Mauro Pierno, Il Fattore T. (tempo) nella poesia – Poesie inedite – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Il mondo è una Nutella spiaccicata sul disordine della razionalità globale – Il diario desultorio e sussultorio dell’esserci

 

Gif hAPPY BIRTHDAYMauro Pierno, nato a Bari nel 1962, vive a Ruvo di Puglia. Autore di testi teatrali, scrive poesia da diversi anni. È vincitore della terza edizione del premio di poesia organizzata  dall’A.I.C.S. “G.Falcone” di Catino (Bari). Animatore culturale. È presente nell’antologia – il sole nella città -2006 La Vallisa, Besa editrice, sue poesie sono presenti in rete su Poetarum Silva LITblog, Critica Impura, Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche. Promuove in rete il blog “ridondanze”. Nel 2017 ha pubblicato  nella collana “I Quarzi” la prima raccolta in versi  “Ramon” con Terra d’ulivi edizioni.

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Il diario desultorio e sussultorio dell’esserci

Queste poesie scritte sotto l’influsso della nuova ontologia estetica segnano davvero un fatto nuovo nella poesia di oggi, un passo in avanti rispetto alla precedente poesia di Mauro Pierno in quella coabitazione spaesante di tutti i fattori linguistici tipica della sua poesia; qui davvero i polinomi frastici e antifrastici collidono e litigano, eteronomi e transeunti come del resto ogni cosa del nostro mondo che va a formare il diario desultorio e sussultorio dell’esserci.

Innanzitutto, sembra essersi dileguato da questa poesia il Fattore S. (sostanza), almeno nella concezione di quella «cosa» che si vuole eguale a se medesima, conciossiacosaché con essa si dilegua anche l’«essenza» del mondo, in consonanza con quanto afferma Wittgenstein: «ciò che appartiene all’essenza del mondo il linguaggio non lo può esprimere», potendo esso esprimere solo l’effettiva sostanzialità data dagli oggetti, in quanto «gli oggetti formano la sostanza del mondo».1] Vengono così a depauperarsi in questo genere di poesia «le abbondanze rimetiche,/ i riverberi, le incontinenze,/ dichiarare l’inutilità del verso», viene insomma ad essere perento tutto un arsenale di tropi e di tropismi della tradizione novecentesca, anche la stessa certezza del discorso poetico qui viene ad essere infirmata, essendo, in fin dei conti, la poesia nient’altro che aporia. Questo per dire che è caduta, probabilmente per sempre, la visione di una contemplazione tipica del pensiero identificante che costruisce le forme rassicuranti dell’esserci e della sua abitazione nella casa dell’esserci, essendo il mondo una Nutella spiaccicata sul disordine della razionalità globale.

Gif Kiss me as if it were theLa problematica del Fattore T. (tempo) è anch’esso centrale nella «nuova poesia» di derivazione ontologica.

Qui Mauro Pierno si arrischia a scrivere una poesia fatta tutta tra i ritagli del «presente», una poesia irriflessiva, estemporanea, casuale… si badi, non affatto parole in libertà quanto parole tra le fessure del presente, che galleggiano nel presente. Cosa affatto semplice. Anche questa è una modalità per catturare il Fattore T, il tempo, il quale, nella sua essenza, è composto di un non-tempo.

Io, per esempio, adotto un’altra strategia. Lascio le mie poesie per molti anni semivive, nella mia memoria  e fuori della mia memoria (due modi di esistenza del fattore T.); in questo modo, la poesia resta aperta come sul tavolo dell’obitorio, dissezionata… All’improvviso, accade durante gli anni che varie esperienze di letture e di vita mi portano nuovi stimoli, nuove idee, nuove frasi che mi chiedono di entrare in quella o in quell’altra poesia… Così le mie poesie crescono e concrescono, come foreste tropicali, grazie all’ausilio attivo del Fattore T.

In questo mio lavoro di attivo coinvolgimento del Fattore T., il tempo interviene attivamente, si introduce nella casa linguistica come un padrone; io, il mio Ego, si è nel frattempo fatto da parte, anzi, è stato fatto sloggiare. Adesso la casa linguistica è abitata solo dal Fattore T., è esso che guida la composizione verso il suo sviluppo. Qualche giorno fa, ascoltando delle canzoni jazz della cantante svedese Gunhild Carling con la sua band straordinaria, ho avuto in regalo la visita del Fattore T.: molti spezzoni di frasi hanno bussato alla porta delle mie case linguistiche ed hanno chiesto di entrare, alcune sono entrate di prepotenza senza neanche bussare o chiedere permesso; sono loro, mi sono detto, i veri padroni delle mie case linguistiche!.

Invece, Mauro Pierno procede in modo opposto, vuole abitare esclusivamente tra i ritagli del «presente»; ma, caro Pierno, il «presente» assoluto non esiste!, questo lo sappiamo da Agostino di Ippona e da Derrida i quali hanno fatto una disamina precisissima della inesistenza del «presente»; anche Husserl ha precisato che il «presente» in sé non esiste, che il «presente» è fatto di un «non-presente»… E allora cosa dovremmo dedurne? Che la poesia di Mauro Pierno non esiste? In effetti è così, la poesia di Mauro Pierno, nei suoi momenti più riusciti, è fatta di presente e di non-presente, di presenza e di assenza.

È proprio questa l’aporia della «cosa» di cui ho parlato altre volte: la «cosa» che esiste soltanto nel «presente», o che addirittura è scomparsa dal «presente» perché si è perduta, è andata distrutta, è stata rubata etc… ecco, dicevo, quella «cosa» misteriosa è una insopprimibile aporia del mio pensiero, sta qui e non sta qui, è nella mia memoria e non più nella mia memoria… c’è e non c’è, è qualcosa di incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà…

Per fare un esempio diverso: la poesia di Donatella Costantina Giancaspero è tutta basata su fotogrammi impressi nella memoria. Si tratta di ricordi che sono stati elaborati dall’inconscio e che si sono fissati, raggelati. In quei fotogrammi il Fattore T. è stato raggelato, fermato, se ne sta lì, immobile, tagliato fuori dalla vita reale, dall’esistenza nel presente (che è formato da un non-presente). Il lavoro della poetessa si muove «attorno» e «dentro» questo fotogramma, gli dà uno sviluppo metaforico e metonimico. La metafora e la metonimia sono i due binari lungo i quali si sviluppa la sua poesia, sono i trasformatori che traslocano la pulsazione debole del fotogramma-rammemorazione in icone linguistiche, in segni, in parole. È una strategia di cattura del Fattore T., (il tempo). Il tempo viene messo in scatola, viene inscatolato, e così neutralizzato. E questa è ancora un’altra procedura tipica della sensibilità della «nuova ontologia estetica». Non più una poesia a pendio elegiaco come quella della tradizione del novecento italiano ed europeo, ma una poesia della pianura della prosa, una poesia alla maniera di Katarina Frostenson,  Peter Kral, che impiegano fraseologie piane, ipotoniche, lessico basso e raffreddato, ritmi ipotonici, toni cloridrici, ma che può impiegare anche ritmi compulsivi e spezzati del jazz come questa di Mauro Pierno…

La forma predicativa per eccellenza del pensiero identificante nella poesia di Mauro Pierno o di Donatella Costantina Giancaspero, che  si rinviene nella copula «è», è rarissima in quanto la loro poesia è il prodotto di una predicazione non identificante: ovvero, «è» equivale a «non-è». Quando e nella misura in cui ciò riesce, nella poesia scatta la molla del Fattore S. (Sorpresa), del fattore spaesamento. La poesia di Pierno  si ciba di questo continuo spaesamento sbalordimento e stupefazione delle forme espressive. È il suo punto di forza.

Gif As god is my witnessGiorgio Linguaglossa
23 dicembre 2017 alle 12:15
La linea della minima resistenza nella poesia di Mauro Pierno

Scrive Roman Jakobson:
«Vi sono poesie che sono tutte intessute di metonimie, e la prosa narrativa può essere costellata di metafore… ma in fondo l’affinità del verso con la metafora e della prosa con la metonimia è senza alcun dubbio più stretta. Il verso poggia sull’associazione per somiglianza, la somiglianza ritmica dei versi è un presupposto indispensabile per la loro ricezione, il parallelismo ritmico viene percepito nel modo più vivo se esso è accompagnato da una simiglianza (o da una contrapposizione) delle immagini. La prosa non conosce un’articolazione volutamente vistosa in segmenti di uguali caratteristiche, l’impulso fondamentale della prosa narrativa è l’associazione per contatto».2]
Ecco, siamo arrivati al punto. La poesia di Mauro Pierno nasce e si muove da una associazione per contatto, vuoi per il contatto elettromagnetico con la poesia della «nuova ontologia estetica», vuoi per il contatto elettromagnetico con altri testi, nel caso di queste poesie, con un testo teatrale di Edoardo De Filippo.
Ora, queste contaminazioni per contatto, sono un caso molto frequente nella poesia degli autori della «nuova ontologia estetica», e questo non è senza significato. Come in ogni meteora che si va formando anche la poesia di Mauro Pierno si ingrossa a contatto con i gas e le piccole meteoriti che galleggiano nello spazio galattico. In questo spazio, l’associazione per contatto è il modo più proficuo e più rapido per trarre spunto dalla poesia del vicino di casa. In questo tipo di poesia, il «presente» (ovvero, l’istante, l’adesso-ora), regna sovrano (è lo stesso Mauro Pierno che lo dice e lo ripete). Il contatto genera attrito, scintille e, infine, combustione dei materiali infiammabili. E sappiamo quanto la materia poetica sia, per definizione, un materiale altamente infiammabile!
Ci soccorre ancora una volta Jakobson con un’altra osservazione particolarmente brillante:

«La linea della minima resistenza è costituita per la metafora dal verso e per la metonimia dalla prosa il cui soggetto sia smorzato o rimosso…».3]

Mauro Pierno trova giovamento da questa «linea della minima resistenza» perché proprio lì trova l’energia per lo slancio delle sue poesie, le quali hanno necessità di una spinta, di una forza applicata per iniziare la loro navigazione inerziale.

1]L. Wittgenstein, Osservazioni filosofiche, Torino, Einaudi, 1976, p. 40

2] Roman Jakobson, Note sulla prosa di Pasternak in Poetica e poesia, trad it. Einaudi, 1985 p. 65
3] Ivi, p. 66

Mauro Pierno 1

Mauro Pierno

Mauro Pierno
Abbiamo bisogno di nuovi miti
22 dicembre 2017 alle 18:42

Il tempo stesso presente è azione incondizionata. “Questo Natale si è presentato come comanda Iddio”… La poesia dimostra con la sua esistenza la storia…”Co’ tutti i sentimenti si è presentato! “Il passato è esistenza viva da salvaguardare.
Il poeta combatte con il proprio metodo questo presente inesistente che si sfalda inesorabilmente.”Fa freddo, fa freddo, il freddo non l’ho inventato io.”
L’aporia non l’ho inventata io, come l’inverno di Luca Cupiello, “fa freddo…”.
Lo deve fare, è il tempo suo.

“Il advient que notre coeur soit comme chassé de notre corps.
Et notre corps est comme mort.”

“Avviene che il nostro cuore sia come
cacciato dal corpo. E il corpo
è come morto.”
Due rive ci vogliono,

(René Char- traduzione di Vittorio Sereni)

*i titoli di questa piccola silloge sono tratti dal testo Natale in casa Cupiello
di Eduardo De Filippo.

*

È incominciato il telegrafo senza fili

Evidentemente come gli occhi socchiusi
che piangono, che a mente
ricordano i sogni, la vita,
la tua, Francesco, un breve scroscio divenne.
Mista così ad una giornata
di sole, la pioggia, che riconoscesti
acerba, fugace.

*

Sei vecchia, ti sei fatta vecchia!

Artistica sei
come la Maraini,
la Wertmüller,
gli occhiali sulla fronte di Squitieri,
immodificabili;
tu però anche
ti porti in fronte
la voglia matta della vecchiaia,
il sigillo canuto, lo strazio,
il canto, la voce amara di un sorriso
pieno, un cuore aspro solo
umano, in comunicato
solenne, sincera
dimenticanza d’esistere.

*

Conce’, fa freddo fuori?

Quella mano che non ritrovo
quando a letto ti accarezzo
ed i piccoli tizzoni dei tuoi piedi
che trattengo a stento,
sono le stesse smozzicate parole,
amore, che assidero
burbero, silenzioso, assuefatto.
“Fa freddo fuori ?”.
La sostanza non cambia,
sto a ripetermi che nulla accanto
mi appassiona, eccetto te,
e non so spiegartelo!

*

giF 1975

Scetate, songh’ e nnove

Stamani raccolti nelle
pieghe delle mani addormentate,
ripristina i tuoi sogni,
soddisfa appieno il dolore
che sopravviene, cosi come
la luce, scopriti, rianimati.
Di sovrumana eccitazione
perdurano le nostre ore;
semmai dovessi accorgerti del tempo,
a tempo respirerai.

*

O Presepio… Addò stà o Presepio?

Intanto un sogno hai lasciato
che al mattino svelandosi
hai rivestito. Un corpo fantasma,
ridicolo, inanime, esangue sostanza.
Colpendolo al volto
e più volte sul corpo
nemmeno una lacrima
un rivolo strano.
Sopravvivi di certo,
la sostanza non cambia,
passeggiando con accanto
un pullecenella di pezza.

*

O Presebbio!?
Chi è stato che ha scassato o’ Presebbio?

Quante sconfitte allineate
cadenzano; frammentano
la via e sono pure rovine
quelle che addentrandoti scopri.
Trascini sequenze d’immagini
e la sofferenza perdura
e non vengono volti
non vengono visi a rallegrarmi.
Cade perenne quest’ultimo urlo
che un cuore sepolto
palpita invano. La regola
aura son costruzioni di
sangue & mattoni,
– vie Falcone e Borsellino -; eppure
risuonano alti i boati,
gli asfalti divelti.
Rammento soltanto
un silenzio di polvere
pulviscola quiete, acquiescente &
sparsa.

*

“-…ma tu faie overamente?
-Faccio overamente!

E questa è una rivoluzione
fanno, overamente.
Di impegno entro venerdì,
caro Leopoldo,
lo smantellano il Senato,
fanno overamente;
ci toccherà allora rivedere
i parametri, i confronti,
le misure anche della poesia
ed abbattere, sfoltire
i rami secchi,
le abbondanze rimetiche,
i riverberi, le incontinenze,
dichiarare l’inutilità del verso
a verso avverso e nella nota
della salute appuntare pure “però
con qualche malattia!”

*

Questo è un altro capolavoro tuo!

Imminente lo sguardo
che ti coglie impreparato
ad osservarli adulti
già belli & cresciuti
così come semi dispersi
che giorni addietro spargesti e che
invero sopraggiunsero come
rami e tronchi ad osservarti;
chiome altissime perturbate,
remote radici, vaganti vagiti
urla di incolpevoli refoli:
allora ferirvi non era dolore
ma un perpetrare d’amore
che sopraggiungeva a strati
decomposto, vivo.

*

“Niculì, questo poi…
è materia tua, te ne intendi: è corno vero.”

L’odore fuori era di mare assolato
ed arancione, l’aria propensa d’un
adulterio salmastro e
sebbene t’avessi vista e
d’accorgermi non ne avevo voglia,
stropicciandomi gli occhi,
senza sconvolgermi rinveniva
adagio incombente una marea
antica, una canzone, mi tradivi.

*

Aspetta Pasca’… Stuta, stuta: sta parlanno

Dalla tua bici
cadendo poi
non è così difficile
mi dirai di certo
che è anche facile
simulare, adagiarsi e scomparire.
Dalla tua bici
così vicino
casuale il trapasso
un passo breve
ridicolo, accidentale.

*

E mettece duie pastore ncoppa, come vanno vanno

Si è fatta polvere
anche la nostra verità
fastidiosa tra noi
ed impalpabile. Una costante
di punti, inafferrabile,
il tempo univoco dell’inesistenza.
Abbiamo mani e piedi
di un mammifero errante,
la blasfemia dell’informatico.
Proteggici ovunque.

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27 commenti

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27 risposte a “Mauro Pierno, Il Fattore T. (tempo) nella poesia – Poesie inedite – Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Il mondo è una Nutella spiaccicata sul disordine della razionalità globale – Il diario desultorio e sussultorio dell’esserci

  1. Ecco, per esempio, quello che scrive un giovanissimo autore di oggidì:

    Francesco Vico
    Spoiler: alla fine muoiono tutti

    Motivi per comprare questo libretto di poesie

    Per prima cosa acquistando questo libretto di poesie
    (ammesso che siano poesie, non mi piace chiamare così
    le robe che scrivo, le chiamo così in questa roba
    per una questione di chiarezza, poi prometto che smetto)
    hai acquistato un buon numero di foglietti
    scritti solo in parte
    andando
    spesso
    a
    capo,
    e avanza un sacco di spazio per scriverci le cose tue
    (se stai leggendo la versione digitale
    per te questo punto non vale, infatti
    l’hai pagata di meno).
    Inoltre fai bene all’economia
    perché con quel poco che ci faccio
    mi ci posso comprare la birra o le sigarette
    e alziamo un po’ il PIL. Se poi per assurdo
    lo comprano non dico tutti, ma almeno parecchi,
    mi ci posso comprare abbastanza birra e sigarette
    da diminuire notevolmente la mia aspettativa di vita
    e abbassare le possibilità che in futuro io riesca
    a pubblicare un altro libretto
    con il risultato che non devi acquistarne degli altri
    e quindi risparmi.
    Comprando questo libretto di poesie
    puoi anche tirartela un po’ quando viaggi col treno
    e magari provare a rimorchiare
    o a farti rimorchiare
    con la classica scusa del “di cosa parla?”
    Ovviamente funziona soltanto se all’altra persona
    interessano le poesie
    e il rischio maggiore è che l’altra persona
    a cui piacciono le poesie
    le scriva anche
    e voglia leggertene una sua lì sul treno
    con tutto il vagone incazzato che sono le sei e cinquantuno
    e già il treno è in ritardo
    e già piove
    eccheccazzo, almeno un po’ di silenzio.
    Ma il motivo principale
    per comprare questo libretto di poesie
    è che dentro ci stanno delle poesie
    che parlano principalmente del fatto
    che una delle poche cose sicure della vita
    è che a un certo punto si muore
    anche se nel frattempo succedono un sacco di cose
    e non sono quei pensieri che si fanno volentieri
    e magari se li pensi non ci dormi la notte
    e invece così ci ho già pensato io
    e ho provato a mettere ordine in ‘sta gran confusione
    mettendola giù in parole
    così puoi pensare “che bella poesia” o “che immonda
    stronzata”
    e dimenticartene subito dopo.

    Francesco Vico
    Librido, 16 marzo 2017
    ISBN 978-88-94905-04-5 (cartaceo, 10,00 euro)
    (56 pp. 12,8x17cm brossura)
    ISBN 978-88-94905-05-2 (eBook, 1,99 euro)
    http://www.libridolibri.it/spoiler
    Disponibile in formato eBook su tutte le principali librerie online (Amazon inclusa), in formato cartaceo su Amazon.it e ordinabile tramite il sito di Associazione Culturale Librido

    Quarta

    33 poesie “divertentissime” sul fatto che una delle poche cose sicure della vita è che a un certo punto si muore.
    Scanzonata, eclettica, fondamentalmente “strana”: una raccolta di poesia che se da un lato – a modo suo – trae ispirazione dalla “poesia intellettuale” di Jorge Luis Borges mescolandola con il gusto per l’assurdo e per la critica sociale di Vonnegut, dall’altro rappresenta un tentativo di portare la poesia su un binario linguistico di semplicità, che non significa necessariamente facilità o faciloneria, bensì comprensibilità.
    Un libro per riflettere su un tema – quello della morte, della fine connaturata in ogni cosa esistente – che da sempre affascina e spaventa, usando i temi (social network, serie TV, bufale sul web, riscaldamento globale, crisi) della contemporaneità.

    Bio-bibliografia dell’autore

    Francesco Vico nasce nell’entroterra di Savona nel 1982, dopo il diploma tecnico in elettronica e telecomunicazioni passa a studi di filosofia prima a Genova e poi a Bologna, senza portarli a termine.
    Organizzatore di eventi culturali e spettacoli, autore (il romanzo “Le avventure di Luchi & Striche” nel 2012, la raccolta di racconti “Perle di saggezza di uno scarabeo stercorario” nel 2013, la silloge “Disturbi del sonno” nel 2015, oltre a numerose partecipazioni in antologie di racconti e poesie e una manciata di prefazioni a libri di altri), fondatore e presidente di Matisklo Edizioni dal 2013 alla chiusura nel 2017, fondatore di Associazione Culturale Librido.
    Tra gli ideatori delle Raindogs Poetry Night ospitate a cadenza bimestrale dal 2007 nel circolo Raindogs di Savona, sue sono le installazioni/performance “Aria di Festa” (Erli 2010), “Fontanella Imbottigliata” (Mallare 2011) e “Generatore automatico-ecologico di realtà” (Erli, 2012).

  2. gino rago

    Nulla da poter aggiungere alla completa ermeneutica di Giorgio Linguaglossa sia sulla originalità dei versi di Mauro Pierno – di particolare efficacia comunicativo-interpretativava la Linea della minima resistenza di Jakobson che nella sua disamina Giorgio Linguaglossa ripropone – sia sulla scrittura inconsueta del giovane Francesco Vico. Vuoi di questo giovane poeta, il savonese Vico, poeta doc proprio come il chinotto di Savona, vuoi della poesia di Pierno, una cifra mi sembra di poter cogliere in virtù d’una mia lettura attenta, sì, ma ben guidata dal viatico critico linguaglossiano, nei loro versi ed è questa: il coraggio di osare sul piano linguistico e di conseguenza anche sul piano della forma-poesia. Questo dato, non proprio diffuso, né praticato, nel nostro recente fare poetico, mi ha fatto apprezzare queste due voci ( Mauro Pierno – Francesco Vico ) e in loro scorgo i fermenti linguistici del mio amore segreto, mai svelato della mia intima geografia letteraria, del nostro Novecento: Tommaso Landolfi (Pico Farnese (Frosinone), 1909 —- Ronciglione (Roma), 1979) del quale propongo il racconto più esilarante del nostro Novecento: La Passeggiata.
    Un racconto, come facilmente si può cogliere dalla sua lettura, costruito pezzo su pezzo con parole desuete, fuori uso, arcaiche, ma non inventate,
    parole tutte vere.

    Tommaso Landolfi (1909 – 1979)

    La passeggiata

    “La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima … Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
    In verità siamo ormai disavvezzi agli spettacoli naturali, ed è perciò da ultimo che siam tutti così magoghi e ci va via il mitidio. Val proprio la pena d’esser uomini di mobole, se poi, non che andarsi a guardare i suoi magolati, non si va neppure a spasso!…
    Basta. Uscii dunque, e m’imbattei in uno dei miei contadini, che volle accompagnarmi per un tratto. Ma un vero pigo! In oggi di quegli arfasatti e di quelle ciammengole o manimorce, ve lo so dir io, non se ne trova più a giro; né servon drusce per farli parlare, ma purtroppo hanno perso anche la loro bella e pura lingua di una volta. Recava due lagene.
    — Dove le porti?
    — Agli aratori laggiù: vede, dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro.
    — E il mivolo, o il gobbello?
    — Bah, noialtri si fa senza.
    E meno male che non avete al tutto dimenticato la vostra semplicità, pensai. Ma volevo scatricchiarmi; finalmente lui andò pei fatti suoi e potetti rimaner solo, e presi per una solicandola.
    Che dirvi? quando mi trovai tra quei miei piccoli amici senza parola, lo gnafalio, il telefio, il mezereo, e tutta quella gualda, mi si aprì il cuore. Procedetti, e principiarono i camepizi, le bugole, gli ilatri, i matalli, gli zizzifi anche, benché, a vero dire, guasti alquanto dall’exoasco o dall’oidio; e zighene e arginnidi (pafie o latonie) e le piccole depressarie passavano di luogo in luogo; e, accanto o sopra me, trochili e peppole, parizzole e castorchie, e l’aria era tutta uno zezzio, un zinzilulio… E c’era poi il popolo minore: le smicre, i lissi, l’empidi medesime, e chi potrebbe noverarlo tutto!…
    Alla fodina ormai l’acqua da tant’anni stagnava: rabeschi di gigartina, fumoso trasparire di carta, e zannichellia e scirpo; giungendo io, tre farciglioni fuggirono, e balenò un cimandorlo. Ma era destino che neppur qui fossi lasciato tranquillo. Sentii frusciar la frasca alle mie spalle; mi volsi: il gignore del ferrazzuolo che sbiluciava.
    — O tu?… Beh, che si fa di bello al distendino?
    — Uhm, poco di bello: il padrone s’è dato piuttosto alla moatra.
    Anche questo! Io non sono un lerniuccio, ma via…
    — Già, — riprese, — da noi ora è troppo se si fa fernette; mancano perfin le ingordine.
    — Bravo davvero il tuo padrone!
    — Mah, si sa bene, quando la s’infaona…
    — E qui ora che ci fai?
    — Per via dei leucischi. Ci si buttaron noi anni addietro.
    — Ah, ecco; e come…
    — Coi prostomi e colle molleche, — rispose pronto.
    Non era un caramogio, come non era uno sbiobbo, s’ha a dire. Ma io lo lasciai lì e mi spinsi innanzi per la lonchite. Sapevo che da un certo punto si scopriva una bella vista.
    Ed eccolo laggiù, il gran padre; e perfino si scorgevano brillare i froncoli quando prendevano il sole. E v’era una checchia venuta di lontano, con tanto di bonette all’ipartia… Quanti pensieri, quante fantasie m’invasero allora! Usava più il chenisco? Oh tempi d’una volta: “Inguala!”, e via per iciche, per mocaiardi, per cheripi, per lanfe. E qualcuno moriva in terra straniera, ma la chernite ne riportava intatte le spoglie al paese natale: o aveva anch’essa ormai perso la sua virtù?…
    Ah, s’era fatto tardi: sull’afaca e sulla ghingola compariva la trochilia, sull’atropa l’atropo, sull’agrostide l’agrostide; dove pur mò sfolgorio di sole, non era ormai che un ghimè; si diffondeva odor di nectria; s’udiva un ghiattire lontano. E così passo passo me ne tornai.
    — Or mentre io fendo i sisimbri e finché sia giunto a casa, dimmi o amico lettore: son io poco un ghiargione? Tu non rispondi, e con ciò assenti; e non hai torto. Pure, non ne darei un ghieu di chi non sapesse empirsi gli occhi e l’anima come io feci quel giorno, o, sapendo, volesse tenersi ogni cosa per sé solo.
    Ma ecco giunsi: la mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava, se non quella stessa, una bozzima.”

    Gino Rago

    • certo l’andante popolare è sempre divertente
      a me viene in mente il minollo…la letteratura è altro…pero…
      (autore che approfondirò, grazie Rago)

      (dedicato a Tosi. abbraccio)

      grazie, OMBRA.

  3. “ll rischio maggiore è che l’altra persona a cui piacciono le poesie le scriva anche”; mi piace, questa serena ironia di un giovane che si av via sul sentiero arduo della poesia con grazia e disinvoltura, senza pensare che un giorno potrebbe anche lui ritrovarsi nello stuolo solenne dei “poeti laureati”.Auguriamoci che quel giorno sia lon tanissimo,così da poter sempre contare su un po’ di erba fresca, in tempi di siccità istituzionalizzata. ANNA VENTURA

  4. donatellacostantina

    Io avverto nella poesia di Mauro Pierno molta ricerca consapevole dettata da una viva necessità di trovare nuovi percorsi espressivi. In questo senso, mi pare molto significativo il fatto che Mauro abbia ricevuto un impulso proficuo proprio dal contatto con la poesia della «nuova ontologia estetica», un “contatto elettromagnetico” – così lo definisce Giorgio Linguaglossa -, che produce il medesimo effetto anche quando la poesia entra in relazione con testi altri, i più disparati, com’è visibile in molti autori della NOE.

    Le parole di Mauro Pierno aspirano allo spaesamento dell’immagine, tendono a una visione frammentata e conflittuale, non riconoscendo più come realistica una rappresentazione pacificata nella certezza del pensiero: «è caduta, probabilmente per sempre, la visione di una contemplazione tipica del pensiero identificante che costruisce le forme rassicuranti dell’esserci e della sua abitazione nella casa dell’esserci» – scrive Giorgio Linguaglossa -.

    Guidato da questa consapevolezza, il poeta cerca sempre di mantenere il massimo controllo della materia verbale, intervenendo costantemente su di essa. Tale controllo imprime alla poesia quel suo personalissimo carattere estemporaneo e “casuale” che – attenzione! – non ha niente a che vedere con la casualità. Al contrario, le parole di Mauro Pierno sono ben selezionate e le immagini afferrate tra le smagliature di una retina che guarda la realtà nella sua a-temporalità.

  5. https://poetarumsilva.com/2018/03/30/maurizio-milano-blatte-resupine/#comment-31597

    Confronto per confronto…
    (Ringrazio Fabio Michieli di Poetarum Silva per questa proposta)

    come dire qui mi sento a casa…una casa
    fatta di voci, un super attico napoletano…
    e penso all’ultima dimora di Leopardi…
    solo per affinità di affaccio…Veroniche in suspance. (Direbbe la Dono) Autoritratti senza sequenza…queste
    effigi mi meravigliano!
    Surplace!

    E dalla Ventura manco un commento!?
    …e poi sapete tutti quanto in questa frequentazione ci creda!
    Abbraccio tutti.

    Grazie Ombra.

    • Mi scuso per non avere espresso un commento alle poesie di Mario Pierno, che lo merita pienamente;a volte, il ritmo del blog ( e delle beghe umane inevitabilmente connesse con ogni evento collettivo-leggi Pasqua-) è più veloce delle nostre possibilità di riscontro ,e Mauro Pierno merita molto di più di una lettura superficiale .Nell’immediato, posso dire che il suo discorso poetico mi convince pienamente,rivela un poeta che ha raggiunto un’ alta maturità artistica, e che tuttavia può ancora riservare delle novità,sia sul versante del pensiero che su quello, strettamente connesso, della forma espressiva.Il poeta ha questo vantaggio:può essere giovane quando vuole , specialmente se la poesia è una sua costante compagna di viaggio.

  6. Il promemoria.

    di Lucio Mayoor Tosi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/07/mauro-pierno-il-fattore-t-tempo-nella-poesia-poesie-inedite-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-mondo-e-una-nutella-spiaccicata-sul-disordine-della-razionalita-globale-il-diario-de/comment-page-1/#comment-33672
    La mia massima aspirazione è fare cronaca
    di questo tempo. Sia pure di farla senza volontarietà.
    Mettere insieme cose che neppure riesco a vedere:
    l’epoca, lo svolgersi del tempo confuso nelle circostanze
    di tutti gli abitanti del pianeta.
    Prima scala a sinistra.

    Il cielo sull’obitorio.
    Da quelle parti, tutti quei nomi. Io che non so
    scriverne uno in poesia. Ci siamo quasi.

    L’acrobazia di non esserci più in quanto si è scritto.
    Di esserci stati solo per momenti. Poesia celere.
    Con la netta sensazione di appartenere a una specie
    prima che a un popolo. Quindi di avere perso strada facendo
    la capacità che hanno le anatre di intendersi quando volano
    nello stormo. Quando migrano. Ma noi senza muoverci.
    Solo con il pensiero.

    Ho viaggiato in molti autobus.
    Esterrefatto. Joaquin Cortes – Cordoba 1969 – venne alla ribalta
    quando i fenicotteri minacciarono lo sciopero della fame.
    Con questo mondo bisogna fare i conti.
    Riunire qualche coccio. Deviare aspettative. Svoltare.
    Si suona alla porta. Si sta lì. Senza dire niente.
    Venerdì 6 aprile.

    Con negli occhi quelli della marmotta
    che sul sentiero ci guardò incuriosita. E noi anche più di lei.
    Non sbiadisce. E’ scritto sulla scatola.

  7. Caro Lucio, “la netta sensazione di appartenere a una specie prima che a un popolo”,prima o poi, la proviamo tutti; ma anche quella di poter volare in mezzo a uno stormo, di potersi allineare a una fila di lumache,di condividere l’attivismo delle api e la tenacia delle formiche.Tutti insieme, stiamo ; Adamo avrebbe voluto essere solo:di Eva gli importava pochissimo. Ma le cose, come sempre, se ne andarono per loro conto.Adamo dovette accettare la dura realtà condominiale,imposta da Eva, che implicava la coesistenza di figli, zii, cugini ,nipoti e pronipoti; col tempo, forse, finì con l’affezionarsi.

    • Grazie, cara Anna, per l’iniezione di fiducia. Io ancora non so se quello che provo lo provano anche i muri. Ho il sospetto di sì.
      Stamattina, dopo aver letto le poesie di Mauro Pierno, anzi, prima ancora di leggerle, mi sono detto Inizia bene questa giornata! Mauro riesce a trasmettere buon umore, anche quando si affligge. Non posso commentare. Ho l’impressione piacevole che in Lui sia in atto una frantumazione, e al contempo sta bene attento all’insieme. Ho letto molto volentieri, parliamo con lo stesso linguaggio.

  8. Alfonso Cataldi

    Trovo le poesie di Pierno molto compiute rispetto ai primi tempi in cui sono arrivato su questa rivista. Ora sento un punto di appoggio, mentre prima molto spaesamento. Vico lo conosco abbastanza bene. la sua scrittura è ineccepibile. Questa presa di coscienza della morte heiddegeriana è il segreto per una apparente leggerezza.
    Chi sa

    Il faro è sempre stato lì naturalmente
    sotto il tunnel lavico più adatto all’ipotesi marziana.

    Nel gruppo degli acquerellisti, l’admin ha messo in palio un premio.
    Vince chi lo trova
    impenitente
    nella mareggiata.

    Il maggiordomo ha stretto un patto di non belligeranza
    con gli accadimenti delle stanze riservate.
    Preserva la tenuta dai fraintendimenti della storia.

    Wimbledon ‘80. L’enorme quantità di ghiaccio non cede ai colpi di mortaio.
    Le pause sono sorsi d’acqua che colmano la fine.
    Game. Set. Partita.

    Dispensa molecole ordinarie
    di comprensione per l’attesa, un mantice
    affidato
    alla dipartita
    dei quattro monoliti neri.

  9. Giuseppe Talia

    Bravo. Molto più bravo della Ferramosca, per esempio, che ha nelle corde un na-na-na-na, nanana:
    Queste mi paiono di un ritmo diverso. Complimenti.

  10. Giuseppe Talia

    Mauro Pierno

    Tu ci guardi con un occhio solo.
    Un occhio gigante. Silvano.
    Tu ami, tu sai amare. Il monocolo
    d’emblée, forse un po’ naif, ma
    chi può ri-dire ancora nella complessità
    del tempo escatologico “O Presebbio?”

    • Grazie Talia…
      Un po’ Polifemo lo siamo tutti…
      Lui è gli altri lo credevano di più,
      era strategia prospettica…dall’alto.
      Dall’alto.
      Perseguire il distacco. Questo è cogliere.

      Grazie, Ombra.

      • donatellacostantina

        Wow, cosa vedo?!, la Quinta di Beethoven!!! Peccato che in questo video venga interrotta sul secondo movimento (“Andante con moto”)… Va be’, ci penso io: ecco la Sinfonia completa, in Do minore op. 67, diretta da Erich Kleiber (1890 – 1956). La registrazione, del 1953 (non ’52), è incredibilmente buona per l’epoca.

        I. Allegro con brio
        II. Andante con moto
        III. Allegro
        IV. Allegro – Presto

        Caro Mauro Pierno e cari amici tutti…
        Buon ascolto!

  11. Giuseppe Talia coglie in pieno il bersaglio quando osserva che ci sono autori che scrivono:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/04/07/mauro-pierno-il-fattore-t-tempo-nella-poesia-poesie-inedite-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-il-mondo-e-una-nutella-spiaccicata-sul-disordine-della-razionalita-globale-il-diario-de/comment-page-1/#comment-33692
    na na – na na – nananana

    con il che ne viene fuori una ninnananna, un ritmo addormentato che invoglia al sonno. Permettetemi di non fare nomi altrimenti mi tiro addosso altre avversioni.

    Ma il fatto è che sono ormai più di cento anni che Tynianov, Sklovskij, Jakobson e gli altri formalisti russi e di Praga ne hanno scritto. Probabilmente i “poeti” di oggi non li hanno mai letti, altrimenti non scriverebbero:

    na na – na na – nananana

    Scrive Jakobson:
    «il parallelismo ritmico viene percepito nel modo più vivo se esso è accompagnato da una simiglianza (o da una contrapposizione) delle immagini.»

    Mi sembra chiarissimo, non avrei altro da aggiungere. È chiaro che per evitare che il lettore si addormenti sulla pagina scritta dobbiamo intervenire nella struttura frastica con dei tagli, delle interruzioni, delle disconnessioni, degli slogamenti, così:

    na na / na na [/] nananana
    ni na // né ni /-/ nu na no /-/
    ne ni //-/ ni no /-/ ne na…

    etcetera, etcetera…
    Mi sembra elementare.

    Proprio ieri sera leggevo l’ultimo libro di poesia di Enrico Testa (Cairn, Einaudi, 2018). Purtroppo la struttura frastica non riesce mai ad uscire dalla sua prigione frastica, tranne che in qualche momento quando la ripetizione del punto interrompe la cantilena, frasticamente parlando, ineccepibile e introduce delle spezzature, delle interruzioni. Il fatto è che l’autore non arriva a percepire la monotonia della struttura frastico-immaginativa della sua poesia e, nonostante alcuni momenti espressivamente felici, non riesce mai a «bucare» le pareti della prigione (dorata) che si è dato. Il fatto è che l’autore non è consapevole della «prigione frastica» nella quale ha posto il suo discorso poetico, e che funge da «cornice» del suo discorso poetico. Da quella prigione non è possibile uscire se non tramite un atto di effrazione, una vera e propria evasione a mano armata. È che bisogna avere del coraggio per fare una evasione a mano armata. È un salto mentale notevolissimo che pochissimi detenuti fanno. In fin dei conti, il poeta è simile ad un detenuto: si trova segregato dentro il linguaggio che ha ereditato, e alla fine quel linguaggio diventa la sua prigione. È che prima ancora di scrivere una frase, bisognerebbe entrare con il pensiero dentro il pensiero di un altro pensiero: che la realtà, quella che chiamiamo realtà, è un atto innanzitutto immaginario; noi nominiamo sempre la realtà, la realtà la percepiamo sempre e solo attraverso il linguaggio, e il linguaggio che usa Enrico Testa nomina una realtà che io conosco già da molti decenni, e che mi induce al sonno mentale; la realtà che io voglio conoscere è invece un’altra, una realtà che non conosco ancora, e che mi sorprende, mi sbalordisce, mi scuote. E questo lo può fare soltanto il linguaggio, ma il linguaggio che viene pensato da un altro pensiero, un pensiero che vuole forzare la «prigione dorata» nella quale il linguaggio della poesia ordinaria mi (ci) ha relegato.

    Vorrei anche dire che nel libro di Enrico Testa c’è una poesia intitolata «Metafisica del pollaio». Ecco, quella sarebbe stata la via giusta da intraprendere: fare una poesia da «pollaio», una poesia di stracci, intraprendere la via di un’altra «metafisica», ma non con le parole della vecchia «metafisica», ma con le parole di una nuova «metafisica»… ma qui ci si imbatte in un problema insormontabile, irrisolvibile se lo consideriamo con le parole e la logica della vecchia «metafisica», se non operiamo un «salto», dalla vecchia metafisica alla nuova. Un salto mentale, culturale. Ecco la poesia riportata sulla copertina della edizione Einaudi, sarebbe dovuta essere questa la traccia da seguire per una nuova poesia, e invece questa traccia è rimasta inesplorata, la gran parte del libro è composta di poesie ancora tradizionalmente narrative, diciamo, di tematiche di «paesaggio», quando invece le cose migliori del libro vertono in una direzione, quella della utopia della parola a nominare il mondo, che è rimasta inesplorata:

    dicono che vi sia una parola
    che dice ancora
    quando non c’è piú niente da dire,
    che non dà nome
    a ciò che è senza nome
    ma come un abbraccio l’accoglie
    e perdonandogli ogni colpa
    l’invoca e – ma forse straparlo –
    è pure pronta a celebrarlo

    Quando Lucio Mayoor Tosi nella poesia postata poco sopra, scrive:

    La mia massima aspirazione è fare cronaca
    di questo tempo. Sia pure di farla senza volontarietà.
    Mettere insieme cose che neppure riesco a vedere…

    dice una cosa sacrosanta, fa una affermazione di poetica di grande coraggio intellettuale, a Lucio interessano le «cose che neppure riesco a vedere». Più chiaro di così! Le cose che vediamo sono già state nominate, un poeta non può essere interessato alle cose che sono state già nominate, altrimenti scriverebbe su quelle «cose» con un linguaggio già impiegato. Noi vediamo le «cose» soltanto quando un nuovo linguaggio ce le fa vedere in un altro modo, sotto una luce diversa, allora veramente riconosciamo le «cose».

    E che cosa sono le «cose»? Chiediamolo ad un filosofo (con il quale sono in disaccordo quasi su tutto), a Sergio Givone:

    «la realtà stessa si rivela finalmente per quella che è: non uno stato di cose (che la filosofia descriverebbe secondo verità oggettiva, rispecchiandola) ma una serie di eventi (eventi della verità inoggettivabile che vuole essere interpretata e solo nell’interpretazione vive)».1]

    Siamo arrivati al punto: l’atto della nominazione di una «cosa» o di «uno stato di cose» ci rivela per la prima volta, insieme alla «cosa», l’evento che quella cosa è.
    Ed è questo ciò che tenta di fare la nuova ontologia estetica.

    1] S. Givone Trattato teologico-poetico, il melangolo, 2017 p. 109-110

  12. Guglielmo Peralta

    A proposito del fattore T, esso può, paradossalmente, inibire la scrittura. Nell’attesa della composizione ideale, la pagina bianca può restare tale e rappresentare l’ “emblema” di ciò che, diversamente dal significato etimologico del termine , “non” può essere posto dentro e, dunque, è destinato all’assenza. D’altra parte, la scrittura è sempre una pagina bianca!

  13. gino rago

    Caro Guglielmo Peralta,
    la pagina bianca non è anche metafora del silenzio il quale di per sé è già il linguaggio spinto al punto del non ritorno, come Michelangelo con la Sistina nella storia dell’arte? O anche, come ci ha educato a pensare il Giorgio Linguaglossa della Critica della Ragione Sufficiente, [ la pagina bianca] come il vuoto della brocca di Heidegger-Lacan? O anche infine come [questa idea attraente, vera e terribile è tua] sepolcro della Poesia?
    GR

    • Guglielmo Peralta

      Sì, caro Gino, la pagina bianca è ciò che tu hai bene indicato. Aggiungo che è anche “il grado zero della scrittura”, che Barthes ha colto nella “scrittura bianca di Camus” e nella “scrittura parlata di Queneau”, dove si annuncia la crisi della letteratura e l’avvento (auspicato) di un linguaggio universale che non arriva, io dico, per fortuna della scrittura stessa, la quale così può continuare ad esistere, al di là di ogni sua regressione!

  14. La pagina bianca è amore. Non fosse così, sarebbe nera.
    Provate, la prossima volta che state per iniziare a scrivere. Per l’esattezza, è mancanza d’amore. Ne soffriamo tutti. Non è una romanticheria.
    Invece vorrei dire delle parole “Nulla” e “Vuoto”:
    se ne sta abusando! Le ritrovo in moltissime poesie, come se bastasse nominare una cosa perché questa si avveri. Invece si ottiene l’effetto opposto: la cosa sparisce, perde significato… alla larga!

  15. gino rago

    Gino Rago – Da Tu Quoque a Streghe: la poesia di Anna Ventura verso una nuova prosodia

    Suggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, [borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura].
    Riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza?
    Quella porta [lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta “Streghe” di Anna Ventura] e quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta, invisibile ai più, come metafore della Poesia, per Anna Ventura?].

    Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo o appunto di metafora: la Porta delle Streghe, esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’insolito e il Mistero del vivere, è ben riuscita metafora della poesia e quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti.
    Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto

    ”[…]Quando ciò accade,
    l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli
    scorrono più veloci e le mucche/
    fanno il latte buono.”

    si nota senza sforzi che da essi si distacca la volontà luminosa del poeta di volervi
    suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “SORPRESA” di cui ha parlato Papa Francesco nella Omelia di Pasqua: «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…»
    E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone, oppure di lasciarle nella stasi della indifferenza, come spesso succede con ‘altre’ persone.
    Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’.
    E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non subirono la spinta a mettersi in movimento in fretta. Com’è forse per la poesia, per Anna Ventura la poesia-creatrice-di sorpresa
    Che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne
    Il senso del mistero. Questa la cifra tematico-allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte postura estetica.
    Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia,
    essa è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua.
    In sede puramente estetica, la poesia di Anna Ventura da Tu Quoque a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella

    di un Różewicz

    [“Queste forme un tempo così ben disposte
    docili sempre pronte a ricevere
    la morta materia poetica
    spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
    si sono spezzate e disperse…”]

    che Giorgio Linguaglossa, nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia, non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi ,come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura,
    «nel grande fiume delle cose che non aspettano niente»,
    ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Giorgio Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica».
    Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo [in ‘Il latte buono’, pag. 51]:

    “Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta
    il giuramento a Lilith,
    nemica di Adamo[…]”

    Gino Rago, 7 aprile 2018

    • Rossana Levati

      Le porte

      L’unica traccia visibile del soggiorno degli angeli sulla terra sono le porte, la più nobile sezione della spelonca umana chiamata casa. Non sono oggetti semplici, come il tavolo o la conduttura dell’acqua, ma esseri spirituali, alti, bianchi e alati.
      Abbiamo compiuto, in accordo con la nostra natura, una serie di profanazioni chiudendole a chiave, con boncinelli, o serrandole empiamente con assi.
      Ma quando spalanchiamo le porte in occasione delle grandi solennità, ha inizio il mistero dell’annunciazione.
      (Z. Herbert, da “Opere sparse” in “L’epilogo della tempesta”, Adelphi)

  16. gino rago

    Un frammento delle meditazioni di Rossana Levati sulla mia nota [su Streghe di Anna Ventura].
    Dalla mia e-mail con-divido con L’Ombra delle Parole

    [Caro Gino Rago]

    “[…]Giustamente tu dici che la Ventura è estranea a una poetica “logocentrica”, perchè se da una parte stanno le parole, e dall’altra le cose, è ad esse che appartiene la sua poesia, totalmente lontana dal nichilismo e da ogni scetticismo, lontana dai giochi verbali che spesso coprono un vuoto di fiducia e di valori.
    Ogni volta che Anna V. interviene su l’Ombra, riesce sempre a dare una spinta “in positivo”, a vedere i segni di vitalità della poesia quando tutti ne annunciano la morte, a trasformare le sue parole in un “lievito” che agisce nel mondo e nelle cose, facendo crescere armoniosamente significati e prospettive, a indicare una strada da percorrere quando sembra che tutto sia bloccato e impraticabile.
    Forse ha il dono del volo, che la fa sollevare dal quotidiano e trovare le soluzioni invisibili a tutti; e poi le propone, serenamente accettando la vita com’è.
    Ti dirò che vorrei trovarlo anch’io il paese dove le mucche fanno il latte buono; ma può darsi che anch’io discenda da Lilith, e non da Eva! Non mi ero mai posta questa domanda, ora comincio a pensarci! ”

    Rossana Levati

  17. Carissimi Gino Rago e Rossana Levati, vi sono gratissima per l’attenzione con cui seguite, e commentate ottimamente, quei versi che ancora riesco ad esprimere,nonostante gli impacci quotidiani che talvolta si fanno pesanti. Scrivere, parlare, hanno un senso solo se qualcuno ci ascolta,se qualcuno ancora riesce a cogliere nelle nostre parole quel meraviglioso senso di “sorpresa”che è quanto di meglio l’arte possa offrire.Come l’inaspettato fiore del cactus, come il ramo nero improvvisamente verde di piccole foglie,come la luna gialla che spunta ,inaspettata,nella tenebra del cielo.

  18. gino rago

    Segnalo in punta di piedi ai/alle frequentatori/frequentatrici de L’Ombra delle Parole la mia nota critica sulla ‘poetica delle cose’ in Tu Quoque di Anna Ventura proponendone
    il link

    lombradelleparole.wordpress.com/2015/02/09/sette-poesie-inedite-di-anna-ventura-in-fondo-in-fondo-due-fili-derba-guadalupe-la-nebbia-
    GR

  19. gino rago

    Segnalo in punta di piedi ai/alle frequentatori/frequentatrici de L’Ombra delle Parole la mia nota critica sulla ‘poetica delle cose’ in Tu Quoque di Anna Ventura proponendone
    il link

    lombradelleparole.wordpress.com/2015/02/09/sette-poesie-inedite-di-anna-ventura-in-fondo-in-fondo-due-fili-derba-guadalupe-la-nebbia-

    GR

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