Francesco Gallieri, Poesie inedite da Trascendenza del π greco – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Diplopia_polittico

Francesco Gallieri, imprenditore e libero professionista, ha praticato e pratica l’ingegneria chimica dei prodotti solidi. Ha pubblicato, per i tipi di Elmi’s World, il suo primo libro di poesie Fuori dal coro. È fotografo, ha vinto fra l’altro il premio come miglior foto naturalistica al 13° Concorso Nazionale San Simone di Mirabello e come miglior foto di carro allegorico al 9° Trofeo Nazionale del Carnevale di Cento. Dipinge al computer con lo pseudonimo OPENHARTIG.

Francesco Gallieri è un ingegnere, lui che coabita con la matematica non fa fatica e coabitare anche con la poesia, la poesia è come quel π, un numero irrazionale; «il π in matematica è definito trascendente, cioè un numero non algebrico – il che fra l’altro rende impossibile la cosiddetta quadratura del cerchio- spiega l’autore nella nota in premessa – Trentanove cifre decimali di π sono sufficienti a calcolare la circonferenza di un cerchio che circonda tutto l’universo conosciuto, con un errore non superiore al raggio di un atomo di idrogeno.»

Ma è quella asimmetria, quella interruzione della simmetria, quella simmetria azzoppata ciò che interessa il poeta ingegnere: come sia possibile quella irregolarità dei numeri irrazionali, quella irrazionalità che attecchisce all’intero universo.

Negli anni cinquanta il musicista statunitense Morton Feldman, morto nel 1988, parlava di «asimmetrie» e di «crippled simmetry», della «memoria» «crippled»; e che cosa sono queste cose se non quello che noi della nuova ontologia estetica chiamiamo «frammenti»?, ovvero, delle unità interrotte, dei sintagmi spezzati, snodati, disarticolati, delle icone vuote, dei surrogati frastici…  La grande arte del novecento ha saputo fare tesoro di questi inciampi, di questa smagliature del reale e dei sistemi segnaletici nell’arte figurativa, nella musica, nel romanzo e nella poesia. Gallieri forte di queste convinzioni fa di questi azzoppamenti della simmetria, delle dismetrie il suo punto di forza nella convinzione che la poesia italiana del secondo novecento è rimasta legata ad una visione pacificatrice e unilineare della poesia con il suo verso lineare di matrice «zdanoviano-pretesca» secondo la pittoresca espressione di Maria Rosaria Madonna perché segue docilmente la struttura del tempo cronometrico.
Feldman sosteneva che quando si fa una musica della memoria bisogna introdurre una «disorientation of memory». L’osservazione coglie in pieno il centro del bersaglio concettuale: la «crippled simmetry» e la «memoria» «crippled» indicano che nell’arte di moderna la simmetria non può che essere «crippled». Che cosa significa? Significa che in un’opera d’arte che si fa oggi nel Dopo il Moderno, l’invariante stilistica è data dalla «memoria azzoppata», interrotta, deviata, intermessa, lateralizzata, o come altro vogliamo indicarla… il punto centrale è inserire tra le cerniere della sintassi (i verbi) e tra gli elementi connotativi (gli aggettivi), tra i sintagmi denotativi, delle interruzioni, degli azzoppamenti, degli squilibri delle dismetrie… pena la ricaduta in un linguaggio da realismo mimetico, nella poesia convenzionale che riposa sulla sicurezza della tradizione e della convenzione letteraria. Scrive Gallieri:

La coscienza e il sé
sono soltanto effetti secondari,
epifenomeni.

Ma la realtà che oggi la fisica – quantistica – ci impone è stocastica, discontinua, dislocata.

La poesia di Francesco Gallieri, che qualcuno ha definito «tellurica», lo è rispetto alla piatta leggibilità di certa poesia contemporanea; è una poesia nuova e antica insieme: «antica» perché recepisce secoli di cultura letteraria, e «nuova» per via della collisione tra cultura letteraria e cultura scientifica, ed è da questa collisione che nascono bagliori di intensa significazione. Prendiamo ad esempio questi versi:

che il collasso della funzione d’onda
che determina il mondo macroscopico
sia da assegnare a una coscienza universale
che informa il tutto,
che mette insieme immanenza e trascendenza,
scienza e religione.

L’autore riprende una delle ultime teorie scientifiche del «collasso della funzione d’onda», quella «funzione» che permetterebbe alla materia e alla luce e ad altro di percorrere distanze siderali in quanto è predisposta nell’etere una, come dire, strada, diciamo così, privilegiata che, come binari ferroviari, sostengono il treno del movimento delle particelle nel cosmo; ma quel sintagma «collasso della funzione d’onda» è anche una potente metafora poetica che apre nuovi spazi alla significazione estetica. Ecco finalmente un poeta che ci ragguaglia non su fittizie problematiche dell’io ma su questioni che hanno un stringente attualità teoretica e pratica.

«Scopo della poesia è suscitare emozioni, non soltanto ovviamente in chi le scrive ma anche in chi le legge, altrimenti è soltanto sterile onanismo letterario», scrive l’autore; asserzione ineccepibile beninteso, ma a patto che le emozioni estetiche siano il risultato di un lavoro fatto sull’oggettività del linguaggio, sulla sua natura non estetica.

 La poesia di Gallieri è intensa, atipica, ben diversa dall’anemico linguaggio della poesia massmediatica che va di moda oggi, e chissà che nel prossimo futuro non possa contribuire a  rinvigorire i serrati ranghi della «nuova ontologia estetica».

(Giorgio Linguaglossa)

Foto Diplopia

Nota introduttiva dell’Autore

Nella geometria euclidea la costante Pi greco (π) è definita come il rapporto fra la misura della circonferenza e la misura del diametro di un cerchio, indipendentemente dal cerchio scelto.

In matematica il π viene definito come un numero irrazionale. Ciò significa che dato il valore di un diametro il valore della corrispondente circonferenza non potrà mai essere calcolato esattamente qualunque sia il numero delle cifre usate, e, ovviamente, il viceversa.
In più, il π in matematica è definito trascendente, cioè un numero non algebrico – il che fra l’altro rende impossibile la cosiddetta quadratura del cerchio. I numeri trascendenti devono il loro nome al matematico Eulero che, riferendosi ad essi, ebbe a dire: “questi numeri trascendono il potere dei metodi algebrici”

Trentanove cifre decimali di π sono sufficienti a calcolare la circonferenza di un cerchio che circonda tutto l’universo conosciuto, con un errore non superiore al raggio di un atomo di idrogeno. Prime trentanove cifre decimali del π:

3.141592653589797323846264338327950288420

Poesia sul π di Wislawa Szymborska

Segno di meraviglia è il numero π
tre virgola uno quattro uno.
Le sue cifre seguenti sono ancora tutte iniziali,
cinque nove due, perchè non ha mai fine.
Non si fa abbracciare sei cinque tre cinque con lo sguardo,
otto nove con il calcolo,
sette nove con l’immaginazione,
e neppure tre due tre otto per scherzo, o per paragone
quattro sei con qualsiasi cosa
due sei quattro tre al mondo.
Il più lungo serpente terrestre dopo una dozzina di metri s’interrompe.
Così pure, anche se un po’ più tardi, fanno i serpenti delle favole.
La fila delle cifre che compongono il numero π
non si ferma al margine del foglio,

riesce a proseguire sul tavolo, nell’aria,
su per il muro, il ramo, il nido, le nuvole, diritto nel cielo,
per tutto il cielo atmosferico e stratosferico.
Oh come è corta, quasi quanto quella di un topo, la coda della cometa!
Quanto è debole il raggio di una stella, che s’incurva nello spazio!
Ed ecco invece due tre quindici trecento diciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di camicia
l’anno mille novecento settanta tre sesto piano
numero di abitanti sessanta cinque centesimi
giro dei fianchi due dita una sciarada e una cifra,
in cui vola vola e canta, mio usignolo
e si prega di mantenere la calma,
e così il cielo e la terra passeranno,
ma il π no, quello no,
lui sempre col suo bravo ancora cinque,
un non qualsiasi otto, un non ultimo sette,
stimolando, oh sì, stimolando la pigra eternità
a durare.

Oltre al significato di “trascendente” in ambito matematico, il termine trascendente nel suo significato etimologico viene attribuito a ciò che è al di sopra dell’esperienza sensibile. In questo ambito il cerchio, e il π che ne è il simbolo, rappresenta l’infinito e non misurabile mondo trascendente, mentre il quadrato rappresenta il manifesto, misurabile ed immanente mondo reale. 

Per Jung il cerchio è l’immagine archetipa della totalità della psiche, del Sé, contrapposto al quadrato, simbolo della materia, della realtà, del corpo. Essa è l’immagine dinamica del passaggio tra terra e cielo, tra imperfetto e perfetto, dell’aspirazione a un mondo superiore.

E il compito di “far la quadratura del cerchio”, cioè di trasformare un cerchio in un quadrato della stessa superficie, sintetizza gli inutili sforzi dell’uomo per raggiungere conoscenza e qualità divina.

E ancora, il filosofo neoplatonico Niccolò Cusano paragona la conoscenza della verità a una circonferenza in cui è inscritto un poligono, i cui punti di contatto con la circonferenza rappresentano la conoscenza umana. L’uomo cerca di raggiungere la verità aumentando i lati del poligono, cioè aumentando i punti di contatto, senza però che mai sia possibile far coincidere il poligono con la circonferenza.

foto Anna Magnani Herbert List del 1950

Punto,/ che contiene tutte le forme,/ primigenio

I – Geometria

Punto,
che contiene tutte le forme,
primigenio,
ma che non puoi conoscere,
non puoi misurare.

Per la misura occorre un movimento,
un atto che proceda alla manifestazione.
Il risultato è la linea,
proiezione del punto all’esterno di sè,
da potenzialità ad atto compiuto.
Il moto arriva – con infinite possibilità – a un nuovo punto.
Il movimento del nuovo punto,
indissolubilmente legato al primo,
non può che generare un cerchio.
Il cerchio è unità conclusa in sè,
racchiude l’unità perfetta del punto di origine,
non ha inizio nè fine, semplicemente è,
ed è misura di tutte le cose.

II – Campo di punto zero

Nella misteriosa fisica dei quanti
quattro salti all’indietro e uno avanti
se credi che il vuoto
indeterminato
sia privo del vigore ed energia
di strane coppie che incessantemente
si distruggono l’un l’altra
nel balletto
virtuale ma reale,
vibrando alla frequenza
che più gli fa piacere,

non sei aggiornato,
informato,
up-to-date.

Non capisci
che l’energia di punto zero
è la più bassa possibile in natura
ma integrata
è la più grande enorme e spaventosa
che un volume possa contenere.

Se sei confuso
puoi sempre rivolgerti alla rete,
che ti chiarirà,

al passo coi tempi,

quanto fuorvianti
fossero Newton Einstein Darwin e Descartes,

ti farà capire il mistero del residuo,
delle tue memorie, credenze,
insegnamenti animici,
la falsità dei dogmatici sostenitori
del principio di conservazione
e di tutta la termodinamica.

O no?
Abbi fede

 

III – La morte e il cavaliere

Ma quanto è giusto e vantaggioso
cercare un cavallo
per fuggire a Luz, Samarra, Isfahan o Samarcanda
“se i piedi di un uomo sono responsabili per lui,
e lo portano nel luogo
dove egli è atteso?”
( Salomone, Talmud babilonese )

Non è forse più sensato
pensare con Pascal
che sia più nobile
accettare di dover morire,

e scoprire, amico mio,
che in ciò consiste
la vera dignità?

 

IV – Sulla via di Damasco

Se un radicale cambiamento di pensiero
avvenuto in modo inaspettato
rischia di folgorarti sulla strada

ricordati di Saulo di Tarso
circonciso nell’ottavo giorno
ebreo figlio di ebrei
persecutore della Chiesa di Cristo
ma amato da Cristo
quando ne era il nemico.

Non aver paura
di diventare Paolo

di dare un nome all’ombra
della tua insicurezza

di fare del cammino
della tua conoscenza
– via da Gerusalemme per Damasco –
l’impegno e l’orizzonte
del tuo viaggio,
per terra, per mare.

 

VI – Shah a mat

Il pezzo degli scacchi chiamato re
si chiama in realtà shah.
Come si sa
lo scopo del gioco è la presa del re,
che in farsi si dice “shah a mat “, il re è morto,
scacco matto.

Balla e canta mio capitano
avanti là in fondo c’è posto

il re è morto,
viva la poesia,
viva il re.

 

VII – Ognuno ha il finale che si merita

Transitorio
ondeggia fluttua cresce
varia slancia intensifica
trionfale mai trionfalistico
mito nascente
musa umbratile
proemio
peana di ringraziamento
aurora dell’attualità bruciante della storia del mondo
pena inespressa
sorriso e commiato di sfinge
ossessione

ognuno ha il finale che si merita

 

VIII – Quale fra questi il ruolo?

Maggio impietoso

crudele anelito
di fiori di ciliegio
di colori di profumi di terra
di mare

attesa e confronto mistico
incomprensibile

preghiera di imprecazioni e di bestemmie
contro il sacro che contamina
di rabbia e frustrazione
vittime innocenti
di peccati primordiali

nuovo affresco del futuro
che accoglie senza remore
il pastore-bambino

quale fra questi il ruolo?

 

IX – Il godimento subito (con gli slogan si fa prima)

Però dovresti sapere
quanto sia facile perdere due punti
di quoziente intellettivo

se, sotto gli slogan, niente.

Se la pressione evolutiva
smette di premiare le persone intelligenti
ma privilegia la massa degli idioti,
l’assenza di pensiero,
il vuoto di sostanza,

si abbatteranno
le colonne del tempio,

non le potrai rialzare.

Ricorda che la natura, a lasciar fare,
tende al disordine, aumenta l’entropia.
Costa certo fatica
– ma ne val la pena – far sì
che tu non ti disperda,
ti degradi.

 

XI – L’antifona

Se l’antifona
è più lunga del salmo,
nessuno, mio capitano,
starà volentieri ad ascoltarti.

Il tuo canto liturgico
hallelujah hallelujà, preghiamo e lodiamo,
sarà come sabbia in un giorno di vento
fastidiosa
del tutto inutile
che erode le poche certezze
che ancora con cetra e salterio
il manto d’oro e la porpora,
bronzo oscuro,
primordiale,
ci intona il dio-pastore.

Capita l’antifona?

 

XIII – L’orrenda bestia

Se vuoi mangiare
diversamente
devi prima apparecchiare il tavolo,
mon capitaine.

Occorre conoscere, capire, collegare,
svelare radici e implicazioni.
E se
“ancor fecondo è il ventre che partorì l’orrenda bestia”
è questo il modo – ricorda –
affinchè
nessuno un giorno possa dirci:
voi sapevate, ma cosa avete fatto?

Francesco Gallieri viso

Francesco Gallieri

XV – Monismi

Capisaldi metafisici del monismo
materialista
( cioè solo ciò che è fisico è reale )
sono fra l’altro, ontologicamente,
il determinismo causale, la continuità, la localizzazione.
La coscienza e il sé
sono soltanto effetti secondari,
epifenomeni.

Ma la realtà che oggi la fisica – quantistica – ci impone
è stocastica, discontinua, dislocata.

E in più’,
e similmente, per il monismo spirituale
( basato cioè sullo spirito trascendente
come solo principio informatore)
tutta la materia e il sè
sono soltanto epifenomeni,
sono solo soggettivi.

E allora?
Se tutti gli “ ismi “ ti hanno un po’ confuso
ho buone notizie, stai sereno:

pare
che il collasso della funzione d’onda
che determina il mondo macroscopico
sia da assegnare a una coscienza universale
che informa il tutto,
che mette insieme immanenza e trascendenza,
scienza e religione.

Perfetto!

Anche se al riguardo puoi esprimere – licet –
qualche forma ragionevole di dubbio.

XIX – Mi sto perdendo un po’

Se data la lunghezza di un segmento
non sarà mai possibile sapere
con assoluta precisione,
vista la natura del π,
la lunghezza della circonferenza
che ha come diametro il segmento,

e fin qui è tutto chiaro,

più intrigante è il pensare
– non trovi?-

che nel mondo dei quanti
le sovrapposizioni coerenti
di funzioni d’onda
debbano collassare
per diventare attualità.

E se anche gli oggetti macroscopici
sono soltanto
onde di possibilità,
seppure molto lentamente
costretti all’espansione…

confesso a questo punto, apertamente,
che nell’ultima affermazione
mi sto perdendo
un po’.

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10 commenti

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10 risposte a “ Francesco Gallieri, Poesie inedite da Trascendenza del π greco – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Intorno ad alcuni questioni rimaste in sospeso nella poesia

    Sull’Estraneo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/14/francesco-gallieri-poesie-inedite-da-trascendenza-del-%cf%80-greco-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33923
    Il discorso poetico è quel capitolo della mia storia che è marcato da una barratura, da un bianco, abitato da un certo tipo di menzogna che si chiama «verità» della poesia nelle sue svariate versioni: poesia onesta, poesia orfica, poesia sperimentale, poesia degli oggetti, poesia della contraddizione, poesia del minimalismo, poesia del quotidiano etc.; è il capitolo censurato di quella Interrogazione che non deve apparire per nessuna ragione. Il discorso poetico abita quel paragrafo dell’inconscio dove siede il deus absconditus, dove fa ingresso l’Estraneo, l’Innominabile. Giacché, se è inconscio, e quindi segreto, quella è la sua abitazione prediletta. Noi lo sappiamo, l’Estraneo non ama soggiornare nei luoghi illuminati, preferisce l’ombra, in particolare l’ombra delle parole e delle cose, gli angoli bui, i recessi umidi e poco rischiarati.

    È erraneo e ultroneo mettere il Signor Estraneo alla porta. Un atto di suprema ingenuità oltre che di scortesia, perché egli è qui, dappertutto, e chi non se ne avvede è perché non ha occhi per avvedersene.

    Tutto quello che possiamo fare è intrattenerci con Lui facendo finta di nulla, cincischiando e motteggiando, ma sapendo tuttavia che con Lui è in corso una micidiale partita a scacchi.

    Sul «frammento»

    Il frammento reca incisa in sé la traccia dell’essere-per-la-morte,apre un varco dal quale si può sbirciare nella dimensione dell’iscrizione della mancanza, nel vuoto che si apre nella mitica pienezza ontologica dell’essere.

    Ma c’è mai stato un’epoca della mitica pienezza dell’essere? O è un nostro abbaglio? Un miserabile infortunio del pensiero?

    Il «frammento» si dà soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato. Sta tra il dado e la clessidra.

    Ecco perché l’età pre-Moderna non conosce la categoria del «frammento». L’Estraneo fa irruzione nel frammento.

    Si può anche dire così: il frammento è la dimora stabile dell’Estraneo.

    Se in una poesia non ci sono Estranei che spadroneggiano, che entrano ed escono di scena sbattendo la porta, non è poesia.

    L’atto originario è un venire in presenza, ma può venire in presenza solo in quanto esso è un atto a partire dalla indistinzione e indifferenza del nulla che l’origina. Così, l’atto originario che viene in presenza è lo stesso atto originario che si auto annulla e recede nella indistinzione e nell’indifferenza del nulla. L’atto originario, proprio in quanto crea il tutto, simultaneamente crea il nulla, e proprio in quanto si-fa-presenza si fa anche assenza, ossia abolizione di essere e di presenza.

    Sul nichilismo

    è un immenso campo di possibilità, significa che il nulla è prolifico. Il nichilismo è il luogo della possibilizzazione di infinite possibilità espressive, indica che tutte le questioni sono aperte, che tutte le questioni sono possibilizzazioni del pensare, tutte le questioni sono possibili. In questa ottica si ha una grande estensione delle possibilità estetiche come forse mai si è avuto nel passato.

    Presso i minimalisti inconsapevoli di oggi si è avverato l’assunto adorniano secondo cui «la metafisica trapassa in micrologia», vale a dire che senza metafisica si va dritti nella micrologia del quotidiano e della topologia acrilica della poesia e dell’arte alla moda di oggi.

    Sulla metafisica

    Tra l’altro, agli sciocchi che guardano con sospetto alla metafisica, dovremmo dire che una infinità di concetti e parole che tra l’altro usiamo tutti anche nella nostra vita quotidiana quali «libido» di Freud, la «Cosa» di Lacan, il concetto di «Infinito», quello di «Principio» etc. sono tutti concetti metafisici in quanto di essi non si dà e non si potrà mai dare una prova scientifica, sperimentale, che so, isolare l’infinito e dire: ecco qua, abbiamo messo l’Infinito in provetta… voglio dire che senza i concetti e le parole della metafisica noi non riusciremmo neanche a parlare tra di noi… ma anche la parola «poesia» è un concetto della metafisica, senza quella parola scomparirebbe di colpo tutta l’arte di tutti i secoli, dal paleolitico superiore ai giorni nostri…

    Sull’Evento

    L’«Evento» è quella «Presenza»
    che non si confonde mai con l’essere-presente,
    con un darsi in carne ed ossa.
    È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
    o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento.

    Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
    e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico come se nulla fosse.

    La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo
    La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo.

    Con il primo piano si dilata lo spazio,
    con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo.
    Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
    con la metonimia la si raffredda.

    Nell’era della mediocrazia

    ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
    L’atto dello scrivere, corre sempre il rischio di porsi come invasione dello spazio della scrittura da parte del soggetto, corre sempre il rischio di trasformarsi in immagine intransitiva, positiva, autoreferenziale, di risolversi in una retorizzazione del soggetto. Dinanzi alla poesia «in vitro» di oggi potremmo parlare di un pensare scrivendo; in ogni scritto si celano due testi: uno esplicito e l’altro segreto, due inseparabili dimensioni: il testo «in chiaro» e la sua dimensione «nascosta».

    Aristotele ha sostenuto che i segni scritti sono immagine di ciò che «è nella voce», Platone invece come ha rilevato Derrida, ha presentato il discorso orale come ripercussione di una inattingibile archi-scrittura al di qua della voce sensibile, una archiécriture che è la poesia stessa nell’atto del suo prendere forma. Per contro, la scrittura che «appare» non può che agire quale «comunicazione del comunicabile», come affermò genialmente Walter Benjamin, ossia corre sempre il rischio di essere mera trasmissione e pubblicizzazione di significati attraverso i suoi segni pubblici. L’immediatezza di certa scrittura poetica di oggi pensa ancora possibile e attingibile la scrittura come sguardo frontale. È qui, a mio avviso, in questa impostazione categoriale aporetica, che sussulta e frigge la posizione della poesia moderna, in questa oscillazione tra una archiscrittura (celata) e una scrittura dell’immediatezza (manifesta), che non può trovare alcuna soluzione compromissoria.

    Il discorso «manifesto» non può comunicare pubblicamente i suoi messaggi se non si è già attivata la misteriosa danza dell’invisibile archiscrittura. Ogni poesia non può non tendere l’orecchio dell’ascolto nei riguardi del segreto di quella danza nascosta. Ogni poesia è un porre in atto mediante parole ciò che in atto non è.

    La «nuova ontologia estetica»,

    almeno questo è il mio pensiero, non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. Deriva da un atto di sfiducia (adoperiamo questo gergo parlamentare), abbiamo deciso di sfiduciare il governo parlamentare che durava da decenni nella sua imperturbabile deriva epigonica. Occorreva dare una svolta, imprimere una accelerazione agli eventi. E deriva da un atto di fiducia, fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.

    (Giorgio Linguaglossa)

  2. Per Lucio Tosi; Caro Lucio, ecco un commento a un tuo verso.”Il pane in testa”, Ci vorrei scrivere un romanzo, ma mi accontenterei anche di un racconto.Probabilmente non avrò il tempo, e la forza, né per l’uno, né per l’altro, ma il verso resterà per sempre nell’erbario della mia immaginazione.

  3. gino rago

    Proprio perché, come dice lo stesso Gallieri in questi suoi laconici ma icastici versi “[…] mette insieme immanenza e trascendenza,/ scienza e religione.”, sarei tentato di applicare a questo poeta e a questa poesia la confessione di Lucrezio riferendosi alla materia poetica del De rerum natura:

    ‘non sfugge al mio animo che è difficile dar luce, in versi latini, alle oscure scoperte dei Greci, soprattutto poiché molte cose occorre trattarle con nuove parole, per povertà della lingua e novità dell’oggetto”.
    “Nuove parole” per superare la ‘povertà della lingua’ allora in uso per “novità dell’oggetto”: Francesco Gallieri ci riporta al De rerum natura e si confronta sul piano dello stile e della forma-poesia con le istanze della «nuova ontologia estetica», la quale a ben guardare, in fin dei conti è ciò che nel commento precedente Giorgio linguaglossa ha racchiuso in un chiaro pensiero:

    “[la nuova ontologia estetica] non è né una avanguardia né una retroguardia, è un movimento di poeti che ha detto BASTA alla deriva epigonica della poesia italiana che durava da cinque decenni. [E deriva da un atto di fiducia nelle possibilità di ripresa della poesia italiana.]”Dunque, osare, linguisticamente osare, anche perché diversamente aumenterebbe incontrollabilmente l’entropia [come misura del disordine dell’universo] della lingua come lo stesso Gallieri giustamente afferma:

    “Ricorda che la natura, a lasciar fare,
    tende al disordine, aumenta l’entropia”

    E invece la parola può esser governata e chiamata a grandi cose se ci ricordiamo dell’idea di Giorgio Linguaglossa secondo il quale:

    “La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo”.
    Ed è come ribadire: “Dimmi che uso fai del tempo e ti dirò che poesia potrai fare”

    Gino Rago

  4. Noto, con piacere, che sempre più spesso uomini di scienza compaiano in veste di poeti: è un segno di grandissima civiltà,che ci affranca dalla peggiore delle minacce, quella di una società completamente meccanizzata,una nuova barbarie in cui si potrà premere un tasto piuttosto che pronunciare una parola.Per fortuna, la storia del pensiero ci insegna che grandi scienziati furono anche grandi poeti: vedi i Pitagorici e gli Atomisti , Lucrezio nel ” De Rerum natura; Apuleio;Petronio .Niente impedisce che ciò accada anche ai nostri giorni,se il poeta e il critico sono in buona fede.

  5. Cara Anna,
    è vero, gli uomini di scienza più degli uomini di lettere, quando scrivono poesia sono portati ad impiegare un linguaggio preciso, denotativo, dichiarativo, elettrico… e questo è il loro indiscutibile vantaggio rispetto agli uomini di lettere i quali privilegiano la poesia connotativa, ottativa, desiderante, elegiaca.

    Però penso che non bisogna arrestarsi alla semplice presenzialità del presente. Per cogliere adeguatamente il presente la scrittura deve necessariamente fare riferimento a ciò che presente non è più, deve fare affidamento alla differenza ontologica tra il presente-presente e presente-che non-è-più, tra il presente della memoria e il presente della affettività del presente.

  6. gino rago

    Infatti, Anna e Giorgio, Wislawa Szimborska è stata sempre accostata alla folgorazione della matematica.
    Nelle sue opere la Szimborska ha spesso manifestato la sua fascinazione nei confronti della bellezza della matematica e della scienza in genere
    [per esempio era affascinata dalla ‘poesia’ del teorema di Pitagora e dal pi greco che Gallieri ha ben fatto a ricordarci]
    GR

  7. Rossana Levati

    A proposito del Lucrezio citato nei commenti precedenti, che rimane il grande modello per ogni poeta che oggi voglia ricongiungere le strade della riflessione scientifica e della poesia, vorrei citare i rifacimenti lucreziani di Andrea Inglese, intitolati “La notorietà del vuoto. 8 spunti lucreziani”, in particolare il primo che parte dal verso lucreziano “est in rebus inane”:

    “Nella cosa c’è il vuoto, il difetto, lo strappo.
    C’è il tappo, lo scolo, il beccuccio, il forato.
    C’è la porta, la finestra, l’uscita e l’entrata.
    C’è il vano, la fessura, l’oblò, il cassetto.
    C’è il buco del cesso, la crepa murale,
    la falla nel sistema nervoso centrale.
    C’è il baco di Palo Alto
    nelle rete telematica mondiale.

    C’è quella cosa che fa male
    anche nel bunker della merce:
    la feritoia fatale, carnale,
    una bocca da riempire
    di voce da sputare.

    Non basta stipare la stiva
    di spesa, qualcosa, nell’angolo,
    rimane da colmare,
    qualcosa dentro
    la maglia stretta dei tessuti
    che sempre se ne scappa. Si comincia
    a morire”
    (in “La fisica delle cose”, G. Perrone editore, 2011)

    Ed anche questa, ironicamente sospesa tra gli esperimenti di un laboratorio scientifico e il non-senso del nostro vivere:
    In questa poesia
    dicono che l’aria non è un composto qualsiasi
    e che se ne devono occupare loro
    al momento stanno interpretando
    certi modi di essere dell’aria
    fanno venire gente con l’aereo
    preparano costosi e ramificati esperimenti
    la sparano dentro un tubo
    la colorano con dei gas
    la lasciano vacillare dentro provette sottili

    vengono a cavartela di bocca gentili
    la mattina presto con un sistema
    indolore di aspiratori discreti
    e una volta usciti al lavoro
    non ci si pensa più

    si prendono le ordinazioni
    estratti e riposti i fascicoli
    si inviano frantumi di frasi
    senza sapere bene a chi
    nella pausa pranzo

  8. Giuseppe Talia

    Sarà perché è tardi. Sarà perché dopo aver mangiato tanto a cena, fuori, dopo una settimana di duro lavoro, la digestione è rallentata. La chimica, e la medicina, come anche certe filosofie orientali, dicono che nella parte centrale del nostro corpo, stomaco e pancia sono i centri emozionali, dove risiede la forza vitale.
    La fede, mi chiedo, risiede nella pancia o nel cervello? Forse nella pancia, mi rispondo. Ma non solo. Infatti, Paolo, da persecutore (chi perseguita lo fa con la testa o con la pancia?) divenne il politico della cristianità (il politico è di pancia o di testa? Il politico è di testa e smuove le pance).
    Così, tra fede e scienza, tra testa e pancia, “l’orrenda bestia”.

  9. gino rago

    Tito Lucrezio Caro domanda alla Zsymborska :
    «Dove passerai l’eternità?»

    «Vorrei passarla su quell’unica galassia
    dove il pi greco è un numero intero
    e il cerchio diventa un quadrato della stessa superficie».

    «Raggiungimi allora ti aspetto.
    Qui le colombe cangiano al sole le piume.
    Mischiano all’azzurro il colore dei verdi smeraldi».

    GR

  10. Caro Giorgio, ho tentato più volte di liberarmi del presente della memoria, ma non ne sono capace: è un pozzo senza fondo, che invia messaggi spesso non decifrabili:io credo che ci sia anche una memoria connessa con la famiglia,l’etnìa,la specie,archetipi remotissimi ,che nemmeno conosciamo,e che tuttavia sono capaci di condizionarci.Da giovane mi opponevo a questa credenza poco illuministica; oggi mi sembra che le cose che ignoriamo siano molte di più di quelle che riusciamo a comprendere,e che forze ignote, spesso, entrino nel nostro cammino.Ma noi continuiamo a scalare la collina di saggina, come zia Molly,verso una meta che sarà rivelata in un futuro che, forse, non conosceremo.

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