Petr Král – Lettera ai poeti della nuova ontologia estetica – Sabino Caronia – Un Appunto su Critica della ragione Sufficiente (Progetto Cultura, 2018 pp. 512 € 21) di Giorgio Linguaglossa con due poesie di Anna Ventura

Critica della ragione sufficiente Cover Def

Il «frammento» si dà soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato – La crisi dei fondamenti

Lettera di Petr Král

 Chère Donatella Costantina Giancaspero,

merci de votre lettre et de l’intérêt que vous portez à mes écrits; l’article sur Notions de base, bien sûr, m’intéressera beaucoup.

Je comprends mieux, grâce à votre lettre,  la notion de “nouvelle ontologie  esthétique” et le besoin que vous avez d’une “devise” de cette sorte. Moi aussi, après tout, j’ai utilisé l’expression de “phénoménologie” poétique à propos de mes Notions de base, justement, ce qui n’est pas très loin de votre ontologie… Je trouve, en tout cas, que votre initiative pour relancer le débat sur la poésie dans le contexte actuel est une initiative heureuse et utile et qu’elle mérite  d’être connue et suivie le plus possible; et si je peux y contribuer un peu, je n’hésiterai pas à le faire, selon les circonstances et avec mes moyens personnels.

Comme vous, je serais content si cela  nous permettait également de nous rencontrer un jour. Avec un amical bonjour pragois, à vous et à vos amis ontologistes.

[Cara Donatella Giancaspero,

grazie per la tua lettera e il tuo interesse per i miei scritti; l’articolo su Nozioni di base, ovviamente, mi interesserà molto.

Capisco meglio grazie alla tua lettera, il concetto di “nuova ontologia estetica” e la necessità si dispone di un “motto” di questo tipo. Io anche, dopo tutto, ho usato l’espressione “fenomenologia” poetica a proposito delle mie Nozioni di base, che non è molto lontano dalla vostra ontologia … Io penso, comunque, che la vostra iniziativa per rilanciare il dibattito sulla poesia nel contesto attuale è un’iniziativa felice e utile e che merita di essere conosciuta e seguita il più possibile; e se posso contribuire un po’, non esiterò a farlo, secondo le circostanze e con i miei mezzi personali.

Come te, sarei felice se ci permettesse anche di incontrarci un giorno. Con un amichevole buongiorno praghese, a te e ai tuoi amici ontologisti]

[Sabino Caronia, Steven Grieco Rathgeb, Grafica di Lucio Mayoor Tosi]

Sabino Caronia, soltanto un Appunto

 Giorgio Linguaglossa scrive nel Retro di copertina del volume:

Critica della ragione sufficiente, è un titolo esplicito. Con il sotto titolo: «verso una nuova ontologia estetica». Uno spettro di riflessione sulla poesia contemporanea che punta ad una nuova ontologia, con ciò volendo dire che ormai la poesia italiana è giunta ad una situazione di stallo permanente dopo il quale non è in vista alcuna via di uscita da un epigonismo epocale che sembra non aver fine. I tempi sono talmente limacciosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero che è andato disperso, frangere il pensiero dell’impensato, ritornare ad una «ragione sufficiente». Non dobbiamo farci  illusioni però, occorre approvvigionarsi di un programma minimo dal quale ripartire, una ragione critica sufficiente, dell’oggi per l’oggi, dell’oggi per ieri e dell’oggi per domani, un nuovo empirismo critico. Ecco la ragione sufficiente per una «nuova ontologia estetica» della forma-poesia:  un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che  il presente non è affatto certo.

Il programma «minimo» annunciato nel sotto titolo diventa, come per magia, un programma «massimo».

Diamo la parola a Linguaglossa:

Il «frammento» si dà soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato – La crisi dei fondamenti

Vattimo in La fine della modernità (1985), scrive: «l’esperienza postmoderna della verità è un’esperienza estetica». Per Vattimo, il pensiero è arrivato alla fine della sua avventura metafisica. ormai non è più proponibile una filosofia che esiga certezze e fondamenti unici per le teorie sull’uomo, su Dio, sulla storia, sui valori. La crisi dei fondamenti ha fatto vacillare ormai l’idea stessa di verità: le evidenze una volta chiare e distinte si sono offuscate. La filosofia nel suo nocciolo più autentico, da Aristotele a Kant, è sapere primo. Con  Nietzsche e Heidegger è svanita l’idea della filosofia come sapere fondazionale. La filosofia diventa ermeneutica, le categorie diventano instabili, l’instabilità diventa stabilizzazione della instabilità e il «frammento» diventa il «luogo» dove le processualità del reale si danno convegno. Si intende in tal modo collocare i «frammenti» in quella che innumerevoli volte e stata definita la nuova koiné del nostro tempo: la cultura filosofica postmoderna, derivante dall’eredita di Nietzsche e Heidegger, che ha trovato rifugio ed approfondimento in Gadamer, Ricoeur, Rorty, Derrida.

Il «frammento» si da soltanto all’interno di un orizzonte temporalizzato. Ecco perche l’eta pre-Moderna non conosce la categoria del «frammento».

 Esponente di rilievo dell’ermeneutica contemporanea, fortemente influenzato dal pensiero di Martin Heidegger e di Friedrich Nietzsche, Vattimo ritiene che l’oltrepassamento della metafisica sfoci in un’etica dell’interpretazione. La filosofia diventa pensiero debole in quanto abbandona il suo ruolo fondativo e la verità cessa di essere adeguamento del pensiero alla realtà, ma è intesa come continua interpretazione. Esistono, dunque, diverse ragioni che contrastano le pretese della filosofia fondazionale, ma il motivo di maggior peso è dato proprio dall’ermeneutica, arte e tecnica dell’interpretazione che riguarda il rapporto tra Linguaggio ed Essere.

Esistere significa vivere in relazione ad un mondo e questo rapporto è reso possibile dal fatto che si dispone di un Linguaggio. Le cose vengono all’essere solo entro orizzonti linguistici non eterni ma storicamente qualificati. Anche il linguaggio non è una struttura eterna.

[Giuseppe Ungaretti, Eszra Pound, Grafica di Lucio Mayoor Tosi L’uomo è gettato all’interno di questi orizzonti linguistici]

L’uomo è gettato all’interno di questi orizzonti linguistici, legge ed interpreta l’essere e si rapporta ad essi. Ma, trattandosi di orizzonti temporalizzati, vale a dire non eterni, è chiaro che sparisce ogni pretesa di discorsi o teorie eterne e assolute su Dio, sull’uomo, sul senso della storia o sul destino dell’umanità. L’avventura del pensiero metafisico è giunta al suo tramonto. L’uomo si trova già da sempre gettato in un progetto, in una lingua, in una cultura che eredita. L’uomo si apre al mondo tramite il Linguaggio che parla. Risalire a queste aperture linguistiche che permettono la visione del mondo significa pensare e prendere consapevolezza della molteplicità delle prospettive e degli universi culturali.

La verità diventa la trasmissione di un patrimonio linguistico e storico, che rende possibile e orienta la comprensione del mondo.

Umberto Saba scriveva in Quello che resta da fare ai poeti: «un’opera forse più di selezione e di rifacimento che di novissima invenzione». È proprio quello che fa Linguaglossa quando sposta il binario Debenedettiano dalla linea Saba-Penna alla linea Tranströmer-Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb nuova ontologia estetica della poesia italiana ed europea. Leggiamo un brano significativo.

Ha scritto Linguaglossa:

Sandro Penna «chiude» la tradizione lirica del primo novecento, quella facente capo a Saba e al primo D’Annunzio di Primo vere (1880). Il suo spazio espressivo è fondato sulla tradizione melodica e sulla sintassi lineare, sfruttando di queste componenti le qualità melodiche ed eufoniche. È il tipico poeta che viene dopo una grande tradizione melodica, che vive e prospera sulla immediatezza melodica ed eufonica di questa tradizione portandola al suo livello più compiuto.
Lo Schema metrico è fondato sugli endecasillabi, due strofe di cinque versi, con assonanze dissonanti (veduto-sentito) e opposizioni concordate (l’azzurro e il bianco).

Una poesia Sandro Penna

La vita… è ricordarsi di un risveglio…

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

(da Poesie, a cura di C. Garboli, Garzanti, Milano, 1989)

Più che parlare di «spazio espressivo integrale» io qui parlerei di una omogeneizzazione stilistica che proviene da una lunga e felice tradizione melodica.

Il nuovo «spazio espressivo integrale» di Tomas Tranströmer

Quando io parlo di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra. Leggiamo una poesia di Traströmer:

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

Tranströmer non scrive: «La vita è un ricordarsi di un risveglio», ma salta la perifrasi e va direttamente al «risveglio». Scrive: «Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno». Qui siamo all’interno di una costruzione multiprospettica: l’equivalenza introdotta dalla copula «è» introduce non una identità ma una dissimiglianza, una non-identità: è il «sogno» che viene ad occupare il posto centrale della composizione, il suo peso specifico all’interno della composizione è talmente forte da deformare la composizione stessa facendola sbilanciare verso la significazione dell’inconscio. Infatti, il secondo verso non si muove più lungo la linea della dorsale unilineare della melodia monodica (tipica di una certa tradizione cui appartiene Sandro Penna), ma introduce una complessificazione, il soggetto diventa «il viaggiatore» (anche questo attante dislocato a fine verso), il cui peso specifico viene molto accentuato dalla dislocazione a fine verso. Il risultato è che l’equilibrio dinamico e semantico (la significazione primaria e secondaria) del primo distico viene ad essere sbilanciato verso la fine verso. Il terzo verso introduce una formidabile amplificazione e intensificazione multi prospettica nel componimento, lo spazio della composizione si apre a ventaglio come a seguire il moto discendente del «viaggiatore» che si è lanciato dal paracadute, o che si è lasciato cadere dal e col «paracadute» nel vuoto dell’atmosfera.

[Petr Kral, Michal Ajvaz]

Ma qui il poeta non nomina affatto il vuoto e l’atmosfera che si aprono davanti al volo del «paracadute», è sufficiente aver articolato la composizione intorno ai due attanti «pesanti» («sogno» e «viaggiatore»), sono essi ad aprire la composizione verso una pluralità di punti di vista spaziali, infatti il lettore vede con i propri occhi il discendere del «viaggiatore» che si getta col «paracadute» «dal sogno» verso le insondabili profondità dell’inconscio. Il «viaggiatore» non può che scendere in verticale: «sprofonda»… dove? «verso lo spazio verde del mattino». Qui, con una formidabile accelerazione Tranströmer indica il lento affiorare della coscienza che si riprende gli abiti del giorno e scaccia nell’oscurità i fantasmi del «sogno», ricaccia indietro il mondo multiprospettico e labirintico dell’inconscio. La parola che chiude la terzina è «mattino». Il «mattino» ricaccia indietro il mondo di fantasmi dell’inconscio e restituisce alla coscienza il dominio sull’io.

Da questa breve analisi si rende evidente che in questo caso «lo spazio espressivo integrale» della poesia transtromeriana non è più fondata sulla equivalenza del principio di identità («è») e sulla simiglianza dissimiglianza tra tutti gli attanti come nella poesia eufonica e melodica di Sandro Penna, in Tranströmer lo «spazio espressivo integrale» trova applicazione dal, se così possiamo dire, principio di multiprospettiva e di non-identità tra tutti gli attanti (sogno, viaggiatore, mattino) i quali obbediscono ad una diversa ed evidente filosofia della composizione. Con 17 poesie di Tranströmer la poesia europea è cambiata per sempre, penso che i lettori non possano che convenire.
Leggiamo quest’altra strofa:

Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
come una pista da pattinaggio abbandonata.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

Lascio ai lettori la lettura di questa strofa secondo i nuovi criteri ermeneutici della «nuova ontologia estetica», ovvero, secondo il nuovo concetto di «spazio espressivo integrale».

Giacomo Debenedetti, forse il più grande indagatore del romanzo del novecento, metteva in evidenza una linea Saba-Penna e dedicava particolare attenzione a poeti come Gozzano e Saba che sono certamente tra i meno innovatori della nostra tradizione del novecento, non a caso Elsa Morante intitolava Il poeta di tutta una vita un suo intervento sul notiziario Einaudi dell’aprile 1957. Il no a Saba, del resto, era già nel panorama poetico dei Versi di Renato Serra ed arriva fino ad un intelligente discepolo di Debenedetti, Alfonso Berardinelli il quale discorrendo recentemente della poesia di Saba non può fare a meno di sottolineare la predilezione di Debenedetti per la narrativa e la sua prevenzione nei confronti della «poesia ermetica».

Nel volume di Giorgio Linguaglossa si auspica una rivoluzione che sia consapevole dei valori della tradizione per potere radicalmente innovare e a questo proposito particolarmente significativo è il capitolo «Cenni sul concetto di Bello», che non può non richiamare alla mente le osservazioni di Giacomo Debenedetti e il pensiero di Kafka da cui parte la sua critica: «La nostra arte è un essere abbacinati dalla verità, solo la smorfia che si ritrae sul volto è vera, nient’altro che questo».

Le incursioni di Linguaglossa su concetti della fisica e della metafisica come il «vuoto», il «nulla» e la fisica quantistica, hanno un precedente illustre nelle pagine di Debenedetti sul trionfo dei brutti e sulla fisica quantistica, non a caso sono state sottolineate da critici esperti come Angelo Guglielmi e Mario Petrucciani il quale ultimo ha intitolato significativamente il suo intervento «Debenedetti e la musica dell’algoritmo».

Sulla scia di Debenedetti, Giorgio Linguaglossa non può fare a meno di richiamare Freud il quale dice che «non c’è nessun altro luogo di cui si possa dire con altrettanta certezza che ci siamo già stati [il grembo materno], non a caso il primo contributo di Debenedetti su Saba è intitolato «Il grembo della poesia»).

Scrive Linguaglossa a proposito della «crisi del soggetto».

«La crisi della ragione è nient’altro che la crisi del Soggetto. Anzi, deriva dalla crisi del soggetto cartesiano. Dopo Freud la crisi del Soggetto ha avuto una grandissima impennata: oggi abbiamo un soggetto in frammenti, un corpo in frammenti, un oggetto in frammenti». (in Critica, p. 169,170)

Nel dialogo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa viene sottolineato come non a caso Freud, sul significato di creazione artistica, riconduce ogni cosa alla sfera intima e mentale. Ad esempio, la descrizione del sogno dopo Freud in Kafka, in Joyce e in Pirandello non può essere più la stessa.

A proposito del concetto di «Bello» si vedano le pagine dedicate al «Bello nel pensiero di Leopardi» [pp. 32-33] che preparano le altre sulla questione del «reale» e del «realismo» in cui è citato un pensiero dello Zibaldone leopardiano del 7 agosto 1921: «Il primo principio delle cose è il nulla, nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere in quel modo» [p. 35-36]. Altro punto importante è il riferimento all’Infinito di Leopardi a proposito della tematica della «metafora silenziosa» [pp. 72-73]

È questo che distingue la poesia di quanti pur pregevoli autori, come Mario Benedetti, dimostrano punti di vicinanza o di contatto, con il suo «scarto minimo» rispetto allo «scarto massimo» proprio delle «disfanie» tipiche della «nuova ontologia estetica» o delle discontinuità della poesia di Mario Gabriele il quale nel suo intelligente collage mette insieme frammenti delle réclame, delle canzoni dei R.E.M., della cronaca etc. in una linea che a me personalmente richiama il magistero poetico di un «Incendiario» come Aldo Palazzeschi secondo una linea diagonale che unisce il poeta italiano a Kjell Espmark, Tomas Tranströmer, Katarina Frostenson, Petr Kral, Michal Ajvaz tanto per fare dei nomi di poeti europei.

Gif Paesaggio urbano colored

Quando morirò, vedrò la fodera del mondo

«io mi sentirei di tracciare una linea che va in diagonale da Corrado Govoni a Aldo Palazzeschi passando per i crepuscolari e lo Sbarbaro di Pianissimo al primo Montale. La prima metà del novecento italiano vive in questa gamma di possibilità stilistiche entro la quale si possono situare tutti gli altri poeti. Con il secondo novecento la questione si sposta e diventa preponderante il problema del discorso poetico, cioè l’adozione di un territorio linguistico contaminato, ibrido, spurio, contagiato dalla narrativa, dal pensiero saggistico, dai nuovi linguaggi mediatici. Tutto ciò ha avuto ed ha tuttora un enorme peso sulla poesia del secondo novecento e su quella di oggi a maggior ragione, direi un peso determinante». [Critica, p. 196, Giorgio Linguaglossa]

Vorrei concludere con una frase di Renato Serra che nella sua ricerca di «un’ora comune» scriveva nelle pagine memorabili del suo Esame di coscienza di un letterato: «E facciamo magari della letteratura. Perché no? Questa letteratura che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l’ironia che è propria del mio amore, che mi sono vergognato di prendere sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra tante altre, una delle cose più degne».

Una lettera di Giorgio Linguaglossa a Rossana Levati:

cara Rossana Levati,

Milosz è stato un mio maestro, tanto tempo fa leggevo i suoi versi con ammirazione. L’ammirazione è restata ma è subentrato il rammarico che non posso più contare sui suoi versi… Milosz è un altro tipo di poeta, lui era un credente, credeva nella «pesantezza» della parola e delle parole, viveva in un mondo regolato dalla cortina di ferro, le parole per lui erano di ferro… Adesso noi invece sappiamo di abitare un mondo di sabbia dove le parole sono sabbia di sabbia, e le parole di un poeta non sono altro che geroglifici inscritti nella sabbia. Noi della nuova ontologia estetica non potremmo mai scrivere un verso siffatto:

«Quando morirò, vedrò la fodera del mondo»

perché non c’è più un «Quando», noi sappiamo che non c’è mai stato un «quando», semplicemente non è mai esistito, che i nostri ricordi non ci sono più, che è saltata la continuità tra il passato del «Quando» e il presente del «quanto», siamo diventati «deboli» e «orfani», non possiamo più pronunciare le parole «pesanti», abbiamo dismesso l’avverbio «Quando» e lo abbiamo sostituito con l’avverbio «Forse», siamo entrati nel cono d’ombra delle parole d’ombra. Noi oggi potremmo tutt’al più scrivere:

Forse un giorno anch’io vedrò la fodera del mondo,
ma è molto improbabile… che ciò avvenga,
la distanza tra me e Milosz la possiamo cronometrare
in miliardi di chilometri che separano la cintura di Kuiper
dalla nebulosa di Oort. Le stelle del suo firmamento
stanno qui sul mio comodino insieme alle mie parole
di sabbia…
non ho altre certezze che la certezza della mia incertezza,
questa sì, la mia più grande certezza, dalla quale però
non mi è lecito arretrare…

La nostra è una ontologia della caducità, la nostra ontologia è diventata «debole», chi non l’ha capito non ha capito nulla di quello che è accaduto al nostro mondo. Ci sono rimaste le «parole deboli» e con quelle, volenti o nolenti, ci dobbiamo arrangiare. Chi usa le parole «forti», le parole dell’elegia, le parole del panlogismo del secondo novecento, il discorso zanzottiano e post-zanzottiano, le parole «fortificate» , le parole polifrastiche e paesaggistiche o non ha capito nulla del nostro mondo o è uno sciocco (che poi sono la stessa cosa). Quelle parole sono finite nel buco dell’ozono della afasia dell’ultimo Zanzotto (Meteo e Sovrimpressioni), e non poteva andare diversamente perché quelle parole corrispondevano ad una visione panlogistica del discorso poetico. A noi di quel mondo non ci sono rimasti che frammenti, e non ci resta altro da fare che impegnarci nella loro raccolta e catalogazione in un discorso poetico che sarà necessariamente frammentato e dissestato. A noi di quell’«armadio delle meraviglie» del novecento è rimasto questo, l’ha scritto Anna Ventura:

L’armadio delle meraviglie

Con mani tremanti e occhi azzurri
ho aperto l’armadio delle meraviglie
– c’era scritto anche fuori:
armadio delle meraviglie –
Ma dentro era vuoto.
Ho spiato ogni angolo, se mai
una piccola ampolla, una piuma,
una scatola cinese, una perlina
fosse rimasta ancora. Vuoto
dovunque, vuotissimo vuoto.
Ho rinchiuso le ante,
dolcemente, con grazia,
affinché nessuno sentisse
io cigolio dei cardini. Chi sa
forse è bene
che altri continui a credere
in questi armati e forse
in tutta la terra grandissima,
o in qualche vecchio museo,
ancora esiste un armadio
che non sia vuoto e risponda
al suo nome meraviglioso
con vere meraviglie. 1]

*

Come una fragile tazza

Come una fragile tazza
a ricami verdi
questo pomeriggio vuoto;
che orribile spreco – imperdonabile –
di splendore.

Il fatto è che abbiamo dovuto sgombrare molte case, abbiamo dovuto abbandonare molteabitazioni noi della fine del novecento, e queste fatiche ci hanno lasciati esausti. Leggiamo questa poesia di Anna Ventura:

Le case

Ho amato molte case
E due moltissimo. La prima
Era nel vecchio quartiere della città,
partiva da terra ma poi si capiva
che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
La componeva
una serie di stanze minuscole
bianche di luce e calce – casa
di astronomo,
o di marinaio –
In fondo, l’altana coperta
Di travi decrepite,
gonfia d’aria e di sole.
Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
la loro vita miseranda brulicante da basso.
Non piacque a mia madre,
anzi, le fece paura. Io invece
ne rimasi ferita a morte,
col tempo mi ammalai di nostalgia.
L’altra è la casa del vento,
tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
solo gli spiriti dell’aria
che di giorno e di notte
bussano ai vetri con le loro manine.
Neanche questa casa piace.
E perché dovrebbe?
Solo che intanto io ho imparato
A mettere il bavaglio ai miei sogni,
accettato l’assioma
che la realtà rifiuterà di abbracciarli
nel suo concretissimo giro ma io
me li terrò lo stesso,
nel giro infingardo
della mia verità.

1] A. Ventura, L’armadio delle meraviglie, Collana di studi Abruzzesi, 2004 p. 13

La casa bassa

così bassa che il cielo la schiaccia,
così sola nella campagna immensa,
attaccata al suo filo di fumo
una piccola casa.
Così piccola
che le pareti sono coperte dai libri
e c’è spazio per terra
solo per un tappeto tondo.
Qui aspettare
il primo vento di novembre
che sa di neve e trovare nella zolla
il primo fiore del disgelo.
Qui imparare le voci del legno del fuoco e dell’erba
e avere per amico un gatto buono.
Anche questo è un luogo dell’anima, il luogo
dell’ultima attesa

Da L’armadio delle meraviglie, 2004 Collana di Studi Abruzzesi, p. 65

23 commenti

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23 risposte a “Petr Král – Lettera ai poeti della nuova ontologia estetica – Sabino Caronia – Un Appunto su Critica della ragione Sufficiente (Progetto Cultura, 2018 pp. 512 € 21) di Giorgio Linguaglossa con due poesie di Anna Ventura

  1. Sono lietissima di leggere, sull'”Ombra” di oggi, due poesie che rientrano in quel piccolo gruppo di mie parole che io stessa salverei ,in una ipotetica cancellazione di ogni nostra traccia.Solo chi mi conosce nel profondo poteva sceglierle tra tante, scoprire l’origine di quel”vuotissimo vuoto”che ho toccato con mano, trovando tuttavia la forza per sopravvivere, nell’immaginario e nell’amore per gli altri.

    • vincenzo petronelli

      Cara Anna, non ho ancora letto l’articolo odierno nella sua interezza (e colgo l’occasione per scusarmi per la mia latitanza di questi ultimi tempi, ma purtroppo sono in una fase di pervasività dei miei impegni lavorativi) ma voglio precisare che le tue poesie meritano ampiamente la collocazione ed il risalto avuti perché sono di rara intensità; in particolare mi permetto di sottolineare che “Le case” mi fa sobbalzare ogni volta che ho occasione di leggerla, perché mi cattura ed ipnotizza la sua costruzione icastica che sento molto mia, sia concettualmente, sia per le immagini proposte, probabilmente per il nostro comune retroterra “basso adriatico”. Grazie Anna.

      • Per Vincenzo Petronelli: grazie per il ricordo e per la stima, che condivido pienamente,Se qualcosa di me si salverà, sarà esclusivo merito di Giorgio Linguaglossa, capace di interpretare non solo le mie parole,ma anche I miei vuoti e i miei silenzi,le mie paure e le mie speranze.Devo averlo incontrato sulla via di Damasco, poco prima che il silenzio mi ingoiasse per sempre,nel buco nero delle parole non dette,dei sentimenti non rivelati.

  2. Anna Ventura

    la casa bassa
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/28/petr-kral-lettera-ai-poeti-della-nuova-ontologia-estetica-sabino-caronia-un-appunto-su-critica-della-ragione-sufficiente-progetto-cultura-2018-pp-512-e-21-di-giorgio-linguaglossa-con-due-poesi/comment-page-1/#comment-33301
    così bassa che il cielo la schiaccia,
    così sola nella campagna immensa,
    attaccata al suo filo di fumo
    una piccola casa.
    così piccola
    che le pareti sono coperte dai libri
    e c’è spazio per terra
    solo per un tappeto tondo.
    qui aspettare
    il primo vento di novembre
    che sa di neve e trovare nella zolla
    il primo fiore del disgelo.
    qui imparare le voci del legno del fuoco e dell’erba
    e avere per amico un gatto buono.
    anche questo è un luogo dell’anima, il luogo
    dell’ultima attesa

    Da L’armadio delle meraviglie, 2004 Collana di Studi Abruzzesi, p. 65

    • Rossana Levati

      Immersa nel “grande fiume delle cose che non aspettano niente” spesso Anna Ventura ha tracciato nella sua poesia, definendoli col tocco sapiente di un’immagine densa e delicata al tempo stesso, questi luoghi-rifugio, come la “casa bassa” o il “paese di mare” di “Lettera”, dove non si può comprendere la lingua della gente “dura, parca e di poche parole” che vi abita, dove il vento è freddo e pungente ma dove si può cercare un rifugio nel caldo, dove si può entrare a ripararsi e poi ancora uscire a sfidare il vento, partire e ancora tornare perchè quel luogo, duro e al tempo stesso ospitale, è anch’esso “un luogo dell’anima”.
      Utopia è, come lei dice, un luogo irraggiungibile, perduto nel nostro compromesso continuo col quotidiano, dove un mondo “spietato” ci ha forse tolto le ali che servirebbero per ritrovare il luogo dove vorremo essere nati e dove vorremmo vivere: ma lei sa sempre cogliere e indicare, nelle sue poesie, le cose cui affidare se stessi e in cui far consistere l’equilibrio della vita, tra l’orizzonte e il fuori dove si vedono “altre case, altri comignoli e tetti”, e il dentro dove si possono custodire i segreti, dove la sedia, il tappeto e la lampada, macchiata dalla “pulce nera della mosca estiva”, conservano lo “splendore” necessario per affrontare la vita, quasi punti di ancoraggio nel fluire delle cose.
      Mi augurerei di trovare, sulla mia strada, quella bisaccia “con dentro un pezzo di pane” e quella “borraccia con l’acqua” che tanto generosamente ha dichiarato di donare a chi dovesse passare sulle orme lasciate nel suo viaggio.

  3. Grazie sempre, caro Giorgio, dei tuoi preziosi invii, dei tuoi davvero straordinari scritti.
    Colgo l’occasione per inviarti anche un augurio pasquale, insieme ai più cari saluti

    • Grazie Mariella,

      per la stima che dimostri verso i miei «scritti», auguro anche a te e alle persone che ti sono care un Augurio di serene festività pasquali. Ti volevo dire che abbiamo già pronto il post con la Antologia delle tue poesie e che prestissimo lo pubblichiamo, così potremo approfondire la riflessione sul recente contemporaneo della poesia.
      Un caro saluto.

  4. Per Rossana Levati: sono lusingata per la generosa accoglienza delle mie poesie da parte di lettori di tanto livello, testimoni preziosi del mio discorso poetico, di cui ,forse,non mi sarei nemmeno resa conto ,se non avessi avuto l’attenzione tenace di Giorgio Linguaglossa,la sua generosa disponibilità nel rimuovere la mia naturale ritrosia,la sua pazienza nell’accettare certi miei silenzi.Dei quali, comunque, continuo a sentirmi colpevole.

    • Rossana Levati

      Anch’io ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver proposto spesso su questa rivista le poesie di Anna Ventura, che altrimenti non avrei potuto conoscere.
      Gentile Anna Ventura, le sue parole poetiche sono un dono per chi ha la fortuna di leggerle, ed anche i silenzi hanno un loro senso nell’opera dei poeti.

  5. gino rago

    A integrazione dell’interessante nota critica di Sabino Caronia sull’opera psicofilosofica di Giorgio Linguaglossa “Critica della Ragione Sufficiente” segnalo il link con alcune mie riflessioni sulla stessa opera linguaglossiana a suo tempo ospitate da Luciano Nota su ‘La Presenza di Erato’ in cui, tra le righe, chiosavo sugli stretti legami di “Critica della Ragione Sufficiente” sia con “Appunti critici [La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, Edizioni Scettro del Re, Roma, 2002, Pagine 324]”, sia con “Dopo il Novecento [Monitoraggio della poesia italiana contemporanea, Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2013, Pagine 148] con, in quest’ultimo lungo saggio del 2013, un Giorgio Linguaglossa che ci ammoniva con queste parole-chiave:” […] oggi andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole[…]”

    Ecco il link per gli interessati:
    https://lapresenzadierato.com/2018/…/gino-rago…di…/comment-page-1/
    GR

  6. gino rago

    Affino il precedente commento breve con il giusto link:

    https://lapresenzadierato.com/…/gino-rago-a-proposito-della-poetica-del-vuoto-brani-t…
    GR

  7. gino rago

    Gino Rago, Cinque domande a Giorgio Linguaglossa:

    Gino Rago: “Esaminando dalla tua specola di poeta e di critico militante il panorama contemporaneo delle patrie lettere esiste una “Nuova” critica?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/28/petr-kral-lettera-ai-poeti-della-nuova-ontologia-estetica-sabino-caronia-un-appunto-su-critica-della-ragione-sufficiente-progetto-cultura-2018-pp-512-e-21-di-giorgio-linguaglossa-con-due-poesi/comment-page-1/#comment-33360
    Risposta di Giorgio Linguaglossa:
    Credo che non si possa mettere in discussione il fatto che una “Nuova critica” non può essere disgiunta dall’esistenza di una nuova poesia e di una nuova narrativa, a meno che non si tratti di una critica accademica, la quale è comunque altra cosa da quella di cui stiamo parlando.

    G. R. : Secondo te è possibile stabilire dei criteri che ci consentano di poter individuare, riconoscere una “Nuova” critica? Ti pongo questa seconda domanda prendendo come riferimento la tua raccolta di saggi, recensioni, meditazioni che hai fatto confluire nel 2003 in Appunti critici, per le Edizioni romane ‘Scettro del Re’, il cui sottotitolo era “La Poesia Italiana tra Conformismi e Nuove Proposte”

    Così chiosa Giorgio Linguaglossa:

    Quando qui si parla di Nuova critica è qualcosa di militante che si intende. Ammesso e non concesso che esista realmente una Nuova critica letteraria, sarebbe interessante vederla all’opera, esaminare come essa intenda affrontare i seguenti problemi:

    In Appunti critici mi sono posto il problema-base sul quale un pensiero critico moderno non può non indugiare se non vuole essere retrocesso a mera formulazione di quesiti retorici e a esercizio di eufuismo e di conformismo: Dante e Petrarca, quale rappresentazione?.

    In Appunti critici ho tentato di rispondere ai quesiti seguenti:

    Può essere tracciata, all’interno del Novecento, una linea dantesca?

    Il petrarchismo come malattia congenita del corpo della Tradizione?

    Il petrarchismo coincide con la linea pascolinizzante della poesia italiana del Novecento?

    Il post-sperimentalismo e le poetiche neoorfiche possono essere considerate varianti dell’eterna malattia italiana del petrarchismo?

    La poesia italiana del Novecento è una poesia sostanzialmente pascolinizzante? La riprova è che deriverebbero dal Pascoli sia il crepuscolarismo, la linea «incendiaria» di Palazzeschi, l’ermetismo, lo stesso Montale pur se in modo parziale soprattutto con il primo libro, Ossi di seppia, del 1925, (pur se l’operazione del ligure è strategicamente dirompente nella misura in cui prosciuga la retorica pascoliana), il tardo-ermetismo, sia l’antilirica dell’Opposizione (vedasi la costante ricerca del padre putativo effettuata da Sanguineti nei riguardi del poeta di Romagna), sia lo sperimentalismo officinesco di Pasolini. Posto questo assunto, qual è la posizione della “Nuova critica”?

    G. R. In Appunti Critici è dunque possibile enucleare una idea-guida, una idea-forza, al fine di condurre per mano i lettori verso il tuo lavoro psicofilosofico?

    Giorgio Linguaglossa così risponde:
    Una delle idee-forza di “Appunti Critici” è quella secondo cui il «traliccio» del Pascoli, lo sperimentalismo inconsapevole del poeta di Romagna, con tutto il repertorio di tecniche versificatorie che gli appartengono, sarebbe il «responsabile» della linea del riformismo moderato della poesia italiana del novecento, sulla quale sono saldamente impiantati autori anche antitetici come Pasolini e Sanguineti, fino al conformismo professionale di autori allotrii come Gianni D’Elia e Edoardo Cacciatore, ovvero, il Mitomodernismo di Giuseppe Conte come il tardo post-sperimentalismo degli «arrabbiati», i luddisti del discorso poetico del Grupo 93.

    G.R.: In Appunti Critici a me pare che ci sia anche altro, e sottoforma di auspici verso nuovi paradigmi letterari e in forma di questioni stringenti verso nuove basi ontologiche ed estetiche…

    Risposta di Giorgio Linguaglossa:
    In “Appunti Critici” ho auspicato che la Nuova critica avvii una riflessione su quale idea di narrativa e di poesia entro il contesto europeo.
    In “Appunti critici” ho affrontato il problema tuttora centrale se nelle nuove condizioni della civiltà europea sia possibile, oggi, un’arte di avanguardia.
    Ho tentato altresì di chiarire il luogo e la funzione di una critica militante nel tardo-moderno.
    A questo punto mi trovo costretto a chiedere ai lettori di approfondire le ragioni che hanno condotto alla scomparsa del rapporto tra critica militante e critica della cultura.
    Ed infine, non posso fare a meno di chiedere: qual è l’antinomia-base del fare arte nel Moderno?
    In Appunti Critici ho tentato di scandagliare, in modo rapsodico, leggendo i tanti autori affrontati, il problema seguente: la poesia del novecento ha subito una serie di modificazioni della forma-interna. E mi chiedo, e vi chiedo: quali sono i punti di svolta che hanno contrassegnato questi cambiamenti?
    Non potevo esimermi, infine, dall’affrontare alcune questioni tuttora aperte: è ancora possibile utilizzare il concetto di “impegno”? La poesia deve essere impegnata? E, infine, la poesia è un’arte del passato o c’è una speranza di una sua sopravvivenza nel prossimo futuro? E se c’è una modalità di sopravvivenza, quali sono le condizioni perché questo avvenga?

    G.R.: A questo punto ponendoti nel tuo libro quelle che possono essere intese come “domande radicali” hai tracciato un perimetro ineludibile per la “Nuova critica” …

    Risponde Giorgio Linguaglossa:

    Come l’ultimo degli epigoni, mi sono rivolto una domanda retorica, alla quale comunque un critico militante non può non rispondere o, in qualche modo, tentare un abbozzo di risposta:
    qual è la posizione della Nuova critica in ordine alle mode culturali del contemporaneo?[…]

    Gino Rago

    • caro Gino,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/28/petr-kral-lettera-ai-poeti-della-nuova-ontologia-estetica-sabino-caronia-un-appunto-su-critica-della-ragione-sufficiente-progetto-cultura-2018-pp-512-e-21-di-giorgio-linguaglossa-con-due-poesi/comment-page-1/#comment-33382
      quando è uscito il libro di critica, Appunti critici, nel 2003, eravamo ancora all’interno delle problematiche della poesia epigonica del novecento, il volume raccoglieva scritti sparsi del decennio precedente. Per certi aspetti assumevo una posizione combattiva, di contrasto, si trattava di un libro militante alla vecchia maniera, alla maniera degli scritti di Fortini e di Pasolini… ma purtroppo la «nuova poesia» era di là da venire, c’erano state voci poetiche di un certo valore, come Giorgia Stecher e Maria Rosaria Madonna (che muore nel 2002), ma nel complesso la poesia italiana degli anni novanta continuava ad attardarsi ad un epigonismo di maniera… Adesso, nel 2018, per fortuna le cose sono, paradossalmente, migliorate, nel senso che finalmente sono emerse alcune individualità poetiche di notevole, a mio avviso, spessore, come te, Mario Gabriele, Anna Ventura, Steven Grieco Rathgeb, Lucio Mayoor Tosi, Letizia leone, Donatella Costantina Giancaspero, Giuseppe Talia e altri poeti che si sono risvegliati dal torpore e hanno iniziato a seguirci, tutto questo ha permesso la creazione di un clima favorevole, di un fervore creativo, finalmente la poesia italiana sembra essersi disincagliata dagli scogli del suo sonno remoto… In questa nuova condizione è ovvio che anch’io mi sia sentito stimolato ad accompagnare la emersione della «nuova poesia» con un pensiero critico rinnovato, con un linguaggio critico reinventato e adattato alle nuove esigenze espressive della «nuova poesia». Adesso le condizioni sono più favorevoli rispetto a due decenni or sono, perché, paradossalmente, la crisi della poesia italiana ha toccato il suo apice. Nel momento più basso, toccato il fondo della insignificanza, la poesia italiana sta dando e ha dato segnali di risveglio dal sonno profondo e remoto nel quale era sprofondata.
      Questa almeno è la mia diagnosi. Dico cose spiacevoli? Dico cose estreme?

      • Carissimi Gino Rago e Giorgio Linguaglossa,
        a fronte di questo vostro interessante colloquio, sono dell’avviso che due giorni di esposizione, con pareri e commenti altrui, non siano abbastanza sufficienti per dialogare su questa rivista, Scriveva Barilli che per far fronte ad una nuova ipotesi di poetica o di critica, bisogna istituzionalizzare come normalità i principi formali ed estetici, quelli di cui con assidua perseveranza porta avanti Linguaglossa.Va da sé ricordare che è difficile far convergere l’attenzione dei poeti verso la fondazione di una nuova Avanguardia perché non ci sono più i fronti culturali in grado di dialogare tra loro, accettando i vari punti di vista. La globalizzazione e l’espansione egemonica della Finanza, hanno messo in un angolo le Ideologie, sostituite dalle merci. Prevale il mercato sul dibattito culturale e la stabilità estetica della poesia del Novecento verso la quale si indirizzano poeti e critici più inclini all’associazionismo, che allo sviluppo di nuove ipotesi di poetica.. Stupisce ancora di più che su questa rivista ci siano, a fronte di tanta fatica esegetica e critica da parte di Linguaglossa, presenze poetiche di vecchia e nuova generazione,sempre pronte a riproporre atmosfere linguistiche nebulizzate dal tempo C’è bisogno, invece, di un nuovo impegno culturale: una specie di conciliazione come al tempo di Tommaso d’Aquino su Fede e Ragione.

        • gino rago

          Caro Mario Gabriele, Caro Giorgio Linguaglossa,

          condivido totalmente spirito e dettato dei vostri commenti.

          Torno nella mente alla Battaglia di Solferino. Torno in me al 1859. Francesco Giuseppe è ferito gravemente ma un giovane Sottotenente gli salva la vita.

          L’Imperatore d’Austria-Ungheria decide di decorare il giovane Ufficiale e in più lo nomina Barone. Dopo tre generazioni siamo alla vigilia del disfacimento dell’Impero:

          [“L’imperatore era ormai vecchio, il più vecchio imperatore del mondo. La morte gli ronzava intorno. Ronzava e falciava, falciava e ronzava…”]

          Ma della finis Austriae imminente il “Sottoprefetto dell’Impero” non ha nessuna percezione. Ed è sempre fermamente convinto d’essere il miglior rappresentante del migliore dei mondi possibili.

          Da funzionario imperiale rigido, impermeabile ai segni che pure gli giungono dall’esterno, i segni del disfacimento in atto, persevera nei riti quotidiani, nelle manie di sempre: legge la posta a un orario preciso, passeggia da solo al mattino, parla sempre degli stessi argomenti con il comandante della fanfara del presidio e la fanfara esegue sempre la stessa marcia…

          Ma intanto quel macello spaventoso [che Hobsbawm indica quale inizio del “secolo breve”], provoca un autentico cataclisma da cui l’Austria-Ungheria [assurdo simulacro del passato] uscirà annientata…. E nulla più sarà come prima, soprattutto nelle vite degli eredi dell’ “Eroe di Solferino”.

          Caro Mario Gabriele, Caro Giorgio Linguaglossa,

          certi poeti, certi scrittori, certi critici aurati impermeabili alle nuove istanze estetiche non ricordano anche a voi quel “Sottoprefetto dell’Impero”?
          E dalla lettera di Peter Kral a Costantina Donatella Giancaspero non si deduce l’intelligenza viva di questo grande poeta?

          GR

          • gino rago

            Caro Giorgio Linguaglossa, Caro Mario Gabriele,
            perché a voi due mi sono rivolto riesumando in me il “Sottoprefetto dell’Impero”?
            Perché dalle vostre opere poetiche e dai vostri interventi critici che ben conosco per frequentazioni di letture assidue, come me assumete questo:

            La letteratura e la poesia sono nello stesso tempo “Arte del linguaggio” e “Attività conoscitiva”, perché come “Arte del linguaggio” vivono nella lingua e come “Arte Conoscitiva” vivono nella Storia…
            GR

  8. “Lo sperimentalismo inconsapevole” di Giovanni Pascoli: questa espressione di Giorgio Linguaglossa va al cuore della problematica pascoliana, comprende la sua complessità di uomo e di studioso.”Quando partisti, come son rimasa/
    come l’aratro in mezzo alla maggese!”;ogni mia perdita, delusione,sconfitta mi riporta alla mente questi versi,troppo intensi per poter essere “tradotti “da qualunque discorso critico;perchè sono un simbolo, come la croce,

  9. Sabino Caronia

    Poche righe per esprimere il mio rinnovato apprezzamento, sincero e convinto, per la nostra brava poetessa a cui il compianto amico Vittoriano Esposito,nella sua serietà e professionalità, dopo aver dato autorevole collocamento in “L’altro Novecento”,IV,La poesia etico-religiosa in Italia” , ha dedicato addirittura un volume monografico, “Itinerario letterario di Anna Ventura”. Molto opportunamente Pasquale Maffeo ha parlato, a proposito di questa poesia, di ” un respiro laico che ha l’intima forza d’un sentimento religioso”. Ancora una volta ritorna in “Streghe” il sentimento esistenziale ,la chiarezza stilistica , la sapienza compositiva di una poetessa nutrita di cultura classica per la quale ,avrebbe detto Margherita Guidacci, la realtà fisica e spirituale è “aperta ‘come un atlante”. Felicitazioni vivissime. Ad majora!

  10. Caro Sabino, il tuo apprezzamento mi giunge graditissimo;sai quanto apprezzo le tue qualità di poeta, narratore e critico letterario;grazie per aver definito, con le preziose parole della Guidacci,la mia poesia
    come interpretazione di una realtà fisica e spirituale “aperta come un atlante”.Non potevi farmi un complimento più raffinato: è la chiarezza, infatti, la mia prima ambizione.Un’ambizione pericolosa, tuttavia, perchè brevissimo è il passo tra verità e indiscrezione,tra osservazione e denuncia.Ma è questo, il nostro mestiere,e non possiamo(nè vogliamo) cambiarlo.

  11. griecorathgeb

    Sono felicissimo della risposta di Petr Král a C. D. Giancaspero. E’ un atto importante, io penso, che dice molto di questa poetessa, e molto anche dell’apertura del poeta ceco. Ho molto apprezzato il suo francese così discreto e silenziosamente elegante.
    Avete visto? Ci ha battezzato: les ontologistes. Non si poteva sentire niente di meglio.
    Grazie Costantina!
    E un grazie molto sentito anche a Sabino Caronia, che con la sua analisi in questo post, ho aggiunto altra chiarezza nel delineare cosa, forse, può essere questa nuova ontologia poetica…
    Infine, un saluto ad Anna Ventura. Vedo con “Streghe”, gentilmente pervenutomi per mano di Giorgio Linguaglossa, che Anna continua a scrivere bellissima poesia. Una poesia semplice che raggiunge il cuore delle cose: alla superficie la complessità appare ingannevolmente semplice.

    • donatellacostantina

      Caro Steven e cari amici de L’Ombra, solo due parole, per ora (riservandomi di scrivere più a lungo molto presto): possiamo sentirci orgogliosi e onorati delle parole di Petr Král. Essere apprezzati e incoraggiati da un poeta straordinario come lui è un privilegio grande per tutti noi che lavoriamo con dedizione al progetto della Nuova Ontologia Estetica. Manteniamo sempre attivo questo contatto con lui, anche scrivendogli collettivamente. Siamo un Gruppo, ormai: la voce di uno è la voce di tutti. Siamo les ontologistes. Vive les ontologistes!!

  12. gino rago

    Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non postcontemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai non luoghi dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’.
    E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato e sottratto all’infinito il poeta si prepara, circondato dalle sue ‘cose’, e in un’atmosfera da Antologia Palatina [“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto canto…tutto si spegnerà] all’ultima attesa…[…]
    GR

  13. Fondamentale, quanto questa lettera svela: la collaborazione tra voci anche lontane, il confronto aperto, la Parola. Allarga il respiro, potersi aprire ad un dialogo più vasto, cosa che manca da così tanto tempo…
    Grazie Costantina Giancaspero e grazie a Petr Král.

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