Elio Pecora Poesie da Rifrazioni, Lo Specchio, Mondadori, 2018 pp. 150 € 18 – con un preambolo di Pier Aldo Rovatti da Abitare la distanza e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Gif tenere il punto

la scrittura poetica non può essere ridotta a «episodio»

Scrive Pier Aldo Rovatti:

«La scrittura e la sua scena non possono essere ridotte a episodio. La ripresa del problema filosofia/letteratura ha senso se ci aiuta in una “chiarificazione”, per dir così, del linguaggio e della scrittura  in rapporto alla pratica filosofica. Considerazioni sul tempo interno della scrittura (l’interruzione, la pausa, il silenzio ecc.) rientrano in questo ambito problematico, in cui è importante che avvenga uno scambio di informazioni e di esperienza tra chi scrive di filosofia e chi opera nel campo del discorso letterario. Non mancano, per altro, esempi recenti e recentissimi di tale scambio, e per tutti potrebbe valere l’importanza che ha avuto Maurice Blanchot nell’ambito della più significativa comunità filosofica del dibattito francese contemporaneo.

Prendiamo alcune affermazioni da Deleuze: “È attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si ascolta”, “Lo scrittore, come dice Proust, inventa nella lingua una nuova lingua, in qualche modo straniera. Scopre nuove potenzialità, grammaticali o sintattiche”.1] Il filosofo è uno scrittore? Sì se consideriamo che la sua pratica è una pratica di scrittura, e se poi siamo disposti a riconoscere che la scrittura, in ogni caso, (quindi anche nel caso del filosofo) non è un semplice uso del linguaggio, ma un “intervento” nella lingua e quindi un’attività di spostamento e trasformazione. Un lavoro di scoperta e di invenzione: più precisamente – e mi riferisco alla metafora deleuziana della lingua straniera – un lavoro di spaesamento; la produzione, nella scrittura stessa, di un effetto freudiano di perturbamento (o di Unheimlich). Che lo sappia o no – sembrerebbe di poter dire -, chi scrive di filosofia è impegnato a dar luogo a variazioni linguistiche che tolgono una presunta chiarezza, familiarità e prossimità alle parole. Il suo compito, nello scrivere, sembrerebbe piuttosto quello di produrre una distanza; ma “produrre” non è poi la parola giusta, e forse sarebbe meglio dire, rendendo la parola un po’ più straniera, abitare una distanza. Deleuze parla anche di “delirio” (sempre sul punto di diventare una malattia), e ricorda Beckett, che a sua volta diceva che bisogna fare dei buchi nel linguaggio perché solo con quest’opera di trivellazioni il linguaggio manda fuori quel che sta annidato, imboscato in esso. Ma se il filosofo crede (ed è opportuno che lo creda) di dover e poter scrivere il pensiero, cosa possono allora significare questa distanza e questi buchi? e che ne è allora del pensiero nella scrittura?»1]

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

È che anche la scrittura poetica non può essere ridotta a «episodio», pur se dell’«episodio» ne conserva tutte le caratteristiche, anzi, che si presenta come rappresentazione di un «episodio», senza esserlo, senza volerlo in alcun modo rappresentare o legittimare, perché non è compito della poesia volerlo. È che la migliore poesia che si fa oggi è priva di scrittura critica, non c’è più un linguaggio critico che può sostenerla e condurla verso il tragitto della lettura, perché anche quel linguaggio è stato esautorato e defenestrato dagli «idiomi di accompagnamento» che sembrano così ben scritti e accuditi da fare invidia ad un critico intonso. Non sappiamo neanche quale linguaggio impiegare per questo tipo di «poesia», che non appare né troppo «in» né troppo «post», è una scrittura che sta a mezzo, né di qua né di là, una scrittura impigrita da uno strascico di antica nobiltà denominativa. Ma è proprio quella sovrana pigrizia, quella paresse e grazie ad essa che la scrittura poetica di Rifrazioni può brillare nella sua aura di sobria caducità, perché accetta senza rancore di essere parola della caducità, parola dell’indebolimento del senso, parola dell’indebolimento dell’essere. L’indebolimento delle parole si rivela chiaro in quell’aggettivo posto a ridosso della parola «dio», intendo «frecciuto», con quel quasi vezzeggiativo che è già un diminutivo che va a collimare con un altro aggettivo «indebolito», quello «sfiacchito», poco più giù, addebitato al «corpo». Forse una certa manutenzione negligente del verso la può fare soltanto chi ha il verso nel proprio registro di classe, quasi una nobile pigrizia dello stile:

Non v’è un tempo per l’amore. Il dio frecciuto
può presentarsi non chiamato all’uomo vecchio
e nel corpo sfiacchito fortemente accenderlo.
Ma se l’impenitente non soggioga poi
l’oggetto amato, una pena senza scampo
fa strenua e balbettante la resa.

Leggiamo un’altra poesia:

Non si tratta più di accordare lo strumento
ma lasciarlo vibrare, ora solo sfiorandolo,
ora percuotendolo in una furia irriflessa.
un poco appressarsi a quel che mancava.
… Come andare dietro un’ombra senza chiedersi
di dove provenga. in quella toccarsi.

È ovvio che qui «lo strumento» non è più la lingua, «non si tratta più di accordare lo strumento», intendo la negligenza della distanza dalle parole… perché il linguaggio non accetta di essere «accordato», manipolato, manomesso, il linguaggio va accettato per quello che è, con i suoi rumori, le sue zone franche, le sue zone di silenzio, con i suoi gorghi semantici; soltanto «sfiorandolo» quello «strumento» potrà offrire i suoi significati, e «percuotendolo» «in una furia irriflessa». Il simulacro, la deità che presiede a questo rito è Dioniso. Ascoltiamolo:

Di quale Dioniso parla se da questo stambugio
si promette un desiderio sconfinato.
Quel dio di doppiezze pianse anche lui
e da quel pianto germogliò l’uva che inebria.

Gif saluto dalla nave

si promette un desiderio sconfinato

Dioniso è il dio dell’ebbrezza, del «desiderio» che muove tutte le cose, quel «desiderio» che viene evocato dalle parole e attraverso le parole, che viene portato dalla superficie e che conduce nella dimensione dell’ascolto profondo, nella dimensione della «distanza». Abitare il «desiderio» è già stare dentro una stanza, dentro una distanza, un girare intorno al «desiderio», viverlo dall’esterno e dall’interno al contempo. Dioniso è anche il dio che scuote dall’interno la fredda scrittura di Apollo, che è la scrittura della ricomposizione delle tensioni introdotte dal «desiderio». Un’altra parola chiave del libro, oltre a «desiderio» è «inquietudine», inquietudine e «rifrazioni» sono tre parole, l’una presuppone le altre, e tutte e tre contribuiscono a stabilire la Grundstimmung, la tonalità dominante del libro, perché la poesia, come dice Steven Grieco Rathgeb «è un luogo non una strada», ma noi non sappiamo mai se la strada condurrà in un luogo; è questa l’aporia massima: imboccare una strada sapendo che essa raramente ci porterà in un luogo. Una fredda scrittura apollinea vivificata dalla inquietudine della facoltà desiderante. È il desiderio che muove la poesia che è quella cosa che si scrive nelle intertemporalità, in quegli attimi di sospensione dal giogo del quotidiano, negli «interludi», e questo è forse il modo migliore per carpire il segreto del quotidiano. Il desiderio tende l’arco dello stile. Balugina la consapevolezza di «un altro tempo [che] corre in questo tempo», che la poesia la si fa e la si trova negli interstizi tra le temporalità. Leggiamo una poesia significativa:

Un altro tempo corre in questo tempo
che contiamo a minuti:
è l’ansa dove il sogno della mente
non conosce durata,
la parola che tenta se stessa
esatta, svelata.

*

Precipita lì ora, pure è la sola eternità
nella quale attestarsi.

Dove non è tanto importante la rima in «ata» del terzultimo con l’ultimo verso, quanto la apparente negligenza di infilare la rima proprio nel finale di stanza, quasi con noncuranza, quasi con stupore, come qualcosa di cui potremmo anche fare a meno: la rima che non sai più dove metterla, e che allora la metto in ultimo come per trarmi d’impaccio. In fin dei conti, la rima ha oggimai perduto la sua antica nobiltà denominativa, la sua gioia di vivere, la gioia del suono, quello che resta è quasi un impaccio, un incespicare, appunto, su una rima non necessaria, non voluta, non cercata. E in questo trattare le cose importanti con la massima noncuranza, proprio qui risiede un elemento di distinguibilità della scrittura poetica di Pecora. È qui la sua classe di scrittura, che sa di antico, come in certi verbi («adduce») che invece nel contesto della sua poesia diventa un verbo nuovissimo, o in certo lessico usurato che viene ripescato e riutilizzato, ma senza alcun riguardo per la scrittura ricercata, anche a costo di poterlo sembrare. Anche certe frasi assiomatiche sembrano dei logaritmi assiologici, e invece sono semplicemente dichiarazioni di indugio, di negligenza, di non belligeranza. Questo stile logaritmico mixato con una negligenza figlia dello stile colloquiale è il marchio peculiare della scrittura di Pecora: il poeta dice cose importanti come tra le righe di un discorso mezzo cancellato, di un discorso interrotto e ripreso e, infine, abbandonato per la via.

V’è un’ora della notte quando il sonno, che fino allora
ha retto il suo oscuro governo, d’improvviso si squarcia
nella veglia. Subito, uno dietro l’altro, come torme
di cani affamati si presentano i pensieri più cupi,
le minacce più funeste. E ogni ardire si sfalda.
Del passato non resta nemmeno una stilla di bene,
non v’è rimedio al peggio che spinge da ogni parte:
cova in ogni parola, si nasconde dietro ogni faccia. E solo
se riesci a trovare la forza di accendere la lampada,
di tornare alla pagina del libro lasciato prima
che il sonno t’avvolgesse, solo allora arriverai
a risillabare la speranza. (Trapela dalle imposte
socchiuse la prima luce dell’alba, livida, incerta.)

Forse la poesia è questo frangersi e rifrangersi di «rifrazioni», questo incrociarsi di raggi rettilinei che, attraversando i corpi, si propagano in altri raggi distorti. Elio Pecora prende a prestito dalle leggi dell’ottica questo singolare fenomeno che noi tutti abbiamo sotto gli occhi in ogni momento del dì.2]
C’è in questa scrittura poetica quasi una reticenza psicologica, un «dolore frammentario», una incertezza, una frammentazione del dolore, un voler pensare in pensieri e un non volere pensarli, una oscillazione tra pensieri diversi che albeggiano e si spengono, quasi un indebolimento dei pensieri. C’è un ingombro di oggetti e di pensieri che pensano gli oggetti di cui «la nostra giornata si riempie»; c’è questo mistero delle cose che sembrano allontanarsi o rintanarsi «nel buio odoroso di un armadio, fra mucchi di vecchie carte,/ nella tasca interna di una giacca da portare in lavanderia». Il discorso sugli «oggetti» diventa scivoloso. Il discorso sugli oggetti è un discorso sulla alterità, e allora il discorso slitta, oscilla, imbocca percorsi litoranei, laterali, obliqui attraverso i quali si può giungere alla meta di essi senza eludere l’aporia che li abita e che abita in noi, perché se il discorso poetico non costruisse questi cunicoli, queste vie indirette e oblique allora non ne verrebbe mai a capo, di quelle aporie, intendo, che giacciono al fondo del nostro rapporto con gli oggetti e con le cose. L’unico modo che il discorso poetico ha è quello di attraversare la vita degli oggetti, nella certezza che disporsi al raggiungimento della meta sarebbe un proposito illusorio e fuorviante.

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Meglio eluderli gli oggetti, meglio eluderli i nomi, è preferibile mantenersi vicini alla nostra fragilità piuttosto che pronunciare parole arroganti, ultimative

Meglio eluderli gli oggetti, meglio eluderli i nomi, è preferibile mantenersi vicini alla nostra fragilità piuttosto che pronunciare parole arroganti, ultimative. E allora non rimane altro alla poesia che accettare di dover condividere il paradosso della propria estraneità alla nominazione, accettare il ruolo forse più limitato e limitante che è la produzione di una parola che non può più avvicinarsi al senso, forse perché il senso non abita più il sensorio, perché se ne è fuggito via con tutte le illusioni e le utopie che ci hanno accompagnato in vita.
Il fatto è che non si può uscire dal sortilegio, o dall’immaginario direbbe Lacan, non possiamo sortire né entrare in un luogo sconosciuto se non mediante un trucco, un dispositivo, un cavallo di Troia, perché la città del senso la puoi prendere soltanto con un trucco, con un sortilegio, un atto di raggiro, di illusione, perché il poeta è ragguagliabile ad un illusionista che illude le parole e le elude. «Il fatto è che non si può davvero uscire dal trucco, o dall’immaginario, come direbbe nel suo linguaggio Lacan».3] E forse in questo bivio soltanto può abitare il senso, il senso residuo dopo la combustione, se un senso v’è nella parola poetica, durante questo «indebolimento della soggettività»4] che dura ormai da tanto tempo che ne abbiamo dimenticato la scaturigine.

Recentemente ho parlato del «raffreddamento delle parole» leggendo alcuni autori di poesia di oggi; non ho ricevuto risposta alcuna, come se avessi osato dire cose fastidiose, temerarie, come se la cosa non li riguardasse affatto, come se parlare di «raffreddamento delle parole» fosse un insulto o una diminutio; ed invece è una cosa tremendamente reale, significa che siamo entrati tutti in un Grande Gelo, in una nuova epoca, nell’epoca della piccola glaciazione dove le parole le trovi sì, ma raffreddate se non ibernate. E allora? Cosa resta delle parole? Cosa resta delle cose? «di quel che attende di essere preso e toccato»?, forse non resta che «una ressa di immagini specchianti che premono», quando «morire non può essere che svuotarsi di tutto». E allora, cosa c’è di più drammatico di questa nuova condizione esistenziale, quando ciò che resta è una «voglia irriflessa», «solo consumazione e spegnimento», perché non si dà un altro modo di darsi, «non una lacerazione» e neanche «un’uscita» perché «non si pronuncia la felicità, sta ferma nell’istante». È la nuova condizione esistenziale della «felicità frammentaria», del «dolore frammentario» «così da non avere più/ da ascendere o discendere», perché non c’è più un alto e un basso, tutto è già stato detto e vissuto «nel libro quarto dell’Odissea», che altro aggiungere?

Forse il mondo ha cessato di essere significativo, e forse al poeta di oggi non è concesso l’accesso alle esperienze significative, ma è significativo che un poeta di origine napoletana come Elio Pecora, classe 1940, romanizzato nel bene e nel male, a lui sia toccato in sorte, ad un poeta inurbato nella capitale da così lunga data, di stendere in versi il resoconto esistenziale forse più lucido e disincantato della poesia di matrice novecentesca, «dell’indebolimento della soggettività» con la tranquilla consapevolezza che ciò che possono dare le parole poetiche forse non è granché ma è pur sempre qualcosa di importante.

Poesie di Elio Pecora da Rifrazioni (2018)

Ha provato a stendere un elenco di quel che entra
nelle sue giornate: i volti, i nomi, gli oggetti
e quel che sta dietro le parole, e quel che s’aggiunge
nei pensieri ai pensieri. Quanto, anche nel giro
di un momento, vedono i suoi occhi. Quanto
accompagna ogni suo passo. E il numero interminabile
di quel che si muove e respira, e di quel che attende
di essere preso e toccato. Non è mai solo
se, anche nella stanza più buia, si porta dentro
una ressa di immagini specchianti che premono.
Morire non può essere che svuotarsi di tutto,
non una lacerazione, non un’uscita,
solo consumazione e spegnimento.

*

Nell’immenso ordito la sua vicenda non è
che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco
di una foglia prossima a insecchire. Sono tutti là
i suoi beni e le sue perdite, il veleno dei suoi assilli,
la torma indomabile delle sue paure, i ritorni
della contentezza, la voglia irriflessa di restare.
Sono là, a chiamarli – ciascuno perfino sorpreso,
incupito – i tanti e tanti ai quali ha dato
il nome e la vicinanza. Altri, nemmeno chiamati,
si presentano (il violinista sulla metro
alle fermate ficca in una sacca nera il suo strumento
da nascondere ai vigilanti, truci come il policemen
di Charlot; il barbone che per un euro cede
il foglio sul quale ha scritto frasi insensate;
il vecchio che blatera verità putrescenti
nel romanzo di Roth; la badante moldava
col telefonino che innesca Il Lago dei cigni…).
Fra quella folla così varia che lo abita
non gli si addice il posto appartato in cui riconoscersi:
il silenzio in cui – attento e paziente – ascoltarsi.

*

Tutti qui i paradisi e gli inferni, così da non avere più
da ascendere o discendere. Di quel che chiamiamo
“felicità frammentaria” godiamo ignari – sempre
perdura nel desiderio. Nella parte infernale
mai beghe di diavoli o gironi roventi,
solo ansia e sconforto, “dolore frammentario”.

*

Di quali e quanti oggetti la nostra giornata si riempie,
creature docili che ci attendono dove le abbiamo lasciate:
nel buio odoroso di un armadio, fra mucchi di vecchie carte,
nella tasca interna di una giacca da portare in lavanderia.

Non sappiamo se il coltello gode della sua lucentezza,
se il pettine si attrista sul cranio che ingrigisce,
le scarpe non fanno trapelare la loro stanchezza,
non trema di orgoglio il fante che avanza sulla scacchiera.

Privato di tanti utensili, dei molti congegni, l’uomo
il padrone – finanche il barbone trascina sacchi stracolmi
di resti cercati nelle immondizie – sarebbe vuoto già oltre la morte.
Invece, nel desiderio, intendere la vicinanza al dio!

*

Nel libro quarto dell’Odissea, in casa dell’ancòra biondo Menelao,
da tanto annientata Troia, solo in parte ritornati gli eroi,
Agamennone scannato dal fratello, del tutto pazzo Aiace,
Ulisse sperso per mare (nell’Ellade intera gli aedi
muovono al pianto i sazi commensali), Elena,
la più bella, proprio lei causa di ogni morte e rovina,
versa nelle coppe “il farmaco che placa
furore e dolore e fa dimenticare ogni pena”.

*

Tornato Odisseo a Itaca e al letto di ulivo,
sa che dovrà ripartire e, dopo un lungo errare,
raggiungere finalmente la terra felice
di dove scendere placato incontro alla morte.
Sa che di tutte le sue imprese la più ardita
è stata di darsi pazienza nella sventura
fino a che nelle arterie prendesse a fluire
il sangue scuro e pulsante di chi resiste.

*

La città che imprigiona ha molte porte
e ciascuna conduce a diversi ritorni.

*

“C’è stato un tempo in cui sono stato felice”
si dice l’uomo che non riesce a dormire,
ma cerca invano nella memoria confusa
anche una sola scaglia di luce;
e pure sa che gli è toccato quel bene
se ne conserva ancora il forte richiamo.

Di quali ragioni s’intesse il desiderio
se di continuo si mostra a dismisura!

*

Alcuni sapranno dall’ultimo telegiornale
del tifone a New York, dei morti in Libia
o in Giappone, altri entreranno nel sonno
mentre in un vecchio film l’amante respinge
l’amante bugiardo. Chi avrà a quest’ora
l’ardire di un mutamento? Chi alla finestra
guarderà la luna falcata sui terrazzi?

*

C’era una volta un giardino ai piedi di una collina,
dietro un muro di pietra. Una rete verde di ferro
lo circondava. Vi fiorivano d’estate dalie
gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri,
un loto, un’acacia, un melo verde, un fico
spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera.
Il vento recava i rintocchi di campanili lontani,
abbaii, cinguettii come musiche accordate.
In quel giardino, d’estate, tornava un uomo
che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte
contro il rumore, e là s’illudeva di trovarle
e ne godeva come il dono inatteso di un paradiso.
Poi venivano i giorni delle piogge e delle parole vuote.

*

Portava abiti con molti bottoni, arricciature, volant.
Nominava chiffon e organze, mussoline e voile;
finanche i grembiuli da cucina guarniva con viole e gelsomini.
Ingarbugliava nella voce sonante risse di famiglia
e malattie segrete. Raccontava al bambino
di un pappagallo minacciato di morte dalla ragazzetta
innamorata del principe indeciso. Cantava di ville tristi,
di case nel bosco e di una luna vagabonda
che l’abbandonata chiamava nel suo pianto.
Lei, che passava le giornate da una casa all’altra
e di ognuno conosceva passato e presente, un giorno di luglio,
due anni prima di morire, si chiuse nella sua stanza
e ammutì. Non usò mai più l’uncinetto
per quei centri e centrini che regalava a compleanni
e onomastici e che spediva in città insieme a lettere
da districare come enigmi. Per decenni ogni suo discorso
si chiudeva con la frase: «La vita è una lotta, una lotta».

cinema film fotogramma Elio Petri

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

Ogni linguaggio poetico ha una propria Grundstimmung (tonalità emotiva dominante)

Ogni poesia ha una propria tonalità e ogni abitante nel nostro mondo ha un proprio modo di sperimentare la nostra estraneità a noi stessi e ogni poeta espropria questa estraneità per trasferirla nel linguaggio poetico. Si tratta di un esproprio dunque, e non di una riappropriazione di alcunché. Il linguaggio poetico è lo specchio che ci mostra il vero volto della nostra estraneità a noi stessi, lì non è più possibile mentire e non è più possibile dire la «verità». Forse, in questa antinomia viene ad evidenza la scaturigine profonda della metafora silente: l’impossibilità di dire la «verità». Nella metafora silente si ha l’ammutinamento di tutte le metafore e la silenzializzazione di esse, viene ad esistenza linguistica il silenziatore della verità e della menzogna, l’essere la metafora silente e le metafore tutte, fumo linguistico, un segnale di fumo e nient’altro.

Il nostro abitare spaesante il linguaggio è la precondizione affinché vi sia linguaggio poetico, giacché non v’è possibilità di adire al linguaggio poetico senza questa pre-condizione soggettiva. C’è un esercizio dell’«abitare poeticamente il mondo» che è la precondizione affinché vi sia un linguaggio poetico, ma noi non sappiamo in cosa consista questo «abitare poeticamente il mondo» e non potremo mai scoprirlo. In questo «abitare spaesante» il linguaggio si ha un abbandono e un ritrovarsi, un trovarsi che è un abbandonarsi in ciò che non potrà mai essere né abbandonato né ritrovato, perché se lo trovassimo cesserebbe l’abbandono e se lo abbandonassimo lo potremmo sempre ritrovare per davvero e non c’è maieutica che lo possa ricondurre dalle profondità in cui questa condizione è sepolta. Non c’è maieutica che ci possa garantire l’ingresso nel portale del poetico, giacché esso non è un dato, né un darsi, ma semmai è un ritrarsi, un oscurarsi.

L’entrata in questa radura di oscurità apre all’Ego la dimensione illusoria del linguaggio poetico, essendo l’illusorietà il parente più prossimo in quella linea genealogica che collega il linguaggio poetico al «dire originario» del quale abbiamo smarrito per sempre il filo. Allora, non resta che accettare tutto il peso del gravame di cui ci diceva Nietzsche per gettarlo a mare come inutile zavorra e alleggerirci alla massima potenza, accettare di impiegare i resti e gli scampoli, gli stracci e i frantumi quali elementi consentanei alla nostra condizione esperienziale.
Allora forse occorre abolire e abitare in un medesimo tempo la distanza che ci separa da noi stessi per adire ad un linguaggio più interno a noi stessi. Abitare una condizione esperienziale e abolirla subito dopo averla esperita è la risultanza paradossale del nostro essere nel mondo.

1] G. Deleuze, Critica e clinica (1993), tr. it. di A. Panaro, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 11
2] La riflessione e la rifrazione della luce si possono spiegare supponendo che la luce si propaghi sotto forma di raggi rettilinei (vedi gli studi dell’ottica geometrica). Quando un raggio di luce che viaggia in un mezzo materiale trasparente – ad esempio, l’aria – incontra una superficie di separazione con un altro mezzo trasparente – ad esempio, l’acqua – si divide normalmente in due raggi: uno viene riflesso dalla superficie e l’altro entra nel secondo mezzo variando la sua direzione di propagazione, cioè viene rifratto. Se la superficie incontrata è perfettamente riflettente, non si ha rifrazione e la luce viene completamente riflessa seguendo le leggi della riflessione caratteristiche delle onde. La rifrazione è la deviazione che un raggio luminoso subisce nel passare da un mezzo trasparente a un altro, per la differenza della velocità di propagazione nei due mezzi. Se facciamo passare un fascio di luce bianca (per esempio la luce solare) attraverso un prisma di vetro di forma triangolare, all’uscita del prisma la luce, raccolta su uno schermo, risulta scomposta nei colori fondamentali dello spettro luminoso. Questo fenomeno, detto dispersione della luce, è la rifrazione. Il fenomeno fu studiato per la prima volta da I. Newton nel 1666.
3] Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza Raffaello Cortina, Milano, 2007 p. 128
4] Ibidem p. 129

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Elio Pecora

Elio Pecora è nato a Sant’Arsenio, in provincia di Salerno, nel 1936. Ha trascorso a Napoli una lunga adolescenza, dal 1966 abita a Roma dove risiede a via Paolo Barison 14 (email:e.pecora@tiscali.it). Ha come titoli di studio una maturità classica e una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione dell’Università di Palermo. Non ha ricoperto incarichi pubblici. Ha pubblicato libri di poesie, racconti, romanzi, saggi critici, testi per il teatro. Ha collaborato per la  critica letteraria a quotidiani, settimanali e riviste (La Voce Repubblicana, Mondo Operaio, La Voce Repubblicana, Il Mattino, La Stampa-Tuttolibri, L’Espresso, il Tempo Illustrato, Wimbledon, Nuovi Argomenti, Ulisse,  Saggi critici ) e ai programmi di Radio Uno e Radio Tre. Dirige da un decennio la rivista internazionale “Poeti e Poesia”.

I suoi libri di poesia: La chiave di vetro  (Bologna, Cappelli 1970); Motivetto(Roma, Spada 1978); L’occhio corto (Roma, Studio S. 1985; Interludio (Roma, Empiria 1987 e 1990; Dediche e bagatelle  (Roma, Rossi & Spera 1990); Poesie 1975-1995 ( Roma, Empiria 1997 e 1998; Per altre misure   (Genova, San Marco dei Giustiniani 2001); Favole dal giardino (Roma, Empiria 2004 e 2013); Nulla in questo restare (Trieste, Il ramo d’oro 2004); L’albergo delle fiabe e altri versi(Roma, L’orecchio acerbo, 2007); Simmetrie ( Milano, Mondadori Lo Specchio, 2007 ); La perdita e la salute, I Quaderni di Orfeo 2008; Tutto da ridere?, Empiria 2010; Nel tempo della madre, La Vita Felice 2011; In margine e altro, Oedipus 2011; Dodici poesie d’amore  (con acquerelli di Giorgio Griffa), Frullini edizioni 2012.

I suoi libri di poesia per i bambini: L’albergo delle fiabe e altri versi, (con disegni di Luci Gutierrez), ed. Orecchio Acerbo, Roma 2007; Un cane in viaggio (Illustrato da Beppe Giacobbe), ed. Orecchio Acerbo, Roma 2011; di prossima pubblicazione per le stesse edizioni Firmino e altre poesie.

I suoi libri di prosa: Estate, ed. Bompiani 1981; Sandro Penna:una biografia, ed. Frassinelli 1984,1990, 2006; I triambuli, ed.Pellicano 1985; La ragazza col vestito di legno e altre fiabe italiane, ed. Frassinelli 1992; L’occhio corto, ed. Il Girasole 1995; Queste voci, queste stanze, (conversazioni con  Paolo Di Paolo), Empiria, Roma 2008; La scrittura immaginata, Guida, Napoli 2009; La scrittura e la vita, ed. Aragno 2012.

I testi per il teatro rappresentati: Alcesti, 1984 Roma Teatro SpazioUno, regia di Enrico Job; Pitagora, (edito nei Quaderni del Comune, Crotone 1987), Crotone, regia di Luisa Mariani;  Prima di cena, (Premio IDI 1987, in “Sipario”,474, gennaio-febbraio 1988),Roma Teatro Belli, regia di Lorenzo Salveti; Nell’altra stanza,1989 (in “Ridotto” 7-8,agosto-settembre 1989), Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi; Il cappello con la peonia, 1990, Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi; A metà della notte, Todi Festival 1992, regia di Maria Assunta Calvisi, edito da l’Obliquo, Brescia 1990; Trittico, Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi, 1995. Le radiocommedie trasmesse: Il giardino, RadioTre il 21 luglio 1996; Il segreto di Lucio,  RadioTre il 19 ottobre 1997.

Quattro dei testi teatrali sono stati pubblicati nel 2009 dall’editore Bulzoni nel volume Teatro. Un ultimo lavoro teatrale Sandro Penna: una cheta follia, per l’interpretazione e la regia di Massimo Verdastro, è in corso di rappresentazione in diverse città italiane.

Nel 2006 l’Università di Palermo, Facoltà di Scienze della Formazione, lo ha insignito della Laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione. Per conto della stessa Facoltà le edizioni San Marco dei Giustiniani , Genova 2008), hanno pubblicato il volume L’avventura di restare (le scritture di Elio Pecora) a cura di Roberto Deidier con contributi di vari critici fra i quali Daniela Marcheschi, Biancamaria Frabotta, Giorgio Nisini.

Sue poesie sono apparse tradotte, fra altre lingue, in  francese, inglese, rumeno, iugoslavo, arabo. Sue raccolte di poesia sono state edite in volume in portoghese, in olandese, in inglese (Poemas Escolhidos, Quasi 2008; Liefdesomheining, Serena Libri, Amsterdam 2011; Selected poems, Gradiva Publications 2014.)

Ha curato:  Sandro Penna, Confuso sogno ed. Garzanti 1980; Antologia della poesia del Novecento, ed. Newton Compton 1990; Sandro Penna poeta a Roma, ed. Electa 1997; Diapason di voci (quarantadue poeti per Sandro Penna) ed.IL Girasole 1997; Ci sono ancora le lucciole (poesie di sessantadue poeti italiani) Milano, Crocetti 2003; La strada delle parole ( poesie del Novecento scelte per i bambini e i ragazzi delle scuole elementari ) Milano, Mondadori, 2003, 2013; I poeti e l’amore nel Novecento italiano, Roma, Pagine 2005; Il cammino della poesia, antologia poetica, ed. Pagine 2013.

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20 risposte a “Elio Pecora Poesie da Rifrazioni, Lo Specchio, Mondadori, 2018 pp. 150 € 18 – con un preambolo di Pier Aldo Rovatti da Abitare la distanza e una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Essere nel XXI secolo” è una condizione reale, non immaginata

    Scrive Steven Grieco Rathgeb:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/24/chiara-catapano-dalla-disfania-allindicenza-della-parola-poetica-loriginalita-come-nostos-ritorno-allorigine-con-poesie-di-d-h-lawrence-giorgio-linguaglossa-steven-gr/comment-page-1/#comment-33209
    «“Essere nel XXI secolo” è una condizione reale, non immaginata. Non è un fiorellino da mettere nell’occhiello della giacca: è un modo di pensare, di vedere il mondo in cui ci troviamo: un mondo confuso, denso, contraddittorio, illogico. Cercare di dire questo mondo in poesia non può quindi non presupporre un ripensamento critico di tutti gli strumenti della tradizione poetica novecentesca. Uno di questi – ed è uno strumento principe – è la sintassi: che oggi è ancora pesantemente prosastica, discorsiva, troppo concatenata e sequenziale, quasi identica a quella che è prevalsa sempre di più fra i poeti verso la fine del secolo scorso, in particolare dopo l’ingloriosa fine degli ultimi sperimentalismi: finiti gli eccessi, la poesia doveva farsi dimessa, discreta, sottotono, diventare l’ancella della prosa.»

    Rebus sic stantibus, dicevano i latini con meraviglioso spirito empirico. Che cosa vuol dire: «le cose come stanno»?, e poi: quali cose?, e ancora: dove, in quale luogo «stanno» le cose? – Ecco, non sappiamo nulla delle «cose» che ci stanno intorno, in quale luogo «stanno», andiamo a tentoni nel mondo delle «cose», e allora come possiamo dire intorno alle «cose» se non conosciamo che cosa esse siano.
    «Essere nel XXI secolo è una condizione reale», scrive Steven, ma «condizione» qui significa stare con le cose, insieme alle cose… paradossalmente, noi non sappiamo nulla delle «cose», le diamo per scontate, esse ci sono perché sono sempre state lì, ci sono da sempre e sempre (un sempre umano) ci saranno. Noi diamo tutto per scontato, e invece per dipingere un quadro o scrivere una poesia non dobbiamo accettare nulla per scontato, e meno che mai la legge della sintassi, anch’essa fatta di leggi e regole che disciplinano le «cose» e le «parole» che altri ci ha propinato, ma che non vogliamo più riconoscere…

    Carlo Michelstaedter (1887-1910) si chiede: «Quale è l’esperienza della realtà?». E cosi si risponde:

    «S’io ho fame la realtà non mi è che un insieme di cose più o meno mangiabili, s’io ho sete, la realtà è più o meno liquida, è più o meno potabile, s’io ho sonno, è un grande giaciglio più o meno duro. Se non ho fame, se non ho sete, se non ho sonno, se non ho bisogno di alcun’altra cosa determinata, il mondo mi è un grande insieme di cose grigie ch’io non so cosa sono ma che certamente non sono fatte perch’io mi rallegri.

    …”Ma noi non guardiamo le cose” con l’occhio della fame e della sete, noi le guardiamo oggettivamente (sic), protesterebbe uno scienziato.
    Anche l’”oggettività” è una bella parola.
    Veder le cose come stanno, non perché se ne abbia bisogno ma in sé: aver in un punto “il ghiaccio e la rosa, quasi in un punto il gran freddo e il gran caldo,” nella attualità della mia vita tutte le cose, l’”eternità resta raccolta e intera…
    È questa l’oggettività?…».1]

    Molto urgenti e centrate queste osservazioni del giovane filosofo goriziano che ci riportano alla nostra questione: Essere del XXI secolo, che significa osservare le »cose» con gli occhi del XXI secolo, che implica la dismissione del nostro precedente modo di guardare alle «cose» che avevamo nel XX secolo; sarebbe ora che cominciassimo questo esercizio mentale, in primo luogo non riconoscendo più le «cose» a cui ci eravamo abituati, (e che altri ci aveva propinato) semplicemente dismettendole, dando loro il benservito e iniziare un nuovo modo di guardare. La nuova scrittura nascerà, se nascerà, da un nuovo modo di guardare le «cose» e dal riconoscerle parte integrante di noi.
    Se vogliamo scrivere «nuova poesia», dobbiamo alzarci presto il mattino e osservare le «cose» con un occhio nuovo. Leggiamo una poesia di Donatella Costantina Giancaspero che tratta questo tema: il risveglio al nuovo mondo delle «cose»:

    È presto. Poco prima dell’alba.
    A quali inconsueti cammini si affida il risveglio
    e gli interrogativi, replicati dallo specchio
    – ora il tempo scredita il cielo. Brusco ricusa la luce –
    A quali percorsi incita il treno prescelto – oppure toccato in sorte…

    Un ordine stacca il convoglio. Brevemente
    accelerando, scorre nei vetri.
    Allo sguardo retrogrado.
    Rettilineo incontro al giorno.
    Fino al mare.

    Molte strade si animano da qui.
    Ristanno un po’, davanti a chi chiede la direzione
    qual è.
    Prendono tempo: ascoltano il passo.
    Il cuore come pulsa.

    traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai

    It’s early. Just before dawn.
    To what unusual paths does the awakening belong to
    and the questions repeated by mirrors
    – time now discredits the sky. Roughly discredits the light –
    To what trips does the taken train lead to – or else selected by choice…

    An order detaches the convoy. Briefly
    accelerating, it glides on glasses.
    To the eye looking backward.
    Rectilinear encounter in daytime.
    Up to the sea.

    From here many roads free the soul.
    Pausing a bit before one who asks for direction
    what is it.
    Taking their time: they hear the step.
    How the heart beats.

    (Donatella Costantina Giancaspero)

    © 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem “È presto. Poco prima dell’alba”
    by Donatella Costantina Giancaspero. All Rights Reserved.

    1] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica Joker, 2015 pp. 102-103 (prima edizione, 1913)

  2. griecorathgeb

    Nel suo commento più sopra, Giorgio ha citato passi davvero illuminanti del filosofo Michelstaedter, di cui io conoscevo il nome e basta. Questi scrittori e pensatori italiani a cavallo del XIX e XX secolo mi sembrano essere stati dei finissimi osservatori del mondo. La citazione da Michelstaedter mi ha ricordato qualche simile ragionamento di Giovanni Boine. Secondo me, questi uomini già intuivano il profondo sovvertimento della cosmogonia dell’Occidente che proprio allora i fisici operavano.
    Un’oggettività “vera” non può esistere, a quanto pare. Tutti i pensatori più profondi di tutti i tempi e di tutte le latitudini l’hanno affermato. Nella sua infanzia (ossìa nei secoli XVIII e XIX), la scienza occidentale si basava sulla inconfutabile realtà dei fatti. Cosa tramontata da tempo. Anzi oggi esiste una branca delle scienza che studia la “deperibilità” dei fatti. Probabilmente l’unica oggettività a cui può aspirare la scienza è quella di produrre risultati che appaiono reali nel mondo fenomenico. E’ un puro e semplice discorso di potenza. Risultati destinati a deperire o a scomparire tout court, o ad essere soppiantati da altri. Ma questo non in futuri biblici, si noti: in tempi brevi, brevissimi. Avrete notato come i risultati di mille studi e ricerche vengono rovesciati nel giro di 20-25 anni?
    Rimane, per quel che mi riguarda, una poesia come quella di Donatella Costantina Giancaspero citata nello stesso commento di Giorgio. Avete notato che questa poesia è quasi tutta fatta di domande? Una poesia essenzialmente e potentemente incentrata sul porre o porsi domande, una sorta di mite tastare il terreno del reale, mai aspettandosi risposte certe. La domanda è più foriera di visioni della risposta.

  3. griecorathgeb

    Una poesia, a tratti, molto interessante, questa di Elio Pecora. Nei paesaggi impaludati di soggettività e pessimismo, di colpo si aprono delle distanze.

    La città che imprigiona ha molte porte
    e ciascuna conduce a diversi ritorni.

    *

    “C’è stato un tempo in cui sono stato felice”
    si dice l’uomo che non riesce a dormire,
    ma cerca invano nella memoria confusa
    anche una sola scaglia di luce;
    e pure sa che gli è toccato quel bene
    se ne conserva ancora il forte richiamo.

    Di quali ragioni s’intesse il desiderio
    se di continuo si mostra a dismisura!

    *

    Alcuni sapranno dall’ultimo telegiornale
    del tifone a New York, dei morti in Libia
    o in Giappone, altri entreranno nel sonno
    mentre in un vecchio film l’amante respinge
    l’amante bugiardo. Chi avrà a quest’ora
    l’ardire di un mutamento? Chi alla finestra
    guarderà la luna falcata sui terrazzi?

    La distanza aperta dal primo frammento che cito qui, viene fortemente contraddetta dalla seconda poesia. Benché probabilmente alluda al labirinto della vita, l’impossibilità di ritrovare il bandolo della matassa dell’infanzia, questo primo distico, per il modo in cui esprime il suo pensiero, fugge diciamo così da se stesso, dal proprio ripiego su se stesso, e suggerisce una dimensione altra. Pur ammettendo la sovranità della Moira, l’uomo nella sua vita vive incredibili percorsi esistenziali, infiniti corridoi intrecciati, realtà prismatiche.
    Per la seconda poesia che cito sopra: nello stesso momento in cui l’uomo pronuncia le parole, “C’è stato un tempo in cui sono stato felice”, egli vive la felicità, tutta: in quel momento egli vive la sua e la propria interezza, La felicità, come gli altri sentimenti umani, è una condizione oceanica: chi la sente non puo’ possederla. Chi non capisce ciò, è in effetti vittima della “tragic irony”, l’ironia tragica dei grandi drammaturghi del passato, dai Greci a Shakespeare. Significa cadere nell’auto-commiserazione, non convince sul piano umano. Il fatto che abbia una forma “bella” non è sufficiente per rimetterla in piedi. La poesia non è soltanto forma.
    Nella terza poesia di nuovo, negli ultimi tre versi, si aprono gli orizzonti, e noi applaudiamo il poeta.

  4. gino rago

    La storia umana e poetica di Elio Pecora viene da molto lontano, come dimostra lo stralcio tratto

    da Sandra Patrignani Addio Roma Neri Pozza 2012 (pagine.267, 268, 269)
    che ho inteso riportare
    nel quale viene tra l’altro suggellata la grande amicizia fra il poeta delle Rifrazioni e Juan Ramon Wilcock:

    “[…]
    Il ’68 non colse certo di sorpresa Juan Ramon Wilcock[…] Certe scelte non consumistiche e anticonformiste del Sessantotto erano state sue da sempre, per innata stravaganza e anarchico anticonformismo. Si vestiva nel mercatino di Via Sannio nel quartiere San Giovanni – come facevano un po’ tutti i giovani contestatori – e spesso ci trascinava anche Moravia, che finiva anche lui per comprarsi qualcosa. […] Interpretò la parte di Caifa nel Vangelo di Pasolini. [J. R. Wilcock] aveva un fisico asciutto che ricordava quello di Beckett. Lasciò l’Argentina disgustato dal peronismo e forse anche convinto – come sospetta Elio Pecora, suo amico – che nello scenario letterario del suo paese dominato dalla presenza di Borges non ci fosse spazio per uno scrittore sostanzialmente simile e in Argentina se non fosse fuggito sarebbe stato relegato inevitabilmente nel ruolo di epigono[…]
    «Un giorno del ’69 me lo trovai sotto casa, seduto sui gradini» ricorda Elio Pecora. «Mi stava aspettando da ore per annunciarmi – senza possibilità di rifiuto da parte mia – che i contadini se n’erano andati e siccome e siccome lui [dal ‘dado’] si trasferiva nella casetta [nella campagna di Velletri] io dovevo sistemarmi nel cubo. Non pretendeva che gli pagassi l’affitto. Accettai, anche perché non avrei potuto fare diversamente e ci restai sette mesi. Era un posto delizioso, pieno di rose. Mi ero ritrovato pure una cagnolina, una volpina, figlia di una cagnetta di nome Puglia, perché l’aveva raccolta su una spiaggia pugliese. Decise che la mia si sarebbe chiamata Elia, e infatti si chiamò così e restammo insieme tredici anni, Elio ed Elia. Rodolfo aveva buon gusto: con un patchwork di piastrelle residuali che era andato collezionando aveva abbellito senza troppi lavori la dimora contadina trasformandola in un posto incantevole…»[…]

    E forse dalla campagna di Velletri, dal ‘cubo’ abitato per mesi, da Juan Ramon Wilcock, da Puglia e da Elia, come abbiamo appreso
    da Sandra Patrignani Addio Roma ( pagine 267, 268, 269) derivano lontani e perentori impulsi per questi versi elegiaci, ma di una tempra elegiaca ben governata, dove Elio Pecora si impegna fra l’altro in una nomenclatura di fiori e di piante quasi da adamismo acmeista in cui il poeta sembra che nomini le cose del creato per la prima volta come fece Adamo all’aurora del mondo,
    a confermare l’inclinazione di Elio Pecora, come scrive nell’ultimo dei versi riportatati, a cercare le “parole esatte”:

    “C’era una volta un giardino ai piedi di una collina,
    dietro un muro di pietra. Una rete verde di ferro
    lo circondava. Vi fiorivano d’estate dalie
    gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri,
    un loto, un’acacia, un melo verde, un fico
    spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera.
    Il vento recava i rintocchi di campanili lontani,
    abbaii, cinguettii come musiche accordate.
    In quel giardino, d’estate, tornava un uomo
    che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte[…]”

    Nota. La morte di J. R. Wilcock avvenne lo stesso giorno del rapimento di Aldo Moro e dello sterminio della sua scorta e i giornali, tutti i giornali, presi da da questo evento non dedicarono alla morte del poeta italo-argentino neanche una riga…
    Forse anche per questo Ennio Flaiano a suo tempo esclamò: “Coraggio, il meglio è passato.”

    Gino Rago

  5. letizia leone

    Una personalissima lettura di questo testo che ha toccato corde profonde:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/26/elio-pecora-poesie-da-rifrazioni-lo-specchio-mondadori-2018-pp-150-e-18-con-un-preambolo-di-pier-aldo-rovatti-da-abitare-la-distanza-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33234
    C’era una volta un giardino ai piedi di una collina,
    dietro un muro di pietra. Una rete verde di ferro
    lo circondava. Vi fiorivano d’estate dalie
    gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri,
    un loto, un’acacia, un melo verde, un fico
    spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera.
    Il vento recava i rintocchi di campanili lontani,
    abbaii, cinguettii come musiche accordate.
    In quel giardino, d’estate, tornava un uomo
    che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte
    contro il rumore, e là s’illudeva di trovarle
    e ne godeva come il dono inatteso di un paradiso.
    Poi venivano i giorni delle piogge e delle parole vuote.

    In questa poesia il poeta pare aprire uno squarcio ed affacciarsi sui lacerti e le macerie di una gloriosa civiltà umanistica sepolta alacremente nell’oblio e nella dimenticanza. In modo quasi fiabesco il “C’era una volta” perfora il tempo (non molto in verità, data l’accelerazione centrifuga degli avvenimenti) e spia quello che era, non solo nella vita vissuta ma nelle carte dei poeti. Il ricco immaginario dell’ Hortus conclusus, del giardino di delizie, di antichi chiostri e giardini, riproduzione in miniatura di un’armonia cosmica e metrica. Un mondo, intatto e intonso, da spiare nell’archivio dei simboli museali del dopo-storia. O “Nuova preistoria” come chiamò Pasolini nei suoi testi profetici quest’epoca a venire. “Anche la letteratura è un vecchio valore di cui il nuovo potere non sa più che farsene” aveva infatti già diagnosticato negli anni ’60.

    Riusciamo quasi a vederle queste forme soffiate da un soffiatore di vetro, come rifrazioni. E Rifrazioni è la parola chiave del titolo di questo libro di Pecora. Qui le parole risuonano come un allarme. Se sulla scena del ventunesimo secolo l’uomo è uscito definitivamente dall’incantato orto di delizie della metafisica, ha anche reciso definitivamente il cordone ombelicale con il passato. La poesia e la letteratura sono in bilico su questa immensa voragine dell’oblio semplicemente perché “la legittimazione simbolica della società capitalistica non è più di tipo filosofico o religioso, (o poetico) ma di natura integralmente economica” (C. Preve) e in questo nuovo tipo di civiltà, la letteratura sembra non riuscire più a scalfire il potere del consumo. I “Giorni delle piogge e delle parole vuote” dove non risuona l’ebrezza delle fioriture, sono anche i giorni del poeta del ventunesimo secolo immerso nella barbarie inespressiva mediatica, e non può non tenerne conto…”Nietzsche ha ricapitolato la sua storia, lasciando riaffiorare il suo passato intero, come si dice , nell’ora dell’agonia” (Calasso)

  6. Scrive in un precedente commento Steven Grieco Rathgeb:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/26/elio-pecora-poesie-da-rifrazioni-lo-specchio-mondadori-2018-pp-150-e-18-con-un-preambolo-di-pier-aldo-rovatti-da-abitare-la-distanza-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33245
    «oggi esiste una branca delle scienza che studia la “deperibilità” dei fatti. Probabilmente l’unica oggettività a cui può aspirare la scienza è quella di produrre risultati che appaiono reali nel mondo fenomenico. E’ un puro e semplice discorso di potenza. Risultati destinati a deperire o a scomparire tout court, o ad essere soppiantati da altri. Ma questo non in futuri biblici, si noti: in tempi brevi, brevissimi. Avrete notato come i risultati di mille studi e ricerche vengono rovesciati nel giro di 20-25 anni?»

    Scrive Pier Aldo Rovatti:

    «Ecco il tempo di Lacan: la parola si espone (con un compiacimento di cui non si vieta il godere) e subito si indebolisce.. Lacan potrà sempre essere accusato di poco rigore e magari di narcisismo, ma il suo lettore dovrà a sua volta alleggerirsi della pretesa di verità […]
    Quanto si può reggere la serietà di una frase perché questa non divenga completamente falsa?».1]

    Non c’è dubbio che un certo tipo di poesia oggi che sembra credere apoditticamente nella propria rappresentazione non si accorge che la serietà del suo frasario è divenuta completamente falsa, la falsità che la puoi avvertire dal tinnire dei suoi fonemi, e anche da quella concisione con cui i fonemi sono posti in polinomi frastici perentori in quanto vuoti di significazione.

    La poesia di Elio Pecora, con il trascorrere dei decenni, dalla opera di esordio, La chiave di vetro (1970), sembra addirittura migliorata, è che il trascorrere dei lustri ha dato al poeta napoletano di Roma quella negligenza, quella amara consapevolezza, come dice Steven Grieco Rathgeb, della «deperibilità delle parole», della loro temporalità e del loro progressivo entrare nell’imbuto della insignificanza. È questa consapevolezza timorosa che dà alla poesia di Pecora quell’aura di superiore allontanamento dal detto e dalla dicitura poetica. L’epoca dell’umanesimo della poesia è inevitabilmente tramontata, ciò che si apre è un nuovo scenario che porterà sul palcoscenico nuovi attori e una nuova recita. Ma è che quell’umanesimo non può essere semplicemente defenestrato dalla nuova epoca della accumulazione del capitale, nella poesia di Pecora c’è come una melanconica rammemorazione di quell’antico umanesimo che dà alla sua poesia un tono di miseria e di splendore per ciò che se ne è andato, forse per sempre.

    Vorrei ricordare che una analoga tonalità di miseria e di splendore la si può notare anche in poeti come Mario Gabriele e Roberto Bertoldo, ciascuno con una propria distinguibile impronta digitale dello stile.

    1] P.A. Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina. Mlano, 2007 p. 95

    • Sono testi questi di Elio Pecora, che mi riportano per corrispondenza di suoni, di atmosfere, di linguaggio, e di trasposizione di eventi memoriali, agli esiti poetici di Luzi, Parronchi, Bertolucci ecc, in altre parole al clima post-ermetico, dove le narrazioni avevano un posto brillante nella poesia di quegli anni. Dice bene Giorgio Linguaglossa quando afferma che”l’epoca dell’umanesimo della poesia è inevitabilmente tramontata”,con quel repertorio di emozioni senza il quale, molti credono che non si possa fare poesia. Il tempo e la fugacità dell’Essere ci hanno decentralizzati da tutto ciò che è stato il “canto notturno di un viaggiatore errante nel deserto” del Novecento. Oggi si fa fatica a fare un -viaggio con Godot- ossia scendere dal treno del passato per riformulare una nuova lingua come inevitabile ricambio culturale. Ci troviamo al centro di una globale trasformazione cibernetica tanto che lo smartphone si trasforma di nuovi tecnicismi inglobando tutto un mondo in una scatoletta..L’unica speranza possibile è che le rappresentazioni del moderno e del postmoderno vadano oltre ogni stagnazione, aprendo la strada a nuove figure concettuali, estetiche, e di riflessione, mirando ad una capitalizzazione di dati a cui oggi non ci si può sottrarre perché l’orizzonte fenomenico della scienza e della cultura è in continua fase di rappresentazione.

  7. gino rago

    Seconda Lettera da Vienna a Ewa Lipska

    Cara Signora Ewa Lipska
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    Lei si chiederà perché Le scrivo da Vienna.
    Le invio le mie lettere dal centro dell’Impero d’Austria-Ungheria
    per la Signora Schubert che Lei mi ha fatto amare.
    Ho voluto raccogliere i segni della sua vita
    nei luoghi forse a lei cari. Stefansplatz. I giardini Schönbrunner.
    La ruota di lontano della Wiener Riesenrad.
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signora Giorgio Linguaglossa)

    Il mio amico-poeta di Roma ha scritto in un altro verso:
    «La cicatrice chiamata Terra è un immenso campo santo di lapidi.»
    Per questo la mia amica di Vienna mi ha detto di cercare la Signora Schubert
    nella Cripta dei Cappuccini?
    Ho deposto un mazzo di tulipani.
    Era troppo freddo il giorno per le rose.
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    Ogni Suo verso è una impronta digitale.
    Io sono il lettore delle Sue impronte.
    Per questo forse uscendo dalla cripta della Signora Schubert
    ho udito da lontano la Marcia di Radetzky
    dalle finestre aperte della Villa dei Von Trotta
    [forse inciampo anch’io nella cava degli intrecci delle date.
    Con la mia amica di Vienna entro nella clinica della folla].

    GR

  8. gino rago

    Terza Lettera da Vienna a Ewa Lipska

    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa),

    A chi confidare se non a Lei
    che la flanella dell’infanzia era morbida
    perché il Tempo assoluto di Newton non ci disturbava?
    In sogno Lei mi ha detto:
    «La Poesia è l’eco che si ascolta quando la vita è muta».
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    Da quel Suo sibilo caduto nel mio dormiveglia
    è Lei per me ogni notte quell’eco.
    Il mio amico-poeta di Roma in un verso ha scritto:
    «La notte è la tomba di Dio e il giorno la cicatrice del dolore»
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    La cicatrice del dolore nel verso del mio amico
    è la stessa di quella che Lei vede nel Suo specchio?
    «Quale specchio?» [ Lei giustamente chiede]
    «Lo specchio dove il tempo di Newton s’incrina
    e su cui Greta Garbo assomiglia a Socrate…»
    […]
    Cara Signora Ewa Lipska,
    (p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)

    Non importa se Lei non mi dà la risposta,
    importante [forse] è che io mi ponga la domanda.

    GR

    • gino rago

      dalla mia e-mail condivido di

      Rossana Levati – “Lettera da Asti a Gino Rago (p.c. a Giorgio Linguaglossa)”, ringraziando Rossana Levati per la arguta, acuta lettura dei versi miei e di Giorgio Linguaglossa [secondo il metodo poetico di Ewa Lipska]

      “Caro Signor Gino Rago [p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa],

      leggendo la tua ultima poesia ” Terza Lettera da Vienna a Ewa Lipska” s ho pensato che la “cicatrice del dolore” potrebbe sembrare un ricamo se vista dal di dietro.
      E ho pensato all’inizio di una poesia di Milosz, “Il senso”:
      “Quando morirò, vedrò la fodera del mondo” , dove “ciò che non corrispondeva, corrisponderà”, anche se rimane in lui il dubbio che la fodera del mondo esista davvero: ma in quel caso, resterebbe la parola, che corre “verso campi interstellari”.
      Ed è bello pensare che lì, nei campi interstellari, si possano incrociare le parole tue, quelle di Giorgio Linguaglossa e quelle di Ewa Lipska, come i vostri volti sullo specchio.
      E forse quel fiume dove il destino ha scritto il nome del poeta non è che il fiume di Eraclito [ dove nessuno di noi potrà entrare e uscire sempre uguale a se stesso due volte], oppure il Lete, chissà…
      Potrebbe essere imparentato con “lo specchio”: in fondo, in tutti e due
      [lo specchio e il fiume] si perde qualcosa di se stessi….

      Rossana Levati

  9. cara Rossana Levati,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/26/elio-pecora-poesie-da-rifrazioni-lo-specchio-mondadori-2018-pp-150-e-18-con-un-preambolo-di-pier-aldo-rovatti-da-abitare-la-distanza-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33253
    Milosz è stato un mio maestro, tanto tempo fa leggevo i suoi versi con ammirazione. L’ammirazione è restata ma è subentrato il rammarico che non posso più contare sui suoi versi… Milosz è un altro tipo di poeta, lui era un credente, credeva nella «pesantezza» della parola e delle parole, viveva in un mondo regolato dalla cortina di ferro, le parole per lui erano di ferro… Adesso noi invece sappiamo di abitare un mondo di sabbia dove le parole sono sabbia di sabbia, e le parole di un poeta non sono altro che geroglifici inscritti nella sabbia. Noi della nuova ontologia estetica non potremmo mai scrivere un verso siffatto:

    Quando morirò, vedrò la fodera del mondo

    perché non c’è più un «Quando», noi sappiamo che non c’è mai stato un «quando», semplicemente non è mai esistito, che i nostri ricordi non ci sono più, che è saltata la continuità tra il passato del «Quando» e il presente del «quanto», siamo diventati «deboli» e «orfani», non possiamo più pronunciare le parole «pesanti», abbiamo dismesso l’avverbio «Quando» e lo abbiamo sostituito con l’avverbio «Forse», siamo entrati nel cono d’ombra delle parole d’ombra. Noi oggi potremmo tutt’alpiù scrivere:

    Forse un giorno anch’io vedrò la fodera del mondo,
    ma è molto improbabile… che ciò avvenga,
    la distanza tra me e Milosz la possiamo cronometrare
    in miliardi di chilometri che separano la cintura di Kuiper
    dalla nebulosa di Oort. Le stelle del suo firmamento
    stanno qui sul mio comodino insieme alle mie parole
    di sabbia…
    non ho altre certezze che la certezza della mia incertezza,
    questa sì, la mia più grande certezza, dalla quale però
    non mi è lecito arretrare…

    La nostra è una ontologia della caducità, la nostra ontologia è diventata «debole», chi non l’ha capito non ha capito nulla di quello che è accaduto al nostro mondo. Ci sono rimaste le «parole deboli» e con quelle, volenti o nolenti, ci dobbiamo arrangiare. Chi usa le parole «forti», le parole dell’elegia, le parole del panlogismo del secondo novecento, il discorso zanzottiano e post-zanzottiano, le parole «fortificate» , le parole polifrastiche e paesaggistiche o non ha capito nulla del nostro mondo o è uno sciocco (che poi sono la stessa cosa). Quelle parole sono finite nel buco dell’ozono della afasia dell’ultimo Zanzotto, e non poteva andare diversamente perché quelle parole corrispondevano ad una visione panlogistica del discorso poetico. A noi di quel mondo non ci sono rimasti che frammenti, e non ci resta altro da fare che impegnarci nella loro raccolta e catalogazione in un discorso poetico che sarà necessariamente frammentato e dissestato. A noi di quell’«armadio delle meraviglie» del novecento è rimasto questo, l’ha scritto Anna Ventura:

    L’armadio delle meraviglie

    Con mani tremanti e occhi azzurri
    ho aperto l’armadio delle meraviglie
    – c’era scritto anche fuori:
    armadio delle meraviglie –
    Ma dentro era vuoto.
    Ho spiato ogni angolo, se mai
    una piccola ampolla, una piuma,
    una scatola cinese, una perlina
    fosse rimasta ancora. Vuoto
    dovunque, vuotissimo vuoto.
    Ho rinchiuso le ante,
    dolcemente, con grazia,
    affinché nessuno sentisse
    io cigolio dei cardini. Chi sa
    forse è bene
    che altri continui a credere
    in questi armati e forse
    in tutta la terra grandissima,
    o in qualche vecchio museo,
    ancora esiste un armadio
    che non sia vuoto e risponda
    al suo nome meraviglioso
    con vere meraviglie. 1]

    Come una fragile tazza

    Come una fragile tazza
    a ricami verdi
    questo pomeriggio vuoto;
    che orribile spreco – imperdonabile –
    di splendore.

    Il fatto è che abbiamo dovuto sgombrare molte case, abbiamo dovuto abbandonare molteabitazioni noi della fine del novecento, e queste fatiche ci hanno lasciati esausti. Leggiamo questa poesia di Anna Ventura:

    Le case

    Ho amato molte case
    E due moltissimo. La prima
    Era nel vecchio quartiere della città,
    partiva da terra ma poi si capiva
    che spaziava sui tetti in piccole terrazze fitte di voli.
    La componeva
    una serie di stanze minuscole
    bianche di luce e calce-casa
    di astronomo,
    o di marinaio-
    In fondo,l’altana coperta
    Di travi decrepite,
    gonfia d’aria e di sole.
    Ma sotto ci abitavano gli straccivendoli,
    e dai terrazzi a conchiglia si vedeva
    la loro vita miseranda brulicante da basso.
    Non piacque a mia madre,
    anzi, le fece paura. Io invece
    ne rimasi ferita a morte,
    col tempo mi ammalai di nostalgia.
    L’altra è la casa del vento,
    tutta esposta a Occidente, davanti nulla,
    solo gli spiriti dell’aria
    che di giorno e di notte
    bussano ai vetri con le loro manine.
    Neanche questa casa piace.
    E perché dovrebbe?
    Solo che intanto io ho imparato
    A mettere il bavaglio ai miei sogni,
    accettato l’assioma
    che la realtà rifiuterà di abbracciarli
    nel suo concretissimo giro ma io
    me li terrò lo stesso,
    nel giro infingardo
    della mia verità.

    1] A. Ventura, L’armadio delle meraviglie, Collana di studi Abruzzesi, 2004 p. 13

    [Recentemente un autore che asserisce di scrivere poesie mi ha scritto che lui non è d’accordo con la nostra impostazione ontologica perché lui è attento alla fenomenologia della poesia.. Io non gli ho risposto perché non mi sembrava il caso di rispondere, la sua asserzione evidenziava una nonchalance in fatto di pensiero filosofico che mi sgomentava…]

    • andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/26/elio-pecora-poesie-da-rifrazioni-lo-specchio-mondadori-2018-pp-150-e-18-con-un-preambolo-di-pier-aldo-rovatti-da-abitare-la-distanza-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33336
      Ho dimenticato di dire che quella «poesia» che ho inserito nel commento, non so se sia una poesia, forse è «altro» che indossa un vestito di «poesia»… ma forse è prosa, o addirittura finta prosa, o prosa che imita la «poesia»… Davvero, qui siamo nel regno dell’incertezza massima (e qui non si tratta soltanto di incertezza stilistica) poiché non c’è più una cornice che possa legittimare una poesia; possiamo dire che forse c’è un «quadro» ma senza più «cornice». Siamo arrivati dunque nel regno dell’incertezza massima, la poesia da qualsiasi punto di vista la osservi è qualcosa di irriconoscibile, siamo arrivati al punto che non possiamo più distinguere una «cornice» dal «quadro», una «poesia» dalle linee del pentagramma che la delimitano, siamo entrati nel mare aperto, abbiamo perduto le «forme» e, in un mondo senza «forme» tutto diventa «informe»… senza che ce ne accorgessimo siamo entrati in un nuovo orizzonte di eventi dove gli «eventi» sono privi di «forma». Stavo riflettendo su questo fatto, perché è un «fatto», si tratta di un «fatto» che è accaduto e che non dipende dalle nostre singole volontà, anzi, dirò di più, dirò che tutti coloro i quali scrivono dei romanzi o delle poesie senza aver riflettuto su questo «fatto» rivelano di essere degli amatori ingenui, scrivono opere kitsch, fanno del kitsch perché non sanno quello che fanno, perché accettano per vera quella che è una fiction, una finzione… e allora bisogna scrivere con la massima consapevolezza che quello che scriviamo è privo di «forma», perché siamo nel campo aperto dell’«informe»… ma… senza «forme» non ci sono «eventi», perché l’evento si dà sempre sub specie di una forma… e allora si verificano conseguenze ancora più gravi: quello che scrivono e hanno scritto i bravi «poeti» inconsapevoli di oggi e di ieri l’altro, sono cose kitsch, sono frattaglie… perché manca la consapevolezza che «andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole»… come scrivevo qualche anno fa… Donatella Costantina Giancaspero ha scritto una poesia intitolata «Al quadro manca una ragione», al che io le ho chiesto come mai quel titolo, e lei mi ha risposto candidamente che voleva dire che le mancava la «ragione» di fondo per scrivere una poesia. E così è nata una sua straordinaria poesia, senza alcuna «ragione», è nata dalla consapevolezza che ormai «manca una ragione», e nulla e nessuno potrà trovare una «ragione» o un surrogato di essa che giustifichi una qualsiasi poesia. Ed è questa la condizione della poesia oggi.
      Quelle «cose» che abitavano una certa ratio, noi non le riconosciamo più, abbiamo deciso di rigettarle, sono cose che rigettiamo, o mettiamo tra parentesi, che ci lasciamo dietro di noi come un abito liso perché abbiamo dis-conosciuto quella «ragione» che era la loro/nostra garanzia di autenticità, l’esperienza non è una porta aperta, per la quale gli oggetti esterni, quali essi sono, possono introdursi in noi, ma un processo per via del quale l’apparizione delle cose si produce in noi. Quel «processo» è il nostro indebolimento grazie al quale adesso sappiamo riconoscere quelle cose dalle altre cose. Le nostre cose differiscono dalle cose prese in sé stesse, noi lo sappiamo e accettiamo di dimorare con quelle cose che sono altro dalle cose stesse, e questa estraneità, paradossalmente, ci conforta, ci induce serenità perché quella «perdita» di «ragione», è stato un elemento positivo, contrassegna la nostra accettazione della «porta aperta». Adesso siamo più liberi, più leggeri, abbiamo convertito «il peso più grande» nel «massimo alleggerimento». Adesso che abbiamo «deciso» ci sentiamo più liberi, adesso possiamo andarcene. Il primo verso della poesia di Donatella Costantina Giancaspero è rivelatore di questa condizione esistenziale: «Decisa, te ne vai già»; una decisione quindi, ma per andare dove? La poesia non lo dice perché non può dirlo, può solo segnare a dito la soglia degli oggetti oltre i quali si apre una porta, la porta delle possibilità: «Tra il letto e l’appendiabiti./ Lungo il corridoio», c’è ancora un percorso da fare, una distanza da coprire:

      Donatella Costantina Giancaspero

      Al quadro manca una ragione

      Decisa, te ne vai già
      da questa nostra estate. In fretta.
      Tra il letto e l’appendiabiti.
      Lungo il corridoio, le pareti fanno ala
      a un ottuso serpeggiare.
      L’uscio arretra nel tuo lampo.
      Al quadro manca una ragione: l’evidenza
      di un indizio che l’estate sia finita.

      Brillano i sandali più ancora: bruciano
      sull’acceleratore senza pretesto,
      alibi inattendibile di una pioggia breve,
      nemmeno tanto grigia, per andare comunque.

      Sgrana l’asfalto il ritorno
      all’attesa: le forbici pazienti
      ricavano a caso ritagli di carta e cielo.
      E frantumati spazi.

      Li raccoglie un intersecarsi di ore.
      In controluce, li contempla la filigrana
      della tua sottile esistenza.

      quell’«appendiabiti» sul quale sono appesi i vestiti dismessi, è il nostro semaforo, ci indica il verde di un nuovo passaggio, là dove prima brillava il colore rosso del divieto, adesso invece squilla il colore verde del permesso, adesso ci è consentito passare «oltre la linea» che contraddistingueva il confine tra il no e il sì, tra il divieto e il consentito, è un passaggio a livello con la barra alzata, e noi finalmente possiamo passare oltre i binari del divieto.
      In questo affastellarsi di metafore di cui è ricca la composizione si consuma tutto il dicibile di cui è possibile dire per dire ciò che sta oltre il dicibile, che è per l’appunto la metafora silenziosa, la metafora inappariscente: tutte le metafore convergono verso un focus, una metafora non detta, il punto delle linee di fuga nel quale viene a concentrazione la metafora silenziosa simile alla luce bianca che altro non è che il conglomerato di tutti i colori dello spettro. In quel punctum la poesia cessa di parlare perché oltre di esso non è possibile andare con le parole, occorrerebbe un altro linguaggio, probabilmente un linguaggio non umano.

      È paradossale che, giunti al fondo delle cose, noi riscopriamo le «cose» grazie a questo stare tra le linee, tra le linee delle temporalità, stare in questo «intersecarsi di ore./ In controluce», inappariscenti, come «in filigrana». Questo che possiamo chiamare codice etico di dis-appartenenza è anche un intero programma di vita e programma filosofico, un programma minimo perché siamo giunti all’ultima linea di resistenza dopo la quale non c’è altra linea che il nulla della non-linea, perché sia chiaro: sempre una pratica di vita coincide con la pratica della scrittura, essendo dette pratiche dei logaritmi della inappariscenza, logaritmi della metafora silenziosa che dimora nella invisibilità. Perché se la poesia è un luogo, in questo luogo noi scopriamo nuovamente le «cose».
      La metafora che non appare, la metafora silenziosa, non è un semplice artificio letterario, bensì una sorta di metastruttura capace di sorreggere un mondo nel quale l’uomo può trovare rifugio dal naufragio, un luogo metafisico che non c’è nell’empiria ma nel quale soltanto è possibile abitare autenticamente. Però questa speciale metafora non è raggiungibile, non è articolabile in parole, non è effabile e la si può attingere soltanto quando tutte le altre metafore falliscono, per questo bisogna spingere fino al limite estremo della significazione tutte le altre metafore, fino alla linea del loro auto annullamento reciproco. Soltanto allora è percettibile, come un lontano incendio, lo scoccare della metafora silenziosa.

  10. Caro Giorgio, io credo che esista una dimensione della poesia nella quale si vive, bene o male ,anche oltre la nostra volontà umana, anche oltre le lusinghe della realtà, che sono spesso fortissime.Non a caso, Omero viene immaginato povero e cieco,e tuttavia immerso in una forza spirituale che supera la sua condizione di inferiorità materiale.Mentre nel tripudio della fisicità più becera si muovono,e prosperano, i “poeti laureati” di ogni tempo o stagione. Specialmente in quella attuale.

    • cara Anna,

      tu parli di «lusinghe della realtà», non a caso il mito dell’Odissea ci narra di un Odisseo che si fa incatenare all’albero maestro della nave per poter resistere al canto sinuoso delle sirene (le tue «lusinghe della realtà»), soltanto chi sa resistere a queste «lusinghe» può trovare/incontrare la poesia. E tu l’hai fatto, hai saputo resistere con tutte le tue forze alle «lusinghe» della moda e delle scritture di corte, la scrittura cortigianesca che in ogni epoca ci rende sordi e muti. In tutte le tue poesie risuona il richiamo e il monito verso tutte le «lusinghe» che corrompono la poesia, oggi come non mai. Come dice Vincenzo Petronelli la tua poesia risalta in tempi di oscurità proprio per quella forza della dizione semplice e sobria, molto diversa dalle scritture poetiche modaiole e lusingate…

  11. gino rago

    Prendo lo spunto dal commento di Giorgio Linguaglossa, con il quale risponde alla nota di Rossana Levati per ricordare a tutti noi l’idea di “Storia” di Pierre Braudel.

    Secondo Pierre Fernand Braudel, la Storia deriva dalla compenetrazione tra la cosiddetta ‘Storia evenemenziale’ e la cosiddetta ‘Storia profonda’, nel senso che ognuno dei due aspetti è irrinunciabile [e funzionale] alla comprensione del quadro storico completo.

    Se le due categorie di Braudel fossero state applicate, compenetrandosi l’una nell’altra, anche alla Storia della poesia contemporanea molti fenomeni innovativi non soltanto non sarebbero stati pressoché ignorati, ma compresi e addirittura previsti.
    Ed è ciò che si sta verificando anche nei riguardi della Nuova Ontologia Estetica la quale non è stata né può essere catalogata come fulmine a ciel sereno ma viene da lontano, da molto lontano.

    E’ anche questo un peccato imperdonabile per la critica letteraria italiana, la quale, nel suo insieme, fatica a comprendere le ‘trivellazioni nel linguaggio’ di Beckett ricordate da Giorgio Linguaglossa in uno dei suoi odierni commenti…
    GR

    • caro Gino,
      non so a chi tu pensi scrivendo della «critica letteraria italiana», io conosco degli accademici, che però fanno un altro mestiere con l’occhio puntato alla propria carriera accademica, poi ci sono persone «sciolte» dove ciascuno si arrangia come può sostenendo ora uno ora l’altro a seconda delle amicizie e delle cordate, poi ci sono gli uffici stampa degli editori, beh, quelli fanno un altro mestiere, fanno quella che io definisco critica pubblicitaria o critica di accompagnamento, ma il più delle volte si tratta di schedine di accompagnamento dei libri… per il resto non mi risulta che ci sia altro…

      • gino rago

        Hai fatto centro caro Giorgio, ho pensato alle stesse categorie di ‘critici’.
        I critici di origine emotivo-lirica i quali prendono a pretesto l’opera per svolgere un ‘loro’ canto, i critici ‘giornalistici’ che legano l’asino dove vuole il padrone, i critici ‘accademici’ che pensano come giustamente tu dici ad altro… Tre tipi di ‘critici’ a noi ben noti che si smarriscono di fronte a opere come le tue come ad esempio la recentissima “Critica della Ragione Sufficiente” o, prima, “Appunti critici” del 2003..

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/26/elio-pecora-poesie-da-rifrazioni-lo-specchio-mondadori-2018-pp-150-e-18-con-un-preambolo-di-pier-aldo-rovatti-da-abitare-la-distanza-e-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-33271
    Sine die, di ciliegio.
    Le tovaglie con decorazioni appese
    tese, alla corda, orizzontali.
    Rumoreggiano tra il vento
    anche le foglie di primavera.Eccole soffocate
    ora scivolano.Indipendenti.
    Quanto tempo è passato
    tra il giardino
    anche tu Raneskaja non lo rammento più!

    Grazie, Ombra

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