complimenti vivissimi ad Alfonso Cataldi, questa è una poesia degna del surrealismo di Ajvaz! Una poesia in linea con la poetica della NOE, una poesia ilare che però è anche serissima… la poesia è libertà mentale, capacità di sorprendere il lettore, di non dargli tregua, di stupirlo… e in questo hai senz’altro colto nel segno. Una poesia così se la sarebbero sognata i Novissimi (1961), da allora la poesia italiana non ha mai ripreso a correre, è ritornata nei ranghi compatti e prevedibili del minimalismo. Non posso che augurarti di continuare a stupirci con altre analoghe composizioni…

  17. Antonio Sagredo
    31 agosto 2017 alle 3.48

    Orfeo e Euridice
    (prima stazione)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34513
    Ritornava a casa…
    e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice,
    i vortici delle foglie non avevano nulla di geometrico candore,
    né un sognato giuramento o un qualsiasi invito a una danza,
    ma lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi
    avvizziti dal freddo e dal gelo…
    mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!
    Le sue tasche erano rattoppate e gonfie per i fallimenti della storia.
    Raccoglieva in buste di plastichina,
    come dopo un omicidio o uno sterminio,
    avanzi di candelabri, croci e scimitarre.
    Ovunque un pus epatico precedeva il suo cammino!
    Ma quali i suoi pensieri, in un attimo, nel suo cervello arcaico
    dopo tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso?
    O erano soltanto gli ultimi lamenti di rancidi tramonti,
    o gli amori pagani dell’ippocampo esplosi
    con gioia irripetibile in emozioni da leggenda inavvertita,
    prima che il dolore della cognizione generasse muraglie
    di coscienze e di credenze per fermare una evoluzione?
    E con lei ritornavo da un martirio di gesti non compresi,
    mano nella mano, immobili!
    E su tutto la maledizione terrestre… che ci univa!
    Ritornavamo verso le nostre orme,
    calchi di fango, marce foglie e torbidi liquami ci guidavano,
    ma gli alti concetti sulla spugnosa creazione
    ci lasciavano interdetti e, per noi, splendidi eretici,
    da tempo erano caduti in prescrizione le esistenze di un dio qualsiasi
    e di un nulla in quei giorni della fatale Pentecoste…
    e lei, la compagna già infedele,
    corrosa dall’ansietà dei miei sguardi si era indispettita,
    come un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine.
    (seconda stazione)
    Ritornava, in versi, a casa…
    non cantava più in versi
    e, a occhi aperti, lungo il viale dei platani
    dopo aver visto il secolo trascorso in un istante,
    come accade prima di morire…
    per quel poco di vissuto ch’era rimasto
    e per il resto dei suoi limpidi pensieri aveva già bruciato
    gli avanzi di tre fedi passate in giudicato,
    ma le scarpe erano già corrose come le sue parole dal salmastro.
    E con lei ritornavo dal supplizio di parole non comprese,
    mano nella mano, ammutoliti!
    e su tutto la maledizione pagana… che ci univa!
    Ritornava, e già spargeva le ceneri di generazioni non nate,
    proclami e parole intorno alle rauche medaglie delle foglie…
    dove appuntarle se non nel vuoto o sul nulla
    se non c’erano né corpi e bare, alberi, case e altari?!
    La sua lira stonava le note estreme di un requiem non scritto ancora!
    Lacrimosa…
    Lui, rovinato, dalle sue lacrime!
    Lacrimosa…
    E danzava Euridice il suo canto di tarantola,
    imitava il suo stesso oblio,
    mimava la nostalgia di quello sguardo che ancora non giungeva
    dai suoi occhi!
    Non si stancava di ridere.
    Non si stancava di morire.

    (Vermicino, 2009)

  18. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/30/la-nuova-poesia-antologia-di-poesia-commenti-e-ermeneutiche-zbigniew-herbert-boris-pasternak-mario-m-gabriele-lucio-mayoor-tosi-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-giorgio-linguaglo/comment-page-1/#comment-34514

    POESIE SCELTE di Angelo Maria Ripellino,
    LA QUESTIONE DEL MODERNISMO IN ITALIA a cura di Giorgio Linguaglossa

    Dalla opera di esordio Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima, Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi: Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976), risalta la straordinaria e sregolata compattezza stilistica della poesia di Angelo Maria Ripellino (1923-1978). Già nella prima opera: Non un giorno ma adesso, Ripellino, questo siciliano «imbrattato delle fuliggine del Mitteleuropa», costruisce il dispositivo estetico (con le sue parole: «pagliacceria fanfarona») più eccentrico, geniale, sulfureo ed anomalo degli anni sessanta e settanta. Un congegno stilistico di impareggiabile scaltrezza e perizia linguistica e di sontuosa e bislacca inefficienza verbale, una scatola sonora di imprevedibili effetti acustici e lessicali di sorprendente novità e originalità («parole ubriache, schegge di delirio»), un «vaniloquio», uno «sgangherio di armadi», «anelli fosforescenti».

    Per la prima volta nella poesia italiana del Novecento albeggia la consapevolezza che la poesia moderna sorge come moto di fuga dall’horror pleni («L’enorme ricchezza della realtà mi tortura / e non ho la forza di sopportarla da solo (…) Ogni giorno, ogni giorno / ci avviciniamo sempre di più al futuro»), moto di fuga indotto, per contrasto, dall’accumulo di produzione della nuova «società del benessere», dalla massificazione e dalla serializzazione degli oggetti e delle merci. Questa situazione si risolve, nella poesia di Ripellino, in un accumulo, apparentemente deregolato, di oggetti e di personaggi, in accumulo di virtuosismi, di sortilegi, di skaz. La poesia di Ripellino è il primo e, purtroppo isolato, esempio italiano di poesia integralmente modernista, che riparte dalla poesia degli anni dieci e venti del Novecento, in particolare dalle avanguardie russe e dalla poesia ceca di primo Novecento.

    La poesia modernista di Ripellino nasce in controtendenza, estranea ad un orizzonte di gusto caratterizzato da un’ottica ideologico-linguistica dell’oggetto poesia, e per di più, in una fase di decollo economico che in Italia vedrà l’egemonia della cultura dello sperimentalismo. Che cos’è il «modernismo»? Si può dire che il modernismo in Europa si configura come un atteggiamento verso il passato, una sensibilità di continuità verso la tradizione unite con un senso vivissimo della contemporaneità. La poesia modernista europea si configura come un vero e proprio dispositivo estetico: un campo di possibilità estetiche che trovano la propria energia da uno scambio, una cointeressenza, una convivenza tra le varie arti, una simbiosi di teatro e poesia e una interazione tra i vari generi. Di fatto, però, nella poesia italiana del primo e secondo Novecento risulta assente un movimento «modernista» come quello che si è verificato in altri paesi europei durante la prima parte del secolo (Eliot e Pound, Pessoa, Halas, Holan, Achmàtova, Cvetaeva, Mandel’stam, Rafael Alberti, Machado, Lorca, e poi Brodskij, Milosz, Herbert, William Carlos Williams, Cummings, Wallace Stevens sono da ascrivere alla schiera dei poeti modernisti); questo ritardo ha oggettivamente condizionato la nascita e lo sviluppo di una poesia modernista ed ha fatto sì che in Italia una poesia modernista non ha trovato il modo di attecchire e di mettere salde radici.

    La poesia di Ripellino arriva troppo presto, in un momento in cui non c’è uno spazio culturale che possa accoglierla. Il poeta siciliano crea, di punto in bianco, un modernismo tutto suo, inventandolo di sana pianta: un modernismo nutrito di un modernissimo senso di adesione al presente visto come campo di possibilità stilistiche inesplorate, e di sfiducia e di sospetto nei confronti di ogni ideologia del «futuro» e del «progresso» e delle possibilità che l’arte ha di inseguire l’uno e l’altro. Quello di Ripellino è un modernismo che ha in orrore qualsiasi contaminazione tra arte e industria, tra linguaggio poetico e ideologia, un modernismo privo della componente ideologica della modernizzazione linguistica, un modernismo intriso di un vivissimo senso di conservazione culturale che ingloba e attrae nel proprio dispositivo estetico la più grande massa di oggetti linguistici come per neutralizzarli e tentare di disciplinare stilisticamente l’indisciplinabile, il non irreggimentabile. È stato anche detto che la poesia di Ripellino piomba nella letteratura del suo tempo come quella di un alieno. È vero. E del resto l’autore ne era ben cosciente quando scriveva: «La mia confidenza con la poesia di altri popoli, e in specie con quella dei russi, dei boemi, dell’espressionismo tedesco e dei surrealisti francesi, era un peccato di cui avrei dovuto pentirmi». Gli rinfacciano di essere uno «slavista», stigmatizzando il suo essere al di fuori delle regole, un non addetto ai lavori.

    Il primo libro cade quindi nell’equivoco e nell’incomprensione della cultura poetica ufficiale degli anni sessanta-settanta. Intimamente estranea e refrattaria al clima culturale di quegli anni, la poesia di Ripellino è assediata da una «smania di nomenclature», da una fame oggettuale, di oggetti terrestri, corporei, tangibili, e rivela una innata predilezione per gli accatastamenti di oggetti all’interno di uno spazio stretto. È una sorta di grandevetro, una scatola di specchi, di rimandi tra folklore e cultura alta, di echi tra il circo e il teatro d’avanguardia, tra pittura e musica moderna, di oggetti eteronomi e di personaggi eterocliti (Pietro il Grande, Kurt Schwitters, Oskar Schlemmer, Louise Brooks, Janacek, i Beatles, arlecchini, calibani, scrittori, pittori e amici), di eteronomi, di sosia, di omonimi, di metonìmie, di sinonimi, di paronomasie, di discariche lessematiche, qualcuna presa anche dal dialetto siciliano e nobilmente italianizzata («bastasi») e di feticci, di oggetti e di «bréndoli», di «esorcismi» e di «bambole rotte», di «frottole magiche», di sortilegi dove tutto è visibile per superfici e strati sovrapposti e ogni lettore può intravedere di traverso e di sguincio, con sguardo retto e retrospettivo il panorama da avanspettacolo, da music-hall, da circo che si dirama sotto i suoi occhi. Una vocabologia magica, sulfurea, ammaliatrice, lunatica, disperata, malinconica, surreale e crepuscolare, scelte lessicali bizzarre, astruse, bislacche, desultorie («Rex, Relax, Lunaflex / Star, Tonergil, Frigolit»).

    Uno spazio anomico, fittamente popolato da innumeri personaggi e travestimenti («l’angoscia dello spazio»; «Ho bisogno d’infarcire il vuoto»), uno spazio circadiano, lo spazio di un universo della moderna fisica: anomico, topologico, dove si svolgono, cozzandosi a vicenda, le forze e le energie delle particelle della materia verbale che proviene da una lunghissima trasmigrazione spaziale e culturale: ed ecco l’immagine dei treni che sfrecciano («Locomotive travolte da mandrie di bufali») tra «cartelloni rigonfi come brache», «pupazzi latranti», «manichini», «fantocci», e «Il barlume vischioso dei semafori / versa sugli occhi un fiammante collirio», dove tutto è «un rotolare di maschere, di cere demoniche e bianchi musi di gesso/ da specchiera a specchiera, arlecchini»; ecco il ritmo forsennato da jazz, personificato da Charlie Parker, l’insostenibile oscillazione del ritmo di questa poesia. Il poeta siciliano ha in comune con i grandi poeti modernisti europei l’essere «un modernissimo con l’orologio magicamente in ritardo», come è stato felicemente definito; l’essere posseduto da una spasmodica sete di modernità non disgiunta da una sofisticatissima sensibilità per la tradizione.

    Lontanissima parente dell’informale degli anni sessanta, la poesia di Ripellino è piuttosto una formidabile reazione ad ogni astrattismo: alla poesia da horror vacui del post-ermetismo e ad ogni specie di sperimentalismo. Ripellino dirà: «Chi ha detto che l’automatismo, le calcolatrici, l’impostura robotica escludano i sogni, la Zauberei, la caligine? Detesto la logora parola “contestazione”, ormai guscio svuotato».* Reazione dunque mediante assimilazione e devalorizzazione della cultura dello sperimentalismo già agli albori in Italia utilizzando il serbatoio intonso dell’espressionismo e del modernismo europeo: poesia fatta di materia materiata, di «fragore analogico», frutto di una sterminata cultura in ebollizione nella pentola poetica di un singolare modernismo di stampo europeo. Esotismo ed esorcismo stilistico vanno di pari passo con un lussureggiante egotismo stilistico nutrito dall’idea di una poesia mediata dai poeti cechi e russi del primo Novecento: poesia come giovinezza, fonte di gioia e di gioco, matrice di allegria e di euforia, luogo di ibridazioni analogiche, oniriche e surreali, vivaio di funambolici scambismi di generi e di arti. Fingitore e dissimulatore della propria vicenda personale, l’io Ripellino abiterà i nomi e i personaggi più bizzarri e fumisti: Re di Cartagine, principe di Eboli, faraone, dignitario di Andersen, spocchioso hidalgo, Fracassa, spaccanuvole, Mangiafuoco, Scardanelli, Bacillus, Fantax, Scharmer, Solferino, Merlino, Pappagallo, Bitterlich, Rinaldo Rinaldini, Gobelino, Mingherlini, Balabòlka, Vanellino, Abellino, Teneriello, Papula, Zuckermann, Nano Bagonghi, Schlemihl, Gigetto Truzzi. Poesia da «palcoscenico», «archivio di preziosità e anacronismi», «loquela curiale e melliflua sostanza di achitofellista», prodotto di ossessione di un numismatico delle parole, una sensibilità modernissima per le parole che sembrano zampillare direttamente dal museo («Inutilmente Kao-O-Wang trae da una cassa laccata / file di lampioncini, sciabole di rame, / draghi, calici, serpi, bandiere stralunate». Ripellino era ben cosciente della qualità oratoria della sua poesia («La mia poesia spagnoleggia, se recitata: / solo allora si avverte il suo torbido incanto, / l’incastro ferroviario dei suoi aspri fonemi, la disperata sua accorataggine, / pronta a inarcarsi nel grido e nel pianto»). Ripellino come Amleto. O meglio, «attore mancato». «Vita confusionale», «barcollante baraonda». La poesia come oscillazione entro lo spettro che va dalla gioia del saltimbanco alla tristezza «che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma», «spazio mitico e stregato» di Chlébnikov. Il teatro come luogo privilegiato e metafora-madre della poesia ripelliniana, dove si svolgono le agnizioni e gli infingimenti dell’attore guitto. Poesia come reverie, nostalgia di «un Traumland», di una «patria onirica». Un Ego da palcoscenico, da circo, a metà strada tra il clown da circo, il comico di cabaret e il cantante da music-hall, oscillante tra il comico da avanspettacolo e la seriosità del predicatore da «pulpito». Poesia come baraccopoli tecnologica con luci al neon sbrindellate, sregolate, poesia tentacolare, tambureggiante, spettacolare e spericolata, apparentemente, da intrattenimento; l’Ego depauperato e miniaturizzato e decuplicato quale personaggio fumiste, finto-luttuoso, eccentrico, da «paludata scimmietta», e scimmiottamento e parodia dell’autenticità come feccia della finzione, finzione come feccia della «sincerità» («Ho lasciato il distretto del nero, i crespi del lutto, / i corvi di Zagòrsk…»). Fine dell’innocenza e della poesia dell’innocenza di blakiana memoria. Fine delle estreme propaggini della poesia romantica: ogni scrittura è un «amalgama e un compendio di citazioni». La poesia della natura e del paesaggio è un «babau», un ghirigoro, uno «sbrendolo» ad opera di una «tresca buccolica, buccina di putridi rutti». Fine dello sperimentalismo nato già invecchiato, con le rughe stoppose delle streghe, tapis roulant di parole che scorrono alla velocità dell’automazione e della serializzazione industriale: «tutto / anela di essere gonfio, satollo, di prendere parte / a un eterno ed uguale festino di lutto». Menzogna dei dibattici che all’epoca avevano campo libero in Italia: rimbalzello di «pertinaci ermetismi», «arte per il popolo», «letteratura e industria», «rabberciate avanguardie». Lo spazio poetico di Ripellino è fitto e costipato di oggetti, fantasie, spauracchi, bau-bau, reminiscenze letterarie, gags, metafore e metaforismi, finte metafore, parlari di «Ossian», «urina grezza si impasta alla calce e, fingendosi vaio, / col suo kra-kra, col suo tanfo, con la sua insania, / Nero Neri mi adesca come un pifferaio maligno». Poesia come magia da pifferaio magico, sortilegio, avvolta da malinconia e dai metaforismi, dai travestimenti e dai trasalimenti della lunga «malattia» che lo assediò negli ultimi anni della sua esistenza, vissuta come scatola di ibridazione linguistica e creazione sinonimica: un livido autunno si stende sul poeta martoriandolo con pasternakiane sferzate di pioggia; turbini di foglie cadono dagli alberi e, quando il sole tramonta «fluttuanti cravatte corrose dai tarli / fanno bye-bye da armadi torvi e aguzzi, / egli specchi sono avvelenati / come ritratti ad olio. Non guardarli»), si trasforma in un cappio, ed il buio è una sonata di spettri». Topi e cornacchie folleggiano e solfeggiano sulle note lugubri di tamburi e tromboni e viscida è la notte.

    Insomma, uno sterminato campionario di atmosfere crepuscolari, lunari, lunatiche, di ibridazioni, di resurrezioni vocabologiche e mescidanze toponomastiche. È una poesia significazionista in alto grado dove appunto la significazione la si ottiene mediante un elevatissimo campionario di associazioni fonetiche e semantiche. Il modus essendi delle numerosissime metafore e immagini ripelliniane non è correlato alla ratione existentiae, quanto ai prestiti e alle filiazioni dalla poesia della cultura russa e slava; si tratta della prima e, purtroppo, ultima occasione mancata per la poesia italiana di dotarsi di un impianto di stile modernistico. La poesia di Ripellino è rimasta indigesta ai contemporanei, c’era un eccesso di genialità e un eccesso di estraneità al modello proposizionalistico della poesia italiana degli anni sessanta e settanta, e lo si può capire. I suoi contemporanei l’hanno quindi accantonata ed emarginata quale esibizione di un originale «slavista», di un demodè, di un bislacco acconciatore di parole astruse. Del resto, ne era perfettamente cosciente Ripellino quando scriveva nella sua opera di esordio: «Aridità, ti respingo con tutta l’anima (…) Ma è certo: /sparita la stirpe degli Aridi, un giorno / parecchi avranno sete di bianca fantasia. / Per loro io lavoro, per di qui a cento anni», scommettendo più sul lontano futuro che non su quello prossimo, quando la «stirpe degli Aridi» fosse del tutto tramontata.

    «Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 – Roma 1978) è stato professore di Letteratura russa e di Letteratura ceca all’Università di Roma e critico drammatico dell’«Espresso». Ha presentato per primo in Italia le poesie di Borís Pasternàk (Einaudi, Torino 1957) e la prosa di Andrej Belyj (ivi 1961), oltre a un gran numero di altri scrittori slavi, tra i quali i poeti boemi Holan e Halas. La sua antologia di Pasternak, riproposta da Einaudi con il titolo Poesie (2009), è stata pubblicata per la prima volta nel 1957, poi ampliata nel 1959 e molte volte ristampata. Tra le sue opere ricordiamo: Storia della poesia ceca contemporanea (1950), Poesia russa del Novecento (1954), Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, Torino 1959), Poesie di Chlébnikov (ivi 1968), Il trucco e l’anima. I maestri della regia del teatro russo del Novecento, Praga magica. Teatro e requiem (ivi 1973), che gli valse il Premio Libro dell’anno. La sua opera poetica è adesso reperibile in due volumi pubblicati rispettivamente: Poesie prime e ultime (Aragno 2006) e le tre raccolte a suo tempo pubblicate con Einaudi Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde (Einaudi 2007).]

    “L’universo di Ripellino riverbera il meccano dei formalisti: è «un Non-Luogo, un iter astratto, una manovra di complicati congegni; un limbo, un passaggio un tapis roulant di parole che tentano di saltar via e di cose che cercano di prendere posto. la voce che lo presidia sarà una Non Voce: di nessuno e di tutti; nutrita di «un’ebbra molteplicità di rimandi e reminiscenze». Dunque, stentorea, impostata; fattizia. «Se fossi tutto sincero, distruggerei la mia sostanza». L’autenticità come feccia della finzione. L’innocenza è finita; recisa l’erbetta di Vispa Teresa. «Il tu-per-tu con la natura si è spento/ sul tavoliere della carta». Parliamo solo con i libri. e ne siamo parlati. Ogni scrittura è una riscrittura, un «amàlgama e un compendio di citazioni». Ogni pagina è sempre la Piazza delle Pagine. Fra le sue mercanzie preferite Ripellino indicherà di volta in volta i reperti provenienti dalla musica di Mahler, di Janacek, di Charlie Parker, di Mozart, di Kurt Weil; dalla pittura di Klee, di Max Ernst, di Magritte, di Petrus Christus, dei fiamminghi, di Beardsley; dalla «acerbità lessicale della nostra poesia del Due e del trecento»; dal barocco, dall’Art Nouveau, dalla letteratura Jiddisch; dal cinema di Buster Keaton, di Chaplin, dei Marx Brothers…”.1]

    1] Antonio Pane, Introduzione a Notizie dal diluvio, Sinfonietta e Lo splendido violino verde, Einaudi, 2007 pp. XV

    Angelo Maria Ripellino
    da Lo splendido violino verde (1976)

    Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,
    questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.
    Il mio rammarico è forse volontà di commedia.
    Grande è la buffoneria del dolore.

    *

    Dove ci incontreremo dopo la morte?
    Dove andremo a passeggio?
    E il nostro consueto giretto serale?
    E i rammarichi per i capricci dei figli?
    Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
    quando avrò bisogno delle tue parole?
    Dio esige l’impossibile,
    Dio ci obbliga a morire.
    E che sarò di tutto questo garbuglio di affetto,
    di questo furore? Sin d’ora promettimi
    di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere,
    sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
    in quel teatro spilorcio, in quel vòrtice
    e magma di larve ahimè tutte uguali,
    fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

    *
    Sono un piccolo agente di commercio,
    con referenze e conoscenza di qualche linguaggio,
    e con la bombetta sul capo come i cocchieri di Ostenda,
    e un pastrano topesco e lercio.
    Smanio e recito perché qualcuno mi senta
    e si accorga che esisto.
    Scrivo la sera, come suol dirsi, a tempo perso,
    perché le crevettes non abbiano freddo al mercato.
    Scrivo i miei sfoghi di povero cristo,
    smanio e racconto come un vecchio soldato,
    ma non ho più la parlantina occorrente,
    e il campionario è già stinto,
    il mio albero di metafore un tempo stupende,
    e la scrittura è decrepita, stolta.
    Dov’è il mio furore di vivere, il mio barocco?
    Stanco, mi fermo a guardare con invidia talvolta
    la dolce follie dei bambini che giuocano.

    *

    Chi potrò salvare con gli stracci dei versi,
    con questo ingordo viluppo di inutilezze,
    con questa inguaribile malsanìa di parole,
    ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia
    e lo zucchero muore?
    Chi potrò soccorrere col balsamo delle metafore,
    di cui in gioventù ho fatto incetta,
    se io stesso ho paura delle vuote domeniche
    e delle notti senza un filo di luce
    e dell’isoscele pioggia, di questa belletta
    che intride le reni?
    Assedia anche me il coprifuoco, il deserto lunare.
    Penso ai cionchi sprovvisti di grucce,
    ai vecchi e ai malati,
    agli abbandonati.
    Chi li andrà più a trovare?

    • gino rago

      Andrej Arsen’evic Tarkovskij

      Primi Incontri

      Ogni istante dei nostri incontri
      lo festeggiavamo come un’epifania,
      soli a questo mondo. Tu eri
      più ardita e lieve di un’ala di uccello,
      scendevi come una vertigine
      saltando gli scalini, e mi conducevi
      oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
      al di là dello specchio.
      Quando giunse la notte mi fu fatta
      la grazia, le porte dell’iconostasi
      furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
      e lenta si chinava la nudità
      nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
      dissi, conscio di quanto irriverente fosse
      la mia benedizione: tu dormivi,
      e il lillà si tendeva dal tavolo
      a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
      e sfiorate dall’azzurro le palpebre
      stavano quiete, e la mano era calda.

      Nel cristallo pulsavano i fiumi,
      fumigavano i monti, rilucevano i mari,
      mentre assopita sul trono
      tenevi in mano la sfera di cristallo,
      e ” Dio mio! ” tu eri mia.

      Ti destasti e cangiasti
      il vocabolario quotidiano degli umani,
      e i discorsi s’empirono veramente
      di senso, e la parola tua svelò
      il proprio nuovo significato: zar.

      Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
      gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
      come a guardia, stava tra noi
      l’acqua ghiacciata, a strati.

      Fummo condotti chissà dove.
      Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
      città sorte per incantesimo,
      la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
      e gli uccelli c’erano compagni di strada,
      e i pesci risalivano il fiume,
      e il cielo si schiudeva al nostro sguardo”

      Quando il destino ci seguiva passo a passo,
      come un pazzo con il rasoio in mano.

      (Pervye svidanija, in A. A. Tarkovskij, Poesie scelte , Milano 1989)

  19. gino rago

    Vladimir Majakovskij
    L’Ultima Lettera

    “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno.
    E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare.
    Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.
    Non è una soluzione non la consiglio a nessuno,
    ma io non ho altra scelta. Lilja, amami.

    Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja.
    Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. […]
    Come si dice, l’incidente è chiuso.

    La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.
    La vita e io siamo pari.
    Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci.
    Voi che restate siate felici.”

    Vladimir Majakovskij

  20. gino rago

    Boris Pasternak

    Amleto

    S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
    Poggiato allo stipite della porta,
    vado cogliendo nell’eco lontana
    quanto la vita mi riserva.

    Un’oscurità notturna mi punta contro
    mille binocoli allineati.
    Se solo è possibile, abba padre,
    allontana questo calice da me.

    Amo il tuo ostinato disegno,
    e reciterò, d’accordo, questa parte.
    Ma ora si sta dando un altro dramma
    e per questa volta almeno dispensami.

    Ma l’ordine degli atti è già fissato,
    e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
    Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
    Vivere una vita non è attraversare un campo.

    Boris Pasternak

    trad. di M. Socrate
    [in “Il dottor Zivago”, trad. di Pietro Zveteremich, Feltrinelli, Milano 1957]

    [“Vivere una vita non è attraversare un campo”]

  21. donatellacostantina

    Vivaldi è tornato a Venezia, abita con la sua sgualdrina
    in un appartamento ammobiliato al fondaco del Ponte di Rialto.

    Così scrive Giorgio Linguaglossa nella sua Nox Aeterna.
    Non sappiamo se il Prete Rosso (alias Antonio Vivaldi, 1678 – 1741) ebbe mai una sgualdrina a Venezia… Naturalmente scherzo: non vanno presi alla lettera questi versi di Giorgio! Però, c’è da dire che intorno a Vivaldi si diffusero molti pettegolezzi e leggende. Ad esempio, in relazione all’aneddoto raccontato dal conte Grégoire Orloff:

    “Una volta che Vivaldi diceva la Messa, gli viene in mente un tema di fuga. Lascia allora l’altare sul quale officiava, e corre in sacrestia per scrivere il suo tema; poi torna a finire la Messa. Viene denunciato all’Inquisizione, che però fortunatamente lo giudica come un musicista, cioè come un pazzo, e si limita a proibirgli di dire mai più Messa.”

    Un musicista, cioè un pazzo (!), dice Grégoire Orloff… Un pazzo, sì: ovvero un genio.
    Altre chiacchiere sono sorte a proposito della sua amicizia con Anna Girò, Annina, cioè Anna Maddalena Teseire, conosciuta dal prete ancora bambina, probabilmente nel suo soggiorno a Mantova. La giovane divenne sua allieva e protetta, e si affermò poi come cantante lirica. Tra il 1723 e il 1740, Vivaldi allestì almeno 15 rappresentazioni operistiche con la partecipazione della Girò. Ma le ipotesi più fantasiose di una possibile relazione amorosa tra i due non sono comprovate da alcuna documentazione storica. Perciò…
    E, in ogni caso, di Vivaldi, la sola certezza che a noi interessa è il virtuosismo del violinista e la genialità del compositore.

    Caro Giorgio e cari amici e lettori de L’Ombra, di Antonio Vivaldi, vi dedico questo Concerto in La minore n. 6 op. 3 (la raccolta conosciuta come Estro Armonico, 1711), per violino solo, archi e basso continuo. Uno dei più belli, più famosi e più eseguiti, che ci abbia lasciato il Prete Rosso.

    Buon ascolto!

  22. gino rago

    Osip Mandel’stam

    Sto nel cuore del secolo

    Sto nel cuore del secolo;
    incerta è la strada;
    e ogni mèta col tempo sfuma all’orizzonte:
    il frassino stremato del bordone,
    la miseranda patina del bronzo.

    14 Dicembre 1936

  23. gino rago

    Anna Andreevna Achmatova (Anna Gorenko)

    IL SALICE

    Io crebbi in un silenzio arabescato,
    in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
    Non mi era cara la voce dell’uomo,
    ma comprendevo quella del vento.

    Amavo la lappola e l’ortica,
    e più di ogni altro un salice d’argento.
    Riconoscente, lui visse con me
    la vita intera, alitando di sogni
    con i rami piangenti la mia insonnia.

    Strana cosa, ora gli sopravvivo.

    Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
    parlano di qualcosa gli altri salici
    sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
    Io taccio… come se fosse morto un fratello.

    Anna Andreevna Achmatova

  24. guglielmo aprile

    l’immagine di quel ‘nido di vespe nel lampadario’ è effettivamente una folgorazione: emana un bagliore livido, un lampo oscuramente suggestivo: si tratta sicuramente di un dono che qualche divinità junghiana avrà fatto all’autrice, beniamina di quello specialissimo pantheon; quanta invidia provo! il linguaggio è il punto di contatto fra noi e l’indefinito spazio che ci sta oltre, fra la limitata dimensione umana e l’attimo in cui una ulteriorità si fa accessibile, alla portata, scende al nostro livello; in simili analogie, è il fondo metafisico del reale che si concede, oppure un substrato psichico millenario che emerge? mi sembrano due interpretazioni egualmente legittime: non sappiamo che cosa attraverso questo enigma, come giustamente Giorgio lo ha definito, parli: non ciè permesso definirlo in termini razionali, ma intuiamo che quella dimensione, fino ad allora preclusa, si è d’improvviso resa manifesta, si è fatta verbo: e tutti i chiavistelli cadono… Poi possiamo speculare se si tratti di un regno al di là dei sensi (visione platonica), oppure di un affioramento da regioni infere, da caverne ctonie (l’inconscio): ma la sfinge ha un sorriso elusivo e non confida il suo vero nome nemmeno a coloro a cui per un istante si sia disvelata…

  25. Pingback: SERATA COMMEMORATIVA DEDICATA AD ANGELO MARIA RIPELLINO IN OCCASIONE DEL 40° ANNIVERSARIO DALLA SUA SCOMPARSA – Associazione Praga

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