Anna Ventura, Tre poesie da Streghe, One Group, 2018 Commenti di Rossana Levati, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

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Rossana Levati
22 aprile 2018 alle 9:45

Dalla lettura delle bellissime poesie di Anna Ventura oggi pubblicate, ognuna delle quali meriterebbe un’analisi dettagliata e accurata, sono i dettagli dei luoghi e del tempo che colpiscono maggiormente: nulla è come appare, bisogna essere capaci di “guardare oltre” per comprendere le direzioni suggerite da questa realtà pesante dove si muovono con leggerezza i personaggi femminili che coltivano in se’ stesse un’altra natura e consentono l’accesso, la via per raggiungere una verità celata agli occhi di tutti: questo vale per la contadina eletta che “vide la Madonna” come per le zie che evocano ricordi incredibili, improbabili nel giudizio degli altri.

In “Cenere alla cenere” (titolo deliziosamente ironico nel suo alludere alla famosa formula del rito dei morti) è per esempio il sogno della vecchia signora che mette in comunicazione il mondo interiore, nel quale l’amore è un sentimento assoluto e indiviso, e il mondo esterno dove molte lettere lo rappresentano, ma frantumato e parcellizzato in molte identità: ma al fine del sogno tutto si ricompone, il sogno si è rivelato vero più della realtà quotidiana che lo ha tradito e distrutto, e allora una sola lettera, scelta a caso, può conservare il messaggio d’amore del sogno e le altre avranno la funzione di riattizzare il fuoco (segno simbolico della passione) ormai spento.
Altrettanto magico è quel salto tra tempi e luoghi diversi che percorre “In itinere”: la vecchia Europa è una stanza dei giocattoli dove il tempo può trasformare un personaggio di Maupassant in un tassista parigino, e dove l’autrice può ritornare alle sue vite passate identificandosi con la barbona, la proprietaria di un castello o la signora dell’altro secolo; ognuna di queste vite è a suo modo vera e tutte si sovrappongono in un fluire del tempo che lascia le sue tracce magiche in quegli oggetti “l’anello, la spilla, gli orecchini, il medaglione rotondo” testimoni delle vite passate. Oggetti che conservano ricordi e vita come il “tegamino d’alluminio” donato dalla zia: e questo passaggio di proprietà sembra non solo un dono anonimo ma un “passaggio di qualità”, una trasmissione morale di identità e di ruoli più che materiale, un tegamino che racchiude quasi una investitura affettiva, emotiva e poetica, un passaggio di consegna come un passaggio di testimone nella corsa della vita.

Ed ugualmente, tra gli oggetti che custodiscono un mondo di affetti e ricordi, la “teca d’argento, foderata di velluto cremisi”, un nuovo luogo della memoria dove si depositano sentimenti e ricordi, naturalmente invisibili all’esterno e percepibili solo, come nel sogno davanti al fuoco, da chi conserva nel profondo i mille strati di una vita che può apparire agli altri solo in superficie e che si nasconde nella sua vera essenza, tra il buio della vita interiore, non confessata e non dichiarata, e la luce di quella esteriore e visibile che invade le stanze.

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Ma tra le poesie dedicate alle “streghe”, oltre al delizioso particolare delle “trine rosse”, trasgressive e deliziosamente ammiccanti, ma anch’esse nascoste sotto le apparenti palandrane scure, un dettaglio mi ha colpita particolarmente, ne “Le erbe magare”: gli infusi che possono essere medicine o veleni, a seconda della “natura di chi beve gli infusi, il quale, per magia, incontra se stesso: dipende da lui, se prende la medicina o il veleno”. Leggendo questi versi, ho pensato a un’altra “strega”, Circe, che nella poesia di Julia Webster del 1893 offre da bere nella sua coppa a tutti gli uomini che la raggiungono. Non è altro che la coppa della Verità, in cui ognuno ritrova se stesso e la propria vera natura, accusando poi Circe di aver usato veleni per trasformare gli uomini in animali: “Ho scelto forse io che fossero quel che sono? Li ho estraniati io da se stessi con velenosi incanti? No: ogni sorso della mia coppa, fosse acqua pura o vino genuino, li rivelava a se stessi e gli uni agli altri. (…) Ci fosse stato un solo uomo vero tra di loro avrebbe bevuto il sorso come l’ho bevuto io e sarebbe rimasto lì piantato, illeso”.

Steven Grieco Rathgeb
22 aprile 2018 alle 13:11

È davvero eccezionale vedere come Anna Ventura continua ad alzare la sbarra dell’eccellenza della sua poesia – e quindi della poesia in genere: la alza, la alza, e non è mai alta abbastanza. Incredibile, il processo di affinamento che si legge in queste poesie. Intanto, con delicatissima ironia, con allusioni afferrabili solo in parte – per cui il loro fascino rimane sempre intatto – con saggezza, con uno stile lieve, mai aggressivo o posato o falsamente intellettuale, Anna Ventura riesce a dare al lettore, “Poesia”.
Anna Ventura non appartiene a nessuna scuola di poesia, a nessun movimento. Non appartiene in realtà a niente. È stato, immagino, un viaggio lungo, lunghissimo: che va avanti imperterrito.
Nessun approccio teorico può costringerla dove lei non vive. Lei è solo se stessa: ma in qualche modo, in queste poesie, lei evoca per noi il mondo.
Questa sì che è una poesia che indica la via che esce dalla non-poesia che leggiamo da così tanti anni. Proprio per questo, in punta di piedi, Anna Ventura è un ispirazione per tutti i poeti.
Grazie davvero.

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Giorgio Linguaglossa
22 aprile 2018 alle 14:27

Si dice comunemente che il linguaggio è in gioco, che ci sono cose importanti in gioco, che il gioco è un gioco… e invece nelle mani sapienti di Anna Ventura scopriamo che nella sua poesia è in gioco il linguaggio, sono in gioco nientemeno che le sorti del linguaggio (la ragione e la fantasia), il gioco nelle sue mani diventa una leggerissima ironia frutto di saggezza e di dirittura di poesia, perché Anna Ventura sa che la poesia è gioco ma del tipo più alto, di quello senza finalità di lucro o di scopo, il gioco di queste «Streghe» è un gioco serissimo che va condotto con raffinatissima ironia, una ironia leggerissima fatta di insostanzialità e di povera auraticità. Come scrive Steven Grieco: «lei evoca il mondo» con il suo semplicissimo scrivere poesia, fuori dagli schemi e dalle parole d’ordine del novecento, quel novecento che lei ha attraversato con cognizione di causa fin dal 1972 quando diede alle stampe il suo libro di esordio dal titolo emblematico: Brillanti di bottiglia… i poveri finti brillanti del vetro rotto di una bottiglia, delle nostre bottiglie di tutti i giorni di cui è composto il nostro quotidiano: «cose» di nessun valore alle quali noi invece diamo un valore e un significato che esse non posseggono.

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Gino Rago
22 aprile 2018 alle 19:35

Gino Rago – Dalla Antologia “Tu Quoque [ 2014 ] a Streghe [2018] la poesia di Anna Ventura verso una nuova parodia: Tu Quoque [2014]

Forse è difficile apprezzare appieno l’icasticità, la leggera ironia del dettato poetico della poesia di Anna Ventura, «la Szymborska italiana» come è stata felicemente definita nel blog “L’Ombra delle Parole” da Giuseppina Di Leo, sospeso tra attenzione e ritenzione, interrogazione e risoluzione. Nella poesia della Ventura assistiamo alla poesia delle «cose», dove sono le «cose» che ci parlano tramite la loro distanza; è all’allestimento della «distanza» che qui ha luogo, l’allestimento di un luogo dove sia possibile l’incontro tra la voce parlante e l’occhio di chi legge e ascolta. È una poesia che nasce da Atena che «conosce la superficialità degli dei», dalla Sibilla che non cerca la verità delle «cose» ma il loro «evento», da Antigone, che invece cerca la verità delle «cose» al di là e al di fuori dei discorsi discordi dell’agorà, lontana mille miglia dai reumatismi dell’intelligenza e dalle insolvenze dei discorsi suasori della politica e della poesia corrotta dalla retorica e dai sofismi dei sofisti. La loro parola è ora lieve ora tragica ora soffusa di melancolia. La Sibilla, anch’essa è leggera, scrive le proprie sentenze sulle foglie degli alberi, abita la superficie della materia, cambia umore, e così cambia anche i suoi responsi. La poesia della Ventura è poesia politica e ermeneutica perché nasce dalla meditazione sopra le «cose», siano esse “Gli sposi etruschi”, o “Le case” o le poesie dedicate alle “streghe”, siano “Due fili d’erba” o qualsiasi altro argomento come il poeta Nerone, preso ad emblema della follia poetica, o Giulio Cesare che celebra inconsapevole il suo trionfo che sarà la sua rovina, o “La guardiana delle oche”, così misteriosa e insondabilmente autentica. “La neve di ovatta” è un ricordo dell’infanzia, una stregoneria che rievoca il mondo in cui tutto era un mistero. L’ultima poesia dell’antologia (che qui viene riprodotta per prima) è il testamento spirituale di Anna Ventura: la parola che pronuncia «il dissenso».

In nome dello spirito
Questi piccoli fogli bruceranno
come tutto il resto, se è già scritta
l’ora dello sterminio. Ma,
poiché ancora ci è data la parola,
pronunciamo il dissenso.

Tu Quoque, [2018]

Suggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, [borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura].
Riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza?
Quella porta [lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta Streghe di Anna Ventura] e quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta, invisibile ai più, come metafore della Poesia, per Anna Ventura?].

Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo o appunto di metafora: la Porta delle Streghe, esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’insolito e il Mistero del vivere, è ben riuscita metafora della poesia e quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti.
Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto:

[…]Quando ciò accade,
l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli
scorrono più veloci e le mucche/
fanno il latte buono.

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si nota senza sforzi che da essi si distacca la volontà luminosa del poeta di volervi
suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “SORPRESA” di cui ha parlato Papa Francesco nella Omelia di Pasqua: «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…».
E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone, oppure di lasciarle nella stasi della indifferenza, come spesso succede con ‘altre’ persone.
Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’.

E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non subirono la spinta a mettersi in movimento in fretta. Com’è forse per la poesia, per Anna Ventura la poesia-creatrice-di sorpresa, che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne il senso del mistero. Questa la cifra tematico-allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte postura estetica.

Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia, essa è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua.
In sede puramente estetica, la poesia di Anna Ventura da Tu Quoque a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella di un Tadeusz Różewicz:

[“Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse…”]

che Giorgio Linguaglossa, nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia, non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi ,come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura,
«nel grande fiume delle cose che non aspettano niente», ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Giorgio Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica».
Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo [in ‘Il latte buono’, pag. 51]:

“Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta/ il giuramento a Lilith, nemica di Adamo[…]”

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Alla lettura de “La casa bassa” a suo tempo scrissi questo commento [plaudo a Donatella Costantina Giancaspero per averlo ripreso nella sua densa e colta nota su Anna Ventura]:

«Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non postcontemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai «non luoghi» dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’.
E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato, sottratto all’infinito, il poeta si prepara, circondato dalle sue ‘cose’, e in un’atmosfera da Antologia Palatina [“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto… tutto si spegnerà] all’ultima attesa…[…]».

A proposito di porte, Rossana Levati rilevava: «Leggendo le precedenti poesie di Anna Ventura anch’io sono sempre stata colpita dall’immagine della porta da aprire, così ricorrente nei suoi scritti: la porta dell’orrore di Barbablù, la porta dell’armadio delle meraviglie, la porta che racchiude il giardino segreto, tutte porte “magiche”, che non è dato a tutti vedere e tanto meno aprire, ma solo a pochi eletti che ad ogni costo vogliono vedere cosa c’è dentro, o al di là».

Ne consegue che nella esperienza poetica di Anna Ventura non è possibile eludere
« la porta» e aggiungerei «il ponte» come simboli-correlativi metafisici-metafore del postmoderno, e del post- postmoderno, carichi come sono di ambiguità perché porta e ponte possono separare o unire, favorire l’incomunicabilità e la divisione o consentire la comunicazione: se è chiusa, la porta divide, se è aperta la porta unisce e fa comunicare.
Le porte di Anna Ventura vogliono unire, desiderano consentire la comunicazione fra i lettori e le cose della sua poesia dichiarandosi nel contempo estranea alle poetiche logocentriche. E Rossana Levati nelle meditazioni a me comunicate nella stessa e-mail
osservava:

«[…] la Ventura è estranea a una poetica “logocentrica”, perché se da una parte stanno le parole, e dall’altra le cose, è ad esse che appartiene la sua poesia[…]».

(Gino Rago, 7 aprile 2018)

Anna Ventura
22 aprile 2018 alle 10:11

Ringrazio Giorgio Linguaglossa, e con lui tutti i cari amici che hanno arricchito col loro prezioso contributo critico le mie “Streghe”, frutto della mia fantasia più segreta, del mio immaginario inquieto. Tutti hanno contribuito (come è proprio della critica migliore) a rivelarmi aspetti a me stessa sconosciuti,pensieri sedimentati nel tempo, quasi miracolosamente riportati alla luce da un’ispirazione capricciosa, che sceglie,a mia insaputa,che cosa perdere e che cosa conservare. Da sempre mi divido tra i suggerimenti della ragione e quelli della fantasia; oggi li sento finalmente quasi unificati.

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Poesie da Streghe di Anna Ventura

Il latte buono

Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta
il giuramento a Lilith,
nemica di Adamo. Ce lo impedisce
il più austero dei voti:
quello della libertà. La Storia decise
che la libertà spettava agli uomini, alle donne,
una porzione piccina,
il minimo per respirare. Perciò molte donne
si fecero streghe:
per avere più libertà. Ma il prezzo
fu alto: due libertà non fanno nido. Tuttavia se un uomo
è tanto buono
da offrire la libertà, quell’uomo
può conquistare una strega, con lei
costruire una casa.
Quando ciò accade,
l’arcobaleno ha colori più intensi, i ruscelli
scorrono più veloci e le mucche
fanno il latte buono.

Il Silenzio

Nei paesi del freddo
le vecchie vengono allontanate dalle case,
lasciate sole, nei campi,
a morire nella neve.
Talvolta, dopo la morte,
l’anima della vecchia,
tormentata dalla nostalgia,
torna a casa,
si accovaccia accanto al focolare,
stende le mani alle scintille. Chi la vede
non ha ragione di allarmarsi: la vecchia
non chiede nulla. E, se qualcuno le parla,
risponde col silenzio.

Le trine rosse

Io conosco gli odori delle erbe,
li avverto pure da lontano. Oggi
è il giorno della liquirizia: il mio cesto
è pieno delle sue radici. So fare
una marmellata d’uva
intrisa di liquirizia: me la chiedono
anche le pasticcerie.
Talvolta mi ricordo
della donna che sono stata,
negletta e grigia, addosso
solo palandrane scure. ma dentro,
nella sottoveste,
c’erano le trine rosse. Perciò
mi sono fatta strega.

Anna Ventura di latoAnna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV. Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016)

15 commenti

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15 risposte a “Anna Ventura, Tre poesie da Streghe, One Group, 2018 Commenti di Rossana Levati, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

  1. Amici carissimi, le mie Streghe sono cariche di orgoglio per la vostra attenzione;credo che il loro volo si sia fatto più leggero,la loro speranza di imparare a stare tra gli uomini incominci a somigliare ad una realtà concreta,ad un vero dialogo.Spero di poter comunicare con voi fino ai miei ultimi giorni;perchè tutti noi abbiamo un dono che non tocca a tutti.:quello di coltivare un dialogo chiaro, onesto, privo di qualunque ambizione personalistica.Come i Bonzi che sciamano dalle loro colline,pronti a vivere di carità e di fede.

  2. CREDENZE
    …e ci si pone antenne, radici, connessioni…
    sentire la verità senza un pensiero predominante…leggo
    -stende le mani alle scintille-
    e rapido rapito attendo,
    rispondere con il silenzio delle parole!
    E questo ascolto vano, che accomuna
    a quest’anima
    di strega
    che non si innamora mai,
    che non parla
    e fa il latte buono.
    Da versante senza esagerare
    in questo tempo amaro.

    Hai spostato lo zucchero altrove ma la poesia
    è nella tazza.
    Nera bollente.

    Grazie Ventura,
    Grazie Ombra.

  3. per Mauro Pierno: grazie per la felicissima poesia/commento. che dice molto, moltissimo, sul mio approccio alla realtà e all’immaginario.”Hai spostato lo zucchero altrove, ma la poesia è nella tazza”rivela una intuizione profondissima, che potrei applicare a tutto il mio percorso terreno; ho avuto sempre pochissimo zucchero,nè l’ho cercato; forse non sarei mai arrivata ad una vera forma di comunica-zione ,senza l’aiuto e lo sprone di Giorgio Linguaglossa,che ha consentito alla mia siccità di cactus di esprimere fiori.

    :

  4. Rossana Levati

    La poesia di Anna Ventura contiene in se’ mille strade, proposte ai lettori anche in nome di quella libertà così preziosa per le sue “streghe”: è come se ognuna di queste strade potesse essere liberamente percorsa da noi lettori, conservando il potere di portarci lontano. Sono, forse, le infinite strade, le “cento scalette” che Penelope deve percorrere ogni giorno.
    Tra le tante direzioni possibili, vorrei soffermarmi su due aspetti:
    la “fede intatta” della semplice contadina, “eletta”, è certamente un dono che Anna Ventura ha mantenuto vivo in se stessa, non tanto nel senso religioso ma nel senso di una fiducia nel prossimo da cui non ci si aspetta tradimento, indifferenza, silenzio ma da cui ci si attende con animo puro capacità di comprensione. E’ per questo che, come lei dice, le cose devono essere comunicate, perchè solo così entrano nella vita e diventano vere: “niente esiste, se non è raccontato”.
    Forse l’eletta avrebbe voluto incontrare gli “occhioni pieni di meraviglia” della madonnina di Guadalupe, la preferita della poetessa, quegli occhioni sempre spalancati sul mondo, di cui vedono il male e il bene (“lo sgomento dei bambini, il furore degli uomini”) senza sottrarsi alla umanità, senza compiere il tradimento della sparizione.
    Il secondo punto, come diceva ieri Anna Ventura, riguarda la compresenza in lei di ragione e fantasia, le due linee cui ha sempre fatto riferimento. Sul primo versante, quello della ragione, vorrei ricordare “Non ditelo a Cartesio”, in cui si è presentata come indagatrice razionale del mondo, fedele seguace del filosofo e disposta ad attirarsi l’odio di “un mondo che della ragione fa a meno volentieri”, pronta a rivoltare i sassi per cercare la verità, anche a costo di fare la parte scomoda della “rompiscatole”.
    Ma le due componenti non possono essere separate perchè nel mondo di Anna Ventura, dove confluiscono saggezza popolare e modelli culturali profondamente stratificati, sono necessari gli “occhioni pieni di meraviglia” per vedere le cose nella loro interezza, anche quelle che non appaiono ma pure esistono con altrettanta intensità.

    • per Rossana Levati: Grazie, carissima amica, per l’attenzione alle mie “Streghe”, libro nato quasi da solo, frutto del mio immaginario più segreto:che affonda in un’infanzia difficile, in cui io cercavo le risposte nella realtà immediata,mentre, già da allora,intuivo che le vaghe promesse del mondo difficilmente avrebbero avuto il crisma della concretezza,senza una spalla a cui appoggiarsi .Nell’attesa, dovevo imparare a camminare da sola.Col tempo, ho avuto l’appoggio di Giorgio, del tutto spontaneo e libero da qualunque scopo sottinteso.Oppure, come tutte le cose che contano, remotamente predisposto .

  5. Rossana Levati

    Gentile Anna Ventura, la ringrazio davvero di cuore del suo apprezzamento, e la ringrazio soprattutto per quel “remotamente predisposto” cui anch’io mi trovo a credere e a fare affidamento.

  6. Anna Ventura in queste poesie forse ha raggiunto la limpida dizione che ogni poeta cerca per tutta una vita: dizione che nasce da un equilibrio tra lo scetticismo e la fede, il distacco e la passione, la grazia e l’ingenuità, la gentilezza e la severità, componenti tutte che coabitano in un encomiabile dettato della limpidità espressiva. La Ventura ha percorso una infinità di gradini e di anni per arrivare a questa purezza di dizione e a questa saggezza di vita. Ora il risultato è stato raggiunto, Anna Ventura può tranquillamente parlarci delle cose della morte e della vita con la tranquilla noncuranza con cui ci potrebbe parlare un marziano che ha vissuto sulla Terra e che ha condiviso la sorte dei mortali perché lui solo prende sul serio il discorso del nostro essere-per-la-morte, del nostro essere mortali. «Se prendiamo sul serio il discorso sull’essere-per-la-morte (cosa che non sempre ha fatto Heidegger) la voce non è la presenza ma il dileguarsi del senso, traccia e costellazione della traccia come la scrittura».1

    M. Ferraris, Postilla a Derrida, Rosenberg & Sellier, Torino 1990, pp. 219-220

  7. Carissimo Giorgio, come sempre, le tue parole mi illuminano e mi confortano; però un cruccio mi rimarrà, forse, anche dopo il passaggio terreno: ho peccato di omissione, contro gli altri e contro me stessa?Sono vissuta al di sotto di quel’cinque per cento’che si rimproverava Montale?Si dovrebbe vivere due volte,per fare le cose meglio.Se resterà una traccia del mio lieve attraversamento della terra,il merito sarà tuo.

  8. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/23/anna-ventura-tre-poesie-da-streghe-one-group-2018-commenti-di-rossana-levati-steven-grieco-rathgeb-gino-rago-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-34316
    Talvolta mi ricordo
    della donna che sono stata,
    negletta e grigia, addosso
    solo palandrane scure, ma dentro,
    nella sottoveste,
    c’erano le trine rosse. Perciò
    mi sono fatta strega.

    Ecco in pochi versi un elogio alla femminilità e alla bellezza femminile che ingentilisce il mondo. Anna Ventura in pochi versi va dentro il mistero dell’eros femminile che è stato assoggettato alle ragioni del logos patricentrico. Le streghe indicavano la ribellione delle donne in epoche di clericalismo chiesastico, in epoche di oscurantismo sessuale e ideologico. La poesia di Anna Ventura ci dice, sommessamente e con parole umili, che tutte le donne, in verità, sono streghe… e che le grandi rivoluzioni dell’umanità sono sempre precedute dalla emancipazione femminile e dalla liberazione del desiderio femminile.

  9. Penso a quel grande romanzo sulla liberazione femminile che è “L’amante di Lady Chatterly”.Voglio rileggerlo,per tentare di capirlo,tentare di scoprire quale è il crinale tra il sentimento e la carne, la vicenda privata e la Storia,le affinità elettive e l’attrazione fisica.Molto, purtroppo, dipende anche dalle circostanze.

  10. Sento il dovere di tornare a ringraziare gli amici che hanno tanto generosamente parlato della mia poesia,un grazie particolare a Gino Rago, che ha scritto un vero e proprio saggio, di cui spero di conservare traccia indelebile (in un doveroso riordino di tutta la critica che mi ha onorata della sua attenzione)in un tempo in cui, spero, avrò più forze ed energie di quante io ne abbia in questo momento.Grazie a Costantina, per la felicissima scelta, e a Giorgio Linguaglossa, sempre, per la meravigliosa pazienza con cui segue il mio lavoro.Grazie a tutti voi,che mi seguite con affetto e interesse nonostante la mia distrazione, dovuta, ormai, anche a un fisico che sta cedendo perchè provato da troppe e troppo dure esperienze.

  11. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    L’avVENTURA…

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