Gino Rago, Cinque domande a Giorgio Linguaglossa con le risposte riprese da Appunti critici. La Poesia Italiana tra Conformismi e Nuove Proposte (2003) con Repliche di Mario M. Gabriele, Anna Ventura e Sabino Caronia – Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero e Mauro Pierno – La Metafora Silenziosa – con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole

Critica della ragione sufficiente Cover Def

una linea dantesca nel Novecento? Il petrarchismo come malattia congenita del corpo della Tradizione? Facciamo un gioco: ditemi voi Chi sono i veri petrarchisti del novecento?

Gino Rago:

“Esaminando dalla tua specola di poeta e di critico militante il panorama contemporaneo delle patrie lettere esiste una “Nuova” critica?

Risposta di Giorgio Linguaglossa:

Credo che non si possa mettere in discussione il fatto che una “Nuova critica” non può essere disgiunta dall’esistenza di una nuova poesia e di una nuova narrativa, a meno che non si tratti di una critica accademica, la quale è comunque altra cosa da quella di cui stiamo parlando.

Gino Rago:

Secondo te è possibile stabilire dei criteri che ci consentano di poter individuare, riconoscere una “Nuova” critica? Ti pongo questa seconda domanda prendendo come riferimento la tua raccolta di saggi, recensioni, meditazioni che hai fatto confluire nel 2003 in Appunti critici, per le Edizioni romane ‘Scettro del Re’, il cui sottotitolo era “La Poesia Italiana tra Conformismi e Nuove Proposte

Così chiosa Giorgio Linguaglossa:

 Quando qui si parla di Nuova critica è qualcosa di militante che si intende. Ammesso e non concesso che esista realmente una Nuova critica letteraria, sarebbe interessante vederla all’opera, esaminare come essa intenda affrontare i seguenti problemi:

In Appunti critici mi sono posto il problema-base sul quale un pensiero critico moderno non può non indugiare se non vuole essere retrocesso a mera formulazione di quesiti retorici e a esercizio di eufuismo e di conformismo: Dante e Petrarca, quale rappresentazione?.

In Appunti critici ho tentato di rispondere ai quesiti seguenti:

Può essere tracciata, all’interno del Novecento, una linea dantesca nel novecento? E una linea petrarchesca?

Il petrarchismo come malattia congenita del corpo della Tradizione?

Facciamo un gioco: ditemi voi chi sono i veri petrarchisti del novecento?

Il petrarchismo coincide con la linea pascolinizzante della poesia italiana del Novecento?

Il post-sperimentalismo e le poetiche neo-orfiche possono essere considerate varianti dell’eterna malattia italiana del petrarchismo?

La poesia italiana del Novecento è una poesia sostanzialmente pascolinizzante? La riprova è che deriverebbero dal Pascoli sia il crepuscolarismo, la linea «incendiaria» di Palazzeschi, l’ermetismo, lo stesso Montale pur se in modo parziale soprattutto con il primo libro, Ossi di seppia, del 1925, (pur se l’operazione del ligure è strategicamente dirompente nella misura in cui prosciuga la retorica pascoliana), il tardo-ermetismo, sia l’antilirica dell’Opposizione (vedasi la costante ricerca del padre putativo effettuata da Sanguineti nei riguardi del poeta di Romagna), sia lo sperimentalismo officinesco di Pasolini. Posto questo assunto, qual è la posizione della “Nuova critica”?

Gino Rago:

In Appunti Critici è dunque possibile enucleare una idea-guida, una idea-forza, al fine di condurre per mano i lettori verso il tuo lavoro psicofilosofico?

 

Giorgio Linguaglossa così risponde:

Una delle idee-forza di Appunti Critici è quella secondo cui il «traliccio» del Pascoli, lo sperimentalismo inconsapevole del poeta di Romagna, con tutto il repertorio di tecniche versificatorie che gli appartengono, sarebbe il «responsabile» della linea del riformismo moderato della poesia italiana del novecento, sulla quale sono saldamente impiantati autori anche antitetici come Pasolini e Sanguineti, fino al conformismo professionale di autori allotrii come Gianni D’Elia e Edoardo Cacciatore, ovvero, il Mitomodernismo di Giuseppe Conte come il tardo post-sperimentalismo degli «arrabbiati», i luddisti del discorso poetico del Grupo 93.

Gino Rago:

In Appunti Critici a me pare che ci sia anche altro, e sottoforma di auspici verso nuovi paradigmi letterari e in forma di questioni stringenti verso nuove basi ontologiche ed estetiche…

Risposta di Giorgio Linguaglossa:

In Appunti Critici ho auspicato che la Nuova critica avvii una riflessione su quale idea di narrativa e di poesia entro il contesto europeo.

In Appunti critici ho affrontato il problema tuttora centrale se nelle nuove condizioni della civiltà europea sia possibile, oggi, un’arte di avanguardia.

Ho tentato altresì di chiarire il luogo e la funzione di una critica militante nel tardo-moderno. A questo punto mi trovo costretto a chiedere ai lettori di approfondire le ragioni che hanno condotto alla scomparsa del rapporto tra critica militante e critica della cultura.

Ed infine, non posso fare a meno di chiedere: qual è l’antinomia-base del fare arte nel Moderno?

In Appunti Critici ho tentato di scandagliare, in modo rapsodico, leggendo i tanti autori affrontati, il problema seguente: la poesia del novecento ha subito una serie di modificazioni della forma-interna. E mi chiedo, e vi chiedo: quali sono i punti di svolta che hanno contrassegnato questi cambiamenti?

Non potevo esimermi, infine, dall’affrontare alcune questioni tuttora aperte: è ancora possibile utilizzare il concetto di “impegno”? La poesia deve essere impegnata? E, infine, la poesia è un’arte del passato o c’è una speranza di una sua sopravvivenza nel prossimo futuro? E se c’è una modalità di sopravvivenza, quali sono le condizioni perché questo avvenga?

Gino Rago:

A questo punto ponendoti nel tuo libro quelle che possono essere intese come “domande radicali” hai tracciato un perimetro ineludibile per la “Nuova critica” …

Risponde Giorgio Linguaglossa:

Come l’ultimo degli epigoni, mi sono rivolto una domanda retorica, alla quale comunque un critico militante non può non rispondere o, in qualche modo, tentare un abbozzo di risposta:

qual è la posizione della Nuova critica in ordine alle mode culturali del contemporaneo?[…]

 Giorgio Linguaglossa
29 marzo 2018 alle 15:58 

caro Gino,

quando è uscito il libro di critica, Appunti critici, nel 2003, eravamo ancora all’interno delle problematiche della poesia epigonica del novecento, il volume raccoglieva scritti sparsi del decennio precedente. Per certi aspetti assumevo una posizione combattiva, di contrasto, si trattava di un libro militante alla vecchia maniera, alla maniera degli scritti di Fortini e di Pasolini… ma purtroppo la «nuova poesia» era di là da venire, c’erano state voci poetiche di un certo valore, come Anna Ventura, Giorgia Stecher e Maria Rosaria Madonna (che muore nel 2002), ma nel complesso la poesia italiana degli anni novanta continuava ad attardarsi ad un epigonismo di maniera… Adesso, nel 2018, per fortuna le cose sono, paradossalmente, migliorate, nel senso che finalmente sono emerse alcune individualità poetiche di notevole, a mio avviso, spessore, come te, Mario Gabriele, Anna Ventura, Steven Grieco Rathgeb, Lucio Mayoor Tosi, Letizia leone, Donatella Costantina Giancaspero, Giuseppe Talia, Sabino Caronia, Francesca Dono, Carlo Livia, Mauro Pierno e altri poeti che si sono risvegliati dal torpore e hanno iniziato a seguirci, tutto questo ha permesso la creazione di un clima favorevole, di un fervore creativo, finalmente la poesia italiana sembra essersi disincagliata dagli scogli del suo sonno remoto… In questa nuova condizione è ovvio che anch’io mi sia sentito stimolato ad accompagnare la emersione della «nuova poesia» con un pensiero critico rinnovato, con un linguaggio critico reinventato e adattato alle nuove esigenze espressive della «nuova poesia». Adesso le condizioni sono più favorevoli rispetto a due decenni or sono, perché, paradossalmente, la crisi della poesia italiana ha toccato il suo apice. Nel momento più basso, toccato il fondo della insignificanza, la poesia italiana sta dando e ha dato segnali di risveglio dal sonno profondo e remoto nel quale era sprofondata.

Questa almeno è la mia diagnosi. Dico cose spiacevoli? Dico cose estreme?

Fiera 8 dic 2017 2

abbiamo perduto le «forme» e, in un mondo senza «forme» tutto diventa «informe»

Mario M. Gabriele
29 marzo 2018 alle 17:19

Carissimi Gino Rago e Giorgio Linguaglossa,

a fronte di questo vostro interessante colloquio, sono dell’avviso che due giorni di esposizione, con pareri e commenti altrui, non siano abbastanza sufficienti per dialogare su questa rivista, Scriveva Barilli che per far fronte ad una nuova ipotesi di poetica o di critica, bisogna istituzionalizzare come normalità i principi formali ed estetici, quelli di cui con assidua perseveranza porta avanti Linguaglossa.Va da sé ricordare che è difficile far convergere l’attenzione dei poeti verso la fondazione di una nuova Avanguardia perché non ci sono più i fronti culturali in grado di dialogare tra loro, accettando i vari punti di vista. La globalizzazione e l’espansione egemonica della Finanza, hanno messo in un angolo le Ideologie, sostituite dalle merci. Prevale il mercato sul dibattito culturale e la stabilità estetica della poesia del Novecento verso la quale si indirizzano poeti e critici più inclini all’associazionismo, che allo sviluppo di nuove ipotesi di poetica.. Stupisce ancora di più che su questa rivista ci siano, a fronte di tanta fatica esegetica e critica da parte di Linguaglossa, presenze poetiche di vecchia e nuova generazione,sempre pronte a riproporre atmosfere linguistiche nebulizzate dal tempo C’è bisogno, invece, di un nuovo impegno culturale: una specie di conciliazione come al tempo di Tommaso d’Aquino su Fede e Ragione.

Anna Ventura
29 marzo 2018 alle 10:42

“Lo sperimentalismo inconsapevole” di Giovanni Pascoli: questa espressione di Giorgio Linguaglossa va al cuore della problematica pascoliana, comprende la sua complessità di uomo e di studioso.”Quando partisti, come son rimasta/ come l’aratro in mezzo alla maggese!”; ogni mia perdita, delusione, sconfitta mi riporta alla mente questi versi, troppo intensi per poter essere “tradotti “da qualunque discorso critico; perché sono un simbolo, come la croce.

Sabino Caronia
29 marzo 2018 alle 17:33

Poche righe per esprimere il mio rinnovato apprezzamento, sincero e convinto, per la nostra brava poetessa a cui il compianto amico Vittoriano Esposito, nella sua serietà e professionalità, dopo aver dato autorevole collocamento in L’altro Novecento, IV, La poesia etico-religiosa in Italia”, ha dedicato addirittura un volume monografico, Itinerario letterario di Anna Ventura. Molto opportunamente Pasquale Maffeo ha parlato, a proposito di questa poesia, di ” un respiro laico che ha l’intima forza d’un sentimento religioso”. Ancora una volta ritorna in Streghe il sentimento esistenziale ,la chiarezza stilistica, la sapienza compositiva di una poetessa nutrita di cultura classica per la quale avrebbe detto Margherita Guidacci, la realtà fisica e spirituale è “aperta come un atlante”. Felicitazioni vivissime. Ad majora!

 

Giorgio Linguaglossa
28 marzo 2018 alle 18:51

andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole

Ho dimenticato di dire che quella «poesia» che ho inserito nel commento, non so se sia una poesia, forse è «altro» che indossa un vestito di «poesia»… ma forse è prosa, o addirittura finta prosa, o prosa che imita la «poesia»… Davvero, qui siamo nel regno dell’incertezza massima (e qui non si tratta soltanto di incertezza stilistica) poiché non c’è più una cornice che possa legittimare una poesia; possiamo dire che forse c’è un «quadro» ma senza più «cornice». Siamo arrivati dunque nel regno dell’incertezza massima, la poesia da qualsiasi punto di vista la osservi è qualcosa di irriconoscibile, siamo arrivati al punto che non possiamo più distinguere una «cornice» dal «quadro», una «poesia» dalle linee del pentagramma che la delimitano, siamo entrati nel mare aperto, abbiamo perduto le «forme» e, in un mondo senza «forme» tutto diventa «informe»… senza che ce ne accorgessimo siamo entrati in un nuovo orizzonte di eventi dove gli «eventi» sono privi di «forma».

Stavo riflettendo su questo fatto, perché è un «fatto», si tratta di un «fatto» che è accaduto e che non dipende dalle nostre singole volontà, anzi, dirò di più, dirò che tutti coloro i quali scrivono dei romanzi o delle poesie senza aver riflettuto su questo «fatto» rivelano di essere degli amatori ingenui, scrivono opere kitsch, fanno del kitsch perché non sanno quello che fanno, perché accettano per vera quella che è una fiction, una finzione… e allora bisogna scrivere con la massima consapevolezza che quello che scriviamo è privo di «forma», perché siamo nel campo aperto dell’«informe»… ma… senza «forme» non ci sono «eventi», perché l’evento si dà sempre sub specie di una forma… e allora si verificano conseguenze ancora più gravi: quello che scrivono e hanno scritto i bravi «poeti» inconsapevoli di oggi e di ieri l’altro, sono cose kitsch, sono frattaglie… perché manca la consapevolezza che «andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole»… come scrivevo qualche anno fa…

Donatella Costantina Giancaspero ha scritto una poesia intitolata «Al quadro manca una ragione», al che io le ho chiesto come mai quel titolo, e lei mi ha risposto candidamente che voleva dire che le mancava la «ragione» di fondo per scrivere una poesia. E così è nata una sua straordinaria poesia, senza alcuna «ragione», è nata dalla consapevolezza che ormai «manca una ragione», e nulla e nessuno potrà trovare una «ragione» o un surrogato di essa che giustifichi una qualsiasi poesia. Ed è questa la condizione della poesia oggi.

Quelle «cose» che abitavano una certa ratio, noi non le riconosciamo più, abbiamo deciso di rigettarle, sono cose che rigettiamo, o mettiamo tra parentesi, che ci lasciamo dietro di noi come un abito liso perché abbiamo dis-conosciuto quella «ragione» che era la loro/nostra garanzia di autenticità, l’esperienza non è una porta aperta, per la quale gli oggetti esterni, quali essi sono, possono introdursi in noi, ma un processo per via del quale l’apparizione delle cose si produce in noi. Quel «processo» è il nostro indebolimento grazie al quale adesso sappiamo riconoscere quelle cose dalle altre cose. Le nostre cose differiscono dalle cose prese in sé stesse, noi lo sappiamo e accettiamo di dimorare con quelle cose che sono altro dalle cose stesse, e questa estraneità, paradossalmente, ci conforta, ci induce serenità perché quella «perdita» di «ragione», è stata un elemento positivo, contrassegna la nostra accettazione della «porta aperta». Adesso siamo più liberi, più leggeri, abbiamo convertito «il peso più grande» nel «massimo alleggerimento». Adesso che abbiamo «deciso» ci sentiamo più liberi, adesso possiamo andarcene. Il primo verso della poesia di Donatella Costantina Giancaspero è rivelatore di questa condizione esistenziale: «Decisa, te ne vai già»; una decisione quindi, ma per andare dove? La poesia non lo dice perché non può dirlo, può solo segnare a dito la soglia degli oggetti oltre i quali si apre una porta «l’uscio», la porta delle possibilità che «arretra nel tuo lampo»: «Tra il letto e l’appendiabiti./ Lungo il corridoio», c’è ancora un percorso da fare, una distanza da coprire:

Donatella Costantina Giancaspero

Al quadro manca una ragione

Decisa, te ne vai già
da questa nostra estate. In fretta.
Tra il letto e l’appendiabiti.
Lungo il corridoio, le pareti fanno ala
a un ottuso serpeggiare.
L’uscio arretra nel tuo lampo.
Al quadro manca una ragione: l’evidenza
di un indizio che l’estate sia finita.

Brillano i sandali più ancora: bruciano
sull’acceleratore senza pretesto,
alibi inattendibile di una pioggia breve,
nemmeno tanto grigia, per andare comunque.

Sgrana l’asfalto il ritorno
all’attesa: le forbici pazienti
ricavano a caso ritagli di carta e cielo.
E frantumati spazi.

Li raccoglie un intersecarsi di ore.
In controluce, li contempla la filigrana
della tua sottile esistenza.

 

quell’«appendiabiti» sul quale sono appesi i vestiti dismessi, è il nostro semaforo, ci indica il segnale verde di un nuovo passaggio, là dove prima brillava il colore rosso del divieto, adesso invece squilla il colore verde del permesso, adesso ci è consentito passare «oltre la linea» che contraddistingueva il confine tra il no e il sì, tra il divieto e il consentito, è un passaggio a livello con la barra alzata, e noi finalmente possiamo passare oltre i binari del divieto.
In questo affastellarsi di metafore di cui è ricca la composizione si consuma tutto il dicibile di cui è possibile dire per dire ciò che sta oltre il dicibile, che è per l’appunto la metafora silenziosa, la metafora inappariscente: tutte le metafore convergono verso un focus, una metafora non detta, il punto delle linee di fuga nel quale viene a concentrazione la metafora silenziosa simile alla luce bianca che altro non è che il conglomerato di tutti i colori dello spettro. In quel punctum la poesia cessa di parlare perché oltre di esso non è possibile andare con le parole, occorrerebbe un altro linguaggio, probabilmente un linguaggio non umano.

È paradossale che, giunti al fondo delle cose, noi riscopriamo le «cose» grazie a questo stare tra le linee, tra le linee delle temporalità, stare in questo «intersecarsi di ore./ In controluce», inappariscenti, come «in filigrana». Questo che possiamo chiamare codice etico di dis-appartenenza è anche un intero programma di vita e programma filosofico,  un programma poetico, un programma minimo perché siamo giunti all’ultima linea di resistenza dopo la quale non c’è altra linea che il nulla della non-linea, perché sia chiaro: sempre una pratica di vita coincide con la pratica della scrittura, essendo dette pratiche dei logaritmi della inappariscenza, logaritmi della metafora silenziosa che dimora nella invisibilità. Perché se la poesia è un luogo, in questo luogo noi scopriamo nuovamente le «cose».

La metafora che non appare, la metafora silenziosa, non è un semplice artificio letterario, bensì una sorta di metastruttura capace di sorreggere un mondo nel quale l’uomo può trovare rifugio dal naufragio, un luogo metafisico che non c’è nell’empiria ma nel quale soltanto è possibile abitare autenticamente. Però questa speciale metafora non è raggiungibile, non è articolabile in parole, non è effabile e la si può attingere soltanto quando tutte le altre metafore falliscono, per questo bisogna spingere fino al limite estremo della significazione tutte le altre metafore, fino alla linea del loro auto annullamento reciproco. Soltanto allora è percettibile, come un lontano incendio, lo scoccare della metafora silenziosa.

Mauro Pierno
28 marzo 2018 alle 9:15

Sine die, di ciliegio.
Le tovaglie con decorazioni appese
tese, alla corda, orizzontali.
Rumoreggiano tra il vento
anche le foglie di primavera.Eccole soffocate
ora scivolano.Indipendenti.
Quanto tempo è passato
tra il giardino
anche tu Raneskaja non lo rammento più!

29 commenti

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29 risposte a “Gino Rago, Cinque domande a Giorgio Linguaglossa con le risposte riprese da Appunti critici. La Poesia Italiana tra Conformismi e Nuove Proposte (2003) con Repliche di Mario M. Gabriele, Anna Ventura e Sabino Caronia – Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero e Mauro Pierno – La Metafora Silenziosa – con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa – Andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole

  1. Mi diceva ieri al telefono Laura Canciani:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33398
    La Nuova Poesia? Il Nuovo Romanzo? La Nuova Critica? – L’elefante sta bene nel salotto, è buona educazione non nominarlo, fare finta che non ci sia, prendiamo il tè in punta di spillo, con i guanti bianchi. «Andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole?», beh, come gli indigeni dell’isola di Pasqua, faremo la fine che hanno fatto loro…

    • Caro Giorgio,
      grazie per aver concesso altri giorni di dialogo sul tema della Critica e della Nuova Poesia.Meglio così,perché in questo modo si accede ad una dialettica di più ampia sfaccettatura. Mi fermo sul primo punto: quello della Critica, senza fare una retrospettiva storica, la qual cosa sarebbe noiosa e fuori tempo, ma chiamando in causa quella di mezzo secolo,più libera e autonoma, anche se poi via via, si sarebbe asservita al potere delle grandi case editrici.Intorno agli anni Sessanta la rivista Strumenti Critici aprì un ampio dibattito, portando in primo piano l’azione dello Strutturalismo, facendo riferimento ad alcuni Autori che meritavano tale studio.Ma poi, sia il tempo che la dispersione della critica verso altri mediocri orizzonti, portarono come scrisse Mario Lavagetto alla Eutanasia della Critica, intendendo dire con questo titolo del suo volume, la fine operativa di una disciplina. Ci fu un vero tracollo della critica militante e accademica, che sembrava non interessare a nessuno, dal momento che l’Editoria maggiore si autogestiva criticamente sulle opere prodotte.Se la critica muta le proprie direzioni si rimane come tuareg nel deserto. Va bene che spetta al lettore captare il bello di un verso, ma quanto alla sua decodificazione, credo che spetti al critico svelarne il senso.Non esiste libro che non abbia bisogno del critico. Se addiveniamo a questo concetto si recuperano valori e senso dello scrivere.Oggi, per fortuna, si assiste ad un proliferare di riviste on line, di vendite e-book, con proposizioni linguistiche, e qui cito la NOE, non per mero narcisismo, ma per effettiva documentazione estetica.Non vedo nel Gruppo 63 i killer della poesia. Anzi, fu una parentesi necessaria al pascolismo e al bertoluccianesimo imperanti in quegli anni.Ci fu tutto un susseguirsi di variazioni stilistiche e di affratellamento con gli esiti linguistici europei e degli angry ypung man, con festival di poesia e di importanti presenze di poeti di diverse nazioni. Attori leggevano poesie di Montale, di Caproni, ma soprattutto delle nuove leve come Saady Yussef, Ghassan Zaqta, Tadeus Rozewic , accompagnati dai bassisti Deep Purple, Glen Hughes, ecc. Allora i poeti avevano molte ragioni per apparire, salire sui palchi, fare happening. Ma oggi? Era sì spettacolo, allora, ma anche performance della poesia, come a San Francisco con Ferlinghetti, e a Castelporziano con William Burroughs. Insomma, veramente la poesia degli anni 60 e 80 non fu mai così popolare e palcoscenica. Si proclamò la morte della lirica a tutto vantaggio di un grande spazio di libertà semantica.Tutti ne parlavano e tutti ne discutevano. Poi si affermò la popolazione poetica a dir poco preistorica, che tornava al linguaggio autonomo dell’IO e della riconciliazione con la Tradizione. Un bell’oscuramento della poesia e del suo cammino. Nacquero le metanarrazioni, la cultura degli aedi, l’ascensione al cielo per istituzionalizzare la Metafisica.Caddero l’immaginario evolutivo, e ogni idea di riformismo verbale. Finì il successo plateale, ma anche la diffusione della poesia che stando ad un rapporto editoriale, su 2000 copie, se ne vendevano appena 500, rispetto ad una popolazione di 60 milioni di abitanti. Si può dire che la poesia è finita? In un certo senso si, con addio al piacere del testo e ad ogni proposito di rinnovamento.Ci troviamo, come dice Zygmunt Bauman in una sorta di vita liquida, e di relazione antisociale perché non trasmette agglutinazione del senso della cultura. Eppure in queste acque stagnanti qualcosa si muove. E’ l’ antagonismo che come diceva Adorno è diventato”conflitto inevitabile”. Su questa trincea e opposizione ad una guerra di Cent’anni, Giorgio Linguaglossa sembra veramente essere un Cavaliere Esistente, per rifondare la critica e la poesia. E’ una nuova lezione volta a ripristinare il giusto equilibrio tra Forma e Senso del suo esistere.La parola cultura ha diverse fascinazioni, ma non può essere insabbiata sulle rive dell’Assenteismo linguistico. Torno ancora a citare Adorno quando scrive che “la cultura risente danno, se abbandonata a se stessa rischiando di perdere non solo la possibilità di esercitare un’influenza, ma la stessa esistenza.

      • caro Mario Gabriele,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33406
        come dice Laura Canciani, Sono ormai cinquanta anni che un elefante si aggira nel salotto. Con la sua proboscide ha fracassato il vasellame, sporcificato la tappezzeria, rovistato nei cassettoni stile liberty e post-pop, ha mandato in pezzi anche il lampadario di Murano e la cristalleria di Boemia… ma il bello è che tutti fanno finta che non sia successo niente, fingono di non avvedersene, o forse, mi chiedo se davvero non siano ciechi!… prima sul Sole 24 ore ci scriveva Franco Loi i suoi tramezzini psicopoetici, adesso ci sono dei professori, bravi senza dubbio, almeno loro hanno un aplomb più strutturato, intendo dei loro resoconti critici. Epperò nei loro articoli ben scritti ci vedo il vuoto; poi una volta c’erano i “francobolli” su La Stampa con dentro una poesiola… lo spettacolo non era edificante affatto.
        E certo che i lettori normali non prestavano alcuna attenzione a quelle sciocchezze, e quindi nessuno le leggeva…

        Voglio dire, e lo ripeto, che un linguaggio critico non lo si trova per strada, non lo si trova tra le dispense delle università di serie B, non lo si trova perché non c’è. Un linguaggio critico te lo devi creare con grandissimo sforzo da solo, come la poesia te la devi creare da solo, come hai fatto tu in più di trenta anni di ricerca. Del resto io ripeto sempre che non sono un «critico», e lo dico senza fingere né per sottrarmi alle mie responsabilità, perché quando scrivo una riflessione mi rendo conto che mi mancano le parole, le frasi, e che devo improvvisare qualcosa, qualcosa che non so, che non c’è scritta da nessuna parte.

        Ma questo vuoto che io avverto nella mia scrittura critica, lo si può discernere negli scritti professionalmente ben educati delle schedine editoriali degli editori, di tutti gli editori: grandi, medi e piccoli, non bisogna prendere una lente di ingrandimento per leggere il vuoto delle schedine editoriali e delle note di lettura. Si tratta di scritti convenzionali, augurali, dei biglietti da visita il più delle volte deliziosamente risibili e superflui di vanagloria d’accatto.

        Avete potuto leggere quello che ha scritto un poeta di alto livello come Petr Kral?

  2. Per Sabino Caronia: sono lusingata per il tuo prezioso apprezzamento alla mie “Streghe”, a tutta la mia misurata attività letteraria.Il tempo potrà riconoscere il lavoro che, tutti insieme, quotidianamente facciamo per ‘salvare il salvabile’ e tentare anche di creare qualche ponte verso il futuro; come quei monaci medievali,anonimi,che lavoravano in silenzio,nel freddo e nell’indigenza,sostenuti solo dalla fede nell’onestà e nella bellezza.

  3. Alfonso Cataldi

    A proposito della conciliazione, parola molto significativa usata due volte dal caro Mario M. Gabriele

    Senza ulteriori incombenze
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33404
    Si dirada il fitto della sala operatoria.
    Gli affronti della memoria percuotono i rami della sterpaglia.
    La guarigione apre
    il calendario del trapasso.

    Piero si presenta tutti i giorni.
    Un’ora di compagnia, senza ulteriori incombenze.
    Chiede, in cambio, di annuire
    al terreno fantasma
    su cui ricovera animali non autosufficienti.

    La notizia non riesce a decollare.

    A seicento chilometri
    una figlia brucia
    con la cicca
    l’ultima promessa inviata su WhatsApp.
    Cerca un editor di testo
    butta giù il racconto fantastico per le scolaresche
    da sempre trattenuto tra due sveglie
    concorrenti.

    Suona, oltre ogni aspettativa, la conciliazione:
    Si alza la cornetta
    ruota il disco lucchettato in adolescenza, al contrario di ICQ.
    I ricci, al richiamo del libeccio, sconfinano
    nei vividi schiamazzi
    raccolti
    sul ciglio di Via Piave.

    • Mi piace, caro Cataldi la tua poesia. Sono versi attuali, vicini a noi e che non possiamo non tenerne conto, perché fanno parte del nostro modo di essere nel mondo tecnologico di oggi, al contrario di chi si ostina ancora a copiare e incollare il linguaggio del Novecento attualizzandolo come se niente fosse accaduto.

      • E certo che chi non ha avvertito nelle proprie viscere quello che è accaduto in questi decenni ultimi, chi non l’ha avvertito nelle tempie non potrà che scrivere che in modo scontatamente lineare. Qui, in questa scrittura, ci sono numerosissimi strappi, ulcerazioni, unzioni, lacerazioni, come una rete che non ha tenuto ci sono troppi buchi, strappi e fessure e toppe malmesse. È una rete da buttare via, inservibile. Una poesia inservibile e incomprensibile. Proprio per questo tanto più utile, in quanto almeno serve a chi l’ha scritta: 1 è già qualcosa. Si riparte sempre dall’1. Dall’uno si va nella infinità dei numeri.
        Complimenti.

  4. Ricevo alla mia email questo Commento di Alfredo de Palchi:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33408
    “una linea dantesca? Il petrarchismo come malattia congenita del corpo della Tradizione?”
    Indubbiamente. È dagli anni 1950 che ripeto la stessa convinzione senza punti di domanda. Il petrarchismo rimane quello del maestro. Quello che ‘poeti’ fanno da sette secoli non è altro che bella calligrafia.I professori meritevoli devono mettersi in testa che l’epoca modioevale-moderna terminò alla fine di aprile 1945.
    Contemporaneo è sempre Dante, per questo meno amato di Francesco.

  5. Giuseppe Talia

    Ho letto con grande interesse l’intervista di Rago a Linguaglossa. E ho sognato (ndr sognato veramente) una nuova maniera e una vecchia maniera che qui riporto.

    Nuova maniera.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33411
    Caro Germanico, stanotte ho fatto un sogno.
    Eri senza ossa nelle gambe. Alle tue gambe
    mancava la parte centrale dello scheletro.
    Potevo attraverso d’esse vedere il vaso
    sul canterano mentre t’immergevi in una vasca
    a Costantinopoli.
    Anche a me mancava il tallone e una nuvola
    serena passava attraverso d’esso.

    Vecchia maniera

    Il buon pastore

    La mattina raduno tutte le pecorelle.
    – Buongiorno. – Buongiorno.
    – Buongiorno per tutto il giorno.
    E se qualcuna manca all’appello
    subito la devo recuperare: – Svegliata tardi?
    L’appello è una stampella, ciò che manca
    nel tassello è un dono in meno nel cestello.
    Ma in ogni gregge che si rispetti c’è sempre
    una pecora nera che sceglie un buonasera.

  6. donatellacostantina

    Complimenti Tallia, la prima poesia la preferisco, anche tematicamente rivela uno scatto di fantasia, ma anche la seconda la trovo esilarante, però forse punta troppo sulle assonanze… invece nella nuova poesia le assonanze sono state gettate via senza remore, fanno parte del passato, del novecento… adesso bisogna ricominciare daccapo, con un nuovo progetto…

    Per quanto riguarda l’elefante, rendiamogli la libertà, facciamogli fare la fine di Renzi, facciamogli calpestare tutte le suppellettili degli epigoni e soltanto dopo restituiamolo alla savana

  7. Giuseppe Talia

    Cara Costanti-nopoli, fai parte anche tu del sogno “nuova maniera”.
    Non mi interesso di politica, io scrivo poesie. E talvolta sogno.
    La “vecchia maniera” esilarante nasce da un dato reale.

  8. Giuseppe Talia

    Intuisco che Tallia (in luogo di Talia) sia, nella cerchia, un qualche combattente gladiatore (!?) con in pugno la daga di legno che affrancava i gladiatori di valore sopravvissuti.
    Ma che sia di legno. Che batta, dunque, e che non ferisca.

  9. donatellacostantina

    Credo che prima di scrivere una poesia si debba avere le idee chiare su quali tropi adottare, su quali strumenti retorici puntare. Parlo in generale ovviamente…
    Accade che certi strumenti retorici a un certo punto diventano obsoleti, e bisogna lasciarli andare, bisogna liberarsene alleggerirsi. Un bravo poeta questo lo sa. La scelta però deve essere cosciente… ad esempio leggendo tanta poesia contemporanea mi accorgo che i più scrivono in modo immediato e irriflesso… Ad esempio, noto che molti poeti usano gli aggettivi in modo scolastico… o in consonanza con quello che suggerisce loro la tradizione ma l’aggettivo è la parte del discorso più problematica da centrare!

    In proposito ha scritto Giorgio Linguaglossa:

    Ecco, siamo arrivati al punto dolente: L’impiego degli aggettivi e degli attanti concreti. Se chiedete ad un poeta italiano come si regola dinanzi a questa cosa qui al massimo ti guardano come un marziano.
    Il fatto è che ben pochi poeti del secondo novecento si sono posti il problema della de-fondamentalizzazione della «forma-poesia» (intendo dire delle ripercussioni che tale fenomeno ha avuto all’interno della forma-poesia), fenomeno intervenuto in Europa (non so in America ma mi sembra che li le cose non siano state diverse). Ecco una serie di problemi: che cosa significa decostruzione in poesia? Che cosa significa la dis-locazione dell’io? Che cosa significa dis-locazione dell’oggetto? – Ecco, un poeta che non si pone questi problemi è un «poeta di fede», dobbiamo credergli sulla parola, dobbiamo credere che lui sia veramente un poeta anche se non capisce niente di che cosa significa la tridimensionalità in poesia e il quadri dimensionalismo in poesia. Come disse una volta Brodskij: «dal modo con cui metti un aggettivo capisco che poeta sei».

    • Alfonso Cataldi

      Il punto però è che finché, nell’atto di scrivere, ci si chiede che parole usare, che aggettivi, come, dove “strappare la rete” (per usare un’espressione di Giorgio), il risultato assomiglierà a qualcosa di artefatto. è necessario sentirsi forma-poesia dentro la contemporaneità, non vedere altro che strappi, intorno.

  10. Giuseppe Talia

    Una nuvola “serena” passava attraverso.

  11. Giuseppe Gallo

    È vero! “Ormai <> e nulla e nessuno potrà trovare una <> o un surrogato di essa che giustifichi una qualsiasi poesia! Ed è questa la condizione della poesia oggi.” Tanto da farne una poetica… Ricordo alcune affermazioni di Pasolini in Poesia in forma di rosa del 1964:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33419
    “È passato il tuo tempo di poeta…”
    “Gli anni cinquanta sono finiti nel mondo!”
    “Tu con le Ceneri di Gramsci ingiallisci
    e tutto ciò che fu vita ti duole
    come una ferita che si riapre e dà la morte!” (Garzanti, ed. pag. 82)

    È questa la condizione della poesia oggi!
    Linguaglossa ha “ragione” da vendere… entri nella mercificazione delle parole, potrebbe distribuirci qualche dividendo! Il problema è che non si può sopravvivere alle “ferite” di cui parla Pasolini perché esse sono così profonde da “darci la morte”, direttamente, senza nessun altro “surrogato”. D’altronde anche un poeta estraneo alla nostra tradizione letteraria Nazim Hikmet aveva esemplificato l’attuale nostra vacuità poetica:

    Senza nessuna ragione qualcosa si rompe in me
    e mi chiude la gola
    senza una ragione sobbalzo a un tratto
    lasciando a mezzo lo scritto
    senza nessuna ragione…

    e così via dicendo!

  12. Giuseppe Talia

    Caro signor Gallo, quello che lei riporta è un necrologio della poesia. Almeno della poesia che indossava la veste nera della Coefora negli ultimi anni del Novecento. La poesia che era arrivata al suo ultimo estremo, il compianto.
    Era il commiato, allora. Ma dal 1950 in poi qualcosa si è mosso. Solo che è stato per troppo tempo nascosto, celato, negato per via ideologica.
    E anche oggi qualcosa di buono si muove. Tra le ceneri. E non ci si piange addosso. Si cerca di andare oltre. Con fatica, verso nuove strade, magari orfani di una sistematizzazione critica del passato Novecento che lei nel suo commento porta con un senso di fine ultima.

  13. Giuseppe Gallo

    Caro signor Talìa, forse ha ragione lei… qualcosa si è mosso dagli anni cinquanta in poi… le affermazioni di Pasolini erano coeve ai tentativi “sperimentali” del gruppo ’63, ma cosa è rimasto, di poetico, di quegli anni? Niente! Il nostro purgatorio dell’inferno continua ancora… E poi
    io volevo solamente suggerire, a bassa voce, che questa nostra consapevolezza di “vacuità poetica”, di “quadro” senza “cornice” e dell’assenza di una “ragion sufficiente” corre il rischio di diventare una poetica… di scuola..

  14. Caro Giuseppe Gallo,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33445
    forse è vero, bisogna accettare il rischio che anche la petizione della assenza di una «Ragione Sufficiente» diventi una poetica, anzi, le dirò di più: io spero che questa «linea minima» diventi una petizione «massima», ripartire dalla «linea ultima», prendere possesso e prendere cognizione da una «linea» dalla quale ripartire. Le nostre riflessioni attorno ad una impostazione ontologica dei problemi della poesia, mi creda, è il risultato minimo dal quale ripartire. Una riflessione va sempre incentrata sulla domanda su un ente: che cos’è questo ente? Quali sono le sue manifestazioni? Quale fenomenologia gli appartiene? – Quando si scrive una poesia bisogna partire stabilmente da queste triplice impostazione categoriale. Il fatto è che in questi ultimi cinquanta anni si è scritta poesia in modo «irriflesso», cioè senza riflessione in re, mi sembra lampante. Il libro che più ha influito sulla filosofia del novecento e sulla impostazione del problema dell’ente, Essere e tempo di Heidegger (1927) è, in fin dei conti, una interpretazione ontologica del Dasein. Potrebbe sembrare un fatto del tutto ovvio, ma è bene ribadire che anche la «poesia» è un «ente» e che essa va inquadrata sia dal punto di vista ontologico che anche da quello fenomenologico, le due impostazioni non sono contraddittorie ma l’una è il presupposto dell’altra… Io ritengo che senza una severa impostazione ontologica della «poesia» si rischi di parlare alle farfalle e di porre problemucci insussistenti, cioè di fare del lirichese e di esternare sfoghi soggettivi…

    Colgo con entusiasmo la testimonianza del decano della poesia italiana: Alfredo de Palchi il quale dall’alto della sua età anagrafica si può permettere di dire quanto dice:

    «È dagli anni 1950 che ripeto la stessa convinzione senza punti di domanda. Il petrarchismo rimane quello del maestro. Quello che ‘poeti’ fanno da sette secoli non è altro che bella calligrafia.I professori meritevoli devono mettersi in testa che l’epoca modioevale-moderna terminò alla fine di aprile 1945.
    Contemporaneo è sempre Dante».

    Forse nessuno in Italia ha l’autorevolezza e il coraggio di Alfredo de Palchi il quale si può permettere di scrivere quello che scrive con la massima ragione sufficiente.

    Il problema è: tornare a Dante. Tornare ad una lingua fatta di «cose». Un progetto da Grande Progetto. Ecco, se osserviamo il panorama della poesia italiana di questi cinquanta anni, il panorama che abbiamo sotto gli occhi non appare entusiasmante. Certo, ci sono stati dei tentativi coraggiosi di «bucare» la cortine di nebbia del «petrarchismo» della poesia italiana. Faccio solo tre nomi: Anna Ventura con Brillanti di bottiglia (1972) Helle Busacca (1915-1996) con la sua trilogia de I quanti del suicidio (1972), e Maria Rosaria Madonna (1942-2002) con un esile libretto, Stige (1992), poetesse dimenticate e sotto stimate dal consesso letterario italiano, probabilmente le tre maggiori poetesse del secondo novecento italiano. Fortunatamente, tra qualche giorno uscirà Stige (poesie 1990-2002) di Madonna con Progetto Cultura e sarà possibile leggere un’opera davvero fuori dalle righe della poesia italiana del secondo novecento.

  15. gino rago

    Un intreccio poetico [Lipska-Linguaglossa-Rago] a tre, con Giorgio Linguaglossa che tenta di dare scacco matto al tedio di Dio…
    Gino Rago

    Prima Lettera da Vienna a Ewa Lipska

    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    Le scrivo dal Centro dell’Impero.
    Qui cerco in ogni luogo i frammenti della Signora Schubert
    [come Roland Barthes fece con sua madre].
    La sua morte l’ho appresa dalla mia amica di Vienna.
    La città oggi è nella tristezza dell’autunno
    [la mia amica dice che piove da tre giorni].
    Entro al «Blumenstrasse» [ il Buffet caro alla Signora Schubert].
    I camerieri, il cassiere, i cuochi… Tutti la ricordano.
    Mi dicono il menù da lei desiderato.
    La sperlunga «Octoberfest» di patate in tecia e crauti.
    Gnocchetti e gulash [senza cumino in polvere].

    […]

    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa),

    il mio amico-poeta di Roma ha dato scacco matto al tedio di Dio.
    Ha scritto in un suo verso.
    «Qui ci sono gli uomini che hanno venduto la propria ombra…»
    Forse per questo al Buffet della Signora Schubert
    l’uomo che qui chiamavano «il-poeta-della-rivoluzione-gentile»
    dice ancora alle mie spalle qualche verso.

    […]

    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    ho saputo da una donna in fondo al «Blumenstraße»
    il perché di quel nome:
    «Quel poeta cambiava la poesia d’Austria senza proclami, senza manifesti.
    Cantava da solo i suoi versi e in cielo danzavano le stelle.
    Gli anziani col monocolo diventavano ballerini.
    Il clown macrocefalo smetteva di far ridere.
    li zingari lasciavano i loro accampamenti fra il bosco e la palude.
    I cacciatori smontavano le tende e prendevano i violini…»

    […]

    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa),

    andrò con la mia amica di Vienna
    a bere acque di parole minerali alle Terme dell’Impero
    [sotto il ritratto dell’Imperatore con l’Eroe di Solferino].

    • .La tua ricerca linguistica, caro Gino, ti sta portando dove gli altri non osano avvicinarsi.E’ un testo che ha in sè tutta l’energia linguistica soprattutto se badiamo al concetto di base che deve armonizzarsi con gli esiti strutturali della Nuova Ontologia Estetica. Sono orizzonti espressivi fatti di tagli e di ricuciture del verso, così come impone la disciplina del frammento in un panorama che ci obbliga a riorganizzarci con la solitudine operativa che ciascuno di noi si porta dietro.

  16. caro Gino,
    questa è una nuova poesia alla maniera della nuova ontologia estetica, un nuovo sotto genere dove metti in comunicazione personaggi inesistenti (la Signora Schubert) con personaggi vivi (Ewa Lipska e Giorgio Linguaglossa) e li fai interagire con un «lutto», il lutto della Signora Schubert creando un fuoco d’artificio di metabolismi verbali come solo tu sai fare; questi metabolismi sono una metapoesia che va ad interloquire con la poesia (che semplicemente non c’è, noi sappiamo che essa è scomparsa da mezzo secolo o poco più), ed entrambi: poesia e metapoesia collidono generando nuovi tratti segmentali della significazione. C’è poi la metafora dell’«Impero» e del «Centro» dell’Impero austroungarico, con la sua capitale «Vienna» dalla quale il personaggio-autore della poesia, un tale Gino Rago, spedisce missive ad interlocutori senza indirizzo (altra potente meta-metafora della assenza della poesia). Tutta questa complessa rete di metafore e di personaggi (vivi, morti e immaginari) crea una complessa rete di significazioni recondite e sotterranee che formano la vera archistruttura del testo. Ed infine, l’accenno al «Buffet caro alla Signora Schubert», con «i camerieri, il cassiere, i cuochi», è davvero esilarante, come è esilarante l’indicazione alla «Blumenstrasse», la via dei fiori, che sarebbe, antifrasticamente, con suprema ironia, il luogo, o meglio, la via della poesia (che è scomparsa). Davvero, una poesia di grande originalità.

  17. Rossana Levati

    Propongo di seguito le mie riflessioni, scaturite dal testo di Rago oggi postato:

    La “Prima lettera da Vienna a Ewa Lipska” di Gino Rago sembra partire con una domanda- sfida: alla notizia della morte dell’amica, opportunamente accompagnata da un clima di tristezza autunnale, se ne cercano i ricordi-frammenti, ma “Dove risiedono le persone?”: si può forse dire che un menù le rappresenti, che lascino traccia di se’ in un insieme di gusti, in una ricetta con aggiunte o privazioni di condimenti (cumino, gulash)?
    La domanda, considerata la natura metaletteraria del testo, non è che un modo indiretto di chiedere “dove risiede la poesia?” e qual è la ricetta che la rappresenta? Ricetta che si può raggiungere solo faticosamente, come Barthes che deve mettere a fuoco l’essenza della madre e la trova infine rappresentata, condensata, in un sorriso della sua giovinezza, in quello sguardo di attesa e di innocenza faticosamente inseguito nelle pagine de “La camera chiara”…
    Apprendere la morte dell’amica sarà allora come apprendere la morte della poesia: ma se essa muore in un luogo ( il suo centro apparente), potrà anche, decentrata, ripresentarsi altrove: la partita a scacchi si è spostata, ma ancora si tratta di proseguire, fino a raggiungere la vittoria di quello scacco matto che impegna il poeta di fronte al tedio di Dio.
    La poesia rimane scandalo del mondo, sovvertimento dell’essere: non lascia nulla come lo ha trovato, se è vero che i cacciatori dimenticano la violenza, che è anche scopo e giustificazione del loro esistere e diventano capaci di suonare i violini, e ciò che è costituzionalmente ridicolo, come il clown deforme dalla testa spropositata, perde senso e funzione, e ancora ciò che è rigido e sclerotizzato come gli anziani col monocolo, vano rimedio alla loro vista corta, può riprendere un movimento armonioso, un ballo terrestre che è parallelo a quella danza celeste delle stelle che accompagna i versi del poeta.
    Non c’è nessun lirismo “vecchia maniera” in tutte queste immagini ma una sapiente provocazione al lettore, sollecitato a comprendere quale legame spinga le immagini da una strofa all’altra, quale scommessa faccia concludere ogni strofa in forma di paragrafo o tappa provvisoria di una lettera che si prolunga nel tempo e che riparte improvvisamente nella strofa successiva: per definire la sfida della nuova poesia che nasce non basta una strofa sola; così la prima parte della lettera annuncia la morte della vecchia poesia, la seconda strofa il sopravvivere di qualche verso, la terza la sua rinascita sovvertitrice di ogni certezza e la quarta, con quelle strepitose “acque di parole minerali” che sgorgano alle Terme dell’Impero, ne sembra indicare l’effetto vitale e la capacità di rinnovare continuamente il mondo: l’imperatore è finito immobile in un quadro, dopo una vita fitta di proclami ma sconfitta dalla storia che ha fatto comunque a meno di lui. Purchè la poesia rinnovi se stessa e non si sclerotizzi in un ritratto con pose eroiche, e sappia fare a meno del cassiere e di tutti coloro che mercanteggiano con il nulla, uomini inconsistenti “disposti a vendere la propria ombra” (cassiere e venditori sono rimasti indietro, alla seconda strofa; e speriamo respinti per sempre).

  18. Per Giuseppe Gallo: ogni poetica condivisa da un gruppo di persone diventa “di scuola”; ma non c’è niente di male, anzi. Bisogna considerarsi fortunati ,se si riesce a condividere certi indirizzi etici ed estetici con serenità e misura,fornendo il proprio apporto individuale,che può essere accettato da tutti, ma può anche essere esaminato e rivisto, se opportuno, per suggerimento degli stessi compagni di viaggio

  19. gino rago

    [cara Rossana Levati, caro Mario Gabriele, caro Giorgio Linguaglossa]

    Leggendo tanta poesia degli ultimi anni mi sono sentito non di rado come il tenente Drogo pietrificato nella Fortezza Bastiani situata davanti al deserto dei Tartari. Né ho voluto fare la fine del Sottoprefetto dell’Impero austroungarico ormai sulla strada dell’annientamento.

    Avvertivo la necessità di un linguaggio nuovo di poesia ed è stato dichiarato ostinatamente e con chiarezza estrema dalla e sulla nostra Rivista l’ombra delle Parole, fondata e coordinata come meglio non si può fare dal nostro Giorgio Linguaglossa, ben sostenuto in questa autentica battaglia verso il nuovo da una redazione combattiva, generosa, competente.

    Anche in questa recentissima mia prova poetica “Prima lettera da Vienna a Ewa Lipska” mi sono guardato intorno, procedendo per sottrazioni [sarebbe più giusto e vero dire “per eslusioni” ma non mi pare di buon gusto perché il garbo non guasta] e per accoglimento: l’epistolario di prose poetiche di Ewa Lipska, certi racconti di pura magia in yiddish di Isaac B. Singer, qualche brandello del Buzzati del Deserto dei tartari, tanta letteratura mitteleuropea, con Arthur Schnitzler in testa. E ho guardato con occhio puramente infantile ai ‘violinisti’ di Marc Chagall.

    Ma per «quella» poesia che inseguo senza risparmio di energie ho guardato in profondità, con un’autentica operazione di scavo, quasi verso per verso, alle forme di “In viaggio con Godot” di Mario Gabriele e marcatamente a “Il tedio di Dio”, a “Il Cimitero dei morti assiderati”, a “Il poeta morto” di Giorgio Linguaglossa, autentiche novità sul piano della forma-poesia…

    Ecco perché ancora una volta sono proprio Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa, con la fedelissima Rossana Levati, a entrare per sapienza letteraria e cultura poetica nei miei versi con padronanza, pertinenza, competenza. E di ciò ringrazio Rossana, Mario e Giorgio, in maniera speciale;

    e dico ‘grazie’ anche ai frequentatori e alle frequentatrici dell’ Ombra delle Parole per avere semplicemente posato lo sguardo su questa mia “Prima lettera da Vienna a Ewa Lipska” perché già questo semplice sguardo da solo per me è un privilegio.

    Merci et
    joyeuses Pâques

    Gino Rago

  20. propongo ai lettori questa poesia del poeta e scrittore svedese Lars Gustafsson (1936). Si tratta di una potente parabola della vicenda dell’uomo sulla terra, sul suo destino. Ci sono i quattro elementi: acqua, terra, fuoco e aria; in più c’è l’altezza smisurata: il Nord, e la profondità degli uomini che abitano quella plaga: il Paese della Tenebra, un popolo di sapienti che non vogliono commerciare con gli uomini del sud con i quali non condividono nulla se non le merci strettamente necessarie alla loro sussistenza. La poesia è stata pubblicata su questa rivista nel 2014 ma non sembra aver riscosso molto credito tra i lettori. Adesso la ripropongo perché la rivista e i suoi lettori sono più maturi e hanno percorso un lungo cammino di avvicinamento al cuore di ciò che deve essere una poesia.

    Ibn Batutta
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/30/gino-rago-cinque-domande-a-giorgio-linguaglossa-con-le-risposte-riprese-da-appunti-critici-la-poesia-italiana-tra-conformismi-e-nuove-proposte-2003-con-repliche-di-mario-m-gabriele-anna-ventura/comment-page-1/#comment-33455
    Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
    e acuto osservatore del mondo,
    nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
    giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
    La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.
    Fu alla fine del mese di Ramadan,
    e quand’egli ruppe il digiuno al calare del sole
    ebbe appena il tempo di pronunciare la preghiera della notte
    prima che il nuovo giorno albeggiasse. Le betulle s’ergevano bianche.

    Ibn Batutta, viaggiatore arabo non giunse mai più a Nord
    di Bulgar. Il racconto
    sulla Tenebra e i viaggi per raggiungerla lo affascinarono.
    Il viaggio venne intrapreso solo da ricchi mercanti.
    Si spostano con centinaia di slitte
    cariche di cibo, bevande e legna,
    perché là il suolo è coperto di ghiaccio
    e nessuno può camminarci sopra senza scivolare
    tranne i cani, le cui unghie riescono a far presa
    nel ghiaccio eterno. Non ci sono alberi né pietre,
    e tanto meno case, per orientarsi durante il viaggio.

    Le guide al Paese della Tenebra sono i vecchi cani
    che già hanno fatto il viaggio molte volte.
    Simili cani hanno un prezzo che può arrivare
    a mille dinari o più, perché le loro conoscenze
    sono insostituibili. Al momento di un pasto
    si servono i cani prima degli uomini
    perché altrimenti il capo della muta s’infuria
    e se ne va, abbandonando il padrone al suo destino.

    Nella grande tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
    i mercanti si fermano nella Tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
    i mercanti si fermano nella Tenebra. Depongono
    a terra le merci e fanno ritorno al campo.
    Il giorno successivo tornano e trovano
    mucchi di zibellini, ermellini e scoiattoli
    un po’ discosti dalle merci accatastate.
    Se il mercante è soddisfatto dello scambio prende le pelli.
    Altrimenti le lascia lì. Allora gli abitanti
    della Tenebra aumentano la loro offerta con altre pelli
    oppure si portano via tutto quello che avevano messo lì
    e sdegnano le merci dello straniero.
    È il loro modo di commerciare.

    Ibn Batutta ritornò nel Maghreb
    e morì in età avanzata. Ma quei cani
    che, muti ma sapienti
    privi di parola ma con cieca sicurezza
    correvano sul ghiaccio levigato dal vento addentrandosi nella Tenebra.
    ancora non ci danno pace.
    Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi.

    Noi pensiamo, e il pensato ci precede
    come se sapesse qualcosa
    che noi ignoravamo. Messaggi corrono
    attraverso la storia, un codice che si traveste da idee,
    rivolgendosi ad altri e non a noi.
    La storia delle idee non è una scienza della psiche.
    e i cani, con passi rapidi e sicuri.
    sempre più nella tenebra.

    da Pozzi artesiani sogni cartesiani, 1980
    traduzione di Fulvio Ferrari

    • Cari amici e lettori propongo alla vostra attenzione, dopo la scelta del testo di Linguaglossa, un’altra poesia di Lars Gustafsson dove l’impronta poetica si fa più personale e dichiarativa.

      Vita

      La vita scorre attraverso il mio tempo,
      e io, un volto non rasato,
      dove le rughe sono profonde, analizzo
      le tracce.

      Pensieri come bestiame,
      avanzano sulla strada per bere,
      estati perdute ritornano, ad una ad una,

      profonda come il cielo viene la malinconia,
      per la pianta di carice che fu,
      e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

      eppure so che tutto è uguale,
      che tutto è come allora e irraggiungibile;
      perché sono al mondo,

      e perché mi prende la malinconia?
      E gli stessi lillà profumano come allora.
      Credimi: c’è un’immutabile felicità.

      Lars Gustafsson
      Traduzione di Enrico Tiozzo Poesia n. 249 Maggio 2010. La poetica dell’archeologia cura di Enrico Tiozzo – Crocetti Editore 2010

  21. Spero che di questa poesia di Lars Gustafsson torneremo a parlare presto. Milosz e Tranströmer insieme, il secondo velatamente nel finale. Questi i sapori. Ma quel passo lungo nella scrittura Gustafsson non ha precedenti. Non l’avevo letta o chissà, forse ero tra i lettori che non ci fecero caso. Ma no, non l’avevo letta. Narrazione agilissima, stile che autorizza anche i migliori talenti a osare. Grazie davvero.

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