Fabiàn Casas, poeta argentino, Poesie della corrente oggettivista della poesía dell’America Latina. Dieci poesie. Traduzione di Giuseppe Talia. Con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Gif Metro in station

La migliore poesia vive sempre in uno stato di incertezza

Fabiàn Casas è nato a Buenos Aires, nel barrio de Boedo, nel 1965. Poeta, scrittore, saggista e giornalista, è una delle figure più rappresentative e distaccate della generazione argentina chiamata del ’90. Ha studiato filosofía e ha iniziato a lavorare come giornalista presso il Diario Clarìn a cominciare dagli anni ’90 del Novecento. La sua carriera letteraria è iniziata nell’ultima decade del XX secolo con la fondazione della rivista di poesía “18 Whiskys”, assieme ad altri poeti della sua generazione, come José Villa, Daniel Durand, e altri.
Tuca (1990), il libro d’esordio , è stato segnalato come emblema della corrente “oggettivista”.
Ha, inoltre, pubblicato i libri di poesía, El Salmon (1996), Pogo (2000), Bueno, es todo (2000); Oda (2003); El spleen de Boedo (2003); El hombre del overol y otros poemas (2007); Horla city en Horla city y otros (2010); El pequeño mecanismo de los acontecimientos (2012).
In prosa ha pubblicato il romanzo Ocio (2000); i racconti di Los Lemmings y otros (2005); i volumi di saggi Ensayos bonsái (2007) e Breves apuntes de autoayuda (2011). Nel 2007 ha ricevuto in Germania il Premio Anna Seghers con la seguente motivazione: “lirica straordinaria e la sua opera è una fonte di ispirazione per gli autori dell’America Latina.” Una antología di sue poesie è stata pubblicata in Germania nel 2009 con traduzioni di Timo Berger.  Nel 2014 ha ottenuto il diploma di merito al Premio Konex, uno dei maggiori e più prestigiosi premi di poesia in Argentina.

*

La mejor poesía está siempre en estado de incertidumbre, y la gente no quiere comprar incertidumbre, compra certezas.” (Fabiàn Casas)
La migliore poesia vive sempre in uno stato di incertezza, però la gente non vuole comprare l’incertezza, compra, invece, la certezza.

*

Appunto di Giorgio Linguaglossa

ho la sensazione che le cose non mi riconoscano

Così scrive il poeta argentino Fabiàn Casas. Poeta autentico questo Casas, poeta della «corrente oggettivista» argentina che Giuseppe Talia ci propone alla nostra attenzione con la sua bella traduzione. Senza dubbio, siamo all’interno delle problematiche che scaturiscono dalla meditazione intorno alle «cose» della migliore poesia e filosofia contemporanee.
Scrive Remo Bodei:

«Qualcosa… avviene nel nostro rapporto con le cose, specie nel campo dell’arte. Sul suo esempio, la filosofia è stata chiamata a comprendere la trasformazione degli oggetti in cose, a restituire loro l’eccedenza di senso sottratta dall’usura dell’abitudine e dallo sguardo oggettivante. entrambe, arte e filosofia, combattono quindi la desemantizzazione cui il nostro mondo quotidiano, ridotto a “deserto del reale”, è stato sottoposto e invitano, nello stesso tempo, a rinvenire nelle cose quell’aura che ce le avvicina, pur mantenendole la distanza [cfr. Benjamin 1966, 23-24].
È ora possibile intendere il territorio della fantasia artistica come atopia, luogo inclassificabile, irriducibile allo spazio della res extensa, che non appartiene né al dominio della realtà assoluta, e a quello – che ne è l’opposto speculare – dell’utopia, del non-esistente per definizione. È una zona insituabile in cui il desiderio, cognitivo e affettivo insieme, trova il suo più intenso appagamento (almeno per quel tempo limitato della “domenica della vita” in cui Hegel aveva racchiuso la fruizione dell’arte, sottraendola ai giorni feriali del lavoro e delle preoccupazioni dell’esistenza). Si manifesta in essa la paradossale lontananza prossima rappresentata dalla “patria sconosciuta”, di cui parlano Plotino e Novalis, o quell’arrière-pays intravisto da Yves Bonnefoy, spazio simbolico in cui non siamo mai stati, ma che ci sembra di conoscere da sempre…»1]

Possiamo quindi affermare che la migliore poesia contemporanea si occupa di «cose» e non di «oggetti»? Possiamo dire, più in particolare, che il luogo della poesia sia in quel limen che divide gli «oggetti» dalle «cose» e che ci racconta il misterioso percorso che trasforma gli «oggetti» in «cose»? Scrive Anna Ventura in una sua poesia che dobbiamo mantenere «la distanza dalle cose», ed è vero, dobbiamo in qualche modo difenderci dal ritorno simbolico delle «cose» ma dobbiamo al contempo anche sollecitare in qualche modo questo «ritorno delle cose», perché soltanto esse ci possono parlare, anche se in una lingua che non comprendiamo, soltanto le «cose» possono dirci qualcosa di significativo che la merceologia dei discorsi comuni oscura. In qualche modo tutta la poesia della nuova ontologia estetica si trova lungo questa linea di consonanza con il linguaggio delle «cose». Le «cose» stanno lì a guardarci dal loro luogo atopico e ci parlano, ci fanno intravvedere una eccedenza di senso, ci fanno familiarizzare ad un ordine simbolico che conferisce significato alla nostra esistenza. In questa direzione, la lettura della poesia di Anna Ventura ci sorprende per l’acutezza con cui ha saputo indagare in tutta la sua opera il luogo delle «cose» e quella loro lingua misteriosa.

Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, 2009, pp. 86-87

Gif station metro

ho la sensazione che le cose non mi riconoscano

Senza chiave e al buio

Era uno di quei giorni in cui tutto andava bene.
Avevo pulito la casa e scritto
due o tre poesie che mi piacevano.
Non chiedevo altro.
Allora andai sul ballatoio per buttare la spazzatura
e dietro di me, per un colpo di vento
la porta si chiuse.
Rimasi senza chiave e al buio
sentendo la voce dei miei vicini
attraverso la loro porta.
E’ transitorio, mi dissi;
però così poteva essere anche la morte:
un corridoio scuro,
una porta chiusa con la chiave dentro
e la spazzatura in mano.

Sin llaves y a oscuras

Era uno de esos días en que todo sale bien.
Había limpiado la casa y escrito
dos o tres poemas que me gustaban.
No pedía más.
Entonces salí al pasillo para tirar la basura
y detrás de mí, por una correntada,
la puerta se cerró.
Quedé sin llaves y a oscuras
sintiendo las voces de mis vecinos
a través de sus puertas.
Es transitorio, me dije;
pero así también podría ser la muerte:
un pasillo oscuro,
una puerta cerrada con la llave adentro
la basura en la mano.

Gif Finestra e volto

Viaggiavamo su treni che univano i nostri corpi
alla velocità del desiderio

Abbiamo avuto anche una guerra.
Ora siamo parte di Hollywood.
Quel ragazzo con la testa fasciata
che prima era Roli
dice di chiamarsi Apollinaire.

También tuvimos una guerra.
Ahora somos parte de Hollywood.
Ese chico con la cabeza vendada,
che antes era Roli,
dice llamarse Apollinaire.

*
Qualche tempo fa

Qualche tempo fa
fummo tutti i film d’amore mondiale
tutti gli alberi dell’inferno.
Viaggiavamo su treni che univano i nostri corpi
alla velocità del desiderio.

Come sempre, la pioggia cadeva in ogni parte.

Oggi ci incontriamo per strada.

Lei era con suo marito e con suo figlio;
eravamo il grande anacronismo dell’amore,
la parte rimanente di un montaggio assurdo.
Sembra una legge: tutto ciò che marcisce forma una famiglia.

Hace algún tiempo

Hace algún tiempo
fuimos todas las películas de amor mundiales
todos los árboles del infierno.
Viajábamos en trenes que unían nuestros cuerpos
a la velocidad del deseo.

Como siempre, la lluvia caía en todas partes.

Hoy nos encontramos en la calle.

Ella estaba con su marido y su hijo;
éramos el gran anacronismo del amor,
la parte pendiente de un montaje absurdo.
Parece una ley: todo lo que se pudre forma una familia.

*

A metà della notte

Mi alzo a metà della notte assetato.
Mio padre dorme, i miei fratelli dormono.
Sono nudo nel mezzo del cortile
e ho la sensazione che le cose non mi riconoscano.
Sembra che dietro di me niente si sia concluso.
Però sono di nuovo nel luogo dove sono nato.
Il viaggio del Salmone
in un’epoca dura.
Penso questo e apro il frigorifero:
un poco di luce dalle cose
che si mantengono fredde.

A mitad de la noche

Me levanto a mitad de la noche con mucha sed.
Mi viejo duerme, mis hermanos duermen.
Estoy desnudo en el medio del patio
y tengo la sensación de que las cosas no me reconocen.
Parece que detrás de mí nada hubiese concluido.
Pero estoy otra vez en el lugar donde nací.
El viaje del Salmón
en una época dura.
Pienso esto y abro la heladera:
un poco de luz desde las cosas
que se mantienen frías.

*

Una oscurità essenziale

C’è una oscurità essenziale in questa strada.
Un unico lampione illumina i dintorni
e alberi addomesticati, altissimi,
producono una musica in accordo al vento.
Guardo il mio cane,
una coscienza rasente il suolo
che scava e piscia nella terra
e penso tra me, affondato
nel linguaggio, senza opportunità
tenendo un guinzaglio che denota
ciò che è stato necessario per essere uniti.

Una oscuridad esencial

Hay una oscuridad esencial en esta calle.
Un único farol ilumina el contorno
y árboles domesticados, altísimos,
producen una música de acuerdo al viento.
Miro a mi perro,
una conciencia a ras del piso
que hurga y mea en la tierra
y pienso en mí, hundido
en el lenguaje, sin oportunidad,
sosteniendo una correa que denota
lo que fue necesario para estar unidos.

*

Dopo il lungo viaggio

Mi siedo sul balcone a guardare la notte.
Mia madre mi diceva che non valeva la pena
di essere depresso.
Muoviti, fai qualcosa, mi strillava.
Però io non sono mai stato molto capace di essere felice.
Io e mia madre eravamo diversi
e non ci siamo mai capiti.
Ad ogni modo, c’è qualcos’altro che vorrei raccontare:
a volte, quando ne ho nostalgia,
apro l’armadio dove sono i suoi vestiti
e, come giungere in un luogo
Dopo un lungo viaggio,
ci entro dentro.
Sembra assurdo: però, al buio e con quegli odori
ho la certezza che niente ci può separare.

Después de largo viaje

Me siento en el balcón a mirar la noche.
Mi madre me decía que no valía la pena
estar abatido.
Movete, hacé algo, me gritaba.
Pero yo nunca fui muy dotado para ser feliz.
Mi madre y yo éramos diferentes
y jamás llegamos a comprendernos.
Sin embargo, hay algo que quisiera contar:
a veces, cuando la extraño mucho,
abro el ropero donde están sus vestidos
y como si llegara a un lugar
después de largo viaje
me meto adentro.
Parece absurdo: pero a oscuras y con ese olor
tengo la certeza de que nada nos separa.

Foto waiting you in train

Siamo tamagotchi spaventati sotto la grandine

Preludi

Cinque

Malviolo, seriamente ti dico
Dimentica la tua vanità.
Non siamo animali fantastici.
Siamo tamagotchi spaventati sotto la grandine,
cuccioli di cenere, dei Claudio, X…*

Sei

Dove sono quelli che accusavano, Malviolo?
Se ne sono andati tutti? Usciamo allora
E non pecchiamo più.

 

Preludios

Cinco

Malviolo, en serio, te digo,
Olvida tu vanidad.
No somos animales fabulosos.
Somos tamagotchis asustados bajo el granizo,
Perritos de ceniza, clauditos, X…*

Seis

¿dònde estàn los que acusaban, Malviolo?
¿Se fueron todos? Salgamos entonces
Y no pequemos màs.

* verso mutuato da Los Poetas Oficiales di Francisco Madariaga (1927- 2002)

*

Suona il telefono e mi sveglia

Il telefono squilla e mi sveglia. E’ mio padre.
Vuole che vada a fargli visita.
Mentre lo ascolto mi sfrego gli occhi
E guardo attraverso la finestra
Semiaperta lo splendore del sole.
Ci vediamo a mezzogiorno. Chiudo.
In un attimo mi vestirò ed uscirò per strada,
penserò a qualcosa di cui parlare mentre mangeremo
perché non mi piace
non va bene
rimanere in silenzio quando sto con il mio vecchio.

Suena el teléfono y me despierta

Suena el teléfono y me despierta, Es mi padre.
Quiere que vaya a visitarlo.
Mientras lo escucho me refriego los ojos
Y miro a través de la ventana
Que semiabierta deja entrar el resplendor del sol.
Quedamos en vernos a las doce. Corto.
Dentro de un rato me vestiré y saldré a la calle,
pensaré algunos temas para hablar mientras comemos,
porque no me gusta,
no me parece bueno,
quedarme callado cuando estoy con mi viejo.

*

Nel vetro

Dopo aver insistito molto,
riuscii a rimanere solo con mia madre.
Una guardia grassa, che masticava una gomma,
mi portò nel luogo delle visite.
Stava lì, in piedi, con la sua divisa arancione.
Separati da un vetro immenso
Ci sedemmo uno di fronte all’altra.
Afferrò il telefono e anche io il mio.
Parlava in modo strano e con una voce flebile.
Allora, vedendo la mia disperazione,
si avvicinò al vetro
e lo appannò con il respiro.
Con l’indice scrisse il giorno e l’ora
in cui resusciterà.

En el vidrio

Después de insistir mucho,
conseguì quedarme solo con mi madre.
Un guardia gordo, que masticava chicle,
me llevò hasta el lugar de visitas.
Estaba ahì, de pie, con su delantal naranja.
Separados por un vidrio inmenso
nos sentamos uno frente al otro.
Ella agarrò su teléfono, yo agarré el mio.
Su idioma era un extraño
caminando por una voz muy débil.
Entonces, viendo mi desesperaciòn,
se acercò al vidrio
y lo empañò con el aliento.
Con el dedo indice escribiò ahì
el dìay la hora en que va a resucitar.

*

I cicli

Stavo chiacchierando con il tuo carnefice.
Un uomo ordinato, amabile.
Mi disse che avrei potuto scegliere la forma
con cui farti andare.
Gli esquimesi, mi spiegò, quando invecchiano
si perdono per i sentieri perché se li mangi l’orso.
Altri preferiscono la terapia intensiva
medici che accorrono tutt’intorno, cannule, ossigeno
incluso un prete ai piedi del letto
e che fanno segni come un assistente di volo.

“E’ inevitabile?”, le chiesi.
“Non sarei venuto fin qui con questa pioggia”, mi rispose.
Dopodiché mi parlò del ciclo degli uomini, degli anniversari,
della dialettica sterile del calcio, dell’infanzia
e dei suoi magazzini immensi che odorano di pneumatici.
“Però”, disse sorridendo,
“le ambulanze finiscono per divorare tutto”.
Firmai le carte e gli chiesi quando sarebbe successo…
“Ora!”, disse.
Ora
tengo nelle mie braccia il tuo vuoto a rendere.
E vedi di non piangere
di non far rumore
in modo che dall’alto
possano trovare
la mano alzata del tuo falconiere.

Los ciclos

Estuve charlando con tu verdugo.
Un hombre pulcro, amable.
Me dijo que, por ser yo,
podìa elegir la forma en que te irìas.
Los esquimales, explicò, cuando llegan a viejos
Se pierden por los caminos
Para que se los coma el oso.
Otros prefieren terapia intensiva,
médicos corriendo alrededor, caños, oxígeno
e incluso un cura a los pies de la cama
haciendo señas como una azafata.

“¿Es inevitable?”, le pregunté.
“No hubiera venido hasta acà con esta lluvia”, me replicò.
Después hablò del ciclo de los hombres, los aniversarios,
la dialéctica estéril del fùtbol, la infancia
y sus galpones inmensos con olor a neumàticos.
“Pero”, dijo sonriendo,
“las ambulancias terminan devoràndose todo”.
Asì que firmé los papeles
y le pregunté cuàndo iba a suceder…
¡Ahora! Dijo.
Ahora
tengo en mis brazos tu envase retornable.
Y trata de no llorar,
de no hacer ruido,
para que desde lo alto
puedas hallar
la mano alzada de tu halconero.

*

Los poetas oficiales

¿Amoldáis vuestra esfera a lo más mínimo del porvenir?
Perros enanos entecos, tenéis a vuestro servicio
los escribientes nacionales, pajarracos de la patria.
Canasteros de los frutos del odio, no estoy
arrepentido de tener a mi servicio las joyas y los frutos del deseo.
Principitos destronados de toda sangre de composición en la naturaleza.
Eugenios, Equis, Clauditos, perritos de ceniza.

Las jaulas del sol, 1960.
Francisco Madariaga (1927- 2002)

I poeti ufficiali

Modellate la vostra sfera al minimo del divenire?
Cani nani e malaticci, tenete a vostro servizio
gli scrittori nazionali, uccellacci della patria.
Canestre di frutti d’odio, io non sono
pentito d’avere a mio servizio le gioie e i frutti del desiderio.
Prìncipini spodestati da tutto il sangue della composizione
nella naturalezza.
Eugenio, Equis, Claudio, cuccioli di cenere.

Fabiàn Casas

Fabiàn Casas

Giuseppe Talia CoverGiuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta) nasce in Calabria, a Ferruzzano (RC), nel 1964. Vive a Firenze e lavora come Tutor supervisore di tirocinio all’Università di Firenze, Dipartimento di Scienze dell’Educazione Primaria. Pubblica le raccolte di poesie, Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano, I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; Come è Finita la guerra di Troia non ricordo, Edizioni Progetto Cultura, 2016. nel 2017 pubblica la silloge Thalìa edizione bilingue, per Xenos Books – Chelsea Editions Collaboration, California, U.S.A., traduzioni di Nehemiah H. Brown, nel 2018 pubblica La Musa Last Minute con Progetto Cultura di Roma. Ha pubblicato, inoltre, due libri sulla formazione del personale scolastico, L’integrazione e la Valorizzazione delle Differenze, marzo 2011, curatela; AA. VV. Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea, Firenze 2013 

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15 risposte a “Fabiàn Casas, poeta argentino, Poesie della corrente oggettivista della poesía dell’America Latina. Dieci poesie. Traduzione di Giuseppe Talia. Con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

  1. ho la sensazione che le cose non mi riconoscano
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/28/fabian-casas-poeta-argentino-poesie-della-corrente-oggettivista-della-poesia-dellamerica-latina-dieci-poesie-traduzione-di-giuseppe-talia/comment-page-1/#comment-34438
    Così scrive il poeta argentino Fabiàn Casas. Poeta autentico questo Casas, poeta della «corrente oggettivista» argentina che Giuseppe Talia ci propone alla nostra attenzione con la sua bella traduzione. Senza dubbio, siamo all’interno delle problematiche che scaturiscono dalla meditazione intorno alle «cose» della migliore poesia e filosofia contemporanee.
    Scrive Remo Bodei:

    «Qualcosa… avviene nel nostro rapporto con le cose, specie nel campo dell’arte. Sul suo esempio, la filosofia è stata chiamata a comprendere la trasformazione degli oggetti in cose, a restituire loro l’eccedenza di senso sottratta dall’usura dell’abitudine e dallo sguardo oggettivante. entrambe, arte e filosofia, combattono quindi la desemantizzazione cui il nostro mondo quotidiano, ridotto a “deserto del reale”, è stato sottoposto e invitano, nello stesso tempo, a rinvenire nelle cose quell’aura che ce le avvicina, pur mantenendole la distanza [cfr. Benjamin 1966, 23-24].
    È ora possibile intendere il territorio della fantasia artistica come atopia, luogo inclassificabile, irriducibile allo spazio della res extensa, che non appartiene né al dominio della realtà assoluta, e a quello – che ne è l’opposto speculare – dell’utopia, del non-esistente per definizione. È una zona insituabile in cui il desiderio, cognitivo e affettivo insieme, trova il suo più intenso appagamento (almeno per quel tempo limitato della “domenica della vita” in cui Hegel aveva racchiuso la fruizione dell’arte, sottraendola ai giorni feriali del lavoro e delle preoccupazioni dell’esistenza). Si manifesta in essa la paradossale lontananza prossima rappresentata dalla “patria sconosciuta”, di cui parlano Plotino e Novalis, o quell’arrière-pays intravisto da Yves Bonnefoy, spazio simbolico in cui non siamo mai stati, ma che ci sembra di conoscere da sempre…»1]

    Possiamo quindi affermare che la migliore poesia contemporanea si occupa di «cose» e non di «oggetti»? Possiamo dire, più in particolare, che il luogo della poesia sia in quel limen che divide gli «oggetti» dalle «cose» e che ci racconta il misterioso percorso che trasforma gli «oggetti» in «cose»? Scrive Anna Ventura in una sua poesia che dobbiamo mantenere «la distanza dalle cose», ed è vero, dobbiamo in qualche modo difenderci dal ritorno simbolico delle «cose» ma dobbiamo al contempo anche sollecitare in qualche modo questo «ritorno delle cose», perché soltanto esse ci possono parlare, anche se in una lingua che non comprendiamo, soltanto le «cose» possono dirci qualcosa di significativo che la merceologia dei discorsi comuni oscura. In qualche modo tutta la poesia della nuova ontologia estetica si trova lungo questa linea di consonanza con il linguaggio delle «cose». Le «cose» stanno lì a guardarci dal loro luogo atopico e ci parlano, ci fanno intravvedere una eccedenza di senso, ci fanno familiarizzare ad un ordine simbolico che conferisce significato alla nostra esistenza. In questa direzione, la lettura della poesia di Anna Ventura ci sorprende per l’acutezza con cui ha saputo indagare in tutta la sua opera il luogo delle «cose» e quella loro lingua misteriosa.

    Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, 2009, pp. 86-87

    • Giorgio, condivido il pensiero del poeta argentino Fabian Casas.
      Penso, sento, che i nostri dialoghi, contatti, parole non sono fra esseri umani, uomini e donne, ma tra le cose,..i nostri interlocutori sono gli oggetti, ci hanno, ci prendono, si sono presi la nostra vita. Vita idolatrica, feticista, fra cose che non vedono, che non sentono, in simbiosi muta con un mondo devitalizzato.
      Avevo scritto al riguardo questa poesia

      Le cose

      Stanno lì, livide e stizzose,
      sparse in geometrie disordinate,
      sono l’acre residuo dell’uomo piegato,
      il sudore del fallimento canuto,
      fiori immobili di pietra.
      Ci sono voci che descrivano lo stupore delle albe?
      Le promesse della luce?
      Si rammentano, si rimordono nel silenzio le cose?

      Sono voci spente,
      fatalità trapassate…

      Lampada che rubi le sue stelle alla notte,
      veglia l’aurora delle mie parole.

      Las cosas

      Están por ahí, lívidas, rencorosas,
      desparramadas en geometría desordenada.
      Son el residuo acre del hombre vencido,
      el sudor de la cana frustración.
      Espesas páginas desvaídas.
      ¿Hay voces que describan la maravilla de las albas,
      las promesas de la luz?
      ¿Se acuerdan… se remuerden de silencio las cosas?

      Son voces apagadas,
      fatalidades traspasadas…

      FRANCESCA LO BUE

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/28/fabian-casas-poeta-argentino-poesie-della-corrente-oggettivista-della-poesia-dellamerica-latina-dieci-poesie-traduzione-di-giuseppe-talia/comment-page-1/#comment-34441
    Per Fabiàn Casas: Sono affascinata da questo poeta che ha l’età dei miei figli, nel quale riconosco la forza tellurica dell’arte ispanica, il segno inesorabile di Picasso, il dolore inconsolabile di Cervantes; lo leggerò ancora, perchè è vasto come il delta di un fiume, ma anche irruento come un torrente di montagna,capace di evocare felicità segrete e tormenti indicibili.L’America ,la cultura anglosassone, ci ha stregati tutti,con la loro piovra,talvolta distraendoci dall’immenso patrimonio culturale che l’intero mondo ci offre. E’ ora di tornare a guardare con più attenzione a manifestazioni artistiche trascurate dall’inesorabile macchina del profitto.

  3. Carlo Livia

    Perché le cose sembrano non riconoscerci?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/28/fabian-casas-poeta-argentino-poesie-della-corrente-oggettivista-della-poesia-dellamerica-latina-dieci-poesie-traduzione-di-giuseppe-talia/comment-page-1/#comment-34444
    Nella “Lettera di lord Chandos”, Hugo von Hofmannstal, anticipando alcune intuizioni di Wittgenstein, esprime l’angoscia dell’uomo post-cartesiano, post-metafisico, tecnico-scientifico (Heidegger), “ad una dimensione”, cioè asservito alla funzione di produttore-consumatore del capitalismo (Marcuse): sente la sua alienazione dai concetti astratti, che gli sembrano “funghi ammuffiti”, l’eteronomia ontologica fra parole-pensieri e realtà, soggetto ed essere; ma questa angoscia s’interrompe di colpo quando vede dei topi morti avvelenati dall’insetticida: nel sentimento di pietà che sente per loro, inaspettatamente vede ricomporsi la relazione con la realtà compromessa dall’abusivo predominio della dimensione razionale-intellettuale su quella emotivo-affettiva.
    La diversità e ricchezza del pensiero poetico è in questa tensione rigenerativa, rammemorante l’unità perduta, il poeta non riesce ad adattarsi all’esilio spirituale imposto dall’esistenza quotidiana, a vivere dimezzato, con lo “sguardo aggiustato alla mezzanotte” (E. Dickinson).
    Propongo alcuni testi di Alejandra Pizarnik, altra straordinaria poetessa argentina, capace come pochi d’esprimere la dolorosa assenza d’integrità emotiva, dovuta all’incapacità culturale di stabilire un nesso tra dimensione affettiva e conoscitiva, di neutralizzare la disconnessione ontologica del nostro pensiero convenzionale, di nascondere la ferita spirituale originata da tale condizione, simulare una “mostruosa” salute vivendo tale patologica minorazione esistenziale.

    Figlia del vento

    Sono venuti.
    Invadono il sangue.
    Profumano a piume,
    A mancanza, a pianto.
    Però tu alimenti la paura
    e la solitudine
    come due animali piccoli
    perduti nel deserto.

    Son venuti
    ad incendiare l’età del sogno.
    Un addio è la tua vita.
    Però tu ti abbracci
    come la serpe pazza del movimento
    che solo ritrova se stessa
    poiché non c’è nessuno.

    Tu piangi sotto il pianto,
    tu apri il baule dei tuoi desideri
    e sei più ricca della notte.

    Però c’è tanta solitudine
    che le parole si suicidano.

    i naufraghi dietro l’ombra
    abbracciarono quella che si suicidò
    con il silenzio del suo sangue

    la notte bevve vino
    e ballò nuda tra le ossa della nebbia

    *

    viaggiatrice dal cuore d’uccello nero
    tua è la solitudine a mezzanotte
    tuoi gli animali saggi che popolano il tuo sogno
    nell’attesa della parola antica
    tuo è l’amore ed il suo suono a vento spezzato

    LA NOTTE

    So poco della notte
    ma la notte sembra sapere di me,
    e in più, mi cura come se mi amasse,
    mi copre la coscienza con le sue stelle.
    Forse la notte è la vita e il sole la morte.
    Forse la notte è niente
    e le congetture sopra di lei niente
    e gli esseri che la vivono niente.
    Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
    nell’enorme vuoto dei secoli
    che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

    Ma la notte deve conoscere la miseria
    che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
    Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
    sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

    Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
    La sua lacrima immensa delira
    e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

    Un giorno torneremo ad essere.

    *LA DANZA IMMOBILE

    Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
    Cercammo sotto l’ululato della luce.
    Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
    che strangolavano l’innocenza.

    Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
    perché non mi trascino fino all’amato
    che muore dietro la mia tenerezza?
    Perché non fuggo
    e mi inseguo con coltelli
    e deliro?

    Di morte si è tessuto ogni istante.
    Io divoro la furia come un angelo idiota
    invaso di erbacce
    che impediscono di ricordare il colore del cielo.

    Ma loro ed io sappiamo
    che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

    NOMINARTI

    Non è la poesia della tua assenza,
    solo un disegno, una crepa in un muro,
    un che d’amaro, qualcosa nel vento.

    i naufraghi dietro l’ombra
    abbracciarono quella che si suicidò
    con il silenzio del suo sangue
    la notte bevve vino
    e ballò nuda tra le ossa della nebbia

    Questo lillà perde i fiori.
    Da sé medesimo cade
    e cela la sua antica ombra.
    Morirò di cose come questa.

    Questo lillà perde i fiori.
    Da sé medesimo cade
    e cela la sua antica ombra.
    Morirò di cose come questa.

  4. Ad una domanda di Volkov, così risponde Brodskij sulla questione della “sincerità” in poesia. Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito in Italia sul poeta più sincero del novecento italiano (ovviamente intendo la “sincerità” alla maniera di Brodskij).

    Brodskij:

    Cvetaeva è veramente il poeta russo più sincero, ma è una sincerità, questa, che si pone prima di tutto sul piano della musicalità, come quando si grida di dolore. Il dolore è biografico, ma il grido è impersonale. Quel suo “rifiuto”, quello di cui abbiamo parlato prima, ricopre tutto, include ogni cosa. Compreso il dolore personale, la patria, l’esilio, i bastardi incrociati qua e là nella vita. La cosa più importante è che questa intonazione, questo tono di rifiuto, in Cvetaeva è anteriore alla sua esperienza. “Al tuo mondo dissennato una sola risposta – il rifiuto”. Non si tratta tanto del “mondo dissennato” (per provare questo sentimento in fondo basterebbe un solo incontro con la sfortuna), ma del triplice suono della lettera “o”, che funge qui da denominatore comune. E possiamo certamente dire che gli eventi della sua vita hanno confermato la giustezza della sua intuizione originale. Ma l’esperienza della vita non conferma nulla. Nella poesia, come nella musica, l’esperienza è qualcosa di secondario. Nella materia con cui operano i vari settori dell’arte c’è sempre una specifica, irrevocabile dinamica lineare. Un proiettile, metaforicamente parlando, percorre la distanza che il materiale di cui è fatto gli impone. Non dipende dall’esperienza. Tutti facciamo più o meno le stesse esperienze. Possiamo anche supporre che ci fossero delle persone che hanno vissuto esperienze più dolorose di Cvetaeva, ma non c’erano persone con la sua capacità di piegare la materia e di subordinarla. L’esperienza, la vita, il corpo, la biografia, tutt’al più assorbono il contraccolpo. Il proiettile invece viene lanciato lontano seguendo le dinamiche del suo materiale. In ogni caso non sto cercando nelle poesie di Cvetaeva dei parallelismi con la mia personale esperienza. E davanti alla sua forza poetica non posso che rimanere completamente stupefatto.

  5. gino rago

    Sulle ‘cose’
    Botte e risposte fra Talia-Casas-Linguaglossa-Rago

    Nel suo magnifico lavoro di traduzione , Giuseppe Talia ci comunica uno dei versi più veri del poeta argentino Fabiàn Casas, che è questo:

    “ho la sensazione che le cose non mi riconoscano…”

    Verso ripreso, e staccato dal contesto, da Giorgio Linguaglossa per sviluppare il suo pensiero rammemorante, sull’ormai noto rapporto oggetti-cose e a tale specifico riguardo il Linguaglossa chiosa:

    ” […]Senza dubbio, siamo all’interno delle problematiche che scaturiscono dalla meditazione intorno alle «cose» della migliore poesia e filosofia contemporane[…]”, pensiero così forte che possiamo stabilire che

    è sincera soltanto la poesia che non si sottrae al dialogo con la natura delle cose [sincera quindi è per esempio la poesia della Anna Ventura nel suo persistente dialogo con le cose, ha ragione Giorgio Linguaglossa a rimarcarlo]

    Gino Rago
    Testamento [contro il «no» che dentro mugghia]

    La pittura postcubista?
    Il nobile medium dell’olio?
    Rimarrebbero forse le frasi più turpi
    Contro il «no» che dentro mugghia.
    […]
    Nuove immagini da materiali nuovi.
    Materiali eterocliti. Materiali poveri.
    Il poeta del nuovo paradigma
    Lascia in eredità lamiere malamente saldate.
    Legni combusti. Cenci.
    I segni d’amore o d’affinità per epoche remote.
    I materiali effimeri. I materiali rozzi.
    Le altre parole.
    […]
    Le parole che negano
    Sensazioni e idee della durata eterna.
    I cenci. Gli stracci. Le velature.
    Gli impasti. Le ombreggiature.
    I sacchi vuoti. Ma più pieni di uomini vuoti.
    […]
    Il ritorno alla natura delle cose del poeta nuovo
    Lascia in eredità l’arte del «no» finalmente liberato
    dal «sì» obbligato a Ferramonti e Belsen.
    Viaggio incompiuto. Sorriso amareggiato.
    E Milton che urla dal Paradiso Perduto:«E’ inferno.
    Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno».

    GR

  6. Il nostro poeta più sincero è, a mio modesto avviso, Umberto Saba.
    E non mi riferisco solo alla poesia, ma anche a quel meraviglioso romanzo che è “Ernesto”.

  7. mi ricordano immagini in un film, precisamente i dialoghi in presa diretta di un film reale e sincero.
    non si sovrappongono voci nella poesia di Casas.
    esiste un campo ed un controcampo personale, poetico.
    una risposta battuta e precisa ad una domanda spontanea.
    una “oscurità essenziale”,
    …sosteniendo una correa que denota
    lo que fue necesario para estar unidos….
    che ci lega, umana.
    (che aggiungere Talia, questo poeta ha pure la nostra testa!)

    traduci per lui questo omaggio tratto dal mio Ramon:

    D’improvviso l’estate
    l’unica asola dell’anima;
    un piccolissimo ombelico di felicità,
    un fiore senza petali,
    calvizie prematura
    d’un uomo.

    GRAZIE OMBRA.

  8. Ci sono le «cose», ci sono gli «oggetti», noi stiamo 24 h su 24 della giornata in contiguità con le cose e gli oggetti,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/28/fabian-casas-poeta-argentino-poesie-della-corrente-oggettivista-della-poesia-dellamerica-latina-dieci-poesie-traduzione-di-giuseppe-talia/comment-page-1/#comment-34463
    ma il bello è che non sappiamo né potremo mai sapere, mentre che esistiamo, se stiamo in comunanza con le cose o con gli oggetti…
    La filosofia marxista non ha mai affrontato la questione degli «oggetti». Quella era ed è la vera questione di un pensiero critico: una bottiglia di cola-cola e una bottiglia di vino Sangiovese, la loro confezione, le loro linee esterne e interne, i loro colori, le caratteristiche tipografiche delle fascette pubblicitarie etc. ci dicono molto di più di quello che noi recepiamo nel momento in cui usiamo quegli oggetti.
    E così la poesia. Dal modo con il quale una poesia tratta gli «oggetti» io posso risalire a che tipo di poeta è l’autore; dal modo con cui una poesia tratta le «cose», un critico ben temprato può trarre indicazioni su che tipo di poeta è quello che l’ha scritta.
    Una poesia che tratta di «oggetti» sarà una poesia diversissima da una poesia che tratta di «cose».

    Proprio ieri sera, in attesa di guardare la partita della Roma, parlavo con una persona intelligente che mi invitava a leggere una poetessa statunitense che lui stimava molto. Io ho aperto a caso il libro e ho cominciato a leggere alcune poesie, poi ho detto al mio interlocutore che la persona che aveva scritto quelle poesie era una persona colta, probabilmente una docente di università o qualcosa di simile, che scriveva bene, che sapeva costruire bene le frasi, insomma che tutto andava bene ma che c’era un piccolo però. Però, però gli ho risposto non è un poeta. E ho tentato di spiegargli che tutti gli a-capo erano arbitrari, tutte le frasi messe su carta rivelavano una capacità di orchestrazione fraseologica notevole ma che tutte quelle frasi erano confuse, facevano bella mostra di sé, si mettevano in posa come per dire: guarda come sono brava a mettere le frasi! – il fatto era che c’erano il 70-80% di parole superflue, che gli a-capo erano tutti sbagliati in quanto arbitrari, che non è vero che scrivere con il verso libero sia più facile che scrivere con un metro chiuso come ai bei tempi di un secolo fa; gli ho detto che il verso libero è il più difficile in assoluto perché puoi interromperlo come e quando vuoi, che dipende solo da te andare a capo o no, e che questa è una gravissima responsabilità che pende sul capo dell’autore, che se non si capisce che le parole hanno un peso specifico, una propria forza di gravità, che anche il metro ha una sua precisissima forza di gravità, che ogni verso (libero) ha una propria forza di gravità, che se un autore non percepisce questo non potrà scrivere che fraseologie neutrali, professionali, belle frasi inutili e pleonastiche. «Mi spiego?», ho detto al mio interlocutore il quale mi guardava sbigottito e infatti ha tentato di replicare: «allora tu dici che tutti gli a-capo sono sbagliati?» Io, senza indugio, gli ho risposto: «Sì, purtroppo», e che «un occhio vigile e competente si accorge subito di questi difetti».

    Ma torniamo alle «cose». Mettiamo, quelle parole che Donatella Costantina Giancaspero ha scritto nella sua ultima poesia:

    «un nido di vespe nel lampadario».

    Bene, questo è un enigma, non si tratta di una fraseologia arbitraria messa lì tanto per fare bella mostra di sé. E un enigma lo può inventare soltanto un vero poeta. Questo enigma ci parla con una forza ossessionante, non smette di parlarci, non smette di interrogarci, chi non avverte questa lingua misteriosa, semplicemente non è un poeta e non è neanche un critico di valore. Il fatto è che quel verso appena citato indica una «cosa», una cosa misteriosa ma ben presente nell’esistenza di ciascuno di noi, una «cosa» che soltanto un vero poeta poteva nominare con tanta spartana economia di parole. Una «cosa» dotata di tempo interno, di tempo condensato, di spazio interno raggelato, di spazio condensato.

    Dobbiamo quindi imparare a riconoscere le «cose» importanti. Il poeta le nomina, i lettori le devono riconoscere. E prima o poi le riconosceranno.

    Noi siamo, 24 h su 24, abituati a pensare il «tempo interno» distinto da quello «esterno», la «memoria interna» distinta dalla «memoria esterna», viviamo in una ecosfera di concetti e di relazioni che non mettiamo mai in dubbio; siamo abituati a pensare che il passato sta dietro e il futuro sta avanti, siamo abituati a pensare che lì c’è un muro e non si può passarvi attraverso… pensiamo tante cose che diamo per scontate. In realtà non pensiamo ma ci limitiamo ad accettare delle credenze come se fossero concetti assoluti e indubitabili.
    Io invece credo che dobbiamo rimettere in moto tutte le nostre percezioni, intendo quelle profonde, rimetterle in viaggio, lasciare al nostro «interno» delle porte aperte, delle finestre aperte. il resto verrà da solo. Lo «stile» altro non è che il risultato di questo «viaggio interno» alla ricerca dell’«oggetto profondo», dell’«oggetto perduto». Si badi, non sto dicendo nulla di mistico, i mistici mi annoiano e, quando li incontro, cambio subito discorso. Qui sto affermando cose che la scienza moderna, i fisici teorici hanno già dimostrato come veri e indubitabili.
    Il problema del «tempo» in poesia è un concetto niente affatto sconvolgente, e, se lo accettiamo, ci condurrà verso una diversa impostazione del problema poesia, cambierà la poesia che facevamo.

  9. Forse, la ricerca dell'”oggetto perduto”è solo un’illusione; non siamo noi, a governare il flusso inarrestabile delle cose,che vanno sempre per conto loro.Inutile cercare l'”oggetto perduto”; al momento giusto, tornerà da solo.Idem per tutto il tempo che sprechiamo, e che tuttavia si nasconde in una sua nicchia, dalla quale riemergerà come e quando vuole.Ma dobbiamo lasciare le porte aperte, anche quando abbiamo la tentazione di chiuderle.

  10. gino rago

    Se non sapessi che la perfezione non è di questo mondo, sarei tentato di definire perfette le riflessioni su oggetti e cose e tempo di Giorgio Linguaglossa nel suo commento precedente. Aggiungerei soltanto un’altra cifra estetica specifica, forse esclusiva della esperienza poetica degli ontologisti: le ombre.
    Il dialogo persistente con le ombre, la capacità del poeta ontologista di saper fare ingresso nella cattedrale delle ombre.

    Gino Rago

    Cattedrale d’ombre

    Non è la notte
    Che ti nasconde Dio. Sei tu che lo nascondi
    Temendo l’ombra.
    Tremando di paura di fronte all’infinito.

    Se non pianti le parole come chiodi
    Non sei poeta
    Perché quelle parole se le prende il vento
    E se dici «morte» la falce si scatena.

    Muore la Parola. Non soltanto il fiore.
    Senza Parola in fiore tutto il mondo muore.
    Ma se non sei poeta e nomini la morte
    Muori solo tu
    [non varchi la soglia della cattedrale d’ombre].

    Lo scintillio del bronzo appena fuso

    “Lo scintillio del bronzo appena fuso o le sue patine-fuochi d’artificio.
    Non più.
    Né la levigatezza del marmo senza vene.
    […]
    La materia grezza. La pietra.
    La colata di cera rappresa.
    La ruggine sul ferro.
    I rottami, gli avanzi, i detriti.
    I rimasugli di fonderie. Gli scarti.
    I vetri rotti negli angoli delle vie.
    Gli scampoli nelle sartorie.
    Le parole delle «nuove» poesie…
    [Perché siamo uomini del dopo Hiroshima
    in filiformi tralicci di gabbie].
    […]
    Alberi. Fiumi. Uomini. Fiori.
    Nessuno cerca il suono che manca,
    a meno che il suono non significhi niente:
    ni-ente, non-ente.
    Tutti vogliono un nome,
    perché ogni nome è una benedizione,
    ma che cos’è un nome?
    Un occhio che brilla tra passato e futuro.
    E invece è una maledizione,
    la nostra maledizione.
    Limature. Vinavil. Sagome. Legno.
    La «nuova» parola sono gli stracci.
    [Tu apri la porta senza bussare:
    un mucchio di stracci in un sacco di iuta].”

  11. gino rago

    Riprendo e ripropongo la composizione di Dunya Mikhail, a noi segnalata in una precedente Pagina de L’Ombra delle Parole [composizione peraltro accompagnata da una sua pertinente nota] da Rossana Levati anche perché
    “Novità” di Dunya Mikhail presenta il verso, alla fine del testo,

    “altre cose accadono nell’ombra”
    che riesce a tenere in una unica cucitura “cose” e “ombra”…

    Dunya Mikhail

    Novità?

    Una visione fuggente in uno specchio
    qualcuno mi ha bisbigliato all’orecchio
    ho detto una parola e me ne sono andata
    le tombe si spargono col polline
    un belato durante la riunione
    i giardini sono ancora pensili
    le parole spargono pula
    frutti non ce ne sono più
    uno è salito sulle spalle di un altro
    un altro è sceso nel mondo di sotto
    altre cose accadono nell’ombra
    non so quali
    è tutto

    GR

  12. C’è somiglianza tra “cose” e fotografia, in quanto entrambe sono portatrici di memoria. Le fotografie sono ricordi, e le cose ricordo + tempo. Con questo voglio dire che le cose, grazie al loro esserci fisicamente, sono tempo; il quale tempo, diversamente che nella fotografia, va interpretato. Perché nelle cose il tempo si manifesta come silenzioso enigma. Le cose dicono che il tempo è il tracciato tra allora e adesso. Questa misura temporale è lo spazio dell’enigma; enigma che si potrà risolvere ponendo a confronto l’allora con l’adesso, il qui con l’altrove avendoli però nelle cose sottomano.
    Va da sé che nelle cose sono spesso la polvere, i segni dell’usura o lo stato di abbandono, a dirci del qui e ora.
    Un altro aspetto che trovo davvero interessante, in questa bella indagine sulle cose che si sta facendo su L’Ombra, mi viene suggerito dai punti di osservazione, che possono essere anche i più disparati – anzi, per quel che mi riguarda più sono inconsueti e meglio è – perché nel tentativo di arrivare, o tornare, al qui e ora, si crea la vertigine che è propria del salto temporale.
    Si capirà? Spero di sì, in questi giorni sto scrivendo con fatica…

  13. donatellacostantina

    La poesia di Fabiàn Casas, A metà della notte, per associazione di idee, mi induce a pubblicare questo mio testo.

    L’uomo che si alza di notte

    L’uomo che si alza di notte
    si stacca dal buio come un automa.
    Dal rubinetto della cucina riempie
    metà bicchiere. Lo beve in un sorso.
    Poi, torna a letto.

    Resta una goccia sul fondo
    – in attesa di seccare fino a domani –.
    Riflette la luce di una cucina nel palazzo di fronte,
    unica, a tradire la facciata – nel buio,
    la verità di un trompe-l’œil –.

    Da qualche tempo, manca il sipario alla scena,
    gettato dietro una quinta, con i costumi di un’altra recita.

    Al centro, il lampadario si avvita
    sul monologo della veglia obbligatoria
    – il vetro annebbiato –.
    In prima fila, l’unico spettatore dorme.

  14. Serenade.

    Qualcuno vede se stesso
    guardare se stesso mentre vede se stesso
    che guarda se stesso guardare.
    Il coro dei Sì, in piena luce svolta dietro la casa.
    Davanti non resta nulla. Dietro non si fa in tempo
    la porta è già chiusa.

    La signora si osservò in molti specchi,
    poi dissolse nel cielo le sue traiettorie. – Sono colline,
    si vede bene la zona di pilotaggio. L’ultrasuono.
    La nave è atterrata in pianura, ha preso le sembianze
    di un campo di grano.

    In mezzo ai tasti le rane innalzano melodie. Luna pallida.
    Nel controluce nuvole ferme e poco distante, in riva al lago
    sale fumo dai tetti. I cespugli sono marroni.
    Il sole al tramonto è chiara immagine di Dio con striature
    che sembrano prelevate da deserti di sale.

    Ora è cielo plumbeo. C’è foschia.
    Un albero malato mette silenzio. 1 – stabilire la distanza
    dell’orizzonte, a quale altezza il punto di vista, la consistenza
    delle pietre (Video: grande nave a forma di goccia).
    Cadiamo come aghi di pino sull’acqua. Pare sangue.
    Sembrano vene.

    2 – Stando in piedi sondare la gravità. Prendere luce.
    Il sentiero da percorrere è indicato da sponde invisibili.
    Impossibile sbagliare. Materie senza cervello si godono il tempo.
    Paesaggio di cose una davanti all’altra.
    Su quelle lontane sta piovendo.

    Ovunque c’è molta acqua.
    3- In forma di note musicali, trascrivere fedelmente
    la voce terrestre (senza abitanti). Togliere il cervello dall’involucro.
    Le persone sembrano spaventate.
    Cercano risorse per vivere. Sanno di avere scadenza.

    Inganna la vista a colori che tutto cambia.
    Perfino le stelle. Tra gli abitanti La vie en rose / Un fil di fumo.
    L’uomo che saluta da lontano ha il viso più grande del cielo.
    Dite a Jaguar che tarderò.

    Mayoor apr 2018

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